di Samah Karaki,
Add Editore, 2026
Il testo della ricercatrice, biologa e specializzata in neuroscienze, Samah Karaki prende le mosse dalle teorie psicologiche, sociologiche e dai più recenti filoni di ricerca sulle emozioni per proporre una lettura che non offre semplicemente uno sguardo critico sul concetto di empatia. Appare piuttosto come un approfondito e rigoroso percorso di de-costruzione del mito dell’empatia come spinta etico-emotiva universale, ponte tra soggetti e culture, in direzione di una proposta che – citando il saggio della studiosa femminista Sara Ahmed The Cultural Politics of Emotion (2014) – mette in luce l’influenza delle norme sociali entro la più ampia cornice politica, storica e culturale, con le sue narrazioni dominanti veicolate dai media.
Il saggio mette dunque in evidenza, citando studi neuroscientifici, esperimenti psico-sociali e notizie legate all’attualità, come l’empatia sia in realtà un fenomeno selettivo e parziale, che porta con più facilità a identificarsi e ad agire in maniera altruistica nei riguardi di ciò che è familiare e culturalmente vicino: è sì una facoltà naturale, ma la sua ‘attivazione’ viene sollecitata dall’economia dell’attenzione, dalla cornice politica e dalle narrazioni mediatiche, oltre che dai meccanismi di rappresentazione che plasmano i nostri affetti. Più che “bussola morale” o insieme di competenze che è possibile apprendere e sviluppare (si vedano, nel caso dell’Italia, le proposte di esperti, educatori e insegnanti, e del MIUR di istituire tra le materie scolastiche corsi di formazione sull’intelligenza emotiva e sulla prevenzione dei conflitti), l’empatia appare come un mito, un concetto ampiamente sfruttato, in maniera simile a quello di ‘resilienza’, di cui spesso molti personaggi politici si servono per normalizzare e legittimare situazioni di ingiustizia e rapporti di potere esistenti. Come suggerisce Karaki, un concetto perfettamente in linea con l’idea neoliberale di responsabilità individuale: anziché invocare risposte politiche e sociali alla sofferenza e all’ingiustizia, il ricorso all’empatia è una risposta individualizzata ed emotiva, che – isolata da azioni collettive che mettano in discussione lo status quo – non soltanto si rivelerebbe insufficiente, ma anche in grado di legittimare le disparità di potere. Molto interessante è altresì l’analisi di come i media tradizionali e i social media odierni contribuiscano ad amplificare il rischio che le risposte emotive individuali di fronte a scenari di sofferenza, guerra, fame e povertà si limitino allo sdegno del momento per poi passare pochi minuti dopo al consumo della notizia successiva: la cosiddetta empatia in questi casi si rivelerebbe più simile ad un movimento narcisistico, che fa bene all’ego e mette al riparo dai sensi di colpa, contribuendo più a una crescita personale che tuttavia relega pietisticamente l’Altro nel ruolo di vittima, passivizzandolo.
Con la sua lucida analisi, Samah Karaki mette in guarda dal ‘turismo affettivo’ e dalla mercificazione dell’empatia: alle sofferenze e alle ingiustizie non servono risposte individuali ed emotive, ma azioni politiche e sociali. Citando Hannah Arendt, secondo la quale è più ragionevole una postura riassumibile nel “fare visita all’Altro” piuttosto che mettersi nei panni dell’altro, illudendosi di comprenderne il vissuto ed ‘essere come lui/lei’, Karaki propone una “visione dell’empatia come una pratica che pone domande invece di imporre soluzioni, che si interessa al dissenso più che cercare affinità, che si fa carico della storia dell’altro e accetta di lasciarsi cambiare da quella storia, anziché raccontare il mondo a partire dalla propria verità” e da pretese di identificazione e somiglianza. Si tratta di una “posizione scomoda, in cui riconosciamo la nostra ignoranza dell’altro” e la sua irriducibile differenza, ma che è il punto di partenza di ogni vero incontro.

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