Viviamo in un’epoca in cui l’inclusione sociale è un concetto chiave. Tuttavia, sembra importante chiederci cosa significhi davvero essere inclusivi e come stiamo effettivamente contribuendo a realizzare questo obiettivo. Sarebbe importante che fossimo consapevoli dei possibili elementi nascosti dietro la retorica dell’inclusione. Nel riflettere su queste questioni, è cruciale considerare le esperienze delle persone con disabilità, che sono tra le principali beneficiarie delle politiche di inclusione. Potrebbe essere che alcune delle barriere non siano solo esterne, ma anche create e perpetuate dalle persone senza disabilità? Affrontando il problema dell’abilismo e della marginalizzazione ed essendo dei membri di questa società, come possiamo lavorare insieme per superare queste sfide e costruire una società più inclusiva?
Per iniziare, potremmo partire da una riflessione sul concetto di normalità. Definire chiaramente il termine “normalità” potrebbe fornire un punto di partenza utile.
Cercando la definizione, sul dizionario Treccani, si trova:
normalità
/nor·ma·li·tà/ normalità s. f. [der. di normale]. – [carattere o condizione di ciò che è o si ritiene normale: vivere nella n.; il ritorno alla n.] ≈ abitudine, consuetudine, norma, prassi, quotidianità, regolarità. Condizione riconducibile alla consuetudine o alla generalità, interpretata come ‘regolarità’ o anche ‘ordine’.
La normalità è un concetto che nasce ad inizio del 1800 in ambito astronomico con la curva di Gauss, che serve per approssimare la distribuzione degli errori commessi nelle misurazioni ripetute di una stessa grandezza. Inizialmente, quindi il termine svolge una funzione prettamente statistica-matematica. Successivamente, nel 1820, venne introdotto nel campo sociale da Quetelet, un astronomo e statistico belga che, occupandosi anche di studi sociali adottò il termine allo studio delle dinamiche umane. In questo modo, Quetelet utilizzò il termine ‘normale’ per la definizione della “normalità” in un contesto sociale arrivando all’elaborazione del concetto di uomo medio (l’homme moyen) che viene concepito, in una visione caratteristica dell’epoca, come rappresentazione più autentica dell’umanità. Come scrive Quetelet «ogni qualità, entro i giusti limiti, è essenzialmente buona; soltanto alle deviazioni estreme della media diventa cattiva». In questa forma, il concetto appare notevolmente diverso dal modo con cui viene utilizzato nella società odierna dove solo l’apice della curva, una porzione molto limitata dello spettro delle differenze umane, è considerata “normalità” e tutto il resto è vissuto e concepito come diverso, anormale. La visione contemporanea della normalità sembra limitarsi a una piccola porzione della curva, intesa come unica rappresentazione possibile di una supposta “normalità”. Questa visione, basata su una definizione e concezione statistica della normalità, si accompagna ad un approccio che tende ad adattare ciò che “normale non è”, non riuscendo a catturare e valorizzare la complessità della realtà sociale e di ciò che non è comune, frequente, abituale. Questo significa che occorre cautela e sapere discernere tra visione matematica e sociale, riconoscendo il valore della diversità intrinseca dell’umanità.
Allo stesso modo, anche il polo opposto del concetto di “normale” varia in base al contesto e alle lenti adottate. In termini matematici, si parla di estremo o eccezionale; nella sfera sociale, si utilizzano parole come insolito o strano. Nel campo medico, si considera patologico; in quello della salute mentale, l’anormalità, viene associata spesso alla follia.
Cercando la definizione di “diversità” sul dizionario Treccani, troviamo:
/ di·versità /1. [l’esser diverso e ciò per cui due cose sono diverse] ≈ differenza, difformità, (non com.) dissimilitudine, (lett.) dissomiglianza, distinzione, disuguaglianza. ↔ affinità, analogia, somiglianza, uguaglianza. 2. [il divergere nel modo di pensare, di giudicare e sim.] ≈ e ↔ [→ DIVERGENZA (2)]. 3. a. (soc.) [condizione di chi è considerato da altri, o considera sé stesso, diverso rispetto a una presunta condizione di normalità] ≈ ‖ anormalità. ⇓ handicap, omosessualità. ↔ normalità. b. (fam., eufem.) [l’essere attratto da persone dello stesso sesso] ≈ omosessualità. ↔ eterosessualità, normalità.
In qualità di psicologi e psicologhe sensibili al contesto e ai determinanti sociali e alla complessità dell’identità individuale, di gruppo e sociale, riconosciamo il ruolo cruciale che la diversità rivesta nella sua costituzione. Ad esempio, è insito nell’essere umano riconoscersi in aspetti diversi dagli altri, abbiamo bisogno di differenziarci per identificarci in qualcosa o qualcuno.
A livello sociale, la società umana si basa sulla capacità di riconoscersi in elementi distintivi e diversi, fondamentali per l’identificazione individuale e collettiva. Come sappiamo, le principali differenze, socialmente costruite, usate per classificare i membri dei diversi gruppi sociali e le relative appartenenze sono relative a: razza (o etniche o di provenienza geografica), età, religione, filosofia, abilità fisiche, contesto socioeconomico, orientamento sessuale, identità di genere, intelligenza, salute fisica, salute mentale, attributi genetici, personalità e comportamento e classe sociale. Pur essendo la differenza un valore e la convivenza delle diversità umane faticosa e spesso impossibilitata, crediamo che troppo spesso l’identificazione con il proprio specifico gruppo ostacoli la volontà degli individui di cooperare con ‘persone diverse da me/noi’, appartenenti ad un altro gruppo sociale.
Quale rapporto può esistere tra normalità e diversità, in ambito prettamente sociale ?
Il concetto di inclusione è oggi molto utilizzato per descrivere questo rapporto che in passato espresso e operazionalizzato attraverso il concetto di integrazione, che si riferiva alla necessità di mettere fisicamente insieme le persone senza consentire loro di condividere strumenti, opportunità e risultati. Questo concetto sembra implicare il sentirsi accettati dal contesto e sottointendere un adattamento reciproco.
Il successivo termine <<inclusione>> è stato introdotto dalla convenzione dell’Onu, all’interno del Vertice mondiale per lo Sviluppo Sociale tenutosi a Copenaghen nel 1995. In seguito, si è diffusa la narrazione della “società inclusiva”, che, in linea con l’Agenda dell’ONU 2030, si propone di ridurre le disuguaglianze sia all’interno dei Paesi sia tra di essi, promuovendo un approccio più inclusivo.
Come sostiene il filosofo Jürgen Habermas, “inclusione non significa accaparramento assimilatorio, né chiusura contro il diverso. Inclusione dell’altro significa piuttosto che i confini della comunità sono aperti a tutti: anche, e soprattutto, a coloro che sono reciprocamente estranei o che estranei vogliono rimanere.” (L’inclusione dell’altro, 2013).
Una società veramente inclusiva dovrebbe eliminare ogni forma di discriminazione, evitando di promuovere un vissuto di esclusione sociale, che può portare gli individui, soprattutto appartenenti a determinate minoranze marginalizzate, a livello culturale e materiale, a non sentirsi nè essere pienamente partecipi alla vita della comunità Quando ci si sente in una posizione marginale, l’introiezione di stigma e le esperienze di pregiudizio, facilmente si traducono in forme di isolamento sociale e di perdita dei legami del senso di appartenenza ad una comunità ampia, ad un orizzonte comune e condiviso di senso.
Facendo un passo indietro, ripartendo dal principio, oggi nella nostra società esistono molte lotte per l’inclusione. Sono infatti molte le differenze tra individui e gruppi e le soggettività marginalizzate e discriminate.
In questo articolo ci focalizziamo sull’inclusione delle persone con disabilità. Questo perché è relativamente recente il pieno riconoscimento giuridico dei diritti delle persone con disabilità. Inoltre, come sottolineato, chi scrive è una persona con disabilità fisica che ha una lunga esperienza vissuta del cosiddetto “mondo delle persone con disabilità” e che si interroga molto sulle varie lotte alle quali assistiamo e che viviamo in prima persona in questo momento storico. Per esempio, quando si esce per andare in un locale o a casa di amici, il primo pensiero della persona disabile è ‘ci saranno scalini per entrare? il bagno sarà accessibile?’.
A partire dagli anni ’70 sono state istituite cosiddette soft law, norme o risoluzioni non vincolanti per gli stati, come ad esempio la Dichiarazione sui diritti delle persone con ritardo mentale (1971), la Dichiarazione dei diritti delle persone con disabilità (1975) e le Regole per le pari opportunità delle persone disabili dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1993).
Un cambio di paradigma riguardo alla concezione della disabilità è avvenuto nel 2008, con lalaConvenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (United Nations Convention on the Rights of Persons with Disabilities, cosiddetta CRPD), il primo strumento internazionale vincolante in tema di disabilità. La convenzione sancisce il passaggio dal modello medicalizzato (disabilità come mero stato di menomazione e di malattia) ad un modello cosiddetto sociale della disabilità in cui questa non è più concepita come deficit rispetto alla normalità ma come prodotto dell’interazione tra specifiche caratteristiche delle persone e specifici contesti sociali e di vita. Inoltre, la CRPD estende notevolmente il concetto di disabilità, includendo anche le disabilità psicosociali, in cui rientrano molte delle esperienze di persone con disagio mentale, in maniera del tutto indipendente dal livello di gravità e intensità.
E’ importante questo passaggio, perchè si sposta l’asse di tutela della disabilità dalla mera assistenza medica e ad un trattamento ortopedico e ortopedizzante ad una azione comprensiva volta ad eliminare ogni forma di discriminazione intesa come ‘qualsivoglia distinzione, esclusione o restrizione sulla base della disabilità che abbia lo scopo o l’effetto di pregiudicare o annullare il riconoscimento, il godimento e l’esercizio, su base di eguaglianza con gli altri, di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale, civile o in qualsiasi altro campo’ (Preambolo della Convenzione, 2008). Il concetto sottostante è che è il mondo ad essere disabilitante.
Il CRPD è stato fondamentale per riconoscere la dignità delle persone con disabilità e la libertà di fare le proprie scelte, e l’indipendenza, il cosiddetto “diritto ad avere diritti delle persone con disabilità”(Saraceno et al. 2022). Questo consente di dare la possibilità di partecipazione attiva alla vita sociale e comunitaria.
In riferimento alle persone con disabilità, nel tempo, sono state sviluppate pratiche di inclusione: nell’ambito lavorativo il collocamento mirato; nell’ambito scolasticol’introduzione dei docenti di sostegno e progetti adeguati; nell’ambito abitativo i condomini solidali, oppure i gruppi locali d’incontro iniziative di turismo sociale.
Naturalmente questi sono solo alcuni esempi di pratiche inclusive, ma evidenziano come ci sia ancora molta strada da fare per permettere alle persone con disabilità di sentirsi libere di fare scelte indipendenti per la propria vita fornendo tutti gli strumenti e le opportunità necessarie: ad esempio, se la società fosse realmente inclusiva, una persona con disabilità non dovrebbe neanche domandarsi se il posto in cui deve andare è accessibile.
Rispetto ad altre lotte per l’inclusione è significativo come la disabilità debba lottare contro il concetto di deficit, che porta a un vissuto di malattia e quindi spesso suscita pietà da parte persone normodotate. Infatti, non bastano le leggi per cambiare la sensibilità, cultura e pensieri.
Bisogna riconoscere che l’inclusione è un processo lungo e complesso. Se guardiamo bene a tutto ciò che è stato qui scritto, sembrerebbe però che chi si sente escluso abbia un ruolo passivo: il presupposto è che, per superare alcune forme di esclusione, debba essere la persona ‘normale’ a lavorare su di sé per permette a chi si sente ‘diverso’ di far parte della società, per includere
Ma è proprio così? Quanto è rischioso e probabile che chi si sente ed è escluso abbia un ruolo passivo nel processo di inclusione? Quanto è possibile che alcuni vissuti di marginalità siano incorporati e sedimentati? Personalmente, ho cambiato il mio approccio agli altri negli anni: mi faceva molto arrabbiare quando qualcuno mi osservava in modo ossessivo oppure continuava a volermi aiutare invadendo i miei spazi oppure sentiva l’esigenza di accarezzarmi la testa; finché non mi è stato fatto notare dal mio terapeuta che la disabilità suscita nelle persone normodotate un vissuto di pietà, perché ci si trova di fronte all’impotenza dell’essere umano. Così ho iniziato a vedere le persone con le loro fragilità davanti alle mie e a riconoscerci come essere umani diversi ma non per questo divisi che non possono dialogare e darsi qualcosa da entrambe le parti.
Se la società in cui viviamo è certamente caratterizzata dalla cultura dell’egoismo, ossia la difficoltà a rispettare il pluralismo e considera l’ego, nel suo sostanziale isolamento, unico e universale punto di partenza (La cultura dell’egoismo. L’anima umana sotto il capitalismo di C. Castoriadis e C. Lasch 1986), questo accade anche per ciò che Castoriadis e Lasch definiscono l’esaltazione morale della figura della vittima, che porta alla vittimizzazione come unico criterio di riconoscimento con il rischio che le persone ‘diverse’ possano faticare ad uscire da questa posizione di subordinazione e marginalità.
Questa vittimizzazione può diventare la base su cui fondare le proprie rivendicazioni, offuscando una visione più ampia. Il rischio è quello di chiudersi in una rabbia verso gli altri, i cosiddetti normali, come se non ci fosse niente da spartire con altri che non hanno le stesse specifiche caratteristiche. Questo però, a sua volta, rischia di alimentare la barriera e le distanze tra cosa è ‘normale’ e cosa è ‘diverso’.
In sintesi, l’inclusione non può avvenire esclusivamente dalla parte dei cosiddetti ‘normali’. E’ naturalmente necessaria, create le reali condizioni di possibilità, anche la volontà di essere inclusi da parte dei cosiddetti “diversi”, marginalizzati ed esclusi. Anche i cosiddetti “diversi” possono avere un ruolo attivo e una parte di responsabilità. Per questo motivo, al termine “inclusione” potrebbe essere utile affiancare un nuovo termine, quello di “coesione”, che sta iniziando a prendere piede soprattutto nell’ambito della disabilità, come testimonia la compresenza dei due termini negli obiettivi del Pnrr. Questo porta alla speranza, da parte di alcune e alcuni, che, in futuro, i due termini possano essere sostituiti, veicolando con maggior forza il carattere di co-responsabilità e co-partecipazione alla definizione degli assetti sociali, ciascuno secondo le proprie possibilità e senza negare le dinamiche sociali e politiche che, troppo spesso, continuano a creare marginalità ed esclusione di alcuni gruppi sociali a beneficio esclusivo di altri, privilegiati.
Come scritto in precedenza, essendo in primis una persona diversamente abile, posso dire che ho vissuto sulla mia pelle molti degli aspetti riportati e discussi in questo articolo. Proprio quando ho iniziato a non vedere gli ‘altri’ come i ‘nemici’ e mi sono posta in modo proattivo nella società, mi si sono aperte delle possibilità. So che non è facile, ma ne vale la pena per raggiungere una società più unita.
In conclusione, sarebbe auspicabile adottare una prospettiva che abbracci una società in cui non si cerca di definire una normalità rigida, ma piuttosto si riconosce e valorizza la ricchezza delle molteplici diversità presenti. È essenziale garantire a ogni individuo, indipendentemente dalle sue differenze, il pieno riconoscimento e la legittimità delle proprie esperienze e identità. Questo approccio non solo favorirebbe una maggiore inclusione sociale, ma anche un clima di rispetto reciproco e di comprensione delle varie prospettive.
BIBLIOGRAFIA
Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (United Nations Convention on the Rights of Persons with Disabilities, cosiddetta CRPD), 2008
Treccani online: http://www.treccani.it/vocabolario
Chaney S, 2023. Sono normale? Due secoli di ricerca ossessiva della «norma»
Castoriadis C., Lasch C. 1986. La cultura dell’egoismo. L’anima umana sotto il capitalismo
Habermas J. 2013. L’inclusione dell’altro. Studi di teoria politica.
Saraceno B., Del Giudice G., Dirindin N., De Fiore R., (2022). Advocacy per la salute mentale. Una guida pratica per cittadine e cittadini, associazioni e istituzioni. Il pensiero scientifico ed.

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