di G. Bevilacqua
Ed. Gigaciao, 2024
Imparare a sentirsi: un percorso emotivo tra ironia e riconoscimento A panda piace… capirsi è un lavoro autobiografico a fumetti che prova a mettere in scena un’esplorazione interiore attraverso immagini, ritmo e ironia.
Autore tra i più riconoscibili della scena italiana contemporanea, Giacomo ‘Keison’ Bevilacqua è noto soprattutto per la serie A panda piace, con cui ha costruito negli anni un linguaggio capace di tenere insieme leggerezza, introspezione e cultura pop. Il personaggio di Panda, suo alter ego, diventa uno spazio narrativo in cui esperienze emotive complesse vengono rese accessibili e condivisibili — e qui anche, in filigrana, politiche.
Senza forzature teoriche, costruisce un percorso dentro il mondo emotivo del suo personaggio. Non è una narrazione lineare, ma una costellazione di episodi che restituiscono qualcosa di riconoscibile: il tentativo – incerto, a tratti goffo, ma profondamente umano – di dare senso a ciò che si prova.
Dentro questo movimento affiora anche una storia che non è solo individuale. L’autore lascia intravedere un rapporto lungo e complicato con il proprio stare al mondo, fatto di ansia, pensieri intrusivi, momenti di crollo e manifestazioni fisiche del disagio. Il fatto stesso di metterlo in circolo, senza spettacolarizzarlo, ha qualcosa di quietamente politico: rompe l’isolamento e scardina l’idea che tutto questo debba restare invisibile.
Le emozioni che attraversano il testo sono molteplici e familiari: smarrimento, autoironia, fatica nel comprendersi, bisogno di connessione, momenti di lucidità alternati a confusione. Il punto non è tanto “capire tutto”, quanto sostare in questo movimento — e riconoscerlo come condiviso.

Uno degli aspetti più riusciti è il modo in cui accompagna il lettore senza mettersi in cattedra. Non offre soluzioni né costruisce un percorso dichiaratamente trasformativo, ma lascia emergere – tra una tavola e l’altra – una traiettoria possibile: quella di una maggiore familiarità con il proprio mondo interno. Una traiettoria che ha anche una dimensione sociale, perché imparare a sentirsi significa, in fondo, sottrarsi un po’ alla solitudine.
È anche per questo che può essere un testo da incontrare “al momento giusto”: non come primo accesso ai temi psicologici, ma quando una certa domanda su di sé è già aperta. In questo senso, funziona sia come lettura personale sia come materiale di alfabetizzazione emotiva, soprattutto in contesti educativi o di gruppo.
I rischi di semplificazione ci sono, inevitabili nel formato breve, ma rimangono sullo sfondo. In primo piano c’è invece la capacità di rendere accessibile un’esperienza: quella del provare a capirsi, senza la pretesa di riuscirci fino in fondo.
La madre psicologia e il mito del controllo
La madre psicologa porta con sé una serie di competenze che sembrano renderla capace di comprendere i bisogni e i comportamenti dei propri figli. La madre psicologa è consapevole delle teorie dell’attaccamento e sa stare nelle relazioni sulla base di questi. Inoltre conosce gli approcci più efficaci pedagogici, educativi, psicoeducativi e affettivi. Sa come far fiorire i bambini, come costituire un contesto sicuro e rassicurante che permetta loro di esprimere a pieno le loro potenzialità. La madre psicologa, essendo attenta ai contesti, studia e analizza i fenomeni sociali su cui vuole incidere. Questo perché conosce le implicazioni dell’ambiente sullo sviluppo umano fin dal concepimento e ha il privilegio di sapere quanto l’ambiente in cui cresce una bambina o un bambino darà loro strumenti che favoriscono o ostacolano i processi di crescita e realizzazione. La madre psicologa ha lungamente lavorato su di sé, sulla propria storia e il proprio passato familiare raggiungendo consapevolezza e armonia interiore che si riverbera nel suo stare, con la massima presenza, disponibilità e amorevolezza, nel mondo e con le persone che la circondano. La madre psicologa sa prendersi cura di sé, sa chiedere e prestare aiuto, senza oltrepassare i limiti propri e altrui, nella piena accettazione e rispetto, e conosce la potenza del sostegno sociale della comunità.
Quante persone leggendo queste righe avranno pensato “Certo, giusto, ovvio… altrimenti non può fare quel mestiere”. Ebbene, forse può convenire ricordarci che questi sono tutti pregiudizi, alla stregua di bias interpretativi, che animano i pensieri e gli atteggiamenti di molte persone nei confronti delle psicologhe e, forse in modo ancora più invasivo, quando si parla di psicologhe, donne e madri.
Essere donna, madre e psicologa allo stesso tempo comporta sfide specifiche, spesso invisibili. Una madre psicologa si può muovere su un doppio crinale: da un lato la pressione interna a incarnare ciò che sa – quella “madre sufficientemente buona” teorizzata da Winnicott (1961) – dall’altro, il rischio della pressione sociale, spesso fatta propria e internalizzata, ad essere e apparire come una sorta di “super mamma”, sempre lucida, competente, e d’esempio. Si tratta di vivere perennemente esposte ad un ideale sociale che spesso si scontra con ciò che significa essere genitore, sempre e necessariamente imperfetto e in continuo apprendimento, nella quotidianità.
La madre psicologa rischia di farsi schiacciare dall’idea che là fuori ci sia chi crede che lei abbia in tasca la teoria del tutto, che possa razionalizzare ogni cosa. Così, la malcapitata, da dentro, rischia di cedere alla tentazione — più o meno conscia — di provarci davvero. Ma la consapevolezza delle proprie competenze psicologiche, in un luogo così speciale come il setting, non protegge dalla vulnerabilità che una neonata o un neonato appena arrivati attivano, dal non sapere come muoversi, cosa fare, né neutralizza l’insicurezza, la fatica, la fragilità che emergono proprio nei momenti più delicati. E poi ci sono le aspettative. Quelle che si hanno su di sé amplificate dalle conoscenze professionali. Quella donna si aspetta perlomeno di essere capace di soddisfare le esigenze fondamentali della sua bambina in modo perfetto e senza errori banali (altro pregiudizio con una spolverata di superbia) ma continua a fallire inesorabilmente e non se ne capacita, iniziando a preparare il salvadanaio per le sedute psicologiche che i figli e le figlie dovranno sostenere, con una madre psicologa, anzi con una psicologa madre.
Nel lungo percorso di formazione dell’autrice, nessuno ha mai davvero raccontato questa possibilità. Nessun manuale di psicoterapia sistemico-relazionale, nessun libro sulla genitorialità, nessun testo sul neonato ha mai preparato a questo paradosso: “sapere tutto” o quasi delle emozioni, conoscere le tappe di sviluppo, le sfide generazionali, avere una lettura psicologica e relazionale delle azioni, rispettare l’importanza dei no, avere in mente l’esperienza della simbiosi corporea e sentirsi comunque devastata quando un bicchiere pieno cade a terra durante il pranzo. Sembra che il mondo stia per finire e che niente di più grave possa accadere.
Chi può permettersi di sbagliare? Le aspettative sociali della “buona madre”
Chi è oggi una “buona madre”? Chi decide cosa significhi esserlo? E soprattutto: perché si parla sempre della madre e quasi mai del padre?
Questo articolo sceglie di concentrarsi proprio sul ruolo della madre — e nello specifico della madre psicologa — non per dimenticare o sminuire quello dei padri, ma perché è sulle donne che ricade ancora la pressione più ingombrante. La cura è un compito femminile per definizione, nel nostro immaginario collettivo.
Questo articolo nasce da un’esperienza diretta, ma si inserisce in un contesto più ampio in cui le donne — e le madri in particolare — fanno i conti con aspettative sociali rigide, idealizzanti e talvolta disumanizzanti.
La società ha storicamente modellato e radicato nell’immaginario collettivo l’idea di madre come figura di cura, dedizione e sacrificio assoluti. La “buona madre” è spesso rappresentata, anche e spesso da parte degli e delle psicologhe, come idealmente capace di prendersi cura dei figli e delle figlie con disponibilità emotiva costante, senza mai crollare, senza sbagliare, senza chiedere aiuto. Deve essere calma, attenta, paziente. Sempre. Deve essere la base sicura.
Quando questa figura ideale si sovrappone a quella della psicologa, il paradosso si amplifica. Questa aspettativa sociale diventa particolarmente pesante per le madri psicologhe, poiché la loro professione implica un livello di autoconsapevolezza e una comprensione delle dinamiche psicologiche che, invece di proteggerle dal senso di colpa lo amplifica. Da una madre psicologa ci si aspetta qualcosa in più: che non solo sappia cosa fare, ma che lo faccia sempre nel modo giusto. Che le sue competenze teoriche bastino a proteggerla dai dubbi, dalle paure, dal senso di colpa. Il paradosso è che, pur avendo gli strumenti teorici per affrontare le difficoltà, queste madri possono sentirsi incapaci di vivere secondo le aspettative ideali, sia proprie che altrui.
Lo scopo di questa riflessione non è giustificare o redimere, ma mettere in parola un’esperienza concreta eppure poco raccontata, per smontare l’ideale della madre invincibile, anche quando — e forse soprattutto quando — è una psicologa.
Il rischio di una maternità perfetta
Le madri psicologhe, essendo consapevoli della teoria psicologica che suggerisce l’importanza di un legame sano e di una genitorialità equilibrata, potrebbero cadere nella trappola del perfezionismo. Ogni errore, ogni momento di stanchezza o di reazione impulsiva può essere vissuto come un fallimento, con un conseguente senso di colpa. Il rischio è che queste madri si sforzino di essere “perfette” e abbiano gli strumenti teorici per dare forma concreta a questo ideale. Inoltre esse rischiano di farlo non solo nel prendersi cura dei propri figli, ma anche nel rispettare i propri ideali professionali di genitorialità, finendo per ignorare i propri bisogni emotivi e fisici. Questo sovraccarico emotivo può minare la loro capacità di essere veramente presenti e di godere della maternità.
Affermare che il fallimento nel proprio compito di madre derivi da una mancanza di impegno crea un pesante carico di colpa sulle donne. La “buona madre” ideale, spesso dipinta come completamente sacrificata, sempre calma e sempre perfetta, non solo è irraggiungibile, ma è anche dannosa. La pressione di dover aderire a questo modello può portare a un senso di inadeguatezza che mina la salute mentale ed emotiva della madre. Invece di sostenere il legame madre-figlio, questa aspettativa irrealistica può isolare le donne, facendole sentire incapaci di chiedere aiuto o di riconoscere le proprie difficoltà senza essere giudicate.
Questa idea che fallire come madre sia una conseguenza del non essersi impegnata abbastanza crea una dinamica in cui la donna è costantemente sotto esame. La maternità diventa un test di capacità, piuttosto che un percorso di crescita e di accettazione dei propri limiti. La conseguenza è l’idea che si potrebbe evitare ogni tipo di errore con il giusto impegno e la giusta fatica.
Piuttosto che chiedersi se si è abbastanza “buona madre”, sarebbe utile che le donne imparassero ad essere compassionevoli con se stesse. La maternità comporta inevitabilmente dei fallimenti, ma questi non sono segni di mancanza di impegno: sono segnali che si sta affrontando una sfida, che si sta imparando e che si sta crescendo come genitore. La vera forza sta nell’imparare a perdonarsi e a riconoscere che l’impegno non è misurabile in modo assoluto, ma si riflette nel desiderio di fare del proprio meglio ogni giorno.
Conclusioni
Questo testo, esito di un momento di autoformazione e scrittura collettiva, non pretende di raccontare la verità, ma una verità possibile, situata, soggettiva, eppure attraversata da nodi strutturali condivisi. La figura della madre psicologa, con le sue competenze, le sue consapevolezze, le sue fragilità, si muove dentro una rete fitta di rappresentazioni sociali, aspettative culturali, miti professionali e vincoli interiorizzati.
Sabato 6 dicembre dalle ore 9.30 alle ore 12.00 la Rete di Psicoterapia Sociale organizza, nel contesto dei webinair “Welfare e Salute Mentale oggi” un dialogo attorno al PTM.
Fabio Vanni, direttore della Rete di Psicoterapia Sociale, dialogherà con Matteo Bessone (TiAscolto!) e Marco Sasson (TiAscolto!, Istituto Mitchell) sulle potenzialità, le implicazioni, i presupposti, gli ostacoli e lo stato dell’arte dell’adozione e dell’utilizzo del Power Threat Meaning Framework nei sistemi e contesti di clinici e di cura.
Vi invitiamo a partecipare a questa occasione di approfondimento su uno strumento che fornisce una leva utile per l’integrazione tra aspetti clinici e politici finalizzati alla giustizia sociale e l’equità.
L’accesso è libero.












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