Introduzione
Le considerazioni che seguono sono la seconda e ultima parte di un contributo sulla sospensione degli antidepressivi. Nella prima parte, indirizzata soprattutto a cittadini e cittadine, abbiamo fornito informazioni per comprendere principali modalità e ostacoli della sospensione e renderla, nell’immaginario comune, una scelta legittima, pensabile e percorribile, sensibilizzando su un tema attualmente spesso negletto o storicamente approcciato in modo ideologico. Inoltre, è stato brevemente delineato il contesto attuale: il trend di costante aumento nel consumo di antidepressivi in cui si inserisce, in un’ottica di salute pubblica, insieme ai mutati e complessi bisogni di salute della popolazione da questo determinati; la mancata disponibilità di sistemi, soprattutto sanitari ma anche sociali, capaci di offrire una risposta a tali bisogni attraverso un sostegno sicuro, informato, efficace e appropriato alla sospensione e le principali misure di contrasto alla continua diffusione ad ora attuate. Infine, abbiamo definito alcune delle possibili criticità della relazione clinica tra medico curante e paziente che influenzerebbero prescrizioni, deprescrizioni e scalaggio, inserendole in una prospettiva insieme clinica ed etica.
In questo contributo, rivolto soprattutto a colleghi e colleghe, psicologi e psicologhe, psicoterapeuti e psicoterapeute, con i piedi in due scarpe, quella dei cittadini prima e quella dei tecnici poi, evidenzieremo quelle che crediamo essere le conseguenze dell’assenza, nel discorso pubblico e in quelli clinici, di un posizionamento chiaro sul tema dell’appropriatezza prescrittiva e della sospensione. Si tratta del rischio non solo di produrre corpi-mente sistematicamente e cronicamente dipendenti, anestetizzati e sedati a metà, disabilitati al sentire, sfiduciati e senza speranza, ma anche di riprodurre sistemi sociali malsani e ingiusti. Nella prima parte, analizzeremo la difficoltà della comunità professionale a cui apparteniamo nell’assumersi la responsabilità di prendere parola rispetto alle modalità prevalenti di prescrizione, consumo e sospensione di farmaci antidepressivi in Italia. Verrà delineata un’ipotesi esplicativa, ovvero che tale ritrosia sia radicata nel timore di uscire da ciò che viene percepito essere il proprio ambito di competenza. Inoltre, questa sarebbe amplificata dall’atteggiamento soggettivista plasmato nel corso del processo formativo che enfatizza le singolarità, la rilevanza attribuita al sentire individuale e l’ingiunzione della neutralità. Suggeriamo che tale silenzio costituirebbe, una volta riconosciuto il problema di salute e sanità pubblica posto dal sovrautilizzo degli antidepressivi, un ostacolo per la salute della popolazione nel confronto con i bisogni della quale una quota non marginale della comunità professionale dimostrerebbe malcelata indifferenza e scarsa consapevolezza. In questa prospettiva, l’assenza dell’articolazione di un discorso sull’uso prevalente degli psicofarmaci-che non impedisce la ricostruzione di un posizionamento pratico della comunità dei clinici qui tentata-, rappresenterebbe un’opportunità mancata per contribuire, in quanto cittadini e cittadine, al cambiamento di alcuni aspetti del mondo reale, oltre che alla trasformazione delle teorie e pratiche cliniche, avvicinando entrambe ai bisogni reali della popolazione.
Così, la seconda parte del contributo, partendo dalla ricostruzione della dimensione strutturale di cui le pratiche e culture prescrittive dominanti costituiscono elemento particolare e dalla constatazione dei limiti di discorsi e pratiche cliniche, diadiche, nel contribuire ad un cambiamento su tale dimensione, fornirà alcuni spunti, teorici e pratici, per arricchire le clinica di elementi sociopolitici (attraverso, ad esempio, il contributo della promozione della salute) contribuendo alla definizione dei possibili assunti alla base di percorsi collettivi in uno stretto rapporto con le pratiche cliniche, come quello da cui sta nascendo la Rete di Psicoterapia Sociale.
Dall’ideale della neutralità alle pratiche della complicità
Innanzitutto, occorre specificare che, in maniera simile al precedente contenuto, il discorso presentato si riferisce in maniera particolare all’utilizzo di antidepressivi pur nelle somiglianze dei rapporti intrattenuti tra la comunità dei clinici e l’uso dei cittadini per classi differenti di psicofarmaci. Tuttavia, contrariamente al contributo precedente, l’ipotesi qui presentata si riferisce e limita al solo contesto italiano.
Il motivo risiede nel fatto che le legislazioni dei diversi paesi sull’attività prescrittiva e sugli atti tipici, e i contingenti rapporti di forza tra il sapere-potere delle diverse categorie professionali (oltre che l’esistenza stessa di differenti categorie professionali, o di tecnici), sarebbero determinanti, influenzando significativamente i rapporti biunivoci tra la comunità degli psicologi clinici e i fenomeni di prescrizione, sospensione e deprescrizione, in particolare verso una timorata subordinazione nei confronti della categoria medica. In particolare, in Italia, a differenza di quanto accade in alcuni paesi non industrializzati (dove la mancanza di risorse necessarie per la copertura dei bisogni di salute della popolazione ha prodotto, spesso in aperto conflitto con il monopolio dei prescrittori, la possibilità di prescrivere per non specialisti [1][2][3][4][5]) o in alcuni stati USA, il fatto che psicologi e psicoterapeuti non possano prescrivere né, di conseguenza, deprescrivere psicofarmaci, giocherebbe un ruolo cruciale nell’assenza dell’articolazione di discorsi espliciti, tanto pubblici quanto clinici, sul loro uso e consumo. Inoltre, la scarsa conoscenza, il timore di uscire da ciò che viene percepito essere il proprio ambito di competenze, e delle relative sanzioni, influenzerebbe sia tale contingente inibizione sia la possibilità di attivare percorsi di politica professionale sulla cosiddetta “autorità prescrittiva” (come ad esempio quello esitato nel report “Prescribing rights for psychologists”, presentato anche su Youtube, del gruppo di lavoro della British Psychological Society) con implicazioni sostanziali su posizionamento, postura e coinvolgimento degli psicologi in relazione ai fenomeni dell’appropriatezza prescrittiva, della deprescrizione e della sospensione, come testimoniano i recenti sviluppi di tali processi negli USA.
Tuttavia, pur non essendo un luogo legalmente deputato alle de/prescrizione, in una prospettiva sociologica, le pratiche cliniche, psicologiche o psicoterapeutiche, come campi del sapere, di pratiche e vettori di forze, non sono né possono dirsi neutre o neutrali di fronte ai fenomeni sociali e ai sistemi di forze in cui sono immerse e con cui sono in reciproca relazione. In questa prospettiva, da un punto di vista sociale, differente da quello clinico, il non dichiarare il proprio posizionamento, implicitamente, significherebbe prima allinearsi e aderire e poi veicolare forze egemoni e norma dominante, lavorando incessantemente per il mantenimento e la riproduzione di strutture e processi sociali esistenti, talvolta invisibili perchè “normali” e, di conseguenza, naturalizzati e invisibilizzati, ancorché storicamente determinati e riconfermati. Da un punto di vista sociologico e su un terreno, in senso lato, politico, ovvero inerente la vita pubblica (qui intesa come artificiosamente opposta a quella privata), il non assumere la responsabilità di una posizione chiara ed esplicita da parte della comunità dei clinici può essere considerato equivalente, a tutti gli effetti, a confermare gli assetti esistenti e, in questo caso, l’uso reale dei farmaci, le attuali modalità prescrittive e i trend prevalenti (oltre che le forze che li determinano) e la negazione dei bisogni di salute, anche legati a deprescrizione e sospensione, che da questi derivano. Riprendendo Castel, la neutralità clinica, che come vedremo influenzerebbe la postura della comunità dei clinici anche all’esterno del setting clinico, rappresenta l’equivalente politico dell’apoliticismo [6].
Tuttavia, al di là di ciò che, al sicuro dell’illusorietà di una possibile, comprensiva e amorevolmente pacificata neutralità, la comunità dei clinici non fa o non dice (astenendosi dalla formulazione di discorsi espliciti), questa quotidianamente esprime, in positivo, uno specifico atteggiamento che ne riflette e sostanzia culture e pratiche relative all’uso e al consumo attuale di antidepressivi. Queste, insieme alla norma sociale che riflettono e che i clinici custodirebbero e amplificherebbero, possono essere ricercate e definite a partire dall’incontrovertibile manifestarsi di specifiche invarianze, osservabili sia tra le trame dei discorsi e delle interazioni tra clinici, sia attraverso un’analisi delle loro scelte e predisposizioni nell’interazione clinica con i cittadini. Infatti, pur non potendo prescrivere, psicologi e psicoterapeuti si relazionano quotidianamente con cittadini che stanno pensando o meno di assumere, stanno assumendo o meno psicofarmaci antidepressivi, e nelle condizioni di scegliere se invitarli, in termini più o meno espliciti, persuasivi, ricattatori o prescrittivi, ad assumerli e ad interrogare tale assunzione, la possibilità di una sospensione o scalaggio.
Nella nostra esperienza e secondo una prospettiva autoetnografica, osserviamo e ci viene riportato che la sottile forza costante e invariante attraverso cui la comunità dei clinici agisce verso l’invio ad un prescrittore non è corrisposta, con uguale frequenza ed estensione da una forza in senso contrario, verso sospensione, riduzione o deprescrizione. E’ possibile osservare la stessa dinamica che agisce la medesima pressione anche durante i confronti tra specialisti, tra le trame delle interazioni e dei discorsi relativi a pazienti e le proprie scelte cliniche che avvengono quasi esclusivamente sul terreno scosceso verso l’assunzione del farmaco, in assenza quasi totale di elementi di critica, complessità, timore o precauzione rispetto alle possibili conseguenze o a fattori determinanti.
D’altro canto, in un’ottica collaborativa di presa in carico integrata, questa inclinazione verso le prescrizioni potrebbe non costituire un problema di per sè, vista la concreta utilità di alcune classi di psicofarmaci, per determinati casi e soprattutto per periodi di tempo inferiori rispetto a quelli per cui vengono abitualmente utilizzati (per altro si tratta spesso di assunzioni di più farmaci contemporaneamente, alcuni dei quali consumati per un tempo maggiore rispetto a quello per cui sono stati testati e dovrebbero essere prescritti, assunti e inseriti in una prospettiva di uso vita natural durante). Tale utilità va sicuramente al di là del ruolo storicamente rivestito, ad esempio, nella chiusura dei manicomi a cui pur si sono sostituiti come simbolo e paradigma del sistema medico e di alcune sue distorsioni ed conseguenze dannose. Il problema si pone, tuttavia (ed è esattamente questo il senso teorico-pratico del presente contributo ) nella misura in cui, nel senso contrario, la loro sospensione e riduzione sembra non essere contemplabile e fenomeno si verifica in questo preciso momento storico in cui, come ad esempio ben sintetizzato da Whitaker, il consumo di farmaci aumenta parallelamente ai problemi di salute mentale che non sembrano essere diminuiti o poter essere da questi efficacemente curati, e la questione del sovrautilizzo inizia ad essere posta anche nei termini di una riduzione d’uso degli antidepressivi, la cui diffusione è riconosciuta come problema di salute e sanità pubblica. La riduzione dovrebbe conseguire da tale riconoscimento, tuttavia sembrerebbe appartenere, per i clinici, al reame dell’impossibile, del folle e del non-conforme, dell’indicible, trasformandosi quasi in tabù, senza considerazione alcuna della realtà del contesto attuale. La categoria degli psicologi e degli psicoterapeuti sembrerebbe interessata più all’accesso alle cure che non a qualità, appropriatezza ed efficacia dei percorsi di cura che rischiano, se non limitati, di essere inutili se non di causare più danni che benefici. In questa prospettiva, le porte di alcuni spazi clinici consentirebbero l’accesso a strade le cui traiettorie conducono ad una maggiore conoscenza di sè e, insieme, ad prescrizioni talvolta inappropriate.
Riteniamo il fenomeno ancor più nocivo nella misura in cui in questo contesto, oltre all’analisi dell’appropriatezza prescrittiva, come esito, venga di fatto spesso scotomizzata quella del processo decisionale, sempre relazionale tra medico e paziente e che, almeno teoricamente, dovrebbe essere condiviso (shared decision making) per poter portare ad una scelta che tenga sostanzialmente conto del punto di vista del paziente, senza imporvisi. Nel rapporto medico-paziente, un considerazione significativa delle preferenze di quest’ultimo non sarebbe solo un elemento fondamentale della medicina basata sull’evidenza [7][8][9][10] ma, come accennato nel precedente contributo, ma è anche determinante tanto dal punto di vista clinico, consentendone riattivazione e soggettivazione attraverso il coinvolgimento in scelte che riguardano il proprio percorso di cura e vita, quanto dal punto di vista etico, giuridico e politico, rappresentando, a pieno titolo, le condizioni per l’esercizio o la negazione di un diritto di cittadinanza. La sensazione è che, durante i percorsi psicologici e psicoterapici, vengano scandagliate e messe in discussione una vasta gamma di relazioni vissute dal paziente in molti ambiti di vita senza che sia possibile accedere al particolarissimo rapporto, spesso veicolo di un’ingiustizia epistemica[11], che può determinare il corso della traiettoria di vita di una persona, talvolta in modo irreversibile, verso l’assunzione di una sostanza, ingrediente attivo del proprio corpo, della propria identità e della possibilità stessa di percepire e percepirsi pienamente.
Un ulteriore aspetto evidenziabile nel confronto tra specialisti clinici è la modalità prevalente di analisi, cioè la forma del discorso. Abbiamo osservato tale forma anche durante il processo di scambio e confronto necessario alla revisione del presente contributo: si tratta di una forma discorsiva e logica che tenderebbe ad escludere la possibilità di qualsiasi generalizzazione, relativa al dato oggettivo, strutturale, sulle prescrizioni, le loro modalità, e sul grado di appropriatezza, oltre che sul loro contenimento, sospensione e deprescrizione. Preso da questa forma e da un (sovra)utilizzo delle lenti cliniche di cui sarebbe esito, il contenuto si trasforma in dato inesorabilmente e riduttivamente soggettivo, individuale, e la chiusura sulle intenzioni, sulla storia, le percezioni del parlante occludono la possibilità di un appoggio verso qualunque forma di esperienza e posizionamento comune o di qualunque dato oggettivo o struttura oggettiva [6]. Questa difficoltà da parte dei clinici sembrerebbe essere legata, al di là della scarsa conoscenza sul fenomeno, soprattutto alla loro forma mentis (o, direbbe Bourdieu, dal loro habitus), plasmata da un lente clinica vincolata alla visione del singolo caso e ad una percezione complessivamente soggettivista, caratteristica del paradigma formativo di cui costituisce l’esito che ne struttura il modo di stare al mondo anche al di là dell’incontro clinico e incapace di fornire strumenti di analisi sociale e politica che arricchiscano la prospettiva clinica a partire da dati di realtà, al di là del valore simbolico, intrapsichico individuale e mentale.
Nel nostro caso, il posizionamento dei clinici rispetto all’utilizzo prevalente degli antidepressivi, non dipende, né potrebbe, esclusivamente dal singolo caso, al contrario, è proprio tale riduzione al singolo caso che ne ostacolerebbe un possibile posizionamento. Affinchè tale posizionamento emerga, come funzione della categoria o degli individui da cui è composta, occorre liberarlo, nel rispetto delle differenti sensibilità ed esperienze individuali, dei significati soggettivamente attribuiti, e della complessità dei fenomeni, dall’analisi del caso singolo. Questo posizionamento, logicamente, non potrebbe derivare dall’analisi del singolo caso più di quanto, analogamente, non ne derivi il posizionamento verso fenomeni sociali, vissuti dai singoli individui, nei confronti dei quali esiste ed è incentivata una posizione, spesso relativamente definita e talvolta condivisa, come la dipendenza da sostanze, legali o illegali, l’abuso o l’abbandono di minori, la violenza di genere, la discriminazione verso categorie marginalizzate, l’uso pervasivo dei social network.
Ciò che è prevalente, infatti, ad esempio la tendenziale appropriatezza o inappropriatezza, oppure disponibilità o indisponibilità di accompagnamento a scalaggio e sospensione, e il riconoscimento sociale della loro legittimità, esiste come fenomeno sociale, oggettivamente, indipendentemente da eccezioni e significati soggettivi, che come tali vanno prese, confermando il fenomeno in sé e i suoi effetti, insieme al nostro esserci immersi. Tuttavia, pur senza attingere a dati e statistiche cosiddetti oggettivi, durante i colloqui psicologici e psicologici, se un giudizio sull’appropriatezza clinica della singola prescrizione, impossibile per psicologi e psicoterapeuti, non può che essere formulato in relazione allo specifico e irriducibile caso, appare evidente, quanto indicibile per i clinici, l’invarianza con cui, nella pratica clinica, ci confrontiamo con persone la cui esperienza e dall’esperienza con cui è naturale possano sorgere molti dubbi sull’appropriatezza prescrittiva, in quanto esito e processo.
Inoltre, occorre sottolineare che il vissuto e l’atteggiamento soggettivo, tanto del singolo, paziente o terapeuta, quanto delle varie comunità a cui appartengono, sono plasmati e a loro volta plasmano, questo “dato di realtà” e la norma sociale che viene continuamente introiettata, incorporata, riprodotta e naturalizzata e definisce tale prevalenza influenzandola e determinandola.
In sintesi, il punto di partenza e arrivo, allora è relativamente semplice: se, come delineato anche nel contributo precedente, troppe persone assumono troppi psicofarmaci, indipendentemente dal singolo caso, a questo appellandosi, la comunità degli psicologi e degli psicoterapeuti, sembrerebbe affermare il contrario continuando ad alimentare il fenomeno negando un problema di salute e sanità pubblica ormai troppo evidente per poter essere sorvolato.
Il politico nel clinico
Per noi definire una posizione chiara su questo argomento e fenomeno assumendocene la piena responsabilità, significa contribuire ai tentativi dialettici di un superamento della logica di contrapposizione e mutua esclusione tra cura del mondo e cura degli individui che lo abitano e costruiscono. L’intenzione è mettere a fuoco, denunciare pubblicamente e agire su, le modalità attraverso cui, troppo spesso, nel momento in cui crediamo, in quanto tecnici, di curarci dei singoli individui costantemente rischiamo di essere inconsapevoli o, peggio, indifferenti complici che partecipano, anche attraverso la propria professione, alla riproduzione sociale di culture e pratiche strutturalmente violente e nocive. Si tratta di pratiche e culture che è possibile contrastare, producono sofferenza e nuocciono alla salute, ostacolando le libertà e minando la fruizione e la promozione dell’esercizio di fondamentali diritti di cittadinanza. In questo senso dunque, la posta in gioco è tanto la salute degli individui quanto quella della popolazione e dei sistemi sociali e di cura e delle culture e delle prassi sociali e sanitarie con cui siamo interconnessi e implicati e i cui esiti si possono svelare, sempre, davanti ai nostri occhi.
Molte persone che incontriamo si presentano negli studi sommersi di prescrizioni a cui sono o sono stati esposti, come naturale complemento di operazioni, floride e bizzarre, di inquadramenti diagnostici più o meno recenti o discordanti. Per loro fortuna, spesso, sono scettici e disorientati rispetto alle esperienze di cui tali diagnosi e prescrizioni costituiscono l’esito, un percorso di cui riconoscono la miseria e fatto di una visita di qualche minuto durante cui possono essere di fatto decretate le sorti di una persona che sarà rivisitata, senza essere vista, interrogata e consultata, con la frequenza dei cicli lunari.
Non vogliamo né possiamo ignorare che quei cittadini e quelle cittadine, siamo noi, i nostri amici, parenti, conoscenti. Non vogliamo che la nostra complicità naturalizzi, reiterandolo e amplifandolo, questo stato delle cose. Non possiamo non contemplare la realtà della nostra reciprocità, la nostra comune umanità e appartenenza a questa società. Loro siamo noi. E siamo parte dello stesso mondo che, in parte, contribuiamo a plasmare, ciascuno secondo le proprie opportunità, desideri e visioni politiche.
D’altra parte, non è possibile ignorare che le attuali prassi prescrittive e diagnostiche, e le esperienze delle persone che incontriamo da queste determinate, costituiscono un elemento particolare, inserito in un più ampio modello socioeconomico che si manifesta anche attraverso il condizionamento dei servizi e sistemi di cura e trattamento. Tali prassi costituiscono solo uno dei sintomi emergenti di un modello socioeconomico ingiusto, quindi malato, quello neoliberista, esito di e inserito in specifici processi storici: l’aumento del peso dei determinanti commerciali della salute nella determinazione degli assetti sociali e sanitari globali, il progressivo definanziamento del Welfare e del Sistema Sanitario Nazionale che ne determina composizione e funzionamento, sulle politiche di aziendalizzazione che hanno trasformato i servizi in fabbriche di trattamenti, con condizioni di lavoro malsane, incompatibili con un lavoro di cura, e in cui farmaco e posto letto costituiscono un’efficientissima risposta alle pressioni delle esigenze produttive.
Siamo consapevoli che, partendo da un approccio radicato nell’economia politica della salute, lo spazio elettivo per il contrasto di tali processi sia quello collettivo, pubblico, esteriore a quello clinico, con cui pur continuamente interagisce. Questa consapevolezza potrebbe costituire, per alcuni, una ragione sufficiente per non interrogare e utilizzare anche lo spazio clinico, trasformando il proprio lavoro per trasformare il mondo, lo spazio pubblico, e spingerlo al di là dell’orizzonte di un cambiamento individuale, spesso dal carattere ortopedico, che si riduce ad adattare gli individui al mondo. Al contrario, con il presente contributo, abbiamo provato a ricostruire come, che ci piaccia o meno, tale dimensione strutturale, insieme alle prescrizioni e deprescrizioni che determina, attraversi, pervasivamente e in ogni momento, lo spazio clinico che siamo convinti possa costituire, con i propri limiti, uno dei luoghi a partire da cui coltivare la consapevolezza necessaria per avviare percorsi collettivi, politici e professionali, che invertano la rotta.
La domanda diventa quindi, se e in quale misura sia possibile, anche attraverso il proprio mandato clinico, farsi più motore di cambiamento sociale e meno veicolo della sua norma incorporata. E’ possibile, attraverso lo stesso gesto clinico, facilitare il cambiamento nella persona che si rivolge a noi, promuoverne e tutelarne i diritti di cittadinanza e di salute, contribuendo parallelamente al cambiamento del mondo in cui la relazione è situata e di cui è manifestazione?
Noi crediamo di sì. Ma per farlo occorre cambiare il modo in cui concepiamo e pratichiamo il nostro lavoro e il nostro ruolo professionale.
A partire da questo specifico caso, al di là della creazione di servizi che rispondano selettivamente a quella fascia di popolazione portatrice di bisogni di salute legati alla deprescrizione, trasformazioni possibili al nostro lavoro e ruolo sono indicate in maniera chiara, ad esempio, dalla psicologia di comunità critica [12]. Sempre rimanendo nell’ambito delle scienze psicologiche, indubbiamente angusto rispetto alla trandisciplinarietà necessaria per un superamento sostanziale del paradigma corrente (come testimonia l’esito dell’ibridazione con l’antropologia medica nell’entopsicologia), l’ambito della promozione della salute [13], costituisce un corpus di teorie e pratiche capace di arricchire la pratica clinica con una dimensione sovraindividuale.
Quanto, anche all’interno della relazione clinica, siamo in grado, come cittadini e tecnici, di adottare e non escludere gli strumenti e gli obiettivi indicati dalla Carta di Ottawa per la promozione della salute [14]: la costruzione di una politica pubblica per la salute, la creazione di ambienti favorevoli, il rafforzamento dell’azione comunitaria, la costruzione delle abilità personali e il riorientamento dei servizi sanitari? Quanto siamo in grado di promuovere e svolgere azioni di advocacy [15]? Quanto la relazione clinica riesce a produrre salute collettiva, consentendo ai cittadini, anche a partire dal riconoscimento dell’infrazione di un diritto, di guadagnare controllo e potere su tutti gli ambiti della propria vita e la consapevolezza che crea le condizioni per l’attivazione di percorsi collettivi? Quanto siamo in grado di fornire strumenti di health literacy [16] che affondino le radici negli attuali bisogni di salute? Quindi quanto, pur non potendo prescrivere, siamo competenti a riguardo a prescrizione, deprescrizione e sospensione?
Una pratica che escluda questo, o ancor peggio, una pratica che sia disciplinata prescrivendone l’esclusione, paradossalmente, rappresenterebbe una clinica incapace di promuovere “salute”, qui intendendo “salute” con una concezione, sconosciuta spesso alle pratiche cliniche, ampia che non escluda ma comprenda e superi il livello individuale.
Insomma, se la clinica non può essere, come ama raccontare di sè, neutra e se, praticamente, costituisce un piano inclinato che riproduce disequilibri e assetti iniqui riproducendo cultura e pratiche dominanti e i loro effetti, occorre, innanzitutto svelare tale mistificazione e i suoi effetti, come rende possibile ad esempio l’introduzione del concetto di psicoterapismo o un approccio “psicopolitico”. Questo svelamento consente, nello stesso momento e lungo il medesimo processo, attraverso una critica delle norme cliniche, lo svelamento della morale e delle politiche [18] incorporate dalle pratiche cliniche e da queste applicate e diffuse alla cittadinanza, di delineare i contorni di nuove pratiche e teorie cliniche, del dissenso, eretiche, liberate dalla propria alienazione, dall’indifferenza e dal conformismo del sentire [19], le cui fondamenta nascano dalla piena assunzione del proprio specifico contributo al mantenimento della violenza strutturale e dei “crimini di pace” [20] verso la popolazione che le si rivolge e a partire dal mandato sociale di supposta cura che la società che le ha delegato.
E’ esattamente questo processo di liberazione da cui e per cui prendono vita percorsi collettivi connessi alla nascita di specifici modelli teorici e operativi clinici, come il PTM, di messe in discussione dei rapporti tra modello biomedico e i diversi orientamenti clinici, come sottolineato in “People Not Pathology: freeing therapy from medical model. Questi percorsi collettivi, nell’intersezione tra ruolo professionale e civile, consentono e richiedono una radicale messa in discussione degli assunti di base delle pratiche cliniche rendendole funzione dei diritti dei cittadini che rischiano di negare, in maniera simile, forse, al percorso avviato in Italia con la costituzione di una Rete di Psicoterapia Sociale che si dichiara più vicina e sensibile ai diritti e bisogni di tutta la popolazione.
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