Il presente contributo offre una sintesi dei contenuti principali del testo “Psicanalismo: psicanalisi e potere” di Robert Castel edito in Italia da Einaudi nel 1975.


Il volume è stato presentato e collettivamente discusso, insieme alle realtà coinvolte, durante uno degli incontri di autoformazione presso lo Sportello TiAscolto! a Luglio 2020.

Il contesto, Castel e Basaglia

L’introduzione di Franco e Franca Basaglia suggerisce, seppur nelle differenze, un’immediata vicinanza tra le opere dei due autori nel solco delle istanze sociali maturate negli anni ‘60 e tese alla critica e alla trasformazione delle istituzioni tradizionali, della cultura, del ruolo degli intellettuali, della scienza e degli operatori della cura, funzionali all’auto-conservazione, alla riproduzione dell’ordine sociale e al mantenimento del consenso in seno agli stati liberali.

In questo scenario culturale, il testo di Castel rappresenta un’opera di politicizzazione del lavoro di cura, a partire dalla dimensione duale della relazione psicanalitica. Tale politicizzazione risulta complementare alla psicologizzazione del dato politico, attraverso l’utilizzo pervasivo delle categorie psicanalitiche, che costituisce l’oggetto del suo lavoro: così come tutto influisce sulla salute mentale, e può configurarsi potenzialmente come dato fagocitato dalle categorie analitiche, allo stesso tutto, influendo sul campo sociale, rappresenta potenzialmente un dato politico.

Se è possibile trattare il rapporto diadico come dato clinico (valutandone gli effetti sulla salute mentale di uno, l’altro o entrambe i membri) e insieme come dato politico (quali effetti ha sul campo sociale? Quali i presupposti che lo rendono possibile? Cosa significa nel rapporto tra classi?), inserendolo, con i suoi processi, strutture, ruoli, differenze di sapere e potere, all’interno di un processo storico, questa è la via scelta da Castel che illumina la determinazione storica e politica del rapporto e del dispositivo analitico duale pur sottraendosi dal rischio di indicare nella politicizzazione di tale rapporto un soluzione dotata di una qualche rilevanza politica reale.

Al netto della continuità culturale, il contesto di Castel e del suo oggetto di studio presenta somiglianze e differenze con quello entro cui Basaglia, negli stessi anni in Italia, opera la medesima politicizzazione del lavoro di cura, seppur con l’impostazione decisamente più pragmatica che ne costituisce la cifra. E’ proprio Basaglia, nell’introduzione, ad accennarne i tratti: “in Francia l’ideologia psicanalitica copre tutto. La realtà che sta sotto a questa ideologia è identica a quella italiana ma c’era lo spazio culturale perché la psicanalisi diventasse un’ideologia di ricambio, utile ad ogni tipo di interpretazione. Il manicomio, pur conservando le caratteristiche dei manicomi italiani, diventa allora oggetto di interpretazione analitiche anziché luogo di azione e intervento”. Nel commentare, non senza ambiguità, l’opera di Castel, Basaglia sottolinea lo sfondo da cui si staglia la voce del sociologo: “l’anti-psichiatria […] in Francia […] è stata incorporata solo sul piano ideologico, come una nuova etichetta utile a teorizzare e a polemizzare su una realtà inesistente” […] “la critica di ciò che è la pratica della psicanalisti salva il discorso di Castel dal rischio di proporre un’ideologia di ricambio” (Castel, 1975).

Il principale veicolo di questa ideologia era fornita, in Francia, dal supporto istituzionale della psicanalisi: la psicoterapia istituzionale sviluppata nella clinica psichiatrica di Saint-Alban-sur-Limagnole a partire dagli anni ‘50 da Llauradò psichiatra spagnolo anarcosindacalista (Foschi, Innamorati, 2020). La psicoterapia istituzionale influenzò il dibattito e le pratiche degli anni ‘60 di militanti e clinici del calibro di Fanon e Guattari contribuendo inoltre alla nascita della psicosociologia [1].

Gli anni in cui Castel scrive, inoltre, sono caratterizzati, in tutto il mondo, da una forte sovrapposizione tra psichiatria e psicanalisi non esclusivamente legata alle istituzioni entro cui, entrambe, si trovavano a operare ma anche e sopratutto alla condizioni di selezione poste dalle “istituzioni” psicanalitiche. Nella pratica la maggior parte degli psicanalisti, dentro e fuori dalle istituzioni pubbliche, era costituita da medici e psichiatri. Solo tale categoria professionale rientrava, per le società psicanalitiche composte esclusivamente da medici, nei criteri di ammissibilità alla formazione psicanalitica allargati tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ‘60 ad altre figure professionali.

La vita di Castel si intreccia con quella di Basaglia con cui crea il Réseaux Alternative à la Psychiatrie, gruppo internazionale di intervento e riflessione sulla psichiatria. La forza di tale rapporto umano, politico e professionale traspare anche da alcune opere di Basaglia, definito da Castel uno degli uomini più importanti della sua vita (Castel, 2005). Inoltre il saggio di Castel “La contraddizione psichiatrica” è il secondo nella raccolta “Crimini di Pace” (Einaudi 1975), volume collettivo curato da Basaglia e nelle Conferenze Brasiliane (Basaglia 2000) sono numerosi i suoi riferimenti [2]  a Castel insieme al quale, con Erving Goffman e Felix Guattari, condusse molti dei viaggi in Brasile che costituirono il materiale per la stesura delle Conferenze.

Nel 2011 il rapporto tra i due portò Castel a partecipare ad una giornata per i 50 anni dell’esperienza di Gorizia. Castel, lungi dal considerarsi un vecchio nostalgico combattente passatista [3], ribadì, qui, la volontà e la necessità di ripensare cosa significhi oggi, nella teoria e nella pratica, alla luce delle nuove sfide della società contemporanea, avere una postura e un pratica critica, come quella incarnata da Basaglia.

Politica e clinica, ideologia e pratica

Il testo si colloca tra la spinta critica speculativa di Foucault, definita da Castel (2005), pur riconoscendone i meriti, “tesi filosofica di ispirazione romantico-surrealista” di cui condivide l’impostazione “genealogica” e quella pratico-trasformativa di Basaglia.

A fronte della pervasiva capillarizzazione, attraverso la psicoterapia istituzionale, della psicanalisi nelle istituzioni deputate alla tutela della salute mentale della popolazione Castel delinea un’analisi delle funzioni sociali assunte dal dispositivo psicanalitico. Come Basaglia, Castel ravvisa il rischio che questo possa diventare un’ideologia di ricambio entro cui le funzioni sociali della psichiatria classica possano essere mantenute sotto la più umana veste dell’intervento psicanalitico.

La pratica psicanalitica (come si è detto, incarnata sopratutto da medici psichiatri) viene così inserita all’interno della storia dei dispositivi sociali, medici e psichiatrici. Questi in una metamorfosi, cambierebbero forma, per adattarsi alle esigenze della società moderna e, finalmente liberati dal giogo delle istituzioni totali che ne limitavano il potere, potrebbero continuare ad esercitare una funzione di controllo e mantenimento dell’ordine sociale non più nelle nelle forme autoritarie tipiche delle precedenti istituzione totali ma attraverso manifestazioni più raffinate e sottili di manipolazione profonda e persuasione, individualizzata.

“Lo Psicanalismo” verte su due assi epistemologici che ne impregnano l’analisi costituendo il fondamento della valutazione degli effetti sociali della psicanalisi e delle sue funzioni.

Il lavoro fonda e si fonda su una tensione che deriva dalla sintesi tra, da una parte il superamento della “rottura epistemologica” proposta da Althusser che decretava una drammatica e irriducibile separazione tra due settori epistemologici, quello dell’inconscio e delle pratiche sociali, il dominio del soggettivo e quello dell’oggettivo, delle strutture personali e sociali, e, dall’altra, dell’articolazione speculativa dei due domini con funzione ideologica. Laddove l’assunzione del superamento della rottura epistemologica consente a Castel di addentrarsi nel rapporto, sempre immediatamente dato, tra analitico ed extraanalitico, clinico ed extraclinico, individuale e politico, tale riconciliazione non può che giocarsi e misurarsi su un campo, quello della pratica, che renda possibile una trasformazione delle condizioni reali andando oltre, per citare proprio Castel, l’”eternità della riflessione” speculativa tipica, ad esempio, della Scuola di Francoforte o del soggettivismo critico sartriano.

Ammessa la possibilità di riconciliare critica sociale e psicanalisi, tale riconciliazione tra il dominio della soggettività e della politica, tesi rispettivamente a liberazione individuale e liberazione sociale, non può giocarsi sul campo astratto di un sapere che diventa ideologico nella misura in cui rimane mera conoscenza intellettuale sottraendosi ad un confronto con e ad un cambiamento delle pratiche reali e i loro concreti effetti sociali [4].

L’”articolazione tra politico e clinico, analitico ed extraanalitico, clinico ed extraclinico, implica rappresentarsi l’area clinica come doppiamente circoscritta: da una parte l’esistenza dell’extraclinico, del politico, fuori del dispositivo analitico, ma anche della presenza di questo extraanalitico nel dispositivo analitico stesso”, sostiene Castel, “bisogna mettere in questione questa opposizione dell’intra e dell’extranalitico” (Castel, 1975).

Sono questi i presupposti che informano la sociologia della psicanalisi proposta: questa “non si accontenterà di descrivere eternamente contesti, ambienti, strutture sociali su cui una psicanalisi tutta costituita in base alle esigenze dell’ascolto inconscio sarebbe venuta a posarsi” ma non potrà che costituirsi attraverso l’identificazione de “gli elementi della realtà nel reale analitico”(ibidem).

Psicanalisi, rapporto tra sessi e classi.

Castel apre il libro assumendo una posizione che ne determina spazio e metodo d’indagine: “il contenuto di questo saggio vuole essere an-analitico” (ibidem). Segue abbozzando una prima, grezza ma densa, definizione di psicanalismo: “l’ombra gettata dalla psicanalisi, ciò che essa oscura, che rimane ad essa opaca, sia all’esterno che all’interno del suo campo”(ibidem). Invece di considerare la psicanalisi esclusivamente come scienza dell’inconscio, Castel la tratta, in quanto oggetto di studio, come corpus teorico-pratico di cui denuncia la pretesa extraterritorialità (riprendendo seppur senza farne menzione l’AntiEdipo) e di “assenza di gravità sociologica”. Tale dispositivo teorico pratico storicamente determinato, al contrario, “opera nella struttura sociale”, “occupa un posto nel contesto sociostorico”, ha effetti diretti e indiretti, “è dotata di una precisa logica diffusione ed assume specifiche funzioni rispetto all’insieme di pratiche con esso coesistenti nello stesso campo sociale” (ibidem). L’autore definisce i confini del neologismo che, come specifica, costituisce un ampliamento e insieme una specificazione dell’analogo “psicologismo” di husserliana memoria. Include tutti gli effetti dell’istituzione della psicanalisi analizzati fuori dalle griglie osservative che essa impone per la propria riproduzione, in rapporto alla struttura sociale e alle analisi politiche che invalida a favore del discorso soggettivista, intimista e apolitico imposto nella privatezza della scena clinica e fuori di questa, per affermare se stessa. Il sapere di cui è portatore è causa e conseguenza di determinati rapporti di potere, all’interno della relazione clinica quanto all’esterno di questa.

L’analisi sociopolitica di Castel mira quindi a cogliere gli effetti reali nel rapporto tra classi e nell’organizzazione e nella struttura sociale legata alle pratiche e alle teorie psicanalitiche, le sue funzioni nell’economia dei rapporti sociali e il loro inevitabile posizionamento nel continuum dominio-subordinazione, controllo-emancipazione, mantenimento-sovvertimento dell’ordine sociale e (ri)produzione o contrasto di ciò a cui ci si riferisce oggi parlando di “disuguaglianze sociali”

Castel sottolinea che tale collocazione (e i suoi effetti) non riguarderebbe usi o applicazioni specifiche di pratiche analitiche degradate o compromesse che lascerebbero intendere la possibilità di un recupero di una supposta funzione rivoluzionaria o emancipatrice originaria psicanalitica. Gli effetti sociali deriverebbero in maniera immediata dal cuore (sia tecnico, pratico che teorico) del dispositivo analitico stesso che, per Castel, occuperebbe una posizione privilegiata tra le ideologie e le istituzioni deputate al controllo sociale e al mantenimento dell’ordine sociale.

Nonostante ciò Castel non nega una certa spinta progressista di cui la psicanalisi sarebbe stata portatrice che però viene circoscritta in prima battuta alla contingenza storica in cui si sarebbe costituita e in seconda alla dimensione teorica a cui sarebbe stata relegata per proteggere il dispositivo e permetterne la diffusione. Pur avendo posto l’accento sullo svantaggio della condizione delle donne che avrebbe determinato l’insorgenza della sintomatologia a partire da cui si è costituito il corpus analitico la psicanalisi non ha portato fuori dalla drammaturgia privata dello spazio clinico, all’interno dello spazio sociale, alcun contributo per un reale cambiamento nel rapporto tra sessi. L’impatto critico della psicanalisi spesso evocato sarebbe riconducibile ad elementi di opposizione rispetto alle norme e all’ideologia dominanti che questa avrebbe necessariamente conservato e riprodotto. Nella congiuntura storica accidentale in cui si è prodotta una concezione di psicanalisi rivoluzionaria questa in realtà avrebbe sottratto la condizione di subordinazione delle donne dal terreno politico dei giudizi di valore e delle pratiche sociali relegandola al discorso dell’inconscio, individuale e, seppur prodotto di una precisa epoca storica, universalizzabile. L’opera di Freud ha sicuramente contribuito a mettere in luce le condizioni di oppressione sociale delle donne ma non può essere considerata neutrale rispetto all’azione di patologizzazione della sofferenza femminile derivante dal rapporto tra le donne con le strutture oppressive di potere. Il cambiamento della concezione della sessualità legato alla teoria del rapporto con il sesso di Freud non ha avuto alcuna implicazione per la teoria e la pratica del rapporto tra sessi immutati davanti alla proposta psicanalitica di un’emancipazione e una liberazione risultato di un’avventura personale, clinica.

Neutralità è Apoliticismo

Il motore simbolico degli effetti sociali psicanalitici è situato da Castel al centro del dispositivo psicanalitico, nel cuore della relazione duale e nella tecnica che la regola. Per funzionare il dispositivo impone la necessarietà, al clinico e all’analizzato, della convenzione della neutralità, che a tutt’oggi costituisce, sotto la veste del “non-giudizio”, la medesima prescrizione in tutte le psicoterapie.

“La struttura del rapporto analitico si sviluppa sulla base di un rapporto sociale caratteristico delle società liberali studiate, tra gli altri, da Erving Goffman (1976) sotto la categoria di rapporto di servizio personalizzato ovvero del rapporto che unisce uno specialista qualificato ad un cliente in un’economia di mercato”(Castel 1975). Solamente all’interno di tale cornice sociostorica è possibile addentrarsi nei principi costitutivi del rapporto psicanalitico cogliendo il rapporto bidirezionale che ad esso li lega. La convenzione analitica, nello spazio della relazione duale, costituisce la matrice entro cui vengono prodotti gli effetti che riverberano esternamente allo spazio analitico. Ulteriori effetti sono identificati da Castel come prodotto dell’azione del dispositivo analitico per mezzo di attori diversi da quelli presenti nello spazio analitico (come ad esempio gli effetti derivanti dalla selezione dei casi trattabili, dalle dinamiche di potere, dal funzionamento e dalla riproduzione delle società scientifiche e dalla narrazione della loro storia, dal costituirsi della psicanalisi come canale di acculturazione privilegiata, e dal rapporto tra gli psicanalisti e le istituzioni ove lavorano) seppur sempre a tutela di questo, secondo le sue leggi.

Se Castel, come abbiamo visto, sostiene la necessità di identificare “gli elementi della realtà nel reale analitico”, quello che osserva nella psicanalisi è che la convenzione analitica, all’interno dello spazio clinico, “lascia fuori la realtà (sociopolitica ndr.) per smascherare il reale (analitico)”. La psicanalisi circoscrive il luogo originale, l’”altra scena” con processi specifici e propri meccanismi di funzionamento rispetto al dinamismo “naturale” dei rapporti sociali. All’interno di questo campo, in un’astrazione, “la realtà deve essere sospesa perché possa manifestarsi la dinamica propria dell’inconscio” che diventa “solidale con lo spazio e gli assiomi che lo istituisce” (ibidem). Uno dei rapporti più intimi e profondi si sviluppa come conseguenza di condizioni rigorose, controllate, affatto naturali.

L’istituzione della psicanalisi [5] presuppone da una parte l’invalidazione, la neutralizzazione della realtà socio-storica, sociopolica all’interno dello spazio clinico e dall’altra impone un sistema di assiomi e regole. In questo senso la psicanalisi rappresenta, costituisce e istituisce un’astrazione che esclude i determinismi socio-politici su molti livelli: a livello della sua instaurazione, nel contratto; a livello del suo svolgimento, nel rapporto duale; a livello dei materiali, nella formazione dell’inconscio; a livello dei concetti, le categorie utilizzate. Si fonda come dispositivo tecnico all’interno del quale affetti e investimenti sono controllati ed educati dalla convenzione che questa impone. Lo psicanalismo rappresenta “l’implicazione sociopolitica del misconoscimento del sociopolitico” (ibidem) che non si configura come semplice dimenticanza ma come attiva invalidazione istituita dalla convenzione arbitraria quanto necessaria.

Castel riconduce la neutralità dell’analista, dal punto politico, all’interno dello spazio clinico, ad una posizione di consenso verso i valori e agli atteggiamenti dominanti. Il fatto che sia possibile neutralizzare per l’analista le proprie posizioni politiche come cittadino significa che queste costituiscono “variazioni marginali sulla base di un consenso” (ibidem). Tale neutralizzazione è possibile solo a certe condizioni sociopolitiche mai concettualizzate dagli psicanalisti [6]. Per quanto uno psicanalista possa neutralizzare tali posizionamenti politici la sua posizione, “la situazione oggettiva che occupa significa politicamente qualcosa” (ibidem). Non è socialmente neutro per le modalità della sua formazione, “per i segni di censo e prestigio” in cui è immerso. Tuttavia le sue appartenenze lo rendono neutralizzabile non assumendo mai “posizioni di spicco sullo sfondo degli atteggiamenti sociopolitici dominanti”(ibidem). In particolare, per Castel, la sua appartenenza di classe costituisce la principale condizione di neutralità.

L’atteggiamento dell’analista viene così trasposto nel rapporto in cui la posizione di consenso sociopolitico diventa la regola tecnica della neutralità analitica che presuppone o impone l’a-politicismo come referente normale della situazione analitica, “la sua velocità di crociera”(ibdem), che invalida la realtà sociopolitica. “La neutralità produce l’apolitico come il panettiere produce il pane “[7](ibidem), invalida il sociopolitico trattandolo analiticamente.

Lo psicanalista neutro diventa “socialmente neutralizzabile”, “tecnicamente neutralizzato dal ruolo che si impone”, “praticamente neutralizzante” invalidando ogni determinazione sociopolitica reinterpretata secondo il discorso analitico. Attraverso l’esigenza tecnica che impone un’astrazione della realtà “la neutralità diventa il paravento per non pensare alla responsabilità nella società dello psicanalista”.

E’ in questo senso che la psicanalisi tralascia completamente il problema del suo significato extranalitico. “Tuttavia questo non cancella le conseguenze politiche ma le conserva”(ibidem), consolidando lo status quo e impedendo analisi in termini extraclinici della neutralità che impone e della neutralizzazione che opera. “Tecnicamente parlando la neutralità analitica è la condizione di possibilità del transfert, politicamente parlando è incarnazione politica dell’apoliticismo”.

Inconscio sociale e violenza simbolica

La critica alla psicanalisi di Castel non è volta a ciò che questa è ma alla mancanza di consapevolezza di quello che è, alla pretesa di essere ciò che non può, neutrale. La psicanalisi, come corpus teorico-pratico, implica, come condizione della propria possibilità “ciò che esclude per esistere”, definito da Castel il suo “inconscio sociale”: i punti ciechi nelle condizioni di possibilità del rapporto, misconosciuti per fornire una rappresentazione prestigiosa e non prosaica di sé.

Suonano attualissime le riflessioni di Castel quando sostiene che “il denaro in psicanalisi conserva un potere economico reale che fa della psicanalisi, il più delle volte, un’attività di lusso tra partner privilegiati. L’esistenza di alcuni marginali a stipulare un contratto addolcito, ossia gratuito, non muovano affatto la situazione oggettiva in cui continua a muoversi la situazione analitica. Come tutti i ricchi, lo psicanalista ha i suoi buoni poveri” (ibidem) “Il denaro non è solo la realtà economica che bisogna possedere per accedere all’analisi, è anche ciò che funziona nell’analisi stessa e produce effetti a livello dell’economia inconscia. Colui che deve pagare la sua psicanalisi di persona conducendo per parecchi anni una vita assurda non avrà lo stesso rapporto con l’analisi, con l’analista, e quindi nemmeno con il proprio inconscio, di un altro che ha venduto qualche ettaro di terra per diventare eminente didatta” (ibidem).

Oggi, così come nella psicanalisi trattata da Castel, prima dell’avvio del rapporto clinico e della stipula del contratto terapeutico che sancirebbe la soglia oltre alla quale sarebbe possibile considerare valido e legittimo l’utilizzo di discorsi e categorie intrapsichiche, tale interesse economico viene trasformato: l’interpretazione (o la ricategorizzazione), in un’azione che Castel, riprendendo Bourdieu, definisce di violenza simbolica, riduce il denaro esclusivamente a supporto simbolico individuale invalidandone la verità materiale e con questo il valore sociopolitico della transazione e delle reali condizioni economiche dei cittadini e occultando il posizionamento sociopolitico del clinico con le proprie responsabilità.

Ma la violenza simbolica che, come ogni violenza simbolica, necessita di un potere, in questo caso quello analitico, non agisce esclusivamente sulla risignificazione del denaro. Impone significati legittimi, apolitici, dissimulando i rapporti di potere che stanno alla base della propria forza. Il potere del dispositivo analitico viene rafforzato “dal consenso che gli vale la dissumulazione del meccanismo della propria efficacia e del proprio funzionamento.” “Riduce tutta la minaccia che comporta (nei termini di spiegazioni del e azioni nel mondo ndr.) alle minaccia che spiega” reinterpretata come “difesa” in una sorta di “totalitarismo analitico” che agisce, senza un’autorità manifesta, attraverso manipolazione e persuasione sul corretto sentire a partire della definizione, anche materiale, di un contratto la cui definizione non presenta spazi di contrattualità.

Pur partendo da presupposti epistemologici molto distanti dal soggettivismo sartriano le conclusioni sul potere e sulla violenza simbolica nella relazione terapeutica di Castel sono molto vicine alle considerazioni dell’esistenzialista a partire dalle vicende dell’”uomo con il magnetofono” : “il capovolgimento operato da Abrahams [8] dimostra chiaramente che la relazione analitica è di per sé stessa violenta, qualunque sia la coppia medico-paziente” (Conserva, 2017).

Castel situa la psicanalisi, posizionando il suo (non) posizionamento entro il quadro delle ideologie dominanti. Si riferisce esplicitamente all’”ideologia tedesca” marxiana. Questa, prodotto di intellettuali che si credono in opposizione alla tradizione, illusi che la liberazione dell’uomo possa costituire un’avventura intellettuale, risultato dell’”avvenire di un’idea”, avrebbe occultato le contraddizioni specifiche della società tedesca contribuendo al suo mantenimento. La psicanalisi agirebbe, nel contesto francese allo stesso modo e tale effetto ideologico che conserva e riproduce l’ordine esistente sarebbe tanto più pervasivo ed efficace quanto più il sostrato di classe sembra, si presenta (e pretende di essere) indefinito.

Medicina mentale, psicologizzazione e cambiamento

Uno dei meriti del lavoro di Castel è senza dubbio la collocazione dell’analisi della teoria e della pratica psicanalitica nella storia dello sviluppo della medicina mentale e del suo rapporto con le scienze e le pratiche psichiatriche, classiche e moderne[9].

La giustapposizione psicanalisi-medicina mentale/psicanalisi-psichiatria permette di definire con maggior chiarezza alcune funzioni ideologiche, di cui la psicanalisi assicurerebbe la permanenza, solitamente ascritte in via esclusiva alle pratiche psichiatriche delle quali questa costituirebbe una prosecuzione logica.

Tale giustapposizione permette di mettere in luce, per interrogarli, il ruolo e il mandato sociale dello psicanalista in un processo di decostruzione analogo a quello che costituì il minimo comun denominatore di quella critica sociale, pratica e teorica, scettica sul ruolo e sul mandato sociale della psichiatria di cui gli psicanalisti, aumentando il proprio prestigio, hanno indubbiamente giovato.

Castel misura lo sviluppo della medicina mentale attraverso due movimenti: da una parte l’allargamento del margine di intervento (dal “pazzo furioso” al “normale”) e, dall’altra, seppur a questo correlato, lo sfaldamento della struttura istituzionale che veicolava tali brutali rieducativi interventi. All’interno di tali movimenti Castel suggerisce che il rapporto tra psicanalisi e psichiatria classica possa essere inteso, entro una certa scala e con le dovute cautele, come un antagonismo reale: a livello individuale la morbida psicanalisi, diventato dispositivo istituzionale, agisce realmente in maniera diversa, in opposizione, alla violenza della psichiatria classica. Tale antagonismo reale, le reali differenza nelle modalità di trattamento degli individui proposto dalla psicanalisi rispetto alle pratiche psichiatriche, maschererebbe e sarebbe funzionale ad un antagonismo ideologico. A partire dalle esigenze sociali di divisione funzionale del lavoro (psichiatra cattivo vs. umano analista) la presunta discontinuità della psicanalisi con i dispositivi di tutela della salute, a livello sociale, continuerebbe ad esercitare le funzioni legate al mantenimento dell’ordine sociale tipiche delle pratiche psichiatriche. La psicanalisi consentirebbe un’inflazione dello schema medico, il superamento delle soglie fisiche del manicomio e diagnostiche (con e per un ampliamento dei casi cosiddetti “trattabili”) che limitavano l’azione medica [10]. Elasticizzando le categorie, sfaldando i criteri che dividono sani da malati e permettendo una maggior capillarità al pensiero medico all’interno della società, la psicanalisi diventa un “operatore dello spostamento della modalità di intervento medico accrescendone l’efficacia sociale” (Castel 1975). Tale analisi permette a Castel di svelare il ruolo complice della psicanalisi alla politica del “settore” che avvicina la medicina ai luoghi della comunità e ai contesti di vita delle persone conferendo un volto buono, più umano, ad un corpus teorico e pratico, la cui realtà della pratica quotidiana resta inalterata. Castel attribuisce un ruolo specifico della psicanalisi nella diffusione di una “psichiatria di settore” che volendo essere “una nuova politica della salute mentale diventa una nuova strumentazione tecnica di una politica di cui non riesce a ridefinire gli scopi”(ibidem).

In quest’operazione di estensione degli schemi di intervento (bio)medici la capilarizzazione della psicanalisi agisce anche educando, amabilmente e sotto la coltre soffice di incondizionata accettazione, il vissuto dell’insieme degli individui che le si rivolge ad una particolare visione delle interazioni individuo/i-mondo-sofferenza/e-cambiamento che ne fortifica le funzioni ideologiche. Se la sofferenza costituisce il prodotto dell’interazione dell’individuo con il proprio contesto all’interno di determinati assetti economici e culturali la psicanalisi ieri così come la psicoterapia oggi non propongono che un’azione di trattamento individuale. Le possibilità di cambiamento dei processi interattivi e reciproci tra individui e il contesto sono relegate entro la sfera delle strutture soggettive, personali e private. Castel sottolinea che nello schema medico esteso per mezzo della psicologia l’eventuale riconoscimento della “dimensione sociale” della sofferenza non si traduce in analisi e azioni all’interno di tali strutture oggettive con interventi volti al cambiamento degli assetti sociali, micro o macro, ma assume la maggrio parte delle volte la forma di un ampliamento, all’interno di questi contesti di vita, dei luoghi sempre nuovi in cui verrebbe agita un presa in carico funzionale all’azione terapeutica individualizzata, privata. L’analisi di Castel evidenzia le responsabilità della psicanalisi nella diffusione di una psicologizzazione delle strutture oggettive delle istituzioni in e a fianco di cui opera oltre che delle strutture e dei processi sociali che contribuisce a difendere e mantenere. Questa psicologizzazione è da ricondursi alla violenza simbolica in favore del discorso dell’inconscio e del desiderio, sempre individuali e della reinterpretazione di strutture e istituzione sociali, dei loro processi e funzioni, attraverso l’utilizzo delle categorie analitiche che, più o meno implicitamente, delegittima e invalida le possibilità di concepire e attuare azioni sul campo collettivo delle strutture sociali [11]. La psicanalisi, afferma Castel, imporrebbe una “rivincita dei rapporti umani sull’oggettività delle strutture” (ibidem). La dimensione sociale, pubblica (non in quanto vissuto soggettivo ma in quanto spazio di possibile azione collettiva trasformativa) e le strutture oggettive delle istituzioni verrebbero ridotte ad un sistema teso ad assicurare uno “scambio tra individualità […] La psicologia è il recupero di quei problemi umani nel linguaggio esclusivo dell’individualità e della soggettività e la delega di un terzo a risolverli” (ibidem).

Conclusioni ?

Pur essendo il discorso sulla psicologizzazione generalizzabile tout-court agli effetti delle pratiche psicologiche occorre porre in luce una differenza fondamentale tra il contesto a cui Castel si riferisce e quello attuale che consentirebbe non solamente di riconoscere la validità delle analisi in relazione al contesto da cui sono estratte ma, anche e soprattutto, renderebbe possibile valutarne le condizioni di applicabilità a quello attuale.

Questa premura metodologica vale sopratutto per le affermazioni circa la generalizzazione dei processi di psicologizzazione veicolate dall’“istituzionalizzazione del rapporto privato come modalità sociale di controllo e gestione dei problemi sociali”(ibidem). In altre parole la psicologizzazione istituzionalizzata o l’istituzionalizzazione della psicologizzazione a cui si riferisce Castel come “pubblico servizio” (in cui il trattamento psicologico diventa la forma di trattamento imposta dal servizio pubblico per l’insieme dei problemi che emergono nel campo sociale) sarebbe da intendersi come conseguenza sopratutto dell’insediarsi dell’azione psicologica all’interno delle istituzioni pubbliche.

Il contesto a cui Castel si riferisce è caratterizzato sia da una pervasività della psicanalisi entro le istituzioni pubbliche, sia da un monopolio del paradigma psicanalitico tra le scienze psicologiche. 

Il fatto che tali condizioni non sussistano negli attuali assetti istituzionali, scientifici e culturali italiani se da una parte obbliga alla cautela nell’applicazione dei discorsi sull’istituzionalizzazione della psicologizzazione al contesto italiano dall’altra non può che misurarsi con i mutati assetti globali, entro il paradigma neoliberista, che indeboliscono la forza delle istituzioni pubbliche a beneficio del libero mercato entro cui e dal quale vengono mosse molte delle dinamiche di potere con effetti sui e nei cittadini anche per mezzo dell’azione psicologica. Tuttavia questo non sottrae validità al nucleo del discorso di Castel nè ne impedisce un’applicazione parziale agli attuali dispositivi psicoterapici

In un processo di sfaldamento istituzionale analogo a quello identificato da Castel, l’arretramento e l’indebolimento delle istituzioni, sia reale che nell’immaginario collettivo, è determinato da dispositivi sopratutto economici, globali e transnazionali, che nulla hanno a che fare con la psicologia o la psicanalisi ma che agiscono, esattamente come queste, promuovendo nella cittadinanza, analogamente a ciò a cui si riferiva Castel, una visione di uomo individualizzata e privatistica e una sempre maggior difficoltà nel riferirsi alle strutture oggettive che governano la quotidianità.

Rimandando ad un contributo successivo l’ampliamento del concetto di psicanalismo verso quello di “psicoterapismo” teso a cogliere l’insieme degli effetti sociopolitici e delle funzioni sociali delle pratiche psicoterpeutiche, all’interno e all’esterno di queste, entro il campo sociale è possibile concludere sostenendo che, nonostante la validità dell’impianto discorsivo di Castel, nella pratica, trattare psicologicamente i problemi non esclude, di per sé, la possibilità di contrastarli anche sulle dimensioni strutturali entro cui collettivamente vengono prodotti seppur l’enfasi posta sull’utilità (che a volte sfiora i connotati dell’imposizione dello stato di necessità) del trattamento individuale rischia di indebolire, a livello sia individuale che sociale, la consapevolezza della radice reale di tali difficoltà e le risorse disponibili per un’azione su tale livello.

L’azione sulle strutture individuali può non essere in opposizione ad azioni di cambiamento delle strutture sociali entro cui vengono  persone e dispositivi di cura si formano.

Se la clinica costituisce la conquista di una società che sviluppa conoscenze e pratiche specialistiche e tecniche per rendere più sopportabile la sofferenza degli individui che la compongono, questa costituisce un doppio fallimento a partire dal momento in cui prima assume come proprio il mandato di una società malsana che le delega la riparazione e l’adattamento di individui che, dopo aver ammalato, non riesce a riassorbire e successivamente danneggia il corpo sociale attraverso il medesimo strumento con cui s’illude di poterlo curare.

Solo la consapevolezza di tali danni e dei limiti delle pratiche cliniche possono avviare un processo collettivo di rinnovamento concreto a beneficio di tutte e tutti.

Bibliografia:

Basaglia F, Ongaro FB (1975), Crimini di pace. Ricerche sugli intellettuali e sui tecnici come addetti all’ oppressione, Einaudi, Torino.

Basaglia F, Ongaro FB & Giannichedda MG (2000), Conferenze brasiliane. R. Cortina, Milano.

Bourdieu P (2005), Il senso pratico (1980). trad. it. Armando, Roma.

Castel R (2005), Michel Foucault e le critiche della psichiatria:una lettura soggettiva, in Rivista sperimentale di Freniatria, VOL. CXXIX, N. 3, SUPPLEMENTO.

Conserva G, Barbetta P & Valtellina E (2017), Un singolare gatto selvatico. Jean-Jacques Abrahams, l’uomo col magnetofono. Ombre corte, Verona.

Foschi R, Innamorati M (2020), Storia critica della psicoterapia, R. Cortina, Milano.

Frances A (2013), Primo, non curare chi è normale: Contro l’invenzione delle malattie. Bollati Boringhieri, Torino.

Goffman E (1976). Asylums: le istituzioni totali: la condizione sociale dei malati di mente e di altri internati. Einaudi, Torino.

Smith A (1976) La ricchezza delle nazioni.

Note

1 La critica di Castel non risparmia la psicosociologia, nata dai modelli terapeutici degli anni ‘60, con l’obiettivo di un rinnovamento della società e considerata in quegli anni esempio virtuoso di  scienza applicativa e militante.

2 Nelle Conferenze Brasiliane risulta incredibilmente attuale un’analisi di Castel ripresa sia da Basaglia che, nell’introduzione, da Giannichedda. A partire dal lavoro sulla “decarceration” di Castel negli Stati Uniti e dal confronto con i processi osservati, vengono distinte due diverse spinte che portarono e portano allo smantellamento delle strutture manicomiali e dei servizi pubblici, a livello globale: “l’anima “reaganiana” dei tagli alla spesa pubblica e dell’abbandono dei malati, e quella dei diritti di cittadinanza e dell'”offerta di un’alternativa di cura“. “Hanno chiuso il manicomio pubblico perché non serviva più a niente se non a sprecare denaro, cioè non aveva più senso, sia perché non era più uno strumento sufficiente di controllo sociale sia perché produceva una spesa troppo grande[…]. Si potrebbe dire che quello che in America è venuto “da destra” da noi è venuto “da sinistra”” (Basaglia, 2000).

3 http://www.youtube.com/watch?v=oA0vyuNQU6Y

4 E’ esattamente tale senso pratico (Bourdieu 2005) che avvicina Castel a Bourdieu di cui fu collaboratore e che, ne lo Psicanalismo, ne guida l’accusa, pur con il rispetto dovuto ad un’opera di cui riconosce il valore, a l’AntiEdipo che negli stessi anni stava diventando il simbolo della critica alla psicanalisi paradossalmente amplificandone gli effetti e il campo d’azione. L’AntiEdipo, egli sostiene, oltre a problematizzare esclusivamente il nucleo del discorso teorico del dispositivo analitico e della sua matrice, ne costituisce una “revisione interna”, intraanalitica, i cui effetti si tradurrebbero, praticamente, in un allargamento della “fascinazione analitica”. L’effetto pratico della psicanalisi non sarebbe ridimensionato bensì ampliato dalla critica, tutta teorica de l’Antiepdipo, che ne amplierebbe lo spazio di azione. La schizoanalisi, in questa prospettiva più che mettere in discussione il dispositivo analitico, consentirebbe un’inflazione analitica, un allargamento dei suoi poteri, liberati in fine dalle ristrette e superate maglie delle teorie edipiche in cui erano state rinchiuse dagli psicanalisti classici senza però modificare i suoi effetti sociali reali valutati secondo criteri ad essa esterni, non analitici.

5 Attribuiamo qui a “istituzione della psicanalisi” un duplice significato. In primo  luogo come sostantivo derivato dal verbo “istituire” ovvero il movimento che permette alla psicanalisi di nascere, affermarsi e fondarsi come sapere entro lo spazio clinico per poter essere diffuso all’esterno di questo. In secondo luogo come organizzazione e corpo sociale disciplinato da regole, norme, consuetudini, ruoli, strutture di potere, rappresentato principalmente dalle società analitica e dal suo dispositivo formativo attraverso cui i cittadini, attraverso processi di apprendimento e introiezione, vengono socializzati.

6 Castel delinea i due prerequisiti sociopolitici e storici entro cui tale neutralizzazione. Li identifica in 1) condizioni di endogamia sociale (in cui i due interlocutori condividono, in un doppio conformismo, l’insieme dei valori dominanti) e 2) condizioni di pacificazione sociale ovvero quelle circostanze in cui la sicurezza di base dei destini sociali consente un’analisi dei destini individuali diversamente da quanto accade in contesti caratterizzati da una forma più brutale ed esplicita di violenza indirizzata verso particolari fasce di cittadini in virtù della loro appartenenza politica, sociale, come testimoniano la vita e le opere di Benasayag o di Martin-Barò. Un altro contesto sociostorico che ha dimostrato la rilevanza e l’ineludibiltà della dimensione politica per la psicanalisi è la Seconda Guerra Mondiale.

7 L’analogia con il panettiere evoca immediatamente Adam Smith, in La ricchezza delle nazioni: “non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del panettiere che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo”.

8 “L’uomo con il magnetofono” è Jean-Jacques Abrahams che torna, dopo tre anni dall’interruzione da lui voluta, dallo psicanalista con fu per quindici anni in cura durante i quali era stato accusato ripetutamente dallo psicanalista di essere “pericoloso perché misconosce la realtà” . Abrahams decide di portare con sé un magnetofono dichiarando la propria intenzione di registrare la seduta e porre sotto esame il suo analista. “Che cos’è la realtà?” gli domanda Abrahams. Il dott. Van Nypelseer inizialmente si oppone alla richiesta affermando che la seduta non sarà svolta in presenza del magnetofono con cui però di fatto, Abrhams, stava già registrando. L’analista invece di entrare nel merito delle questioni poste da Abrahams si limiterà ad additare il suo comportamento come violento perché impone, contro la sua volontà, uno strumento di registrazione. Sartre commenta l’accaduto ricostruendo i rapporti di potere entro cui possono essere letti i fatti: l’analista dall’alto dell’autorevolezza che gli viene dalla mancata reciprocità della relazione terapeutica, dal fatto di essere un dottore sano e non un paziente malato “decide da solo, sovranamente, di quel che è il reale”.

9 Lo Psicanalismo è “un libro radicale perché, per la prima volta, la psicanalisi viene specificata solo all’interno del potere psichiatrico” scrive Foucault nelle note alla lezione del 7 novembre 1973.

10 Una grande parte dell’inflazione dello schema medico a cui si riferisce Castel, oggi si accompagna all’”inflazione diagnostica” (Frances 2013), alla sovradiagnosi, al  sovratrattamento, e ai fenomeni di “disease mongering”, la creazione di nuove “patologie” al fine di aumentare il bacino di trattabilità.

11 Ad esempio, riconoscere nell’istruzione un fattore determinante per la salute degli individui è cosa ben diversa dalla presa in carico psicologica all’interno del contesto scolastico delle persone che l’attraversano. Azioni psicologiche sugli individui, nel contesto scolastico, e azioni strutturali su questo e sul sistema scolastico presentano differenti implicazioni. Analogamente, la proposta di pratiche di mindfullness per la riduzione dello stress nei luoghi di lavoro si accompagna a numerosi e pericolosi, seppur remunerativamente  vantaggiosi, effetti. Alcuni di questi sarebbero riconducibili alla neutralizzazione di analisi e azioni sulle strutture oggettive dei luoghi di lavoro che producono sofferenza della popolazione in favore di un’azione psicologizzante, individualizzante e soggettivizzante sulla sofferenza prodotta.

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