di Giuseppe Dell’Acqua,
Ed. Stampa Alternativa, 2007
L’opera di Giuseppe Dell’Acqua è una raccolta intensa e profondamente umana di testimonianze che attraversano la storia del manicomio triestino prima, durante e dopo la rivoluzione basagliana. Il testo non si limita a documentare un’istituzione, ma restituisce voce e volto alle persone che l’hanno abitata, rendendo visibile ciò che per lungo tempo è rimasto nascosto o silenziato.
Le storie raccontate sono molteplici e differenti, ma accomunate da un destino di segregazione: alcuni arrivano già durante l’infanzia, crescendo all’interno dei padiglioni fino a non conoscere altre realtà se non quella istituzionale; altri sono figli di persone ricoverate e sembrano destinati a ripercorrerne il destino. La vita in manicomio appare come uno spazio sospeso, dove l’identità si dissolve: senza oggetti personali, vestiti con vestaglie uguali, condividendo spazi affollati in cui tutto è di tutti e, al tempo stesso, di nessuno. In questo contesto, il silenzio diventa spesso una forma di resistenza: un mutismo che, più delle parole, testimonia il mancato ascolto da parte degli operatori.
Colpisce la varietà delle storie e delle condizioni che conducono all’internamento: non solo sofferenze psichiche, ma anche malattie fisiche o comportamenti giudicati “inappropriati”. Il manicomio emerge così come un contenitore eterogeneo, in cui il confine tra cura e controllo appare fragile e ambiguo.
Una parte significativa del libro nasce dall’esperienza diretta dell’autore, mentre altre testimonianze provengono da registrazioni e diari. Questa pluralità di fonti contribuisce a restituire la complessità delle vite raccontate e il carattere imprevedibile dei percorsi individuali, segnati da eventi che possono trasformare radicalmente l’esistenza.
Un elemento particolarmente rilevante è il difficile rapporto tra gli internati e il mondo esterno. L’idea di un ritorno alla società è spesso accompagnata da paura e disorientamento, ma anche dal rifiuto e dal pregiudizio dei cittadini. Eppure, è proprio nel contatto che può aprirsi uno spazio di trasformazione: lo sguardo che inizialmente respinge può, se sostenuto, diventare occasione di riconoscimento dell’umanità dell’altro.
Il racconto della rivoluzione basagliana è presentato come un processo graduale di smantellamento dell’istituzione manicomiale, “pezzo dopo pezzo”. L’apertura verso la città e la costruzione di servizi alternativi segnano un passaggio fondamentale: il lavoro, gli appartamenti condivisi, gli spazi sociali come il bar diventano strumenti concreti di restituzione di dignità e identità. Non si tratta solo di migliorare le condizioni di vita, ma di trasformare radicalmente il significato stesso della cura.
In questo senso, il libro mette in luce un punto cruciale: il cambiamento in psichiatria non può essere ridotto a una questione tecnica o amministrativa. Esso implica una presa di posizione etica e politica nei confronti della persona sofferente. La vera innovazione non consiste nell’umanizzare il manicomio, ma nel superarlo, ridefinendo il rapporto tra cura, cittadinanza e diritti.
Dell’Acqua ci consegna così un’opera che non è solo testimonianza storica, ma anche invito a interrogarsi sul presente della pratica psichiatrica e sul modo in cui continuiamo a guardare alla sofferenza mentale.

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