Purtroppo sono ancora viva. Se fossi morta, forse si sarebbe parlato di me in un convegno. Che senso hanno convegni, incontri e libri dopo, se chi chiede aiuto prima viene lasciato da solo/a? Se le testimonianze chieste poi non vengono accolte o non cambia niente? Porto una testimonianza soggettiva, legata ad altre di cui nessuno si occupa “finché non capita a te”.

“Tua mamma ti voleva morta per avere un grande dolore da piangere”

“Io ho capito benissimo lei come funziona, vede tutti come violentatori”

“Non sa usare la terapia, ha un senso di morte enorme, una rabbia incontenibile, una scatola troppo piccola per le emozioni e ogni incontro con il mondo esterno risulta un urto insostenibile”

“Io ho fatto analisi per 4 volte a settimana e ho studiato 10 anni”

“Ha un enorme buco nero dentro che inghiotte tutto/i”

“Non collabora, ha una forza distruttiva potentissima, proietta fuori di sé, è invidiosa”

“E’ un’ingrata”

“Ha avuto un grande culo a trovare me come terapeuta, io mi sento la coscienza a posto, ho fatto tutto e oltre il possibile”

 “Lei parte da sotto zero e deve abbassare le aspettative”

“Tutti i gruppi di supervisione mi hanno chiesto perché perdo ancora tempo con lei” [per scoprire, poi, che era stato un unico incontro con un’altra terapeuta e il mio psichiatra]

“Quanta sicurezza! Non ha ancora capito che dovrà stare in analisi per anni?”

“Vediamo cosa succederà quando riprenderà a lavorare, ci credo che si chiede se insegnare fa per lei se sta così male; è facile insegnare agli stranieri, si sente in una posizione di superiorità” [erano gli effetti collaterali dei farmaci, lavoro da 20 anni con le persone pescate dal mare]

“Senza di me sarebbe nella tomba o in una clinica psichiatrica da anni”

“Ci sono porte che non le si apriranno mai”

“Farà molta fatica ad avere un lavoro e un fidanzato normali” [mentre non vedevo che già ce li avevo]

“Sono stufa di lei, nessuna paziente mi ha fatto arrabbiare così nella mia carriera”

Ero stata violentata dal mio primo fidanzato. La mia prima volta. Ho chiesto aiuto, avevo vent’anni.

Per 15 anni sono stata trattata, con anche un mix variegato e potente di farmaci, per una “psicosi protonsensorialepresimbolica arcaica”, fino a quando ho letto moltissimi libri e sono riuscita ad andarmene.

Questa diagnosi non è mai stata scritta, ma mi è stata ripetuta in maniera martellante.

Questa diagnosi non esiste.

Sono state terapie private, ma vorrei che la mia storia uscisse da quattro mura e due persone per diventare, spero, riflessione. Io vivo e voglio vivere nel mondo. Non sono stata riferita ad altri né nel pubblico né nel privato e ho avuto un medico di base, sempre la stessa, alla quale ho chiesto inutilmente aiuto e che mi ha rifatto ricette per antipsicotici. Ho una cartella clinica con scritti tutti i farmaci. Esiste, è un documento e si finge che non ci sia.

I farmaci hanno peggiorato la mia salute con effetti collaterali. Ho perso delle cose irrecuperabili; lo dico con oggettività. Avevo sintomi leggibili e chiari che sono diventati tutt’altro per interpretazioni altrui: una confusione infinita.

Può essere che io non sia stata una brava paziente, ma perché avrei dovuto lasciarmi distruggere? Le mie parole sono spesso state utilizzate contro di me, invece che per riflettere, per attaccarmi immagini addosso che venivano da parole, pensieri o immagini della mente di altri. Non ero d’accordo perché non mi appartenevano: ero una paziente difficile?

Da fuori sono di bell’aspetto, colta, divertente e con varie carriere. È vero e ne sono felice e orgogliosa, ma, spesso, devo gestirmi sintomi in silenzio e neanch’io sono esente da sofferenza, difficoltà e fragilità. Chi sono non mi ha impedito di finire nella situazione in cui sono finita e il dolore mi ha fatto perdere lucidità. Non sono diventata più forte, né più sensibile. Sono e voglio essere forte e fragile come ogni essere umano e vivere tra persone che si permettono di vivere, anche loro, da forti e fragili, accettando la fatica, la complessità e la reciprocità che comporta.

Non ho nessuna filosofia positiva rispetto all’accaduto: accetto, ma non perdono. Faccio la mia parte di cittadina, prendendomi la responsabilità che mi pertiene di parlare e raccontare. Quando mi dicono che è folle, impossibile e assurdo, rispondo che, in Italia, tra il 2008 e il 2023, è successo. A 39 anni ho fatto il primo pap test e ho riavuto un rapporto completo (dai 20 anni). Tramite un gruppo facebook ho trovato un’ostetrica privata di un’altra città che ha curato in due mesi il mio vaginismo “incurabile”. Faticano a crederci o si spaventano, gli altri.

Avevo un gran dolore che mi ero tenuta per me – scelta della quale sono decisa – ma affidandolo a chi pensavo potesse aiutarmi.

Sono stata trattata e sono stata fatta cronica quando non lo ero.

Ho studiato lavorando. Probabilmente non avrò mai figli.

Nessun dispositivo di sicurezza ha funzionato. Né il confronto psicoterapeuta-psichiatra, né il mio medico di base che si è rifiutata di scrivere una relazione, chiesta dall’Avvocato, per dire, semplicemente, che ero andata molte volte a riferire che stavo male e mi ha solo abbracciata, alla fine, dicendo che ero stata bravissima a uscirne da sola. Aspetto da più di un anno le risposte alle mie pec dagli Ordini che hanno negato la mediazione del Tribunale del Malato. Ho dato le carte ad un Avvocato, sfinita. Che per loro non ci sia stato un problema, voglio che venga scritto.

Ero capace di intendere e di volere, ma ero comunque permeabile in un rapporto asimmetrico di potere e cura. Perché, dolorante, mi si ritorce contro che ho lottato con forza, senza accessi al pronto soccorso e cercando di calmarmi? Perché viene usato contro di me, sostenendo che me ne sarei potuta andare quando volevo? Quali parole, a prescindere, è lecito dire in terapia? Quali atti? Che limite? Perché non si risponde ad una domanda di confronto dopo 10 anni di presa in carico? Nella relazione dello psichiatra, chiesta ex post, mancano 4 anni su 7 (avendo io le ricevute, tutte) e dei farmaci. Perché nessuno si assume la responsabilità/voglia di comprendere cosa sia successo? Ho cambiato psichiatra e abbiamo tolto l’antipsicotico in 4 settimane senza effetti collaterali. In 3 anni sono stata sempre meglio mentre in 15 sempre peggio, ma continuo a pagare io cure private per riparare. Quanta vita, forza e serenità si può far perdere ad una giovane donna, tra i 20 e i 40 anni, che chiede volontariamente aiuto? Quanto tempo? Soldi?

Non sono riuscita a gestire tutto, sono solo riuscita a salvarmi la vita. Non posso lasciarlo andare, come molti ingenuamente suggeriscono. Non mi definisce, ma è una delle parti di me. Scrivo per provare ad evitare altri errori rossi così a lungo sulla vita delle persone. Per denunciare, certo, ma per proporre. Credo che oggi si abbiano moltissime conoscenze e non vengano applicate.

Per due anni sono uscita di casa quasi solo per lavorare. Mi veniva da vomitare a vuoto, non riuscivo a respirare, avevo la diarrea costante e mi sentivo svenire. Non provavo paura, ma rabbia, perché facevo cose che mi piacevano, sapevo fare e non ci riuscivo. Con metà testa e metà corpo stavo male, con l’altra mi tranquillizzavo, dicendomi che avrei trovato una soluzione. Ho lavorato perché volevo andare avanti.

La mia storia ha avuto ricadute sui miei affetti che, nonostante quanto mi veniva detto, hanno rispettato il mio parziale silenzio e mi hanno pagato le cure, affidandomi e riconoscendo i loro limiti.

Vorrei ridare a ciascuno il proprio ruolo. Non era mio compito leggere, studiare e fare ricerche mediche per capire cosa avessi. Non sapevo le regole. Non era il mio lavoro fare l’anamnesi, trovare una diagnosi che, a me, interessa non come momento definitorio ma solo come via per scegliere il cammino, scalare antipsicotici o fare riabilitazione del pavimento pelvico. Non potevo e non volevo farlo da sola. Ai professionisti che mi chiedono “come si fa a gestire così tanta mal gestione e rifiuti?” rispondo che devo e non ho avuto alternative, ma questa domanda la rivolgerei a loro: come è stato possibile? Come è possibile, ancora adesso, che debba essere io?

Ci ho impiegato tre anni a scrivere, con i miei successivi curanti, per dare un senso e trovare una nuova direzione. Anche la vecchia, in parte, perché mentre io mi sono rimessa in gioco nelle relazioni i miei ex curanti non hanno risposto. Cosa dovrebbe pensare un paziente?

Se anche fossi stata psicotica o con qualsiasi altra difficoltà, non sarei stata nel posto giusto?

Vivo in una delle prime 10 città italiane, con poli ospedalieri di eccellenza e universitari. Ho scritto a più di 120 Associazioni e professionisti vari per ipotizzare e proporre piccoli spazi di possibilità chi mi faceva tornare al punto di partenza di impossibilità abituale. Silenzio. Vivo in una repubblica con il diritto alla salute, a me negato, nella Costituzione. In uno stato della UE che ha ratificato il modello biopiscosociale (OMS, 2001). Tra i diritti dello Stato verso i cittadini ci sono quelli positivi che richiedono azioni e risorse affinché siano garantiti. Sono spesso diritti sociali. Tra questi, c’è la salute.

Racconto per persone, pazienti e professionisti, anche quelli che mi avevano promesso uno spazio e sono scomparsi.

Perché si parli della sessualità nelle anamnesi e nel percorso, se desiderato, e se prescritti farmaci che la alterano. Per dire di chiedere degli effetti collaterali, sempre, di monitorarli con i professionisti, di chiedere e richiedere se non si ha risposta, non si capisce o non si è d’accordo. Perché si parli delle sindromi femminili, della fertilità nei giovani. Perché i professionisti siano trauma informed. Se si prenota un appuntamento, passando prima a spiegare la situazione, non è piacevole trovarsi il medico arrabbiato. Non avevo paura di quel medico, di quella visita (pure fosse): non riuscivo a stare in piedi, a vivere. Per il non giudizio. Perché non si aggiungano traumi a traumi nella vita, per chiunque, con ogni persona. Non mi interessa la dicotomia maschi-femmine, non lo riduco ad una questione di genere.

Parlo dei bias dei curanti, anche. Qualcosa è successo. Non so cosa, non ho risposte.

Perché il Centro antiviolenza della mia città non ha una ginecologa di fiducia? Perché non c’è uno sportello per il dolore cronico pelvico pubblico?

Ho dichiarato le spese mediche nel 730 e mi è stato chiesto se avessi la L. 104. Non ce l’ho, è successo un disastro dichiarato, ma ancora non dichiarabile. Ho scritto per cercare un passo nella società, tra persone, nel collettivo. Sono una donna, una cittadina, un’insegnante: non mi interessa distruggere, ma costruire; capire cosa è potuto andare così male, per migliorare. Cura e politica.

“Please document that I shared these concerns and no action was taken”.

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