Come associazione impegnata nella lotta alla disuguaglianza e alla costruzione di realtà (anche narrative) più eguali e rispettose di tutti e tutte, riteniamo doveroso esprimere il nostro punto di vista sulla questione del corteo di protesta per lo sgombero di Askatasuna. Anche stavolta, puntuale, la macchina mediatica e istituzionale ci presenta una narrativa monolitica: la città distrutta da un pugno di esaltati, i manifestanti e i simpatizzanti complici della devastazione, la conferma del mondo dei centri sociali come covo di delinquenti eversivi.

Questa narrazione, semplicista, riduttiva, banale per la sua parziale cecità ci infastidisce, certo, ma più di tutto ci spaventa, ci preoccupa. Perché chi si occupa di psicologia e società conosce il potere dei discorsi e delle narrative nella produzione della realtà. Soprattutto quando provengono da fonti ritenute autorevoli, i discorsi dominanti non solo creano delle percezioni diffuse, ma danno forma a comportamenti, attitudini, relazioni. Riteniamo quindi importante decostruire questo discorso monologico che viene proposto a scopo propagandistico e tentare di costruire una narrazione che metta in dialogo diversi livelli e significati.

Inevitabile è partire dal tema della violenza, che domina il dibattito attuale. La violenza è un atto raccapricciante e nessuno che si trovi in una disposizione di spirito serena la auspicherebbe. La narrativa sulla violenza, tuttavia, è incredibilmente parziale, unilaterale, e politicamente motivata. I discorsi proposti in questi giorni sembrano relegare l’uso della violenza a una fascia ben precisa di “facinorosi”, “criminali” e soprattutto focalizzata su quella forma di violenza fisica, diretta e manifesta che è facilmente visibile e perciò bersaglio di manipolazione dell’informazione. Nessuna parola sull’uso sistematico della violenza da parte delle istituzioni, in un clima politico nazionale e internazionale sempre più incline alla repressione, l’applicazione della forza, e la glorificazione della prepotenza: dagli omicidi di civili impuniti dell’americana I.C.E. al genocidio in Palestina, dalle minacce di annessione di Trump alle velleità da ipergiustizialismo sommario e razziale e di Salvini.

Intendiamo qui ampliare il dibattito sulla violenza includendo le forme di violenza strutturale (come l’oppressione sistemica basate su genere, razza e classe, così come le forme di persecuzione politica dei dissidenti, l’intimidazione degli emarginati) e di violenza culturale (la svalutazione e distruzione di particolari identità umane, l’etnocentrismo, le ideologie coloniali e tutte le forme di esclusione e indebolimento delle minoranze) di cui il nostro governo fa smodato e sfrontato uso. Un governo che, sul pretesto dell’occupazione abusiva, auspica la sistematica demolizione degli spazi sociali storicamente legati alla sinistra – luoghi primariamente di cultura, autogestione, mutualismo e aggregazione – militarizzando interi quartieri, ma che nel frattempo invita Casa Pound, incostituzionale organizzazione neofascista che da decenni occupa abusivamente uno stabile in centro a Roma, a presentare in Parlamento una delirante proposta di legge sulla “remigrazione” su presupposti di “purezza razziale”. Un governo che plaude chi si fa giustizia da solo con le armi da fuoco, ma che propone il fermo preventivo per chi vuole manifestare dissenso. Un governo che paventa di designare Askatasuna come organizzazione terroristica, ma che tollera I.C.E. e pasdaran come agenti di sicurezza alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Che propone l’impunità penale per gli agenti di polizia. Ipotizza il fermo preventivo di attivisti prima delle manifestazioni in assenza di reato. Che nega le operazioni di soccorso in mare per i migranti. Che si costruisce, come tutti i governi di estrema destra, populisti e xenofobi che affliggono i nostri tempi, sulla narrativa della paura, del nemico, dell’assedio, della prepotenza. Tutte narrative che, secondo Achille Mbembe e Giorgio Agamben, giustificano lo stato d’eccezione in cui i diritti fondamentali vengono negati. Queste forme di violenza strutturale e culturale sono profondamente radicate nella società e hanno una influenza diretta sull’accesso delle persone ai propri diritti, spesso portando a risposte di violenza diretta che sono solo un anello di una catena molto più lunga e complessa.

Sabato a Torino si è vista una messa in mostra massiva della violenza. Di una violenza che non è un fatto isolato, assoluto, indipendente dalla realtà nazionale e internazionale che viviamo, ma che è di essa diretta conseguenza ed emanazione.

Quando parliamo di violenza sistemica parliamo anche di tutte quelle micro e macro aggressioni alla libertà individuale che proprio i cittadini di Torino e gli abitanti del quartiere Vanchiglia hanno subito per diverse settimane in seguito alle operazioni di militarizzazione precedenti allo sgombero. Scuole chiuse, negozi chiusi, checkpoint per controllare i documenti di chi ha la sfortuna di abitare nei pressi dell’immobile in corso Regina Margherita. Bambini costretti a casa, giornate di lavoro perse, un clima di paura e tensione.

Molti hanno deciso di ribellarsi e protestare contro un esercizio di potere percepito come iniquo, una vera e propria forma di abuso. Tra di loro, alcuni hanno deciso di fare ricorso alla violenza fisica e diretta. Questo è e rimane un atto profondamente disturbante, come le scene che abbiamo visto e di cui sono piene le prime pagine di giornali, siti, telegiornali: la violenza umana è una cosa terribile.

Ma è assurda miopia interpretare questa violenza come qualcosa che nasce nel vuoto, dall’insana volontà di qualche testa calda. È il gioco della delegittimazione della rabbia popolare, che deve far suonare un campanello d’allarme. Come nel caso delle manifestazioni pro Palestina del 2025, gli scontri di piazza sono il sintomo di una rabbia e un senso di ingiustizia che non trovano interlocutori, ma solo detrattori. Sono l’urlo estremo di corpi che, come diceva Fanon, privati di ogni dignità, possono solo gridare. Sono il dito che indica la luna: il senso di esclusione, la mancanza di spazi di libertà, il soffocamento delle prospettive esistenziali, la sistematica marginalizzazione dei giovani e delle identità minoritarie, l’autoritarismo, il riarmo, la svalutazione della cultura e dell’arte, lo sfruttamento, la perdita di speranza. Occorre fare attenzione a chi, invece della luna, cerca di farti guardare il dito. Sta cercando di fare di te uno stolto.

Cinquantamila persone scese in piazza a Torino sabato non erano lì (solo) perché simpatizzanti di Askatasuna. Questa moltitudine ampia, eterogenea, colma di bambini, giovani, anziani e gente di svariate provenienze sociali, è scesa in piazza per difendere un’idea di libertà minacciata dalle attuali politiche; perché privata di uno spazio di espressione che, benvoluto o meno, era percepito come necessario, funzionale al tessuto sociale del quartiere e della città, opportunità per la crescita personale e politica dei giovani, laboratorio per la partecipazione diretta. Un’opportunità di giustizia sociale per la quale tutte queste persone si sono volute mettere in gioco, nel riempire le strade, manifestare e lottare in varie forme e modalità, per non arrendersi agli abusi di potere istituzionali.

La sicurezza non si costruisce e non si garantisce con la repressione. Le società più sicure sono quelle in cui c’è più giustizia sociale. La giustizia sociale sta perdendo, qui da noi. E non è certo colpa di un centinaio di black bloc, ma di una classe dominante che consciamente ed esplicitamente mira a costruire un mondo più repressivo, più diseguale, con più privilegi per pochi e meno diritti per tutti. È questa la violenza che ci preoccupa di più.

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