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Verso la Scuola Popolare di Salute Mentale di Torino

Un nuovo percorso collettivo sta per prendere vita a Torino: la Scuola Popolare di Salute Mentale, un progetto pensato e costruito dal Tavolo Salute di Arci Torino, a cui in questi mesi hanno partecipato attivamente Ti Ascolto Aps, Cactus Psicologia, Co.Mu.net – Officine Corsare, e Inv3rso Aps.

L’obiettivo è ambizioso e necessario: rompere l’asimmetria tra chi detiene il sapere-potere e chi lo subisce, restituendo voce, potere, validità e legittimità alle esperienze di utenti, familiari, operatori e comunità. La Scuola sarà uno spazio partecipativo, orizzontale e critico, che vuole rimettere al centro il sapere vissuto e condiviso su salute e disagio mentale.



Il primo appuntamento si terrà giovedì 26 settembre 2025, dalle ore 18.00 alle 20.00, presso il Cecchi Point. Sarà l’occasione per dare ufficialmente avvio al percorso di co-costruzione della Scuola, coinvolgendo tutte le realtà associative e le persone interessate.

Durante l’incontro ci confronteremo con Sara Manzoli e Ugo Zamburru che hanno dato vita alla Scuola Popolare di Psichiatria di Modena, un’esperienza preziosa da cui trarre spunti e ispirazione e con cui confrontarsi.

L’invito è rivolto a tutte le associazioni e ai soggetti della rete Arci e non solo, con l’auspicio che questo spazio possa diventare anche un’occasione concreta per dare seguito alle tante proposte emerse nei tavoli di lavoro del percorso congressuale di Arci Torino

La costruzione della Scuola si articolerà in quattro fasi distinte, pensate per garantire un coinvolgimento ampio e reale:

  1. Avvio del percorso (26 settembre)
    Incontro pubblico di presentazione e confronto, con l’intervento dell’esperienza di Chiara Manzoli e Ugo Zamburru della Scuola Popolare di Psichiatria di Modena.
  2. Co-costruzione del programma (ottobre – dicembre 2025)
    Due incontri in plenaria e lavoro in sottogruppi tematici per definire insieme i contenuti e le modalità della Scuola.
  3. Svolgimento della Scuola Popolare (primavera 2026)
    Il cuore del progetto: attività, incontri e formazioni da marzo ad aprile, secondo le linee guida emerse dal lavoro collettivo.
  4. Produzione di materiali e strumenti
    A valle del percorso, verranno realizzati strumenti divulgativi e di documentazione per condividere e diffondere le esperienze.

La Scuola Popolare di Salute Mentale vuole essere una costruzione collettiva, aperta e radicale, capace di generare conoscenza e strumenti a partire dalle esperienze vissute. È anche un’occasione concreta per sviluppare momenti di formazione e riflessione condivisa, rispondendo al bisogno emerso in molti spazi associativi e comunitari.

Ti Ascolto Aps, insieme a tutte le realtà coinvolte nel Tavolo Salute, invita chiunque sia interessato a partecipare e contribuire al percorso.
In allegato trovate la locandina dell’incontro del 26 settembre e una descrizione più approfondita del progetto.

Per maggiori informazioni:
📍 Incontro di avvio: 26 settembre 2025, ore 18.00, Cecchi Point, Via Antonio Cecchi, 17, 10152 Torino TO (Torino)
📎 [Scarica la locandina qui]
📎 [Leggi la presentazione estesa del progetto qui]

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La deprescrizione nel Nuovo Piano Nazionale 2025-2030

Abbiamo chiesto a Copilot di guidarci nella lettura del Nuovo Piano di Prevenzione con un’attenzione particolare alla deprescrizione. Ecco cosa ne è venuto fuori.

Il nuovo Piano Nazionale 2025-2030 prova a riformare l’assistenza psichiatrica in Italia, riconoscendone le carenze e promuovendo la centralità della persona. Ma una parola non compare mai: “deprescrizione”. Una scelta comunicativa che lascia aperti molti interrogativi.

🔍 Un Piano coraggioso, ma incompleto

Il documento, frutto del lavoro del Tavolo tecnico per la salute mentale istituito nel 2023, prende atto di una situazione grave:

“I dati pubblicati nel 2023 dal Sistema Informativo per la Salute Mentale del Ministero della Salute (SISM) sono particolarmente allarmanti e testimoniano un grande divario tra domanda, bisogni e offerta.”

Il Piano propone quindi una riforma basata su:

  • appropriatezza dei trattamenti;
  • integrazione sociosanitaria;
  • lotta allo stigma;
  • valorizzazione dell’ambiente di vita e dei determinanti sociali;
  • percorsi personalizzati e multidisciplinari.

Tutto in coerenza con gli standard internazionali dell’OMS e della Commissione Europea.

💊 La deprescrizione c’è… ma non si vede

In nessuna sezione del Piano, né nella tabella delle azioni operative, compare il termine “deprescrizione”. Eppure, il documento riconosce che molte terapie farmacologiche non sono sempre appropriate:

“[…] la qualità e l’appropriatezza dei trattamenti, basati su evidenze scientifiche (Evidence Based Medicine), il rispetto della dignità e dei valori umani (Value Based Medicine)…”

Inoltre, viene esplicitata la necessità di:

“[…] percorsi terapeutici personalizzati, continuità delle cure, inclusione sociale, autonomia e qualità di vita.”

Tutto ciò implica una rivalutazione periodica delle terapie, compresa la possibilità di sospensione o riduzione. Eppure, queste azioni non vengono mai nominate direttamente, né descritte come pratica clinica strutturata.

✏️ Due nodi critici

1️⃣ Silenzio operativo. Pur riconoscendo l’inappropriatezza diffusa, il Piano non fornisce indicazioni concrete sulle pratiche correttive. Parlare di “uso consapevole dei farmaci” è importante, ma insufficiente se non si afferma chiaramente che, in certi casi, ridurre o sospendere le terapie è necessario.

2️⃣ Ambiguità culturale. La mancata menzione della deprescrizione rischia di rafforzare la centralità del farmaco come presidio terapeutico assoluto. Questo può rallentare la transizione verso cure più flessibili, orientate alla qualità della vita e già validate in ambito internazionale.

🧩 Una scelta strategica? Riflessioni sulla struttura del Piano

La composizione del Tavolo tecnico e dei soggetti consultati spiega in parte questa omissione. Il documento è stato redatto e approvato con il contributo di direttori di Dipartimento, società scientifiche, enti regolatori, istituzioni ministeriali — con un coinvolgimento limitato delle associazioni di utenti.

“Tenuto conto che per l’elaborazione del suddetto Piano […] ha coinvolto esperti, professionisti e Associazioni e soggetti auditi su richiesta.”

Tale struttura, pur ricca di competenze, potrebbe aver portato a una comunicazione prudente, evitando termini controversi come deprescrizione, che avrebbero potuto generare attriti nei servizi dove il trattamento farmacologico è dominante.

📣 Per una salute mentale che parli chiaramente

La deprescrizione non è un tabù, ma una pratica clinica basata su evidenze, orientata alla sicurezza e al benessere. Il Piano apre spazi di innovazione, ma lascia agli operatori la responsabilità di decifrare e implementare ciò che non è scritto.

Serve più coraggio, anche nelle parole. Perché ciò che non si dice conta quanto ciò che si scrive.



E se lo dice Copilot…

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L’epoca della vulnerabilità. Come la psicologia ha invaso le nostre vite.

di Gioele Cima, Piano B Edizioni, 2024.

Viviamo in un tempo in cui il lessico della fragilità è ovunque: nei discorsi politici, nelle pratiche educative, nelle narrazioni sociali.

L’epoca della vulnerabilità è un saggio agile, dallo stile incisivo e accessibile, che si propone di smascherare una delle narrazioni dominanti del nostro tempo: quella della fragilità come cifra universale dell’umano. L’autore tenta un’analisi provocatoria, muovendosi tra psicologia, cultura e politica, per mostrare come l’odierna centralità della vulnerabilità non sia solo un riflesso del nostro tempo e non sia affatto neutra, ma un preciso dispositivo di governo, con implicazioni profondamente politiche.

Il testo si apre con una diagnosi: nella nostra epoca, la vulnerabilità è diventata una categoria centrale, quasi un feticcio, e la psicologia – e soprattutto la psicoterapia – ha trasceso i propri confini disciplinari per diventare uno strumento ideologico. Un’accusa non nuova, ma che meriterebbe di essere declinata con maggiore precisione, non lontana dalle critiche sollevate dal concetto di “Psicoterapismo”. Laddove il libro tenta di smascherare i limiti del “paradigma terapeutico”, finisce spesso per ridurne le complessità e ridurre la complessità discorsivo-analitica. Ad esempio, la psicologia umanistico-esistenziale viene presentata esclusivamente come veicolo principale di una retorica dell’autorealizzazione individuale, solipsistica e derealizzante.

Cima guarda con sospetto alla crescente “culturalizzazione del trauma”, alla “società della cura di sé” e al linguaggio terapeutico come nuova grammatica dell’identità. Il messaggio è importante ma sicuramente non è attuale, per quanto lo diventarlo vista la pervasività dei dispositivi clinici. Sin dalle prime pagine, ci si muove in una cornice teorica vicina a quella di Frank Furedi (e della critica sociale anglosassone), tracciando il modo in cui la psicologia – più che come disciplina clinica – si è affermata come linguaggio culturale dominante. Tuttavia il riferimento a Furedi, da cui l’autore attinge a piene mani, nel libro viene solo sfiorato. Questo parziale silenziamento delle fonti può dare l’impressione di un discorso originale, soprattutto a un lettore non specialista, pur rielaborando posizioni ampiamente sviluppate in modo più approfondito da numerosissimi altri autori: basti pensare a Philipe Rieff, marito di Susan Sontag, nel testo del ’66 “The Triumph of the Therapeutic ”, o a Lasch, col suo classico “La cultura del narcisismo”, o al più recente “The Coddling of the American Mind”, del 2018 di Haidt, fino ad arrivare a “Bad Therapy” che, attraverso lo stesso semplicismo che caratterizza il testo di Cima, ha il merito di concentrarsi sull’impatto ambivalente della cultura terapeutica sulle istituzioni educative, dalla scuola alla famiglia, e infine sulla salute di bambini e bambine. Quanto il lavoro di Cima sia, di fatto, principalmente una divulgazione del lavoro di Furedi si evince dalla scelta del titolo. Questo sembra una crasi tra il titolo delle versione originale del lavoro di Furedi: “Therapy Culture: Cultivating Vulnerability in an Uncertain Age” e le diverse traduzioni del titolo nella versione italiana “Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana” e “Contro la psicologia. Come la deriva terapeutica rende vulnerabili individui e società”.

I capitoli affrontano i macro-temi, affrontati ampiamente da tutti questi autori, di una “psicologia pop”, normalizzante, che si esprime attraverso social media, formazione scolastica, politiche del benessere e il cui linguaggio, apparentemente inclusivo e depatologizzante, diventa funzionale al mantenimento dell’ordine esistente. In quest’ottica Cima sottolinea come la psicologia contribuisca a costruire un soggetto fragile, emotivamente instabile, cronicamente bisognoso di cura. Un soggetto funzionale al neoliberismo: non contesta, ma si adatta; non organizza resistenza, ma si analizza. In questo quadro, la cura smette di essere una pratica relazionale o politica e diventa un imperativo individuale, una tecnica di autogestione del disagio.

Tuttavia, proprio in questa semplificazione radicale sta il limite del libro. Nel tentativo di costruire una tesi forte, Cima finisce per appiattire la complessità della sofferenza psicologica, dei suoi contesti e culturale. La pluralità degli approcci psicologici viene ridotta a un unico schema di normalizzazione, e l’analisi rischia di tralasciare proprio quegli spazi di resistenza e trasformazione che pure posso esistere dentro e fuori i saperi (e i setting) terapeutici e le pratiche cliniche, basti pensare ad esempio alle Free o Social Clinics. Un ulteriore elemento su cui il lavoro di Cima evidenzia criticità sostanziali sono le modalità discorsive, che appaiono molto legate alla medesima dimensione individuale che l’autore, a partire dalla sua vicinanza a Lacan, adotta, in maniera simile a ciò che costituisce l’oggetto della sua critica.

Rimane comunque un libro utile, provocatorio e necessario oggigiorno, soprattutto per chi si occupa di cura, salute mentale, educazione. Perché, al di là delle semplificazioni, pone una domanda centrale: chi decide cosa significa stare bene? E a quale costo?

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Demon Copperhead – Barbara Kingsolver

Ed. Neri Pozza, 2023.

Demon Copperhead è un romanzo di Barbara Kingsolver ambientato nella Virginia rurale degli anni 90, durante l’epidemia di oppioidi negli Stati Uniti.  Demon è l’eroe dal cuore d’oro alla David Copperfield, che lotta contro un sistema sociale disfunzionale, famiglie affidatarie abusive e soprattutto contro il peso del proprio passato. Nel libro la voce narrante è quella di Demon, che racconta in prima persona la sua storia e Kingsolver sa ritrarre con cura cosa significhi crescere in un ambiente emotivamente deprivato, caratterizzato dalla violenza e dal trauma che fanno sentire il protagonista invisibile, insicuro e ancor peggio, un peso per il mondo. Demon ha relazioni affettive spesso disfunzionali: desidera l’amore e la protezione, ma teme il rifiuto, e finisce spesso per sabotare ogni legame che potrebbe aiutarlo. Kingsolver riesce a far emergere tutto questo con una scrittura che alterna ironia, rabbia, lucidità e dolore.
Il tema della dipendenza è chiaramente centrale e così potente che il lettore entra insieme a Demon nella gradualità della sua dipendenza e negli abissi che la circondano. La discesa di Demon nella dipendenza da oppiacei non è solo una vicenda sociale — benché il libro denunci in modo esplicito le responsabilità dell’industria farmaceutica — ma soprattutto una scelta inconscia, una strategia di sopravvivenza psichica. La droga diventa una forma di anestesia, un disperato tentativo di proteggersi. Eppure, anche nel baratro, Demon conserva una scintilla di lucidità, un filo di desiderio di salvezza che non si spegne mai del tutto.
Kingsolver mostra con grande forza la complessità dell’essere umano anche in contesti estremi.
In definitiva, Demon Copperhead è un romanzo struggente, necessario e straordinariamente attuale. È una denuncia sociale, sì, ma anche un inno alla rivalsa e alla capacità di rialzarsi di chi, nonostante tutto, continua a provare, a vivere e a raccontarsi e a pensare che qualcosa di buono possa ancora esserci. Un libro che rimane dentro, perché ci ricorda quanto sia fragile l’equilibrio tra salvarsi e perdersi e a quanto possa fare la differenza anche una sola voce che continui ad avere fiducia, anche un solo orecchio ancora disposto ad ascoltare.

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La Vegetariana — Han Kang

ed. Adelphi, 2016

E se fosse tutto un sogno? Se la vita che viviamo non fosse reale, cosa farebbe male davvero? Chi deciderebbe per la vita o per la morte di qualcuno? Cosa sarebbe la normalità?
La vegetariana è un libro di Han Kang, scrittrice sudcoreana Premio Nobel per la letteratura 2024, pubblicato in Italia da Adelphi nel 2016. Tra le motivazioni per cui è stata insignita del prestigioso premio si legge “per la sua intensa prosa poetica che affronta i traumi storici ed espone la fragilità della vita umana”.

Il libro racconta la storia di una donna, Yeong-hye, che in seguito ad un sogno decide improvvisamente di non voler mangiare più carne.

Il libro tocca intensamente il lettore perché racconta la profondità e la complessità dell’essere umano dietro le scelte apparentemente semplici o banali o prive di senso delle persone. Costringe ad andare oltre, molto oltre, tanto che nel mezzo della lettura ci si scorda del titolo del libro. Perché non è un libro sul vegetarianesimo, non è un libro su disturbi alimentari, non è un libro sui disturbi mentali. E’ qualitativamente altro: è la narrazione della sofferenza, del malessere, delle sue forme soggettive e uniche, nelle piaghe di una vita puntellata dalla quotidianità, dalle norme sociali, dal background familiare. E’ lo sviluppo di un dolore che assume gradualmente vita propria, che si impossessa del corpo e dell’anima della protagonista, fino a diventare anch’esso uno dei protagonisti del libro, un altro personaggio, qualcosa di “altro” che può esprimersi solo toccando o abitando le vite e le esperienze umane.
E’ la storia di un tormento familiare, di come il passato possa prorompere nel presente in un modo distruttivo e svuotante. La storia di un accudimento, unica forma di difesa dal dolore, che sembra quasi suggerire l’esistenza di una parte vincitrice e una perdente, una partita a scacchi con il destino. Le facce di una stessa medaglia che raccontano la stessa storia, il dolore a volte uccide e a volte svuota di vita un corpo che produce.

Uno dei temi principali del romanzo è quello della ribellione, della rinuncia alla sottomissione, dell’abbandono dei canoni, delle aspettative di ruolo sociali, parallelamente accompagnati dalla scoperta di sé, del proprio potere interiore, dei propri desideri e sogni (non a caso tutto inizia da un sogno). Quella che sembra essere sempre stata una moglie integerrima, una figlia devota, una donna ordinaria si trasforma improvvisamente in un essere silenzioso, eccentrico, incomprensibile, talvolta anche aggressivo. Ma questa forma di opposizione e creazione di una nuova esistenza è talmente impossibile da comprendere e accettare da parte della società che può essere solo raccontata dagli altri. L’Io della protagonista sembra non poter esistere, schiacciato dal Tu, dal peso della relazione che la relega e la definisce in ruoli ben precisi, in aspettative ben definite, che finiscono per essere disattese o completamente rotte, ma la vera interiorità della protagonista rimane inaccessibile.
Colpisce infatti la scelta stilistica dell’autrice, per cui la storia, suddivisa in tre parti, è interamente raccontata dal punto di vista degli altri: le parole della protagonista, i suoi pensieri, i suoi sogni restano sullo sfondo, detti e non detti, rimangono avvolti dal mistero, come se fossero meno comprensibili e meno dignitosi di quelli degli altri. Tutta la trama si sviluppa sulle azioni e reazioni degli altri, sui mondi interni di chi sta attorno alla persona che soffre di un disturbo, come spesso accade nella realtà. La protagonista viene quasi subito tacciata di essere pazza, folle, di aver perso il senno, la testa, di volersi lasciare morire eppure negli interstizi del racconto, si intravede una vita interna, fantasmatica ed emotiva, molto ricca della protagonista.
Il modo in cui viene descritta nel primo capitolo, quello del marito, è la presentazione di un corpo che è già svuotato della sua soggettività (banale, una donna ordinaria, una moglie come tante…) e proprio quel corpo femminile diventa non solo rifugio ma anche strumento di manifestazione del proprio dissenso. Il corpo diventa l’unico mezzo di autodeterminazione, e il vegetarianesimo solo una scusa, un ponte per poter giungere a rivendicare il proprio diritto ad esistere.
Due aspetti molto intensi si contrappongono: il modo in cui gli altri definiscono le scelte della protagonista (deliranti, folli, assurde, senza senso…) e la determinazione, la volontà, la forza fisica e l’aggressività con cui la protagonista le difende, fino all’ultimo giorno in ospedale.
E proprio l’ospedale psichiatrico è il contesto in cui si sviluppa il terzo capitolo, quello narrato dal punto di vista della sorella di Yeong-hye. L’ospedale psichiatrico, emblema nella società di un nutrimento forzato, doloroso, che contiene la fragilità dell’essere umano a volte distruggendola; proprio come l’esperienza di vita della protagonista e di sua sorella, chi accudisce distrugge e allontana da sé la follia.
Solo in questa ultima parte si dischiude un tentativo di comprensione e vicinanza, perché anche la sorella della protagonista si abbandona al proprio dolore, si autorizza a osservare e nominare il proprio malessere. Nel linguaggio del dolore, in questo nuovo codice comunicativo (che quasi abdica la necessità del canale verbale, tanto che la protagonista diviene quasi del tutto muta e incosciente) emerge la possibilità della condivisione, della comprensione e dell’accettazione.
Perché? È così terribile morire? La domanda che spiazza nel libro. Perché la morte viene nominata, presentificata, riconosciuta, e perché di morte si parla poco, se non quando accade (e neanche così spesso). La domanda davanti alla quale il lettore rimane smarrito, perché la morte è terribile “per definizione”, ma se qualcuno ci chiede il perché è difficile poter dare spiegazioni, abbozzare argomentazioni.
E poi quale morte? Quella del corpo? O esistono altre forme di morte, che possono essere ancor più dolorose? La normalità uccide perché uccide la specificità di ognuno. E forse l’intero romanzo altro non è che il racconto di una morte causata dalla normalità, dalla categorizzazione, dalla pressione a essere “conformi” alla società; di una morte scelta e abbracciata come estrema forma di liberazione.


È così che la follia spesso diventa lo specchio in cui ritrovare le tracce di sé, che permette di tornare su binari socialmente accettabili, fornendo un’immagine di ciò che sarebbe potuto essere. Il paziente diventa la panacea che mette a tacere la parte folle di ogni individuo che ne viene a contatto con lo sguardo. È così che la società divora la diversità, mostrando l’inaccettabile e mettendolo al bando.


“La vegetariana” , un titolo emblematico, diventa quindi il rappresentante del rifiuto di un nutrimento apparentemente vitale ma che in realtà distrugge la parte sana della protagonista, la formula magica per sopravvivere ad un ambiente di vita schiacciante, che la società legge come normalità.

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50 anni di SSRI: soppesare benefici e danni

Pubblichiamo la traduzione di un editoriale uscito su Lancet “50 years of SSRIs: weighing benefits and harms“, disponibile in versione originale qui .

Si tratta del commento di The Lancet al libro di Joanna Moncrieff’s Chemichal Imbalanced : fare e disfare il mito della serotonina. Il libro riprende una ricca letteratura di carattere scientifico e divulgativo relativo all’utilizzo degli antidepressivi e alcune riflessioni ampiamente analizzate in letteratura scientifica o in libri come Evidence-biased Antidepressant Prescription- Overmedicalisation, Flawed Research, and Conflicts of Interest.

Questa recensione non respinge le argomentazioni del testo. Tenta piuttosto, talvolta in maniera critica, di dialogarvi, sottolineando tuttavia l’urgenza di affrontare in maniera più concreta ed estesa temi come l’efficacia, l’interruzione dei trattamenti, l’ipermedicalizzazione e la pletora di bisogni non soddisfatti dai servizi di salute mentale a livello globale.

Segnala un punto cruciale: la disponibilità a rimettere in discussione assunti consolidati nella psichiatria, come pratica e come scienza. Tutto questo è possibile solo grazie all’impegno di attivisti, ricercatori e persone con esperienza diretta che continuano a sollevare tali questioni nonostante le critiche e le difficoltà a dare avvio a processi e progetti di cambiamento sostanziale.



“Sono passati più di 50 anni dalla scoperta della fluoxetina, meglio conosciuta con il nome commerciale di Prozac. Insieme allo sviluppo di altri composti, noti collettivamente come inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), la fluoxetina ha trasformato il trattamento della depressione e di altri disturbi psichiatrici associati. Gli SSRI erano meglio tollerati rispetto ai più vecchi antidepressivi triciclici e una settimana di trattamento non era letale in caso di sovradosaggio. Si stima che nel 2021 ci siano stati 332 milioni di casi di disturbo depressivo maggiore. Per molte persone, gli SSRI si sono rivelati di grande aiuto nella gestione della propria salute e continuano a rappresentare un elemento importante nella cura.

Tuttavia, l’uso degli SSRI non è stato esente da controversie e critiche. Nel 2004, la FDA (Food and Drug Administration) ha emesso un “black box warning” in merito a un possibile aumento del rischio di suicidio nei giovani adulti che assumevano un SSRI. Oggi è ampiamente riconosciuto che gli SSRI possono causare una sindrome da astinenza prolungata, rendendo necessaria una sospensione graduale del farmaco. The Lancet segnala che le segnalazioni di effetti avversi gravi—specificamente di tendenze suicide—stanno spingendo l’Agenzia britannica per i medicinali e i prodotti sanitari (MHRA) a rivedere le linee guida di prescrizione e le informazioni destinate ai pazienti.

Nel suo libro Chemically Imbalanced, Joanna Moncrieff, professoressa di Psichiatria Critica e Sociale presso lo University College di Londra, sintetizza tre questioni chiave sull’uso degli SSRI.

Primo, sull’efficacia: Moncrieff cita una meta-analisi del 2002 che concludeva che gli effetti degli SSRI rispetto al placebo erano clinicamente trascurabili. Tuttavia, altri studi hanno dimostrato una certa efficacia, inclusa una meta-analisi del 2018 pubblicata su The Lancet, che ha concluso che tutti gli antidepressivi sono più efficaci del placebo negli adulti con diagnosi di disturbo depressivo maggiore, con odds ratio compresi tra 2,23 e 1,37.

Secondo, Moncrieff analizza la cosiddetta ipotesi della serotonina nella depressione. Nel 1975, Wong e colleghi riportarono che la fluoxetina aumentava i livelli di serotonina nel cervello dei ratti bloccandone la ricaptazione nella sinapsi. Tuttavia, Moncrieff sostiene che manchi una prova inequivocabile che la depressione sia causata da una bassa concentrazione o ridotta attività della serotonina nel cervello. Alcuni psichiatri sostengono che non sia fondamentale delineare un meccanismo d’azione chiaro, purché il trattamento sia efficace. Tuttavia, l’esplorazione della fisiopatologia della depressione continuerà a generare vivaci scambi scientifici.

Terzo, Moncrieff commenta la “medicalizzazione strisciante di un numero sempre maggiore di problemi della vita”. Indubbiamente, c’è stata una crescente tendenza a medicalizzare la sofferenza o l’infelicità, insieme ad altri aspetti della condizione umana, come la preoccupazione, i comportamenti problematici e il lutto. Uno studio longitudinale in Nuova Zelanda ha riportato che il 35% delle persone tra gli 11 e i 15 anni soddisfaceva i criteri per un disturbo mentale, percentuale che saliva al 44% all’età di 45 anni. Ma questo dato rappresenta un reale aumento della sofferenza mentale o riflette un cambiamento nei criteri diagnostici?

Inoltre, il bisogno di una soluzione rapida contribuisce senza dubbio alla sovraprescrizione e all’uso inappropriato dei farmaci. Le ultime linee guida NICE raccomandano che gli antidepressivi non vengano offerti come trattamento di prima linea nei casi di depressione lieve, a meno che non sia la preferenza del paziente—la prima opzione dovrebbe essere un supporto psicologico guidato. Per i casi di depressione più grave, il trattamento di prima linea dovrebbe essere una terapia cognitiva individuale combinata con un antidepressivo. Tuttavia, la disponibilità e l’accesso a servizi psichiatrici non farmacologici è irregolare per molti e inesistente per altri, i finanziamenti sono insufficienti, e molti medici di base sono a corto di tempo e di alternative. Una pillola, si pensa, è meglio di niente. Ma il risultato è che per troppi pazienti gli antidepressivi vengono usati con facilità, mentre c’è poco tentativo di esaminare e affrontare i fattori psicosociali sottostanti. Un’analisi pubblicata su The Lancet Psychiatry stima che solo il 9,1% delle donne e il 7,2% degli uomini nel mondo con diagnosi di disturbo depressivo maggiore riceva un trattamento minimamente adeguato (definito come farmacoterapia o psicoterapia).

Queste argomentazioni sugli SSRI sono fortemente controverse e molti non sono d’accordo, in tutto o in parte. Certamente, i pazienti non dovrebbero interrompere l’assunzione di SSRI né i medici smettere di prescriverli. Ma, a 50 anni da quelle scoperte farmaceutiche che hanno generato così tante speranze, siamo ancora lontani dal fornire il livello di cura di cui molte persone hanno bisogno—un bisogno che continua a richiedere l’attenzione delle comunità scientifica e medica.”

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“Corpo, umano” — Vittorio Lingiardi

Ed. Einaudi, 2024

Nel corso di questa lettura, Vittorio Lingiardi, celebre psichiatra e psicoanalista, sembra volerci prendere per mano e accompagnare alla (ri)scoperta del nostro corpo, mescolando rigore scientifico e risonanza simbolica.

In Corpo, umano nulla è lasciato al caso, a partire da quella virgola inserita con delicatezza dall’autore quasi ad imporci una pausa di riflessione, un invito a prendere consapevolezza che quello del Corpo è un tema che si trova ovunque e in ogni momento: sviscerato nelle sue parti dalla medicina specialistica, idealizzato dal mondo dei social, contemplato o detestato di fronte ad uno specchio …

Nel corso della lettura il corpo viene scomposto, analizzato e riproposto nella sua interezza, in un viaggio che ripercorre con una precisione chirurgica non solo la storia medica, ma anche quella artistica, etimologica, musicale, cinematografica, letteraria di ogni sua parte. Si compone così un ritratto affascinante, colto e intimo del corpo, dipinto non solo come oggetto biologico, ma come luogo della memoria, dell’identità e dell’emozione. Lungi dall’essere un semplice saggio anatomico, il libro è un viaggio profondo e multidisciplinare che attraversa organi e apparati corporei, dedicando a ciascuno di essi una narrazione a sé, evocando in chi legge pensieri, ricordi e domande sul proprio modo di abitare il corpo.

Corpo, umano è un invito a rimanere su quella virgola e a porci delle domande riguardanti un corpo che molto spesso abbiamo dato per scontato. L’autore ci porta, ad esempio, a notare quanto la pelle, così superficiale, sia in realtà il più psichico dei nostri organi: “un involucro di confine, luogo del con-tatto”.

O ancora, ci invita a spostare la nostra attenzione su una parte del corpo spesso solo considerata dal punto di vista estetico: il naso, porta di ingresso dell’olfatto, senso fondamentale che negli esseri umani risulta sempre meno sviluppato fino ad essere stato quasi disattivato durante la pandemia; olfatto che, fa notare l’autore, sta conoscendo un momento di rinascita scientifica e culturale: “diversamente dalle immagini e dai suoni, gli odori non circolano online, richiedono vicinanza fisica e sono inafferrabili”.

Anche nel presentare la lingua e la bocca, ci viene ricordato ancora una volta quanto il nostro corpo sia letteralmente ovunque, anche nelle più comuni espressioni idiomatiche: scioglilingua, non avere peli sulla lingua, restare a bocca aperta, acqua in bocca, avere qualcosa sulla punta della lingua …

Come con la penna di un poeta, Lingiardi passa, infine, alla descrizione del cervello come un labirinto infinito, pieno di stanze e artefatti che dirige l’orchestra di tutti gli strumenti raccontati all’interno della sua opera. È proprio il cervello a diventare l’emblema di quanto misterioso e affascinante sia il nostro corpo, più o meno stabile compagno di vita ancor prima di venire al mondo, e al contempo intricato, in continua evoluzione e ancora tutto da scoprire.

Corpo, umano, pertanto, è un libro da leggere con lentezza, lasciandosi attraversare dalle parole, come un respiro che attraversa, appunto, il corpo-umano, rispetto al quale l’autore ci esorta a riscoprire la dignità e la complessità, in quanto luogo di relazione, di interscambio tra dentro e fuori, e che è, quindi, personale ma anche collettivo.

In un’epoca in cui spesso ci dimentichiamo di avere un corpo — o lo riduciamo a superficie da esibire o migliorare — Lingiardi ci ricorda che abitare il corpo è un gesto di profonda umanità. Corpo, umano ci invita a rientrare in noi stessi, ad ascoltare le storie che ogni organo custodisce, a prenderci cura di questa nostra complessità. Perché conoscere il proprio corpo, in fondo, significa imparare ad abitare meglio anche il proprio tempo e la propria vulnerabilità.

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Micheal Jackson – Lifeworlds

University of Chicago Press, 2012

Molto spesso ci interroghiamo sulla possibilità di parlare di salute e sofferenza senza fare ricorso ad un linguaggio dal sapore medico, tecnico-specialistico, ormai pervasivo. La brillante raccolta di saggi dell’antropologo Micheal Jackson, che costruisce qui i fondamenti per una “antropologia esistenziale”, offre una ricchissima mappa di concetti, suggerimenti e significati per raccontare l’esperienza umana in maniera il più possibile rispettosa e fedele al vissuto soggettivo di individui e comunità. Facendo appello alla tradizione fenomenologica di Merleau-Ponty, l’esistenzialismo di Sartre, la sociologia di Bourdieu, e con un’affascinante raccolta di esperienze di campo dalla Sierra Leone all’Inghilterra, l’autore ci accompagna alla scoperta dei “lifeworlds” – che potremmo tradurre come mondi esistenziali, mondi di vita. In questi lifeworlds, le persone cercano di costruire la propria vita secondo dei valori soggettivamente inestimabili che sono costantemente in gioco, in un equilibrio dinamico tra agency personale e vincoli di contesto. Esperienze di difficoltà, conflitto e sofferenza nascono quando il contesto sopraffà la possibilità di agire rispetto alla vitale posta in gioco personale, in una riflessione che fa eco alla violenza simbolica di Bourdieu e alla violenza strutturale di Paul Farmer. Nel descrivere queste esperienze, talvolta estreme, l’autore riesce nell’impresa di trasmetterne il senso profondamente umano, senza pietismi né trasformazioni in asettiche immagini (psico)patologiche. Il tentativo di comprendere gli aspetti soggettivi di tali sfide, evidenziando al tempo stesso un forte rispetto per il ruolo attivo dei protagonisti di fronte alle avversità, rappresenta uno dei suggerimenti più preziosi di questo testo. In un viaggio tra le zone di conflitto della Sierra Leone, le comunità migranti delle periferie inglesi e i consigli dei cacciatori Kuranko su come accendere un fuoco, questo volume ci incoraggia ad approcciarci all’esperienza umana senza preconcetti, sintonizzandoci sui significati personali e il senso pragmatico di gioie e dolori in mondi locali.

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Anarcopoiesi a [HE]art!


Il 27 Giugno 2025, alle 19.00 (diversamente da quanto scritto in locandina), inaugurerà l’esposizione di Andrea Pisano, Anarcopoiesi, presso la sede di via Giuseppe Verdi, 23. L’esposizione, ad ingresso libero, è la seconda all’interno del progetto [He]art!


Vi aspettiamo!

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“Undrowned – Lezioni di femminismo Nero dai mammiferi marini”

di Alexis Pauline Gumbs,

Ed. Timeo, 2023 (ed. italiana)

L’autrice con questo libro ci accompagna in un viaggio di riappropriazione e rivendicazione delle nostre identità, dei nostri vissuti ed emozioni, attraverso una ri-lettura critica, anti-capitalista- razzista e sessista, del comportamento dei mammiferi marittimi. Ogni aspetto della vita marina ci viene reso disponibile, fruibile e consente una riflessione, di pausa e di lotta, sul nostro posizionamento quotidiano tanto esistenziale quanto fattuale. L’autrice ci sprona a ri-significare, a ri-pensare con amore i nostri spazi, i nostri corpi, i nostri movimenti, le nostre intenzioni liberandoci dalle implicazioni di senso patriarcali e capitaliste: siamo noi – e solo noi – a dettare il senso del nostro esistere. La ri-narrazione del manto delle foche diventa, quindi, occasione di rivendicazione dei nostri corpi, la ricerca dell’abisso della foca grigia ci ricorda l’importanza di scegliere il riposo, la foca elefante meridionale che passa un mese intero a coccolarsi (quando la stagione riproduttiva s’è già pienamente conclusa) ci domanda: quand’è stata l’ultima volta che abbiamo passato un mese intero dedicato al solo ricevere e offrire intimo affetto?

Per concludere, questo libro va immaginato come quella tisana calda, che si prende la sera dopo un pasto non ben digerito che già dal primo sorso sorprende per la sua portata curativa e di benessere – come un gesto d’amore che sappiamo di meritare ma a volte (chissà perché) tentenniamo a fare. 

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Referendum 8-9 giugno: giustizia sociale è salute mentale per tutte e tutti

I referendum di giugno toccano temi come licenziamenti, precarietà, sicurezza sul lavoro e cittadinanza: non solo questioni giuridiche, apparentemente distanti dai temi relative alla salute mentale e al benessere, ma determinanti sociali reali di salute mentale, su cui abbiamo potere, influenzabili inoltre attraverso il potere politico.

Lavorare senza tutele, temere un licenziamento ingiusto, vivere nell’incertezza del rinnovo di un permesso di soggiorno: sono esperienze ancora troppo frequenti che influenzano il nostro stare al mondo. Sono indubbiamente, al di là dei fattori personali, della storia famigliare, delle dinamiche intrapsichiche, situazioni, evitabili, che aumentano la paura, l’incertezza, l’angoscia. Si tratta di fattori di rischio rilevanti per l’insorgenza di disagio e malessere che possono facilmente essere diagnoticati. La mancanza di protezione sociale continua, ogni giorno, a produrre disuguaglianze evitabili, che si riflettono nel corpo e nella mente delle persone e stratificano ingiustamente la società.

Promuovere salute mentale significa anche sostenere condizioni di vita più eque, per tutte e tutti.
Promuovere diritti.
Abbiamo il potere di agire su questo, sulle condizioni sociali e di salute mentale di molte persone.
Anche se non siamo psicoterapeuti o se non siamo politici.
Mentre se siamo psicoterapeuti, possiamo agire per la salute di moltissime persone.
Ora possiamo farlo.
Scegliere di cambiare il mondo in cui viviamo è un atto di cura.

Qui è possibile trovare materiale informativo.

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Biopolitica e Intelligenza Artificiale nella salute mentale

Nell’arco degli ultimi anni l’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa ha rivoluzionato l’orizzonte del possibile, più o meno distopico, a seconda dei gusti, in pressochè qualsivoglia ambito della vita, compresa la salute mentale. Esistono intelligenze artificiali che possono fare diagnosi. Altre possono calcolare un profilo di rischio tramite un digital phenotype. Inoltre, dispositivi indossabili (wearable devices) e telemedicina sono sempre più integrati nei processi di cura, e possono diventare ulteriori fonti di dati analizzabili tramite le IA. Un altro esempio è il “triage digitale”, in cui i pazienti compilano un questionario digitalizzato e vengono guidati dall’IA direttamente al livello di assistenza in base alle loro risposte. L’intelligenza artificiale è in grado di riconoscere specifiche neuro-diversità o alcuni “disturbi”. Dalla rilevazione delle alterazioni dei movimenti oculari sintomatiche della schizofrenia all’analisi delle funzioni attentive e di memoria, dall’imaging automatizzato del comportamento ai fini di diagnosi di un disturbo dello spettro autistico all’analisi vocale finalizzata all’identificazione di sintomi di ansia. La psicodiagnostica digitale potrebbe essere notevolmente accelerata dalla “fenotipizzazione digitale” che coi “biomarcatori digitali”, dati generati principalmente dall’uso intensivo dello smartphone, combinati ai dati soggettivi prodotti dagli stessi utenti, rendono possibile mappare gli “indicatori di malattia”, indici da cui ricavare in tempo reale lo stato di salute psicofisica di un individuo. Altro esempio sono le AI utilizzate per prevenire il suicidio in base all’analisi del comportmento: se mi avvicino ad un luogo ritenuto pericoloso, l’AI invia automaticamente un segnale di allerta. In sintesi, la digitalizzazione nella psicologia clinica è un processo variegato e trasversale, e questi sono solo alcuni esempi dell’infinita gamma di strumenti digitali che automatizzano quel processo di medicalizzazione della devianza dalla norma che attualmente è svolto dagli operatori psi che si giustifica con la cosiddetta individuazione precoce dei casi nelle scuole nelle università negli ospedali e in altre istituzioni, un’operazione che spesso viene legittimata dalla narrazione della prevenzione.

Per quanto riguarda la psicoterapia, più nello specifico: Woebot, Wysa, Heartfelt, PsyScribe, Lotus, Youper, Elomia, BrokenBear sono solo alcune delle app che sfruttano la tecnica dei Large Language Models per simulare l’interazione con un* terapeuta (McCallen, 2025). Il fatto notevole, è che i servizi di queste start-up non si limitano ad offrire ai singoli un supporto psicologico qualora non volessero o potessero rivolgersi ad un* professionista, ma vengono integrati poco a poco nei maggiori sistemi sanitari statali di mezzo globo, con l’obiettivo esplicito di ridurre i costi, aumentare l’accessibilità e migliorarne l’efficienza del servizio Il servizio sanitario nazionale del Regno Unito, il più finanziato ed esteso del mondo per inciso, usa l’app Limbic per esaminare e valutare le persone che chiedono supporto per la salute mentale. Dal 2021 sempre l’NHS offre Wysa, un programma di terapia cognitivo-comportamentale basato sull’IA “per affrontare problemi comuni come ansia e depressione”.

Niente di nuovo, da anni i sistemi sanitari sono divenuti campo di sperimentazione di nuove tecnologie e di estrazione di dati e profitto. Guardando ai dati sperimentali però, la letteratura sulle applicazioni dei chatbot nella salute mentale è scarsissima e pesantemente indirizzata. In rete si trovano perlopiù review e metanalisi che mischiano computer based-therapy e chatbot. I risultati sperimentali si contano su una mano. Pure questi pochi studi (per una review si veda Jahanzeb Beg et al, 2024), sebbene abbiano raccolto in pochi anni un numero impressionante di citazioni, hanno importanti limiti metodologici. Ad esempio, nella scelta del gruppo di controllo, nell’esclusione dalle analisi delle persone che abbandonano lo studio, o addirittura, in un caso (Fitzpatrick, 2017) uno degli autori è il fondatore di una di queste app: Woebot. Inoltre la pressochè totalità di questi studi sono pubblicati da un’unica rivista il JMIR Mental Health, una rivista open access, dove quindi si paga per pubblicare, il cui fondatore e editor esecutivo è Gunther Eysenbach, noto investitore nella editoria open access e nelle startup digitali made in USA.

Perchè tutta questa corsa al digitale a discapito anche della cautela e del metodo sperimentale? Le ragioni sono molteplici e hanno a che fare con importanti interessi commerciali, con la finanza pubblica (digitalizzazione è un modo di tagliare la spesa pubblica in lavoratori e infrastrutture), e con la biopolitica, ovvero il governo dei corpi attraverso le tecnologie della cura.

Gli interessi economici sono enormi e non hanno a che fare solo con i contratti milionari che le imprese digitali strappano ai sistemi sanitari pubblici e alle assicurazioni. La merce più pregiata sono i dati. I sistemi sanitari sono i database più grandi al mondo. Ogni aspetto della cura che viene digitalizzato corrisponde ad una estrazione di dati (la cosiddetta. datafication) che poi possono essere messi a valore, venduti o utilizzati per fare previsioni o per nutrire un IA. La digitalizzazione inoltre promuove quei processi di privatizzazione di fette importanti del sistema sanitario, laddove la “cura” si sposta su piattaforme private. Rimanendo in Italia è interessante notare come le parole degli stessi governanti certifichino la commistione ormai totale tra le scelte di salute pubblica e gli interessi dei capitali privati. “Negli ultimi anni abbiamo assistito all’estero allo sviluppo delle terapie digitali – ha detto il ministro della Salute Orazio Schillaci – Queste soluzioni al momento sono utilizzate in vari ambiti – quello psichiatrico ma anche in endocrinologia, reumatologia e oncologia – e analizzando le pipeline di sviluppo, sia in ambito farmacologico che nell’ambito di dispositivi medici, dobbiamo prepararci al futuro ingresso di queste innovazioni anche nel nostro mercato”. Non è un caso quindi, che chi governa la salute pubblica come fosse un mercato, destini 15 miliardi dei fondi PNRR, uno dei capitoli di spesa più importanti, alla digitalizzazione del SSN.

Venendo agli aspetti biopolitici, numerosi studiosi hanno evidenziato che essendo per costituzione l’IA una tecnologia in cui “il passato gioca un ruolo attivo nel presente, essendo basata sull’apprendimento di pattern da dati esistenti”, essa “tende a perpetuare strutture esistenti” (Törnberg & Uitermark, 2025). Una tecnologia che ripropone il passato nel presente è una tecnologia repressiva e conservatrice, nel senso che mantiene le cose così come sono, riproducendo le strutture di potere e la cultura dominante. Le applicazioni alla salute mentale non esulano da questa dinamica. Dove va a finire così il futuro? L’apertura umana nell’incontro verso nuove forme individuali e collettive? Le AI nella salute mentale sono di fatto strumenti di detezione di una devianza, una sorta di gigantesco scanner sociale, un retino per tutte quelle forme di sentire e di comportamento abnorme o insolito. Insieme le Applicazioni delle AI alla salute mentale sono delle tecniche di rieducazione all’interno di una norma, laddove ristabiliscono confini di ciò che è possibile e non è possibile esperire in una data società. Perfino il gergo utilizzato dai promotori della digitalizzazione ha inquietanti risonanze. Nel documento programmatico ‘The Digital Future of Mental Health care and its Workforce’ by the National Health Service (NHS), il più importante documento al mondo finora prodotto su questo tema, si parla esplicitamente di “health of the nation”, la categoria biopolitica per eccellenza.

In conclusione, se l’IA ha il potenziale di trasformare radicalmente i sistemi di salute mentale, occorre osservarne da vicino le implicazioni etiche e politiche. In uno studio che indaga l’efficacia di un chatbot (vivibot) nel ridurre l’ansia in bambini oncologici ospedalizzati (Greer et al., 2019). Un ragazzino intervistato riferiva: “Quando stavo facendo la chemio, era difficile non appesantire i miei amici parlando delle terapie e della vita. La mia prospettiva di vita è cambiata completamente. Questo chatbot è un modo per parlare apertamente di quei cambiamenti, piuttosto che cercare di interiorizzarli o di affrontare quelle conversazioni imbarazzanti con gli amici sani”. La domanda che dovremmo porci, più

che preoccuparci se le AI ci ruberanno o meno il lavoro di cura, è la seguente: che tipo di umanità è pronta ad accettare una macchina nella propria intimità? Con quale idea di vita degna di essere vissuta? Le novità tecnologiche producono sempre una “ri-ontologizzazione” del mondo (un cambiamento nel modo in cui intendiamo l’esistenza e l’interazione tra tecnologia e individuo che ridefinisce l’esistente e le possibilità umane), ridefiniscono l’esistente e le possibilità umane. Forse le IA, che simulano una relazione umana, rendono possibile un’umanità senza umanità. Forse siamo a quel punto dello “sviluppo tecnico” che anticipava Turkle nel suo libro “Alone together” in cui ci aspettiamo sempre di più dalla tecnologia e sempre di meno gli uni dagli altri.

Bibliografia

Jess McCallen (2025). Il terapeuta artificiale. Internazionale. https://www.internazionale.it/magazine/jess-mcallen/2025/01/30/il-terapeuta-artificiale

Mirza Jahanzeb Beg et al., (2024). Artificial Intelligence for Psychotherapy: A Review of the Current State and Future Directions

Fitzpatrick KK, Darcy A, Vierhile M. (2017). Delivering Cognitive Behavior Therapy to Young Adults With Symptoms of Depression and Anxiety Using a Fully Automated Conversational Agent (Woebot): A Randomized Controlled Trial. JMIR Ment Health.

Törnberg, P., Uitermark, J. (2025). Conclusion. The biopolitics of artificial intelligence. In Seeing Like a Platform

Greer S, Ramo D, Chang YJ, Fu M, Moskowitz J, Haritatos J. (2019). Use of the Chatbot “Vivibot” to Deliver Positive Psychology Skills and Promote Well-Being Among Young People After Cancer Treatment: Randomized Controlled Feasibility Trial. JMIR Mhealth Uhealth. 2019 Oct 31;7(10):e15018. doi: 10.2196/15018. PMID: 31674920; PMCID: PMC6913733