+

A Panda piace … capirsi

di G. Bevilacqua

Ed. Gigaciao, 2024

Imparare a sentirsi: un percorso emotivo tra ironia e riconoscimento A panda piace… capirsi è un lavoro autobiografico a fumetti che prova a mettere in scena un’esplorazione interiore attraverso immagini, ritmo e ironia.

Autore tra i più riconoscibili della scena italiana contemporanea, Giacomo ‘Keison’ Bevilacqua è noto soprattutto per la serie A panda piace, con cui ha costruito negli anni un linguaggio capace di tenere insieme leggerezza, introspezione e cultura pop. Il personaggio di Panda, suo alter ego, diventa uno spazio narrativo in cui esperienze emotive complesse vengono rese accessibili e condivisibili — e qui anche, in filigrana, politiche.
Senza forzature teoriche, costruisce un percorso dentro il mondo emotivo del suo personaggio. Non è una narrazione lineare, ma una costellazione di episodi che restituiscono qualcosa di riconoscibile: il tentativo – incerto, a tratti goffo, ma profondamente umano – di dare senso a ciò che si prova.
Dentro questo movimento affiora anche una storia che non è solo individuale. L’autore lascia intravedere un rapporto lungo e complicato con il proprio stare al mondo, fatto di ansia, pensieri intrusivi, momenti di crollo e manifestazioni fisiche del disagio. Il fatto stesso di metterlo in circolo, senza spettacolarizzarlo, ha qualcosa di quietamente politico: rompe l’isolamento e scardina l’idea che tutto questo debba restare invisibile.
Le emozioni che attraversano il testo sono molteplici e familiari: smarrimento, autoironia, fatica nel comprendersi, bisogno di connessione, momenti di lucidità alternati a confusione. Il punto non è tanto “capire tutto”, quanto sostare in questo movimento — e riconoscerlo come condiviso.

Uno degli aspetti più riusciti è il modo in cui accompagna il lettore senza mettersi in cattedra. Non offre soluzioni né costruisce un percorso dichiaratamente trasformativo, ma lascia emergere – tra una tavola e l’altra – una traiettoria possibile: quella di una maggiore familiarità con il proprio mondo interno. Una traiettoria che ha anche una dimensione sociale, perché imparare a sentirsi significa, in fondo, sottrarsi un po’ alla solitudine.
È anche per questo che può essere un testo da incontrare “al momento giusto”: non come primo accesso ai temi psicologici, ma quando una certa domanda su di sé è già aperta. In questo senso, funziona sia come lettura personale sia come materiale di alfabetizzazione emotiva, soprattutto in contesti educativi o di gruppo.

I rischi di semplificazione ci sono, inevitabili nel formato breve, ma rimangono sullo sfondo. In primo piano c’è invece la capacità di rendere accessibile un’esperienza: quella del provare a capirsi, senza la pretesa di riuscirci fino in fondo.

+

Scuola Popolare di Salute Mentale: arriva l’iniziativa pubblica co-progettata

L’11 e il 12 aprile 2026 prende il via l’iniziativa pubblica realizzata dalla Scuola Popolare di Salute Mentale, un progetto promosso dal Tavolo Salute Mentale di Arci Torino.
Si tratta di due giornate di formazione e confronto presso gli spazi rinnovati dell’Anatra Zoppa, in Barriera di Milano (via Courmayeur 5, Torino).

La Scuola nasce da un percorso collettivo che ha coinvolto oltre 100 persone tra associazioni, attivistɜ, operatorɜ della salute ed espertɜ per esperienza nel corso degli ultimi mesi.
Un processo partecipato, costruito nel tempo attraverso tre plenarie e il lavoro di diversi sottogruppi. Durante il primo incontro è stata condivisa l’esperienza della scuola popolare di psichiatria di Modena. Nella seconda plenaria, dal confronto tra bisogni e desideri emersi, sono stati individuati i temi su cui lavorare. Tra novembre 2025 e febbraio 2026, i sottogruppi hanno sviluppato proposte formative poi raccolte e restituite nella plenaria finale del 20 febbraio, contribuendo alla costruzione del programma.

Il risultato è una proposta formativa che parte “dal basso”: un percorso costruito a partire dalle esperienze dirette delle persone coinvolte, con un approccio partecipativo e co-costruito. Un modo diverso di fare formazione, che mette al centro la comunità con i suoi bisogni e le sue pratiche: uno spazio di formazione, riflessione e scambio capace di tenere insieme saperi diversi e punti di vista molteplici.

La Scuola Popolare di Salute Mentale si svolgerà sabato 11 e domenica 12 aprile, in Barriera di Milano, tra l’Anatra Zoppa — circolo Arci di Torino che, per l’occassione, riaprirà le proprie porte alla cittadinanza — piazza Crispi e i locali dell’associazione Estemporanea Arte, Musica e Teatro (via Mottarone 1, Torino).

Per ulteriori informazioni, scrivere un’email a salute.mentale@arcitorino.it


Il programma della Scuola Popolare di Salute Mentale

Sabato 11 aprile

9:30–10:00 – Apertura e saluti
Circolo Anatra Zoppa


10:00–11:00 – Tema: giovani e ciclo di vita
Circolo Anatra Zoppa
Trama del Benessere – (De)costruire legami e narrazioni per comprendere la nostra Salute Mentale
In questa società si parla spesso con accezione negativa rispetto al malessere giovanile, ma é una narrativa reale? Vorremmo decostruire&ricostruire questa narrativa, passando dai pensieri di giovani&adultə mostrando gli intrecci di vissuti simili dovuti alla società in cui viviamo. Per dare una cornice più ampia abbiamo chiesto ad espertə di diversi ambiti (lavoro, sanità, politica, scuola…) la propria impressione. Attraverso un talk e un’installazione cercheremo di offrire una visione nuova.


11:15–13:15 – Sessioni parallele

  • Tema: circoli e associazioni Arci
    Circolo Anatra Zoppa
    Laboratorio per le crisi
    Il laboratorio per la crisi è uno spazio di confronto per chi attraversa o lavora in circoli, spazi sociali e associazioni, dedicato a situazioni che mettono in discussione le modalità relazionali ordinarie. La crisi è intesa come ciò che eccede la gestione quotidiana e ordinaria: momenti di tensione o difficoltà legati a comportamenti, relazioni o condizioni di sofferenza. A partire da casi concreti, il laboratorio, guidato da uno psicoterapeuta e uno psichiatra, vuole sviluppare competenze per affrontare queste situazioni, lavorando sulla tensione tra sicurezza e accoglienza.
  • Tema: prendersi cura
    Circolo Anatra Zoppa
    Cerchi che SOStengono – Consiglio Windhorse
    Attraverso la pratica windhorse, vogliamo sperimentare la cura come forma di relazione e connessione interna alla comunità, uno spazio aperto a tutte le persone al fine di mettere insieme i diversi vissuti ed esperienze, creando un sapere condiviso curante ed empoderante.

13:15 – Pausa pranzo


15:00–19:00 – Sessioni pomeridiane

  • Tema: narrazioni
    Circolo Anatra Zoppa
    “NON DETTI – altre narrazioni collettive sulla salute mentale – Storie, dialoghi e testimonianze per rendere visibile ciò che resta invisibile
    Il progetto si sviluppa attraverso un itinerario modulare in 4 tappe, concretizzato in 4 stanze diverse (o una stanza divisa in 4 diversi spazi), ognuna caratterizzata da un focus tematico specifico e modalità interattive differenti per favorire l’espressione e il dialogo collettivo.
    Tappa 1 – Malessere sociale: il malessere come condizione condivisa a base sociale, sentirsi fuori posto, pressione sociale, attesa, sospensione, fatica quotidiana
    Tappa 2 – I non detti: ciò che non viene detto sulla salute mentale
    Tappa 3 – Il dialogo: parole che fluidificano invece di cristallizzare
    Tappa 4 – Recovery, ricentramento, riaversi: possibilità di cambiamento e ri-narrazione
  • Tema: circoli e associazioni Arci
    Circolo Anatra Zoppa
    Fiera della decompressione

15:00–17:00 – Tema: autodeterminazione
Piazza Crispi
D&D: Diagnosi & Diritto (Gioco del Loco)
Le caselle sono circa 60, disposte in 3 cerchi concentrici, per terra, alla prima di partenza è la crisi, l’arrivo è la recovery. I partecipanti sono loro stessi delle pedine. Il master ha un manuale che legge al microfono.

16:00–18:00 – Tema: informazioni, risorse e orientamento
Circolo Anatra Zoppa
Osservatorio Territoriale Partecipato
Restituzione partecipata dei dati raccolti tramite la diffusione di questionari rispetto ai servizi di salute mentale al fine di trasformare i dati grezzi in uno strumento di riflessione condiviso e condivisibile circa le esperienze e gli aspetti che li caratterizzano.

18:30–20:30 – Tema: politiche e salute mentale (e musica)
Circolo Anatra Zoppa
Musica Gnawa
Espressione musicale dell’etnia Gnawa del Marocco caratterizzata da pattern ritmici ripetitivi — essenzialmente linee di basso prodotte da guenbri (liuto-tamburo a tre corde), qraqeš (crotali) e tbola (tamburi). Rituali connessi a tecniche di cura tradizionali per il benessere e la salute mentale. Patrimonio immateriale dell’umanità Unesco dal 2019. (Tema dell’etnopsichiatria)

21:00 – Spettacolo teatrale
Estemporanea. Arte, Musica, Teatro – via Mottarone 1
L’uomo col magnetofono
All’età di 32 anni, Jean-Jacques torna dal suo psicoanalista, il dottor Van Nypelseer, dopo una pausa di tre anni. Tuttavia, questa volta torna armato, anche se non con una pistola, un fucile o un coltello, bensì con un terzo elemento ingombrante e scomodo: un magnetofono, con cui registra l’intera conversazione.
Jean-Jacques aveva incontrato la psicoanalisi a 14 anni. L’iniziativa è stata presa da Raymond, il severo padre avvocato. Le ragioni esatte non le conosciamo, ma sappiamo che Jean-Jacques ha vissuto la terapia come un obbligo e un’aggressione alla sua innocenza e gioventù. Ha frequentato la terapia due o tre volte alla settimana per quindici anni.
Una settimana dopo la sessione con il magnetofono, viene prelevato dalla polizia e internato nell’ospedale psichiatrico di Laken. Riesce a fuggire, e a recuperare il nastro della registrazione. Nel 1968, scrive una lettera alla rivista filosofica Les Temps Modernes (fondata nel 1944 da Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre), in cui racconta la storia della sua fuga dal reparto psichiatrico e la trascrizione del dialogo con il suo psicoanalista.
Il dialogo psicanalitico, come Abrahams suggerisce di chiamarlo, scatenerà un vivace dibattito all’interno della redazione: il testo verrà pubblicato l’anno successivo. Tuttavia, Pontalis e Pingaud, contrari alla pubblicazione della trascrizione e quindi in aperto contrasto con Sartre, decideranno poco dopo di abbandonare la redazione della famosa rivista.


Domenica 12 aprile

10:00–12:30 – Tema: lavoro e salute mentale
Circolo Anatra Zoppa
Lavoro e salute mentale: problemi e strategie di resistenza
Attraverso il lavoro in piccoli gruppi dialogheremo su alcuni tempi centrali nel dibattito sul lavoro e a partire da questi temi, con l’aiuto di Francesca Coin, proveremo a costruire insieme piccole/grandi strategie di sopravvivenza e resistenza.

10:30–12:30 – Tema: prendersi cura
Circolo Anatra Zoppa
Cerchi che SOStengono – Consiglio Windhorse
Attraverso la pratica windhorse, vogliamo sperimentare la cura come forma di relazione e connessione interna alla comunità, uno spazio aperto a tutte le persone al fine di mettere insieme i diversi vissuti ed esperienze, creando un sapere condiviso curante ed empoderante.

12:30–13:00 – Chiusura della scuola
Circolo Anatra Zoppa
Pranzo e momento conviviale

+

Non è solo dentro di noi: arriva a Torino la IV edizione del Festival “Tu mi hai capito?” 




Dal 23 al 27 febbraio torna ‘Tu mi hai capito?’: il festival diffuso sulla salute mentale.

Dal 23 al 27 febbraio torna a Torino “Tu mi hai capito?”, il festival diffuso dedicato alla salute mentale delle giovani generazioni. Giunto alla sua IV edizione, l’appuntamento è ormai una presenza riconoscibile nel panorama cittadino, capace di intrecciare cultura, educazione e partecipazione attiva.

Promosso e coordinato da ACMOS — associazione che da oltre vent’anni lavora sui temi dell’educazione alla cittadinanza, della partecipazione giovanile e della giustizia sociale — il festival continua a trasformare la salute mentale da questione privata a responsabilità collettiva. Non un evento solo per “addetti ai lavori”, ma una proposta aperta alla città, che mescola linguaggi diversi: incontri pubblici, workshop, momenti formativi, spazi di confronto, azioni nelle scuole.

Anche quest’anno la rete organizzativa è ampia e plurale. Partecipano: TiAscolto APS, Il Bandolo, Telefono Amico Torino, La Tazza Blu, Aria – Spazi Reali, DEB – Dialogue Explore Bond, Tuttoannodato, Cooperativa sociale L’Arcobaleno, Sbalzi – cultura in rilievo, Parole in Movimento ETS, Invərso APS, Associazione “Il Tiglio”, la Consulta Provinciale degli Studenti. Una collaborazione corale che rende il festival uno spazio condiviso, costruito da competenze diverse ma unite da uno stesso obiettivo.

Il tema 2026: “Guerra dentro / Guerra fuori”

Il filo rosso di questa edizione è “Guerra dentro / Guerra fuori”. Un titolo che tiene insieme le crisi globali e i vissuti personali. In un tempo attraversato da conflitti armati, emergenza climatica, precarietà e incertezza, il malessere non può essere letto solo come fragilità individuale: ciò che accade nel mondo entra nelle vite, nelle scuole, nelle relazioni.

Il festival propone allora un cambio di prospettiva: non adattare le persone a un contesto difficile, ma costruire comunità capaci di generare benessere attraverso relazioni più giuste e partecipate.

Durante la settimana, particolare attenzione sarà dedicata alla scuola, scelta come luogo centrale di questa edizione. Le aule diventano spazi di ascolto e confronto, dove il disagio può trasformarsi in parola condivisa e in partecipazione attiva. Studenti, docenti, genitori e personale scolastico saranno coinvolti in momenti di dialogo e strumenti concreti per affrontare le sfide educative del presente.

Il contributo di TiAscolto APS

Tra le realtà della rete, TiAscolto APS partecipa fin dalla prima edizione portando la propria metodologia di psicologia di comunità. Per il 2026 l’associazione concentra il proprio impegno proprio dentro il sistema educativo, affiancando il lavoro di rete con azioni dirette nelle scuole.

Il 25 febbraio 2026, presso l’Istituto Birago di Torino, TiAscolto APS coordinerà il workshop partecipativo “Salute mentale a scuola: stare nelle crisi, tra strumenti e confini”.

L’incontro nasce dall’esperienza degli sportelli d’ascolto scolastici, dove emergono con sempre maggiore frequenza vissuti di ansia, rabbia e fobia scolastica. Il workshop si rivolge a docenti, genitori e personale ATA e propone uno spazio di riflessione comune per interrogarsi su come “stare” nelle difficoltà senza rincorrere soluzioni immediate.

Durante l’incontro verranno presentati strumenti operativi come il Panikit (Piccolo kit di pacificazione con gli attacchi di panico) e il relativo Vademecum per insegnanti, pensati per offrire risposte pratiche nei momenti di emergenza. Allo stesso tempo, sarà aperto un confronto sui confini della cura: quando intervenire, quando invece presidiare il ruolo educativo, come rafforzare l’alleanza tra scuola e famiglia.

Per i volontari dell’associazione, come le attrici e attori del festival, la salute mentale non è una delega agli specialisti ma un percorso di responsabilità condivisa, che parte dall’ascolto e arriva alla costruzione di comunità più consapevoli e solidali.


Il programma completo della IV edizione è disponibile al link:
https://acmos.net/tu-mi-hai-capito-guerra-dentro-quarta-edizione-del-festival-sul-benessere-mentale-dell%c9%9c-adolescenti

Dal 23 al 27 febbraio, la città è invitata a partecipare. Perché la salute mentale non è solo dentro di noi: è nelle relazioni che costruiamo ogni giorno.

+

L’OMS chiude l’unità per la salute mentale, i diritti umani e legislazione

La World Health Organization (OMS) ha recentemente deciso di chiudere l’unità interna dedicata alla politica sanitaria, alla legislazione e ai diritti in ambito di salute mentale, fino ad oggi parte centrale del dipartimento.

L’unità era guidata da Michelle Funk e Natalie Drew, protagoniste di iniziative come il progetto QualityRights e la recente guida sul tema della salute mentale in tutti i settori. La prima ha annunciato su LinkedIn la loro uscita dall’OMS, sottolineando l’importanza della guida di Benedetto Saraceno all’OMS (di cui è possibile trovare la recensione di “Psicopolitica” qui e un’intervista qui), del lavoro svolto e l’urgenza di continuarlo: “[…] Il lavoro che il mio team e io abbiamo sviluppato esiste grazie a tutti voi che avete insistito – la rete di persone con esperienza diretta che ci ha sfidato e i professionisti della salute mentale e colleghi che hanno creduto che il cambiamento fosse possibile e hanno lavorato per renderlo reale. La nostra unità sta chiudendo. Natalie Drew e io stiamo lasciando l’OMS. Ma queste risorse rimangono. Per favore, usatele e condividetele.”

L’impatto della chiusura è significativo: l’unità rappresentava una delle principali capacità dell’OMS nel promuovere politiche sanitarie basate sui diritti umani, offrendo strumenti concreti a legislatori, professionisti e attivisti e attiviste, in tutto il mondo. La perdita di questa struttura centrale rischia di ridurre l’attenzione dell’OMS su pratiche di salute mentale rispettose dei diritti delle persone e può indebolire iniziative di formazione e advocacy che hanno raggiunto decine di migliaia di operatori globalmente tra cui noi.

Al di là della singola leadership, la chiusura dell’unità solleva interrogativi sulla direzione futura dell’OMS in materia di salute mentale ma non solo: quale spazio resterà per approcci che integrino diritti, qualità delle cure e prevenzione delle violazioni in contesti di salute mentale, con un’attenzione alla guarigione?

Per chi, come noi, segue la salute mentale come questione di diritti, rimane cruciale monitorare le risorse prodotte dall’unità, promuoverne l’uso e sostenere nuove iniziative che possano continuare a sviluppare politiche basate sui diritti umani.

+

Il dito, la luna, la rabbia e l’ingiustizia: sul corteo per lo sgombero di Askatasuna

Come associazione impegnata nella lotta alla disuguaglianza e alla costruzione di realtà (anche narrative) più eguali e rispettose di tutti e tutte, riteniamo doveroso esprimere il nostro punto di vista sulla questione del corteo di protesta per lo sgombero di Askatasuna. Anche stavolta, puntuale, la macchina mediatica e istituzionale ci presenta una narrativa monolitica: la città distrutta da un pugno di esaltati, i manifestanti e i simpatizzanti complici della devastazione, la conferma del mondo dei centri sociali come covo di delinquenti eversivi.

Questa narrazione, semplicista, riduttiva, banale per la sua parziale cecità ci infastidisce, certo, ma più di tutto ci spaventa, ci preoccupa. Perché chi si occupa di psicologia e società conosce il potere dei discorsi e delle narrative nella produzione della realtà. Soprattutto quando provengono da fonti ritenute autorevoli, i discorsi dominanti non solo creano delle percezioni diffuse, ma danno forma a comportamenti, attitudini, relazioni. Riteniamo quindi importante decostruire questo discorso monologico che viene proposto a scopo propagandistico e tentare di costruire una narrazione che metta in dialogo diversi livelli e significati.

Inevitabile è partire dal tema della violenza, che domina il dibattito attuale. La violenza è un atto raccapricciante e nessuno che si trovi in una disposizione di spirito serena la auspicherebbe. La narrativa sulla violenza, tuttavia, è incredibilmente parziale, unilaterale, e politicamente motivata. I discorsi proposti in questi giorni sembrano relegare l’uso della violenza a una fascia ben precisa di “facinorosi”, “criminali” e soprattutto focalizzata su quella forma di violenza fisica, diretta e manifesta che è facilmente visibile e perciò bersaglio di manipolazione dell’informazione. Nessuna parola sull’uso sistematico della violenza da parte delle istituzioni, in un clima politico nazionale e internazionale sempre più incline alla repressione, l’applicazione della forza, e la glorificazione della prepotenza: dagli omicidi di civili impuniti dell’americana I.C.E. al genocidio in Palestina, dalle minacce di annessione di Trump alle velleità da ipergiustizialismo sommario e razziale e di Salvini.

Intendiamo qui ampliare il dibattito sulla violenza includendo le forme di violenza strutturale (come l’oppressione sistemica basate su genere, razza e classe, così come le forme di persecuzione politica dei dissidenti, l’intimidazione degli emarginati) e di violenza culturale (la svalutazione e distruzione di particolari identità umane, l’etnocentrismo, le ideologie coloniali e tutte le forme di esclusione e indebolimento delle minoranze) di cui il nostro governo fa smodato e sfrontato uso. Un governo che, sul pretesto dell’occupazione abusiva, auspica la sistematica demolizione degli spazi sociali storicamente legati alla sinistra – luoghi primariamente di cultura, autogestione, mutualismo e aggregazione – militarizzando interi quartieri, ma che nel frattempo invita Casa Pound, incostituzionale organizzazione neofascista che da decenni occupa abusivamente uno stabile in centro a Roma, a presentare in Parlamento una delirante proposta di legge sulla “remigrazione” su presupposti di “purezza razziale”. Un governo che plaude chi si fa giustizia da solo con le armi da fuoco, ma che propone il fermo preventivo per chi vuole manifestare dissenso. Un governo che paventa di designare Askatasuna come organizzazione terroristica, ma che tollera I.C.E. e pasdaran come agenti di sicurezza alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Che propone l’impunità penale per gli agenti di polizia. Ipotizza il fermo preventivo di attivisti prima delle manifestazioni in assenza di reato. Che nega le operazioni di soccorso in mare per i migranti. Che si costruisce, come tutti i governi di estrema destra, populisti e xenofobi che affliggono i nostri tempi, sulla narrativa della paura, del nemico, dell’assedio, della prepotenza. Tutte narrative che, secondo Achille Mbembe e Giorgio Agamben, giustificano lo stato d’eccezione in cui i diritti fondamentali vengono negati. Queste forme di violenza strutturale e culturale sono profondamente radicate nella società e hanno una influenza diretta sull’accesso delle persone ai propri diritti, spesso portando a risposte di violenza diretta che sono solo un anello di una catena molto più lunga e complessa.

Sabato a Torino si è vista una messa in mostra massiva della violenza. Di una violenza che non è un fatto isolato, assoluto, indipendente dalla realtà nazionale e internazionale che viviamo, ma che è di essa diretta conseguenza ed emanazione.

Quando parliamo di violenza sistemica parliamo anche di tutte quelle micro e macro aggressioni alla libertà individuale che proprio i cittadini di Torino e gli abitanti del quartiere Vanchiglia hanno subito per diverse settimane in seguito alle operazioni di militarizzazione precedenti allo sgombero. Scuole chiuse, negozi chiusi, checkpoint per controllare i documenti di chi ha la sfortuna di abitare nei pressi dell’immobile in corso Regina Margherita. Bambini costretti a casa, giornate di lavoro perse, un clima di paura e tensione.

Molti hanno deciso di ribellarsi e protestare contro un esercizio di potere percepito come iniquo, una vera e propria forma di abuso. Tra di loro, alcuni hanno deciso di fare ricorso alla violenza fisica e diretta. Questo è e rimane un atto profondamente disturbante, come le scene che abbiamo visto e di cui sono piene le prime pagine di giornali, siti, telegiornali: la violenza umana è una cosa terribile.

Ma è assurda miopia interpretare questa violenza come qualcosa che nasce nel vuoto, dall’insana volontà di qualche testa calda. È il gioco della delegittimazione della rabbia popolare, che deve far suonare un campanello d’allarme. Come nel caso delle manifestazioni pro Palestina del 2025, gli scontri di piazza sono il sintomo di una rabbia e un senso di ingiustizia che non trovano interlocutori, ma solo detrattori. Sono l’urlo estremo di corpi che, come diceva Fanon, privati di ogni dignità, possono solo gridare. Sono il dito che indica la luna: il senso di esclusione, la mancanza di spazi di libertà, il soffocamento delle prospettive esistenziali, la sistematica marginalizzazione dei giovani e delle identità minoritarie, l’autoritarismo, il riarmo, la svalutazione della cultura e dell’arte, lo sfruttamento, la perdita di speranza. Occorre fare attenzione a chi, invece della luna, cerca di farti guardare il dito. Sta cercando di fare di te uno stolto.

Cinquantamila persone scese in piazza a Torino sabato non erano lì (solo) perché simpatizzanti di Askatasuna. Questa moltitudine ampia, eterogenea, colma di bambini, giovani, anziani e gente di svariate provenienze sociali, è scesa in piazza per difendere un’idea di libertà minacciata dalle attuali politiche; perché privata di uno spazio di espressione che, benvoluto o meno, era percepito come necessario, funzionale al tessuto sociale del quartiere e della città, opportunità per la crescita personale e politica dei giovani, laboratorio per la partecipazione diretta. Un’opportunità di giustizia sociale per la quale tutte queste persone si sono volute mettere in gioco, nel riempire le strade, manifestare e lottare in varie forme e modalità, per non arrendersi agli abusi di potere istituzionali.

La sicurezza non si costruisce e non si garantisce con la repressione. Le società più sicure sono quelle in cui c’è più giustizia sociale. La giustizia sociale sta perdendo, qui da noi. E non è certo colpa di un centinaio di black bloc, ma di una classe dominante che consciamente ed esplicitamente mira a costruire un mondo più repressivo, più diseguale, con più privilegi per pochi e meno diritti per tutti. È questa la violenza che ci preoccupa di più.

+

Il mito della madre psicologa

La madre psicologia e il mito del controllo

La madre psicologa porta con sé una serie di competenze che sembrano renderla capace di  comprendere i bisogni e i comportamenti dei propri figli. La madre psicologa è consapevole delle teorie dell’attaccamento e sa stare nelle relazioni sulla base di questi. Inoltre conosce gli approcci più efficaci pedagogici, educativi, psicoeducativi e affettivi. Sa come far fiorire i bambini, come costituire un contesto sicuro e rassicurante che permetta loro di esprimere a pieno le loro potenzialità. La madre psicologa, essendo attenta ai contesti, studia e analizza i fenomeni sociali su cui vuole incidere. Questo perché conosce le implicazioni dell’ambiente sullo sviluppo umano fin dal concepimento e ha il privilegio di  sapere quanto l’ambiente in cui cresce una bambina o un bambino darà loro strumenti che favoriscono o ostacolano i processi di crescita e realizzazione. La madre psicologa ha lungamente lavorato su di sé, sulla propria storia e il proprio passato familiare raggiungendo consapevolezza e armonia interiore che si riverbera nel suo stare, con la massima presenza, disponibilità e amorevolezza, nel mondo e con le persone che la circondano. La madre psicologa sa prendersi cura di sé, sa chiedere e prestare aiuto, senza oltrepassare i limiti propri e altrui, nella piena accettazione e rispetto, e conosce la potenza del sostegno sociale della comunità.

Quante persone leggendo queste righe avranno pensato “Certo, giusto, ovvio… altrimenti non può fare quel mestiere”. Ebbene, forse può convenire ricordarci che questi sono tutti pregiudizi, alla stregua di bias interpretativi, che animano i pensieri e gli atteggiamenti di molte persone nei confronti delle psicologhe e, forse in modo ancora più invasivo, quando si parla di psicologhe, donne e madri.

Essere donna, madre e psicologa allo stesso tempo comporta sfide specifiche, spesso invisibili. Una madre psicologa si può muovere su un doppio crinale: da un lato la pressione interna a incarnare ciò che sa – quella “madre sufficientemente buona” teorizzata da Winnicott (1961) – dall’altro, il rischio della pressione sociale, spesso fatta propria e internalizzata, ad essere e apparire come una sorta di “super mamma”, sempre lucida, competente, e d’esempio. Si tratta di vivere perennemente esposte ad un ideale sociale che spesso si scontra con ciò che significa essere genitore, sempre e necessariamente imperfetto e in continuo apprendimento,  nella quotidianità.

La madre psicologa rischia di farsi schiacciare dall’idea che là fuori ci sia chi crede che lei abbia in tasca la teoria del tutto, che possa razionalizzare ogni cosa. Così, la malcapitata, da dentro, rischia di cedere alla tentazione — più o meno conscia — di provarci davvero. Ma la consapevolezza delle proprie competenze psicologiche, in un luogo così speciale come il setting, non protegge dalla vulnerabilità che una neonata o un neonato appena arrivati attivano, dal non sapere come muoversi, cosa fare, né neutralizza l’insicurezza, la fatica, la fragilità che emergono proprio nei momenti più delicati. E poi ci sono le aspettative. Quelle che si hanno su di sé amplificate dalle conoscenze professionali. Quella donna si aspetta perlomeno di essere capace di soddisfare le esigenze fondamentali della sua bambina in modo perfetto e senza errori banali (altro pregiudizio con una spolverata di superbia) ma continua a fallire inesorabilmente e non se ne capacita, iniziando a preparare il salvadanaio per le sedute psicologiche che i figli e le figlie dovranno sostenere, con una madre psicologa, anzi con una psicologa madre.

Nel lungo percorso di formazione dell’autrice, nessuno ha mai davvero raccontato questa possibilità. Nessun manuale di psicoterapia sistemico-relazionale, nessun libro sulla genitorialità, nessun testo sul neonato ha mai preparato a questo paradosso:  “sapere tutto” o quasi delle emozioni, conoscere le tappe di sviluppo, le sfide generazionali, avere una lettura psicologica e relazionale delle azioni, rispettare l’importanza dei no, avere in mente l’esperienza della simbiosi corporea e sentirsi comunque devastata quando un bicchiere pieno cade a terra durante il pranzo. Sembra che il mondo stia per finire e che niente di più grave possa accadere.

Chi può permettersi di sbagliare? Le aspettative sociali della “buona madre”

Chi è oggi una “buona madre”? Chi decide cosa significhi esserlo? E soprattutto: perché si parla sempre della madre e quasi mai del padre?

Questo articolo sceglie di concentrarsi proprio sul ruolo della madre — e nello specifico della madre psicologa — non per dimenticare o sminuire quello dei padri, ma perché è sulle donne che ricade ancora la pressione più ingombrante. La cura è un compito femminile per definizione, nel nostro immaginario collettivo. 

Questo articolo nasce da un’esperienza diretta, ma si inserisce in un contesto più ampio in cui le donne — e le madri in particolare — fanno i conti con aspettative sociali rigide, idealizzanti e talvolta disumanizzanti.

La società ha storicamente modellato e radicato nell’immaginario collettivo l’idea di madre come figura di cura, dedizione e sacrificio assoluti. La “buona madre” è spesso rappresentata, anche e spesso da parte degli e delle psicologhe, come idealmente capace di prendersi cura dei figli e delle figlie con disponibilità emotiva costante, senza mai crollare, senza sbagliare, senza chiedere aiuto. Deve essere calma, attenta, paziente. Sempre. Deve essere la base sicura.

Quando questa figura ideale si sovrappone a quella della psicologa, il paradosso si amplifica. Questa aspettativa sociale diventa particolarmente pesante per le madri psicologhe, poiché la loro professione implica un livello di autoconsapevolezza e una comprensione delle dinamiche psicologiche che, invece di proteggerle dal senso di colpa lo amplifica. Da una madre psicologa ci si aspetta qualcosa in più: che non solo sappia cosa fare, ma che lo faccia sempre nel modo giusto. Che le sue competenze teoriche bastino a proteggerla dai dubbi, dalle paure, dal senso di colpa. Il paradosso è che, pur avendo gli strumenti teorici per affrontare le difficoltà, queste madri possono sentirsi incapaci di vivere secondo le aspettative ideali, sia proprie che altrui.

Lo scopo di questa riflessione non è giustificare o redimere, ma mettere in parola un’esperienza concreta eppure poco raccontata, per smontare l’ideale della madre invincibile, anche quando — e forse soprattutto quando — è una psicologa.

Il rischio di una maternità perfetta

Le madri psicologhe, essendo consapevoli della teoria psicologica che suggerisce l’importanza di un legame sano e di una genitorialità equilibrata, potrebbero cadere nella trappola del perfezionismo. Ogni errore, ogni momento di stanchezza o di reazione impulsiva può essere vissuto come un fallimento, con un conseguente senso di colpa. Il rischio è che queste madri si sforzino di essere “perfette” e abbiano gli strumenti teorici per dare forma concreta a questo ideale. Inoltre esse rischiano di farlo non solo nel prendersi cura dei propri figli, ma anche nel rispettare i propri ideali professionali di genitorialità, finendo per ignorare i propri bisogni emotivi e fisici. Questo sovraccarico emotivo può minare la loro capacità di essere veramente presenti e di godere della maternità.

Affermare che il fallimento nel proprio compito di madre derivi da una mancanza di impegno crea un pesante carico di colpa sulle donne. La “buona madre” ideale, spesso dipinta come completamente sacrificata, sempre calma e sempre perfetta, non solo è irraggiungibile, ma è anche dannosa. La pressione di dover aderire a questo modello può portare a un senso di inadeguatezza che mina la salute mentale ed emotiva della madre. Invece di sostenere il legame madre-figlio, questa aspettativa irrealistica può isolare le donne, facendole sentire incapaci di chiedere aiuto o di riconoscere le proprie difficoltà senza essere giudicate.

Questa idea che fallire come madre sia una conseguenza del non essersi impegnata abbastanza crea una dinamica in cui la donna è costantemente sotto esame. La maternità diventa un test di capacità, piuttosto che un percorso di crescita e di accettazione dei propri limiti. La conseguenza è l’idea che si potrebbe evitare ogni tipo di errore con il giusto impegno e la giusta fatica.

Piuttosto che chiedersi se si è abbastanza “buona madre”, sarebbe utile che le donne imparassero ad essere compassionevoli con se stesse. La maternità comporta inevitabilmente dei fallimenti, ma questi non sono segni di mancanza di impegno: sono segnali che si sta affrontando una sfida, che si sta imparando e che si sta crescendo come genitore. La vera forza sta nell’imparare a perdonarsi e a riconoscere che l’impegno non è misurabile in modo assoluto, ma si riflette nel desiderio di fare del proprio meglio ogni giorno.

Conclusioni

Questo testo, esito di un momento di autoformazione e scrittura collettiva, non pretende di raccontare la verità, ma una verità possibile, situata, soggettiva, eppure attraversata da nodi strutturali condivisi. La figura della madre psicologa,  con le sue competenze, le sue consapevolezze, le sue fragilità, si muove dentro una rete fitta di rappresentazioni sociali, aspettative culturali, miti professionali e vincoli interiorizzati.

+

Riscrivere l’amore. Riflessioni sulla violenza di genere

Di storie d’amore ne abbiamo sentito parlare tutt*. Al cinema, nei libri, nelle canzoni, nelle conversazioni con le persone care. Le storie che abbiamo ascoltato fanno parte di noi, perché almeno in una di queste, ci siamo riconosciute, abbiamo riso e abbiamo pianto nella speranza che l’amore trionfasse su tutto. Non importa a quale prezzo.

Ma in che modo le narrazioni sull’amore influenzano le nostre relazioni?

Coral Herrera Gòmez identifica ed esamina le diverse storie che traducono l’amore in mito, sottolineando il ruolo che questi hanno nella costruzione stereotipata, binaria e gerarchica del genere. Secondo l’autrice, infatti, impariamo ad amare attraverso la nostra esperienza personale, nel contesto familiare e nella nostra cerchia affettiva più stretta. Ma lo impariamo appunto anche dalle storie che traducono l’amore in mito e idealizzano il miracolo dell’amore romantico in cui il principe azzurro, impegnato a salvare il mondo, troverà la sua principessa, che possibilmente rimane rinchiusa in qualche castello in attesa che Lui si presenti, fino al lieto fine in cui vivranno per sempre felici e contenti.

Oltre al mito dell’amore onnipotente, un’altra narrazione molto radicata nell’immaginario femminile è quella dell’essere incomplete senza la nostra dolce metà, inducendoci a cercare senza sosta l’anima gemella.

Nel Simposio di Platone si parla del mito degli androgini: in principio sulla terra esistevano delle creature mostruose, gli androgini, formati da corpo maschile e femminile uniti insieme, con quattro gambe, quattro braccia, una testa e due facce. Gli dèi, invidiosi di queste creature superiori e complete, decisero di separare il corpo maschile da quello femminile, rendendoli solo uomo o solo donna. Da quel momento ogni essere umano si sente incompleto e passa la propria vita a cercare disperatamente la sua metà perduta.

Questi miti va di pari passo con il mito dell’eternità: il vero amore dura per sempre. Al quale va aggiunto il mito dell’unicità, e come se non bastasse anche quello della predestinazione: esiste una e una sola persona perfetta per noi, quando arriverà lo sentiremo, ci saranno dei segnali. Infine dovremo aggiungerci anche il mito della fusione: ci capiremo senza bisogno di parlarci, saremo uno dell’altra.

A questo punto sorge una domanda spontanea: perché riflettere sulla violenza di genere significa per forza di cose partire dai miti che parlano dell’amore? Senza dubbio perché, se la violenza non è amore,” l’amore c’entra eccome”, come afferma Lea Melandri. 

In effetti tutti i miti che abbiamo elencato portano ad un’unica grande verità: quando pensiamo all’amore, pensiamo ad un magma fusionale in cui non esistono più confini, in cui pensiamo di avere tutti i diritti sull’altra persona. Se l’altra persona siamo noi, siamo allo stesso tempo soggetto e oggetto del possesso. Quindi, inevitabilmente, se l’altra persona scompare la nostra vita non avrà più nessun senso.

Bauman, riferendosi alla modernità, parla ad esempio di amore liquido, una realtà instabile nella quale le persone, disorientate da un sistema sociale in continuo e rapido cambiamento, sono portate a cercare un senso di stabilità e di sicurezza all’interno delle relazioni. Si crea così un enorme paradosso, in quanto la relazione composta da due persone, è inevitabilmente e assolutamente imprevedibile perché per quanto amiamo l’altro, questi è libero di lasciarci in qualunque momento.

Il fatto di non essere in coppia rappresenta quindi, dalla notte dei tempi, un fallimento. E questo senso di vuoto esistenziale giustifica tutto in nome dell’amore: il sacrificio, il dono incondizionato di sé, l’annientamento.

Ecco che dunque il discorso pubblico e le narrazioni mediatiche  trattano i femminicidi e la violenza di genere come “eccesso di amore”, alimentando e confermando la convinzione che in amore valga tutto. Anche lo stalking, le botte, la violenza psicologica e l’omicidio.

Nel 2025 da inizio anno all’8 novembre, sono stati monitorati 89 casi di omicidio legati alla violenza di genere; 76 dei quali confermati come femminicidi.

Il report Istat del 2023 stima che su un totale di 117 donne uccise, 96 sono state uccise in ambito familiare e affettivo, delle quali ben 63 sono state uccise da partner o ex partner.

Non ci sono dubbi: ad uccidere le donne, molto spesso, sono persone con cui la vittima aveva relazioni intime, non degli sconosciuti o degli immigrati, come purtroppo abbiamo sentito dire da alcuni ministri del governo.

Ma come si arriva ad uccidere la propria compagna o ex?

Da un punto di vista sociale, storicamente, a partire dall’avvento dell’agricoltura e dell’allevamento di bestiame, le donne sono state relegate alla funzione riproduttiva e di cura, poiché sostanzialmente servivano più braccia per il lavoro. Prende forma quindi una società basata sull’esaltazione dell’uomo in quanto fisicamente più forte, attribuendogli a partire da ciò caratteristiche positive in senso assoluto, mentre le donne iniziano ad essere descritte come fisicamente inferiori e perfino inaffidabili, poiché facili prede delle loro emozioni, deboli e bisognose di protezione, con una conseguente e progressiva esclusione dalla vita politica, sociale e pubblica.

Il controllo ha quindi una matrice culturale e ripropone degli schemi stereotipati che vedono un genere, quello maschile, padrone dell’altro.

Da un punto di vista psicologico, il nucleo della violenza si potrebbe riassumere nel bisogno di controllare l’altro, diminuendo l’incertezza a favore della stabilità. In altre parole, il bisogno di controllare l’altra è interconnesso alla frustrazione di un’aspettativa: che la compagna soddisfi qualunque suo bisogno, costituendo una sorta di contenitore emotivo, l’angelo del focolare e infine essere il centro del mondo e delle attenzioni della partner.

Quando questo non succede o ancora peggio quando si viene lasciati, vengono a galla delle emozioni negative che solitamente non sono così accessibili per le persone socializzate maschi alla nascita. Parliamo ad esempio dei vissuti di abbandono che portano a quel ” non posso vivere senza di te” che facilmente rischia di diventare un “non vivrai senza di me”(Bozzoli et al., 2017).

Questo perché spesso, gli uomini vivono la socialità come luogo di cameratismo, competizione o affermazione di un sé senza fragilità in cui non vengono condivise le emozioni, l’intimità, controllando continuamente questi aspetti di sé. Inoltre, il bisogno di aderire a dei modelli normativi di virilità e quello di avere più potere della partner all’interno della relazione per non porsi mai in situazioni di svantaggio e quindi di fragilità, alimentano una virilità e una performatività precaria che va continuamente mostrata e dimostrata. Non si può ad esempio tollerare di essere traditi, perché questo metterebbe a rischio la rispettabilità sociale, l’immagine di famiglia da mulino bianco e in generale l’onore della famiglia, impersonata ovviamente dall’uomo di casa (Procentese et al., 2019).

Ma quindi chi sono gli uomini violenti?

Spoiler: non esiste nessun identikit. Anzi, la costruzione di una categoria di “uomini violenti” porta una scissione tra buoni e cattivi, normali e anormali, e tra sani e malati, che serve unicamente a non vedere e riconoscere il problema. Non si può escludere dall’equazione la cultura maschile, machista e patriarcale in cui siamo immersi e da cui nasce la violenza. Bisogna mettere in relazione la violenza e il modo in cui i maschi hanno imparato e scelto di diventare uomini.

La violenza di genere, infatti, è un modo di stare o di non stare nella relazione. È un comportamento scelto che esprime un modo di pensare in cui l’uomo, detentore in quanto tale del potere, si sente legittimato a svilire, umiliare, controllare, manipolare e addirittura cancellare l’esistenza della donna.

In conclusione, la violenza di genere non nasce “dal nulla”: è il frutto di abitudini culturali, stereotipi e squilibri di potere che si sedimentano nelle famiglie, nelle relazioni, nei gruppi e nelle istituzioni. In Italia la visibilità pubblica del problema è cresciuta con i movimenti femministi a partire dagli anni ’70; tuttavia permangono narrazioni e comportamenti quotidiani — battute sessiste, controllo dei corpi, minimizzazione dei vissuti — che rendono possibile e mantengono un sistema violento.

Il contrasto a questa forma di violenza è una rivoluzione romantica, un modo di ripensare a come stare nelle relazioni e una lotta per un cambiamento politico, materiale e collettivo. Come professionist* della salute mentale, crediamo che la cura passi anche attraverso la politicizzazione dei saperi e delle analisi psicologiche. A rivoluzionare l’amore saranno in parte le emergenti consapevolezze individuali ma la vera forza è l’integrazione delle parti: individuali, sociali e psicologiche.  

Non basta prendersi cura delle piante. Bisogna anche cambiare il terreno in cui mettono radici. (Tuaillon,2021).

Bibliografia

Bauman Z., (2003), Amore liquido: Sulla fragilità dei legami affettivi. Editori Laterza, Roma.

Bozzoli A., Merelli M., Ruggerini M. (2017) (Eds) Il lato oscuro degli uomini. La violenza maschile contro le donne: modelli culturali d’intervento, IIIed. Roma: Ediesse Editori.

Coral Herrera Gòmez (2018), Mujeres que ya no sufren por amor: trasformando el mito romàntico, Catarata editore

Melandri Lea, (2011) Amore e violenza, il fattore molesto della civiltà, Bollati Boringhieri editore, Torino.

Procentese, F., Gatti, F., & Di Napoli, I. (2019). Families and Social Media Use: The Role of Parents’ Perceptions about Social Media Impact on Family Systems in the Relationship between Family Collective Efficacy and Open Communication. International Journal of Environmental Research and Public Health, 16, 5006. 

Tuaillon V. (2021) Il cuore scoperto. Per ri-fare l’amore. A cura di Associazione Vanvera, add editore, Torino.

+

Sospensione degli antidepressivi in sicurezza: cosa dice la scienza e come farlo senza effetti collaterali


Pubblichiamo la traduzione integrale dell’articolo del 18 Dicembre 2014 pubblicato dal Guardian Australia, “The new science ending the ‘terror and panic’ of coming off long-term antidepressant use“

Nel 2006, Anna King fu coinvolta in una causa in tribunale di famiglia che le causò stress e traumi profondi. Quando le fu prescritto un antidepressivo per aiutarla a far fronte alla situazione, era inizialmente incerta.

“Ero titubante all’idea di prendere un antidepressivo e chiesi informazioni al mio psichiatra sulla loro sicurezza”, racconta. “Mi fu detto che erano sicuri e che potevano essere interrotti in qualsiasi momento”.

Ma la King, che vive ad Adelaide, afferma che quel consiglio si rivelò errato. Sta ancora smettendo di assumere un tipo di antidepressivo noto come inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina (SSRI), a più di otto anni dall’inizio della terapia.

Questo processo, dice, l’ha portata a soffrire di gravi sintomi di astinenza, causando nella sua vita “una sofferenza, una disabilità e delle perdite profonde”.

Mentre alcune persone sperimentano giorni o settimane di sintomi di astinenza quando riducono gli antidepressivi, e altre non ne sperimentano affatto, King sta vivendo un fenomeno noto come “astinenza protratta” – a volte indicato anche come “sindrome da astinenza post-acuta”.

Le persone che ne soffrono accusano sintomi che possono persistere per mesi o addirittura anni, molto tempo dopo che l’antidepressivo è stato eliminato dall’organismo.

Nel 2022-23, in Australia sono state rilasciate 1.269 prescrizioni di antidepressivi ogni 1.000 abitanti. Il paese ha uno dei tassi di consumo di antidepressivi pro capite più alti tra i paesi OCSE. Si registra un uso particolarmente alto e prolungato tra le donne e un consumo crescente tra gli adolescenti e i giovani.

Ma con l’aumento delle prescrizioni, crescono anche le preoccupazioni sulla mancanza di linee guida basate su evidenze scientifiche su quando e come interrompere in sicurezza questi farmaci.

La King e i professionisti della salute – incluso il dottor Mark Horowitz, un medico che ha co-redatto le linee guida per la deprescrizione degli antidepressivi – affermano che i professionisti sanitari australiani devono prendere più seriamente il problema dell’astinenza protratta. Quelle linee guida sono state approvate dal Royal Australian College of General Practitioners (Medici di Base) a luglio, ma, sostengono, è necessaria più formazione per i medici in tutto il paese.

Mentre i sintomi di astinenza persistenti e gravi dovuti a farmaci come gli oppioidi o le benzodiazepine sono ben noti, “le sindromi da astinenza gravi e persistenti da antidepressivi sono state a lungo trascurate o minimizzate”, secondo un articolo pubblicato sulla rivista Therapeutic Advances in Psychopharmacology.

Nel 2023, nel Regno Unito, il sistema clinico di cartelle del Servizio Sanitario Nazionale (NHS) ha aggiunto “astinenza protratta” ai termini medici ufficiali nel suo database. Ciò significa che i pazienti che ne soffrono possono essere registrati e si possono raccogliere dati migliori su come vengono colpiti. L’NHS ha anche istituito una clinica per la deprescrizione per aiutare i pazienti a ridurre gli antidepressivi in modo più sicuro.

Uno studio co-redatto da Horowitz e pubblicato sulla rivista Molecular Psychiatry ha esaminato tutti gli studi di alta qualità esistenti sulla frequenza dei sintomi da astinenza da antidepressivi e sui fattori di rischio. Guidato dall’unità cinese per la dipendenza da farmaci, lo studio ha rilevato che il 43% dei pazienti intervistati ha sperimentato effetti dell’astinenza interrompendo l’antidepressivo.

Più a lungo i pazienti assumevano antidepressivi, più era probabile che sperimentassero effetti da astinenza protratta e più gravi questi effetti erano.

Sebbene la neurobiologia di base dell’astinenza protratta non sia del tutto nota, Horowitz spiega che gli antidepressivi – in particolare gli SSRI e gli inibitori della ricaptazione della serotonina e della noradrenalina (SNRI) – riducono il numero e la sensibilità dei recettori della serotonina nel cervello. Questi farmaci agiscono aumentando la disponibilità di serotonina, un neurotrasmettitore che influenza memoria, fame, sonno, umore e altre funzioni.

Horowitz afferma che il cervello si adatta a questo aumento riducendo il numero e la sensibilità dei recettori della serotonina, poiché inizia a aspettarsi la serotonina dal farmaco e cerca di mantenere l’equilibrio.

Gli antidepressivi possono anche influenzare altri sistemi di neurotrasmettitori, come la dopamina e la noradrenalina, e queste complesse interazioni richiedono tempo per riequilibrarsi dopo l’interruzione dell’antidepressivo.

Si pensa che l’uso a lungo termine possa portare a cambiamenti strutturali o funzionali nel cervello, da cui può richiedere mesi o anni riprendersi completamente – molto più del tempo necessario all’organismo per eliminare il farmaco, dice Horowitz. Il ripristino della densità e della sensibilità dei recettori da parte del cervello può essere lento, lasciando il cervello in uno stato disregolato.

Se chi assume antidepressivi a lungo termine li interrompe troppo rapidamente e senza una guida basata sull’evidenza, gli effetti collaterali sono “spesso brutali e a volte possono richiedere mesi o anni da cui riprendersi”, afferma Horowitz.

“Può essere pericoloso per la vita o debilitante”.

Questo è stato il caso della King. Infermiera professionista, non esercita più la professione a causa delle malattie e dei sintomi sofferti per molti anni mentre cercava di smettere di prendere il suo antidepressivo e altri farmaci psichiatrici. La sua esperienza, dice, è un esempio di ciò che può andare storto quando un antidepressivo viene sospeso bruscamente e quando i sintomi dell’astinenza vengono diagnosticati erroneamente come una ricaduta (della malattia).

Nel 2015, i fattori di stress nella sua vita che l’avevano portata a assumere il farmaco si erano attenuati, ma la King sentiva che la sua salute mentale e fisica continuavano a peggiorare, poiché soffriva di stanchezza, perdita della libido e aumento di peso. Iniziò a chiedersi se la causa fosse il suo farmaco e chiese al suo psichiatra di interromperlo.

Sotto guida medica le fu detto di ridurre gradualmente il farmaco nell’arco di 10 giorni. Ora capisce che quel consiglio era inadeguato. Dopo quasi 10 anni di assunzione, aveva bisogno di una riduzione molto più lunga e graduale.

“I sintomi risultanti sono stati devastanti e non ero in grado di funzionare, figuriamoci tornare a lavorare come infermiera”, dice la King.

“Nei mesi successivi, ho sviluppato sintomi di astinenza debilitanti a livello fisico, cognitivo e psicologico, tra cui pressione e dolore alla testa, vertigini, nausea, affaticamento, sensibilità alla luce e al suono, irritabilità, difficoltà cognitive, agitazione, ideazione suicidaria e un terrore e un panico così debilitanti che avevo paura di uscire di casa”.

Non aveva mai sperimentato questi sintomi prima di assumere antidepressivi.

Il suo psichiatra attribuì i sintomi a un ritorno della malattia psichiatrica e questa errata diagnosi “ha innescato una cascata di prescrizioni”, dice, durante la quale le furono prescritti altri antidepressivi e benzodiazepine. Arrivò a assumere 14 farmaci diversi in momenti e combinazioni differenti, tra i quali veniva alternata mentre soffriva di reazioni avverse ai farmaci e effetti di astinenza per ciascuno.

“Il terrore che ho provato in quegli anni è stato così profondo, mi sentivo come se stessi soffocando nella mia stessa pelle”, racconta la King. “Avevo una acatisia grave [irrequietezza], tremori, pelle che bruciava, una stanchezza che faceva male alle ossa, intolleranza alla luce, al suono e al tatto.

“Dormivo a malapena ed ero reclusa in casa, senza qualità della vita”.

Alla fine del 2017, era “malata, terribilmente spaventata e disperata” in cerca di risposte che sentiva di non ricevere dai medici specialisti. La King si rivolse a forum online e trovò migliaia di persone che parlavano delle loro esperienze con gli antidepressivi – in particolare, di come i loro sintomi peggioravano quando cercavano di smettere, anche seguendo i consigli medici standard.

Ora è dimostrato che la riduzione standard dei farmaci è troppo rapida e può causare sintomi gravi, specialmente in chi li assume da lungo tempo. Queste persone hanno bisogno di una riduzione molto più lenta, attenta e non lineare, che a volte avviene nell’arco di anni, nota come “riduzione iperbolica” (hyperbolic tapering).

“Così ho intrapreso il dolorosamente lento viaggio di recupero, implementando la riduzione iperbolica con il supporto di sconosciuti online”, dice la King. Sta ancora riducendo il suo farmaco SSRI.

“Ho fatto molta strada, ma è un processo lento. La mia salute continua a migliorare. Non sono più tormentata da picchi di panico e terrore che mi facevano sentire in pericolo, quindi posso uscire di casa, parlare con le persone e ho ricominciato a socializzare. Posso aprire le tende e godermi il sole sul viso, posso ascoltare musica e guardare film, mio marito può abbracciarmi – poiché non soffro più di intolleranza alla luce, al suono e al tatto.

“Spesso rifletto su quanto sarebbero stati diversi gli ultimi nove anni della mia vita se questo [la riduzione iperbolica] fosse stato implementato dal mio psichiatra fin dall’inizio… Così tanto dolore e sofferenza sarebbero stati evitati”.

La King vuole ora informare i professionisti della salute sull’astinenza protratta e sulla riduzione iperbolica, e sull’importanza di informare i pazienti al momento della prescrizione sul potenziale rischio di astinenza. A luglio è stata invitata a condividere la sua storia a un evento organizzato dalla sezione NSW del Royal Australian College of General Practitioners e dalla NSW Mental Health Commission.

La dottoressa Elizabeth Moore, presidente del Royal Australian and New Zealand College of Psychiatrists (RANZCP), afferma che gli antidepressivi possono essere utili per molte persone con depressione e ansia da moderate a severe.

“Non sono una soluzione rapida, ma una componente di una strategia più ampia e compassionevole per aiutare le persone a riprendere il controllo della propria vita”, dice.

“Le linee guida del RANZCP sottolineano la necessità di un piano di cura individualizzato e centrato sul paziente per gestire la depressione e altri disturbi dell’umore, che dia priorità al benessere generale e minimizzi i danni per l’individuo”.

Per coloro che si sentono pronti a smettere gli antidepressivi ma sono preoccupati per i potenziali sintomi di astinenza e per il tempo necessario per una riduzione sicura, Horowitz ha un consiglio: “Non tutti coloro che li usano da lungo tempo avranno bisogno di anni per smettere, alcuni possono farlo in pochi mesi e altri non avranno alcun problema – c’è una grande variabilità.

“Dico alle persone: ‘vai più veloce che puoi, e più lento che devi’.”

+

Rete psicoterapia sociale e Power Threat Meaning Framework

Sabato 6 dicembre dalle ore 9.30 alle ore 12.00 la Rete di Psicoterapia Sociale organizza, nel contesto dei webinair “Welfare e Salute Mentale oggi” un dialogo attorno al PTM.

Fabio Vanni, direttore della Rete di Psicoterapia Sociale, dialogherà con Matteo Bessone (TiAscolto!) e Marco Sasson (TiAscolto!, Istituto Mitchell) sulle potenzialità, le implicazioni, i presupposti, gli ostacoli e lo stato dell’arte dell’adozione e dell’utilizzo del Power Threat Meaning Framework nei sistemi e contesti di clinici e di cura.

Vi invitiamo a partecipare a questa occasione di approfondimento su uno strumento che fornisce una leva utile per l’integrazione tra aspetti clinici e politici finalizzati alla giustizia sociale e l’equità.

L’accesso è libero.

+

La Scuola Popolare di Salute Mentale prende forma

Dopo il partecipato e intenso incontro di apertura del 26 settembre al Cecchi Point, con Ugo Zamburru e Sara Manzoli, la Scuola Popolare di Salute Mentale prosegue il suo cammino!

Il prossimo appuntamento sarà venerdì 24 ottobre, dalle 18 alle 20, presso via Baltea a Torino.
Sarà un incontro in plenaria e, questa volta, operativo: un momento per far emergere insieme i temi e le esperienze che diventeranno il cuore del percorso dei prossimi mesi.

Durante la serata si formeranno anche i sottogruppi di lavoro, che diventeranno i protagonisti della seconda fase del progetto. Ogni gruppo avrà il compito di ideare e costruire una parte del programma formativo della Scuola, a partire dai saperi, dalle pratiche e dai vissuti dei/delle partecipanti.

Il percorso porterà, nella primavera del 2026, alla realizzazione di un’iniziativa pubblica collettiva co-prodotta: un momento per condividere i risultati, le riflessioni e le proposte emerse dal lavoro comune.

La Scuola Popolare nasce dal desiderio di costruire un sapere condiviso e dal basso sulla salute mentale, riconoscendo il valore delle esperienze di chi vive il disagio psichico e creando spazi di partecipazione, emancipazione e confronto.

Per chi non era presente al primo incontro, ma desidera unirsi al percorso, è possibile lasciare i propri contatti entro il 19 ottobre compilando il seguente modulo:
👉 Partecipa alla Scuola Popolare di Salute Mentale

La Scuola desidera essere uno spazio accessibile a tutte e tutti. Chi avesse esigenze specifiche (come interpretariato LIS o traduzione in altre lingue) può scrivere a salute.mentale@arcitorino.it: cercheremo insieme la soluzione migliore.

Un percorso collettivo è appena cominciato — fatto di voci, esperienze e desideri di cambiamento.
La Scuola Popolare di Salute Mentale è aperta: ti aspettiamo per continuare a costruirla insieme !

+

Il viaggio di Marco Cavallo nei CPR – 2^tappa: Milano

Lo scorso sabato 20 settembre abbiamo accompagnato Marco Cavallo nella tappa milanese del suo viaggio nei CPR, i Centri di Permanenza per il Rimpatrio delle persone migranti. Un corteo colorato e battagliero che ha attraversato parte della città fino al tratto antistante il CPR di Via Corelli, dove si sono tenuti interventi del Forum Salute Mentale e delle altre realtà promotrici e aderenti all’iniziativa.

Di seguito potete leggere il testo del nostro intervento:

<<Liberiamoci delle istituzioni totali, pratichiamo una cura collettiva contro il razzismo e le disuguaglianze sociali.

Ciao a tuttx, siamo lo Sportello Ti Ascolto Milano e vogliamo partecipare con una nostra riflessione collettiva a questa giornata di mobilitazione.
Si è celebrato nel 2024 il centenario della nascita di Franco Basaglia, tra dibattiti, libri, mostre che ricordano tra le tante capacità dello psichiatra e militante veneziano quella di aver contribuito all’apertura prima e chiusura poi dei manicomi, conquista fondamentale per la storia del nostro paese ed esempio nel mondo di come fosse possibile agire l’impossibile, abolire una delle forme più violente di internamento, controllo e annichilimento dell’essere umano costituito attorno alla segregazione dei folli e della loro presunta pericolosità sociale.
Le celebrazioni sono state variegate, e in molti contesti si è fortunatamente messo al centro l’urgenza attuale di rendere presente quel pensiero e quella pratica, perché i manicomi, in realtà, non sono scomparsi dalla nostra storia e dalla nostra quotidianità.
I CPR sono uno dei luoghi eredi di quella funzione, così come il carcere, le RSA come altri servizi di salute mentale basati di fatto sulla coercizione e la privazione totale di soggettività, dignità delle cure e autodeterminazione. I CPR però svolgono un ruolo specifico e fondamentale nell’intreccio da razzismo strutturale ed istituzionale, difesa dei confini europei e pulizia sociale delle città della e dalla miseria. Il suo statuto giuridico ai limiti del diritto, come molti dei provvedimenti e delle istituzioni destinate al contenimento dei flussi migratorio, lo rende un “non-luogo” perfetto per rapire senza alcun reato persone senza documenti, trattenerle ingiustificatamente per lunghi periodi in stati indegni anche per le peggiori carceri italiane ed espellerli nei nuovi quanto inutili e anticostituzionali centri di detenzione ed espulsioni albanesi varati dal governo Meloni. In questi contesti la vera colpa delle persone internate è il processo di razzializzazione che vivono e subiscono, nell’essere persone nere e del sud globale, corpi utili solamente per produrre e riprodurre col massimo dei profitti in alcuni dei settori essenziali delle nostre economie, dall’agricoltura, alla logistica alle cure a domicilio, e allo stesso tempo nemico pubblico numero uno sempre più nel mirino delle politiche securitarie e fasciste dell’estrema destra al governo così come del centro-sinistra negli ultimi quarant’anni. In questo processo gli strumenti e il lavoro della salute mentale sono fortemente utilizzati come strumento di controllo e disciplinamento delle persone internate: oltre a forme di violenza fisica indiscriminata e condizioni di vita ai limiti della tortura, le persone rinchiuse sono costrette ad un’assunzione spesso forzata di psicofarmaci con una funzione esplicitamente sedativa, per bloccare le minime richieste di diritti, accesso ad avvocati e i tentativi di rivolta, come emerso in numerose indagini indipendenti.
Numerosi appelli di psicologx e professionistx della salute mentale hanno tentato di interrompere la complicità della nostra categoria con questa ignobile gestione, e il viaggio di Marco Cavallo si propone come slancio ulteriore nel provare a bucare le mura di questi nuovi lager con un simbolo storico che è diventato a suo tempo il caso esemplare di come dalla violenza più assoluta possano nascere vie di fuga inaspettate per tutta la società, fatte di immaginazione collettiva a pensare come liberarci tuttx piuttosto che soccorrere delle vittime.
Qui sta un punto fondamentale per noi: cercare di fare tutto il possibile per ascoltare e sostenere le voci e le lotte di chi dentro i CPR è rinchiuso, fornendo tutto il supporto possibile e riconoscendo il ruolo cruciale dell’autodeterminazione di queste persone, delle loro scelte, strategie, bisogni e desideri. Essere solidali senza mai coprire, sovrainterpretare, mistificare le volontà di queste soggettività e mettendo in discussione costantemente il nostro posizionamento sociale, culturale, storico, come ci indicano le lotte decoloniali in tutto il mondo. Essere solidali come psicologx significa mettere in discussione il nostro lavoro per il mandato che ci viene richiesto, di riadattamento e controllo sociale, e metterci a disposizione per combattere le disuguaglianze sociali e le oppressioni strutturali di genere, razza e classe che attraversano la società, il nostro lavoro clinico e le nostre vite.
La tutela e prevenzione della salute mentale, come ormai ampiamente dimostrate dalle ricerche e approcci basati sulle determinanti sociali, è fatta anche e soprattutto di case abitabili e accessibili, di lavori ben pagati, di sanità e istruzione gratuite e garantite universalmente, di un territorio dove potersi muovere, respirare, vivere liberamente e dignitosamente senza il ricatto di un documento.
Per questo oltre a sottrarci a diventare aguzzini, rifiutandoci di diventare disciplinatori dellx marginalizzatx, possiamo e dobbiamo mobilitarci per una trasformazione del nostro ruolo e della società attraverso nuove rivendicazioni e nuove visioni della cura che sono ormai ben diffuse non solo in ambienti di nicchia, che in tante parti del mondo dimostrano che forme di cura comunitaria, partecipata, basata sui bisogni di salute pubblica sono pienamente efficaci per il benessere della popolazione, riducono gli impatti patologici e patogenici, ma soprattutto permettono la costruzione di una società più giusta e libera.
Noi camminiamo a fianco di Marco Cavallo, contro le istituzioni totali e il mondo che lo produce, generatore di genocidi, catastrofi climatiche e sfruttamento infinito, perché una nuova fantastica bestia selvaggia possa sfondare i cancelli di tutti questi luoghi e permetterci di volare sulle sue ali, senza confini e in una società piena di bellezza, gioia e libertà nelle vite di tuttx.
Viva Marco Cavallo, morte ai CPR!>>

Grazie alla rete Mai più Lager – NO ai CPR per le ultime due immagini.

+

L’azzardo al femminile

Lo Sportello TiAscolto di Bologna in collaborazione con Porta Pratello hanno organizzato un interessantissimo evento a cui partecipare!

L’azzardo al femminile. Donne che giocano d’azzardo: adrenalina, indipendenza e fuga dalla realtà.

Un incontro in cui attraverso la presentazione del podcast “L’ultimo azzardo” e la testimonianza di alcune donne giocatrici compulsive si parlerà del tema ancora poco conosciuto del gioco d’azzardo al femminile!

Vi aspettiamo!!!


@Porta Pratello:

FB: https://www.facebook.com/portapratello/?locale=it_IT

IG: https://www.instagram.com/porta.pratello/