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9 settembre 2023 + Articoli

Sospendere gli antidepressivi (2): ruolo della psicoterapia.

di sportellotiascolto Avatar di Sconosciuto

Introduzione

Le considerazioni che seguono sono la seconda e ultima parte di un contributo sulla sospensione degli antidepressivi. Nella prima parte, indirizzata soprattutto a cittadini e cittadine, abbiamo fornito informazioni per comprendere principali modalità e ostacoli della sospensione e renderla, nell’immaginario comune, una scelta legittima, pensabile e percorribile, sensibilizzando su un tema attualmente spesso negletto o storicamente approcciato in modo ideologico. Inoltre, è stato brevemente delineato il contesto attuale: il trend di costante aumento nel consumo di antidepressivi in cui si inserisce, in un’ottica di salute pubblica, insieme ai mutati e complessi bisogni di salute della popolazione da questo determinati; la mancata disponibilità di sistemi, soprattutto sanitari ma anche sociali, capaci di offrire una risposta a tali bisogni attraverso un sostegno sicuro, informato, efficace e appropriato alla sospensione e le principali misure di contrasto alla continua diffusione ad ora attuate. Infine, abbiamo definito alcune delle possibili criticità della relazione clinica tra medico curante e paziente che influenzerebbero prescrizioni, deprescrizioni e scalaggio, inserendole in una prospettiva insieme clinica ed etica.

In questo contributo, rivolto soprattutto a colleghi e colleghe, psicologi e psicologhe, psicoterapeuti e psicoterapeute, con i piedi in due scarpe, quella dei cittadini prima e quella dei tecnici poi, evidenzieremo quelle che crediamo essere le conseguenze dell’assenza, nel discorso pubblico e in quelli clinici, di un posizionamento chiaro sul tema dell’appropriatezza prescrittiva e della sospensione. Si tratta del rischio non solo di produrre corpi-mente sistematicamente e cronicamente dipendenti, anestetizzati e sedati a metà, disabilitati al sentire, sfiduciati e senza speranza, ma anche di riprodurre sistemi sociali malsani e ingiusti. Nella prima parte, analizzeremo la difficoltà della comunità professionale a cui apparteniamo nell’assumersi la responsabilità di prendere parola rispetto alle modalità prevalenti di prescrizione, consumo e sospensione di farmaci antidepressivi in Italia. Verrà delineata un’ipotesi esplicativa, ovvero che tale ritrosia sia radicata nel timore di uscire da ciò che viene percepito essere il proprio ambito di competenza. Inoltre, questa sarebbe amplificata dall’atteggiamento soggettivista plasmato nel corso del processo formativo che enfatizza le singolarità, la rilevanza attribuita al sentire individuale e l’ingiunzione della neutralità. Suggeriamo che tale silenzio costituirebbe, una volta riconosciuto il problema di salute e sanità pubblica posto dal sovrautilizzo degli antidepressivi, un ostacolo per la salute della popolazione nel confronto con i bisogni della quale una quota non marginale della comunità professionale dimostrerebbe malcelata indifferenza e scarsa consapevolezza. In questa prospettiva, l’assenza dell’articolazione di un discorso sull’uso prevalente degli psicofarmaci-che non impedisce la ricostruzione di un posizionamento pratico della comunità dei clinici qui tentata-, rappresenterebbe un’opportunità mancata per contribuire, in quanto cittadini e cittadine, al cambiamento di alcuni aspetti del mondo reale, oltre che alla trasformazione delle teorie e pratiche cliniche, avvicinando entrambe ai bisogni reali della popolazione. 
Così, la seconda parte del contributo, partendo dalla ricostruzione della dimensione strutturale di cui le pratiche e culture prescrittive dominanti costituiscono elemento particolare e dalla constatazione dei limiti di discorsi e pratiche cliniche, diadiche, nel contribuire ad un cambiamento su tale dimensione, fornirà alcuni spunti, teorici e pratici, per arricchire le clinica di elementi sociopolitici (attraverso, ad esempio, il contributo della promozione della salute) contribuendo alla definizione dei possibili assunti alla base di percorsi collettivi in uno stretto rapporto con le pratiche cliniche, come quello da cui sta nascendo la Rete di Psicoterapia Sociale.

Dall’ideale della neutralità alle pratiche della complicità

Innanzitutto, occorre specificare che, in maniera simile al precedente contenuto, il discorso presentato si riferisce in maniera particolare all’utilizzo di antidepressivi pur nelle somiglianze dei rapporti intrattenuti tra la comunità dei clinici e l’uso dei cittadini per classi differenti di psicofarmaci. Tuttavia, contrariamente al contributo precedente, l’ipotesi qui presentata si riferisce e limita al solo contesto italiano.

Il motivo risiede nel fatto che le legislazioni dei diversi paesi sull’attività prescrittiva e sugli atti tipici, e i contingenti rapporti di forza tra il sapere-potere delle diverse categorie professionali (oltre che l’esistenza stessa di differenti categorie professionali, o di tecnici), sarebbero determinanti, influenzando significativamente i rapporti biunivoci tra la comunità degli psicologi clinici e i fenomeni di prescrizione, sospensione e deprescrizione, in particolare verso una timorata subordinazione nei confronti della categoria medica. In particolare, in Italia, a differenza di quanto accade in alcuni paesi non industrializzati (dove la mancanza di risorse necessarie per la copertura dei bisogni di salute della popolazione ha prodotto, spesso in aperto conflitto con il monopolio dei prescrittori, la possibilità di prescrivere per non specialisti [1][2][3][4][5]) o in alcuni stati USA, il fatto che psicologi e psicoterapeuti non possano prescrivere né, di conseguenza, deprescrivere psicofarmaci, giocherebbe un ruolo cruciale nell’assenza dell’articolazione di discorsi espliciti, tanto pubblici quanto clinici, sul loro uso e consumo. Inoltre, la scarsa conoscenza, il timore di uscire da ciò che viene percepito essere il proprio ambito di competenze, e delle relative sanzioni, influenzerebbe sia tale contingente inibizione sia la possibilità di attivare percorsi di politica professionale sulla cosiddetta “autorità prescrittiva” (come ad esempio quello esitato nel report “Prescribing rights for psychologists”, presentato anche su Youtube, del gruppo di lavoro della British Psychological Society) con implicazioni sostanziali su posizionamento, postura e coinvolgimento degli psicologi in relazione ai fenomeni dell’appropriatezza prescrittiva, della deprescrizione e della sospensione, come testimoniano i recenti sviluppi di tali processi negli USA.

Tuttavia, pur non essendo un luogo legalmente deputato alle de/prescrizione, in una prospettiva sociologica, le pratiche cliniche, psicologiche o psicoterapeutiche, come campi del sapere, di pratiche e vettori di forze, non sono né possono dirsi neutre o neutrali di fronte ai fenomeni sociali e ai sistemi di forze in cui sono immerse e con cui sono in reciproca relazione. In questa prospettiva, da un punto di vista sociale, differente da quello clinico, il non dichiarare il proprio posizionamento, implicitamente, significherebbe prima allinearsi e aderire e poi veicolare forze egemoni e norma dominante, lavorando incessantemente per il mantenimento e la riproduzione di strutture e processi sociali esistenti, talvolta invisibili perchè “normali” e, di conseguenza, naturalizzati e invisibilizzati, ancorché storicamente determinati e riconfermati. Da un punto di vista sociologico e su un terreno, in senso lato, politico, ovvero inerente la vita pubblica (qui intesa come artificiosamente opposta a quella privata), il non assumere la responsabilità di una posizione chiara ed esplicita da parte della comunità dei clinici può essere considerato equivalente, a tutti gli effetti, a confermare gli assetti esistenti e, in questo caso, l’uso reale dei farmaci, le attuali modalità prescrittive e i trend prevalenti (oltre che le forze che li determinano) e la negazione dei bisogni di salute, anche legati a deprescrizione e sospensione, che da questi derivano. Riprendendo Castel, la neutralità clinica, che come vedremo influenzerebbe la postura della comunità dei clinici anche all’esterno del setting clinico, rappresenta l’equivalente politico dell’apoliticismo [6].

Tuttavia, al di là di ciò che, al sicuro dell’illusorietà di una possibile, comprensiva e amorevolmente pacificata neutralità, la comunità dei clinici non fa o non dice (astenendosi dalla formulazione di discorsi espliciti), questa quotidianamente esprime, in positivo, uno specifico atteggiamento che ne riflette e sostanzia culture e pratiche relative all’uso e al consumo attuale di antidepressivi. Queste, insieme alla norma sociale che riflettono e che i clinici custodirebbero e amplificherebbero, possono essere ricercate e definite a partire dall’incontrovertibile manifestarsi di specifiche invarianze, osservabili sia tra le trame dei discorsi e delle interazioni tra clinici, sia attraverso un’analisi delle loro scelte e predisposizioni nell’interazione clinica con i cittadini. Infatti, pur non potendo prescrivere, psicologi e psicoterapeuti si relazionano quotidianamente con cittadini che stanno pensando o meno di assumere, stanno assumendo o meno psicofarmaci antidepressivi, e nelle condizioni di scegliere se invitarli, in termini più o meno espliciti, persuasivi, ricattatori o prescrittivi, ad assumerli e ad interrogare tale assunzione, la possibilità di una sospensione o scalaggio.

Nella nostra esperienza e secondo una prospettiva autoetnografica, osserviamo e ci viene riportato che la sottile forza costante e invariante attraverso cui la comunità dei clinici agisce verso l’invio ad un prescrittore non è corrisposta, con uguale frequenza ed estensione da una forza in senso contrario, verso sospensione, riduzione o deprescrizione. E’ possibile osservare la stessa dinamica che agisce la medesima pressione anche durante i confronti tra specialisti, tra le trame delle interazioni e dei discorsi relativi a pazienti e le proprie scelte cliniche che avvengono quasi esclusivamente sul terreno scosceso verso l’assunzione del farmaco, in assenza quasi totale di elementi di critica, complessità, timore o precauzione rispetto alle possibili conseguenze o a fattori determinanti.

D’altro canto, in un’ottica collaborativa di presa in carico integrata, questa inclinazione verso le prescrizioni potrebbe non costituire un problema di per sè, vista la concreta utilità di alcune classi di psicofarmaci, per determinati casi e soprattutto per periodi di tempo inferiori rispetto a quelli per cui vengono abitualmente utilizzati (per altro si tratta spesso di assunzioni di più farmaci contemporaneamente, alcuni dei quali consumati per un tempo maggiore rispetto a quello per cui sono stati testati e dovrebbero essere prescritti, assunti e inseriti in una prospettiva di uso vita natural durante). Tale utilità va sicuramente al di là del ruolo storicamente rivestito, ad esempio, nella chiusura dei manicomi a cui pur si sono sostituiti come simbolo e paradigma del sistema medico e di alcune sue distorsioni ed conseguenze dannose. Il problema si pone, tuttavia (ed è esattamente questo il senso teorico-pratico del presente contributo ) nella misura in cui, nel senso contrario, la loro sospensione e riduzione sembra non essere contemplabile e fenomeno si verifica in questo preciso momento storico in cui, come ad esempio ben sintetizzato da Whitaker, il consumo di farmaci aumenta parallelamente ai problemi di salute mentale che non sembrano essere diminuiti o poter essere da questi efficacemente curati, e la questione del sovrautilizzo inizia ad essere posta anche nei termini di una riduzione d’uso degli antidepressivi, la cui diffusione è riconosciuta come problema di salute e sanità pubblica. La riduzione dovrebbe conseguire da tale riconoscimento, tuttavia sembrerebbe appartenere, per i clinici, al reame dell’impossibile, del folle e del non-conforme, dell’indicible, trasformandosi quasi in tabù, senza considerazione alcuna della realtà del contesto attuale. La categoria degli psicologi e degli psicoterapeuti sembrerebbe interessata più all’accesso alle cure che non a qualità, appropriatezza ed efficacia dei percorsi di cura che rischiano, se non limitati, di essere inutili se non di causare più danni che benefici. In questa prospettiva, le porte di alcuni spazi clinici consentirebbero l’accesso a strade le cui traiettorie conducono ad una maggiore conoscenza di sè e, insieme, ad prescrizioni talvolta inappropriate.

Riteniamo il fenomeno ancor più nocivo nella misura in cui in questo contesto, oltre all’analisi dell’appropriatezza prescrittiva, come esito, venga di fatto spesso scotomizzata quella del processo decisionale, sempre relazionale tra medico e paziente e che, almeno teoricamente, dovrebbe essere condiviso (shared decision making) per poter portare ad una scelta che tenga sostanzialmente conto del punto di vista del paziente, senza imporvisi. Nel rapporto medico-paziente, un considerazione significativa delle preferenze di quest’ultimo non sarebbe solo un elemento fondamentale della medicina basata sull’evidenza [7][8][9][10] ma, come accennato nel precedente contributo, ma è anche determinante tanto dal punto di vista clinico, consentendone riattivazione e soggettivazione attraverso il coinvolgimento in scelte che riguardano il proprio percorso di cura e vita, quanto dal punto di vista etico, giuridico e politico, rappresentando, a pieno titolo, le condizioni per l’esercizio o la negazione di un diritto di cittadinanza. La sensazione è che, durante i percorsi psicologici e psicoterapici, vengano scandagliate e messe in discussione una vasta gamma di relazioni vissute dal paziente in molti ambiti di vita senza che sia possibile accedere al particolarissimo rapporto, spesso veicolo di un’ingiustizia epistemica[11], che può determinare il corso della traiettoria di vita di una persona, talvolta in modo irreversibile, verso l’assunzione di una sostanza, ingrediente attivo del proprio corpo, della propria identità e della possibilità stessa di percepire e percepirsi pienamente.

Un ulteriore aspetto evidenziabile nel confronto tra specialisti clinici è la modalità prevalente di analisi, cioè la forma del discorso. Abbiamo osservato tale forma anche durante il processo di scambio e confronto necessario alla revisione del presente contributo: si tratta di una forma discorsiva e logica che tenderebbe ad escludere la possibilità di qualsiasi generalizzazione, relativa al dato oggettivo, strutturale, sulle prescrizioni, le loro modalità, e sul grado di appropriatezza, oltre che sul loro contenimento, sospensione e deprescrizione. Preso da questa forma e da un (sovra)utilizzo delle lenti cliniche di cui sarebbe esito, il contenuto si trasforma in dato inesorabilmente e riduttivamente soggettivo, individuale, e la chiusura sulle intenzioni, sulla storia, le percezioni del parlante occludono la possibilità di un appoggio verso qualunque forma di esperienza e posizionamento comune o di qualunque dato oggettivo o struttura oggettiva [6]. Questa difficoltà da parte dei clinici sembrerebbe essere legata, al di là della scarsa conoscenza sul fenomeno, soprattutto alla loro forma mentis (o, direbbe Bourdieu, dal loro habitus), plasmata da un lente clinica vincolata alla visione del singolo caso e ad una percezione complessivamente soggettivista, caratteristica del paradigma formativo di cui costituisce l’esito che ne struttura il modo di stare al mondo anche al di là dell’incontro clinico e incapace di fornire strumenti di analisi sociale e politica che arricchiscano la prospettiva clinica a partire da dati di realtà, al di là del valore simbolico, intrapsichico individuale e mentale.

Nel nostro caso, il posizionamento dei clinici rispetto all’utilizzo prevalente degli antidepressivi, non dipende, né potrebbe, esclusivamente dal singolo caso, al contrario, è proprio tale riduzione al singolo caso che ne ostacolerebbe un possibile posizionamento. Affinchè tale posizionamento emerga, come funzione della categoria o degli individui da cui è composta, occorre liberarlo, nel rispetto delle differenti sensibilità ed esperienze individuali, dei significati soggettivamente attribuiti, e della complessità dei fenomeni, dall’analisi del caso singolo. Questo posizionamento, logicamente, non potrebbe derivare dall’analisi del singolo caso più di quanto, analogamente, non ne derivi il posizionamento verso fenomeni sociali, vissuti dai singoli individui, nei confronti dei quali esiste ed è incentivata una posizione, spesso relativamente definita e talvolta condivisa, come la dipendenza da sostanze, legali o illegali, l’abuso o l’abbandono di minori, la violenza di genere, la discriminazione verso categorie marginalizzate, l’uso pervasivo dei social network.
Ciò che è prevalente, infatti, ad esempio la tendenziale appropriatezza o inappropriatezza, oppure disponibilità o indisponibilità di accompagnamento a scalaggio e sospensione, e il riconoscimento sociale della loro legittimità, esiste come fenomeno sociale, oggettivamente, indipendentemente da eccezioni e significati soggettivi, che come tali vanno prese, confermando il fenomeno in sé e i suoi effetti, insieme al nostro esserci immersi. Tuttavia, pur senza attingere a dati e statistiche cosiddetti oggettivi, durante i colloqui psicologici e psicologici, se un giudizio sull’appropriatezza clinica della singola prescrizione, impossibile per psicologi e psicoterapeuti, non può che essere formulato in relazione allo specifico e irriducibile caso, appare evidente, quanto indicibile per i clinici, l’invarianza con cui, nella pratica clinica, ci confrontiamo con persone la cui esperienza e dall’esperienza con cui è naturale possano sorgere molti dubbi sull’appropriatezza prescrittiva, in quanto esito e processo.
Inoltre, occorre sottolineare che il vissuto e l’atteggiamento soggettivo, tanto del singolo, paziente o terapeuta, quanto delle varie comunità a cui appartengono, sono plasmati e a loro volta plasmano, questo “dato di realtà” e la norma sociale che viene continuamente introiettata, incorporata, riprodotta e naturalizzata e definisce tale prevalenza influenzandola e determinandola.
In sintesi, il punto di partenza e arrivo, allora è relativamente semplice: se, come delineato anche nel contributo precedente, troppe persone assumono troppi psicofarmaci, indipendentemente dal singolo caso, a questo appellandosi, la comunità degli psicologi e degli psicoterapeuti, sembrerebbe affermare il contrario continuando ad alimentare il fenomeno negando un problema di salute e sanità pubblica ormai troppo evidente per poter essere sorvolato.


Il politico nel clinico

Per noi definire una posizione chiara su questo argomento e fenomeno assumendocene la piena responsabilità, significa contribuire ai tentativi dialettici di un superamento della logica di contrapposizione e mutua esclusione tra cura del mondo e cura degli individui che lo abitano e costruiscono. L’intenzione è mettere a fuoco, denunciare pubblicamente e agire su, le modalità attraverso cui, troppo spesso, nel momento in cui crediamo, in quanto tecnici, di curarci dei singoli individui costantemente rischiamo di essere inconsapevoli o, peggio, indifferenti complici che partecipano, anche attraverso la propria professione, alla riproduzione sociale di culture e pratiche strutturalmente violente e nocive. Si tratta di pratiche e culture che è possibile contrastare, producono sofferenza e nuocciono alla salute, ostacolando le libertà e minando la fruizione e la promozione dell’esercizio di fondamentali diritti di cittadinanza. In questo senso dunque, la posta in gioco è tanto la salute degli individui quanto quella della popolazione e dei sistemi sociali e di cura e delle culture e delle prassi sociali e sanitarie con cui siamo interconnessi e implicati e i cui esiti si possono svelare, sempre, davanti ai nostri occhi.

Molte persone che incontriamo si presentano negli studi sommersi di prescrizioni a cui sono o sono stati esposti, come naturale complemento di operazioni, floride e bizzarre, di inquadramenti diagnostici più o meno recenti o discordanti. Per loro fortuna, spesso, sono scettici e disorientati rispetto alle esperienze di cui tali diagnosi e prescrizioni costituiscono l’esito, un percorso di cui riconoscono la miseria e fatto di una visita di qualche minuto durante cui possono essere di fatto decretate le sorti di una persona che sarà rivisitata, senza essere vista, interrogata e consultata, con la frequenza dei cicli lunari.
Non vogliamo né possiamo ignorare che quei cittadini e quelle cittadine, siamo noi, i nostri amici, parenti, conoscenti. Non vogliamo che la nostra complicità naturalizzi, reiterandolo e amplifandolo, questo stato delle cose. Non possiamo non contemplare la realtà della nostra reciprocità, la nostra comune umanità e appartenenza a questa società. Loro siamo noi. E siamo parte dello stesso mondo che, in parte, contribuiamo a plasmare, ciascuno secondo le proprie opportunità, desideri e visioni politiche.

D’altra parte, non è possibile ignorare che le attuali prassi prescrittive e diagnostiche, e le esperienze delle persone che incontriamo da queste determinate, costituiscono un elemento particolare, inserito in un più ampio modello socioeconomico che si manifesta anche attraverso il condizionamento dei servizi e sistemi di cura e trattamento. Tali prassi costituiscono solo uno dei sintomi emergenti di un modello socioeconomico ingiusto, quindi malato, quello neoliberista, esito di e inserito in specifici processi storici: l’aumento del peso dei determinanti commerciali della salute nella determinazione degli assetti sociali e sanitari globali, il progressivo definanziamento del Welfare e del Sistema Sanitario Nazionale che ne determina composizione e funzionamento, sulle politiche di aziendalizzazione che hanno trasformato i servizi in fabbriche di trattamenti, con condizioni di lavoro malsane, incompatibili con un lavoro di cura, e in cui farmaco e posto letto costituiscono un’efficientissima risposta alle pressioni delle esigenze produttive.
Siamo consapevoli che, partendo da un approccio radicato nell’economia politica della salute, lo spazio elettivo per il contrasto di tali processi sia quello collettivo, pubblico, esteriore a quello clinico, con cui pur continuamente interagisce. Questa consapevolezza potrebbe costituire, per alcuni, una ragione sufficiente per non interrogare e utilizzare anche lo spazio clinico, trasformando il proprio lavoro per trasformare il mondo, lo spazio pubblico, e spingerlo al di là dell’orizzonte di un cambiamento individuale, spesso dal carattere ortopedico, che si riduce ad adattare gli individui al mondo. Al contrario, con il presente contributo, abbiamo provato a ricostruire come, che ci piaccia o meno, tale dimensione strutturale, insieme alle prescrizioni e deprescrizioni che determina, attraversi, pervasivamente e in ogni momento, lo spazio clinico che siamo convinti possa costituire, con i propri limiti, uno dei luoghi a partire da cui coltivare la consapevolezza necessaria per avviare percorsi collettivi, politici e professionali, che invertano la rotta.

La domanda diventa quindi, se e in quale misura sia possibile, anche attraverso il proprio mandato clinico, farsi più motore di cambiamento sociale e meno veicolo della sua norma incorporata. E’ possibile, attraverso lo stesso gesto clinico, facilitare il cambiamento nella persona che si rivolge a noi, promuoverne e tutelarne i diritti di cittadinanza e di salute, contribuendo parallelamente al cambiamento del mondo in cui la relazione è situata e di cui è manifestazione?

Noi crediamo di sì. Ma per farlo occorre cambiare il modo in cui concepiamo e pratichiamo il nostro lavoro e il nostro ruolo professionale.

A partire da questo specifico caso, al di là della creazione di servizi che rispondano selettivamente a quella fascia di popolazione portatrice di bisogni di salute legati alla deprescrizione, trasformazioni possibili al nostro lavoro e ruolo sono indicate in maniera chiara, ad esempio, dalla psicologia di comunità critica [12]. Sempre rimanendo nell’ambito delle scienze psicologiche, indubbiamente angusto rispetto alla trandisciplinarietà necessaria per un superamento sostanziale del paradigma corrente (come testimonia l’esito  dell’ibridazione con l’antropologia medica nell’entopsicologia), l’ambito della promozione della salute [13], costituisce un corpus di teorie e pratiche capace di arricchire la pratica clinica con una dimensione sovraindividuale.
Quanto, anche all’interno della relazione clinica, siamo in grado, come cittadini e tecnici, di adottare e non escludere gli strumenti e gli obiettivi indicati dalla Carta di Ottawa per la promozione della salute [14]: la costruzione di una politica pubblica per la salute, la creazione di ambienti favorevoli, il rafforzamento dell’azione comunitaria, la costruzione delle abilità personali e il riorientamento dei servizi sanitari? Quanto siamo in grado di promuovere e svolgere azioni di advocacy [15]? Quanto la relazione clinica riesce a produrre salute collettiva, consentendo ai cittadini, anche a partire dal riconoscimento dell’infrazione di un diritto, di guadagnare controllo e potere su tutti gli ambiti della propria vita e la consapevolezza che crea le condizioni per l’attivazione di percorsi collettivi? Quanto siamo in grado di fornire strumenti di health literacy [16] che affondino le radici negli attuali bisogni di salute? Quindi quanto, pur non potendo prescrivere, siamo competenti a riguardo a prescrizione, deprescrizione e sospensione?
Una pratica che escluda questo, o ancor peggio, una pratica che sia disciplinata prescrivendone l’esclusione, paradossalmente, rappresenterebbe una clinica incapace di promuovere “salute”, qui intendendo “salute” con una concezione, sconosciuta spesso alle pratiche cliniche, ampia che non escluda ma comprenda e superi il livello individuale. 

Insomma, se la clinica non può essere, come ama raccontare di sè, neutra e se, praticamente, costituisce un piano inclinato che riproduce disequilibri e assetti iniqui riproducendo cultura e pratiche dominanti e i loro effetti, occorre, innanzitutto svelare tale mistificazione e i suoi effetti, come rende possibile ad esempio l’introduzione del concetto di psicoterapismo o un approccio “psicopolitico”. Questo svelamento consente, nello stesso momento e lungo il medesimo processo, attraverso una critica delle norme cliniche, lo svelamento della morale e delle politiche [18] incorporate dalle pratiche cliniche e da queste applicate e diffuse alla cittadinanza, di delineare i contorni di nuove pratiche e teorie cliniche, del dissenso, eretiche, liberate dalla propria alienazione, dall’indifferenza e dal conformismo del sentire [19], le cui fondamenta nascano dalla piena assunzione del proprio specifico contributo al mantenimento della violenza strutturale e dei “crimini di pace” [20] verso la popolazione che le si rivolge e a partire dal mandato sociale di supposta cura che la società che le ha delegato.

E’ esattamente questo processo di liberazione da cui e per cui prendono vita percorsi collettivi connessi alla nascita di specifici modelli teorici e operativi clinici, come il PTM,  di messe in discussione dei rapporti tra modello biomedico e i diversi orientamenti clinici, come sottolineato in “People Not Pathology: freeing therapy from medical model. Questi percorsi collettivi, nell’intersezione tra ruolo professionale e civile, consentono e richiedono una radicale messa in discussione degli assunti di base delle pratiche cliniche rendendole funzione dei diritti dei cittadini che rischiano di negare, in maniera simile, forse, al percorso avviato in Italia con la costituzione di una Rete di Psicoterapia Sociale che si dichiara più vicina e sensibile ai diritti e bisogni di tutta la popolazione. 

Bibliografia

[1]Padmanathan, P., & Rai, D. (2016). Access and rational use of psychotropic medications in low-and middle-income countries. Epidemiology and psychiatric sciences, 25(1), 4-8.

[2]Mendenhall, E., De Silva, M. J., Hanlon, C., Petersen, I., Shidhaye, R., Jordans, M., … & Lund, C. (2014). Acceptability and feasibility of using non-specialist health workers to deliver mental health care: stakeholder perceptions from the PRIME district sites in Ethiopia, India, Nepal, South Africa, and Uganda. Social science & medicine, 118, 33-42.

[3]Agyapong, V. I., Osei, A., Farren, C. K., & McAuliffe, E. (2015). Task shifting–Ghana’s community mental health workers’ experiences and perceptions of their roles and scope of practice. Global health action, 8(1), 28955.

[4]Javadi, D., Feldhaus, I., Mancuso, A., & Ghaffar, A. (2017). Applying systems thinking to task shifting for mental health using lay providers: a review of the evidence. Global Mental Health, 4, e14.

[5]Josefson, D. (2002). Psychologists allowed to prescribe drugs for mental illness. BMJ, 324(7339), 698.

[6] Castel R. (1975), “Psicanalismo: psicanalisi e potere”, Einaudi, Torino

[7]Haynes, R. B., Devereaux, P. J., & Guyatt, G. H. (2002). Clinical expertise in the era of evidence-based medicine and patient choice. BMJ Evidence-Based Medicine, 7(2), 36-38.

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9 settembre 2026 + Eventi, Scuola popolare

“Il figlio più bello” al Cinema Teatro Baretti di Torino

di sportellotiascolto Avatar di Sconosciuto

Martedì 15 settembre, alle ore 20.30, il Tavolo per la Salute Mentale di ARCI Torino promuove la proiezione, ad ingresso libero, presso il Cinema Teatro Baretti di Torino (via Giuseppe Baretti 4) del film “Il figlio più bello”.
Il documentario, diretto da Giovanni Piperno e Stefano Rulli, è stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e uscito nelle sale italiane con Wanted lo scorso aprile.
Al termine della proiezione è previsto un incontro con l’autore Stefano Rulli, insieme a Fabrizio Starace, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche (DSMDP) dell’ASL TO5, e Cecilia Marchisio, dell’Università di Torino, per un confronto sui temi al centro del film: la disabilità, la salute mentale, il percorso verso l’autonomia e il ruolo delle famiglie e dei servizi che le accompagnano.

IL FILM

Il figlio più bello racconta oltre quarant’anni di vita familiare, mettendo al centro il legame tra un padre e un figlio con disturbo dello spettro autistico. Quando Matteo nasce, nel 1978, in Italia l’autismo è ancora una condizione pressoché sconosciuta: i suoi genitori, la scrittrice Clara Sereni e lo sceneggiatore Stefano Rulli, attraversano anni difficili tra diagnosi incerte e un Paese impreparato ad accoglierli. Da quella battaglia, insieme privata e civile, nasce a Perugia la Fondazione “La Città del Sole”, un progetto pionieristico di convivenza tra giovani con sofferenza psichica e studenti universitari.

Oggi Matteo è un uomo adulto, vive in autonomia con altri coinquilini e si appresta a partire per un lungo viaggio in Vietnam: un traguardo un tempo impensabile, che riporta però a galla nel padre interrogativi mai del tutto risolti su cosa significhi amare un figlio senza soffocarlo. A vent’anni da Un silenzio particolare, Rulli torna davanti alla macchina da presa lavorando su un ricco archivio di footage familiare, questa volta affiancato dallo sguardo di Giovanni Piperno: ne nasce un racconto che non cerca soluzioni facili né consolazioni di comodo, e che parla non solo di autismo ma, più in generale, di amore genitoriale e accettazione dell’autonomia dei figli.

Contatti stampa: Tavolo Salute Mentale – ARCI Torino – salute.mentale@arcitorino.it

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8 settembre 2026 + Eventi, libro

Psicoterapia e Cambiamento sociale con Rete di Psicoterapia Sociale

di sportellotiascolto Avatar di Sconosciuto

Il 24 Settembre 2026, dalle 18 alle 19.30, Rete di Psicoterapia Sociale ha organizzato la presentazione di “Psicoterapia e Cambiamento Sociale. Teoria e Pratiche di un’esperienza dal campo: Sportello TiAscolto” (ed. Sensibili alle Foglie, 2026). .

Due dei curatori, Paolo Rabajoli e Marco Sassoon, dialogheranno insieme a Fabio Vanni (Presidente Rete per la Psicoterapia Sociale, Progetto SUM) e Gianpaolo Contestabile (Brigata Basaglia, PsiComunet) esplorando i contenuti del libro che racconta l’esperienza di Sportello TiAscolto e propone una riflessione su pratiche di autoorganizzazione e di cura nel contesto del terzo settore, che intrecciano dimensione professionale, sociale e politica, in una prospettiva di trasformazione delle modalità di intendere e praticare la professione, e del contesto sociale.

La partecipazione all’iniziativa è libera.
Per ricevere il link occorre mandare una mail a: info@retepsicoterapiasociale.it

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1 settembre 2026 + Articoli

Deprescrizione degli psicofarmaci. Una guida alla loro riduzione per professionisti e diretti interessati

di sportellotiascolto Avatar di Sconosciuto


E’ stato reso pubblico un documento, intitolato “Deprescrizione degli psicofarmaci. Una Guida alla loro riduzione per professionisti e diretti interessati“, che offre strumenti concreti per orientarsi in un ambito di crescente rilevanza nella pratica clinica quotidiana nel contesto attuale. Curato dalla rete italiana dell’IIPDW (International Institute for Psychiatric Drug Withdrawal) e disponibile gratuitamente con licenza Creative Commons 4.0, il documento si articola in tre sezioni pensate rispettivamente per medici prescrittori, pazienti e familiari, e psicologi e psicoterapeuti.

All’interno del lavoro, particolarmente rilevante è il documento intitolato, nella versione originale, “Guidance for Psychological Therapists: Enabling Conversations with Clients Taking or Withdrawing from Prescribed Psychiatric Drugs”, curato da Anne Guy, James Davies e Rosemary Rizq e sviluppato su impulso dell’All-Party Parliamentary Group for Prescribed Drug Dependence (APPG) britannico, con il contributo della British Psychological Society (BPS).

Come viene descritto nella prima parte, questa breve pubblicazione e guida nasce in risposta a una precisa esigenza formativa: la mancanza di una sintesi organica di evidenze, informazioni e formazione su questo tema rappresenta infatti un problema crescente per i terapeuti, indipendentemente dal loro orientamento o contesto di lavoro. Il dato è confermato da un sondaggio del 2018 condotto su circa 1.200 terapeuti iscritti a BPS, UKCP o BACP: il 96,7% dichiarava di avere in carico almeno un cliente/paziente in trattamento con uno psicofarmaco, ma solo il 7,3% si sentiva molto preparato a rispondere domande relative alla sospensione o l’assunzione di questi farmaci. Non stupisce quindi che il 93,1% degli intervistati abbia indicato come “utile” o “molto utile” poter contare su linee guida professionali dedicate a questo ambito. Inoltre, la guida fa parte di un corpo più ampio di risorse prodotto gratuitamente dalla BPS e tradotto in italiano che comprende anche “Una breve guida su ciò che ogni psicoterapeuta dovrebbe sapere riguardo a come lavorare con gli psicofarmaci“.

Se dal punto di vista clinico, una recente revisione sistematica sottolinea come le persone che vorrebbero sospendere vivano spesso nel rapporto clinico esperienze di invalidazione e di scarso coinvolgimento che costituiscono fattori ostacolanti per la propria traiettoria di vita, dal punto di vista delle politiche professionali, la guida si inserisce in un dibattito tutt’altro che concluso sui confini tra psicologia e psicofarmaci. Infatti, nel Regno Unito, il NHS England ha chiesto alla BPS di valutare un’estensione dell’autorità prescrittiva (potere prescrittivo), in maniera simile a quanto già avvenuto in alcuni stati USA (con la formalizzazione dei cosiddetti Prescribing Psychologists, psicologi con autorità prescrittiva).

Consapevoli delle diversità e delle specificità legate ai diversi contesti, riteniamo importante sottolineare che tanto la guida tradotta dall’IIPDW quanto le recenti linee guida dell’American Psychological Association per il coinvolgimento degli psicologi in temi farmacologici sottolineino la necessità di sviluppare competenze specifiche in materia, e costituiscano insieme uno strumento prezioso per riflettere e lavorare con attenzione e responsabilità deontologica, oltre che etica.

Nel contesto italiano, come psicoterapeuti, ci troviamo spesso ad accompagnare persone che assumono psicofarmaci, che desiderano ridurli o stanno valutando se iniziare o sospendere una terapia farmacologica. In tutti questi scenari, il nostro ruolo non può né deve essere quello di sostituirsi al medico prescrittore, ma di creare uno spazio di ascolto, validazione e riflessione che permetta alla persona di esplorare la propria esperienza, i propri desideri e le proprie preoccupazioni, nella chiara distinzione tra consigli medici e informazioni accurate, basate sulle più recenti evidenze.

Per questo, la guida IIPDW invita i clinici a sviluppare competenze specifiche per:

  • Aggiornare le proprie conoscenze sui principali effetti, effetti avversi e possibili reazioni da sospensione delle diverse classi di psicofarmaci, per poter sostenere un dialogo informato con il paziente e, se necessario, con il medico prescrittore
  • Facilitare il dialogo con i pazienti sulle loro esperienze con i farmaci, in modo non giudicante e informato
  • Riconoscere e mettere in discussione i propri pregiudizi su un tema spesso trascurato nei percorsi formativi
  • Promuovere il pieno consenso informato, principio ribadito dalla Legge 219/17, sostenendo la capacità di scelta della persona
  • Collaborare in modo interprofessionale con medici e altri professionisti, nel rispetto dei reciproci confini deontologici

Il mandato sociale della psicoterapia

Il tema del rapporto con i farmaci psicotropi interroga profondamente la funzione sociale della nostra professione. In un contesto in cui le prescrizioni di psicofarmaci sono in crescita costante, la psicoterapia può svolgere un ruolo cruciale nel promuovere una cultura della cura che non riduca il malessere a un problema esclusivamente biologico, ma che tenga conto delle storie personali, dei contesti sociali e delle risorse della persona.

Il documento IIPDW rappresenta una risorsa preziosa per ampliare la riflessione sulle nostre pratiche e per sostenere un approccio alla cura che ponga al centro la persona, la sua storia e il suo diritto a essere pienamente informata e partecipe delle decisioni che la riguardano.

Per chi desidera approfondire, la guida è disponibile gratuitamente online ed è pensata per essere consultata sia integralmente sia per sezioni, a seconda delle esigenze specifiche del proprio contesto di lavoro

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Contributo integralmente tratto da un articolo pubblicato sul sito di Rete di Psicoterapia Sociale.






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28 luglio 2026 + Articoli, libro, Pubblicazioni

La psicologia non è neutrale

di sportellotiascolto Avatar di Sconosciuto

Riprendiamo da Saluteinternazionale

L’ estraneità della psicologia alla salute e sanità pubblica costituisce una caratteristica trasversale della partecipazione politica della comunità professionale orientata soprattutto a rivendicazioni corporativistiche e all’espansione del proprio spazio professionale, piuttosto che su obiettivi più ampi di salute pubblica, come il rafforzamento del SSN, la salute della popolazione e la tutela dei diritti che costituiscono i presupposti per godere, mantenere e curare la salute mentale.

Nel campo della salute mentale, la psicologia, seppur marginale nel SSN e nei servizi di salute mentale, occupa uno spazio culturale ed economico in costante crescita. La crescente disponibilità di servizi psicologici è accolta come un miglioramento sociale, ma non è priva di contraddizioni. La psicologia ha ridefinito il significato socialmente attribuito all’espressione “salute mentale”, estendendone i confini al di là dei servizi psichiatrici, delle persone cosiddette “gravi” e delle “malattie mentali” senza tuttavia sviluppare una coscienza critica del proprio mandato sociale se non in elaborazioni teoriche o esperienze isolate. Psichiatria e psicologia, dispositivi distinti, condividono almeno apparentemente, il campo della salute mentale su cui operano congiuntamente. Tuttavia, pur utilizzando talvolta il medesimo paradigma, la salute mentale di cui parlano e i cittadini a cui si rivolgono, sono sostanzialmente differenti. Tale differenza sostanziale non nega una continuità profonda tra psicologia e psichiatria che, in quanto dispositivi tecnici, condividono una funzione politica di conservazione dell’ordine sociale e delle sue contraddizioni.

Robert Castel considerava pericoloso intendere le terapie psicologiche come sostanzialmente differenti rispetto a quelle utilizzate dalla psichiatria [1]. In “Lo psicanalismo”, Castel descrive due movimenti paralleli nella storia della medicina mentale: l’allargamento del campo di intervento, dai “folli” ai “sofferenti”, e lo sfaldamento e diluizione delle strutture istituzionali psichiatriche. In questo processo, come osservato per la “psicoterapia istituzionale”, la psicoanalisi avrebbe svolto una funzione ambigua: insieme antagonista reale alla violenza psichiatrica ma anche funzionale alla sua conservazione e alla trasformazione delle forme di dominio, ammorbidite e “umanizzate”. Espandendo le categorie diagnostiche e abbassando le soglie che dividono sani dai malati, le discipline basate sulla parola diventano operatrici dell’allargamento del campo di intervento dei dispositivi di sapere e potere sulla sofferenza, accrescendone la pervasività sociale. Più capillari e accettabili, riproducono nuove forme di violenza tecnica ammantata da ideologia della cura, apparentemente superando le forme più esplicite di controllo, praticamente conservate.

Lo strumento critico dello “Psicanalismo” diventa “Psicoterapismo” applicando tale critica radicale all’attuale uso e diffusione di dispositivi psicologici e psicoterapici e alla riproduzione di disuguaglianze di potere e sapere che solo apparentemente provano  a superare [2]. Già trent’anni fa Rose [3] osservava come le “discipline psi” avessero progressivamente colonizzato la soggettività, diventando un dispositivo per il governo dell’anima, producendo individui che si governano attraverso categorie psicologiche e interiorizzano come problema personale ciò che si produce nell’interazione con condizioni sociali e strutturali. La psicologia non supera le contraddizioni della psichiatria: le trasforma, le rende invisibili, diffondendole e diffondendosi capillarmente.

Al di là delle differenze, le teorie e le pratiche psicologiche condividono l’assunto che l’origine della sofferenza sia individuale e intrapsichica, derivando da pattern cognitivi, dinamiche relazionali precoci, disregolazione emotiva, economia libidica. Questa concezione, culturalmente egemone insieme a quella della psichiatria organicistica, produce letture della sofferenza decontestualizzate dalle condizioni storico-sociali in cui si genera, naturalizzandola e restituendola alla persona come problema proprio, privato, individuale. Per questo la psicologia viene considerata uno strumento che consente alle società di non guardarsi allo specchio [4].

La psicologia persuade, ideologicamente, dell’origine prevalentemente interiore della sofferenza, producendo pazienti su cui fonda la propria legittimità, ai quali restituisce letture e soluzioni tecniche, individualizzate e decontestualizzate, che adattano le persone al mondo sociale che viene così riprodotto, con il suo insieme di valori, visioni, categorie e verità. La sofferenza incorporata, prodotta dall’accumulazione di esperienza derivante da assetti sociali iniqui, viene destoricizzata, neutralizzata nel suo potenziale critico: trasformata in sintomo, trattata tecnicamente, sottratta alla possibilità di diventare, collettivizzata nello spazio pubblico, socialmente trasformativa.

Questo meccanismo è strettamente legato alla formazione universitaria e specialistica, quest’ultima quasi esclusivamente privata. L’assenza di epidemiologia, salute pubblica e politiche sanitarie nei percorsi formativi degli psicologi italiani riflette una postura epistemologica e politica che privilegia l’individuo e la sua psiche, trascurando invece quei saperi che mettono al centro le condizioni sociali con cui le persone interagiscono e attraverso cui, lungo l’arco di vita, si plasmano, e la cui esperienza, costitutivamente intersezionale, viene incorporata. Il professionista prodotto è preparato a intervenire sull’interiorità, privatizzata, ma non dispone degli strumenti per comprendere la salute collettiva, il contesto sociale e le sue strutture e dinamiche oggettive, sempre soggettivamente vissute e socio-culturalmente determinate. Le condizioni socio-storiche non vengono ignorate per scelta ma perché la formazione tende a oscurarle, enfatizzando la dimensione puramente soggettiva e presentandola come esclusivamente individuale.
Il modello di sofferenza appreso durante la formazione produce determinate pratiche e istituzioni della cura, basate sui medesimi assunti. Le modalità con cui il disagio viene letto, classificato e trattato strutturano specifici regimi di accessibilità, copertura e inclusione nella cura, producendo effetti concreti e visibili nel corpo sociale.

Da un lato si colloca l’offerta psicologica, nel mercato privato, in regime di libera professione, accessibile e rivolta a chi dispone delle risorse, materiali e simboliche e di salute, sufficienti a sostenere un percorso settimanale. Questa domanda di cura non è semplicemente “data”, ma socialmente prodotta e selezionata: viene resa esprimibile, trattabile e solvibile entro forme compatibili con il setting privato.
Dall’altro la psichiatria pubblica nel SSN, il quale dovrebbe rappresentare il perno del diritto alla salute mentale, ma che di fatto riceve per delega ciò che il mercato privato non può, non vuole o non riesce a trattare: sofferenze più gravi, condizioni socialmente compromesse e prese in carico complesse. Questa divisione del campo della salute mentale non ha fondamento clinico o scientifico né deriva da bisogni differenti, ma produce effetti sistemici concreti. Il confine è economico, organizzativo e culturale, non clinico.
Il risultato è un sistema a due standard: un circuito privato che intercetta la domanda più lieve e solvibile e un sistema pubblico impoverito in quantità e qualità che concentra la sofferenza più complessa. Viene così sostenuto che la salute mentale sia una sola, ma le cure sono organizzate come se fossero due. Questo alimenta lo stigma che sta a monte e a valle di tale organizzazione e, in questo contesto diviso e divisivo in cui la distribuzione dell’accesso replica così disuguaglianze sociali già esistenti, il concetto di diritto alla salute mentale mostra la propria contraddittoria ambiguità.

La gravità diventa spesso un criterio implicito di esclusione dalle cure psicologiche che trasformano la vulnerabilità in esclusione e, insieme, di accesso al sistema pubblico, cronicamente sottofinanziato e raramente capace di garantire interventi appropriati ed efficaci. In questo quadro, la distribuzione di interventi psicologici privati e dei servizi psichiatrici pubblici, esacerba disuguaglianze di salute e sociali preesistenti, costituendo una risorsa solo per chi già gode di migliori condizioni sociali e di salute, escludendo selettivamente chi si trova in posizione di svantaggio e alimentando dinamiche riconducibili all’Inverse care law (a). 

Questa estraneità della psicologia alla salute e sanità pubblica costituisce una caratteristica trasversale della partecipazione politica della comunità professionale orientata soprattutto a rivendicazioni corporativistiche e all’espansione del proprio spazio professionale, piuttosto che su obiettivi più ampi di salute pubblica, come il rafforzamento del SSN, la salute della popolazione e la tutela dei diritti che costituiscono i presupposti per godere, mantenere e curare la salute mentale. Ad eccezione dell’impegno per l’inserimento della salute mentale nelle cure primarie, ne sono esempio le mobilitazioni ampie per contrastare l’aumento del contributo previdenziale o l’iniziativa di legge popolare promossa da Rete Psicologi Nazionale che utilizzando la narrazione del “bene comune” mira prevalentemente all’ampliamento della presenza professionale “nelle scuole, negli ospedali, nei municipi, nelle carceri, nei consultori, nei luoghi di lavoro e di sport”. Parallelamente, su questioni strategiche per la salute pubblica, come il PANSM, l’impegno degli psicologi ha prodotto debolissime capacità di incidere sui contenuti, prima, e quasi irrilevanti critiche significative nel dibattito pubblico, poi. Anche l’esclusione degli psicologi dalle équipe di base delle Case della Comunità definite da AGENAS non segnala tanto una debolezza nel rappresentare i propri interessi quanto l’assenza di una più ampia capacità di incidere nelle scelte di policy relative all’organizzazione dei servizi territoriali rispondendo a bisogni di salute pubblica.

Per quanto narrata come avanzamento sociale nella tutela dei diritti, la diffusione incondizionata dei dispositivi psicologici non è necessariamente meglio per la salute di tutte e tutti né del corpo sociale. L’espansione selettiva dell’offerta psicologica e la diffusione della “cultura terapeutica” [5], delle sue categorie [6] e del “therapy speak” oscurano i rischi legati all’estensione dei dispositivi tecnici di adattamento e gestione della sofferenza, più che di radicale trasformazione sociale. La critica alla neutralità della psicologia implica riconoscerne contraddizioni storiche, sociali e politiche e funzioni ideologiche. Ancor più laddove, costituendosi come dispositivo di egemonia culturale, questa produce, riprendendo Illich, forme di controproduttività specifica [7]: quel fenomeno per cui un’istituzione, superata una certa soglia di espansione, non solo fallisce rispetto ai propri fini, ma tende sistematicamente a rovesciarli, generando effetti opposti. Mentre promette emancipazione, individualizza il conflitto, depoliticizza il malessere, riduce questioni strutturali in problemi prevalentemente soggettivi. Occorre quindi rovesciarne criticamente presupposti, funzioni e pratiche.

Basaglia non aveva smesso di fare il medico: aveva cambiato il modo di incarnare il ruolo, riconoscendo i limiti della psichiatria e usandola come leva per coniugare professione e cittadinanza, ruolo e identità di tecnico e cittadino, competenza tecnica e responsabilità politica. È ancora questa la posta in gioco, la partita continua.

Matteo Bessone, TiAscolto A.P.S, Tavolo Arci Salute Mentale e Gianluca D’Amico, Comunet-Officine Corsare, Tavolo Arci Salute Mentale

Bibliografia
[1] Castel R. (1975). Lo psicanalismo: psicanalisi e potere. Einaudi.
[2] Bessone M., Rabajoli P., Sassoon M., Sarasso P. (2026) Psicoterapia e cambiamento sociale. Toria e pratiche di un’esperienza dal campo: Sportello TiAscolto. Ed. Sensibili alle Foglie.
[3] Rose N. (1989) Governing the soul: The shaping of the private self.
[4] Davies, W. (2015). The happiness industry: How the government and big business sold us well-being. Verso books.
[5] Furedi, F. (2013). Therapy Culture: Cultivating Vulnerability in an Uncertain Age . Routledge.
[6] Haslam, N. (2016). Concept creep: Psychology’s expanding concepts of harm and pathology. Psychological inquiry, 27(1), 1-17.
[7] Illich, I. (1975). Medical Nemesis: The Expropriation of Health. London: Calder & Boyars.

[a] La legge dell’assistenza inversa è un principio di sanità pubblica secondo cui la disponibilità di un’assistenza medica di qualità tende a variare in modo inversamente proporzionale alle esigenze sanitarie della popolazione servita. vedi Hart JT, The inverse care law, The Lancet, Volume 297 , Numero 7696 pp. 405-412 27 febbraio 1971.

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23 luglio 2026 + Articoli

Salute mentale: questione complessa

di sportellotiascolto Avatar di Sconosciuto

Parlare di salute mentale significa affrontare un tema che va ben oltre la dimensione clinica. Salute mentale è un termine ombrello che comprende una serie di dimensioni intrecciate tra loro: dimensione dei diritti, politica, professionale, scientifica, istituzionale. Con questo scritto intendiamo fornire alcune coordinate non riducendo la complessità della questione ma fornendo una bozza dell’interconnessione delle diverse facce della stessa medaglia.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) [1] definisce la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non come semplice assenza di malattia. Questa prospettiva, rafforzata dalla Dichiarazione di Alma-Ata [3] e dalla Carta di Ottawa [4], riconosce la salute come un diritto umano e sottolinea l’importanza della sua promozione attraverso l’impegno congiunto di istituzioni, sanitarie e non, professionisti e cittadini, così come della partecipazione alla vita collettiva come fine e strumento nel contesto della promozione della salute.

Nel corso degli anni il concetto di salute mentale si è progressivamente allontanato da una visione esclusivamente medica. Il modello bio-psico-sociale ha tentato di integrare dimensioni biologiche, psicologiche e sociali, ma permane una difficoltà nel definire in modo univoco cosa sia realmente la salute, e quale relazione esista tra la salute e le cornici culturali, sociali, politiche e professionali attraverso cui viene letta, interpretata, vissuta e curata (in questo senso possiamo parlare di “costruzione sociale della salute”). Se la “sanità” può essere descritta attraverso parametri osservabili e misurabili, la “salute” rappresenta invece una costruzione non statica, influenzata da fattori culturali, relazionali e storici. La salute mentale non coincide con l’assenza di sintomi, con un azzeramento di sofferenza o malessere, ma con la capacità delle persone e delle comunità di costruire significati condivisi, mantenere relazioni sociali e sviluppare percorsi di vita aperti a molteplici possibilità. In questa prospettiva assumono particolare rilievo la coesione sociale, il dialogo e la promozione di contesti che favoriscono il benessere collettivo, piuttosto che la semplice prevenzione della malattia. In questo senso è particolarmente evocativo il significato del titolo del libro “Tra Parentesi” [2], scelto da Peppe Dell’Acqua, Massimo Cirri ed Erika Rossi (trasposto anche in uno spettacolo teatrale) e ispirato al pensiero fenomenologico di Eugène Minkowski.

“Mettere tra parentesi” la malattia significa sospendere uno sguardo esclusivamente diagnostico per restituire centralità alla persona nella sua interezza. È la lezione che ha guidato Franco Basaglia: ilpaziente non coincide con la sua diagnosi, ma è una persona portatrice di una storia, di relazioni e di un vissuto unico, e appartenenze all’interno di uno specifico contesto sociopolitico in cui è situato.

La cura diventa allora un incontro capace di comprendere il significato della sofferenza e di accompagnare la costruzione di nuovi percorsi di vita, senza lasciare che l’etichetta della malattia definisca interamente l’identità dell’individuo.

Accanto alla riflessione teorica emerge però una questione concreta: l’accesso alle cure psicologiche e psichiatriche, i luoghi in cui si offre un percorso di cura, spazi in cui avviene un incontro sostanzialmente. In Italia esiste una rete pubblica di servizi territoriali – centri di salute mentale (CSM/CPS), servizi per le dipendenze (Ser.D), neuropsichiatria infantile (NPI) e consultori – che garantisce il diritto alla cura. Tuttavia, il problema principale non risiede tanto nell’assenza di strutture quanto nella cronica insufficienza di personale e di risorse. Le lunghe liste d’attesa e il ridotto numero di psicologi impiegati nel Servizio Sanitario Nazionale limitano di fatto l’accessibilità ai percorsi di cura. In questo contesto, strumenti come ad esempio il recente bonus psicologico, la sperimentazione dello psicologo di base rappresentano una risposta solo parziale. Se da un lato favoriscono l’accesso alle prestazioni private, dall’altro non affrontano il nodo strutturale del potenziamento dei servizi pubblici. La domanda di assistenza psicologica cresce costantemente, ma l’offerta resta insufficiente, con il rischio che molte situazioni non considerate urgenti rimangano prive di risposta.

Al riguardo lo Sportello TiAscolto si colloca sul confine tra spazio pubblico e spazio privato, non volendosi sostituire all’istituzione pubblica e cercando di smarcarsi dalla logica meramente privata di uno studio associato. La criticità strutturale, purtroppo duratura, dell’ambito istituzionale pone degli interrogativi agli operatori dello Sportello a al progetto stesso della rete nazionale, soprattutto in prospettiva futura.
Le criticità risultano ancora più evidenti nell’ambito dell’età evolutiva. Neuropsichiatria infantile e servizi dedicati ai minori soffrono di una ormai cronica carenza di personale e finanziamenti, mentre spesso si investe maggiormente in attività di screening e diagnosi piuttosto che in percorsi terapeutici, riabilitativi ed educativi (strutturati nel tempo). Il rischio è quello di identificare precocemente il presunto disagio, senza però garantire poi un’effettiva presa in carico. Il servizio pubblico identifica e diagnostica, la cura rimane sempre più ad appannaggio del privato, frammentato e competitivo.

Parallelamente a ciò, il dibattito pubblico oscilla tra due estremi: da una parte la crescente esposizione mediatica dei temi legati alla salute mentale, talvolta semplificati o trasformati in fenomeni di consumo; dall’altra la tendenza ad associare automaticamente il disagio psichico alla pericolosità sociale, alimentando richieste di controllo e contenimento piuttosto che di cura e inclusione. Si tratta di una rappresentazione che contribuisce ad alimentare etichette non solo psichiatriche, ma anche teoriche (con stigma e discriminazioni annessi).
Non tutti gli strumenti sono uguali però. Ad esempio il PTM (Power Threat Meaning) è uno strumento che inverte la logica classica, si focalizza sull’esperienza del paziente per poi giungere ad una costruzione collettiva del significato e sulla diagnosi della situazione clinica. Per questo motivo, ma non solo, la salute mentale deve essere considerata innanzitutto una questione politica, culturale e di diritti. Investire nei servizi territoriali, aumentare il numero dei professionisti, promuovere interventi di prevenzione e riabilitazione e sostenere percorsi di inclusione sociale significa dare concreta attuazione al diritto alla salute (previsto anche attraverso i LEA, livelli essenziali di assistenza). Allo stesso tempo, è necessario contrastare narrazioni riduzionistiche che identificano la sofferenza psicologica con la devianza o la criminalità e la maggiore disponibilità di cure psicologiche come unico baluardo del progresso sociale. Il rischio, altrimenti, è quello di alimentare processi di psicologizzazione e individualizzazione del disagio, attribuendo prevalentemente all’individuo la responsabilità di affrontare sofferenze che affondano le proprie radici anche nelle condizioni materiali, nelle disuguaglianze sociali e nei contesti di vita. Una prospettiva improntata alla psicologizzazione, così come approfondito nel nostro libro (Matteo Bessone, Paolo Rabajoli, Marco Sassoon, Pietro Sarasso – PSICOTERAPIA E CAMBIAMENTO SOCIALE TEORIA E PRATICHE DI UN’ESPERIENZA DAL CAMPO: SPORTELLO TIASCOLTO), finisce altrimenti per oscurare i determinanti sociali della salute mentale e per depotenziare il ruolo delle politiche pubbliche realmente preventive, sanitarie e non, nel contrasto delle cause strutturali del disagio.

La sfida dei prossimi anni consiste nel recuperare una cultura della cura fondata sulla dignità della persona, sulla responsabilità collettiva e sulla partecipazione della comunità. In una società attraversata da profonde trasformazioni sociali, economiche e digitali, la salute mentale non può essere relegata a una questione individuale: rappresenta un bene comune, il cui perseguimento richiede investimenti, competenze e la capacità di mettere, ancora una volta, “tra parentesi” l’etichetta della malattia per tornare a vedere la persona nella sua irriducibile umanità.

Bibliografia:
[1] OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità);
[2] Dell’Acqua, Cirri, Rossi (2019), Tra parentesi;
[3] Dichiarazione Alma-Ata (1978);
[4] Carta di Ottawa (1986);

Illustrazione: opera di Maurizio Serra.

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17 luglio 2026 + Articoli, testimonianze

“Please document that I shared these concerns and no action was taken”.

di sportellotiascolto Avatar di Sconosciuto

Purtroppo sono ancora viva. Se fossi morta, forse si sarebbe parlato di me in un convegno. Che senso hanno convegni, incontri e libri dopo, se chi chiede aiuto prima viene lasciato da solo/a? Se le testimonianze chieste poi non vengono accolte o non cambia niente? Porto una testimonianza soggettiva, legata ad altre di cui nessuno si occupa “finché non capita a te”.

“Tua mamma ti voleva morta per avere un grande dolore da piangere”

“Io ho capito benissimo lei come funziona, vede tutti come violentatori”

“Non sa usare la terapia, ha un senso di morte enorme, una rabbia incontenibile, una scatola troppo piccola per le emozioni e ogni incontro con il mondo esterno risulta un urto insostenibile”

“Io ho fatto analisi per 4 volte a settimana e ho studiato 10 anni”

“Ha un enorme buco nero dentro che inghiotte tutto/i”

“Non collabora, ha una forza distruttiva potentissima, proietta fuori di sé, è invidiosa”

“E’ un’ingrata”

“Ha avuto un grande culo a trovare me come terapeuta, io mi sento la coscienza a posto, ho fatto tutto e oltre il possibile”

 “Lei parte da sotto zero e deve abbassare le aspettative”

“Tutti i gruppi di supervisione mi hanno chiesto perché perdo ancora tempo con lei” [per scoprire, poi, che era stato un unico incontro con un’altra terapeuta e il mio psichiatra]

“Quanta sicurezza! Non ha ancora capito che dovrà stare in analisi per anni?”

“Vediamo cosa succederà quando riprenderà a lavorare, ci credo che si chiede se insegnare fa per lei se sta così male; è facile insegnare agli stranieri, si sente in una posizione di superiorità” [erano gli effetti collaterali dei farmaci, lavoro da 20 anni con le persone pescate dal mare]

“Senza di me sarebbe nella tomba o in una clinica psichiatrica da anni”

“Ci sono porte che non le si apriranno mai”

“Farà molta fatica ad avere un lavoro e un fidanzato normali” [mentre non vedevo che già ce li avevo]

“Sono stufa di lei, nessuna paziente mi ha fatto arrabbiare così nella mia carriera”

Ero stata violentata dal mio primo fidanzato. La mia prima volta. Ho chiesto aiuto, avevo vent’anni.

Per 15 anni sono stata trattata, con anche un mix variegato e potente di farmaci, per una “psicosi protonsensorialepresimbolica arcaica”, fino a quando ho letto moltissimi libri e sono riuscita ad andarmene.

Questa diagnosi non è mai stata scritta, ma mi è stata ripetuta in maniera martellante.

Questa diagnosi non esiste.

Sono state terapie private, ma vorrei che la mia storia uscisse da quattro mura e due persone per diventare, spero, riflessione. Io vivo e voglio vivere nel mondo. Non sono stata riferita ad altri né nel pubblico né nel privato e ho avuto un medico di base, sempre la stessa, alla quale ho chiesto inutilmente aiuto e che mi ha rifatto ricette per antipsicotici. Ho una cartella clinica con scritti tutti i farmaci. Esiste, è un documento e si finge che non ci sia.

I farmaci hanno peggiorato la mia salute con effetti collaterali. Ho perso delle cose irrecuperabili; lo dico con oggettività. Avevo sintomi leggibili e chiari che sono diventati tutt’altro per interpretazioni altrui: una confusione infinita.

Può essere che io non sia stata una brava paziente, ma perché avrei dovuto lasciarmi distruggere? Le mie parole sono spesso state utilizzate contro di me, invece che per riflettere, per attaccarmi immagini addosso che venivano da parole, pensieri o immagini della mente di altri. Non ero d’accordo perché non mi appartenevano: ero una paziente difficile?

Da fuori sono di bell’aspetto, colta, divertente e con varie carriere. È vero e ne sono felice e orgogliosa, ma, spesso, devo gestirmi sintomi in silenzio e neanch’io sono esente da sofferenza, difficoltà e fragilità. Chi sono non mi ha impedito di finire nella situazione in cui sono finita e il dolore mi ha fatto perdere lucidità. Non sono diventata più forte, né più sensibile. Sono e voglio essere forte e fragile come ogni essere umano e vivere tra persone che si permettono di vivere, anche loro, da forti e fragili, accettando la fatica, la complessità e la reciprocità che comporta.

Non ho nessuna filosofia positiva rispetto all’accaduto: accetto, ma non perdono. Faccio la mia parte di cittadina, prendendomi la responsabilità che mi pertiene di parlare e raccontare. Quando mi dicono che è folle, impossibile e assurdo, rispondo che, in Italia, tra il 2008 e il 2023, è successo. A 39 anni ho fatto il primo pap test e ho riavuto un rapporto completo (dai 20 anni). Tramite un gruppo facebook ho trovato un’ostetrica privata di un’altra città che ha curato in due mesi il mio vaginismo “incurabile”. Faticano a crederci o si spaventano, gli altri.

Avevo un gran dolore che mi ero tenuta per me – scelta della quale sono decisa – ma affidandolo a chi pensavo potesse aiutarmi.

Sono stata trattata e sono stata fatta cronica quando non lo ero.

Ho studiato lavorando. Probabilmente non avrò mai figli.

Nessun dispositivo di sicurezza ha funzionato. Né il confronto psicoterapeuta-psichiatra, né il mio medico di base che si è rifiutata di scrivere una relazione, chiesta dall’Avvocato, per dire, semplicemente, che ero andata molte volte a riferire che stavo male e mi ha solo abbracciata, alla fine, dicendo che ero stata bravissima a uscirne da sola. Aspetto da più di un anno le risposte alle mie pec dagli Ordini che hanno negato la mediazione del Tribunale del Malato. Ho dato le carte ad un Avvocato, sfinita. Che per loro non ci sia stato un problema, voglio che venga scritto.

Ero capace di intendere e di volere, ma ero comunque permeabile in un rapporto asimmetrico di potere e cura. Perché, dolorante, mi si ritorce contro che ho lottato con forza, senza accessi al pronto soccorso e cercando di calmarmi? Perché viene usato contro di me, sostenendo che me ne sarei potuta andare quando volevo? Quali parole, a prescindere, è lecito dire in terapia? Quali atti? Che limite? Perché non si risponde ad una domanda di confronto dopo 10 anni di presa in carico? Nella relazione dello psichiatra, chiesta ex post, mancano 4 anni su 7 (avendo io le ricevute, tutte) e dei farmaci. Perché nessuno si assume la responsabilità/voglia di comprendere cosa sia successo? Ho cambiato psichiatra e abbiamo tolto l’antipsicotico in 4 settimane senza effetti collaterali. In 3 anni sono stata sempre meglio mentre in 15 sempre peggio, ma continuo a pagare io cure private per riparare. Quanta vita, forza e serenità si può far perdere ad una giovane donna, tra i 20 e i 40 anni, che chiede volontariamente aiuto? Quanto tempo? Soldi?

Non sono riuscita a gestire tutto, sono solo riuscita a salvarmi la vita. Non posso lasciarlo andare, come molti ingenuamente suggeriscono. Non mi definisce, ma è una delle parti di me. Scrivo per provare ad evitare altri errori rossi così a lungo sulla vita delle persone. Per denunciare, certo, ma per proporre. Credo che oggi si abbiano moltissime conoscenze e non vengano applicate.

Per due anni sono uscita di casa quasi solo per lavorare. Mi veniva da vomitare a vuoto, non riuscivo a respirare, avevo la diarrea costante e mi sentivo svenire. Non provavo paura, ma rabbia, perché facevo cose che mi piacevano, sapevo fare e non ci riuscivo. Con metà testa e metà corpo stavo male, con l’altra mi tranquillizzavo, dicendomi che avrei trovato una soluzione. Ho lavorato perché volevo andare avanti.

La mia storia ha avuto ricadute sui miei affetti che, nonostante quanto mi veniva detto, hanno rispettato il mio parziale silenzio e mi hanno pagato le cure, affidandomi e riconoscendo i loro limiti.

Vorrei ridare a ciascuno il proprio ruolo. Non era mio compito leggere, studiare e fare ricerche mediche per capire cosa avessi. Non sapevo le regole. Non era il mio lavoro fare l’anamnesi, trovare una diagnosi che, a me, interessa non come momento definitorio ma solo come via per scegliere il cammino, scalare antipsicotici o fare riabilitazione del pavimento pelvico. Non potevo e non volevo farlo da sola. Ai professionisti che mi chiedono “come si fa a gestire così tanta mal gestione e rifiuti?” rispondo che devo e non ho avuto alternative, ma questa domanda la rivolgerei a loro: come è stato possibile? Come è possibile, ancora adesso, che debba essere io?

Ci ho impiegato tre anni a scrivere, con i miei successivi curanti, per dare un senso e trovare una nuova direzione. Anche la vecchia, in parte, perché mentre io mi sono rimessa in gioco nelle relazioni i miei ex curanti non hanno risposto. Cosa dovrebbe pensare un paziente?

Se anche fossi stata psicotica o con qualsiasi altra difficoltà, non sarei stata nel posto giusto?

Vivo in una delle prime 10 città italiane, con poli ospedalieri di eccellenza e universitari. Ho scritto a più di 120 Associazioni e professionisti vari per ipotizzare e proporre piccoli spazi di possibilità chi mi faceva tornare al punto di partenza di impossibilità abituale. Silenzio. Vivo in una repubblica con il diritto alla salute, a me negato, nella Costituzione. In uno stato della UE che ha ratificato il modello biopiscosociale (OMS, 2001). Tra i diritti dello Stato verso i cittadini ci sono quelli positivi che richiedono azioni e risorse affinché siano garantiti. Sono spesso diritti sociali. Tra questi, c’è la salute.

Racconto per persone, pazienti e professionisti, anche quelli che mi avevano promesso uno spazio e sono scomparsi.

Perché si parli della sessualità nelle anamnesi e nel percorso, se desiderato, e se prescritti farmaci che la alterano. Per dire di chiedere degli effetti collaterali, sempre, di monitorarli con i professionisti, di chiedere e richiedere se non si ha risposta, non si capisce o non si è d’accordo. Perché si parli delle sindromi femminili, della fertilità nei giovani. Perché i professionisti siano trauma informed. Se si prenota un appuntamento, passando prima a spiegare la situazione, non è piacevole trovarsi il medico arrabbiato. Non avevo paura di quel medico, di quella visita (pure fosse): non riuscivo a stare in piedi, a vivere. Per il non giudizio. Perché non si aggiungano traumi a traumi nella vita, per chiunque, con ogni persona. Non mi interessa la dicotomia maschi-femmine, non lo riduco ad una questione di genere.

Parlo dei bias dei curanti, anche. Qualcosa è successo. Non so cosa, non ho risposte.

Perché il Centro antiviolenza della mia città non ha una ginecologa di fiducia? Perché non c’è uno sportello per il dolore cronico pelvico pubblico?

Ho dichiarato le spese mediche nel 730 e mi è stato chiesto se avessi la L. 104. Non ce l’ho, è successo un disastro dichiarato, ma ancora non dichiarabile. Ho scritto per cercare un passo nella società, tra persone, nel collettivo. Sono una donna, una cittadina, un’insegnante: non mi interessa distruggere, ma costruire; capire cosa è potuto andare così male, per migliorare. Cura e politica.

“Please document that I shared these concerns and no action was taken”.

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6 luglio 2026 + Recensioni

Rivolte di strada

di sportellotiascolto Avatar di Sconosciuto

di Benjamin S. Case

Ed. Meltemi, 2025 (ed. italiana)

Le rivolte di piazza hanno ripreso la scena a livello globale a fasi alterne negli ultimi anni, riaprendo numerosi dibattiti, spesso profondamente polarizzati, mediatizzati e sensazionalistici, attorno ai temi della violenza politica e della non-violenza in un mondo che precipita tra catastrofi climatiche, tecnocrazie e genocidi. Il libro di Benjamin S. Case, attivista, educatore, scrittore e ricercatore statunitense, vuole inserirsi proprio in questo tempo e dibattito provando ad aprire la discussione proponendo uno studio sociale e politico delle rivolte piuttosto che una valutazione morale fortemente diffusa sia nell’opinione pubblica che in molti ambienti dell’attivismo.
Case infatti costruisce un testo che approfondisce la dimensione teorica della dialettica tra violenza e non violenza nella storia dei movimenti sociali e rivoluzionari, esplicitando una critica alla “non violenza strategica”, posizione fortemente diffusa negli ultimi decenni in particolare nei contesti dell’attivismo anglosassone e che viene frequentemente proposta come l’unica e “scientifica” strategia di vittoria per i movimenti. L’autore prova a complessificare questo dibattito ed esplorare cosa sono effettivamente le rivolte, come si esprimono a livello materiale, simbolico, relazionale, emotivo, che forme organizzative assumono e quali rifiutano, quale confronto si è prodotto nella storia in diverse zone del mondo tra forme violente e non violente provando a mettere in discussione la rigidità autoescludente tra le due strategie, facendolo attraverso una ricerca rigorosa che unisce un’approfondita analisi di dati con la voce dell* attivist*, dando parola diretta a chi ha partecipato a mobilitazioni e rivolte dagli Stati Uniti al Sudafrica.

Una lettura necessaria per non guardare ai tumulti e riot che crescono a ondate intorno a noi solo dallo schermo della televisione o di uno smartphone, ma provando a conoscerli da vicino e da dentro, come esperienze e fenomeni sociali essenzialmente parte di società diseguali e oppressive, e che possono anche aprire domande impreviste e fornire insegnamenti profondi sulle possibilità di cambiamento radicale che abbiamo a disposizione.

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29 giugno 2026 + Recensioni

Non ho l’arma che uccide il leone … Storie del manicomio di Trieste

di sportellotiascolto Avatar di Sconosciuto

di Giuseppe Dell’Acqua,

Ed. Stampa Alternativa, 2007

L’opera di Giuseppe Dell’Acqua è una raccolta intensa e profondamente umana di testimonianze che attraversano la storia del manicomio triestino prima, durante e dopo la rivoluzione basagliana. Il testo non si limita a documentare un’istituzione, ma restituisce voce e volto alle persone che l’hanno abitata, rendendo visibile ciò che per lungo tempo è rimasto nascosto o silenziato.
Le storie raccontate sono molteplici e differenti, ma accomunate da un destino di segregazione: alcuni arrivano già durante l’infanzia, crescendo all’interno dei padiglioni fino a non conoscere altre realtà se non quella istituzionale; altri sono figli di persone ricoverate e sembrano destinati a ripercorrerne il destino. La vita in manicomio appare come uno spazio sospeso, dove l’identità si dissolve: senza oggetti personali, vestiti con vestaglie uguali, condividendo spazi affollati in cui tutto è di tutti e, al tempo stesso, di nessuno. In questo contesto, il silenzio diventa spesso una forma di resistenza: un mutismo che, più delle parole, testimonia il mancato ascolto da parte degli operatori.
Colpisce la varietà delle storie e delle condizioni che conducono all’internamento: non solo sofferenze psichiche, ma anche malattie fisiche o comportamenti giudicati “inappropriati”. Il manicomio emerge così come un contenitore eterogeneo, in cui il confine tra cura e controllo appare fragile e ambiguo.
Una parte significativa del libro nasce dall’esperienza diretta dell’autore, mentre altre testimonianze provengono da registrazioni e diari. Questa pluralità di fonti contribuisce a restituire la complessità delle vite raccontate e il carattere imprevedibile dei percorsi individuali, segnati da eventi che possono trasformare radicalmente l’esistenza.
Un elemento particolarmente rilevante è il difficile rapporto tra gli internati e il mondo esterno. L’idea di un ritorno alla società è spesso accompagnata da paura e disorientamento, ma anche dal rifiuto e dal pregiudizio dei cittadini. Eppure, è proprio nel contatto che può aprirsi uno spazio di trasformazione: lo sguardo che inizialmente respinge può, se sostenuto, diventare occasione di riconoscimento dell’umanità dell’altro.
Il racconto della rivoluzione basagliana è presentato come un processo graduale di smantellamento dell’istituzione manicomiale, “pezzo dopo pezzo”. L’apertura verso la città e la costruzione di servizi alternativi segnano un passaggio fondamentale: il lavoro, gli appartamenti condivisi, gli spazi sociali come il bar diventano strumenti concreti di restituzione di dignità e identità. Non si tratta solo di migliorare le condizioni di vita, ma di trasformare radicalmente il significato stesso della cura.
In questo senso, il libro mette in luce un punto cruciale: il cambiamento in psichiatria non può essere ridotto a una questione tecnica o amministrativa. Esso implica una presa di posizione etica e politica nei confronti della persona sofferente. La vera innovazione non consiste nell’umanizzare il manicomio, ma nel superarlo, ridefinendo il rapporto tra cura, cittadinanza e diritti.
Dell’Acqua ci consegna così un’opera che non è solo testimonianza storica, ma anche invito a interrogarsi sul presente della pratica psichiatrica e sul modo in cui continuiamo a guardare alla sofferenza mentale.

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15 giugno 2026 + Articoli, Pubblicazioni

Rovesciare e Deprescrivere

di sportellotiascolto Avatar di Sconosciuto

Rovesciare e Deprescrivere. Attualizzare Basaglia tra psicofarmaci, diritti e psicoterapia



Cosa succederebbe se la psicoterapia prendesse sul serio l’eredità di Basaglia? Non come monumento da celebrare, ma come metodo: mettere in crisi le proprie istituzioni, rovesciarle, riconoscere la propria funzione politica, schierarsi per trasformarle in un movimento dialettico?

Questo è il punto di partenza del contributo pubblicato nel 2024 sul Adombramenti n.1, la Rivista del Centro Studi di Psicofen, che ha da poco presentato il suo nuovo numero, edito Mimesis.

Il testo parte da una constatazione scomoda: il movimento basagliano aprì i manicomi anche grazie alla disponibilità dei neurolettici, ma Basaglia stesso ne denunciò subito i rischi, l'”uso improprio”, l’effetto passivizzante, il “manganello chimico” come nuova forma di violenza istituzionale.

Decenni dopo, con l’affermarsi del paradigma neoliberista dagli anni ’80 in poi, gli psicofarmaci non hanno smantellato la logica manicomiale, l’hanno ampliata, distribuit e capillarizzata. Carceri, CPR, ambulatori, studi privati e servizi sanitari sono luoghi differenti che, in modo differente, contribuiscono ad un uso spesso inappropriato di psicofarmaci, spesso senza adeguata informazione e violando diritti fondamentali.

Gli autori rivolgono questa analisi in modo diretto alla comunità degli psicoterapeuti: non neutrale, mai stata neutrale. Al contrario, apertamente posizionata rispetto a tale uso, spesso senza rendersene conto, proprio mentre crescono le preccupazioni per il sovrautilizzo per molte classi di farmaci. Il silenzio rispetto alle pratiche prescrittive, l’incapacità di parlare delle esperienze di prescrizione e delle modalità prescrittive, l’invio automatico al prescrittore, la mancanza di accompagnamento nei percorsi di sospensione e di riconoscimento di tale bisogno, è già una scelta politica, di campo. Una scelta che, di fatto, ratifica e concorre al sovrautilizzo sistemico, con gravi problemi per la salute pubblica.

La proposta presentata è quella avviare un processo di “rovesciamento”: formare i terapeuti alle competenze della psicofarmacologia, alla possibilità di parlare di esperienze e vissuti legati all’utilizzo e la sospensione di psicofarmaci, sostenere le persone nei processi di sospensione, promuovere letture del disagio meno individualizzanti, costruire alleanze tra operatori, utenti e comunità esperta.

Si tratta di scegliere in che misura rinchiudere tale storia tra le mura del manicomio o riappropriarsi della sua opera, rivitalizzandola entro i confini della psicoterapia. Sarebbe una perdita enorme, per la società tutta e la comunità dellə psicoterapeutə, se questo non accadesse, relegando la storia di questo movimento al settore psichiatrico e al passato.


E’ possibile scaricare il capitolo “Rovesciare e deprescrivere, attualizzare Basaglia tra psicofarmaci, diritti e psicoterapia”, con le grafiche a cura di Andrea Pisano, qui.



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9 giugno 2026 + Eventi

La Psicologia è Politica con Rete di Psicoterapia Sociale

di sportellotiascolto Avatar di Sconosciuto





Il 23 Giugno 2026, la Rete di Psicoterapia Sociale presenta “La Psicologia è Politica”, di Eleonora Marocchini e Federico Dibennardo. Gli autori dialogheranno con Matteo Bessone sul loro libro.

Il libro affronta il rapporto tra psicologia, società e politica, mettendo in discussione l’idea che il benessere mentale possa essere compreso esclusivamente come una questione individuale. Identità, relazioni, condizioni materiali di vita e costrutti culturali influenzano profondamente la salute mentale e i modi in cui interpretiamo la sofferenza psichica.

A partire da questa prospettiva, gli autori riflettono sul ruolo sociale e politico della psicologia, interrogandone presupposti, pratiche e responsabilità. Il volume propone una lettura critica delle forme contemporanee di individualizzazione del disagio, evidenziando la necessità di collegare l’esperienza soggettiva ai contesti storici, economici e culturali in cui prende forma.

L’incontro sarà anche l’occasione per mettere a dialogo le riflessioni degli autori con quelle del nostro libro “Psicoterapia e cambiamento sociale”.

La partecipazione è libera, per ricevere il link occorre mandare una mail a: info@retepsicoterapiasociale.it

Vi aspettiamo!

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9 giugno 2026 + Articoli

Il diritto alla sospensione degli psicofarmaci: una guida nata dall’esperienza diretta e dai pari

di sportellotiascolto Avatar di Sconosciuto

Interrompere L’uso Degli Psicofarmaci: Guida alla Riduzione del Danno.
The Icarus Project e Freedom Center


Può arrivare un momento, nella vita di molte persone che assumono psicofarmaci, in cui nasce una legittima domanda semplice e insieme difficilissima:e se volessi smettere? Posso liberarmi ? Come posso farlo ?

Spesso non si tratta una domanda ideologica. Ma solo il desiderio legittimo di capire le proprie opzioni, di avere informazioni oneste, di non sentirsi soli davanti a una scelta che riguarda il proprio corpo e la propria mente. Di cambiare la propria condizione, di riappropriarsi di una vita che si è scelta a cui sentire di poter dare valore, di essere e diventare quello che si desidera, camminando sulle proprie gambe, talvolta un po’ doloranti e incerte.

Eppure, in molti, troppi, casi, quella domanda rimane senza risposta. Senza un interlocutore.
O ancora peggio, spesso viene attivamente scoraggiata. Sistematicamente.


Un vuoto che non è casuale

Per quanto la situazione stia lentamente cambiando, la deprescrizione degli psicofarmaci, cioè la riduzione graduale o la sospensione guidata, è un tema ancora largamente ai margini dei servizi sanitari e della formazione professionale, medica quanto psicologica. Non perché non esistano protocolli o letteratura. Ma perché il sistema, nella pratica, è molto più attrezzato a prescrivere che ad accompagnare chi vuole uscire.

Chi desidera ridurre o sospendere un farmaco si trova spesso di fronte a risposte evasive, a minimizzazioni o a mancato riconoscimento degli effetti dell’astinenza, alla mancanza di professionisti (medici di base, psichiatri, psicoterapeuti) disposti o formati per supportare questo percorso. Il risultato, dicono la letteratura e l’esperienza, è che molte persone affrontano la sospensione da soli, oppure si rivolgono a reti informali, forum, gruppi di mutuo aiuto, anche a causa di una scarsa consapevolezza pubblica.

Questo non è un fallimento individuale. È un fallimento strutturale del sistema di cura.


La conoscenza che nasce dall’esperienza

In questo vuoto, da decenni, si muovono le comunità di pari che sicuramente costituiscono una risorsa fondamentale, accanto alle poche risorse professionali attualmente disponibili, in questo viaggio.

L’Icarus Project e il Freedom Center, due realtà nate negli Stati Uniti, la prima come rete virtuale e di gruppi locali, la seconda come comunità di supporto e attivismo nel Massachusetts, hanno costruito nel tempo una guida alla riduzione del danno per chi usa psicofarmaci. Si tratta di una guida non scritta da clinici o tecnici per pazienti, ma da persone con esperienza diretta, per altre persone con esperienza diretta.

La differenza non è solo simbolica. È epistemica. Chi ha vissuto sulla propria pelle cosa significa scalare un antidepressivo, gestire i sintomi da discontinuazione, negoziare con un medico restio, porta con sé una conoscenza che nessun manuale può trasmettere completamente. Quella conoscenza, messa in comune e resa accessibile, è una risorsa fondamentale di salute pubblica e democratizzazione delle cure.


Riduzione del danno: né pro né contro

La guida non prende posizione sull’uso degli psicofarmaci. Non dice che vanno presi né che vanno abbandonati. Nè in quali circostanze. Adotta invece il framework della riduzione del danno, lo stesso usato, ad esempio, nelle politiche sulle sostanze, applicato alla salute mentale.

Significa: partire dal rispetto dell’autonomia della persona. Fornire informazioni accurate, incluse quelle scomode. Riconoscere che non esiste una scelta giusta per tutti. Offrire strumenti sia a chi vuole continuare i farmaci sia a chi vuole ridurli o sospenderli, o per lo meno provarci.

In un campo spesso polarizzato — tra chi difende la psichiatria biologica e chi la rifiuta in blocco — questo approccio apre uno spazio diverso: quello del pensiero critico, dell’autodeterminazione, della cura come pratica collettiva e non solo individuale.


Tre principi, chiari

Accesso reale alle alternative. La libertà di scelta esiste solo se esistono alternative accessibili nella pratica, non solo sulla carta. Servizi comunitari, supporto tra pari e percorsi di uscita dagli psicofarmaci devono essere disponibili a tutti, indipendentemente dalle risorse economiche.

Autodeterminazione senza giudizio. Le persone hanno il diritto di decidere se assumere, ridurre o sospendere i farmaci senza dover giustificare quella scelta a nessuno. Non esiste una risposta giusta per tutti, e nessuna coercizione, esplicita o implicita, o pressione dovrebbe entrare in una decisione così personale.

Informazione onesta, non rassicurante per convenienza. Benefici, rischi, effetti dell’astinenza, alternative possibili: tutto questo deve essere accessibile in modo chiaro e completo. Il consenso informato non è una firma su un modulo. È un processo continuo che richiede tempo, risorse e interlocutori disposti a non semplificare.


Una questione politica, non solo clinica

Rendere questa guida disponibile in italiano non è solo un gesto di traduzione ma può essere inteso pienamente come un atto di politica sanitaria dal basso.

Significa affermare che l’accesso alle informazioni non può essere un privilegio. Che le persone hanno il diritto di conoscere i rischi dei farmaci che assumono, gli effetti dell’astinenza, le alternative esistenti. Che il consenso informato non è una firma su un modulo, ma un processo continuo che richiede risorse, tempo e interlocutori competenti.

Significa anche riconoscere il ruolo della società civile, delle reti di pari, dei collettivi, delle comunità di mutuo aiuto, nella produzione e circolazione di sapere su salute e cura.
Un sapere che non sostituisce la medicina, ma la affianca, la corregge, la completa.
E che, in certi momenti, arriva dove i dispositivi di cura professionali ancora non riescono o non vogliono arrivare.


La guida è disponibile gratuitamente qui. Perché alcune cose dovrebbero esserlo.

Qui sotto riportiamo l’indice.



Contenuti
Nota dell’Autore …………………………………………………………………………………………………………. 4
Introduzione ………………………………………………………………………………………………………………… 6
Riduzione del danno per la salute mentale………………………………………………………………….9
Risorse chiave per saperne di più ………………………………………………………………………………12
Uno sguardo critico ai “disordini mentali” e alla psichiatria ……………………………………..13
Dichiarazione Universale dei diritti e delle libertà mentali……………………………………….14
Quanto è difficile abbandonare gli psicofarmaci?………………………………………………………16
Le politiche dell’astinenza…………………………………………………………………………………………..16
Principi di questa guida……………………………………………………………………………………………….18
Come funzionano gli psicofarmaci?……………………………………………………………………………19
Gli psicofarmaci correggono la vostra chimica? ………………………………………………………..20
Chi è da incolpare? Voi stessi? La vostra biologia? Nessuno dei due?……………………….22
Che effetto hanno gli psicofarmaci sul cervello?……………………………………………………….24
Perché le persone trovano utili gli psicofarmaci?………………………………………………………25
Fatti che potreste non sapere sugli psicofarmaci ………………………………………………………26
I rischi degli psicofarmaci sulla salute…………………………………………………………………………27
In che modo gli effetti dell’astinenza influiscono sul cervello e sul corpo ……………….32
Perché le persone vogliono smettere di usare gli psicofarmaci………………………………..33
Continuare con i farmaci e ridurre il danno ……………………………………………………………..34
Vorrei abbandonare i miei psicofarmaci ma il mio medico non me lo consente: cosa
dovrei fare?………………………………………………………………………………………………………………….36
Prima di cominciare l’interruzione …………………………………………………………………………….37
Lavorare con la paura …………………………………………………………………………………………………41
Uso intermittente: prendere gli psicofarmaci di tanto in tanto ………………………………..42
Quali sono le alternative all’uso degli psicofarmaci?………………………………………………….45
Interruzione: passo a passo ………………………………………………………………………………………..49
Penso che qualcuno stia prendendo troppe medicine, cosa dovrei fare?…………………50
Guardare al futuro………………………………………………………………………………………………………51
Considerazioni speciali……………………………………………………………………………………………….51
Risorse ………………………………………………………………………………………………………………………..58
Consulenti professionali della salute che hanno collaborato a questa guida ……………65


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8 giugno 2026 + Recensioni

Lo Sbilico

di sportellotiascolto Avatar di Sconosciuto

di A. Pierantozzi

Ed. Einaudi, 2025

Lo Sbilico di Alcide Pierantozzi (Einaudi, 2025) racconta in prima persona l’esperienza della malattia mentale, affrontando temi come i disturbi di personalità, la neurodivergenza, la psicosi, la paura e il rapporto con il proprio corpo e con gli altri.

Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è l’onestà con cui l’autore si racconta. Non cerca mai di rendere affascinante o di spettacolarizzare la sofferenza psichica; al contrario, la descrive nella sua dimensione più concreta, fatta di farmaci, visite mediche, pensieri ossessivi, paura e senso di inadeguatezza. Descrive a fondo come le relazioni vengono mutate e plasmate dalla fragilità psichica.

Il libro, caratterizzato da un racconto senza filtri, abbatte i muri dello stigma sulla salute mentale e avvicina il lettore alla fenomenologia della psicosi; attraverso flashback e risvolti temporali e narrativi spalanca una finestra sull’umanità che molto spesso viene oscurata da una diagnosi psichiatrica. Alcide narra, attraverso un uso magistrale del linguaggio, la sua esperienza da «paziente lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido». L’autore ci permette di entrare nelle sue giornate in una cittadina della provincia Abruzzese, dove tra palestra, spiaggia e biblioteche prendono forma le allucinazioni e i pensieri ossessivi. Alcide racconta l’infanzia, le giornate dai nonni con la bicicletta, gli animali e la vita da giovane adulto in una grande città con le sue sfide e le infinite possibilità. Particolarmente toccante è il rapporto con la madre, figura di sostegno e rifugio, attraverso cui emerge tutta la fragilità del protagonista. Allo stesso tempo, il libro affronta il tema dello stigma sociale che ancora accompagna i disturbi mentali, mostrando quanto sia difficile raccontarsi senza essere ridotti alla propria diagnosi.

La scrittura è ricca, precisa, ricercata e sorprendentemente controllata anche quando racconta il disordine mentale. Le parole diventano uno strumento per dare forma al caos e per tentare di comprendere ciò che appare incomprensibile.

Lo Sbilico è una lettura intensa e dolorosa, che richiede partecipazione emotiva. Non offre consolazioni facili né soluzioni definitive, ma invita il lettore a guardare da vicino una realtà spesso ignorata o semplificata. È un libro importante perché riesce a trasformare un’esperienza individuale in una riflessione universale sulla vulnerabilità umana, sul bisogno di essere compresi e sulla possibilità della letteratura di dare voce a ciò che normalmente resta nascosto.


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