Psicoterapia sociale e capacitazione. Il problema dell’accessibilità alla psicoterapia e ai servizi di salute mentale. Dati e Riflessioni.

E’ uscito, in Novembre 2020, il libro “La funzione sociale dello psicoterapeuta”, edizioni Alpes, di Luigi D’Elia, il cui scopo è colmare una lacuna formativa relativa al percorso di ogni psicoterapeuta che affronta problematiche cliniche in un medium sociale in perenne e rapidissimo mutamento. Tale lacuna riguarda, per l’autore, sia il piano teorico-concettuale (non esiste, almeno in Italia, una psicoterapia sociale nonostante si moltiplichino le iniziative con tale intenzione), sia il piano clinico (non è affatto chiaro come e dove si debba tradurre una consapevolezza della funzione sociale nella pratica clinica).

Il libro contiente un contributo elaborato da un nostro membro, Matteo Bessone, sull’accessibilità alla psicoterapia e sulla psicoterapia sociale, termine ombrello entro cui D’Elia ha racchiuso una serie variegata e di pratiche, spesso isolate e frammentate, accomunate dal bisogno di abbassare le barriere, anche economiche, che separano una parte della popolazione popolazione da alcuni servizi di salute mentale, quali esempio, le psicoterapie.

Rientrano tra queste esperienze multiformi il progetto Psicoterapia Aperta e senza dubbio lo Sportello TiAscolto che forniscono risposte alternative e complementari a bisogni che sfociano spesso nell’assunzione di psicofarmaci.

Riproponiamo qui uno stralcio del Capitolo 4 dal titolo “Psicoterapia sociale e capacitazione. Il problema dell’accessibilità alla psicoterapia e ai servizi di salute mentale. Dati e Riflessioni.”

La distribuzione diseguale della psicoterapia

Qualche romantico potrebbe illudersi che non trovando un’adeguata risposta ai bisogni di salute
all’interno del SSN la comunità abbia risposto a questa domanda nel libero mercato il quale,
autoregolandosi, avrebbe prodotto risultati efficaci per la tutela della salute della collettività.

Tuttavia per quanto di importanza fondamentale nella vita della collettività il mercato non può, per sua natura, rispondere efficacemente ad alcuni bisogni fondamentali dei cittadini, quali ad esempio quelli educativi e sanitari e sopratutto per le categorie più svantaggiate. In Italia è possibile che il mercato offra una valida risposta ai bisogni di salute mentale per alcune classi sociali ma è sicuro che costituisca un meccanismo di esclusione dalle cure per altre.
L’assenza della psicoterapia all’interno del SSN e la sua presenza quasi esclusiva all’interno del
libero mercato determinerebbe una distribuzione delle cure che, a livello di popolazione, segue un profilo proporzionale al vantaggio sociale, tramite un doppio meccanismo di selezione e quindi inverso rispetto al bisogno.

La prima selezione avviene a livello della formazione, nelle scuole di specializzazione, sopratutto private, inaccessibili per molti laureati in una posizione sociale, sia individuale che familiare, di svantaggio economico e sociale: provenire da una famiglia ricca rende più probabile divenitare psicoterapeuti. Dopo numerose ore di tirocinio non retribuite all’interno dei servizi territoriali pubblici buona parte di coloro che sono riusciti ad accedere e terminare il percorso di formazione in psicoterapia alimenta la consuetudinaria tendenza ad imporre nel libero mercato tariffe inaccessibili per la popolazione maggiormente svantaggiata. La seconda selezione agisce a livello di erogazione della prestazione, altresì inaccessibile per molti cittadini le cui condizioni di salute mentale potrebbero peraltro aggravarsi in relazione a vissuti di impotenza, indegnità, umiliazione, vergogna.

Le tariffe inaccessibili imposte dagli psicoterapeuti sembrano essere legate da una parte,
materialmente, all’esigenza di rientro dell’investimento economico, scaricato sui cittadini e,
dall’altra, al bisogno di riconoscimento sociale e di status del ruolo professionale. Il timore spesso
evocato è che la figura professionale possa essere s(otto)valutata da tariffe minori danneggiando
immagine e prestigio sociale di una pratica altamente specializzata il cui riconoscimento andrebbe però collettivamente cercato attraverso una maggior rappresentazione all’interno delle istituzioni deputate alla tutela della salute pubblica. Le tariffe richieste/imposte, diversamente dal costo di molti farmaci, avrebbero un effetto diretto sulla percezione della distanza che intercorre tra chi esprime un bisogno e chi detiene il potere e il sapere per rispondere a tale bisogno. Tali tariffe rappresentano spesso un elemento cruciale di indottrinamento all’interno della formazione nelle scuole di psicoterapia le quali solo con rarissime eccezioni riescono ad andare al di là del significato simbolico del denaro per vederlo anche in tutta la sua prosaicità ed oggettività.

Al di là delle interpretazioni fantasticate da un gran parte della comunità degli psicoterapeuti sul basso investimento emotivo, queste tariffe costituirebbero a tutti gli effetti barriere materialmente insormontabili per l’accesso alle cure proprio per quella fascia di popolazione che, in condizioni di maggior svantaggio sociale, ne avrebbe maggior bisogno.



Sembrerebbe manifestarsi quella che viene chiamata inverse care law per cui “la disponibilità di una buona assistenza medica tende a variare in modo inversamente proporzionale al bisogno della popolazione servita. […] Questa legge dell’assistenza inversa opera più profondamente laddove le cure mediche sono in maggior misura esposte alle forze del mercato, e in modo meno rilevante laddove tale esposizione è ridotta.” (Hart 1971).

Oltre a evidenziare il ruolo degli psicoterapeuti nelle disuguaglianze di salute legate all’accesso alle cure, l’ipotesi sulla distribuzione diseguale della psicoterapia evocherebbe la possibilità che le pratiche psicoterapeutiche, nel loro insieme, amplifichino i meccanismi di stratificazione sociale che, alimentando le disuguaglianze sociali, minano coesione (Erdem 2016, Kawachi 1997) e capitale sociale (Gilbert 2013, Uphoff 2013) aggredendo la salute mentale di tutte e tutti. Come è noto capitale e coesione sociale hanno infatti una funzione sia preventiva che curativa sulla salute mentale della popolazione mediato principalmente dal senso di fiducia, di supporto, coesione sociale e reciprocità (McPherson 2014, Bassett 2013, Poortinga 2012, DeSilva 2005, Cullen 2001).

E’ possibile scaricare tutto il contributo liberamente qui e acquistare il libro “la funzione sociale dello psicoterapeuta” presso il sito dell’editore.

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