Scritti di Marc Augè, Roberto Beneduce, Stefania Pandolfo, Michel Plon, Charles-Henry Pradelles de
Latour e Andras Zemplèni a cura di Roberto Beneduce e Elisabeth Roudinesco
Ed. Bollati Boringhieri 2005
Il testo propone al lettore di adottare una prospettiva antropologica nell’esplorazione dei significati
legati alla cura e alle origini del malessere che apre ad una riflessione più articolata e complessa
della questione ampliando gli stretti confini in cui per diverso tempo è stata marginata.
L’origine di questa esplorazione ha inizio dalla ricerca dei significati sottostanti alle pratiche terapeutiche definite “tradizionali” (tecniche divinatorie, atti di stregoneria, rituali) e ai differenti
idiomi della sofferenza a essi associati. Questo avviene attraverso l’immersione da parte degli autori all’interno delle diverse logiche e strutture appartenenti alle cure tradizionali come l’istituzione terapeutica delle Confessioni in Costa d’Avorio, il feticcio degli Dei del Benin, il culto dei Rab in Senegal, la cura dei Jiiin nella cultura magrebina. Attraverso questo percorso emerge come i sistemi tradizionali siano detentori di un potere di cura che si basa sulla capacità di innescare processi simbolici attraverso l’uso di pratiche capaci di “rivolgersi in direzione di quei nodi irriducibili e di quelle ambivalenze inesorabili dentro le cui maglie il soggetto è – ovunque – preso”. Nodi irriducibili che per essere toccati hanno però bisogno di strumenti terapeutici che traccino le giuste direzioni per raggiungerli. I differenti idiomi della sofferenza si fondano infatti sulle diverse rappresentazioni di Sé, della mente, degli eventi storici e della dimensione interpersonale e gruppale a cui è necessario rivolgersi con dei sistemi terapeutici formulati per rispondere a quegli specifici registri di esperienza.
Questa ricerca mette in luce dunque l’urgenza di riconoscere come i modelli di cura e le forme di
malessere non siano dimensioni da poter definire a priori in base a modelli diagnostici standardizzati o pratiche terapeutiche preordinate, ma che tengano conto di quelli che sono le
rappresentazioni “del corpo e dei processi psichici, direttamente intrecciate alle filosofie locali […] e all’impatto di precisi eventi storici”. Occorre dunque ripensare al potere della cura e all’origine della sofferenza attraverso un approccio “storicamente fondato” che tenga conto delle peculiari “tecnologie del sé” di ogni individuo.
Interrogarsi dunque su questo tipo di dimensioni permette di rilevare e sollevare questioni di grande rilevanza epistemologica da una parte, ma dall’altra di richiamare in campo anche questioni di ordine etico e sociale che riguardano le politiche della differenza e le strategie di riconoscimento che spesso vengono adombrate se non negligentemente ignorate.
“il progetto contro l’alienazione prodotta dalla tradizione e dal ricorso delle cure tradizionali
nasconderebbe dunque il rischio di una parallela alienazione, che tocca forse all’antropologo
mettere in luce: un’alienazione che si produce allorquando si nega dignità a un altro idioma di
sofferenza, a un altro vocabolario dell’esperienza, a un altro registro di soggettività e del
simbolico”.

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