di Nadia Fina, Gabriella Mariotti

ed.: Mimesis, 2019

Le autrici si interrogano sul rapporto tra società e psicoanalisi, affermando fin dall’inizio del libro che non è più possibile, per paziente e terapeuta, tenere la realtà sociale fuori dalla stanza di terapia, pena l’attivazione di una ennesima “scissione”. Il terzo contestuale declina pertanto il sistema teorico-clinico della psicoanalisi e lo ritraduce attraverso le culture socio-politiche di appartenenza.

La società post-moderna è contraddistinta prioritariamente da una condizione di crisi permanente che ha sostituito il “tutto è possibile” di alcuni decenni fa con il “nulla è più possibile”. Con la caduta dell’euforia collettiva si affaccia ora una nuova difesa, una nuova forma di diniego che spesso si tinge di ideazione paranoidea: c’è un colpevole, ci deve essere, deve essere “altro da noi”, e va trovato, scacciato, annientato; nel frattempo, occorre trincerarsi dietro identità rigide che demarchino una volta per tutte le differenze tra “noi”, i buoni, e “loro”, i cattivi.

In questo senso viene intesa la parola “inciviltà”, come “mancanza del reciproco rispetto nei rapporti sociali della contemporaneità occidentale, sottolineando altresì la mancanza di rispetto per sé, per la propria mente, per il proprio mondo interno, dal momento che l’inciviltà, come la disumanizzazione sulla quale si fonda, colpisce tanto chi ne è l’oggetto, quanto il soggetto che la pratica”.

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