Rovesciare e Deprescrivere. Attualizzare Basaglia tra psicofarmaci, diritti e psicoterapia
Cosa succederebbe se la psicoterapia prendesse sul serio l’eredità di Basaglia? Non come monumento da celebrare, ma come metodo: mettere in crisi le proprie istituzioni, rovesciarle, riconoscere la propria funzione politica, schierarsi per trasformarle in un movimento dialettico?
Questo è il punto di partenza del contributo pubblicato nel 2024 sul Adombramenti n.1, la Rivista del Centro Studi di Psicofen, che ha da poco presentato il suo nuovo numero, edito Mimesis.
Il testo parte da una constatazione scomoda: il movimento basagliano aprì i manicomi anche grazie alla disponibilità dei neurolettici, ma Basaglia stesso ne denunciò subito i rischi, l'”uso improprio”, l’effetto passivizzante, il “manganello chimico” come nuova forma di violenza istituzionale.
Decenni dopo, con l’affermarsi del paradigma neoliberista dagli anni ’80 in poi, gli psicofarmaci non hanno smantellato la logica manicomiale, l’hanno ampliata, distribuit e capillarizzata. Carceri, CPR, ambulatori, studi privati e servizi sanitari sono luoghi differenti che, in modo differente, contribuiscono ad un uso spesso inappropriato di psicofarmaci, spesso senza adeguata informazione e violando diritti fondamentali.
Gli autori rivolgono questa analisi in modo diretto alla comunità degli psicoterapeuti: non neutrale, mai stata neutrale. Al contrario, apertamente posizionata rispetto a tale uso, spesso senza rendersene conto, proprio mentre crescono le preccupazioni per il sovrautilizzo per molte classi di farmaci. Il silenzio rispetto alle pratiche prescrittive, l’incapacità di parlare delle esperienze di prescrizione e delle modalità prescrittive, l’invio automatico al prescrittore, la mancanza di accompagnamento nei percorsi di sospensione e di riconoscimento di tale bisogno, è già una scelta politica, di campo. Una scelta che, di fatto, ratifica e concorre al sovrautilizzo sistemico, con gravi problemi per la salute pubblica.
La proposta presentata è quella avviare un processo di “rovesciamento”: formare i terapeuti alle competenze della psicofarmacologia, alla possibilità di parlare di esperienze e vissuti legati all’utilizzo e la sospensione di psicofarmaci, sostenere le persone nei processi di sospensione, promuovere letture del disagio meno individualizzanti, costruire alleanze tra operatori, utenti e comunità esperta.
Si tratta di scegliere in che misura rinchiudere tale storia tra le mura del manicomio o riappropriarsi della sua opera, rivitalizzandola entro i confini della psicoterapia. Sarebbe una perdita enorme, per la società tutta e la comunità dellə psicoterapeutə, se questo non accadesse, relegando la storia di questo movimento al settore psichiatrico e al passato.
E’ possibile scaricare il capitolo “Rovesciare e deprescrivere, attualizzare Basaglia tra psicofarmaci, diritti e psicoterapia”, con le grafiche a cura di Andrea Pisano, qui.

Il 23 Giugno 2026, la Rete di Psicoterapia Sociale presenta “La Psicologia è Politica”, di Eleonora Marocchini e Federico Dibennardo. Gli autori dialogheranno con Matteo Bessone sul loro libro.
Il libro affronta il rapporto tra psicologia, società e politica, mettendo in discussione l’idea che il benessere mentale possa essere compreso esclusivamente come una questione individuale. Identità, relazioni, condizioni materiali di vita e costrutti culturali influenzano profondamente la salute mentale e i modi in cui interpretiamo la sofferenza psichica.
A partire da questa prospettiva, gli autori riflettono sul ruolo sociale e politico della psicologia, interrogandone presupposti, pratiche e responsabilità. Il volume propone una lettura critica delle forme contemporanee di individualizzazione del disagio, evidenziando la necessità di collegare l’esperienza soggettiva ai contesti storici, economici e culturali in cui prende forma.
L’incontro sarà anche l’occasione per mettere a dialogo le riflessioni degli autori con quelle del nostro libro “Psicoterapia e cambiamento sociale”.
La partecipazione è libera, per ricevere il link occorre mandare una mail a: info@retepsicoterapiasociale.it
Vi aspettiamo!
+ Articoli
Il diritto alla sospensione degli psicofarmaci: una guida nata dall’esperienza diretta e dai pari
Interrompere L’uso Degli Psicofarmaci: Guida alla Riduzione del Danno.
The Icarus Project e Freedom Center
Può arrivare un momento, nella vita di molte persone che assumono psicofarmaci, in cui nasce una legittima domanda semplice e insieme difficilissima:e se volessi smettere? Posso liberarmi ? Come posso farlo ?
Spesso non si tratta una domanda ideologica. Ma solo il desiderio legittimo di capire le proprie opzioni, di avere informazioni oneste, di non sentirsi soli davanti a una scelta che riguarda il proprio corpo e la propria mente. Di cambiare la propria condizione, di riappropriarsi di una vita che si è scelta a cui sentire di poter dare valore, di essere e diventare quello che si desidera, camminando sulle proprie gambe, talvolta un po’ doloranti e incerte.
Eppure, in molti, troppi, casi, quella domanda rimane senza risposta. Senza un interlocutore.
O ancora peggio, spesso viene attivamente scoraggiata. Sistematicamente.
Un vuoto che non è casuale
Per quanto la situazione stia lentamente cambiando, la deprescrizione degli psicofarmaci, cioè la riduzione graduale o la sospensione guidata, è un tema ancora largamente ai margini dei servizi sanitari e della formazione professionale, medica quanto psicologica. Non perché non esistano protocolli o letteratura. Ma perché il sistema, nella pratica, è molto più attrezzato a prescrivere che ad accompagnare chi vuole uscire.
Chi desidera ridurre o sospendere un farmaco si trova spesso di fronte a risposte evasive, a minimizzazioni o a mancato riconoscimento degli effetti dell’astinenza, alla mancanza di professionisti (medici di base, psichiatri, psicoterapeuti) disposti o formati per supportare questo percorso. Il risultato, dicono la letteratura e l’esperienza, è che molte persone affrontano la sospensione da soli, oppure si rivolgono a reti informali, forum, gruppi di mutuo aiuto, anche a causa di una scarsa consapevolezza pubblica.
Questo non è un fallimento individuale. È un fallimento strutturale del sistema di cura.
La conoscenza che nasce dall’esperienza
In questo vuoto, da decenni, si muovono le comunità di pari che sicuramente costituiscono una risorsa fondamentale, accanto alle poche risorse professionali attualmente disponibili, in questo viaggio.
L’Icarus Project e il Freedom Center, due realtà nate negli Stati Uniti, la prima come rete virtuale e di gruppi locali, la seconda come comunità di supporto e attivismo nel Massachusetts, hanno costruito nel tempo una guida alla riduzione del danno per chi usa psicofarmaci. Si tratta di una guida non scritta da clinici o tecnici per pazienti, ma da persone con esperienza diretta, per altre persone con esperienza diretta.
La differenza non è solo simbolica. È epistemica. Chi ha vissuto sulla propria pelle cosa significa scalare un antidepressivo, gestire i sintomi da discontinuazione, negoziare con un medico restio, porta con sé una conoscenza che nessun manuale può trasmettere completamente. Quella conoscenza, messa in comune e resa accessibile, è una risorsa fondamentale di salute pubblica e democratizzazione delle cure.
Riduzione del danno: né pro né contro
La guida non prende posizione sull’uso degli psicofarmaci. Non dice che vanno presi né che vanno abbandonati. Nè in quali circostanze. Adotta invece il framework della riduzione del danno, lo stesso usato, ad esempio, nelle politiche sulle sostanze, applicato alla salute mentale.
Significa: partire dal rispetto dell’autonomia della persona. Fornire informazioni accurate, incluse quelle scomode. Riconoscere che non esiste una scelta giusta per tutti. Offrire strumenti sia a chi vuole continuare i farmaci sia a chi vuole ridurli o sospenderli, o per lo meno provarci.
In un campo spesso polarizzato — tra chi difende la psichiatria biologica e chi la rifiuta in blocco — questo approccio apre uno spazio diverso: quello del pensiero critico, dell’autodeterminazione, della cura come pratica collettiva e non solo individuale.
Tre principi, chiari
Accesso reale alle alternative. La libertà di scelta esiste solo se esistono alternative accessibili nella pratica, non solo sulla carta. Servizi comunitari, supporto tra pari e percorsi di uscita dagli psicofarmaci devono essere disponibili a tutti, indipendentemente dalle risorse economiche.
Autodeterminazione senza giudizio. Le persone hanno il diritto di decidere se assumere, ridurre o sospendere i farmaci senza dover giustificare quella scelta a nessuno. Non esiste una risposta giusta per tutti, e nessuna coercizione, esplicita o implicita, o pressione dovrebbe entrare in una decisione così personale.
Informazione onesta, non rassicurante per convenienza. Benefici, rischi, effetti dell’astinenza, alternative possibili: tutto questo deve essere accessibile in modo chiaro e completo. Il consenso informato non è una firma su un modulo. È un processo continuo che richiede tempo, risorse e interlocutori disposti a non semplificare.
Una questione politica, non solo clinica
Rendere questa guida disponibile in italiano non è solo un gesto di traduzione ma può essere inteso pienamente come un atto di politica sanitaria dal basso.
Significa affermare che l’accesso alle informazioni non può essere un privilegio. Che le persone hanno il diritto di conoscere i rischi dei farmaci che assumono, gli effetti dell’astinenza, le alternative esistenti. Che il consenso informato non è una firma su un modulo, ma un processo continuo che richiede risorse, tempo e interlocutori competenti.
Significa anche riconoscere il ruolo della società civile, delle reti di pari, dei collettivi, delle comunità di mutuo aiuto, nella produzione e circolazione di sapere su salute e cura.
Un sapere che non sostituisce la medicina, ma la affianca, la corregge, la completa.
E che, in certi momenti, arriva dove i dispositivi di cura professionali ancora non riescono o non vogliono arrivare.
La guida è disponibile gratuitamente qui. Perché alcune cose dovrebbero esserlo.
Qui sotto riportiamo l’indice.
Contenuti
Nota dell’Autore …………………………………………………………………………………………………………. 4
Introduzione ………………………………………………………………………………………………………………… 6
Riduzione del danno per la salute mentale………………………………………………………………….9
Risorse chiave per saperne di più ………………………………………………………………………………12
Uno sguardo critico ai “disordini mentali” e alla psichiatria ……………………………………..13
Dichiarazione Universale dei diritti e delle libertà mentali……………………………………….14
Quanto è difficile abbandonare gli psicofarmaci?………………………………………………………16
Le politiche dell’astinenza…………………………………………………………………………………………..16
Principi di questa guida……………………………………………………………………………………………….18
Come funzionano gli psicofarmaci?……………………………………………………………………………19
Gli psicofarmaci correggono la vostra chimica? ………………………………………………………..20
Chi è da incolpare? Voi stessi? La vostra biologia? Nessuno dei due?……………………….22
Che effetto hanno gli psicofarmaci sul cervello?……………………………………………………….24
Perché le persone trovano utili gli psicofarmaci?………………………………………………………25
Fatti che potreste non sapere sugli psicofarmaci ………………………………………………………26
I rischi degli psicofarmaci sulla salute…………………………………………………………………………27
In che modo gli effetti dell’astinenza influiscono sul cervello e sul corpo ……………….32
Perché le persone vogliono smettere di usare gli psicofarmaci………………………………..33
Continuare con i farmaci e ridurre il danno ……………………………………………………………..34
Vorrei abbandonare i miei psicofarmaci ma il mio medico non me lo consente: cosa
dovrei fare?………………………………………………………………………………………………………………….36
Prima di cominciare l’interruzione …………………………………………………………………………….37
Lavorare con la paura …………………………………………………………………………………………………41
Uso intermittente: prendere gli psicofarmaci di tanto in tanto ………………………………..42
Quali sono le alternative all’uso degli psicofarmaci?………………………………………………….45
Interruzione: passo a passo ………………………………………………………………………………………..49
Penso che qualcuno stia prendendo troppe medicine, cosa dovrei fare?…………………50
Guardare al futuro………………………………………………………………………………………………………51
Considerazioni speciali……………………………………………………………………………………………….51
Risorse ………………………………………………………………………………………………………………………..58
Consulenti professionali della salute che hanno collaborato a questa guida ……………65
di A. Pierantozzi
Ed. Einaudi, 2025
Lo Sbilico di Alcide Pierantozzi (Einaudi, 2025) racconta in prima persona l’esperienza della malattia mentale, affrontando temi come i disturbi di personalità, la neurodivergenza, la psicosi, la paura e il rapporto con il proprio corpo e con gli altri.
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è l’onestà con cui l’autore si racconta. Non cerca mai di rendere affascinante o di spettacolarizzare la sofferenza psichica; al contrario, la descrive nella sua dimensione più concreta, fatta di farmaci, visite mediche, pensieri ossessivi, paura e senso di inadeguatezza. Descrive a fondo come le relazioni vengono mutate e plasmate dalla fragilità psichica.
Il libro, caratterizzato da un racconto senza filtri, abbatte i muri dello stigma sulla salute mentale e avvicina il lettore alla fenomenologia della psicosi; attraverso flashback e risvolti temporali e narrativi spalanca una finestra sull’umanità che molto spesso viene oscurata da una diagnosi psichiatrica. Alcide narra, attraverso un uso magistrale del linguaggio, la sua esperienza da «paziente lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido». L’autore ci permette di entrare nelle sue giornate in una cittadina della provincia Abruzzese, dove tra palestra, spiaggia e biblioteche prendono forma le allucinazioni e i pensieri ossessivi. Alcide racconta l’infanzia, le giornate dai nonni con la bicicletta, gli animali e la vita da giovane adulto in una grande città con le sue sfide e le infinite possibilità. Particolarmente toccante è il rapporto con la madre, figura di sostegno e rifugio, attraverso cui emerge tutta la fragilità del protagonista. Allo stesso tempo, il libro affronta il tema dello stigma sociale che ancora accompagna i disturbi mentali, mostrando quanto sia difficile raccontarsi senza essere ridotti alla propria diagnosi.
La scrittura è ricca, precisa, ricercata e sorprendentemente controllata anche quando racconta il disordine mentale. Le parole diventano uno strumento per dare forma al caos e per tentare di comprendere ciò che appare incomprensibile.
Lo Sbilico è una lettura intensa e dolorosa, che richiede partecipazione emotiva. Non offre consolazioni facili né soluzioni definitive, ma invita il lettore a guardare da vicino una realtà spesso ignorata o semplificata. È un libro importante perché riesce a trasformare un’esperienza individuale in una riflessione universale sulla vulnerabilità umana, sul bisogno di essere compresi e sulla possibilità della letteratura di dare voce a ciò che normalmente resta nascosto.
Condividiamo l’uscita di un nostro contributo su un fascicolo di Ricerca Psicoanalitica focalizzato sulla diagnosi.
In questo contributo, Matteo Bessone e Marco Sassoon, offrono una panoramica introduttiva al Power Threat Meaning Framework PTMF, rivolta principalmente a un pubblico italiano, delineandone le principali dimensioni politiche, epistemologiche, applicative e critiche. Ci auguriamo che sia coerente con l’obiettivo generale, l’etica e l’intento del lavoro originale.
ABSTRACT
L’uscita del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, quinta edizione (DSM-5), nel 2013, fu accolta con sentimenti contrastanti: c’era chi lo salutava come una fondamentale innovazione nel campo diagnostico, chi ne denunciava gli assunti di fondo come sostanzialmente invariati rispetto alle problematiche edizioni passate. Nello stesso anno, la British Psychological Society pubblicò un position statement invocando la necessità di un cambiamento di paradigma nella classificazione di comportamenti ed esperienze in relazione alle diagnosi psichiatriche. Cinque anni dopo, nel 2018, alla vigilia dell’uscita dell’undicesima revisione della Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-11), la British Psychological Society pubblicò il Power Threat Meaning Framework (PTMF, da qui PTM) in forma integrale e sintetica. Nel corso dei sette anni successivi, il modello ha conosciuto una notevole diffusione: le traduzioni si sono moltiplicate e la versione sintetica è ora gratuitamente disponibile in spagnolo, norvegese, svedese e italiano. Parallelamente, attorno al PTM si è sviluppato un dibattito vivace: si sono attivati percorsi formativi, alcuni servizi ne hanno sperimentato l’adozione in diversi settori, ed è diventato uno dei testi di riferimento per una parte del movimento critico nel Regno Unito e non solo. Dopo averne delineato genesi e obiettivi, questo contributo esplorerà natura e metodo del PTM, evidenziandone il posizionamento epistemologico e politico. Verranno quindi analizzati i contenuti fondamentali e la loro innovatività, delineando gli ambiti di applicazione e le critiche mosse al modello, per concludere riflettendo sul suo potenziale come strumento per riconnettere clinica e giustizia sociale.
Open Access Ita version: https://socialsciences.pagepress.net/rp/article/view/1137/1200
Download Ita version
Clinical Practice rediscovers Social Justice: the Power Threat Meaning Framework
ABSTRACT
The publication of the Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 5th Edition (DSM-5) in 2013 was met with mixed reactions: some hailed it as a fundamental innovation in the field of diagnosis, while others denounced its underlying assumptions as basically unchanged from the problematic previous editions. In the same year, the British Psychological Society published a position statement calling for a paradigm shift in the clas-sification of behaviors and experiences in relation to psychiatric diagnoses. Five years later, in 2018, shortly before the release of the International Classification of Diseases,11th Revision (ICD-11), the British Psychological Society published the Power Threat Meaning Framework (PTMF, hereafter PTM) in both full and summary form. Over the following seven years, the model gained considerable international dissemination: translations have multiplied, and the summary version is now freely available in Spanish, Norwegian, Swedish, and Italian. At the same time, the PTM has generated lively debate: training initia-tives have been launched, some services have experimented with its adoption across differ-ent sectors, and it has become a key reference text for part of the critical movement in the United Kingdom and beyond. After outlining its origins and aims, this article examines the nature and method of the PTM, highlighting its epistemological and political positioning. The article then analyses the framework’s core ideas and their innovative aspects, outlines its areas of application and the criticisms it has attracted, and concludes by reflecting on its potential as an instrument for reconnecting clinical practice and social justice
Open Access Eng version: https://socialsciences.pagepress.net/rp/article/view/1137/1201
Download Eng version
di Samah Karaki,
Add Editore, 2026
Il testo della ricercatrice, biologa e specializzata in neuroscienze, Samah Karaki prende le mosse dalle teorie psicologiche, sociologiche e dai più recenti filoni di ricerca sulle emozioni per proporre una lettura che non offre semplicemente uno sguardo critico sul concetto di empatia. Appare piuttosto come un approfondito e rigoroso percorso di de-costruzione del mito dell’empatia come spinta etico-emotiva universale, ponte tra soggetti e culture, in direzione di una proposta che – citando il saggio della studiosa femminista Sara Ahmed The Cultural Politics of Emotion (2014) – mette in luce l’influenza delle norme sociali entro la più ampia cornice politica, storica e culturale, con le sue narrazioni dominanti veicolate dai media.
Il saggio mette dunque in evidenza, citando studi neuroscientifici, esperimenti psico-sociali e notizie legate all’attualità, come l’empatia sia in realtà un fenomeno selettivo e parziale, che porta con più facilità a identificarsi e ad agire in maniera altruistica nei riguardi di ciò che è familiare e culturalmente vicino: è sì una facoltà naturale, ma la sua ‘attivazione’ viene sollecitata dall’economia dell’attenzione, dalla cornice politica e dalle narrazioni mediatiche, oltre che dai meccanismi di rappresentazione che plasmano i nostri affetti. Più che “bussola morale” o insieme di competenze che è possibile apprendere e sviluppare (si vedano, nel caso dell’Italia, le proposte di esperti, educatori e insegnanti, e del MIUR di istituire tra le materie scolastiche corsi di formazione sull’intelligenza emotiva e sulla prevenzione dei conflitti), l’empatia appare come un mito, un concetto ampiamente sfruttato, in maniera simile a quello di ‘resilienza’, di cui spesso molti personaggi politici si servono per normalizzare e legittimare situazioni di ingiustizia e rapporti di potere esistenti. Come suggerisce Karaki, un concetto perfettamente in linea con l’idea neoliberale di responsabilità individuale: anziché invocare risposte politiche e sociali alla sofferenza e all’ingiustizia, il ricorso all’empatia è una risposta individualizzata ed emotiva, che – isolata da azioni collettive che mettano in discussione lo status quo – non soltanto si rivelerebbe insufficiente, ma anche in grado di legittimare le disparità di potere. Molto interessante è altresì l’analisi di come i media tradizionali e i social media odierni contribuiscano ad amplificare il rischio che le risposte emotive individuali di fronte a scenari di sofferenza, guerra, fame e povertà si limitino allo sdegno del momento per poi passare pochi minuti dopo al consumo della notizia successiva: la cosiddetta empatia in questi casi si rivelerebbe più simile ad un movimento narcisistico, che fa bene all’ego e mette al riparo dai sensi di colpa, contribuendo più a una crescita personale che tuttavia relega pietisticamente l’Altro nel ruolo di vittima, passivizzandolo.
Con la sua lucida analisi, Samah Karaki mette in guarda dal ‘turismo affettivo’ e dalla mercificazione dell’empatia: alle sofferenze e alle ingiustizie non servono risposte individuali ed emotive, ma azioni politiche e sociali. Citando Hannah Arendt, secondo la quale è più ragionevole una postura riassumibile nel “fare visita all’Altro” piuttosto che mettersi nei panni dell’altro, illudendosi di comprenderne il vissuto ed ‘essere come lui/lei’, Karaki propone una “visione dell’empatia come una pratica che pone domande invece di imporre soluzioni, che si interessa al dissenso più che cercare affinità, che si fa carico della storia dell’altro e accetta di lasciarsi cambiare da quella storia, anziché raccontare il mondo a partire dalla propria verità” e da pretese di identificazione e somiglianza. Si tratta di una “posizione scomoda, in cui riconosciamo la nostra ignoranza dell’altro” e la sua irriducibile differenza, ma che è il punto di partenza di ogni vero incontro.
“Le emozioni si concretizzano e diventano coscienti
se si traducono in un linguaggio.
Bisogna trovare, per usare una formula corrente,
le parole, oppure i colori, i materiali,
le forme, i suoni per dirlo.”
Ferrari S.
INTRODUZIONE
L’idea di utilizzare l’arteterapia in un contesto di gruppo all’interno di Sportello TiAscolto! nasce dall’incontro di due professioniste, una psicologa e psicoterapeuta gruppo-antropoanalitica e un’arteterapeuta psicodinamica e fotografa, le cui strade si sono incrociate durante la realizzazione di un progetto dell’Associazione TiAscolto Aps (per approfondimenti sul progetto si rimanda ai link https://sportellotiascolto.it/fooding/).
Circa quattro anni fa è stato avviato un gruppo rivolto alle donne, inizialmente centrato sull’utilizzo della parola come mezzo di connessione tra le partecipanti. Successivamente, un cambiamento nella conduzione, ha portato a una riorganizzazione del gruppo stesso: alcune partecipanti hanno concluso il percorso, mentre altre hanno scelto di proseguire, sperimentando all’interno del gruppo nuovi linguaggi terapeutici. Da qui, nel gennaio 2022, è nato Non solo arte, un percorso dedicato alle donne in situazione di fragilità abitativa, economica e sociale.
Ad aprile 2024 invece, è stato avviato EspressivaMENTE, rivolto a pazienti in carico individualmente allo Sportello TiAscolto! ma anche a tutta la cittadinanza.
Entrambi i percorsi sono ancora attivi: la co-conduzione si fonda su un orientamento psicodinamico condiviso e su una modalità flessibile e attenta alle dinamiche gruppali.
Ma che cos’è l’arteterapia? E la fotografia terapeutica? Perché proporle all’interno di un gruppo co-condotto?
Questo articolo descrive e analizza le varie tecniche utilizzate nei diversi setting di gruppo indicandone modalità, strumenti e potenzialità. Iniziando con un approfondimento teorico sull’arteterapia, la fotografia terapeutica, la fototerapia, il photolangage ed il metodo SPEX, successivamente vengono narrate alcune delle esperienze dei percorsi Non solo arte ed EspressivaMENTE. Portando particolare attenzione a come le tecniche sopra citate sono state utilizzate, si arriva alle conclusioni che aprono riflessioni e restituiscono una sintesi.
CONTINUUM TRA ARTETERAPIA “CLASSICA” E FOTOGRAFIA TERAPEUTICA
L’arteterapia è una disciplina che utilizza i linguaggi artistici come strumenti di supporto alla crescita personale e al benessere psicologico. Rappresenta un contenitore metodologico all’interno del quale confluiscono diverse pratiche espressive a finalità terapeutiche.
L’utilizzo di tecniche arteterapeutiche consente all’individuo di contattare il proprio mondo interno, attraverso l’uso di strumenti diversificati. I materiali artistici attivano l’espressione emotiva, permettendo ai partecipanti di lavorare sulle loro modalità di veicolare vissuti e sul dare forma alle proprie emozioni.
Tra i linguaggi espressivi impiegati in arteterapia, la fotografia occupa un ruolo particolarmente significativo. È parte non solo dell’esperienza artistica e creativa, ma può essere considerata un atto psichico. Freud (1899) ha paragonato il funzionamento dell’apparato psichico dell’individuo a una macchina fotografica, poiché la psiche, durante il sonno, converte l’energia psichica in immagini come “correlativo oggettivo” delle emozioni o tensioni del profondo. Allo stesso modo, la fotografia è il risultato delle pulsioni interne. Ne segue una funzione riparatrice, poiché attraverso l’analisi e l’elaborazione, il soggetto può accedere a traumi e pensieri.
La fotografia risulta quindi un oggetto transazionale, mediatore. L’oggetto, secondo Winnicott (2021), è concreto, metaforizzante la realtà interna e contiene in sé due funzioni: la funzione denotativa, che è descrittiva e oggettiva e la funzione connotativa, che concerne la capacità dell’oggetto di metaforizzare, cioè presentare un altro ordine di realtà.
Minor White (1969) sosteneva che “lo stato mentale del fotografo nell’atto in cui crea è un vuoto (…) quando cerca soggetti per le sue fotografie, il fotografo si proietta in tutto ciò che vede e con tutto si identifica per meglio conoscerlo e sentirlo”. Egli voleva dimostrare come le immagini potessero rappresentare più del soggetto stesso, rilevandone la facoltà simbolica.
Si crea quindi un continuum tra le artiterapie classiche e la fotografia terapeutica. Nell’arteterapia, i lavori artistici sono il mezzo per esprimere e comunicare il mondo interno. Questo è il processo creativo e dà luogo e forma visibile ai vissuti. Nella realizzazione dell’immagine fotografica, nell’atto performativo, nella concretezza della macchina che tengo in mano, nel momento solenne dello scatto, rendo allo stesso modo visibile ciò che sento, dando spazio ed immagine al mio mondo interno. La materia diventata immagine stampata può essere anch’essa un mezzo concreto sul quale intervenire, modificandone, trasformandone ed elaborandone la narrazione originaria così come avviene con la pittura, la creta, il foto-collage, ecc.

Fototerapia – USO DELLE FOTOGRAFIE NELLA TERAPIA

Judy Weiser, psicoterapeuta canadese e fotografa, è considerata colei che ha inventato la fototerapia, una tecnica che utilizza fotografie e metodi di esplorazione delle immagini come mezzo per facilitare il dialogo terapeutico.
Afferma che sia possibile utilizzare le immagini fotografiche per aiutare le persone a comunicare sentimenti, ricordi, esperienze di vita e pensieri che potrebbero essere difficili da esprimere attraverso le parole (Weiser J., 2013).
Questo può essere particolarmente utile per coloro che hanno difficoltà a parlare dei loro sentimenti o che stanno vivendo traumi o eventi difficili.
Possono essere utilizzate immagini scelte dal terapeuta, immagini scattate dal paziente, autoritratti, immagini del paziente fatte da altri, immagini tratte dagli album di famiglia. L’importante è che siano immagini stampate. Questo perché durante le sedute le immagini vengono spostate, posizionate in modi specifici sotto la guida e le indicazioni del terapeuta, è quindi importante non siano in formato digitale.
Il paziente esplora le proprie reazioni emotive e associazioni mentali scatenate dalla visione delle fotografie, facilitando discussioni profonde che possono non emergere altrettanto facilmente attraverso la conversazione tradizionale. Lo scopo è quello di aiutare il soggetto a ri-considerare il modo di guardare il suo passato o se stesso in un’immagine.
Come afferma Fabio Piccini (2008), medico e psicanalista junghiano, “mediante l’utilizzo di tecniche proiettive è possibile capovolgere la costruzione di una fotografia e lavorare di immaginazione chiedendo per esempio al paziente come rifarebbe oggi quella fotografia del passato, che cosa modificherebbe, che cosa aggiungerebbe, o come cambierebbe il punto di vista”.
Fotografia terapeutica – FOTOGRAFIA COME TERAPIA

Con il termine fotografia terapeutica si intende che sia terapeutico l’atto stesso del fotografare e del fotografarsi.
Jo Spence, fotografa britannica attiva tra gli anni settanta e novanta, ha introdotto l’utilizzo della fotografia come forma di terapia e di autoesplorazione.
Spence (1986) ha esplorato temi come la salute, la malattia, il trattamento medico, la morte e l’identità, utilizzando la fotografia non solo come mezzo artistico, ma come strumento per indagare e curare il sé. Ha utilizzato frequentemente l’auto-rappresentazione nelle sue fotografie per documentare la sua personale lotta contro il cancro al seno. Attraverso queste immagini potenti ha lavorato sulla rappresentazione dell’immagine del corpo e sull’identità femminile, offrendo una narrazione alternativa a quella dominante della medicina e dei media.
Collaborando con la terapeuta Rosy Martin, Spence ha sviluppato un approccio innovativo alla fotografia, definito grazie al suo lavoro “fotografia terapeutica“, che utilizza la fotografia per esplorare e trasformare la percezione del sé. Questo metodo include tecniche come la rievocazione di scene passate e l’esplorazione di ruoli familiari attraverso la performance davanti alla fotocamera, incoraggiando i partecipanti a rielaborare esperienze vissute ed esaminare criticamente le loro identità.
Per molti artisti la fotografia è un mezzo per sublimare il dolore, renderlo visibile, trasformarlo.
Secondo Jo Spence (1986) la fotografia terapeutica rende possibile l’avvicinamento ai traumi e al subconscio, permettendo a volte di elaborare e trasformare ciò che è successo in qualcosa di nuovo, osservandolo da un nuovo punto di vista.
Photolangage – utilizzo delle immagini come STRUMENTO DI MEDIAZIONE DI GRUPPO

Il photolangage è stato sviluppato negli anni ’60 in Francia da Claire Belisle (2013). È ampiamente utilizzato in contesti diversi: educativi, terapeutici e formativi per favorire l’auto esplorazione e migliorare le relazioni interpersonali facilitando la risoluzione di conflitti. È una tecnica che fa uso di fotografie per facilitare la comunicazione all’interno di un gruppo. Questo metodo aiuta i partecipanti a esprimere emozioni, pensieri e riflessioni che possono essere difficili da articolare attraverso il linguaggio verbale. Le immagini fungono da stimolo per la discussione, permettendo di proiettare i propri sentimenti, le proprio esperienze e le proprie percezioni.
Il processo tipicamente coinvolge la selezione di una serie di fotografie in risposta a una determinata consegna specifica data dal terapeuta. Il conduttore, per esempio, può chiedere di scegliere un’immagine che abbia a che fare con il conflitto. Successivamente i partecipanti condivideranno e motiveranno le ragioni della loro scelta e i sentimenti o i pensieri evocati.
Le immagini proposte vengono chiamate “mazzo carte”, il quale viene creato dal terapeuta, avendo cura sia il più possibile vario e ricco di tante tipologie di immagini diverse: foto a colori, in bianco e nero, foto di luoghi, cose, persone, animali ecc. Ciò è importante per far sì che la scelta, durante il lavoro, sia il più possibile ampia e non indirizzata verso un tipo di fotografia rispetto a un’altra.
La comunicazione attivata dalla descrizione delle immagini è molto profonda, poiché parlando e descrivendo un’immagine, quest’ultima può essere usata come mediazione per parlare di sé, facilitando la comunicazione, promuovendo l’empatia e la comprensione all’interno di un gruppo.
SPEX (Self Portrait Experience) -UTILIZZO DELL’AUTORITRATTO COME TERAPIA

The Self Portrait Experience è un dispositivo artistico e terapeutico sviluppato da Cristina Nuñez, fotografa ed artista spagnola, che esplora il potere terapeutico dell’autoritratto fotografico.
Cristina Nuñez (2012) crede che il processo di creazione di autoritratti possa essere profondamente terapeutico, consentendo alle persone di esplorare e comprendere meglio la propria identità, le proprie emozioni e i propri vissuti interiori. Le emozioni sono il materiale grezzo per l’arte e il contatto profondo con esse durante gli scatti spinge l’inconscio a “parlare” con il linguaggio artistico. Incoraggiando una rappresentazione autentica e vulnerabile di sé stessi, si crea uno spazio sicuro in cui le persone possono esprimere liberamente le loro verità interiori, senza paura di giudizi esterni.
La produzione di un autoritratto contiene molteplici significati, spesso contrastanti (vedo questo di me ma vedo anche quest’altro), che stimolano il pensiero dell’autore smuovendo emozioni profonde, sia durante lo scatto che successivamente durante la visione dell’opera creata.
Come afferma Nuñez nel suo libro Higher Self – The Self-portrait Experience (2012), “ogni autoritratto, al di là dello sguardo sulla propria interiorità, è sempre una sorta di performance. Il nostro agire o recitare è senz’altro mediato da quello che noi vogliamo che gli altri vedano di noi. Nonostante questo, esiste uno spazio, un rapporto tra sé e sé, che è indipendente dallo sguardo dell’altro e racchiude un intenso dialogo interiore di percezione, pensiero, giudizio e accettazione. Un processo meraviglioso che non ha bisogno di parole, perché l’opera contiene tutto e non ha bisogno di essere “tradotta” per colpire nel segno”.
ESPERIENZE DI CO-CONDUZIONE: IL GRUPPO DONNE NON SOLO ARTE
Il gruppo donne Non solo arte è un’attività che rientra nelle azioni che Ti Ascolto Aps sta portando avanti all’interno di Fooding, un progetto di Arci Torino rivolto a individui e famiglie che si trovano in condizioni di vulnerabilità economica e sociale, realizzato presso lo snodo di distribuzione alimentare Anatra Zoppa di via Courmayeur a Torino.
Nato come occasione di incontro e di confronto tra donne di diversa età, provenienza e cultura, durante gli incontri le partecipanti esplorano la propria modalità di stare al mondo e di rapportarsi con le altre donne del gruppo, attivando le risorse creative individuali, attraverso l’uso di materiali artistici diversificati quali: fotografia, pittura, musica, creta, collage ecc.
L’obiettivo è quello di lavorare sull’espressione emotiva delle donne e sulle loro modalità comunicative.
Sperimentando gli strumenti arteterapeutici, si lavora sulle loro modalità di veicolare vissuti e sul dare forma alle proprie emozioni, sperimentando una maggiore consapevolezza sia della propria dimensione emotiva, che della dimensione relazionale.
I mezzi espressivi sono diventati un canale attraverso cui ogni donna, all’interno del gruppo, può raccontarsi, entrando sempre più in relazione tra loro, creando legami profondi.
Inizialmente le consegne sono state improntate sull’ascolto di sé, ma con il procedere delle sedute e grazie all’evoluzione delle dinamiche del gruppo stesso, siamo passate ad affrontare tematiche riguardanti tutte le partecipanti e le relazioni che, tra loro, si stavano formando, trasformando o consolidando.
Nel corso del tempo sono stati raggiunti gli obiettivi prefigurati:
- dar voce alle proprie emozioni: ciò è stato facilitato dall’utilizzo dello stimolo artistico, soprattutto con chi ha fatto più fatica ad utilizzare il canale verbale.
- creare rete tra le partecipanti: durante l’incontro ma anche all’esterno organizzando momenti informali.
IL PERCORSO DI GRUPPO EspressivaMENTE
Il percorso di gruppo esperienziale arteterapeutico e fototerapeutico EspressivaMENTE, si pone come obiettivo quello di lavorare sulla propria percezione di sé e del proprio mondo emotivo e sulla conseguente modalità di stare in gruppo in modo più autentico, attivando le risorse creative personali attraverso strumenti artistici diversificati.
Il linguaggio utilizzato fa riferimento alla metodologia delle artiterapie e della fotografia terapeutica.
I destinatari sono:
- persone dai 18 anni in su;
- pazienti in carico che beneficerebbero di un percorso di gruppo arteterapeutico (per es. persone che sono in un momento di blocco verbale, persone che stanno lavorando sulla relazione con l’altro, persone che non riescono a chiudere una terapia, persone che necessiterebbero di lavorare sulla propria immagine e sulla percezione del proprio corpo).
Inizialmente il percorso prevedeva 6 incontri da 1 ora e mezza ciascuno, successivamente sono stati inseriti due ulteriori sedute per dare ai partecipanti la possibilità di lavorare in modo più profondo sulle dinamiche di gruppo che pian piano emergono, prevedendo come ultimo incontro una restituzione durante la quale attraversare il tema della separazione e ripercorrere insieme le tappe di quanto è stato vissuto.
Attraverso l’uso della fotografia e di altre tecniche artistiche ed espressive, EspressivaMENTE si pone come obiettivo quello di lavorare sullo stile di gestione delle emozioni, cercando di raggiungere i seguenti obiettivi specifici:
- sciogliere le tensioni al fine di non bloccare l’emozione; allenare i partecipanti ad una visione più profonda dell’immagine di sé e dell’altro da sé;
- attivare le risorse creative interiori attraverso il “prodotto artistico”;
- stimolare l’immaginazione affinché possa crescere la creatività;
- sperimentare strategie comportamentali più efficaci di quelle abitualmente adottate;
- lavorare sui conflitti e sulle difficoltà di comunicazione;
- ricreare le sensazioni legate alla memoria dei sensi;
- stimolare l’accettazione di sé e dell’altro;
- potenziare l’intelligenza emotiva;
- sviluppare capacità relazionali.
La “messa in forma” di manufatti, gesti, movimenti, autoritratti, costituisce testimonianza di un processo creativo che offre possibilità di riflessione profonda.
Il “prodotto artistico” attiva risorse creative, emozioni da elaborare e capacità residue individuali, pertanto l’obiettivo non è interessarsi al prodotto in se stesso, ma avvicinarsi all’esperienza interiore che tale prodotto veicola ai fini di una migliore integrazione del sé.
Le tecniche adottate permettono di far sperimentare ai partecipanti maggiore consapevolezza sia della propria dimensione intrapsichica, che della dimensione relazionale, permettendo alla persona di sperimentare strategie comportamentali più efficaci di quelle abitualmente adottate.
METODOLOGIA E STRUTTURA DI ENTRAMBI I PERCORSI
Il processo di lavoro si attua attraverso stimoli creativi e dialogo tra i partecipanti, mediato dalle conduttrici.
L’esperienza di co-conduzione ha un impatto significativo:
- per il gruppo: i partecipanti possono beneficiare di strumenti e canali comunicativi diversi;
- per le conduttrici: permette di potenziare e ampliare le proprie competenze e capacità, rendendo ulteriormente vivo il processo di crescita professionale.
I lavori sensoriali, le produzioni fotografiche e artistiche, diventano attività che portano la comunicazione a un contatto autentico verso se stessi e gli altri.
Ogni incontro è strutturato in 3 parti: accoglienza e consegna; lavoro sullo stimolo creativo; riflessioni su come è andata l’esperienza. Durante i percorsi sono state usate numerose tecniche arteterapeutiche differenti quali: photolangage, photo-collage con materiali misti, caviardage e cut-up, creta, autoritratto tramite l’uso del metodo ”spex”, uso della fotografia relazionale, pittura collettiva, narrazione di sé attraverso le opere pittoriche di grandi artisti e artiste, scrittura creativa, autoritratto di gruppo…
Momenti di lavoro durante il gruppo EspressivaMENTE

Tecnica del collage attraverso l’uso di materiali misti


Dialogo mediato dall’utilizzo dei fili di lana

Tecnica della pittura individuale e collettiva




Tecnica della poesia condivisa tramite il cut-up


Tecnica della creta

Tecnica di mediazione di gruppo attraverso le opere di grandi artisti

Tecnica del photolangage


UN ESEMPIO DI STIMOLO CREATIVO: L’UTILIZZO DELL’AUTORITRATTO DI GRUPPO NEL PERCORSO NON SOLO ARTE
Dopo diversi incontri del percorso, quando hanno iniziato ad emergere dinamiche gruppali, è stato proposto alle partecipanti di utilizzare la fotografia come mezzo espressivo, in particolare chiedendo loro di realizzare un lavoro collettivo di autoritratto.
L’obiettivo è stato quello di lavorare contemporaneamente sulla percezione del gruppo e su di sé all’interno dello stesso, portando attenzione alle dinamiche relazionali.
La tecnica fa parte della corrente arteterapeutica identificata come fotografia terapeutica.
Qui sotto gli scatti ottenuti:
Autoritratto di gruppo di M.

Autoritratto di gruppo di A.

Autoritratto di gruppo di R.

Autoritratto di gruppo di S.

In un secondo momento, è stato suggerito alle partecipanti di rielaborare le immagini attraverso l’utilizzo dei materiali artistici.
Questo lavoro ricorda la tecnica del foto-collage: permette di assemblare, tagliare, trasformare le immagini fotografiche, rappresentando vari aspetti della propria personalità, esperienze, sogni o sfide. L’obiettivo è esplorare ed integrare parti diverse di sé, promuovendo una maggiore comprensione interiore.
Il processo creativo ha spinto le donne a pensarsi in modo nuovo, trasformando ed arricchendo la propria narrazione.
Rielaborazione di M.

Rielaborazione di A.

Rielaborazione di S.

Rielaborazione di R.

CONCLUSIONI
Il gruppo è una risorsa potente poiché dà la possibilità di sperimentare e portare alla luce diverse dinamiche relazionali in un contesto più ampio ma comunque protetto.
Non solo arte permette alle donne che lo frequentano di confrontarsi senza sentirsi giudicate e di costruire una rete di supporto.
EspressivaMENTE consente di riflettere sul proprio modo di stare in relazione con l’altro e con se stessi, lavorando sul proprio corpo e sulla propria immagine.
Di seguito le considerazioni di due donne del gruppo Non solo arte che, durante un incontro, hanno riflettuto sul valore che questo percorso ha per loro:
“Frequento questo spazio da tempo. Nel tempo sono cambiate le persone e gli operatori ma non per questo ho smesso. Anzi, ho sempre cercato di esserci perché in qualche modo è la mia valvola di scarico. Anche se spesso faccio fatica ad esserci perché raggiungerlo mi chiede tempo, l’arteterapia mi piace anche se amo molto parlare e confrontarmi con le mie compagne di viaggio. Mi piacerebbe di volta in volta fare cose diverse perché essendo curiosa amo le novità. Dal lato pratico non ho trovato molti suggerimenti per i miei problemi, ma spesso qualche consiglio mi è tornato utile. Mi piacerebbe sapere che ognuna di noi attraverso il gruppo possa almeno in parte trovare la sua strada. Mi rendo conto però che non tutto possa trovare soluzioni in questa sede, ma ho la speranza che il piccolo seme che possiamo piantare possa presto germogliare” M.T.
“È uno spazio in cui posso fermarmi, dove mi sento, dove posso ascoltarmi e sentirmi ascoltata come persona, dalle partecipanti e dalle facilitatrici, senza dover spiegare o giustificare quello che provo. A livello individuale mi permette di dare forma a emozioni, pensieri e vissuti che spesso uscirebbero con fatica in altri contesti attraverso le parole. Nel gruppo questo spazio diventa anche un’esperienza di condivisione e riconoscimento reciproco. Ognuna porta pezzi di sé e nel farlo si crea un clima di rispetto, ascolto, presenza, fiducia. Il gruppo contiene e libera, allo stesso tempo protegge”. S.
Infine, le riflessioni di una terapeuta che ha suggerito, ad alcune persone da lei seguite, il percorso EspressivaMENTE:
“Ho inviato numerose persone alle diverse edizioni del gruppo con in mente sempre obiettivi diversi: potersi aprire all’altro, socializzare, affrontare emozioni complesse in un ambiente protetto, rimettersi in gioco, scoprire nuovi aspetti relazionali, uscire da una narrazione antica di sé, conoscere persone con pezzi di vita comuni, tutti obiettivi difficilmente raggiungibili all’interno di un percorso psicologico individuale. Durante la partecipazione al gruppo ho continuato a seguire a settimane alterne le persone, partendo da ciò che accadeva di volta in volta nel gruppo. Questo è stato particolarmente prezioso con persone molto isolate o emotivamente “anestetizzate”, soprattutto in momenti di stallo del percorso individuale o di maggiore sconforto. Nessuna delle persone che ha intrapreso il percorso di gruppo ha concluso quello individuale, riuscendo a integrare bene le due esperienze in un’ottica di continuità e complessità; non tutte sono state contente e soddisfatte di aver partecipato ma questo elemento ha aperto uno spiraglio sulle fragilità e rigidità personali, rendendole concrete, affrontabili e dando una svolta al legame terapeutico. La presenza del gruppo e delle colleghe ha molto rassicurato anche me, soprattutto nei confronti delle persone maggiormente a rischio di agiti o pensieri molto negativi. La fiducia nelle loro competenze e nella loro capacità di contenimento mi ha permesso di essere sicura (e quindi trasmettere sicurezza) delle mie proposte terapeutiche e dell’efficacia delle stesse”. S. L. G.
BIBLIOGRAFIA
Aliprandi, Belgiojoso, Calò, D’Ercole, Gusmani., Oltre l’immagine – inconscio e fotografia, Edizione Postcart 2015.
Barthes R., La camera chiara, Einaudi, 2009.
Belisle C., Photolangage Travail et relations humaines, Savoir Communiquer, 2013.
Boria Migliorini M. C., Arteterapia e psicodramma classico, Vita e Pensiero, 2006.
Della Cagnoletta M., Arteterapia – la prospettiva psicodinamica, Carocci, 2010.
Della Cagnoletta M., Mondino D., Bolech I., Arteterapia nei gruppi – strutture, strumenti e conduzione, Carocci. 2018.
Ferrari S., Tartarini C., Autofocus – l’autoritratto fotografico tra arte e psicologia, Clueb, 2022.
Freud S., L’interpretazione dei sogni, Bollati Boringhieri, 1899.
Mcniff S., Imagination in action – secrets for unleashing creative expression, Shambhala Publication INC, 2015.
Musacchi R., Fototerapia psicocorporea – il lavoro con le fotografie in psicoterapia corporea, Edizione Franco Angeli, 2016.
Nuñez C., Higher self – the self portrait experience, Le Caillou Bleu, 2012.
Piccinini F., Ri-vedersi, Edizione Red, 2008.
Piccinini F., Tra arte e terapia – utilizzi clinici dell’autoritratto fotografico, Edizione Arte, 2015.
Santinello M., Mastrilli P., Photovoice – dallo scatto fotografico all’azione sociale, Edizione Franco Angeli, 2013.
Spence J., Putting Myself in the Picture: A Political, Personal and Photographic Autobiography, Camden Press, 1986
Tellgren A., Francesca woodman: on being an angel, Walther Konig, 2015.
Weiser J., Fototerapia – tecniche e strumenti per la clinica e gli interventi sul campo, Edizione Franco Angeli, 2013.
White M., Mirrors, Messages, Manifestations, New York Aperture Inc,1969.
Winnicott, Gioco e realtà, Armando Editore, 1971.
Dal 5 al 7 giugno torna Contatto, la tre giorni organizzata dalla Brigata Basaglia, giunta oramai alla sua quinta edizione.
Quest’anno il festival si terrà a Milano, ospitato da LOCK – Laboratorio Occupato Kasciavìt, in Via S. Faustino 62, Milano, per tre giornate di laboratori, discussioni, incontri, arte, musica, lotta.
Un sentito ringraziamento per la splendida locandina va a Elena Mistrello.
Siamo contentissimi di essere presenti in due occasioni :
Il 5 Giugno alle 19.00, per la presentazione del nostro libro Psicoterapia e Cambiamento Sociale.
Il 7 Giugno, sia come Sportello TiAscolto che come Scuola Popolare di Salute Mentale, per la TAvola Rotonda “La salute non si vende, si difende: come resistere allo smantellamento del SSN”
PROGRAMMA – [IN AGGIORNAMENTO]
>>> VENERDÌ 5 GIUGNO <<<
17:00 – Assemblea di apertura
18:00 – PRESENTAZIONE LIBRO Geniali dilettanti con Agenzia X
19:00 – PRESENTAZIONE LIBRO Psicoterapia e cambiamento sociale con Sportello TiAscolto
20 – Cena Veg popolare
21:00 – LETTURA TEATRALE Tekken Drama-come farsi amici i mostri
22:30 MUSICA LIVE CARENZA 503 e Anafem
>>> SABATO 6 GIUGNO <<<
9:30 – Apertura
10:00 – TAVOLO Istituzioni totali vecchie nuove: la neomanicomialità.
Con Francesca Esposito, Valeria Verdolini, Martina Tisato
11:30 – Laboratorio di Psicodramma – Iscrizione obbligatoria scrivendo a violetta.gatti@gmail.com
11:30 – TAVOLO Niente su di noi senza di noi. Ridisegnare i servizi di salute mentale attraverso l’esperienza vissuta. Con La Svolta, Susanna Brunelli – ass. Diritti alla follia, Neuroqueer, Assemblea permanente dei pazienti psichiatrici .
13.00 – Pranzo Veg resistente
14:30 – PRESENTAZIONE LIBRO Pazzi da morire. Le storie delle persone decedute e i dispositivi mortificanti della psichiatria con Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud e Sensibili alle Foglie
14:30 – Laboratorio di incisione e stampa DIY con Locc – iscrizione sul posto (posti limitati)
15:00 – Collaborazione con Disability Pride Milano – Presso Biblioteca Chiesa Rossa
TAVOLO DISABILITÀ INVISIBILI E NEURODIVERGENZE
16:30 – Collaborazione con Disability Pride Milano – Presso Biblioteca Chiesa Rossa Laboratorio esperienziale sulle disabilità sensoriali visive
15:30 – TAVOLO Liberare il presente. Immaginari divergenti e diserzione Con Collettivo Deriva, Ippolita, Franco “Bifo” Berardi, Elisa Bosisio, Nicola Zambelli, Paolo Punx, Philopat.
17:00 – Workshop graffiti con Mosa One
18.00 – PRESENTAZIONE LIBRO e TAVOLO Harraga bruciare per l’Europa
con Wael Garnaoui, Sarah Abd El Monem, Ouail El Azhari
19:00 – Chiacchierata sul libro Il primo maranza al governo con Phliopat
20 – Cena Veg popolare
MUSICA SUL PALCO
21:00 – Chirimíri – Ruralpunk
22:30 – Pablito e D’Arcangelo – Tre ore di set vinilico old-school. Apre Pablito el Drito e segue, dalle 23.30 Fabrizio d’Arcangelo.
>>> DOMENICA 7 GIUGNO <<<
9:30 – Apertura
10:00 – ASSEMBLEA La salute non si vende, si difende: come resistere allo smantellamento del SSN con Ambulatorio popolare Via dei Transiti, Sportello TiAscolto, Marco Sassoon, Sportello Popolare Milano, Villa Medusa, CoPiSaM (Comitati Piemontesi per la Salute Mentale), Scuola Popolare di Salute Mentale, Prometeo, ChiSiCuraDiTe?
13:00 – Pranzo Veg resistente
14:30 – Altri paradigmi altre genealogie altre mitologie. Alla ricerca di nuove cosmovisioni con Collettivo Trickster, Ippolita, Jineoloji
14:30 Laboratorio di psicoeditoria! – Laboratorio con Federico Zenoni della Casa Editrice Livera e Senza Impegni. Iscrizione obbligatoria (max 10 persone) scrivendo a fedzenoni@libero.it
16:00 – TAVOLO Neurodiversità tra esclusione, capitalismo e pratiche di resistenza
Con Gruppo di ricerca Ippolita, Luca Negrogno, Enrico Valtellina
18:00 – Assemblea plenaria finale
>>> LABORATORI: I laboratori sono attività esperienziali, l’accesso è gratuito ma la prenotazione è obbligatoria <<<
Laboratorio di Psicodramma – Iscrizione obbligatoria scrivendo a violetta.gatti@gmail.com
Laboratorio di incisione e stampa DIY con Locc – iscrizione sul posto (posti limitati) Creiamo insieme delle stampe originali partendo dall’ideazione del soggetto: incidiamo la matrice su tetrapak riciclato, inchiostriamo e stampiamo usando una vecchia macchina per la pasta!
Album di Famiglia – Un’esplosione di psicoeditoria! – Laboratorio con Federico Zenoni della Casa Editrice LiBera e Senza Impegni. Iscrizione obbligatoria (max 10 persone) scrivendo a fedzenoni@libero.it
Prendiamo un catalogo commerciale o un vecchio libro spaginato e delle vecchie fotografie. Scelte a caso una ventina di foto le incolliamo sulle pagine creando una sequenza. Con una vecchia macchina da scrivere inventiamo una storia man mano che guardiamo le foto, creando così una surreale biografia di un parente inventato. Titolo scritto a mano con lettere trasferibili. Così nascono questi libroidi, tutti diversi e tutti folli, quella follia che ci fa bene, ci fa sentire inutili, improduttivi e rallentati… ma vivi… Porte le tue foto!!
>>> BANCHINI ED ESPOSITORI <<<
Per tutta la durata della tre giorni all’interno dello spazio saranno disponibili banchini con libri, opere artigianali ed una mostra fotografica.
Tra gli espositori:
Agenzia X – Laboratorio editoriale
Antigone – Libreria indipendente
Libreria Aleph – Libreria indipendente
Sensibili Alle Foglie – Cooperativa editoriale
Anticamente Presente – Casa editrice
Collettivo Antonin Artaud – Collettivo antipsichiatrico
Casa editrice Libera e Senza Impegni – Laboratorio editoriale
La Beccaccia – Artista e fumettista
Esposizione fotografica “S/Pazzi” a cura di APPP

Siamo felicion3 di annunciare la terza edizione di [He]Art! di Rey Hicks che presenta la sua esposizione “Livido Arbitrio” che rappresenta la scelta consapevole e intima dell’accettazione della trasformazione partita dal processo di guarigione delle ecchimosi.
L’esposizione è una riflessione sul processo di evoluzione personale con tutte le sue conseguenze. Una scala infinita che non sale ne scende, in cui ogni scalino, seppur piccolo, è indispensabile per arrivare al successivo.
Completa l’esposizione una piccola raccolta di poesie come scatti di esperienze vissute o immaginate.
Ci vediamo in Via Verdi 23, Venerdì 05 Giugno, alle 19.00
IG: @hicksripper
SITO: reyhicks.com
Condividiamo con piacere quanto è stato pubblicato ieri, 28 aprile, sul sito di ARCI Torino:
L’11 e il 12 aprile, all’Anatra Zoppa di Torino (e non solo), si è tenuta la Scuola Popolare di Salute Mentale. Un appuntamento costruito nel tempo, attraverso un percorso di avvicinamento che ha coinvolto associazioni, realtà del territorio e singolɜ espertɜ — per studio e per esperienza — che ha approfondito i temi della salute mentale da punti di vista inediti e spesso poco affrontati o studiati.
Abbiamo chiesto a chi l’ha animata di raccontarci il percorso che ha portato a questo momento. Quello che segue è il loro racconto.
La salute mentale è un diritto. E come tutti i diritti, va riconosciuto, difeso e costruito insieme.
È da questa convinzione che è nata la Scuola Popolare di Salute Mentale: un progetto collettivo promosso da quattro associazioni Arci di Torino, pensato non per chi sa, ma per chi vuole sapere e prendere voce. Un percorso autoformativo, democratico, anti-gerarchico, che ha messo al centro bisogni ed esperienze delle persone coinvolte nel grande tema della salute mentale.
Le origini: quattro associazioni e un mandato comune
La Scuola Popolare di Salute Mentale nasce dai desideri delle persone che fanno parte di quattro associazioni Arci — Cactus, Comunet, TiAscolto, Inv3rso — accomunate dal fatto di svolgere la professione di psicologhɜ. Pur presentando alcune differenze nelle prassi e nelle teorie, queste quattro realtà condividono un mandato tanto essenziale quanto complesso: promuovere il diritto alla salute mentale, alle sue precondizioni, e a cure efficaci e appropriate.
Nel 2024 queste quattro realtà danno corpo al Tavolo Arci Salute Mentale, uno spazio che — lo avremmo scoperto solo nei mesi a venire — sarebbe diventato decisivo per la costruzione della Scuola.
Co-progettare insieme: le assemblee plenarie
Dopo una prima fase di discussione teorica e di costruzione della struttura, il Tavolo ha scelto di coinvolgere quante più persone possibili nella co-progettazione dei contenuti. Due assemblee plenarie molto partecipate — oltre 150 persone — sono state sufficienti per accorgersi di quanto fosse forte il desiderio, da parte della cittadinanza incontrata, di immaginare e realizzare un’iniziativa pubblica sulla salute mentale che nascesse dai bisogni e dalle esperienze delle persone.
Le due assemblee iniziali — 26 settembre e 24 ottobre — hanno permesso di raccogliere questi bisogni e di ri-conoscersi, mettendo tra parentesi ruoli professionali e diagnosi, come cittadinɜ degli stessi spazi e bisognosɜ degli stessi diritti: persone interessate direttamente a una questione complessa e politicamente decisiva come quella della salute mentale.
Gli otto temi: i sottogruppi al lavoro
Nella seconda assemblea plenaria i bisogni emersi hanno iniziato a prendere forma. Il lavoro fatto insieme ha portato alla costruzione di otto sottogruppi, ognuno dei quali ha lavorato nei mesi successivi attorno a uno dei seguenti temi:
- Giovani e ciclo di vita
- Circoli Arci, spazi culturali e salute mentale
- Prendersi cura
- Narrazioni
- Informazioni, risorse e orientamento
- Autodeterminazione
- Lavoro e salute mentale
- Politiche e salute mentale
A febbraio 2026 è stata convocata una terza assemblea plenaria, per permettere ai e alle rappresentanti dei sottogruppi di presentare le proposte formative elaborate nei mesi precedenti. Ogni sottogruppo ha scelto le modalità e i contenuti più adatti a raccontare il proprio tema.
L’11 e 12 aprile: cosa è stato e cosa vogliamo che diventi
L’11 e 12 aprile, all’interno del circolo Arci Anatra Zoppa, un concerto, uno spettacolo teatrale, un’installazione artistica interattiva, diversi talk e un laboratorio esperienziale hanno riempito il weekend formativo della Scuola Popolare di Salute Mentale, entrata finalmente nel vivo.
Cos’è, cos’è stata e cosa vogliamo che diventi la scuola popolare? Sono le domande che ci siamo postɜ sin dall’inizio e che continueremo a porci e a porre alle quasi 100 persone che hanno attivamente partecipato alla Scuola e a tutte quelle che si aggiungeranno.
La Scuola Popolare di Salute Mentale, come spazio di autodeterminazione e di costruzione democratica di saperi e rivendicazioni, continuerà a esistere: nei modi e nei contenuti che insieme sceglieremo di darle, come momento autoformativo, democratico e centrato sui diritti delle persone.
Ed è per questo che a breve sarà convocata una nuova assemblea aperta alla cittadinanza: un’occasione per raccontare questi mesi di lavoro, costruire un senso collettivo di quello che è stato fatto e inventare insieme una nuova Scuola Popolare di Salute Mentale.
Il Vademecum per insegnanti nasce per facilitare la diffusione di Panikit nel contesto scolastico, offrendo a docenti ed e personale educativo un supporto semplice, concreto e immediatamente utilizzabile.
Sviluppato nel tempo insieme ai docenti, questo vademecum, consultabile e scaricabile gratuitamente, è pensato per sostenere la diffusione di Panikit e affrontare ansia e attacchi di panico a scuola, valorizzando il ruolo della scuola come ambiente che promuove salute e fattore cruciale, determinante.
Non si tratta di un manuale clinico, ma una breve guida pratica che aiuta gli insegnanti ad introdurre il tema degli attacchi di panico e della salute mentale in classe in modo accessibile, rispettoso, non giudicante e non medicalizzante. Il suo obiettivo non è trasformare gli insegnanti in esperti di salute mentale ma metterli nelle condizioni di facilitare dialogo, consapevolezza e supporto reciproco in classe.
Come Panikit, anche il Vademecum è frutto di un processo partecipativo che ha coinvolto direttamente gli insegnanti, raccogliendone bisogni, dubbi ed esperienze. Questo lo rende vicino alla quotidianità scolastica e capace di sostenere davvero chi lo utilizza.
Il Vademecum, che può essere utilizzato con o senza un formazione specifica su Panikit e la salute mentale da parte degli insegnanti, fornisce indicazioni su come creare un clima accogliente, avviare una discussione senza forzature e utilizzare Panikit come punto di partenza per attività educative e didattiche e momenti di confronto su attacchi di panico, ansia e salute mentale.
Propone indicazioni operative una traccia concreta di attività da realizzare con studenti e studentesse, per supportare gli insegnanti nel loro lavoro quotidiano. Inoltre, include esempi di attività, domande guida e messaggi chiave, come il fatto che ansia e attacchi di panico possano non essere sempre considerati una una malattia e che ciascuno li viva in modo diverso, o l’assenza di soluzioni universali. In aggiunta suggerisce strategie per gli insegnanti, ad esempio, di lasciare spazio all’ascolto, evitare giudizi o soluzioni immediate e valorizzare le risorse già presenti in studenti e studentesse e nell’intero gruppo classe.

Uno degli aspetti centrali su cui si fonda il Vademecum è l’attenzione e il ruolo del contesto, in particolare quello scolastico. Il Vademecum invita a guardare oltre la dimensione puramente individuale, riconoscendo il ruolo della scuola e degli insegnanti nel promuovere o ostacolare benessere, relazioni e senso di sicurezza e momenti di condivisione, di varia natura, all’interno delle attività curriculari. Il presupposto è che oltre a costituire un elemento a sè stante, sia possibile e talvolta efficace integrare momenti di discussione sulla salute mentale durante la vita scolastica.
Puoi scaricare il Vademecum qui
Il Poster “Don’t Panik” è pensato per portare la salute mentale negli spazi quotidiani della scuola, rendendola visibile, accessibile e collettiva.
Nato successivamente al Vademecum come ulteriore sviluppo del progetto, il poster è un prodotto autonomo, consultabile in modo immediato e indipendente, ma allo stesso tempo parte integrante dell’insieme di strumenti Panikit. Insieme all’opuscolo e al Vademecum, contribuisce un insieme di strumenti pensati per diversi livelli di utilizzo, contesti e attori.
È disponibile in due differenti versioni e liberamente consultabile e scaricabile qui. Può essere affisso in aula, nei corridoi o in altri spazi scolastici per i quali è stato pensato ma non solo: è uno strumento pensato per i contesti attraversati e vissuti quotidianamente dai e dalle giovani.
Non vuole essere solo un supporto informativo ma l’intento è quello di offrire un dispositivo che contribuisca a facilitare un certo tipo di dialogo sulla salute mentale, basato sui diritti e sulla centralità dei contesti di vita e sociali. Inoltre l’obiettivo è creare le condizioni, all’interno di questi contesti di vita, perché le persone possano condividere esperienze, strategie efficaci e ostacoli, e normalizzare il tema degli attacchi di panico e della salute mentale, anche in ottica critica.
Come Panikit, il poster utilizza un linguaggio chiaro e non patologizzante e offre indicazioni immediate e basate sull’evidenza scientifica: cosa sta succedendo durante un attacco di panico, cosa si può fare nel momento della crisi, come aiutare qualcun altro, come si può prevenire la salute mentale a livello individuale e promuovere a livello collettivo.
Insieme al Vademecum e all’opuscolo, il poster contribuisce a spostare l’attenzione dal singolo al contesto, sostenendo la costruzione di ambienti, scolastici e non, più consapevoli e capaci di risposta.
Rendere la salute mentale visibile negli spazi della scuola significa creare le condizioni perché parlarne diventi possibile e perché la cura non sia solo individuale, ma condivisa.

Tel:
Mail: