di Hannah Arendt

ed.: Feltrinelli, 1° edizione italiana 1964

Hannah Arendt, filosofa e storica tedesca, in questo trattato analizza in maniera il più possibile oggettiva le varie fasi del processo a Eichmann, militare tedesco delle SS considerato uno dei principali responsabili delle deportazioni degli ebrei nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale, cercando anche di tracciarne un ritratto.

Durante la lettura ci si pone a diverse domande, che si è posta in prima persona la Arendt presidiando il processo e purtroppo non sempre le risposte date sono esaustive.

Per banalità del male cosa si intende? E’ la banalità con cui si affrontano situazioni, poiché ci si deresponsabilizza: si presenta una profonda inconsapevolezza nelle proprie azioni, perché non si ‘eseguono gli ordini’. Così si giustificò Eichmann.

Questa lettura è molto attuale, poiché Eichmann viene descritto nella sua normalità e ci si può riconoscere.

Come scrive l’autrice “il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme”. E nella società odierna ci si ritrova facilmente davanti a situazioni in cui il sentirsi parte di un gruppo ci deresponsabilizza e può portare ad azioni maligne.

Solo le parole della Arendt possono concludere questa recensione:

«La mia opinione è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né la profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare a radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”… solo il bene ha profondità e può essere integrale».

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