di Matteo Lancini, Fabio Madeddu

Ed.: Cortina, 2014

Matteo Lancini, psicologo psicoterapeuta, e Fabio Madeddu, psichiatra psicanalista, portano una serie di riflessioni che si contestualizzano nell’incontro quotidiano – dell’esperienza clinica e della formazione – con giovani adulti in condizione di malessere: persone tra i venti e i trent’anni impegnati in quel percorso che gli autori chiamano “terza nascita”, successiva alla nascita adolescenziale, e che evoca il processo di realizzazione del Sé sociale, uno dei compiti evolutivi più importanti nel sostenere la costruzione, la definizione e il rinnovamento profondo dell’identità della persona. Tale “terza nascita”, essi affermano, richiede di essere analizzata e studiata a partire dal contesto affettivo, relazionale e sociale in cui avviene.

Nel presente volume – attraverso il racconto di casi clinici che danno voce a una pluralità di fatiche esistenziali e di progettualità in impasse – quella del giovane adulto viene tratteggiata come una sorta di paradigma dell’attualità, fatta di incertezze e precarietà lavorative, affettive, identitarie, oltre che di sospensioni, attese e timori per il presente e il futuro.

Quello che è interessante sottolineare qui, al di là della specificità clinica di tali situazioni, che pure permane come interrogativo dal quale prende avvio la riflessione, è la necessità – ben evidenziata dagli autori stessi – di allargare il campo di osservazione ai livelli sociologico e politico. La complessità e le peculiarità di tale condizione dell’essere al mondo, quanto mai attuale nella società contemporanea, non possono essere comprese attraverso lenti che pongano unicamente il focus su conflitti irrisolti legati a tematiche adolescenziali, o su dinamiche familiari fissatesi a precedenti fasi del ciclo di vita. Il termine stesso “giovane adulto” appare una contraddizione di termini, che contiene una valutazione sociale spesso spregiativa, tendente a evidenziarne gli aspetti di incapacità, impotenza e mancanza rispetto ad una ipotetica maturità ideale: basti ricordare l’utilizzo, negli ultimi decenni, di svariati e ben poco gratificanti appellativi, come ad esempio quello di “bamboccioni”. Particolarmente efficace, a tale proposito, ci sembra questa citazione diretta:

<< … in tempi di crisi, la mobilità sociale verticale (mito di tutte le società aperte liberali) si riduce drasticamente e , di fatto, le elite culturali, politiche ed economiche funzionano come classi sociali chiuse. […] l’esperienza del giovane adulto è quella di sentirsi vittima di un terribile inganno: il sistema sociale ha messo in mostra innumerevoli soluzioni immaginarie ma ha precluso, o molto ridotto, le possibilità concrete di autoaffermazione. E’ questa, forse, la ragione per la quale i giovani provano una comprensibile irritazione nei confronti di tutti coloro che sembrano accusarli di essere dei fannulloni o degli individui incapaci di rendersi autonomi perché troppo infantili o legati al cordone ombelicale materno. […] Ci pare poco dignitoso unirci alla teoria di coloro che sottolineano, nelle nuove generazioni, fragilità, debolezze, pigrizia, infantilismo, come se queste, e non gli errori decennali delle classi dirigenti, fossero la causa del loro malessere >>.

Gli autori ribadiscono che le soluzioni non possono essere rinvenute esclusivamente in spazi di ascolto e accompagnamento individuali, sul piano dell’intervento riparativo, ma <<le strategie preventive devono essere pensate soprattutto a livello di analisi sociale e di intervento politico>> (pag. 151).

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