Introduzione
Le considerazioni che seguono sono la seconda e ultima parte di un contributo sulla sospensione degli antidepressivi. Nella prima parte, indirizzata soprattutto a cittadini e cittadine, abbiamo fornito informazioni per comprendere principali modalità e ostacoli della sospensione e renderla, nell’immaginario comune, una scelta legittima, pensabile e percorribile, sensibilizzando su un tema attualmente spesso negletto o storicamente approcciato in modo ideologico. Inoltre, è stato brevemente delineato il contesto attuale: il trend di costante aumento nel consumo di antidepressivi in cui si inserisce, in un’ottica di salute pubblica, insieme ai mutati e complessi bisogni di salute della popolazione da questo determinati; la mancata disponibilità di sistemi, soprattutto sanitari ma anche sociali, capaci di offrire una risposta a tali bisogni attraverso un sostegno sicuro, informato, efficace e appropriato alla sospensione e le principali misure di contrasto alla continua diffusione ad ora attuate. Infine, abbiamo definito alcune delle possibili criticità della relazione clinica tra medico curante e paziente che influenzerebbero prescrizioni, deprescrizioni e scalaggio, inserendole in una prospettiva insieme clinica ed etica.
In questo contributo, rivolto soprattutto a colleghi e colleghe, psicologi e psicologhe, psicoterapeuti e psicoterapeute, con i piedi in due scarpe, quella dei cittadini prima e quella dei tecnici poi, evidenzieremo quelle che crediamo essere le conseguenze dell’assenza, nel discorso pubblico e in quelli clinici, di un posizionamento chiaro sul tema dell’appropriatezza prescrittiva e della sospensione. Si tratta del rischio non solo di produrre corpi-mente sistematicamente e cronicamente dipendenti, anestetizzati e sedati a metà, disabilitati al sentire, sfiduciati e senza speranza, ma anche di riprodurre sistemi sociali malsani e ingiusti. Nella prima parte, analizzeremo la difficoltà della comunità professionale a cui apparteniamo nell’assumersi la responsabilità di prendere parola rispetto alle modalità prevalenti di prescrizione, consumo e sospensione di farmaci antidepressivi in Italia. Verrà delineata un’ipotesi esplicativa, ovvero che tale ritrosia sia radicata nel timore di uscire da ciò che viene percepito essere il proprio ambito di competenza. Inoltre, questa sarebbe amplificata dall’atteggiamento soggettivista plasmato nel corso del processo formativo che enfatizza le singolarità, la rilevanza attribuita al sentire individuale e l’ingiunzione della neutralità. Suggeriamo che tale silenzio costituirebbe, una volta riconosciuto il problema di salute e sanità pubblica posto dal sovrautilizzo degli antidepressivi, un ostacolo per la salute della popolazione nel confronto con i bisogni della quale una quota non marginale della comunità professionale dimostrerebbe malcelata indifferenza e scarsa consapevolezza. In questa prospettiva, l’assenza dell’articolazione di un discorso sull’uso prevalente degli psicofarmaci-che non impedisce la ricostruzione di un posizionamento pratico della comunità dei clinici qui tentata-, rappresenterebbe un’opportunità mancata per contribuire, in quanto cittadini e cittadine, al cambiamento di alcuni aspetti del mondo reale, oltre che alla trasformazione delle teorie e pratiche cliniche, avvicinando entrambe ai bisogni reali della popolazione.
Così, la seconda parte del contributo, partendo dalla ricostruzione della dimensione strutturale di cui le pratiche e culture prescrittive dominanti costituiscono elemento particolare e dalla constatazione dei limiti di discorsi e pratiche cliniche, diadiche, nel contribuire ad un cambiamento su tale dimensione, fornirà alcuni spunti, teorici e pratici, per arricchire le clinica di elementi sociopolitici (attraverso, ad esempio, il contributo della promozione della salute) contribuendo alla definizione dei possibili assunti alla base di percorsi collettivi in uno stretto rapporto con le pratiche cliniche, come quello da cui sta nascendo la Rete di Psicoterapia Sociale.
Dall’ideale della neutralità alle pratiche della complicità
Innanzitutto, occorre specificare che, in maniera simile al precedente contenuto, il discorso presentato si riferisce in maniera particolare all’utilizzo di antidepressivi pur nelle somiglianze dei rapporti intrattenuti tra la comunità dei clinici e l’uso dei cittadini per classi differenti di psicofarmaci. Tuttavia, contrariamente al contributo precedente, l’ipotesi qui presentata si riferisce e limita al solo contesto italiano.
Il motivo risiede nel fatto che le legislazioni dei diversi paesi sull’attività prescrittiva e sugli atti tipici, e i contingenti rapporti di forza tra il sapere-potere delle diverse categorie professionali (oltre che l’esistenza stessa di differenti categorie professionali, o di tecnici), sarebbero determinanti, influenzando significativamente i rapporti biunivoci tra la comunità degli psicologi clinici e i fenomeni di prescrizione, sospensione e deprescrizione, in particolare verso una timorata subordinazione nei confronti della categoria medica. In particolare, in Italia, a differenza di quanto accade in alcuni paesi non industrializzati (dove la mancanza di risorse necessarie per la copertura dei bisogni di salute della popolazione ha prodotto, spesso in aperto conflitto con il monopolio dei prescrittori, la possibilità di prescrivere per non specialisti [1][2][3][4][5]) o in alcuni stati USA, il fatto che psicologi e psicoterapeuti non possano prescrivere né, di conseguenza, deprescrivere psicofarmaci, giocherebbe un ruolo cruciale nell’assenza dell’articolazione di discorsi espliciti, tanto pubblici quanto clinici, sul loro uso e consumo. Inoltre, la scarsa conoscenza, il timore di uscire da ciò che viene percepito essere il proprio ambito di competenze, e delle relative sanzioni, influenzerebbe sia tale contingente inibizione sia la possibilità di attivare percorsi di politica professionale sulla cosiddetta “autorità prescrittiva” (come ad esempio quello esitato nel report “Prescribing rights for psychologists”, presentato anche su Youtube, del gruppo di lavoro della British Psychological Society) con implicazioni sostanziali su posizionamento, postura e coinvolgimento degli psicologi in relazione ai fenomeni dell’appropriatezza prescrittiva, della deprescrizione e della sospensione, come testimoniano i recenti sviluppi di tali processi negli USA.
Tuttavia, pur non essendo un luogo legalmente deputato alle de/prescrizione, in una prospettiva sociologica, le pratiche cliniche, psicologiche o psicoterapeutiche, come campi del sapere, di pratiche e vettori di forze, non sono né possono dirsi neutre o neutrali di fronte ai fenomeni sociali e ai sistemi di forze in cui sono immerse e con cui sono in reciproca relazione. In questa prospettiva, da un punto di vista sociale, differente da quello clinico, il non dichiarare il proprio posizionamento, implicitamente, significherebbe prima allinearsi e aderire e poi veicolare forze egemoni e norma dominante, lavorando incessantemente per il mantenimento e la riproduzione di strutture e processi sociali esistenti, talvolta invisibili perchè “normali” e, di conseguenza, naturalizzati e invisibilizzati, ancorché storicamente determinati e riconfermati. Da un punto di vista sociologico e su un terreno, in senso lato, politico, ovvero inerente la vita pubblica (qui intesa come artificiosamente opposta a quella privata), il non assumere la responsabilità di una posizione chiara ed esplicita da parte della comunità dei clinici può essere considerato equivalente, a tutti gli effetti, a confermare gli assetti esistenti e, in questo caso, l’uso reale dei farmaci, le attuali modalità prescrittive e i trend prevalenti (oltre che le forze che li determinano) e la negazione dei bisogni di salute, anche legati a deprescrizione e sospensione, che da questi derivano. Riprendendo Castel, la neutralità clinica, che come vedremo influenzerebbe la postura della comunità dei clinici anche all’esterno del setting clinico, rappresenta l’equivalente politico dell’apoliticismo [6].
Tuttavia, al di là di ciò che, al sicuro dell’illusorietà di una possibile, comprensiva e amorevolmente pacificata neutralità, la comunità dei clinici non fa o non dice (astenendosi dalla formulazione di discorsi espliciti), questa quotidianamente esprime, in positivo, uno specifico atteggiamento che ne riflette e sostanzia culture e pratiche relative all’uso e al consumo attuale di antidepressivi. Queste, insieme alla norma sociale che riflettono e che i clinici custodirebbero e amplificherebbero, possono essere ricercate e definite a partire dall’incontrovertibile manifestarsi di specifiche invarianze, osservabili sia tra le trame dei discorsi e delle interazioni tra clinici, sia attraverso un’analisi delle loro scelte e predisposizioni nell’interazione clinica con i cittadini. Infatti, pur non potendo prescrivere, psicologi e psicoterapeuti si relazionano quotidianamente con cittadini che stanno pensando o meno di assumere, stanno assumendo o meno psicofarmaci antidepressivi, e nelle condizioni di scegliere se invitarli, in termini più o meno espliciti, persuasivi, ricattatori o prescrittivi, ad assumerli e ad interrogare tale assunzione, la possibilità di una sospensione o scalaggio.
Nella nostra esperienza e secondo una prospettiva autoetnografica, osserviamo e ci viene riportato che la sottile forza costante e invariante attraverso cui la comunità dei clinici agisce verso l’invio ad un prescrittore non è corrisposta, con uguale frequenza ed estensione da una forza in senso contrario, verso sospensione, riduzione o deprescrizione. E’ possibile osservare la stessa dinamica che agisce la medesima pressione anche durante i confronti tra specialisti, tra le trame delle interazioni e dei discorsi relativi a pazienti e le proprie scelte cliniche che avvengono quasi esclusivamente sul terreno scosceso verso l’assunzione del farmaco, in assenza quasi totale di elementi di critica, complessità, timore o precauzione rispetto alle possibili conseguenze o a fattori determinanti.
D’altro canto, in un’ottica collaborativa di presa in carico integrata, questa inclinazione verso le prescrizioni potrebbe non costituire un problema di per sè, vista la concreta utilità di alcune classi di psicofarmaci, per determinati casi e soprattutto per periodi di tempo inferiori rispetto a quelli per cui vengono abitualmente utilizzati (per altro si tratta spesso di assunzioni di più farmaci contemporaneamente, alcuni dei quali consumati per un tempo maggiore rispetto a quello per cui sono stati testati e dovrebbero essere prescritti, assunti e inseriti in una prospettiva di uso vita natural durante). Tale utilità va sicuramente al di là del ruolo storicamente rivestito, ad esempio, nella chiusura dei manicomi a cui pur si sono sostituiti come simbolo e paradigma del sistema medico e di alcune sue distorsioni ed conseguenze dannose. Il problema si pone, tuttavia (ed è esattamente questo il senso teorico-pratico del presente contributo ) nella misura in cui, nel senso contrario, la loro sospensione e riduzione sembra non essere contemplabile e fenomeno si verifica in questo preciso momento storico in cui, come ad esempio ben sintetizzato da Whitaker, il consumo di farmaci aumenta parallelamente ai problemi di salute mentale che non sembrano essere diminuiti o poter essere da questi efficacemente curati, e la questione del sovrautilizzo inizia ad essere posta anche nei termini di una riduzione d’uso degli antidepressivi, la cui diffusione è riconosciuta come problema di salute e sanità pubblica. La riduzione dovrebbe conseguire da tale riconoscimento, tuttavia sembrerebbe appartenere, per i clinici, al reame dell’impossibile, del folle e del non-conforme, dell’indicible, trasformandosi quasi in tabù, senza considerazione alcuna della realtà del contesto attuale. La categoria degli psicologi e degli psicoterapeuti sembrerebbe interessata più all’accesso alle cure che non a qualità, appropriatezza ed efficacia dei percorsi di cura che rischiano, se non limitati, di essere inutili se non di causare più danni che benefici. In questa prospettiva, le porte di alcuni spazi clinici consentirebbero l’accesso a strade le cui traiettorie conducono ad una maggiore conoscenza di sè e, insieme, ad prescrizioni talvolta inappropriate.
Riteniamo il fenomeno ancor più nocivo nella misura in cui in questo contesto, oltre all’analisi dell’appropriatezza prescrittiva, come esito, venga di fatto spesso scotomizzata quella del processo decisionale, sempre relazionale tra medico e paziente e che, almeno teoricamente, dovrebbe essere condiviso (shared decision making) per poter portare ad una scelta che tenga sostanzialmente conto del punto di vista del paziente, senza imporvisi. Nel rapporto medico-paziente, un considerazione significativa delle preferenze di quest’ultimo non sarebbe solo un elemento fondamentale della medicina basata sull’evidenza [7][8][9][10] ma, come accennato nel precedente contributo, ma è anche determinante tanto dal punto di vista clinico, consentendone riattivazione e soggettivazione attraverso il coinvolgimento in scelte che riguardano il proprio percorso di cura e vita, quanto dal punto di vista etico, giuridico e politico, rappresentando, a pieno titolo, le condizioni per l’esercizio o la negazione di un diritto di cittadinanza. La sensazione è che, durante i percorsi psicologici e psicoterapici, vengano scandagliate e messe in discussione una vasta gamma di relazioni vissute dal paziente in molti ambiti di vita senza che sia possibile accedere al particolarissimo rapporto, spesso veicolo di un’ingiustizia epistemica[11], che può determinare il corso della traiettoria di vita di una persona, talvolta in modo irreversibile, verso l’assunzione di una sostanza, ingrediente attivo del proprio corpo, della propria identità e della possibilità stessa di percepire e percepirsi pienamente.
Un ulteriore aspetto evidenziabile nel confronto tra specialisti clinici è la modalità prevalente di analisi, cioè la forma del discorso. Abbiamo osservato tale forma anche durante il processo di scambio e confronto necessario alla revisione del presente contributo: si tratta di una forma discorsiva e logica che tenderebbe ad escludere la possibilità di qualsiasi generalizzazione, relativa al dato oggettivo, strutturale, sulle prescrizioni, le loro modalità, e sul grado di appropriatezza, oltre che sul loro contenimento, sospensione e deprescrizione. Preso da questa forma e da un (sovra)utilizzo delle lenti cliniche di cui sarebbe esito, il contenuto si trasforma in dato inesorabilmente e riduttivamente soggettivo, individuale, e la chiusura sulle intenzioni, sulla storia, le percezioni del parlante occludono la possibilità di un appoggio verso qualunque forma di esperienza e posizionamento comune o di qualunque dato oggettivo o struttura oggettiva [6]. Questa difficoltà da parte dei clinici sembrerebbe essere legata, al di là della scarsa conoscenza sul fenomeno, soprattutto alla loro forma mentis (o, direbbe Bourdieu, dal loro habitus), plasmata da un lente clinica vincolata alla visione del singolo caso e ad una percezione complessivamente soggettivista, caratteristica del paradigma formativo di cui costituisce l’esito che ne struttura il modo di stare al mondo anche al di là dell’incontro clinico e incapace di fornire strumenti di analisi sociale e politica che arricchiscano la prospettiva clinica a partire da dati di realtà, al di là del valore simbolico, intrapsichico individuale e mentale.
Nel nostro caso, il posizionamento dei clinici rispetto all’utilizzo prevalente degli antidepressivi, non dipende, né potrebbe, esclusivamente dal singolo caso, al contrario, è proprio tale riduzione al singolo caso che ne ostacolerebbe un possibile posizionamento. Affinchè tale posizionamento emerga, come funzione della categoria o degli individui da cui è composta, occorre liberarlo, nel rispetto delle differenti sensibilità ed esperienze individuali, dei significati soggettivamente attribuiti, e della complessità dei fenomeni, dall’analisi del caso singolo. Questo posizionamento, logicamente, non potrebbe derivare dall’analisi del singolo caso più di quanto, analogamente, non ne derivi il posizionamento verso fenomeni sociali, vissuti dai singoli individui, nei confronti dei quali esiste ed è incentivata una posizione, spesso relativamente definita e talvolta condivisa, come la dipendenza da sostanze, legali o illegali, l’abuso o l’abbandono di minori, la violenza di genere, la discriminazione verso categorie marginalizzate, l’uso pervasivo dei social network.
Ciò che è prevalente, infatti, ad esempio la tendenziale appropriatezza o inappropriatezza, oppure disponibilità o indisponibilità di accompagnamento a scalaggio e sospensione, e il riconoscimento sociale della loro legittimità, esiste come fenomeno sociale, oggettivamente, indipendentemente da eccezioni e significati soggettivi, che come tali vanno prese, confermando il fenomeno in sé e i suoi effetti, insieme al nostro esserci immersi. Tuttavia, pur senza attingere a dati e statistiche cosiddetti oggettivi, durante i colloqui psicologici e psicologici, se un giudizio sull’appropriatezza clinica della singola prescrizione, impossibile per psicologi e psicoterapeuti, non può che essere formulato in relazione allo specifico e irriducibile caso, appare evidente, quanto indicibile per i clinici, l’invarianza con cui, nella pratica clinica, ci confrontiamo con persone la cui esperienza e dall’esperienza con cui è naturale possano sorgere molti dubbi sull’appropriatezza prescrittiva, in quanto esito e processo.
Inoltre, occorre sottolineare che il vissuto e l’atteggiamento soggettivo, tanto del singolo, paziente o terapeuta, quanto delle varie comunità a cui appartengono, sono plasmati e a loro volta plasmano, questo “dato di realtà” e la norma sociale che viene continuamente introiettata, incorporata, riprodotta e naturalizzata e definisce tale prevalenza influenzandola e determinandola.
In sintesi, il punto di partenza e arrivo, allora è relativamente semplice: se, come delineato anche nel contributo precedente, troppe persone assumono troppi psicofarmaci, indipendentemente dal singolo caso, a questo appellandosi, la comunità degli psicologi e degli psicoterapeuti, sembrerebbe affermare il contrario continuando ad alimentare il fenomeno negando un problema di salute e sanità pubblica ormai troppo evidente per poter essere sorvolato.
Il politico nel clinico
Per noi definire una posizione chiara su questo argomento e fenomeno assumendocene la piena responsabilità, significa contribuire ai tentativi dialettici di un superamento della logica di contrapposizione e mutua esclusione tra cura del mondo e cura degli individui che lo abitano e costruiscono. L’intenzione è mettere a fuoco, denunciare pubblicamente e agire su, le modalità attraverso cui, troppo spesso, nel momento in cui crediamo, in quanto tecnici, di curarci dei singoli individui costantemente rischiamo di essere inconsapevoli o, peggio, indifferenti complici che partecipano, anche attraverso la propria professione, alla riproduzione sociale di culture e pratiche strutturalmente violente e nocive. Si tratta di pratiche e culture che è possibile contrastare, producono sofferenza e nuocciono alla salute, ostacolando le libertà e minando la fruizione e la promozione dell’esercizio di fondamentali diritti di cittadinanza. In questo senso dunque, la posta in gioco è tanto la salute degli individui quanto quella della popolazione e dei sistemi sociali e di cura e delle culture e delle prassi sociali e sanitarie con cui siamo interconnessi e implicati e i cui esiti si possono svelare, sempre, davanti ai nostri occhi.
Molte persone che incontriamo si presentano negli studi sommersi di prescrizioni a cui sono o sono stati esposti, come naturale complemento di operazioni, floride e bizzarre, di inquadramenti diagnostici più o meno recenti o discordanti. Per loro fortuna, spesso, sono scettici e disorientati rispetto alle esperienze di cui tali diagnosi e prescrizioni costituiscono l’esito, un percorso di cui riconoscono la miseria e fatto di una visita di qualche minuto durante cui possono essere di fatto decretate le sorti di una persona che sarà rivisitata, senza essere vista, interrogata e consultata, con la frequenza dei cicli lunari.
Non vogliamo né possiamo ignorare che quei cittadini e quelle cittadine, siamo noi, i nostri amici, parenti, conoscenti. Non vogliamo che la nostra complicità naturalizzi, reiterandolo e amplifandolo, questo stato delle cose. Non possiamo non contemplare la realtà della nostra reciprocità, la nostra comune umanità e appartenenza a questa società. Loro siamo noi. E siamo parte dello stesso mondo che, in parte, contribuiamo a plasmare, ciascuno secondo le proprie opportunità, desideri e visioni politiche.
D’altra parte, non è possibile ignorare che le attuali prassi prescrittive e diagnostiche, e le esperienze delle persone che incontriamo da queste determinate, costituiscono un elemento particolare, inserito in un più ampio modello socioeconomico che si manifesta anche attraverso il condizionamento dei servizi e sistemi di cura e trattamento. Tali prassi costituiscono solo uno dei sintomi emergenti di un modello socioeconomico ingiusto, quindi malato, quello neoliberista, esito di e inserito in specifici processi storici: l’aumento del peso dei determinanti commerciali della salute nella determinazione degli assetti sociali e sanitari globali, il progressivo definanziamento del Welfare e del Sistema Sanitario Nazionale che ne determina composizione e funzionamento, sulle politiche di aziendalizzazione che hanno trasformato i servizi in fabbriche di trattamenti, con condizioni di lavoro malsane, incompatibili con un lavoro di cura, e in cui farmaco e posto letto costituiscono un’efficientissima risposta alle pressioni delle esigenze produttive.
Siamo consapevoli che, partendo da un approccio radicato nell’economia politica della salute, lo spazio elettivo per il contrasto di tali processi sia quello collettivo, pubblico, esteriore a quello clinico, con cui pur continuamente interagisce. Questa consapevolezza potrebbe costituire, per alcuni, una ragione sufficiente per non interrogare e utilizzare anche lo spazio clinico, trasformando il proprio lavoro per trasformare il mondo, lo spazio pubblico, e spingerlo al di là dell’orizzonte di un cambiamento individuale, spesso dal carattere ortopedico, che si riduce ad adattare gli individui al mondo. Al contrario, con il presente contributo, abbiamo provato a ricostruire come, che ci piaccia o meno, tale dimensione strutturale, insieme alle prescrizioni e deprescrizioni che determina, attraversi, pervasivamente e in ogni momento, lo spazio clinico che siamo convinti possa costituire, con i propri limiti, uno dei luoghi a partire da cui coltivare la consapevolezza necessaria per avviare percorsi collettivi, politici e professionali, che invertano la rotta.
La domanda diventa quindi, se e in quale misura sia possibile, anche attraverso il proprio mandato clinico, farsi più motore di cambiamento sociale e meno veicolo della sua norma incorporata. E’ possibile, attraverso lo stesso gesto clinico, facilitare il cambiamento nella persona che si rivolge a noi, promuoverne e tutelarne i diritti di cittadinanza e di salute, contribuendo parallelamente al cambiamento del mondo in cui la relazione è situata e di cui è manifestazione?
Noi crediamo di sì. Ma per farlo occorre cambiare il modo in cui concepiamo e pratichiamo il nostro lavoro e il nostro ruolo professionale.
A partire da questo specifico caso, al di là della creazione di servizi che rispondano selettivamente a quella fascia di popolazione portatrice di bisogni di salute legati alla deprescrizione, trasformazioni possibili al nostro lavoro e ruolo sono indicate in maniera chiara, ad esempio, dalla psicologia di comunità critica [12]. Sempre rimanendo nell’ambito delle scienze psicologiche, indubbiamente angusto rispetto alla trandisciplinarietà necessaria per un superamento sostanziale del paradigma corrente (come testimonia l’esito dell’ibridazione con l’antropologia medica nell’entopsicologia), l’ambito della promozione della salute [13], costituisce un corpus di teorie e pratiche capace di arricchire la pratica clinica con una dimensione sovraindividuale.
Quanto, anche all’interno della relazione clinica, siamo in grado, come cittadini e tecnici, di adottare e non escludere gli strumenti e gli obiettivi indicati dalla Carta di Ottawa per la promozione della salute [14]: la costruzione di una politica pubblica per la salute, la creazione di ambienti favorevoli, il rafforzamento dell’azione comunitaria, la costruzione delle abilità personali e il riorientamento dei servizi sanitari? Quanto siamo in grado di promuovere e svolgere azioni di advocacy [15]? Quanto la relazione clinica riesce a produrre salute collettiva, consentendo ai cittadini, anche a partire dal riconoscimento dell’infrazione di un diritto, di guadagnare controllo e potere su tutti gli ambiti della propria vita e la consapevolezza che crea le condizioni per l’attivazione di percorsi collettivi? Quanto siamo in grado di fornire strumenti di health literacy [16] che affondino le radici negli attuali bisogni di salute? Quindi quanto, pur non potendo prescrivere, siamo competenti a riguardo a prescrizione, deprescrizione e sospensione?
Una pratica che escluda questo, o ancor peggio, una pratica che sia disciplinata prescrivendone l’esclusione, paradossalmente, rappresenterebbe una clinica incapace di promuovere “salute”, qui intendendo “salute” con una concezione, sconosciuta spesso alle pratiche cliniche, ampia che non escluda ma comprenda e superi il livello individuale.
Insomma, se la clinica non può essere, come ama raccontare di sè, neutra e se, praticamente, costituisce un piano inclinato che riproduce disequilibri e assetti iniqui riproducendo cultura e pratiche dominanti e i loro effetti, occorre, innanzitutto svelare tale mistificazione e i suoi effetti, come rende possibile ad esempio l’introduzione del concetto di psicoterapismo o un approccio “psicopolitico”. Questo svelamento consente, nello stesso momento e lungo il medesimo processo, attraverso una critica delle norme cliniche, lo svelamento della morale e delle politiche [18] incorporate dalle pratiche cliniche e da queste applicate e diffuse alla cittadinanza, di delineare i contorni di nuove pratiche e teorie cliniche, del dissenso, eretiche, liberate dalla propria alienazione, dall’indifferenza e dal conformismo del sentire [19], le cui fondamenta nascano dalla piena assunzione del proprio specifico contributo al mantenimento della violenza strutturale e dei “crimini di pace” [20] verso la popolazione che le si rivolge e a partire dal mandato sociale di supposta cura che la società che le ha delegato.
E’ esattamente questo processo di liberazione da cui e per cui prendono vita percorsi collettivi connessi alla nascita di specifici modelli teorici e operativi clinici, come il PTM, di messe in discussione dei rapporti tra modello biomedico e i diversi orientamenti clinici, come sottolineato in “People Not Pathology: freeing therapy from medical model. Questi percorsi collettivi, nell’intersezione tra ruolo professionale e civile, consentono e richiedono una radicale messa in discussione degli assunti di base delle pratiche cliniche rendendole funzione dei diritti dei cittadini che rischiano di negare, in maniera simile, forse, al percorso avviato in Italia con la costituzione di una Rete di Psicoterapia Sociale che si dichiara più vicina e sensibile ai diritti e bisogni di tutta la popolazione.
Bibliografia
[1]Padmanathan, P., & Rai, D. (2016). Access and rational use of psychotropic medications in low-and middle-income countries. Epidemiology and psychiatric sciences, 25(1), 4-8.
[2]Mendenhall, E., De Silva, M. J., Hanlon, C., Petersen, I., Shidhaye, R., Jordans, M., … & Lund, C. (2014). Acceptability and feasibility of using non-specialist health workers to deliver mental health care: stakeholder perceptions from the PRIME district sites in Ethiopia, India, Nepal, South Africa, and Uganda. Social science & medicine, 118, 33-42.
[3]Agyapong, V. I., Osei, A., Farren, C. K., & McAuliffe, E. (2015). Task shifting–Ghana’s community mental health workers’ experiences and perceptions of their roles and scope of practice. Global health action, 8(1), 28955.
[4]Javadi, D., Feldhaus, I., Mancuso, A., & Ghaffar, A. (2017). Applying systems thinking to task shifting for mental health using lay providers: a review of the evidence. Global Mental Health, 4, e14.
[5]Josefson, D. (2002). Psychologists allowed to prescribe drugs for mental illness. BMJ, 324(7339), 698.
[6] Castel R. (1975), “Psicanalismo: psicanalisi e potere”, Einaudi, Torino
[7]Haynes, R. B., Devereaux, P. J., & Guyatt, G. H. (2002). Clinical expertise in the era of evidence-based medicine and patient choice. BMJ Evidence-Based Medicine, 7(2), 36-38.
Riprendiamo da Saluteinternazionale
L’ estraneità della psicologia alla salute e sanità pubblica costituisce una caratteristica trasversale della partecipazione politica della comunità professionale orientata soprattutto a rivendicazioni corporativistiche e all’espansione del proprio spazio professionale, piuttosto che su obiettivi più ampi di salute pubblica, come il rafforzamento del SSN, la salute della popolazione e la tutela dei diritti che costituiscono i presupposti per godere, mantenere e curare la salute mentale.
Nel campo della salute mentale, la psicologia, seppur marginale nel SSN e nei servizi di salute mentale, occupa uno spazio culturale ed economico in costante crescita. La crescente disponibilità di servizi psicologici è accolta come un miglioramento sociale, ma non è priva di contraddizioni. La psicologia ha ridefinito il significato socialmente attribuito all’espressione “salute mentale”, estendendone i confini al di là dei servizi psichiatrici, delle persone cosiddette “gravi” e delle “malattie mentali” senza tuttavia sviluppare una coscienza critica del proprio mandato sociale se non in elaborazioni teoriche o esperienze isolate. Psichiatria e psicologia, dispositivi distinti, condividono almeno apparentemente, il campo della salute mentale su cui operano congiuntamente. Tuttavia, pur utilizzando talvolta il medesimo paradigma, la salute mentale di cui parlano e i cittadini a cui si rivolgono, sono sostanzialmente differenti. Tale differenza sostanziale non nega una continuità profonda tra psicologia e psichiatria che, in quanto dispositivi tecnici, condividono una funzione politica di conservazione dell’ordine sociale e delle sue contraddizioni.
Robert Castel considerava pericoloso intendere le terapie psicologiche come sostanzialmente differenti rispetto a quelle utilizzate dalla psichiatria [1]. In “Lo psicanalismo”, Castel descrive due movimenti paralleli nella storia della medicina mentale: l’allargamento del campo di intervento, dai “folli” ai “sofferenti”, e lo sfaldamento e diluizione delle strutture istituzionali psichiatriche. In questo processo, come osservato per la “psicoterapia istituzionale”, la psicoanalisi avrebbe svolto una funzione ambigua: insieme antagonista reale alla violenza psichiatrica ma anche funzionale alla sua conservazione e alla trasformazione delle forme di dominio, ammorbidite e “umanizzate”. Espandendo le categorie diagnostiche e abbassando le soglie che dividono sani dai malati, le discipline basate sulla parola diventano operatrici dell’allargamento del campo di intervento dei dispositivi di sapere e potere sulla sofferenza, accrescendone la pervasività sociale. Più capillari e accettabili, riproducono nuove forme di violenza tecnica ammantata da ideologia della cura, apparentemente superando le forme più esplicite di controllo, praticamente conservate.
Lo strumento critico dello “Psicanalismo” diventa “Psicoterapismo” applicando tale critica radicale all’attuale uso e diffusione di dispositivi psicologici e psicoterapici e alla riproduzione di disuguaglianze di potere e sapere che solo apparentemente provano a superare [2]. Già trent’anni fa Rose [3] osservava come le “discipline psi” avessero progressivamente colonizzato la soggettività, diventando un dispositivo per il governo dell’anima, producendo individui che si governano attraverso categorie psicologiche e interiorizzano come problema personale ciò che si produce nell’interazione con condizioni sociali e strutturali. La psicologia non supera le contraddizioni della psichiatria: le trasforma, le rende invisibili, diffondendole e diffondendosi capillarmente.
Al di là delle differenze, le teorie e le pratiche psicologiche condividono l’assunto che l’origine della sofferenza sia individuale e intrapsichica, derivando da pattern cognitivi, dinamiche relazionali precoci, disregolazione emotiva, economia libidica. Questa concezione, culturalmente egemone insieme a quella della psichiatria organicistica, produce letture della sofferenza decontestualizzate dalle condizioni storico-sociali in cui si genera, naturalizzandola e restituendola alla persona come problema proprio, privato, individuale. Per questo la psicologia viene considerata uno strumento che consente alle società di non guardarsi allo specchio [4].
La psicologia persuade, ideologicamente, dell’origine prevalentemente interiore della sofferenza, producendo pazienti su cui fonda la propria legittimità, ai quali restituisce letture e soluzioni tecniche, individualizzate e decontestualizzate, che adattano le persone al mondo sociale che viene così riprodotto, con il suo insieme di valori, visioni, categorie e verità. La sofferenza incorporata, prodotta dall’accumulazione di esperienza derivante da assetti sociali iniqui, viene destoricizzata, neutralizzata nel suo potenziale critico: trasformata in sintomo, trattata tecnicamente, sottratta alla possibilità di diventare, collettivizzata nello spazio pubblico, socialmente trasformativa.
Questo meccanismo è strettamente legato alla formazione universitaria e specialistica, quest’ultima quasi esclusivamente privata. L’assenza di epidemiologia, salute pubblica e politiche sanitarie nei percorsi formativi degli psicologi italiani riflette una postura epistemologica e politica che privilegia l’individuo e la sua psiche, trascurando invece quei saperi che mettono al centro le condizioni sociali con cui le persone interagiscono e attraverso cui, lungo l’arco di vita, si plasmano, e la cui esperienza, costitutivamente intersezionale, viene incorporata. Il professionista prodotto è preparato a intervenire sull’interiorità, privatizzata, ma non dispone degli strumenti per comprendere la salute collettiva, il contesto sociale e le sue strutture e dinamiche oggettive, sempre soggettivamente vissute e socio-culturalmente determinate. Le condizioni socio-storiche non vengono ignorate per scelta ma perché la formazione tende a oscurarle, enfatizzando la dimensione puramente soggettiva e presentandola come esclusivamente individuale.
Il modello di sofferenza appreso durante la formazione produce determinate pratiche e istituzioni della cura, basate sui medesimi assunti. Le modalità con cui il disagio viene letto, classificato e trattato strutturano specifici regimi di accessibilità, copertura e inclusione nella cura, producendo effetti concreti e visibili nel corpo sociale.
Da un lato si colloca l’offerta psicologica, nel mercato privato, in regime di libera professione, accessibile e rivolta a chi dispone delle risorse, materiali e simboliche e di salute, sufficienti a sostenere un percorso settimanale. Questa domanda di cura non è semplicemente “data”, ma socialmente prodotta e selezionata: viene resa esprimibile, trattabile e solvibile entro forme compatibili con il setting privato.
Dall’altro la psichiatria pubblica nel SSN, il quale dovrebbe rappresentare il perno del diritto alla salute mentale, ma che di fatto riceve per delega ciò che il mercato privato non può, non vuole o non riesce a trattare: sofferenze più gravi, condizioni socialmente compromesse e prese in carico complesse. Questa divisione del campo della salute mentale non ha fondamento clinico o scientifico né deriva da bisogni differenti, ma produce effetti sistemici concreti. Il confine è economico, organizzativo e culturale, non clinico.
Il risultato è un sistema a due standard: un circuito privato che intercetta la domanda più lieve e solvibile e un sistema pubblico impoverito in quantità e qualità che concentra la sofferenza più complessa. Viene così sostenuto che la salute mentale sia una sola, ma le cure sono organizzate come se fossero due. Questo alimenta lo stigma che sta a monte e a valle di tale organizzazione e, in questo contesto diviso e divisivo in cui la distribuzione dell’accesso replica così disuguaglianze sociali già esistenti, il concetto di diritto alla salute mentale mostra la propria contraddittoria ambiguità.
La gravità diventa spesso un criterio implicito di esclusione dalle cure psicologiche che trasformano la vulnerabilità in esclusione e, insieme, di accesso al sistema pubblico, cronicamente sottofinanziato e raramente capace di garantire interventi appropriati ed efficaci. In questo quadro, la distribuzione di interventi psicologici privati e dei servizi psichiatrici pubblici, esacerba disuguaglianze di salute e sociali preesistenti, costituendo una risorsa solo per chi già gode di migliori condizioni sociali e di salute, escludendo selettivamente chi si trova in posizione di svantaggio e alimentando dinamiche riconducibili all’Inverse care law (a).
Questa estraneità della psicologia alla salute e sanità pubblica costituisce una caratteristica trasversale della partecipazione politica della comunità professionale orientata soprattutto a rivendicazioni corporativistiche e all’espansione del proprio spazio professionale, piuttosto che su obiettivi più ampi di salute pubblica, come il rafforzamento del SSN, la salute della popolazione e la tutela dei diritti che costituiscono i presupposti per godere, mantenere e curare la salute mentale. Ad eccezione dell’impegno per l’inserimento della salute mentale nelle cure primarie, ne sono esempio le mobilitazioni ampie per contrastare l’aumento del contributo previdenziale o l’iniziativa di legge popolare promossa da Rete Psicologi Nazionale che utilizzando la narrazione del “bene comune” mira prevalentemente all’ampliamento della presenza professionale “nelle scuole, negli ospedali, nei municipi, nelle carceri, nei consultori, nei luoghi di lavoro e di sport”. Parallelamente, su questioni strategiche per la salute pubblica, come il PANSM, l’impegno degli psicologi ha prodotto debolissime capacità di incidere sui contenuti, prima, e quasi irrilevanti critiche significative nel dibattito pubblico, poi. Anche l’esclusione degli psicologi dalle équipe di base delle Case della Comunità definite da AGENAS non segnala tanto una debolezza nel rappresentare i propri interessi quanto l’assenza di una più ampia capacità di incidere nelle scelte di policy relative all’organizzazione dei servizi territoriali rispondendo a bisogni di salute pubblica.
Per quanto narrata come avanzamento sociale nella tutela dei diritti, la diffusione incondizionata dei dispositivi psicologici non è necessariamente meglio per la salute di tutte e tutti né del corpo sociale. L’espansione selettiva dell’offerta psicologica e la diffusione della “cultura terapeutica” [5], delle sue categorie [6] e del “therapy speak” oscurano i rischi legati all’estensione dei dispositivi tecnici di adattamento e gestione della sofferenza, più che di radicale trasformazione sociale. La critica alla neutralità della psicologia implica riconoscerne contraddizioni storiche, sociali e politiche e funzioni ideologiche. Ancor più laddove, costituendosi come dispositivo di egemonia culturale, questa produce, riprendendo Illich, forme di controproduttività specifica [7]: quel fenomeno per cui un’istituzione, superata una certa soglia di espansione, non solo fallisce rispetto ai propri fini, ma tende sistematicamente a rovesciarli, generando effetti opposti. Mentre promette emancipazione, individualizza il conflitto, depoliticizza il malessere, riduce questioni strutturali in problemi prevalentemente soggettivi. Occorre quindi rovesciarne criticamente presupposti, funzioni e pratiche.
Basaglia non aveva smesso di fare il medico: aveva cambiato il modo di incarnare il ruolo, riconoscendo i limiti della psichiatria e usandola come leva per coniugare professione e cittadinanza, ruolo e identità di tecnico e cittadino, competenza tecnica e responsabilità politica. È ancora questa la posta in gioco, la partita continua.
Matteo Bessone, TiAscolto A.P.S, Tavolo Arci Salute Mentale e Gianluca D’Amico, Comunet-Officine Corsare, Tavolo Arci Salute Mentale
Bibliografia
[1] Castel R. (1975). Lo psicanalismo: psicanalisi e potere. Einaudi.
[2] Bessone M., Rabajoli P., Sassoon M., Sarasso P. (2026) Psicoterapia e cambiamento sociale. Toria e pratiche di un’esperienza dal campo: Sportello TiAscolto. Ed. Sensibili alle Foglie.
[3] Rose N. (1989) Governing the soul: The shaping of the private self.
[4] Davies, W. (2015). The happiness industry: How the government and big business sold us well-being. Verso books.
[5] Furedi, F. (2013). Therapy Culture: Cultivating Vulnerability in an Uncertain Age . Routledge.
[6] Haslam, N. (2016). Concept creep: Psychology’s expanding concepts of harm and pathology. Psychological inquiry, 27(1), 1-17.
[7] Illich, I. (1975). Medical Nemesis: The Expropriation of Health. London: Calder & Boyars.
[a] La legge dell’assistenza inversa è un principio di sanità pubblica secondo cui la disponibilità di un’assistenza medica di qualità tende a variare in modo inversamente proporzionale alle esigenze sanitarie della popolazione servita. vedi Hart JT, The inverse care law, The Lancet, Volume 297 , Numero 7696 pp. 405-412 27 febbraio 1971.
Parlare di salute mentale significa affrontare un tema che va ben oltre la dimensione clinica. Salute mentale è un termine ombrello che comprende una serie di dimensioni intrecciate tra loro: dimensione dei diritti, politica, professionale, scientifica, istituzionale. Con questo scritto intendiamo fornire alcune coordinate non riducendo la complessità della questione ma fornendo una bozza dell’interconnessione delle diverse facce della stessa medaglia.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) [1] definisce la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non come semplice assenza di malattia. Questa prospettiva, rafforzata dalla Dichiarazione di Alma-Ata [3] e dalla Carta di Ottawa [4], riconosce la salute come un diritto umano e sottolinea l’importanza della sua promozione attraverso l’impegno congiunto di istituzioni, sanitarie e non, professionisti e cittadini, così come della partecipazione alla vita collettiva come fine e strumento nel contesto della promozione della salute.
Nel corso degli anni il concetto di salute mentale si è progressivamente allontanato da una visione esclusivamente medica. Il modello bio-psico-sociale ha tentato di integrare dimensioni biologiche, psicologiche e sociali, ma permane una difficoltà nel definire in modo univoco cosa sia realmente la salute, e quale relazione esista tra la salute e le cornici culturali, sociali, politiche e professionali attraverso cui viene letta, interpretata, vissuta e curata (in questo senso possiamo parlare di “costruzione sociale della salute”). Se la “sanità” può essere descritta attraverso parametri osservabili e misurabili, la “salute” rappresenta invece una costruzione non statica, influenzata da fattori culturali, relazionali e storici. La salute mentale non coincide con l’assenza di sintomi, con un azzeramento di sofferenza o malessere, ma con la capacità delle persone e delle comunità di costruire significati condivisi, mantenere relazioni sociali e sviluppare percorsi di vita aperti a molteplici possibilità. In questa prospettiva assumono particolare rilievo la coesione sociale, il dialogo e la promozione di contesti che favoriscono il benessere collettivo, piuttosto che la semplice prevenzione della malattia. In questo senso è particolarmente evocativo il significato del titolo del libro “Tra Parentesi” [2], scelto da Peppe Dell’Acqua, Massimo Cirri ed Erika Rossi (trasposto anche in uno spettacolo teatrale) e ispirato al pensiero fenomenologico di Eugène Minkowski.
“Mettere tra parentesi” la malattia significa sospendere uno sguardo esclusivamente diagnostico per restituire centralità alla persona nella sua interezza. È la lezione che ha guidato Franco Basaglia: ilpaziente non coincide con la sua diagnosi, ma è una persona portatrice di una storia, di relazioni e di un vissuto unico, e appartenenze all’interno di uno specifico contesto sociopolitico in cui è situato.
La cura diventa allora un incontro capace di comprendere il significato della sofferenza e di accompagnare la costruzione di nuovi percorsi di vita, senza lasciare che l’etichetta della malattia definisca interamente l’identità dell’individuo.
Accanto alla riflessione teorica emerge però una questione concreta: l’accesso alle cure psicologiche e psichiatriche, i luoghi in cui si offre un percorso di cura, spazi in cui avviene un incontro sostanzialmente. In Italia esiste una rete pubblica di servizi territoriali – centri di salute mentale (CSM/CPS), servizi per le dipendenze (Ser.D), neuropsichiatria infantile (NPI) e consultori – che garantisce il diritto alla cura. Tuttavia, il problema principale non risiede tanto nell’assenza di strutture quanto nella cronica insufficienza di personale e di risorse. Le lunghe liste d’attesa e il ridotto numero di psicologi impiegati nel Servizio Sanitario Nazionale limitano di fatto l’accessibilità ai percorsi di cura. In questo contesto, strumenti come ad esempio il recente bonus psicologico, la sperimentazione dello psicologo di base rappresentano una risposta solo parziale. Se da un lato favoriscono l’accesso alle prestazioni private, dall’altro non affrontano il nodo strutturale del potenziamento dei servizi pubblici. La domanda di assistenza psicologica cresce costantemente, ma l’offerta resta insufficiente, con il rischio che molte situazioni non considerate urgenti rimangano prive di risposta.
Al riguardo lo Sportello TiAscolto si colloca sul confine tra spazio pubblico e spazio privato, non volendosi sostituire all’istituzione pubblica e cercando di smarcarsi dalla logica meramente privata di uno studio associato. La criticità strutturale, purtroppo duratura, dell’ambito istituzionale pone degli interrogativi agli operatori dello Sportello a al progetto stesso della rete nazionale, soprattutto in prospettiva futura.
Le criticità risultano ancora più evidenti nell’ambito dell’età evolutiva. Neuropsichiatria infantile e servizi dedicati ai minori soffrono di una ormai cronica carenza di personale e finanziamenti, mentre spesso si investe maggiormente in attività di screening e diagnosi piuttosto che in percorsi terapeutici, riabilitativi ed educativi (strutturati nel tempo). Il rischio è quello di identificare precocemente il presunto disagio, senza però garantire poi un’effettiva presa in carico. Il servizio pubblico identifica e diagnostica, la cura rimane sempre più ad appannaggio del privato, frammentato e competitivo.
Parallelamente a ciò, il dibattito pubblico oscilla tra due estremi: da una parte la crescente esposizione mediatica dei temi legati alla salute mentale, talvolta semplificati o trasformati in fenomeni di consumo; dall’altra la tendenza ad associare automaticamente il disagio psichico alla pericolosità sociale, alimentando richieste di controllo e contenimento piuttosto che di cura e inclusione. Si tratta di una rappresentazione che contribuisce ad alimentare etichette non solo psichiatriche, ma anche teoriche (con stigma e discriminazioni annessi).
Non tutti gli strumenti sono uguali però. Ad esempio il PTM (Power Threat Meaning) è uno strumento che inverte la logica classica, si focalizza sull’esperienza del paziente per poi giungere ad una costruzione collettiva del significato e sulla diagnosi della situazione clinica. Per questo motivo, ma non solo, la salute mentale deve essere considerata innanzitutto una questione politica, culturale e di diritti. Investire nei servizi territoriali, aumentare il numero dei professionisti, promuovere interventi di prevenzione e riabilitazione e sostenere percorsi di inclusione sociale significa dare concreta attuazione al diritto alla salute (previsto anche attraverso i LEA, livelli essenziali di assistenza). Allo stesso tempo, è necessario contrastare narrazioni riduzionistiche che identificano la sofferenza psicologica con la devianza o la criminalità e la maggiore disponibilità di cure psicologiche come unico baluardo del progresso sociale. Il rischio, altrimenti, è quello di alimentare processi di psicologizzazione e individualizzazione del disagio, attribuendo prevalentemente all’individuo la responsabilità di affrontare sofferenze che affondano le proprie radici anche nelle condizioni materiali, nelle disuguaglianze sociali e nei contesti di vita. Una prospettiva improntata alla psicologizzazione, così come approfondito nel nostro libro (Matteo Bessone, Paolo Rabajoli, Marco Sassoon, Pietro Sarasso – PSICOTERAPIA E CAMBIAMENTO SOCIALE TEORIA E PRATICHE DI UN’ESPERIENZA DAL CAMPO: SPORTELLO TIASCOLTO), finisce altrimenti per oscurare i determinanti sociali della salute mentale e per depotenziare il ruolo delle politiche pubbliche realmente preventive, sanitarie e non, nel contrasto delle cause strutturali del disagio.
La sfida dei prossimi anni consiste nel recuperare una cultura della cura fondata sulla dignità della persona, sulla responsabilità collettiva e sulla partecipazione della comunità. In una società attraversata da profonde trasformazioni sociali, economiche e digitali, la salute mentale non può essere relegata a una questione individuale: rappresenta un bene comune, il cui perseguimento richiede investimenti, competenze e la capacità di mettere, ancora una volta, “tra parentesi” l’etichetta della malattia per tornare a vedere la persona nella sua irriducibile umanità.
Bibliografia:
[1] OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità);
[2] Dell’Acqua, Cirri, Rossi (2019), Tra parentesi;
[3] Dichiarazione Alma-Ata (1978);
[4] Carta di Ottawa (1986);
Illustrazione: opera di Maurizio Serra.
Purtroppo sono ancora viva. Se fossi morta, forse si sarebbe parlato di me in un convegno. Che senso hanno convegni, incontri e libri dopo, se chi chiede aiuto prima viene lasciato da solo/a? Se le testimonianze chieste poi non vengono accolte o non cambia niente? Porto una testimonianza soggettiva, legata ad altre di cui nessuno si occupa “finché non capita a te”.
“Tua mamma ti voleva morta per avere un grande dolore da piangere”
“Io ho capito benissimo lei come funziona, vede tutti come violentatori”
“Non sa usare la terapia, ha un senso di morte enorme, una rabbia incontenibile, una scatola troppo piccola per le emozioni e ogni incontro con il mondo esterno risulta un urto insostenibile”
“Io ho fatto analisi per 4 volte a settimana e ho studiato 10 anni”
“Ha un enorme buco nero dentro che inghiotte tutto/i”
“Non collabora, ha una forza distruttiva potentissima, proietta fuori di sé, è invidiosa”
“E’ un’ingrata”
“Ha avuto un grande culo a trovare me come terapeuta, io mi sento la coscienza a posto, ho fatto tutto e oltre il possibile”
“Lei parte da sotto zero e deve abbassare le aspettative”
“Tutti i gruppi di supervisione mi hanno chiesto perché perdo ancora tempo con lei” [per scoprire, poi, che era stato un unico incontro con un’altra terapeuta e il mio psichiatra]
“Quanta sicurezza! Non ha ancora capito che dovrà stare in analisi per anni?”
“Vediamo cosa succederà quando riprenderà a lavorare, ci credo che si chiede se insegnare fa per lei se sta così male; è facile insegnare agli stranieri, si sente in una posizione di superiorità” [erano gli effetti collaterali dei farmaci, lavoro da 20 anni con le persone pescate dal mare]
“Senza di me sarebbe nella tomba o in una clinica psichiatrica da anni”
“Ci sono porte che non le si apriranno mai”
“Farà molta fatica ad avere un lavoro e un fidanzato normali” [mentre non vedevo che già ce li avevo]
“Sono stufa di lei, nessuna paziente mi ha fatto arrabbiare così nella mia carriera”
Ero stata violentata dal mio primo fidanzato. La mia prima volta. Ho chiesto aiuto, avevo vent’anni.
Per 15 anni sono stata trattata, con anche un mix variegato e potente di farmaci, per una “psicosi protonsensorialepresimbolica arcaica”, fino a quando ho letto moltissimi libri e sono riuscita ad andarmene.
Questa diagnosi non è mai stata scritta, ma mi è stata ripetuta in maniera martellante.
Questa diagnosi non esiste.
Sono state terapie private, ma vorrei che la mia storia uscisse da quattro mura e due persone per diventare, spero, riflessione. Io vivo e voglio vivere nel mondo. Non sono stata riferita ad altri né nel pubblico né nel privato e ho avuto un medico di base, sempre la stessa, alla quale ho chiesto inutilmente aiuto e che mi ha rifatto ricette per antipsicotici. Ho una cartella clinica con scritti tutti i farmaci. Esiste, è un documento e si finge che non ci sia.
I farmaci hanno peggiorato la mia salute con effetti collaterali. Ho perso delle cose irrecuperabili; lo dico con oggettività. Avevo sintomi leggibili e chiari che sono diventati tutt’altro per interpretazioni altrui: una confusione infinita.
Può essere che io non sia stata una brava paziente, ma perché avrei dovuto lasciarmi distruggere? Le mie parole sono spesso state utilizzate contro di me, invece che per riflettere, per attaccarmi immagini addosso che venivano da parole, pensieri o immagini della mente di altri. Non ero d’accordo perché non mi appartenevano: ero una paziente difficile?
Da fuori sono di bell’aspetto, colta, divertente e con varie carriere. È vero e ne sono felice e orgogliosa, ma, spesso, devo gestirmi sintomi in silenzio e neanch’io sono esente da sofferenza, difficoltà e fragilità. Chi sono non mi ha impedito di finire nella situazione in cui sono finita e il dolore mi ha fatto perdere lucidità. Non sono diventata più forte, né più sensibile. Sono e voglio essere forte e fragile come ogni essere umano e vivere tra persone che si permettono di vivere, anche loro, da forti e fragili, accettando la fatica, la complessità e la reciprocità che comporta.
Non ho nessuna filosofia positiva rispetto all’accaduto: accetto, ma non perdono. Faccio la mia parte di cittadina, prendendomi la responsabilità che mi pertiene di parlare e raccontare. Quando mi dicono che è folle, impossibile e assurdo, rispondo che, in Italia, tra il 2008 e il 2023, è successo. A 39 anni ho fatto il primo pap test e ho riavuto un rapporto completo (dai 20 anni). Tramite un gruppo facebook ho trovato un’ostetrica privata di un’altra città che ha curato in due mesi il mio vaginismo “incurabile”. Faticano a crederci o si spaventano, gli altri.
Avevo un gran dolore che mi ero tenuta per me – scelta della quale sono decisa – ma affidandolo a chi pensavo potesse aiutarmi.
Sono stata trattata e sono stata fatta cronica quando non lo ero.
Ho studiato lavorando. Probabilmente non avrò mai figli.
Nessun dispositivo di sicurezza ha funzionato. Né il confronto psicoterapeuta-psichiatra, né il mio medico di base che si è rifiutata di scrivere una relazione, chiesta dall’Avvocato, per dire, semplicemente, che ero andata molte volte a riferire che stavo male e mi ha solo abbracciata, alla fine, dicendo che ero stata bravissima a uscirne da sola. Aspetto da più di un anno le risposte alle mie pec dagli Ordini che hanno negato la mediazione del Tribunale del Malato. Ho dato le carte ad un Avvocato, sfinita. Che per loro non ci sia stato un problema, voglio che venga scritto.
Ero capace di intendere e di volere, ma ero comunque permeabile in un rapporto asimmetrico di potere e cura. Perché, dolorante, mi si ritorce contro che ho lottato con forza, senza accessi al pronto soccorso e cercando di calmarmi? Perché viene usato contro di me, sostenendo che me ne sarei potuta andare quando volevo? Quali parole, a prescindere, è lecito dire in terapia? Quali atti? Che limite? Perché non si risponde ad una domanda di confronto dopo 10 anni di presa in carico? Nella relazione dello psichiatra, chiesta ex post, mancano 4 anni su 7 (avendo io le ricevute, tutte) e dei farmaci. Perché nessuno si assume la responsabilità/voglia di comprendere cosa sia successo? Ho cambiato psichiatra e abbiamo tolto l’antipsicotico in 4 settimane senza effetti collaterali. In 3 anni sono stata sempre meglio mentre in 15 sempre peggio, ma continuo a pagare io cure private per riparare. Quanta vita, forza e serenità si può far perdere ad una giovane donna, tra i 20 e i 40 anni, che chiede volontariamente aiuto? Quanto tempo? Soldi?
Non sono riuscita a gestire tutto, sono solo riuscita a salvarmi la vita. Non posso lasciarlo andare, come molti ingenuamente suggeriscono. Non mi definisce, ma è una delle parti di me. Scrivo per provare ad evitare altri errori rossi così a lungo sulla vita delle persone. Per denunciare, certo, ma per proporre. Credo che oggi si abbiano moltissime conoscenze e non vengano applicate.
Per due anni sono uscita di casa quasi solo per lavorare. Mi veniva da vomitare a vuoto, non riuscivo a respirare, avevo la diarrea costante e mi sentivo svenire. Non provavo paura, ma rabbia, perché facevo cose che mi piacevano, sapevo fare e non ci riuscivo. Con metà testa e metà corpo stavo male, con l’altra mi tranquillizzavo, dicendomi che avrei trovato una soluzione. Ho lavorato perché volevo andare avanti.
La mia storia ha avuto ricadute sui miei affetti che, nonostante quanto mi veniva detto, hanno rispettato il mio parziale silenzio e mi hanno pagato le cure, affidandomi e riconoscendo i loro limiti.
Vorrei ridare a ciascuno il proprio ruolo. Non era mio compito leggere, studiare e fare ricerche mediche per capire cosa avessi. Non sapevo le regole. Non era il mio lavoro fare l’anamnesi, trovare una diagnosi che, a me, interessa non come momento definitorio ma solo come via per scegliere il cammino, scalare antipsicotici o fare riabilitazione del pavimento pelvico. Non potevo e non volevo farlo da sola. Ai professionisti che mi chiedono “come si fa a gestire così tanta mal gestione e rifiuti?” rispondo che devo e non ho avuto alternative, ma questa domanda la rivolgerei a loro: come è stato possibile? Come è possibile, ancora adesso, che debba essere io?
Ci ho impiegato tre anni a scrivere, con i miei successivi curanti, per dare un senso e trovare una nuova direzione. Anche la vecchia, in parte, perché mentre io mi sono rimessa in gioco nelle relazioni i miei ex curanti non hanno risposto. Cosa dovrebbe pensare un paziente?
Se anche fossi stata psicotica o con qualsiasi altra difficoltà, non sarei stata nel posto giusto?
Vivo in una delle prime 10 città italiane, con poli ospedalieri di eccellenza e universitari. Ho scritto a più di 120 Associazioni e professionisti vari per ipotizzare e proporre piccoli spazi di possibilità chi mi faceva tornare al punto di partenza di impossibilità abituale. Silenzio. Vivo in una repubblica con il diritto alla salute, a me negato, nella Costituzione. In uno stato della UE che ha ratificato il modello biopiscosociale (OMS, 2001). Tra i diritti dello Stato verso i cittadini ci sono quelli positivi che richiedono azioni e risorse affinché siano garantiti. Sono spesso diritti sociali. Tra questi, c’è la salute.
Racconto per persone, pazienti e professionisti, anche quelli che mi avevano promesso uno spazio e sono scomparsi.
Perché si parli della sessualità nelle anamnesi e nel percorso, se desiderato, e se prescritti farmaci che la alterano. Per dire di chiedere degli effetti collaterali, sempre, di monitorarli con i professionisti, di chiedere e richiedere se non si ha risposta, non si capisce o non si è d’accordo. Perché si parli delle sindromi femminili, della fertilità nei giovani. Perché i professionisti siano trauma informed. Se si prenota un appuntamento, passando prima a spiegare la situazione, non è piacevole trovarsi il medico arrabbiato. Non avevo paura di quel medico, di quella visita (pure fosse): non riuscivo a stare in piedi, a vivere. Per il non giudizio. Perché non si aggiungano traumi a traumi nella vita, per chiunque, con ogni persona. Non mi interessa la dicotomia maschi-femmine, non lo riduco ad una questione di genere.
Parlo dei bias dei curanti, anche. Qualcosa è successo. Non so cosa, non ho risposte.
Perché il Centro antiviolenza della mia città non ha una ginecologa di fiducia? Perché non c’è uno sportello per il dolore cronico pelvico pubblico?
Ho dichiarato le spese mediche nel 730 e mi è stato chiesto se avessi la L. 104. Non ce l’ho, è successo un disastro dichiarato, ma ancora non dichiarabile. Ho scritto per cercare un passo nella società, tra persone, nel collettivo. Sono una donna, una cittadina, un’insegnante: non mi interessa distruggere, ma costruire; capire cosa è potuto andare così male, per migliorare. Cura e politica.
“Please document that I shared these concerns and no action was taken”.
di Benjamin S. Case
Ed. Meltemi, 2025 (ed. italiana)
Le rivolte di piazza hanno ripreso la scena a livello globale a fasi alterne negli ultimi anni, riaprendo numerosi dibattiti, spesso profondamente polarizzati, mediatizzati e sensazionalistici, attorno ai temi della violenza politica e della non-violenza in un mondo che precipita tra catastrofi climatiche, tecnocrazie e genocidi. Il libro di Benjamin S. Case, attivista, educatore, scrittore e ricercatore statunitense, vuole inserirsi proprio in questo tempo e dibattito provando ad aprire la discussione proponendo uno studio sociale e politico delle rivolte piuttosto che una valutazione morale fortemente diffusa sia nell’opinione pubblica che in molti ambienti dell’attivismo.
Case infatti costruisce un testo che approfondisce la dimensione teorica della dialettica tra violenza e non violenza nella storia dei movimenti sociali e rivoluzionari, esplicitando una critica alla “non violenza strategica”, posizione fortemente diffusa negli ultimi decenni in particolare nei contesti dell’attivismo anglosassone e che viene frequentemente proposta come l’unica e “scientifica” strategia di vittoria per i movimenti. L’autore prova a complessificare questo dibattito ed esplorare cosa sono effettivamente le rivolte, come si esprimono a livello materiale, simbolico, relazionale, emotivo, che forme organizzative assumono e quali rifiutano, quale confronto si è prodotto nella storia in diverse zone del mondo tra forme violente e non violente provando a mettere in discussione la rigidità autoescludente tra le due strategie, facendolo attraverso una ricerca rigorosa che unisce un’approfondita analisi di dati con la voce dell* attivist*, dando parola diretta a chi ha partecipato a mobilitazioni e rivolte dagli Stati Uniti al Sudafrica.
Una lettura necessaria per non guardare ai tumulti e riot che crescono a ondate intorno a noi solo dallo schermo della televisione o di uno smartphone, ma provando a conoscerli da vicino e da dentro, come esperienze e fenomeni sociali essenzialmente parte di società diseguali e oppressive, e che possono anche aprire domande impreviste e fornire insegnamenti profondi sulle possibilità di cambiamento radicale che abbiamo a disposizione.
di Giuseppe Dell’Acqua,
Ed. Stampa Alternativa, 2007
L’opera di Giuseppe Dell’Acqua è una raccolta intensa e profondamente umana di testimonianze che attraversano la storia del manicomio triestino prima, durante e dopo la rivoluzione basagliana. Il testo non si limita a documentare un’istituzione, ma restituisce voce e volto alle persone che l’hanno abitata, rendendo visibile ciò che per lungo tempo è rimasto nascosto o silenziato.
Le storie raccontate sono molteplici e differenti, ma accomunate da un destino di segregazione: alcuni arrivano già durante l’infanzia, crescendo all’interno dei padiglioni fino a non conoscere altre realtà se non quella istituzionale; altri sono figli di persone ricoverate e sembrano destinati a ripercorrerne il destino. La vita in manicomio appare come uno spazio sospeso, dove l’identità si dissolve: senza oggetti personali, vestiti con vestaglie uguali, condividendo spazi affollati in cui tutto è di tutti e, al tempo stesso, di nessuno. In questo contesto, il silenzio diventa spesso una forma di resistenza: un mutismo che, più delle parole, testimonia il mancato ascolto da parte degli operatori.
Colpisce la varietà delle storie e delle condizioni che conducono all’internamento: non solo sofferenze psichiche, ma anche malattie fisiche o comportamenti giudicati “inappropriati”. Il manicomio emerge così come un contenitore eterogeneo, in cui il confine tra cura e controllo appare fragile e ambiguo.
Una parte significativa del libro nasce dall’esperienza diretta dell’autore, mentre altre testimonianze provengono da registrazioni e diari. Questa pluralità di fonti contribuisce a restituire la complessità delle vite raccontate e il carattere imprevedibile dei percorsi individuali, segnati da eventi che possono trasformare radicalmente l’esistenza.
Un elemento particolarmente rilevante è il difficile rapporto tra gli internati e il mondo esterno. L’idea di un ritorno alla società è spesso accompagnata da paura e disorientamento, ma anche dal rifiuto e dal pregiudizio dei cittadini. Eppure, è proprio nel contatto che può aprirsi uno spazio di trasformazione: lo sguardo che inizialmente respinge può, se sostenuto, diventare occasione di riconoscimento dell’umanità dell’altro.
Il racconto della rivoluzione basagliana è presentato come un processo graduale di smantellamento dell’istituzione manicomiale, “pezzo dopo pezzo”. L’apertura verso la città e la costruzione di servizi alternativi segnano un passaggio fondamentale: il lavoro, gli appartamenti condivisi, gli spazi sociali come il bar diventano strumenti concreti di restituzione di dignità e identità. Non si tratta solo di migliorare le condizioni di vita, ma di trasformare radicalmente il significato stesso della cura.
In questo senso, il libro mette in luce un punto cruciale: il cambiamento in psichiatria non può essere ridotto a una questione tecnica o amministrativa. Esso implica una presa di posizione etica e politica nei confronti della persona sofferente. La vera innovazione non consiste nell’umanizzare il manicomio, ma nel superarlo, ridefinendo il rapporto tra cura, cittadinanza e diritti.
Dell’Acqua ci consegna così un’opera che non è solo testimonianza storica, ma anche invito a interrogarsi sul presente della pratica psichiatrica e sul modo in cui continuiamo a guardare alla sofferenza mentale.
Rovesciare e Deprescrivere. Attualizzare Basaglia tra psicofarmaci, diritti e psicoterapia
Cosa succederebbe se la psicoterapia prendesse sul serio l’eredità di Basaglia? Non come monumento da celebrare, ma come metodo: mettere in crisi le proprie istituzioni, rovesciarle, riconoscere la propria funzione politica, schierarsi per trasformarle in un movimento dialettico?
Questo è il punto di partenza del contributo pubblicato nel 2024 sul Adombramenti n.1, la Rivista del Centro Studi di Psicofen, che ha da poco presentato il suo nuovo numero, edito Mimesis.
Il testo parte da una constatazione scomoda: il movimento basagliano aprì i manicomi anche grazie alla disponibilità dei neurolettici, ma Basaglia stesso ne denunciò subito i rischi, l'”uso improprio”, l’effetto passivizzante, il “manganello chimico” come nuova forma di violenza istituzionale.
Decenni dopo, con l’affermarsi del paradigma neoliberista dagli anni ’80 in poi, gli psicofarmaci non hanno smantellato la logica manicomiale, l’hanno ampliata, distribuit e capillarizzata. Carceri, CPR, ambulatori, studi privati e servizi sanitari sono luoghi differenti che, in modo differente, contribuiscono ad un uso spesso inappropriato di psicofarmaci, spesso senza adeguata informazione e violando diritti fondamentali.
Gli autori rivolgono questa analisi in modo diretto alla comunità degli psicoterapeuti: non neutrale, mai stata neutrale. Al contrario, apertamente posizionata rispetto a tale uso, spesso senza rendersene conto, proprio mentre crescono le preccupazioni per il sovrautilizzo per molte classi di farmaci. Il silenzio rispetto alle pratiche prescrittive, l’incapacità di parlare delle esperienze di prescrizione e delle modalità prescrittive, l’invio automatico al prescrittore, la mancanza di accompagnamento nei percorsi di sospensione e di riconoscimento di tale bisogno, è già una scelta politica, di campo. Una scelta che, di fatto, ratifica e concorre al sovrautilizzo sistemico, con gravi problemi per la salute pubblica.
La proposta presentata è quella avviare un processo di “rovesciamento”: formare i terapeuti alle competenze della psicofarmacologia, alla possibilità di parlare di esperienze e vissuti legati all’utilizzo e la sospensione di psicofarmaci, sostenere le persone nei processi di sospensione, promuovere letture del disagio meno individualizzanti, costruire alleanze tra operatori, utenti e comunità esperta.
Si tratta di scegliere in che misura rinchiudere tale storia tra le mura del manicomio o riappropriarsi della sua opera, rivitalizzandola entro i confini della psicoterapia. Sarebbe una perdita enorme, per la società tutta e la comunità dellə psicoterapeutə, se questo non accadesse, relegando la storia di questo movimento al settore psichiatrico e al passato.
E’ possibile scaricare il capitolo “Rovesciare e deprescrivere, attualizzare Basaglia tra psicofarmaci, diritti e psicoterapia”, con le grafiche a cura di Andrea Pisano, qui.

Il 23 Giugno 2026, la Rete di Psicoterapia Sociale presenta “La Psicologia è Politica”, di Eleonora Marocchini e Federico Dibennardo. Gli autori dialogheranno con Matteo Bessone sul loro libro.
Il libro affronta il rapporto tra psicologia, società e politica, mettendo in discussione l’idea che il benessere mentale possa essere compreso esclusivamente come una questione individuale. Identità, relazioni, condizioni materiali di vita e costrutti culturali influenzano profondamente la salute mentale e i modi in cui interpretiamo la sofferenza psichica.
A partire da questa prospettiva, gli autori riflettono sul ruolo sociale e politico della psicologia, interrogandone presupposti, pratiche e responsabilità. Il volume propone una lettura critica delle forme contemporanee di individualizzazione del disagio, evidenziando la necessità di collegare l’esperienza soggettiva ai contesti storici, economici e culturali in cui prende forma.
L’incontro sarà anche l’occasione per mettere a dialogo le riflessioni degli autori con quelle del nostro libro “Psicoterapia e cambiamento sociale”.
La partecipazione è libera, per ricevere il link occorre mandare una mail a: info@retepsicoterapiasociale.it
Vi aspettiamo!
+ Articoli
Il diritto alla sospensione degli psicofarmaci: una guida nata dall’esperienza diretta e dai pari
Interrompere L’uso Degli Psicofarmaci: Guida alla Riduzione del Danno.
The Icarus Project e Freedom Center
Può arrivare un momento, nella vita di molte persone che assumono psicofarmaci, in cui nasce una legittima domanda semplice e insieme difficilissima:e se volessi smettere? Posso liberarmi ? Come posso farlo ?
Spesso non si tratta una domanda ideologica. Ma solo il desiderio legittimo di capire le proprie opzioni, di avere informazioni oneste, di non sentirsi soli davanti a una scelta che riguarda il proprio corpo e la propria mente. Di cambiare la propria condizione, di riappropriarsi di una vita che si è scelta a cui sentire di poter dare valore, di essere e diventare quello che si desidera, camminando sulle proprie gambe, talvolta un po’ doloranti e incerte.
Eppure, in molti, troppi, casi, quella domanda rimane senza risposta. Senza un interlocutore.
O ancora peggio, spesso viene attivamente scoraggiata. Sistematicamente.
Un vuoto che non è casuale
Per quanto la situazione stia lentamente cambiando, la deprescrizione degli psicofarmaci, cioè la riduzione graduale o la sospensione guidata, è un tema ancora largamente ai margini dei servizi sanitari e della formazione professionale, medica quanto psicologica. Non perché non esistano protocolli o letteratura. Ma perché il sistema, nella pratica, è molto più attrezzato a prescrivere che ad accompagnare chi vuole uscire.
Chi desidera ridurre o sospendere un farmaco si trova spesso di fronte a risposte evasive, a minimizzazioni o a mancato riconoscimento degli effetti dell’astinenza, alla mancanza di professionisti (medici di base, psichiatri, psicoterapeuti) disposti o formati per supportare questo percorso. Il risultato, dicono la letteratura e l’esperienza, è che molte persone affrontano la sospensione da soli, oppure si rivolgono a reti informali, forum, gruppi di mutuo aiuto, anche a causa di una scarsa consapevolezza pubblica.
Questo non è un fallimento individuale. È un fallimento strutturale del sistema di cura.
La conoscenza che nasce dall’esperienza
In questo vuoto, da decenni, si muovono le comunità di pari che sicuramente costituiscono una risorsa fondamentale, accanto alle poche risorse professionali attualmente disponibili, in questo viaggio.
L’Icarus Project e il Freedom Center, due realtà nate negli Stati Uniti, la prima come rete virtuale e di gruppi locali, la seconda come comunità di supporto e attivismo nel Massachusetts, hanno costruito nel tempo una guida alla riduzione del danno per chi usa psicofarmaci. Si tratta di una guida non scritta da clinici o tecnici per pazienti, ma da persone con esperienza diretta, per altre persone con esperienza diretta.
La differenza non è solo simbolica. È epistemica. Chi ha vissuto sulla propria pelle cosa significa scalare un antidepressivo, gestire i sintomi da discontinuazione, negoziare con un medico restio, porta con sé una conoscenza che nessun manuale può trasmettere completamente. Quella conoscenza, messa in comune e resa accessibile, è una risorsa fondamentale di salute pubblica e democratizzazione delle cure.
Riduzione del danno: né pro né contro
La guida non prende posizione sull’uso degli psicofarmaci. Non dice che vanno presi né che vanno abbandonati. Nè in quali circostanze. Adotta invece il framework della riduzione del danno, lo stesso usato, ad esempio, nelle politiche sulle sostanze, applicato alla salute mentale.
Significa: partire dal rispetto dell’autonomia della persona. Fornire informazioni accurate, incluse quelle scomode. Riconoscere che non esiste una scelta giusta per tutti. Offrire strumenti sia a chi vuole continuare i farmaci sia a chi vuole ridurli o sospenderli, o per lo meno provarci.
In un campo spesso polarizzato — tra chi difende la psichiatria biologica e chi la rifiuta in blocco — questo approccio apre uno spazio diverso: quello del pensiero critico, dell’autodeterminazione, della cura come pratica collettiva e non solo individuale.
Tre principi, chiari
Accesso reale alle alternative. La libertà di scelta esiste solo se esistono alternative accessibili nella pratica, non solo sulla carta. Servizi comunitari, supporto tra pari e percorsi di uscita dagli psicofarmaci devono essere disponibili a tutti, indipendentemente dalle risorse economiche.
Autodeterminazione senza giudizio. Le persone hanno il diritto di decidere se assumere, ridurre o sospendere i farmaci senza dover giustificare quella scelta a nessuno. Non esiste una risposta giusta per tutti, e nessuna coercizione, esplicita o implicita, o pressione dovrebbe entrare in una decisione così personale.
Informazione onesta, non rassicurante per convenienza. Benefici, rischi, effetti dell’astinenza, alternative possibili: tutto questo deve essere accessibile in modo chiaro e completo. Il consenso informato non è una firma su un modulo. È un processo continuo che richiede tempo, risorse e interlocutori disposti a non semplificare.
Una questione politica, non solo clinica
Rendere questa guida disponibile in italiano non è solo un gesto di traduzione ma può essere inteso pienamente come un atto di politica sanitaria dal basso.
Significa affermare che l’accesso alle informazioni non può essere un privilegio. Che le persone hanno il diritto di conoscere i rischi dei farmaci che assumono, gli effetti dell’astinenza, le alternative esistenti. Che il consenso informato non è una firma su un modulo, ma un processo continuo che richiede risorse, tempo e interlocutori competenti.
Significa anche riconoscere il ruolo della società civile, delle reti di pari, dei collettivi, delle comunità di mutuo aiuto, nella produzione e circolazione di sapere su salute e cura.
Un sapere che non sostituisce la medicina, ma la affianca, la corregge, la completa.
E che, in certi momenti, arriva dove i dispositivi di cura professionali ancora non riescono o non vogliono arrivare.
La guida è disponibile gratuitamente qui. Perché alcune cose dovrebbero esserlo.
Qui sotto riportiamo l’indice.
Contenuti
Nota dell’Autore …………………………………………………………………………………………………………. 4
Introduzione ………………………………………………………………………………………………………………… 6
Riduzione del danno per la salute mentale………………………………………………………………….9
Risorse chiave per saperne di più ………………………………………………………………………………12
Uno sguardo critico ai “disordini mentali” e alla psichiatria ……………………………………..13
Dichiarazione Universale dei diritti e delle libertà mentali……………………………………….14
Quanto è difficile abbandonare gli psicofarmaci?………………………………………………………16
Le politiche dell’astinenza…………………………………………………………………………………………..16
Principi di questa guida……………………………………………………………………………………………….18
Come funzionano gli psicofarmaci?……………………………………………………………………………19
Gli psicofarmaci correggono la vostra chimica? ………………………………………………………..20
Chi è da incolpare? Voi stessi? La vostra biologia? Nessuno dei due?……………………….22
Che effetto hanno gli psicofarmaci sul cervello?……………………………………………………….24
Perché le persone trovano utili gli psicofarmaci?………………………………………………………25
Fatti che potreste non sapere sugli psicofarmaci ………………………………………………………26
I rischi degli psicofarmaci sulla salute…………………………………………………………………………27
In che modo gli effetti dell’astinenza influiscono sul cervello e sul corpo ……………….32
Perché le persone vogliono smettere di usare gli psicofarmaci………………………………..33
Continuare con i farmaci e ridurre il danno ……………………………………………………………..34
Vorrei abbandonare i miei psicofarmaci ma il mio medico non me lo consente: cosa
dovrei fare?………………………………………………………………………………………………………………….36
Prima di cominciare l’interruzione …………………………………………………………………………….37
Lavorare con la paura …………………………………………………………………………………………………41
Uso intermittente: prendere gli psicofarmaci di tanto in tanto ………………………………..42
Quali sono le alternative all’uso degli psicofarmaci?………………………………………………….45
Interruzione: passo a passo ………………………………………………………………………………………..49
Penso che qualcuno stia prendendo troppe medicine, cosa dovrei fare?…………………50
Guardare al futuro………………………………………………………………………………………………………51
Considerazioni speciali……………………………………………………………………………………………….51
Risorse ………………………………………………………………………………………………………………………..58
Consulenti professionali della salute che hanno collaborato a questa guida ……………65
di A. Pierantozzi
Ed. Einaudi, 2025
Lo Sbilico di Alcide Pierantozzi (Einaudi, 2025) racconta in prima persona l’esperienza della malattia mentale, affrontando temi come i disturbi di personalità, la neurodivergenza, la psicosi, la paura e il rapporto con il proprio corpo e con gli altri.
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è l’onestà con cui l’autore si racconta. Non cerca mai di rendere affascinante o di spettacolarizzare la sofferenza psichica; al contrario, la descrive nella sua dimensione più concreta, fatta di farmaci, visite mediche, pensieri ossessivi, paura e senso di inadeguatezza. Descrive a fondo come le relazioni vengono mutate e plasmate dalla fragilità psichica.
Il libro, caratterizzato da un racconto senza filtri, abbatte i muri dello stigma sulla salute mentale e avvicina il lettore alla fenomenologia della psicosi; attraverso flashback e risvolti temporali e narrativi spalanca una finestra sull’umanità che molto spesso viene oscurata da una diagnosi psichiatrica. Alcide narra, attraverso un uso magistrale del linguaggio, la sua esperienza da «paziente lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido». L’autore ci permette di entrare nelle sue giornate in una cittadina della provincia Abruzzese, dove tra palestra, spiaggia e biblioteche prendono forma le allucinazioni e i pensieri ossessivi. Alcide racconta l’infanzia, le giornate dai nonni con la bicicletta, gli animali e la vita da giovane adulto in una grande città con le sue sfide e le infinite possibilità. Particolarmente toccante è il rapporto con la madre, figura di sostegno e rifugio, attraverso cui emerge tutta la fragilità del protagonista. Allo stesso tempo, il libro affronta il tema dello stigma sociale che ancora accompagna i disturbi mentali, mostrando quanto sia difficile raccontarsi senza essere ridotti alla propria diagnosi.
La scrittura è ricca, precisa, ricercata e sorprendentemente controllata anche quando racconta il disordine mentale. Le parole diventano uno strumento per dare forma al caos e per tentare di comprendere ciò che appare incomprensibile.
Lo Sbilico è una lettura intensa e dolorosa, che richiede partecipazione emotiva. Non offre consolazioni facili né soluzioni definitive, ma invita il lettore a guardare da vicino una realtà spesso ignorata o semplificata. È un libro importante perché riesce a trasformare un’esperienza individuale in una riflessione universale sulla vulnerabilità umana, sul bisogno di essere compresi e sulla possibilità della letteratura di dare voce a ciò che normalmente resta nascosto.
Condividiamo l’uscita di un nostro contributo su un fascicolo di Ricerca Psicoanalitica focalizzato sulla diagnosi.
In questo contributo, Matteo Bessone e Marco Sassoon, offrono una panoramica introduttiva al Power Threat Meaning Framework PTMF, rivolta principalmente a un pubblico italiano, delineandone le principali dimensioni politiche, epistemologiche, applicative e critiche. Ci auguriamo che sia coerente con l’obiettivo generale, l’etica e l’intento del lavoro originale.
ABSTRACT
L’uscita del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, quinta edizione (DSM-5), nel 2013, fu accolta con sentimenti contrastanti: c’era chi lo salutava come una fondamentale innovazione nel campo diagnostico, chi ne denunciava gli assunti di fondo come sostanzialmente invariati rispetto alle problematiche edizioni passate. Nello stesso anno, la British Psychological Society pubblicò un position statement invocando la necessità di un cambiamento di paradigma nella classificazione di comportamenti ed esperienze in relazione alle diagnosi psichiatriche. Cinque anni dopo, nel 2018, alla vigilia dell’uscita dell’undicesima revisione della Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-11), la British Psychological Society pubblicò il Power Threat Meaning Framework (PTMF, da qui PTM) in forma integrale e sintetica. Nel corso dei sette anni successivi, il modello ha conosciuto una notevole diffusione: le traduzioni si sono moltiplicate e la versione sintetica è ora gratuitamente disponibile in spagnolo, norvegese, svedese e italiano. Parallelamente, attorno al PTM si è sviluppato un dibattito vivace: si sono attivati percorsi formativi, alcuni servizi ne hanno sperimentato l’adozione in diversi settori, ed è diventato uno dei testi di riferimento per una parte del movimento critico nel Regno Unito e non solo. Dopo averne delineato genesi e obiettivi, questo contributo esplorerà natura e metodo del PTM, evidenziandone il posizionamento epistemologico e politico. Verranno quindi analizzati i contenuti fondamentali e la loro innovatività, delineando gli ambiti di applicazione e le critiche mosse al modello, per concludere riflettendo sul suo potenziale come strumento per riconnettere clinica e giustizia sociale.
Open Access Ita version: https://socialsciences.pagepress.net/rp/article/view/1137/1200
Download Ita version
Clinical Practice rediscovers Social Justice: the Power Threat Meaning Framework
ABSTRACT
The publication of the Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 5th Edition (DSM-5) in 2013 was met with mixed reactions: some hailed it as a fundamental innovation in the field of diagnosis, while others denounced its underlying assumptions as basically unchanged from the problematic previous editions. In the same year, the British Psychological Society published a position statement calling for a paradigm shift in the clas-sification of behaviors and experiences in relation to psychiatric diagnoses. Five years later, in 2018, shortly before the release of the International Classification of Diseases,11th Revision (ICD-11), the British Psychological Society published the Power Threat Meaning Framework (PTMF, hereafter PTM) in both full and summary form. Over the following seven years, the model gained considerable international dissemination: translations have multiplied, and the summary version is now freely available in Spanish, Norwegian, Swedish, and Italian. At the same time, the PTM has generated lively debate: training initia-tives have been launched, some services have experimented with its adoption across differ-ent sectors, and it has become a key reference text for part of the critical movement in the United Kingdom and beyond. After outlining its origins and aims, this article examines the nature and method of the PTM, highlighting its epistemological and political positioning. The article then analyses the framework’s core ideas and their innovative aspects, outlines its areas of application and the criticisms it has attracted, and concludes by reflecting on its potential as an instrument for reconnecting clinical practice and social justice
Open Access Eng version: https://socialsciences.pagepress.net/rp/article/view/1137/1201
Download Eng version
di Samah Karaki,
Add Editore, 2026
Il testo della ricercatrice, biologa e specializzata in neuroscienze, Samah Karaki prende le mosse dalle teorie psicologiche, sociologiche e dai più recenti filoni di ricerca sulle emozioni per proporre una lettura che non offre semplicemente uno sguardo critico sul concetto di empatia. Appare piuttosto come un approfondito e rigoroso percorso di de-costruzione del mito dell’empatia come spinta etico-emotiva universale, ponte tra soggetti e culture, in direzione di una proposta che – citando il saggio della studiosa femminista Sara Ahmed The Cultural Politics of Emotion (2014) – mette in luce l’influenza delle norme sociali entro la più ampia cornice politica, storica e culturale, con le sue narrazioni dominanti veicolate dai media.
Il saggio mette dunque in evidenza, citando studi neuroscientifici, esperimenti psico-sociali e notizie legate all’attualità, come l’empatia sia in realtà un fenomeno selettivo e parziale, che porta con più facilità a identificarsi e ad agire in maniera altruistica nei riguardi di ciò che è familiare e culturalmente vicino: è sì una facoltà naturale, ma la sua ‘attivazione’ viene sollecitata dall’economia dell’attenzione, dalla cornice politica e dalle narrazioni mediatiche, oltre che dai meccanismi di rappresentazione che plasmano i nostri affetti. Più che “bussola morale” o insieme di competenze che è possibile apprendere e sviluppare (si vedano, nel caso dell’Italia, le proposte di esperti, educatori e insegnanti, e del MIUR di istituire tra le materie scolastiche corsi di formazione sull’intelligenza emotiva e sulla prevenzione dei conflitti), l’empatia appare come un mito, un concetto ampiamente sfruttato, in maniera simile a quello di ‘resilienza’, di cui spesso molti personaggi politici si servono per normalizzare e legittimare situazioni di ingiustizia e rapporti di potere esistenti. Come suggerisce Karaki, un concetto perfettamente in linea con l’idea neoliberale di responsabilità individuale: anziché invocare risposte politiche e sociali alla sofferenza e all’ingiustizia, il ricorso all’empatia è una risposta individualizzata ed emotiva, che – isolata da azioni collettive che mettano in discussione lo status quo – non soltanto si rivelerebbe insufficiente, ma anche in grado di legittimare le disparità di potere. Molto interessante è altresì l’analisi di come i media tradizionali e i social media odierni contribuiscano ad amplificare il rischio che le risposte emotive individuali di fronte a scenari di sofferenza, guerra, fame e povertà si limitino allo sdegno del momento per poi passare pochi minuti dopo al consumo della notizia successiva: la cosiddetta empatia in questi casi si rivelerebbe più simile ad un movimento narcisistico, che fa bene all’ego e mette al riparo dai sensi di colpa, contribuendo più a una crescita personale che tuttavia relega pietisticamente l’Altro nel ruolo di vittima, passivizzandolo.
Con la sua lucida analisi, Samah Karaki mette in guarda dal ‘turismo affettivo’ e dalla mercificazione dell’empatia: alle sofferenze e alle ingiustizie non servono risposte individuali ed emotive, ma azioni politiche e sociali. Citando Hannah Arendt, secondo la quale è più ragionevole una postura riassumibile nel “fare visita all’Altro” piuttosto che mettersi nei panni dell’altro, illudendosi di comprenderne il vissuto ed ‘essere come lui/lei’, Karaki propone una “visione dell’empatia come una pratica che pone domande invece di imporre soluzioni, che si interessa al dissenso più che cercare affinità, che si fa carico della storia dell’altro e accetta di lasciarsi cambiare da quella storia, anziché raccontare il mondo a partire dalla propria verità” e da pretese di identificazione e somiglianza. Si tratta di una “posizione scomoda, in cui riconosciamo la nostra ignoranza dell’altro” e la sua irriducibile differenza, ma che è il punto di partenza di ogni vero incontro.
“Le emozioni si concretizzano e diventano coscienti
se si traducono in un linguaggio.
Bisogna trovare, per usare una formula corrente,
le parole, oppure i colori, i materiali,
le forme, i suoni per dirlo.”
Ferrari S.
INTRODUZIONE
L’idea di utilizzare l’arteterapia in un contesto di gruppo all’interno di Sportello TiAscolto! nasce dall’incontro di due professioniste, una psicologa e psicoterapeuta gruppo-antropoanalitica e un’arteterapeuta psicodinamica e fotografa, le cui strade si sono incrociate durante la realizzazione di un progetto dell’Associazione TiAscolto Aps (per approfondimenti sul progetto si rimanda ai link https://sportellotiascolto.it/fooding/).
Circa quattro anni fa è stato avviato un gruppo rivolto alle donne, inizialmente centrato sull’utilizzo della parola come mezzo di connessione tra le partecipanti. Successivamente, un cambiamento nella conduzione, ha portato a una riorganizzazione del gruppo stesso: alcune partecipanti hanno concluso il percorso, mentre altre hanno scelto di proseguire, sperimentando all’interno del gruppo nuovi linguaggi terapeutici. Da qui, nel gennaio 2022, è nato Non solo arte, un percorso dedicato alle donne in situazione di fragilità abitativa, economica e sociale.
Ad aprile 2024 invece, è stato avviato EspressivaMENTE, rivolto a pazienti in carico individualmente allo Sportello TiAscolto! ma anche a tutta la cittadinanza.
Entrambi i percorsi sono ancora attivi: la co-conduzione si fonda su un orientamento psicodinamico condiviso e su una modalità flessibile e attenta alle dinamiche gruppali.
Ma che cos’è l’arteterapia? E la fotografia terapeutica? Perché proporle all’interno di un gruppo co-condotto?
Questo articolo descrive e analizza le varie tecniche utilizzate nei diversi setting di gruppo indicandone modalità, strumenti e potenzialità. Iniziando con un approfondimento teorico sull’arteterapia, la fotografia terapeutica, la fototerapia, il photolangage ed il metodo SPEX, successivamente vengono narrate alcune delle esperienze dei percorsi Non solo arte ed EspressivaMENTE. Portando particolare attenzione a come le tecniche sopra citate sono state utilizzate, si arriva alle conclusioni che aprono riflessioni e restituiscono una sintesi.
CONTINUUM TRA ARTETERAPIA “CLASSICA” E FOTOGRAFIA TERAPEUTICA
L’arteterapia è una disciplina che utilizza i linguaggi artistici come strumenti di supporto alla crescita personale e al benessere psicologico. Rappresenta un contenitore metodologico all’interno del quale confluiscono diverse pratiche espressive a finalità terapeutiche.
L’utilizzo di tecniche arteterapeutiche consente all’individuo di contattare il proprio mondo interno, attraverso l’uso di strumenti diversificati. I materiali artistici attivano l’espressione emotiva, permettendo ai partecipanti di lavorare sulle loro modalità di veicolare vissuti e sul dare forma alle proprie emozioni.
Tra i linguaggi espressivi impiegati in arteterapia, la fotografia occupa un ruolo particolarmente significativo. È parte non solo dell’esperienza artistica e creativa, ma può essere considerata un atto psichico. Freud (1899) ha paragonato il funzionamento dell’apparato psichico dell’individuo a una macchina fotografica, poiché la psiche, durante il sonno, converte l’energia psichica in immagini come “correlativo oggettivo” delle emozioni o tensioni del profondo. Allo stesso modo, la fotografia è il risultato delle pulsioni interne. Ne segue una funzione riparatrice, poiché attraverso l’analisi e l’elaborazione, il soggetto può accedere a traumi e pensieri.
La fotografia risulta quindi un oggetto transazionale, mediatore. L’oggetto, secondo Winnicott (2021), è concreto, metaforizzante la realtà interna e contiene in sé due funzioni: la funzione denotativa, che è descrittiva e oggettiva e la funzione connotativa, che concerne la capacità dell’oggetto di metaforizzare, cioè presentare un altro ordine di realtà.
Minor White (1969) sosteneva che “lo stato mentale del fotografo nell’atto in cui crea è un vuoto (…) quando cerca soggetti per le sue fotografie, il fotografo si proietta in tutto ciò che vede e con tutto si identifica per meglio conoscerlo e sentirlo”. Egli voleva dimostrare come le immagini potessero rappresentare più del soggetto stesso, rilevandone la facoltà simbolica.
Si crea quindi un continuum tra le artiterapie classiche e la fotografia terapeutica. Nell’arteterapia, i lavori artistici sono il mezzo per esprimere e comunicare il mondo interno. Questo è il processo creativo e dà luogo e forma visibile ai vissuti. Nella realizzazione dell’immagine fotografica, nell’atto performativo, nella concretezza della macchina che tengo in mano, nel momento solenne dello scatto, rendo allo stesso modo visibile ciò che sento, dando spazio ed immagine al mio mondo interno. La materia diventata immagine stampata può essere anch’essa un mezzo concreto sul quale intervenire, modificandone, trasformandone ed elaborandone la narrazione originaria così come avviene con la pittura, la creta, il foto-collage, ecc.

Fototerapia – USO DELLE FOTOGRAFIE NELLA TERAPIA

Judy Weiser, psicoterapeuta canadese e fotografa, è considerata colei che ha inventato la fototerapia, una tecnica che utilizza fotografie e metodi di esplorazione delle immagini come mezzo per facilitare il dialogo terapeutico.
Afferma che sia possibile utilizzare le immagini fotografiche per aiutare le persone a comunicare sentimenti, ricordi, esperienze di vita e pensieri che potrebbero essere difficili da esprimere attraverso le parole (Weiser J., 2013).
Questo può essere particolarmente utile per coloro che hanno difficoltà a parlare dei loro sentimenti o che stanno vivendo traumi o eventi difficili.
Possono essere utilizzate immagini scelte dal terapeuta, immagini scattate dal paziente, autoritratti, immagini del paziente fatte da altri, immagini tratte dagli album di famiglia. L’importante è che siano immagini stampate. Questo perché durante le sedute le immagini vengono spostate, posizionate in modi specifici sotto la guida e le indicazioni del terapeuta, è quindi importante non siano in formato digitale.
Il paziente esplora le proprie reazioni emotive e associazioni mentali scatenate dalla visione delle fotografie, facilitando discussioni profonde che possono non emergere altrettanto facilmente attraverso la conversazione tradizionale. Lo scopo è quello di aiutare il soggetto a ri-considerare il modo di guardare il suo passato o se stesso in un’immagine.
Come afferma Fabio Piccini (2008), medico e psicanalista junghiano, “mediante l’utilizzo di tecniche proiettive è possibile capovolgere la costruzione di una fotografia e lavorare di immaginazione chiedendo per esempio al paziente come rifarebbe oggi quella fotografia del passato, che cosa modificherebbe, che cosa aggiungerebbe, o come cambierebbe il punto di vista”.
Fotografia terapeutica – FOTOGRAFIA COME TERAPIA

Con il termine fotografia terapeutica si intende che sia terapeutico l’atto stesso del fotografare e del fotografarsi.
Jo Spence, fotografa britannica attiva tra gli anni settanta e novanta, ha introdotto l’utilizzo della fotografia come forma di terapia e di autoesplorazione.
Spence (1986) ha esplorato temi come la salute, la malattia, il trattamento medico, la morte e l’identità, utilizzando la fotografia non solo come mezzo artistico, ma come strumento per indagare e curare il sé. Ha utilizzato frequentemente l’auto-rappresentazione nelle sue fotografie per documentare la sua personale lotta contro il cancro al seno. Attraverso queste immagini potenti ha lavorato sulla rappresentazione dell’immagine del corpo e sull’identità femminile, offrendo una narrazione alternativa a quella dominante della medicina e dei media.
Collaborando con la terapeuta Rosy Martin, Spence ha sviluppato un approccio innovativo alla fotografia, definito grazie al suo lavoro “fotografia terapeutica“, che utilizza la fotografia per esplorare e trasformare la percezione del sé. Questo metodo include tecniche come la rievocazione di scene passate e l’esplorazione di ruoli familiari attraverso la performance davanti alla fotocamera, incoraggiando i partecipanti a rielaborare esperienze vissute ed esaminare criticamente le loro identità.
Per molti artisti la fotografia è un mezzo per sublimare il dolore, renderlo visibile, trasformarlo.
Secondo Jo Spence (1986) la fotografia terapeutica rende possibile l’avvicinamento ai traumi e al subconscio, permettendo a volte di elaborare e trasformare ciò che è successo in qualcosa di nuovo, osservandolo da un nuovo punto di vista.
Photolangage – utilizzo delle immagini come STRUMENTO DI MEDIAZIONE DI GRUPPO

Il photolangage è stato sviluppato negli anni ’60 in Francia da Claire Belisle (2013). È ampiamente utilizzato in contesti diversi: educativi, terapeutici e formativi per favorire l’auto esplorazione e migliorare le relazioni interpersonali facilitando la risoluzione di conflitti. È una tecnica che fa uso di fotografie per facilitare la comunicazione all’interno di un gruppo. Questo metodo aiuta i partecipanti a esprimere emozioni, pensieri e riflessioni che possono essere difficili da articolare attraverso il linguaggio verbale. Le immagini fungono da stimolo per la discussione, permettendo di proiettare i propri sentimenti, le proprio esperienze e le proprie percezioni.
Il processo tipicamente coinvolge la selezione di una serie di fotografie in risposta a una determinata consegna specifica data dal terapeuta. Il conduttore, per esempio, può chiedere di scegliere un’immagine che abbia a che fare con il conflitto. Successivamente i partecipanti condivideranno e motiveranno le ragioni della loro scelta e i sentimenti o i pensieri evocati.
Le immagini proposte vengono chiamate “mazzo carte”, il quale viene creato dal terapeuta, avendo cura sia il più possibile vario e ricco di tante tipologie di immagini diverse: foto a colori, in bianco e nero, foto di luoghi, cose, persone, animali ecc. Ciò è importante per far sì che la scelta, durante il lavoro, sia il più possibile ampia e non indirizzata verso un tipo di fotografia rispetto a un’altra.
La comunicazione attivata dalla descrizione delle immagini è molto profonda, poiché parlando e descrivendo un’immagine, quest’ultima può essere usata come mediazione per parlare di sé, facilitando la comunicazione, promuovendo l’empatia e la comprensione all’interno di un gruppo.
SPEX (Self Portrait Experience) -UTILIZZO DELL’AUTORITRATTO COME TERAPIA

The Self Portrait Experience è un dispositivo artistico e terapeutico sviluppato da Cristina Nuñez, fotografa ed artista spagnola, che esplora il potere terapeutico dell’autoritratto fotografico.
Cristina Nuñez (2012) crede che il processo di creazione di autoritratti possa essere profondamente terapeutico, consentendo alle persone di esplorare e comprendere meglio la propria identità, le proprie emozioni e i propri vissuti interiori. Le emozioni sono il materiale grezzo per l’arte e il contatto profondo con esse durante gli scatti spinge l’inconscio a “parlare” con il linguaggio artistico. Incoraggiando una rappresentazione autentica e vulnerabile di sé stessi, si crea uno spazio sicuro in cui le persone possono esprimere liberamente le loro verità interiori, senza paura di giudizi esterni.
La produzione di un autoritratto contiene molteplici significati, spesso contrastanti (vedo questo di me ma vedo anche quest’altro), che stimolano il pensiero dell’autore smuovendo emozioni profonde, sia durante lo scatto che successivamente durante la visione dell’opera creata.
Come afferma Nuñez nel suo libro Higher Self – The Self-portrait Experience (2012), “ogni autoritratto, al di là dello sguardo sulla propria interiorità, è sempre una sorta di performance. Il nostro agire o recitare è senz’altro mediato da quello che noi vogliamo che gli altri vedano di noi. Nonostante questo, esiste uno spazio, un rapporto tra sé e sé, che è indipendente dallo sguardo dell’altro e racchiude un intenso dialogo interiore di percezione, pensiero, giudizio e accettazione. Un processo meraviglioso che non ha bisogno di parole, perché l’opera contiene tutto e non ha bisogno di essere “tradotta” per colpire nel segno”.
ESPERIENZE DI CO-CONDUZIONE: IL GRUPPO DONNE NON SOLO ARTE
Il gruppo donne Non solo arte è un’attività che rientra nelle azioni che Ti Ascolto Aps sta portando avanti all’interno di Fooding, un progetto di Arci Torino rivolto a individui e famiglie che si trovano in condizioni di vulnerabilità economica e sociale, realizzato presso lo snodo di distribuzione alimentare Anatra Zoppa di via Courmayeur a Torino.
Nato come occasione di incontro e di confronto tra donne di diversa età, provenienza e cultura, durante gli incontri le partecipanti esplorano la propria modalità di stare al mondo e di rapportarsi con le altre donne del gruppo, attivando le risorse creative individuali, attraverso l’uso di materiali artistici diversificati quali: fotografia, pittura, musica, creta, collage ecc.
L’obiettivo è quello di lavorare sull’espressione emotiva delle donne e sulle loro modalità comunicative.
Sperimentando gli strumenti arteterapeutici, si lavora sulle loro modalità di veicolare vissuti e sul dare forma alle proprie emozioni, sperimentando una maggiore consapevolezza sia della propria dimensione emotiva, che della dimensione relazionale.
I mezzi espressivi sono diventati un canale attraverso cui ogni donna, all’interno del gruppo, può raccontarsi, entrando sempre più in relazione tra loro, creando legami profondi.
Inizialmente le consegne sono state improntate sull’ascolto di sé, ma con il procedere delle sedute e grazie all’evoluzione delle dinamiche del gruppo stesso, siamo passate ad affrontare tematiche riguardanti tutte le partecipanti e le relazioni che, tra loro, si stavano formando, trasformando o consolidando.
Nel corso del tempo sono stati raggiunti gli obiettivi prefigurati:
- dar voce alle proprie emozioni: ciò è stato facilitato dall’utilizzo dello stimolo artistico, soprattutto con chi ha fatto più fatica ad utilizzare il canale verbale.
- creare rete tra le partecipanti: durante l’incontro ma anche all’esterno organizzando momenti informali.
IL PERCORSO DI GRUPPO EspressivaMENTE
Il percorso di gruppo esperienziale arteterapeutico e fototerapeutico EspressivaMENTE, si pone come obiettivo quello di lavorare sulla propria percezione di sé e del proprio mondo emotivo e sulla conseguente modalità di stare in gruppo in modo più autentico, attivando le risorse creative personali attraverso strumenti artistici diversificati.
Il linguaggio utilizzato fa riferimento alla metodologia delle artiterapie e della fotografia terapeutica.
I destinatari sono:
- persone dai 18 anni in su;
- pazienti in carico che beneficerebbero di un percorso di gruppo arteterapeutico (per es. persone che sono in un momento di blocco verbale, persone che stanno lavorando sulla relazione con l’altro, persone che non riescono a chiudere una terapia, persone che necessiterebbero di lavorare sulla propria immagine e sulla percezione del proprio corpo).
Inizialmente il percorso prevedeva 6 incontri da 1 ora e mezza ciascuno, successivamente sono stati inseriti due ulteriori sedute per dare ai partecipanti la possibilità di lavorare in modo più profondo sulle dinamiche di gruppo che pian piano emergono, prevedendo come ultimo incontro una restituzione durante la quale attraversare il tema della separazione e ripercorrere insieme le tappe di quanto è stato vissuto.
Attraverso l’uso della fotografia e di altre tecniche artistiche ed espressive, EspressivaMENTE si pone come obiettivo quello di lavorare sullo stile di gestione delle emozioni, cercando di raggiungere i seguenti obiettivi specifici:
- sciogliere le tensioni al fine di non bloccare l’emozione; allenare i partecipanti ad una visione più profonda dell’immagine di sé e dell’altro da sé;
- attivare le risorse creative interiori attraverso il “prodotto artistico”;
- stimolare l’immaginazione affinché possa crescere la creatività;
- sperimentare strategie comportamentali più efficaci di quelle abitualmente adottate;
- lavorare sui conflitti e sulle difficoltà di comunicazione;
- ricreare le sensazioni legate alla memoria dei sensi;
- stimolare l’accettazione di sé e dell’altro;
- potenziare l’intelligenza emotiva;
- sviluppare capacità relazionali.
La “messa in forma” di manufatti, gesti, movimenti, autoritratti, costituisce testimonianza di un processo creativo che offre possibilità di riflessione profonda.
Il “prodotto artistico” attiva risorse creative, emozioni da elaborare e capacità residue individuali, pertanto l’obiettivo non è interessarsi al prodotto in se stesso, ma avvicinarsi all’esperienza interiore che tale prodotto veicola ai fini di una migliore integrazione del sé.
Le tecniche adottate permettono di far sperimentare ai partecipanti maggiore consapevolezza sia della propria dimensione intrapsichica, che della dimensione relazionale, permettendo alla persona di sperimentare strategie comportamentali più efficaci di quelle abitualmente adottate.
METODOLOGIA E STRUTTURA DI ENTRAMBI I PERCORSI
Il processo di lavoro si attua attraverso stimoli creativi e dialogo tra i partecipanti, mediato dalle conduttrici.
L’esperienza di co-conduzione ha un impatto significativo:
- per il gruppo: i partecipanti possono beneficiare di strumenti e canali comunicativi diversi;
- per le conduttrici: permette di potenziare e ampliare le proprie competenze e capacità, rendendo ulteriormente vivo il processo di crescita professionale.
I lavori sensoriali, le produzioni fotografiche e artistiche, diventano attività che portano la comunicazione a un contatto autentico verso se stessi e gli altri.
Ogni incontro è strutturato in 3 parti: accoglienza e consegna; lavoro sullo stimolo creativo; riflessioni su come è andata l’esperienza. Durante i percorsi sono state usate numerose tecniche arteterapeutiche differenti quali: photolangage, photo-collage con materiali misti, caviardage e cut-up, creta, autoritratto tramite l’uso del metodo ”spex”, uso della fotografia relazionale, pittura collettiva, narrazione di sé attraverso le opere pittoriche di grandi artisti e artiste, scrittura creativa, autoritratto di gruppo…
Momenti di lavoro durante il gruppo EspressivaMENTE

Tecnica del collage attraverso l’uso di materiali misti


Dialogo mediato dall’utilizzo dei fili di lana

Tecnica della pittura individuale e collettiva




Tecnica della poesia condivisa tramite il cut-up


Tecnica della creta

Tecnica di mediazione di gruppo attraverso le opere di grandi artisti

Tecnica del photolangage


UN ESEMPIO DI STIMOLO CREATIVO: L’UTILIZZO DELL’AUTORITRATTO DI GRUPPO NEL PERCORSO NON SOLO ARTE
Dopo diversi incontri del percorso, quando hanno iniziato ad emergere dinamiche gruppali, è stato proposto alle partecipanti di utilizzare la fotografia come mezzo espressivo, in particolare chiedendo loro di realizzare un lavoro collettivo di autoritratto.
L’obiettivo è stato quello di lavorare contemporaneamente sulla percezione del gruppo e su di sé all’interno dello stesso, portando attenzione alle dinamiche relazionali.
La tecnica fa parte della corrente arteterapeutica identificata come fotografia terapeutica.
Qui sotto gli scatti ottenuti:
Autoritratto di gruppo di M.

Autoritratto di gruppo di A.

Autoritratto di gruppo di R.

Autoritratto di gruppo di S.

In un secondo momento, è stato suggerito alle partecipanti di rielaborare le immagini attraverso l’utilizzo dei materiali artistici.
Questo lavoro ricorda la tecnica del foto-collage: permette di assemblare, tagliare, trasformare le immagini fotografiche, rappresentando vari aspetti della propria personalità, esperienze, sogni o sfide. L’obiettivo è esplorare ed integrare parti diverse di sé, promuovendo una maggiore comprensione interiore.
Il processo creativo ha spinto le donne a pensarsi in modo nuovo, trasformando ed arricchendo la propria narrazione.
Rielaborazione di M.

Rielaborazione di A.

Rielaborazione di S.

Rielaborazione di R.

CONCLUSIONI
Il gruppo è una risorsa potente poiché dà la possibilità di sperimentare e portare alla luce diverse dinamiche relazionali in un contesto più ampio ma comunque protetto.
Non solo arte permette alle donne che lo frequentano di confrontarsi senza sentirsi giudicate e di costruire una rete di supporto.
EspressivaMENTE consente di riflettere sul proprio modo di stare in relazione con l’altro e con se stessi, lavorando sul proprio corpo e sulla propria immagine.
Di seguito le considerazioni di due donne del gruppo Non solo arte che, durante un incontro, hanno riflettuto sul valore che questo percorso ha per loro:
“Frequento questo spazio da tempo. Nel tempo sono cambiate le persone e gli operatori ma non per questo ho smesso. Anzi, ho sempre cercato di esserci perché in qualche modo è la mia valvola di scarico. Anche se spesso faccio fatica ad esserci perché raggiungerlo mi chiede tempo, l’arteterapia mi piace anche se amo molto parlare e confrontarmi con le mie compagne di viaggio. Mi piacerebbe di volta in volta fare cose diverse perché essendo curiosa amo le novità. Dal lato pratico non ho trovato molti suggerimenti per i miei problemi, ma spesso qualche consiglio mi è tornato utile. Mi piacerebbe sapere che ognuna di noi attraverso il gruppo possa almeno in parte trovare la sua strada. Mi rendo conto però che non tutto possa trovare soluzioni in questa sede, ma ho la speranza che il piccolo seme che possiamo piantare possa presto germogliare” M.T.
“È uno spazio in cui posso fermarmi, dove mi sento, dove posso ascoltarmi e sentirmi ascoltata come persona, dalle partecipanti e dalle facilitatrici, senza dover spiegare o giustificare quello che provo. A livello individuale mi permette di dare forma a emozioni, pensieri e vissuti che spesso uscirebbero con fatica in altri contesti attraverso le parole. Nel gruppo questo spazio diventa anche un’esperienza di condivisione e riconoscimento reciproco. Ognuna porta pezzi di sé e nel farlo si crea un clima di rispetto, ascolto, presenza, fiducia. Il gruppo contiene e libera, allo stesso tempo protegge”. S.
Infine, le riflessioni di una terapeuta che ha suggerito, ad alcune persone da lei seguite, il percorso EspressivaMENTE:
“Ho inviato numerose persone alle diverse edizioni del gruppo con in mente sempre obiettivi diversi: potersi aprire all’altro, socializzare, affrontare emozioni complesse in un ambiente protetto, rimettersi in gioco, scoprire nuovi aspetti relazionali, uscire da una narrazione antica di sé, conoscere persone con pezzi di vita comuni, tutti obiettivi difficilmente raggiungibili all’interno di un percorso psicologico individuale. Durante la partecipazione al gruppo ho continuato a seguire a settimane alterne le persone, partendo da ciò che accadeva di volta in volta nel gruppo. Questo è stato particolarmente prezioso con persone molto isolate o emotivamente “anestetizzate”, soprattutto in momenti di stallo del percorso individuale o di maggiore sconforto. Nessuna delle persone che ha intrapreso il percorso di gruppo ha concluso quello individuale, riuscendo a integrare bene le due esperienze in un’ottica di continuità e complessità; non tutte sono state contente e soddisfatte di aver partecipato ma questo elemento ha aperto uno spiraglio sulle fragilità e rigidità personali, rendendole concrete, affrontabili e dando una svolta al legame terapeutico. La presenza del gruppo e delle colleghe ha molto rassicurato anche me, soprattutto nei confronti delle persone maggiormente a rischio di agiti o pensieri molto negativi. La fiducia nelle loro competenze e nella loro capacità di contenimento mi ha permesso di essere sicura (e quindi trasmettere sicurezza) delle mie proposte terapeutiche e dell’efficacia delle stesse”. S. L. G.
BIBLIOGRAFIA
Aliprandi, Belgiojoso, Calò, D’Ercole, Gusmani., Oltre l’immagine – inconscio e fotografia, Edizione Postcart 2015.
Barthes R., La camera chiara, Einaudi, 2009.
Belisle C., Photolangage Travail et relations humaines, Savoir Communiquer, 2013.
Boria Migliorini M. C., Arteterapia e psicodramma classico, Vita e Pensiero, 2006.
Della Cagnoletta M., Arteterapia – la prospettiva psicodinamica, Carocci, 2010.
Della Cagnoletta M., Mondino D., Bolech I., Arteterapia nei gruppi – strutture, strumenti e conduzione, Carocci. 2018.
Ferrari S., Tartarini C., Autofocus – l’autoritratto fotografico tra arte e psicologia, Clueb, 2022.
Freud S., L’interpretazione dei sogni, Bollati Boringhieri, 1899.
Mcniff S., Imagination in action – secrets for unleashing creative expression, Shambhala Publication INC, 2015.
Musacchi R., Fototerapia psicocorporea – il lavoro con le fotografie in psicoterapia corporea, Edizione Franco Angeli, 2016.
Nuñez C., Higher self – the self portrait experience, Le Caillou Bleu, 2012.
Piccinini F., Ri-vedersi, Edizione Red, 2008.
Piccinini F., Tra arte e terapia – utilizzi clinici dell’autoritratto fotografico, Edizione Arte, 2015.
Santinello M., Mastrilli P., Photovoice – dallo scatto fotografico all’azione sociale, Edizione Franco Angeli, 2013.
Spence J., Putting Myself in the Picture: A Political, Personal and Photographic Autobiography, Camden Press, 1986
Tellgren A., Francesca woodman: on being an angel, Walther Konig, 2015.
Weiser J., Fototerapia – tecniche e strumenti per la clinica e gli interventi sul campo, Edizione Franco Angeli, 2013.
White M., Mirrors, Messages, Manifestations, New York Aperture Inc,1969.
Winnicott, Gioco e realtà, Armando Editore, 1971.

Tel:
Mail: