Il presente articolo si propone di offrire una visione teorica ed operativa alternativa sul tema delle “allucinazioni uditive”, tenendo come pilastro fondamentale l’idea della de-medicalizzazione e l’infondatezza dell’operare solo ed esclusivamente tramite il processo della diagnosi.

Ci si addentrerà nell’arduo compito di riconfigurare la dizione “allucinazioni uditive”, che parla del sintomo e non della persona (anche se già definirlo sintomo nasconde il rischio di scivolare su un piano medicalizzante), per passare ad un altro modo di intendere la questione, parleremo di “uditori o ascoltatori di voci” per rimettere al centro del fenomeno la persona e le sue particolari scelte, ruoli e contesti che frequenta.

Se da una parte infatti si adotta una particolare “etica” per affrontare il tema, etica che parla della lettura di noi osservatori, dall’altra occorre tener d’occhio anche la parte “emica” del fenomeno, che ci racconta invece delle credenze, dei valori e dei particolari modi di configurare ed intendere la realtà delle singole persone che percepiscono il fenomeno allucinatorio.

Per far ciò situeremo ciò che andremo a descrivere all’interno di una precisa cornice epistemologica e teorica di riferimento.

L’epistemologia è quella branca della scienza che si occupa delle condizioni entro cui è possibile avere conoscenza scientifica, più precisamente individua le modalità messe in campo da chi ha intenzione di conoscere, a prescindere dalla branca scientifica e dalla teoria di riferimento.

L’epistemologia post-moderna individua tre modalità differenti di rapportarsi all’oggetto di studio e le chiama “livelli di realismo”. Esse vengono chiamate realismo monista, realismo ipotetico e realismo concettuale (Salvini, 2004).

Lo scienziato che adotta le lenti del realismo monista considera la realtà come data e indipendente dalle categorie conoscitive che utilizza per studiarla, gli oggetti di studio sono considerati come ontologicamente dati e i metodi di fare ricerca definiscono universalmente i concetti che andranno a delinearsi. Le scienze che afferiscono a questo livello hanno il suffisso -ica (chimica, fisica, matematica), ma anche alcune discipline neuropsicologiche vi aderiscono, la teoria è isomorfa alla realtà, la “mappa è il territorio”.

Anche lo studioso che adotta il realismo ipotetico considera la realtà come data, ma a differenza del primo livello, in questo caso essa è per definizione inconoscibile. E’ il caso del senso comune, delle religioni e della maggior parte dei modelli di psicologia oggi utilizzati. Siamo nel campo del relativismo, in cui ci sono diversi punti di vista sul fenomeno che viene studiato, ma il fenomeno che si studia è universalmente inteso, “la mappa non è il territorio” e vi aderiscono le scienze con suffisso -logia.

Nel caso del realismo concettuale invece considera la realtà come costruita a partire dalle categorie conoscitive e dalle teorie di riferimento dell’osservatore. La realtà non viene considerata come un ente, bensì è generata a partire dalle modalità conoscitive messe in atto per studiarla, ed esse stesse diventano oggetto di studio. Non si parla di concetti, ma di costrutti, siamo nel campo del pluralismo, in cui sono i diversi punti di vista a generare di volta in volta un particolare fenomeno, “la mappa genera il territorio, ma senza di essa non vi è nessun territorio”. Ad esso vi aderiscono le scienze con suffisso -logia, ma a partire dall’epoca post-moderna.

La scelta nel descrivere il fenomeno allucinatorio da parte di chi scrive lo situa all’interno del realismo concettuale e a partire dalla teoria sociologica e psicologica dell’interazionismo simbolico (Mead e Blumer, 1969), in cui si presta particolare attenzione ai ruoli che la persona interpreta, ai contesti che abita e al “testo” che porta nel momento in cui stabilisce che ciò che vive ha una realtà percepita effettivamente come reale. Ricordiamo però che anche questa teoria è frutto di una particolare costruzione e scelta umana, dunque è “solo” un modo di leggere e di costruire ciò che intendiamo studiare.

Provando non a negare, ma a sganciarci da visioni che provano a spiegare il “perché” esista tale fenomeno individuando cause neurologiche o di frammentazione della coscienza, proviamo a spostarci sul piano operativo del “come” a partire dalla particolare visione di chi dichiara di udire le voci.

Prendiamo spunto da una frase di Pirandello che afferma: “Quanto son cari questi uomini che, davanti a un fatto che non si spiega, trovano subito una parola che non dice nulla e in cui così facilmente s’acquetano. Allucinazioni” (Pirandello, 1925).

E’ sempre lecito considerare psicotico chi sente le voci?

Assumendo il punto di vista dell’uditore di voci, sia che venga dannato dalle voci sia che ne sia spiritualmente emancipato, proviamo a sovvertire le teorie che spiegano il perché questo può accadere e ci spostiamo su un piano in cui il terapeuta prova a “non ricondurre l’ignoto al già noto”. Tutto ciò che sappiamo è che il fenomeno dell’udire voci di persone che non sono sentite da altri può essere chiamato “allucinazioni” e, quando non è spiegabile con qualche causa neurologica, viene trasferito nella categoria dei sintomi psicotici, con il risultato di trasformare una classificazione descrittiva e valutativa in una spiegazione tautologica: “La persona è psicotica quindi sente le voci, la persona sente le voci perché è psicotica”.

Qui invece mettiamo a fuoco il “ruolo attivo” di chi ascolta le voci e l’importanza delle mediazioni interattive e culturali che preordinano i contenuti narrativi del fenomeno.

Per prudenza, molti uditori di voci evitano di confessare questa esperienza per non essere considerati pazzi e subire un grave pregiudizio sociale. Come documentato da molte ricerche epidemiologiche, proprio per non subire uno stigma, molte forme di allucinazioni sono diventate un fenomeno sommerso nonostante la loro ampia diffusione tra la popolazione (Fernyhough, 2004). D’altro canto spesso gli psicologi clinici e gli psichiatri, di fronte a una persona che confessa di essere un uditore di voci tendono a riportare l’ignoto entro ciò che a loro è già noto, sia per la formazione ricevuta, sia per le convenzioni normative di senso comune cui partecipano e per i criteri nosografici che utilizzano (Quarato, 2011).

Provando a sganciarci da tutto ciò, per questioni epistemologiche, etiche, ma anche emiche, adottiamo un punto di vista operativo in cui siamo in ascolto di ciò che porta la persona e siamo noi stessi psicologi a contribuire alla costruzione del fenomeno e dei significati costruiti intorno ad esso.

In questo modo possiamo provare ad adottare diverse strategie in linea con il principio della de medicalizzazione (Turchi, Perno, 2009). Mettiamo nella condizione la persona di parlarci liberamente del suo dialogo interno, se possibile di interpretarlo, di dare voce alla polifonia che sente dentro di sé. Adottando questo approccio dialogico-interattivo andiamo incontro ad una visione “multi-being” in cui qualsiasi voce può prendere parte attivamente al dialogo interno (Romaioli, 2014). Promuoviamo che la persona si senta parte attiva di ciò che invece sente di subire, facciamo in modo che le diverse “voci” possano entrare in interazione tra loro, favoriamo che vengano riconosciute come poli narrativi di sé, e laddove ciò non è possibile, comunque come enti esterni con i quali in qualche modo è possibile comunicare e cooperare per il benessere psicologico.

Facciamo in modo di superare le nostre stesse visioni di psicologi clinici che talvolta non ci consentono di “andare oltre” ciò che ipotizziamo, non siamo nell’ambito dell’onnipotenza, anzi, pensiamo che discorsivamente ed interattivamente nessun intervento è precluso, ma comunque restiamo nell’ambito dell’incertezza che quella determinata interazione con la persona può generare.

Se ci muoviamo con obiettivi di salute psicologica possiamo costruire strategie ad-hoc che finalmente restituiscano al fenomeno allucinatorio un nome ed un cognome, che varia in base alla persona che esperisce le voci.

Che ci si trovi davanti ad una persona che dichiara di avere tre diavoli in testa, di parlare con Elvis Presley o di dialogare tra sé e sé, proviamo a restituirle un ruolo attivo, un ruolo che può decidere se chiamare a sé o meno le voci, che possa trasformarle da aspetto critico in risorsa, che possa ridurre le medicalizzazioni e possa favorire una gestione personale del fenomeno in base alle proprie esigenze (Romaioli, Chiara, Faccio, Miglietta, 2022). Muoviamoci sulla domanda “In che senso?”. Facendo ciò, anziché stabilire noi clinici a priori il senso di ciò che ci si presenta davanti, inizieremo a cogliere un senso diverso di volta in volta e ad aiutare le persone che per anni sono state stigmatizzate come folli.

Se proprio ci risulta difficile non dare un nome alle cose, allora proviamo a costruire etichette più utili per la persona in termini di benessere psicologico, come ad esempio “Sinestesia”, una condizione che può appartenere a molte persone senza il bisogno che si sentano vittime o peggio ancora stigmatizzate dalla società.

Provando a spostarci su questa visione aiuteremo le persone a sentirsi parte attiva rispetto a ciò che esperiscono e ad operare le scelte più utili per raggiungere un proprio benessere psicologico.

Bibliografia

Blumer, Mead – Interazionismo Simbolico

Fernyhough – Alien voices and inner dialogue: towards a developmental account of auditory verbal hallucinations

Pirandello – Uno, Nessuno e Centomila

Quarato – Ascoltare voci in “Il nostro inquilino segreto” di Bottini e Salvini

Romaioli – La terapia Multi-Being

Romaioli, Chiara, Faccio, Miglietta – Hearing voices as a form of inner dialogue. Using the dialogical self to turn a critical voice into an ally

Salvini – Psicologia Clinica

Turchi, Perno – Modello Medico e Psicopatologia come interrogativo

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