“Le emozioni si concretizzano e diventano coscienti

se si traducono in un linguaggio.

Bisogna trovare, per usare una formula corrente,

                                                               le parole, oppure i colori, i materiali,

le forme, i suoni per dirlo.”

Ferrari S.

INTRODUZIONE

L’idea di utilizzare l’arteterapia in un contesto di gruppo all’interno di Sportello TiAscolto! nasce dall’incontro di due professioniste, una psicologa e psicoterapeuta gruppo-antropoanalitica e un’arteterapeuta psicodinamica e fotografa, le cui strade si sono incrociate durante la realizzazione di un  progetto dell’Associazione TiAscolto Aps (per approfondimenti sul progetto si rimanda ai link https://sportellotiascolto.it/fooding/).

Circa quattro anni fa è stato avviato un gruppo rivolto alle donne, inizialmente centrato sull’utilizzo della parola come mezzo di connessione tra le partecipanti. Successivamente, un cambiamento nella conduzione, ha portato a una riorganizzazione del gruppo stesso: alcune partecipanti hanno concluso il percorso, mentre altre hanno scelto di proseguire, sperimentando all’interno del gruppo nuovi linguaggi terapeutici. Da qui, nel gennaio 2022, è nato Non solo arte, un percorso dedicato alle donne in situazione di fragilità abitativa, economica e sociale.

Ad aprile 2024 invece, è stato avviato EspressivaMENTE, rivolto a pazienti in carico individualmente allo Sportello TiAscolto! ma anche a tutta la cittadinanza.

Entrambi i percorsi sono ancora attivi: la co-conduzione si fonda su un orientamento psicodinamico condiviso e su una modalità flessibile e attenta alle dinamiche gruppali.

Ma che cos’è l’arteterapia? E la fotografia terapeutica? Perché proporle all’interno di un gruppo co-condotto?

Questo articolo descrive e analizza le varie tecniche utilizzate nei diversi setting di gruppo indicandone modalità, strumenti e potenzialità. Iniziando con un approfondimento teorico sull’arteterapia, la fotografia terapeutica, la fototerapia, il photolangage ed il metodo SPEX, successivamente vengono narrate alcune delle esperienze dei percorsi Non solo arte ed EspressivaMENTE. Portando particolare attenzione a come le tecniche sopra citate sono state utilizzate, si arriva alle conclusioni che aprono riflessioni e restituiscono una sintesi.

CONTINUUM TRA ARTETERAPIA “CLASSICA” E FOTOGRAFIA TERAPEUTICA

L’arteterapia è una disciplina che utilizza i linguaggi artistici come strumenti di supporto alla crescita personale e al benessere psicologico. Rappresenta un contenitore metodologico all’interno del quale confluiscono diverse pratiche espressive a finalità terapeutiche.

L’utilizzo di tecniche arteterapeutiche consente all’individuo di contattare il proprio mondo interno, attraverso l’uso di strumenti diversificati. 
I materiali artistici attivano l’espressione emotiva, permettendo ai partecipanti di lavorare sulle loro modalità di veicolare vissuti
e sul dare forma alle proprie emozioni.

Tra i linguaggi espressivi impiegati in arteterapia, la fotografia occupa un ruolo particolarmente significativo. È parte non solo dell’esperienza artistica e creativa, ma può essere considerata un atto psichico. Freud (1899) ha paragonato il funzionamento dell’apparato psichico dell’individuo a una macchina fotografica, poiché la psiche, durante il sonno, converte l’energia psichica in immagini come “correlativo oggettivo” delle emozioni o tensioni del profondo. Allo stesso modo, la fotografia è il risultato delle pulsioni interne. Ne segue una funzione riparatrice, poiché attraverso l’analisi e l’elaborazione, il soggetto può accedere a traumi e pensieri.

La fotografia risulta quindi un oggetto transazionale, mediatore. L’oggetto, secondo Winnicott (2021), è concreto, metaforizzante la realtà interna e contiene in sé due funzioni: la funzione denotativa, che è descrittiva e oggettiva e la funzione connotativa, che  concerne la capacità dell’oggetto di metaforizzare, cioè presentare un altro ordine di realtà.

Minor White (1969) sosteneva che “lo stato mentale del fotografo nell’atto in cui crea è un vuoto (…) quando cerca soggetti per le sue fotografie, il fotografo si proietta in tutto ciò che vede e con tutto si identifica per meglio conoscerlo e sentirlo”. Egli voleva dimostrare come le immagini potessero rappresentare più del soggetto stesso, rilevandone la facoltà simbolica.

Si crea quindi un continuum tra le artiterapie classiche e la fotografia terapeutica. Nell’arteterapia, i lavori artistici sono il mezzo per esprimere e comunicare il mondo interno. Questo è il processo creativo e dà luogo e forma visibile ai vissuti. Nella realizzazione dell’immagine fotografica, nell’atto performativo, nella concretezza della macchina che tengo in mano, nel momento solenne dello scatto, rendo allo stesso modo visibile ciò che sento, dando spazio ed immagine al mio mondo interno. La materia diventata immagine stampata può essere anch’essa un mezzo concreto sul quale intervenire, modificandone, trasformandone ed elaborandone la narrazione originaria così come avviene con la pittura, la creta, il foto-collage, ecc.

Fototerapia – USO DELLE FOTOGRAFIE NELLA TERAPIA

Judy Weiser, psicoterapeuta canadese e fotografa, è considerata colei che ha inventato la fototerapia, una tecnica che utilizza fotografie e metodi di esplorazione delle immagini come mezzo per facilitare il dialogo terapeutico.

Afferma che sia possibile utilizzare le immagini fotografiche per aiutare le persone a comunicare sentimenti, ricordi, esperienze di vita e pensieri che potrebbero essere difficili da esprimere attraverso le parole (Weiser J., 2013).

Questo può essere particolarmente utile per coloro che hanno difficoltà a parlare dei loro sentimenti o che stanno vivendo traumi o eventi difficili.

Possono essere utilizzate immagini scelte dal terapeuta, immagini scattate dal paziente, autoritratti, immagini del paziente fatte da altri, immagini tratte dagli album di famiglia. L’importante è che siano immagini stampate. Questo perché durante le sedute le immagini vengono spostate, posizionate in modi specifici sotto la guida e le indicazioni del terapeuta,  è quindi importante non siano in formato digitale.

Il paziente esplora le proprie reazioni emotive e associazioni mentali scatenate dalla visione delle fotografie, facilitando discussioni profonde che possono non emergere altrettanto facilmente attraverso la conversazione tradizionale. Lo scopo è quello di aiutare il soggetto a ri-considerare il modo di guardare il suo passato o se stesso in un’immagine.

Come afferma Fabio Piccini (2008), medico e psicanalista junghiano, “mediante l’utilizzo di tecniche proiettive è possibile capovolgere la costruzione di una fotografia e lavorare di immaginazione chiedendo per esempio al paziente come rifarebbe oggi quella fotografia del passato, che cosa modificherebbe, che cosa aggiungerebbe, o come cambierebbe il punto di vista”.

Fotografia terapeutica – FOTOGRAFIA COME TERAPIA

Con il termine fotografia terapeutica si intende che sia terapeutico l’atto stesso del fotografare e del fotografarsi.

Jo Spence, fotografa britannica attiva tra gli anni settanta e novanta, ha introdotto l’utilizzo della fotografia come forma di terapia e di autoesplorazione.

Spence (1986) ha esplorato temi come la salute, la malattia, il trattamento medico, la morte e l’identità, utilizzando la fotografia non solo come mezzo artistico, ma come strumento per indagare e curare il sé. Ha utilizzato frequentemente l’auto-rappresentazione nelle sue fotografie per documentare la sua personale lotta contro il cancro al seno. Attraverso queste immagini potenti ha lavorato sulla rappresentazione dell’immagine del corpo e sull’identità femminile, offrendo una narrazione alternativa a quella dominante della medicina e dei media.

Collaborando con la terapeuta Rosy Martin, Spence ha sviluppato un approccio innovativo alla fotografia, definito grazie al suo lavoro “fotografia terapeutica“, che utilizza la fotografia per esplorare e trasformare la percezione del sé. Questo metodo include tecniche come la rievocazione di scene passate e l’esplorazione di ruoli familiari attraverso la performance davanti alla fotocamera, incoraggiando i partecipanti a rielaborare esperienze vissute ed esaminare criticamente le loro identità.

Per molti artisti la fotografia è un mezzo per sublimare il dolore, renderlo visibile, trasformarlo.

Secondo Jo Spence (1986) la fotografia terapeutica rende possibile l’avvicinamento ai traumi e al subconscio, permettendo a volte di elaborare e trasformare ciò che è successo in qualcosa di nuovo, osservandolo da un nuovo punto di vista.

Photolangage – utilizzo delle immagini come STRUMENTO DI MEDIAZIONE DI GRUPPO

Il photolangage è stato sviluppato negli anni ’60 in Francia da Claire Belisle (2013). È ampiamente utilizzato in contesti diversi: educativi, terapeutici e formativi per favorire l’auto esplorazione e migliorare le relazioni interpersonali facilitando la risoluzione di conflitti. È una tecnica che fa uso di fotografie per facilitare la comunicazione all’interno di un gruppo. Questo metodo aiuta i partecipanti a esprimere emozioni, pensieri e riflessioni che possono essere difficili da articolare attraverso il linguaggio verbale. Le immagini fungono da stimolo per la discussione, permettendo di proiettare i propri sentimenti, le proprio esperienze e le proprie percezioni.

Il processo tipicamente coinvolge la selezione di una serie di fotografie in risposta a una determinata consegna specifica data dal terapeuta. Il conduttore, per esempio, può chiedere di scegliere un’immagine che abbia a che fare con il conflitto. Successivamente i partecipanti condivideranno e motiveranno le ragioni della loro scelta e i sentimenti o i pensieri evocati.

Le immagini proposte vengono chiamate “mazzo carte”, il quale viene creato dal terapeuta, avendo cura sia il più possibile vario e ricco di tante tipologie di immagini diverse: foto a colori, in bianco e nero, foto di luoghi, cose, persone, animali ecc. Ciò è  importante per far sì che la scelta, durante il lavoro, sia il più possibile ampia e non indirizzata verso un tipo di fotografia rispetto a un’altra.

La comunicazione attivata dalla descrizione delle immagini è molto profonda, poiché parlando e descrivendo un’immagine, quest’ultima può essere usata come mediazione per parlare di sé, facilitando la comunicazione, promuovendo l’empatia e la comprensione all’interno di un gruppo.

SPEX (Self Portrait Experience) -UTILIZZO DELL’AUTORITRATTO COME TERAPIA

The Self Portrait Experience è un dispositivo artistico e terapeutico sviluppato da Cristina Nuñez, fotografa ed artista spagnola, che esplora il potere terapeutico dell’autoritratto fotografico.

Cristina Nuñez (2012) crede che il processo di creazione di autoritratti possa essere profondamente terapeutico, consentendo alle persone di esplorare e comprendere meglio la propria identità, le proprie emozioni e i propri vissuti interiori. Le emozioni sono il materiale grezzo per l’arte e il contatto profondo con esse durante gli scatti spinge l’inconscio a “parlare” con il linguaggio artistico. Incoraggiando una rappresentazione autentica e vulnerabile di sé stessi, si crea uno spazio sicuro in cui le persone possono esprimere liberamente le loro verità interiori, senza paura di giudizi esterni.

La produzione di un autoritratto contiene molteplici significati, spesso contrastanti (vedo questo di me ma vedo anche quest’altro), che stimolano il pensiero dell’autore smuovendo emozioni profonde, sia durante lo scatto che successivamente durante la visione dell’opera creata.

Come afferma Nuñez nel suo libro Higher Self – The Self-portrait Experience (2012), “ogni autoritratto, al di là dello sguardo sulla propria interiorità, è sempre una sorta di performance. Il nostro agire o recitare è senz’altro mediato da quello che noi vogliamo che gli altri vedano di noi. Nonostante questo, esiste uno spazio, un rapporto tra sé e sé, che è indipendente dallo sguardo dell’altro e racchiude un intenso dialogo interiore di percezione, pensiero, giudizio e accettazione. Un processo meraviglioso che non ha bisogno di parole, perché l’opera contiene tutto e non ha bisogno di essere “tradotta” per colpire nel segno”.

ESPERIENZE DI CO-CONDUZIONE: IL GRUPPO DONNE NON SOLO ARTE

Il gruppo donne Non solo arte è un’attività che rientra nelle azioni che Ti Ascolto Aps sta portando avanti all’interno di Fooding, un progetto di Arci Torino rivolto a individui e famiglie che si trovano in condizioni di vulnerabilità economica e sociale, realizzato presso lo snodo di distribuzione alimentare Anatra Zoppa di via Courmayeur a Torino.

Nato come occasione di incontro e di confronto tra donne di diversa età, provenienza e cultura, durante gli incontri le partecipanti esplorano la propria modalità di stare al mondo e di rapportarsi con le altre donne del gruppo, attivando le risorse creative individuali, attraverso l’uso di materiali artistici diversificati quali: fotografia, pittura, musica, creta, collage ecc.

L’obiettivo è quello di lavorare sull’espressione emotiva delle donne e sulle loro modalità comunicative.

Sperimentando gli strumenti arteterapeutici, si lavora sulle loro modalità di veicolare vissuti e sul dare forma alle proprie emozioni, sperimentando una maggiore consapevolezza sia della propria dimensione emotiva, che della dimensione relazionale.

I mezzi espressivi sono diventati un canale attraverso cui ogni donna, all’interno del gruppo, può raccontarsi, entrando sempre più in relazione tra loro, creando legami profondi. 

Inizialmente le consegne sono state improntate sull’ascolto di sé, ma con il procedere delle sedute e grazie all’evoluzione delle dinamiche del gruppo stesso, siamo passate ad affrontare tematiche riguardanti tutte le partecipanti e le relazioni che, tra loro, si stavano formando, trasformando o consolidando.

Nel corso del tempo sono stati raggiunti gli obiettivi prefigurati:


  • dar voce alle proprie emozioni: ciò è stato facilitato dall’utilizzo dello stimolo artistico, soprattutto con chi ha fatto più fatica ad utilizzare il canale verbale.
  • creare rete tra le partecipanti: durante l’incontro ma anche all’esterno organizzando momenti informali.

IL PERCORSO DI GRUPPO EspressivaMENTE

Il percorso di gruppo esperienziale arteterapeutico e fototerapeutico EspressivaMENTE, si pone come obiettivo quello di lavorare sulla propria percezione di sé e del proprio mondo emotivo e sulla conseguente modalità di stare in gruppo in modo più autentico, attivando le risorse creative personali attraverso strumenti artistici diversificati.

Il linguaggio utilizzato fa riferimento alla metodologia delle artiterapie e della fotografia terapeutica.

I destinatari sono:

  • persone dai 18 anni in su;
  • pazienti in carico che beneficerebbero di un percorso di gruppo arteterapeutico (per es. persone che sono in un momento di blocco verbale, persone che stanno lavorando sulla relazione con l’altro, persone che non riescono a chiudere una terapia, persone che necessiterebbero di lavorare sulla propria immagine e sulla percezione del proprio corpo).

Inizialmente il percorso prevedeva 6 incontri da 1 ora e mezza ciascuno, successivamente sono stati inseriti due ulteriori sedute per dare ai partecipanti la possibilità di lavorare in modo più profondo sulle dinamiche di gruppo che pian piano emergono, prevedendo come ultimo incontro una restituzione durante la quale attraversare il tema della separazione e ripercorrere insieme le tappe di quanto è stato vissuto.

Attraverso l’uso della fotografia e di altre tecniche artistiche ed espressive, EspressivaMENTE si pone come obiettivo quello di lavorare sullo stile di gestione delle emozioni, cercando di raggiungere i seguenti obiettivi specifici:

  • sciogliere le tensioni al fine di non bloccare l’emozione;
allenare i partecipanti ad una visione più profonda dell’immagine di sé e dell’altro da sé;
  • attivare le risorse creative interiori attraverso il “prodotto artistico”;

  • stimolare l’immaginazione affinché possa crescere la creatività;

  • sperimentare strategie comportamentali più efficaci di quelle abitualmente adottate;
  • lavorare sui conflitti e sulle difficoltà di comunicazione;

  • ricreare le sensazioni legate alla memoria dei sensi;

  • stimolare l’accettazione di sé e dell’altro;

  • potenziare l’intelligenza emotiva;

  • sviluppare capacità relazionali.

La “messa in forma” di manufatti, gesti, movimenti, autoritratti, costituisce testimonianza di un processo creativo che offre possibilità di riflessione profonda.

Il “prodotto artistico” attiva risorse creative, emozioni da elaborare e capacità residue individuali, pertanto l’obiettivo non è interessarsi al prodotto in se stesso, ma avvicinarsi all’esperienza interiore che tale prodotto veicola ai fini di una migliore integrazione del sé.

Le tecniche adottate permettono di far sperimentare ai partecipanti maggiore consapevolezza sia della propria dimensione intrapsichica, che della dimensione relazionale, permettendo alla persona di sperimentare strategie comportamentali più efficaci di quelle abitualmente adottate.

METODOLOGIA E STRUTTURA DI ENTRAMBI I PERCORSI

Il processo di lavoro si attua attraverso stimoli creativi e dialogo tra i partecipanti, mediato dalle conduttrici.

L’esperienza di co-conduzione ha un impatto significativo:

  • per il gruppo: i partecipanti possono beneficiare di strumenti e canali comunicativi diversi;
  • per le conduttrici: permette di potenziare e ampliare le proprie competenze e capacità, rendendo ulteriormente vivo il processo di crescita professionale.

I lavori sensoriali, le produzioni fotografiche e artistiche, diventano attività che portano la comunicazione a un contatto autentico verso se stessi e gli altri.

Ogni incontro è strutturato in 3 parti: accoglienza e consegna;
lavoro sullo stimolo creativo; riflessioni su come è andata l’esperienza. Durante i percorsi sono state usate numerose tecniche arteterapeutiche differenti quali: photolangage, photo-collage con materiali misti, caviardage e cut-up, creta, autoritratto tramite l’uso del metodo ”spex”, uso della fotografia relazionale, pittura collettiva, narrazione di sé attraverso le opere pittoriche di grandi artisti e artiste, scrittura creativa, autoritratto di gruppo…

Momenti di lavoro durante il gruppo EspressivaMENTE

UN ESEMPIO DI STIMOLO CREATIVO: L’UTILIZZO DELL’AUTORITRATTO DI GRUPPO NEL PERCORSO NON SOLO ARTE

Dopo diversi incontri del percorso, quando hanno iniziato ad emergere dinamiche gruppali, è stato proposto alle partecipanti di utilizzare la fotografia come mezzo espressivo, in particolare chiedendo loro di realizzare un lavoro collettivo di autoritratto.

L’obiettivo è stato quello di lavorare contemporaneamente sulla percezione del gruppo e su di sé all’interno dello stesso, portando attenzione alle dinamiche relazionali.

La tecnica fa parte della corrente arteterapeutica identificata come fotografia terapeutica.


Qui sotto gli scatti ottenuti:

Autoritratto di gruppo di M.

Autoritratto di gruppo di A.

Autoritratto di gruppo di R.

Autoritratto di gruppo di S.

In un secondo momento, è stato suggerito alle partecipanti di rielaborare le immagini attraverso l’utilizzo dei materiali artistici.

Questo lavoro ricorda la tecnica del foto-collage: permette di assemblare, tagliare, trasformare le immagini fotografiche, rappresentando vari aspetti della propria personalità, esperienze, sogni o sfide. L’obiettivo è esplorare ed integrare parti diverse di sé, promuovendo una maggiore comprensione interiore.

Il processo creativo ha spinto le donne a pensarsi in modo nuovo, trasformando ed arricchendo la propria narrazione.

Rielaborazione di M.

Rielaborazione di A.

Rielaborazione di S.

Rielaborazione di R.

CONCLUSIONI

Il gruppo è una risorsa potente poiché dà la possibilità di sperimentare e portare alla luce diverse dinamiche relazionali in un contesto più ampio ma comunque protetto.

Non solo arte permette alle donne che lo frequentano di confrontarsi senza sentirsi giudicate e di costruire una rete di supporto. 

EspressivaMENTE consente di riflettere sul proprio modo di stare in relazione con l’altro e con se stessi, lavorando sul proprio corpo e sulla propria immagine.

Di seguito le considerazioni di due donne del gruppo Non solo arte che, durante un incontro, hanno riflettuto sul valore che questo percorso ha per loro:

Frequento questo spazio da tempo. Nel tempo sono cambiate le persone e gli operatori ma non per questo ho smesso. Anzi, ho sempre cercato di esserci perché in qualche modo è la mia valvola di scarico. Anche se spesso faccio fatica ad esserci perché raggiungerlo mi chiede tempo, l’arteterapia mi piace anche se amo molto parlare e confrontarmi con le mie compagne di viaggio. Mi piacerebbe di volta in volta fare cose diverse perché essendo curiosa amo le novità. Dal lato pratico non ho trovato molti suggerimenti per i miei problemi, ma spesso qualche consiglio mi è tornato utile. Mi piacerebbe sapere che ognuna di noi attraverso il gruppo possa almeno in parte trovare la sua strada. Mi rendo conto però che non tutto possa trovare soluzioni in questa sede, ma ho la speranza che il piccolo seme che possiamo piantare possa presto germogliare” M.T.

È uno spazio in cui posso fermarmi, dove mi sento, dove posso ascoltarmi e sentirmi ascoltata come persona, dalle partecipanti e dalle facilitatrici, senza dover spiegare o giustificare quello che provo. A livello individuale mi permette di dare forma a emozioni, pensieri e vissuti che spesso uscirebbero con fatica in altri contesti attraverso le parole. Nel gruppo questo spazio diventa anche un’esperienza di condivisione e riconoscimento reciproco. Ognuna porta pezzi di sé e nel farlo si crea un clima di rispetto, ascolto, presenza, fiducia. Il gruppo contiene e libera, allo stesso tempo protegge”. S.

Infine, le riflessioni di una terapeuta che ha suggerito, ad alcune persone da lei seguite, il percorso EspressivaMENTE:

Ho inviato numerose persone alle diverse edizioni del gruppo con in mente sempre obiettivi diversi: potersi aprire all’altro, socializzare, affrontare emozioni complesse in un ambiente protetto, rimettersi in gioco, scoprire nuovi aspetti relazionali, uscire da una narrazione antica di sé, conoscere persone con pezzi di vita comuni, tutti obiettivi difficilmente raggiungibili all’interno di un percorso psicologico individuale. Durante la partecipazione al gruppo ho continuato a seguire a settimane alterne le persone, partendo da ciò che accadeva di volta in volta nel gruppo. Questo è stato particolarmente prezioso con persone molto isolate o emotivamente “anestetizzate”, soprattutto in momenti di stallo del percorso individuale o di maggiore sconforto. Nessuna delle persone che ha intrapreso il percorso di gruppo ha concluso quello individuale, riuscendo a integrare bene le due esperienze in un’ottica di continuità e complessità; non tutte sono state contente e soddisfatte di aver partecipato ma questo elemento ha aperto uno spiraglio sulle fragilità e rigidità personali, rendendole concrete, affrontabili e dando una svolta al legame terapeutico. La presenza del gruppo e delle colleghe ha molto rassicurato anche me, soprattutto nei confronti delle persone maggiormente a rischio di agiti o pensieri molto negativi. La fiducia nelle loro competenze e nella loro capacità di contenimento mi ha permesso di essere sicura (e quindi trasmettere sicurezza) delle mie proposte terapeutiche e dell’efficacia delle stesse”. S. L. G.

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