Parlare di salute mentale significa affrontare un tema che va ben oltre la dimensione clinica. Salute mentale è un termine ombrello che comprende una serie di dimensioni intrecciate tra loro: dimensione dei diritti, politica, professionale, scientifica, istituzionale. Con questo scritto intendiamo fornire alcune coordinate non riducendo la complessità della questione ma fornendo una bozza dell’interconnessione delle diverse facce della stessa medaglia.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) [1] definisce la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non come semplice assenza di malattia. Questa prospettiva, rafforzata dalla Dichiarazione di Alma-Ata [3] e dalla Carta di Ottawa [4], riconosce la salute come un diritto umano e sottolinea l’importanza della sua promozione attraverso l’impegno congiunto di istituzioni, sanitarie e non, professionisti e cittadini, così come della partecipazione alla vita collettiva come fine e strumento nel contesto della promozione della salute.
Nel corso degli anni il concetto di salute mentale si è progressivamente allontanato da una visione esclusivamente medica. Il modello bio-psico-sociale ha tentato di integrare dimensioni biologiche, psicologiche e sociali, ma permane una difficoltà nel definire in modo univoco cosa sia realmente la salute, e quale relazione esista tra la salute e le cornici culturali, sociali, politiche e professionali attraverso cui viene letta, interpretata, vissuta e curata (in questo senso possiamo parlare di “costruzione sociale della salute”). Se la “sanità” può essere descritta attraverso parametri osservabili e misurabili, la “salute” rappresenta invece una costruzione non statica, influenzata da fattori culturali, relazionali e storici. La salute mentale non coincide con l’assenza di sintomi, con un azzeramento di sofferenza o malessere, ma con la capacità delle persone e delle comunità di costruire significati condivisi, mantenere relazioni sociali e sviluppare percorsi di vita aperti a molteplici possibilità. In questa prospettiva assumono particolare rilievo la coesione sociale, il dialogo e la promozione di contesti che favoriscono il benessere collettivo, piuttosto che la semplice prevenzione della malattia. In questo senso è particolarmente evocativo il significato del titolo del libro “Tra Parentesi” [2], scelto da Peppe Dell’Acqua, Massimo Cirri ed Erika Rossi (trasposto anche in uno spettacolo teatrale) e ispirato al pensiero fenomenologico di Eugène Minkowski.
“Mettere tra parentesi” la malattia significa sospendere uno sguardo esclusivamente diagnostico per restituire centralità alla persona nella sua interezza. È la lezione che ha guidato Franco Basaglia: ilpaziente non coincide con la sua diagnosi, ma è una persona portatrice di una storia, di relazioni e di un vissuto unico, e appartenenze all’interno di uno specifico contesto sociopolitico in cui è situato.
La cura diventa allora un incontro capace di comprendere il significato della sofferenza e di accompagnare la costruzione di nuovi percorsi di vita, senza lasciare che l’etichetta della malattia definisca interamente l’identità dell’individuo.
Accanto alla riflessione teorica emerge però una questione concreta: l’accesso alle cure psicologiche e psichiatriche, i luoghi in cui si offre un percorso di cura, spazi in cui avviene un incontro sostanzialmente. In Italia esiste una rete pubblica di servizi territoriali – centri di salute mentale (CSM/CPS), servizi per le dipendenze (Ser.D), neuropsichiatria infantile (NPI) e consultori – che garantisce il diritto alla cura. Tuttavia, il problema principale non risiede tanto nell’assenza di strutture quanto nella cronica insufficienza di personale e di risorse. Le lunghe liste d’attesa e il ridotto numero di psicologi impiegati nel Servizio Sanitario Nazionale limitano di fatto l’accessibilità ai percorsi di cura. In questo contesto, strumenti come ad esempio il recente bonus psicologico, la sperimentazione dello psicologo di base rappresentano una risposta solo parziale. Se da un lato favoriscono l’accesso alle prestazioni private, dall’altro non affrontano il nodo strutturale del potenziamento dei servizi pubblici. La domanda di assistenza psicologica cresce costantemente, ma l’offerta resta insufficiente, con il rischio che molte situazioni non considerate urgenti rimangano prive di risposta.
Al riguardo lo Sportello TiAscolto si colloca sul confine tra spazio pubblico e spazio privato, non volendosi sostituire all’istituzione pubblica e cercando di smarcarsi dalla logica meramente privata di uno studio associato. La criticità strutturale, purtroppo duratura, dell’ambito istituzionale pone degli interrogativi agli operatori dello Sportello a al progetto stesso della rete nazionale, soprattutto in prospettiva futura.
Le criticità risultano ancora più evidenti nell’ambito dell’età evolutiva. Neuropsichiatria infantile e servizi dedicati ai minori soffrono di una ormai cronica carenza di personale e finanziamenti, mentre spesso si investe maggiormente in attività di screening e diagnosi piuttosto che in percorsi terapeutici, riabilitativi ed educativi (strutturati nel tempo). Il rischio è quello di identificare precocemente il presunto disagio, senza però garantire poi un’effettiva presa in carico. Il servizio pubblico identifica e diagnostica, la cura rimane sempre più ad appannaggio del privato, frammentato e competitivo.
Parallelamente a ciò, il dibattito pubblico oscilla tra due estremi: da una parte la crescente esposizione mediatica dei temi legati alla salute mentale, talvolta semplificati o trasformati in fenomeni di consumo; dall’altra la tendenza ad associare automaticamente il disagio psichico alla pericolosità sociale, alimentando richieste di controllo e contenimento piuttosto che di cura e inclusione. Si tratta di una rappresentazione che contribuisce ad alimentare etichette non solo psichiatriche, ma anche teoriche (con stigma e discriminazioni annessi).
Non tutti gli strumenti sono uguali però. Ad esempio il PTM (Power Threat Meaning) è uno strumento che inverte la logica classica, si focalizza sull’esperienza del paziente per poi giungere ad una costruzione collettiva del significato e sulla diagnosi della situazione clinica. Per questo motivo, ma non solo, la salute mentale deve essere considerata innanzitutto una questione politica, culturale e di diritti. Investire nei servizi territoriali, aumentare il numero dei professionisti, promuovere interventi di prevenzione e riabilitazione e sostenere percorsi di inclusione sociale significa dare concreta attuazione al diritto alla salute (previsto anche attraverso i LEA, livelli essenziali di assistenza). Allo stesso tempo, è necessario contrastare narrazioni riduzionistiche che identificano la sofferenza psicologica con la devianza o la criminalità e la maggiore disponibilità di cure psicologiche come unico baluardo del progresso sociale. Il rischio, altrimenti, è quello di alimentare processi di psicologizzazione e individualizzazione del disagio, attribuendo prevalentemente all’individuo la responsabilità di affrontare sofferenze che affondano le proprie radici anche nelle condizioni materiali, nelle disuguaglianze sociali e nei contesti di vita. Una prospettiva improntata alla psicologizzazione, così come approfondito nel nostro libro (Matteo Bessone, Paolo Rabajoli, Marco Sassoon, Pietro Sarasso – PSICOTERAPIA E CAMBIAMENTO SOCIALE TEORIA E PRATICHE DI UN’ESPERIENZA DAL CAMPO: SPORTELLO TIASCOLTO), finisce altrimenti per oscurare i determinanti sociali della salute mentale e per depotenziare il ruolo delle politiche pubbliche realmente preventive, sanitarie e non, nel contrasto delle cause strutturali del disagio.
La sfida dei prossimi anni consiste nel recuperare una cultura della cura fondata sulla dignità della persona, sulla responsabilità collettiva e sulla partecipazione della comunità. In una società attraversata da profonde trasformazioni sociali, economiche e digitali, la salute mentale non può essere relegata a una questione individuale: rappresenta un bene comune, il cui perseguimento richiede investimenti, competenze e la capacità di mettere, ancora una volta, “tra parentesi” l’etichetta della malattia per tornare a vedere la persona nella sua irriducibile umanità.
Bibliografia:
[1] OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità);
[2] Dell’Acqua, Cirri, Rossi (2019), Tra parentesi;
[3] Dichiarazione Alma-Ata (1978);
[4] Carta di Ottawa (1986);
Illustrazione: opera di Maurizio Serra.

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