Introduzione
Questo articolo nasce dalle riflessioni effettuate in seguito a un’autoformazione tenutasi circa un anno fa, partendo dalle considerazioni nate dalla lettura di un comunicato sottoscritto dallo Sportello TiAscolto nel 2016 dal titolo: “Maternità e nascita in Italia: è tempo di cambiare. La posizione della Rete Sostenibilità e Salute” (Rete sostenibilità e salute, 2016).
Scrivere non è stato semplice: ho avuto bisogno di un periodo “gestazionale”, per diverse ragioni, concrete ma anche più profonde. Inizialmente gli obiettivi non erano ben chiari e ciò ha influito sul lungo processo di revisione. Quanto accaduto mi ha ricordato quello che succede in sala parto: qual è l’obiettivo primario? Tutelare la salute della mamma e del bambino? Mettere al mondo più vite in meno tempo possibile? E cosa si intende per salute?
Inizierei però dal raccontarvi il motivo per cui ho deciso di specializzarmi in psicologia perinatale: dopo la nascita del mio primo figlio, numerose sono state le domande che mi sono posta a riguardo di quello che accadde in quel delicato momento. Sentivo che ci sarebbe voluto un po’ di tempo per rimarginare le ferite lasciate dal parto e dall’immediato post partum passato in ospedale. E non intendo la sofferenza fisica, ma quella provata psicologicamente. Elaborato il dolore di quel periodo, mi sono ripromessa di usare la mia esperienza e la mia professione affinché ciò che ho vissuto non accadesse ad altre donne.
Pertanto, quest’articolo si pone come obiettivo quello di evidenziare l’importanza della buona gestione del periodo perinatale affinché si creino le migliori condizioni per le relazioni tra famiglia, neonato e il contesto di vita.
Il parto come rito
Partorire significa “dare alla luce, attraverso il processo fisiologico del parto, una creatura” (definizione dal vocabolario online Treccani). Per il feto è un momento di passaggio, subito dopo il quale verrà denominato neonato. Per la donna lo è altrettanto: diventerà mamma (o mamma bis, tris, e così via). Declinata al participio passato, la parola “partoRITO” racchiude al suo interno due vocaboli, parto e rito, come se il primo fosse l’esito di un rituale scandito da tempi e regole definiti. Ma da chi? Come vedremo più avanti, oggi la maggioranza delle donne si ritrova a far nascere i propri figli in ospedale, vivendo la propria esperienza sulla base delle regole dettate dall’istituzione all’interno delle quali si trovano. Ci sarebbero altre possibilità? Nella nostra cultura, l’ospedale oggi sembra il posto più sicuro poiché gravidanza e parto vengono vissuti come una malattia, provando ansia e paura. Se le donne riuscissero a vivere il tempo e lo spazio del parto ascoltandosi, potrebbero essere loro a stabilire le proprie regole.
“Quando una donna partorisce in maniera fisiologica, con un parto non pilotato, senza sentirsi osservata, quando si sente spontanea, che cosa fa nel momento in cui il bambino nasce? Inizia subito a toccarlo piano con le dita che poi diventano sempre più audaci, poi finalmente lo prende in braccio e a quel punto la mamma guarda negli occhi il proprio figlio, come se fosse letteralmente affascinata dal suo sguardo. Sembra che proprio questo primo sguardo, questo primo incrociarsi di sguardi fra madre e bambino, sia un momento davvero importante, all’inizio della loro relazione” (Odent, 2003; p. 16).
Naturalità… nel rispetto dei bisogni materni
Se è vero che oggi sia importante sottolineare la “naturalità” del parto, è anche vero che seguirla alla lettera può portare la donna a sentirsi in colpa, inadeguata, e sola.
Mentre mi appresto a terminare quest’articolo, una notizia colpisce la mia attenzione: “si addormenta mentre allatta, neonato muore soffocato“.
Il pensiero corre indietro nel tempo, a quei momenti in cui anch’io ne ho potuto fare esperienza. Se penso alle prime immagini che mi venivano in mente quando sognavo di diventare mamma, la mia mente era costellata da quelle che potevano sembrare uscite da spot pubblicitari: nessuno aveva mai condiviso con me le ombre di questo delicato percorso.
Come sostenuto da Congia G. (2021), l’approccio omologante tende a far confondere la norma con il naturale, creando rigidità nel fare esperienza di vissuti perinatali diversi da quelli culturalmente assimilati.
Manca l’ascolto attento alla singola donna, alla sua storia. Ci si dimentica che le indicazioni generali che garantiranno un buon risultato alla coppia madre-bambino vanno personalizzate alla realtà di quella madre in quel momento (Barducci C., 2021).
La mamma non è solo mamma, è anche una donna e in quanto essere umano ha dei bisogni. Solo se quest’ultimi sono soddisfatti essa stessa potrà dedicarsi ad appagare quelli del figlio.
Sono proprio episodi come quello appena citato che, purtroppo, ricordano quanto sia importante ripensare all’evento nascita:
“un arco temporale in cui la salute mentale genitoriale avrebbe bisogno di un accudimento costante con uno sguardo privilegiato su quella materna che, per motivi legati all’intero processo perinatale sia di tipo oggettivo che soggettivo, può rivelarsi più incline a dei rovesciamenti: alcuni facilmente gestibili altri più drammatici, ma tutti bisognosi di essere ritenuti “naturali”, tutti con la stessa legittimità di essere rappresentati su un’ipotetica curva della norma”.
(Congia G., 2021; p. 22-23)
Il Ministero della Salute nel 2022 sottolinea come un parto assistito correttamente possa portare a risultati di salute positivi a breve, medio e lungo termine, non solo per il bambino e l’adulto che sarà, ma anche per i genitori, la comunità e le generazioni future.
Ricordiamo inoltre che, secondo l’epigenetica, l’ambiente ha un effetto sul modo in cui i geni si esprimono. Questo vale anche per quello creato intorno al primo momento di vita fuori dal corpo materno, poiché il cervello del bambino è come cemento fresco su cui vengono lasciate impronte che dureranno per tutta la vita (Dalvit S., Antolini C., 2021).
Quello della nascita perinatale è il momento in cui tutto ha inizio, come esperienza, come rapporto, come trasformazione fisica e psicologica. Segna la nascita di un figlio ma anche di un genitore, fortemente intricata tra l’esistenziale pregresso, il presente storico così come la proiezione del sé nel futuro, mettendo in gioco profonde trasformazioni su dimensioni biologiche, sociali e psichiche (Della Vedova A.M., 2011).
La mia esperienza
La mia prima gravidanza è stato un periodo bellissimo: è andato tutto per il meglio, nessun fastidioso sintomo e, facendo un lavoro a rischio, ho potuto fermarmi in anticipo e godermi l’attesa leggendo, partecipando a corsi e preparando quel nido fisico ma anche mentale pronto ad accogliere una nuova vita. L’incanto però si ruppe proprio nel momento più importante, quello in cui stavo per incontrare mio figlio. I prodromi iniziarono a casa: giunta in ospedale sono stata sottoposta a numerose visite, monitoraggi continui aspettando che si manifestassero le giuste contrazioni. Quando arrivarono mi portarono in sala parto su una sedia a rotelle, perché la sala parto era in un altro piano. Incontrai un’ostetrica che non avevo mai visto prima che mi chiese di sdraiarmi e di seguire le sue istruzioni, nonostante al corso preparto mi avevano insegnato ad ascoltare il mio corpo e a seguire ciò che questo mi diceva. Come mi sono sentita? Dovevo fidarmi di qualcuno che non conoscevo, più di me stessa e del mio bambino che pian piano si faceva strada. Sentivo che avevamo bisogno di tempo ma quest’ultimo mancava all’ostetrica che stava per smontare dal turno. Per mettermi ancora più a mio agio, a un certo punto, in stanza il pubblico si fece numeroso: due ginecologi, tre o quattro specializzanti, un oss, l’ostetrica e mio marito che in un angolo non venne particolarmente considerato. Fortunatamente, sul finire del turno, l’ostetrica si arrese e chiamò una sostituta: una collega giovane che mi permise di muovermi liberamente. Dopo una dose di ossitocina sintetica e l’episiotomia, di cui nessuno ha chiesto il mio parere nonostante in quel momento stesse procedendo tutto per il meglio dal punto di vista medico, potei abbracciare il mio primogenito. Potemmo finalmente restare soli con lui per due ore, allo scadere delle quali mi dissero che avrebbero dovuto portarlo alla visita pediatrica, al cui seguito, visto il basso peso e un’anomalia cardiaca, fu sottoposto a un costante monitoraggio. E io? Nonostante il dolore fisicamente provato a causa dei punti riportati per il taglio, dovetti fare avanti e indietro ogni quattro ore per stare con lui e avviare l’allattamento. Solo una volta arrivati a casa riuscimmo davvero a prenderci quel tempo e quello spazio fondamentali per iniziare a conoscerci.
Il luogo del parto
Come sostengono Dalvitt S. e Antolini C. (2021), quando si parla di parto è necessario collocarlo in un’epoca e in un luogo precisi, connotati da una cultura specifica.
Nel 2017 scelsi di partorire in ospedale perché nessuno mi informò riguardo a possibilità diverse, né riguardo l’esistenza del piano del parto, uno strumento che permette alle donne di essere capite da chiunque lo legga ma anche di esprimersi rispetto ai propri bisogni e desideri.
Oggi, grazie al percorso professionale e all’essermi documentata riguardo a questa tematica, posso affermare che, in situazioni di fisiologia e in presenza di operatori adeguatamente formati, esistono altri luoghi altrettanto sicuri dove è possibile partorire, come per esempio le case maternità o casa propria. Inoltre, ho potuto imparare che il piano del parto, se redatto con attenzione e non solo per adempiere burocraticamente a una necessità, può trasformarsi in un’opportunità per riflettere, comunicare e fare delle scelte consapevoli.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità (2022) il parto è il motivo più frequente di ricovero nelle strutture sanitarie italiane. Ne consegue che la promozione e la validazione di buone pratiche per l’assistenza prenatale, intra partum e postnatale sono una priorità di salute pubblica. Come sostenuto però nel comunicato sopra citato, l’attenzione rivolta al modo in cui avvengono le nascite nei nostri ospedali è scarsa e pochissima è la consapevolezza negli operatori che le attuali scelte assistenziali possano avere profonde ricadute negative su chi ne fa esperienza.
Inoltre, come sostenuto precedentemente, oggi il parto è vissuto provando paura per le incertezze, per gli imprevisti; questo sentimento è stato amplificato da ciò che abbiamo affrontato durante gli anni di pandemia: il Covid e la paura a esso connessa, hanno chiuso i reparti ai parenti ma anche ai papà e alle altre figure di fiducia che le donne avrebbero voluto avere al loro fianco. Uno studio condotto nel 2022 sullo stato emotivo in epoca perinatale, evidenzia l’importanza e la necessità di un maggiore ascolto da parte degli operatori sanitari, un più diffuso supporto alla salute mentale e un più largo accesso a risorse di auto-aiuto.
Cosa possono fare (o non fare) gli operatori?
L’OMS ha ufficialmente raccomandato attenzione psicologica ed emotiva in sala parto nel 1985; nel 2007 ha aggiunto alle linee guida del NICE (National Institute for Health and Care Excellence, punto di riferimento europeo) la riga: “l’esperienza emotiva della donna al parto è importante deve essere tenuta in considerazione”. Nel 2014 aveva inoltre evidenziato quali siano i trattamenti che le donne subiscono durante l’assistenza al parto, tra i quali qui ricordiamo: l’abuso fisico diretto, la profonda umiliazione e l’abuso verbale, procedure mediche coercitive o non acconsentite, la carenza di un consenso realmente informato, il rifiuto di offrire un’adeguata terapia per il dolore, la trascuratezza nell’assistenza al parto con complicazioni altrimenti evitabili che mettono in pericolo la vita della donna.
Nel 2016 la PDL Zaccagnini propone il rispetto dei fondamentali diritti umani della madre e delle persone che nascono, mettendo al centro la madre e il bambino e garantendo sicurezza e salute.
Proprio in quell’anno, con la campagna #BASTATACERE, di cui la prima campagna era già avvenuta nel 1978, l’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italiana dà l’opportunità alle madri di raccontare le loro esperienze di abuso e mancanza di rispetto nell’assistenza alla nascita.
Infine, nel 2018 l’OMS ha scritto nero su bianco che il primo obiettivo dell’assistenza intrapartum dovrebbe essere che il parto sia un’esperienza positiva per la donna, il neonato e la sua famiglia.
Come sostenuto da Congia G. (2021; p. 15-16):
“lavorare in un reparto di Ostetricia offre alle figure sanitarie coinvolte il confronto quotidiano con un’umanità eterogenea dove non sempre le differenze sono intese come risorse, bensì come ostacoli che influenzano significativamente la qualità dei servizi assistenziali. Si osservano così delle vere e proprie catastrofi del perinatale, dove le aspettative dei sanitari filtrano i bisogni dei neo-genitori e rischiano di allontanare gli stessi dai loro bisogni autentici. È necessario dunque lavorare sulla consapevolezza accompagnando l’operatore a entrare in relazione con le proprie emozioni proteggendo la relazione d’aiuto come strumento elettivo per una cura autentica e rispettosa”.
Conclusioni
Quali sono i fattori protettivi che possono essere utilizzati in fase di prevenzione? Innanzitutto le conoscenze: essere a conoscenza ci permette di effettuare scelte consapevoli; diventa quindi essenziale informare la donna ri-dandole quel potere necessario per sentirsi efficace. Poi, fare rete, avendo come obiettivo quello appena citato ma anche la possibilità di sostenere a 360 gradi coloro che si trovano ad affrontare questa delicata fase di vita. Infine, un’adeguata formazione di tutti gli operatori, che possa mettere in luce i fattori di rischio ma anche quelli di protezione.
Tutto ciò può valere anche in quei casi in cui non è possibile scegliere un percorso di nascita fisiologico poiché vi sono complicazioni mediche che lo impediscono. Non sarà possibile effettuare una scelta del tutto libera, ma avere delle conoscenze a riguardo, una rete intorno e degli operatori attenti e formati, può migliorare la qualità dell’esperienza vissuta.
Grazie alle conoscenze acquisite, alla rete costruita intorno a me e agli operatori incontrati, la mia seconda esperienza di parto è avvenuta in una casa maternità, nel pieno rispetto dei nostri tempi e dei nostri spazi. Lì ho potuto sentirmi ascoltata, poiché avevo intorno a me figure attente, sensibili e formate non solo sugli aspetti più tecnici ma anche su quelli relazionali.
Infine, un aspetto di cui ho fatto tesoro durante la formazione in psicologia perinatale, è che gli psicoterapeuti potrebbero o, forse, dovrebbero partire proprio dalla nascita, raccogliendo sin dal pre-concepimento la storia della persona di cui si prenderanno cura. Anche nei percorsi con adulti sarebbe importante approfondire tali aspetti: per elaborare eventuali traumi vissuti ma anche per dare significato al momento in cui si è venuti alla luce. Ciò contribuirebbe inoltre a far passare come messaggio l’importanza del periodo perinatale nella vita di ognuno, poiché come sostiene Congia G. (2021) anche noi operatori contribuiamo a definire il modo in cui ciò che avviene intorno alla nascita è interpretato e affrontato nella nostra cultura.
BIBLIOGRAFIA
Barducci M. C. (2021), La maternità oggi tra istanze soggettive e modelli culturali, in Congia G. (2021), Katastrophé. Riflessioni sulle catastrofi perinatali, Armando Editore, Roma.
Congia G. (2021), Katastrophé. Riflessioni sulle catastrofi perinatali, Armando Editore, Roma.
Dalvit S., Antolini C. (2021), Il parto positivo. Diventare mamma con scienza e amore, Mondadori Libri S.p.a., Milano.
Della Vedova A.M., Cristini C. (2011), La promozione della salute psichica perinatale, Carocci Editore, Roma.
SITOGRAFIA
AA.VV. (2022), COVID-19 e stato emotivo in epoca perinatale: uno studio sulle utenti dei Consultori Familiari,
AA.VV. “The Psychological Impact of COVID-19 among Women Accessing Family Care Centers during Pregnancy and the Postnatal Period in Italy”, pubblicato su Int. J. Environ. Res. Public Health 2022, 19(4), 1983; https://doi.org/10.3390/ijerph19041983
AAVV (2021), Certificato di assistenza al parto (CeDAP). Analisi dell’evento nascita – 2021,
Disconzi R. (2023), “Perché una mamma non può avere il diritto di essere stanca?”, https://www.today.it/opinioni/neonato-soffocato-allattamento-stanca.html
ISS (2019), Gravidanza, parto e puerperio,
https://www.iss.it/gravidanza-parto-e-puerperio
Ministero della Salute (2022), Azioni e strategie nei primi mille giorni di vita,
Rete sostenibilità e salute (2016), Maternità e nascita in Italia: è tempo di cambiare. La posizione della Rete Sostenibilità e Salute, https://www.sostenibilitaesalute.org/maternita-nascita-italia-tempo-cambiare-la-posizione-della-rete-sostenibilita-salute/
World Health Organization (2007), Standards for maternal and neonatal care, https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/69735/a91272.pdf
World Health Organizzation (2014), La Prevenzione ed eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere,
Zaccagnini A. On. (11 marzo 2016), Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico,

Tel:
Mail: