Riflessioni a partire da “La Follia che è in noi”, di Eugenio Borgna.

A distanza di più di quarant’anni dalla rivoluzione basagliana ci si può fermare e domandarsi se il cambiamento auspicato sia avvenuto realmente ed integralmente. I principi nuovi basati sulla filosofia fenomenologica della dignità della sofferenza, della consapevolezza della follia come condizione umana, dell’immedesimazione e della concezione nuova della relazione umana nella cura sono presenti nella psichiatria di oggi? Si è passati dall’oggettività delle disfunzioni cerebrali alla soggettività del paziente? L’intreccio della psichiatria con la psicologia è stato coltivato negli anni? 

Proveremo a dare delle risposte, seppur parziali, a questi interrogativi, attraverso le riflessioni di Eugenio Borgna, psichiatra che ha vissuto il cambiamento del paradigma psichiatrico e delle istituzioni psichiatriche, accanto a Basaglia.     

Cosa voleva dire “cambiare il modo di fare psichiatria” di cui tanto si parlava negli anni ‘70?[Ritorno a capo del testo] 

La psichiatria fino agli anni 70 non dava dignità all’individuo con fragilità psichiche, infatti Basaglia ha avviato un cambiamento, oltre che primariamente istituzionale, nella concezione della follia sia nell’ambito medico sia nella società. Per attuare una modifica così radicale bisognava partire da una concezione in l’uomo continua ad avere senso e valore anche nella sofferenza e dare un significato al qui-e-ora, in cui il tempo è il tempo dell’Io e lo spazio definisce i confini della sofferenza; quest’ultima veniva intesa come una fragilità e, quindi, di cruciale importanza era ascoltare il significato che ciascuna persona attribuisce ai propri sintomi. 

Uno dei passaggi fondamentali della rivoluzione basagliana può essere ricercato nei presupposti che informano la sua concezione di follia: la follia è in ognuno di noi, nei pazienti come negli psichiatri, ognuno vive le proprie fragilità e solo riconoscendole è possibile immedesimarsi gli uni negli altri e instaurare  relazioni di cura. I due ingredienti principali sono: 

  • L’ascolto gentile, ossia una partecipazione attiva al dialogo facendo emergere un mondo interiore 
  • Nella relazione terapeutica far emergere la propria solitudine, che è alla radice della sofferenza 

La legge Basaglia del 1978 ha apportato cambiamenti pratici e concreti alla psichiatria: si è passati dai manicomi alla territorializzazione di ambulatori e comunità extraospedaliere, ma la concezione della follia è stata umanizzata realmente? 

Si può osservare ancora oggi un’incapacità di considerare la dimensione sociale e dialogica della follia. Spesso viene ancora usata la contenzione psicologica, architettonica, farmacologica e fisica, nella quale la diagnosi la fa da padrona. Si può osservare molta resistenza nell’educare fin dall’infanzia alla conoscenza di sé, al riconoscere ed accettare le proprie fragilità, includendo il dolore come un aspetto connaturato alla vita; tutto ciò é dovuto al fatto che la tenerezza, l’ascolto, la cura e tempi di cui questa necessita sono spesso sommersi da pregiudizio e  violenza. 

L’uso assiduo del manuale diagnostico DSM è emblema di quanto l’oggettivitá del sintomo sopprima sbrigativamente la soggettività dell’umanità che c’è dietro 

Basaglia dice che l’uomo è un animale sociale e il dolore che l’opprime non si risolve, ma è una nostra condizione esistenziale eppure questa visione è ancora poco radicata nella società. 

Borgna, facendo un’analisi della psichiatria odierna, mette in luce quanto i cambiamenti della rivoluzione basagliana non abbiano portato ad una psichiatria sociale fatta di relazione, ascolto e dialogo e capace di guardare alla follia come un’esperienza di vita

Le chiusura dei manicomi ha portato sicuramente indubbie conquiste che vanno costantemente presidiate.Borgna afferma che allo stesso tempo ha spazzato via alcune realtà funzionanti come l’ospedale di Novara in cui degenze lunghe (che rischiavano, ora come allora, di tramutarsi in ospedalizzazioni a vita) e spazi più ampi insieme ad un personale che l’autore definisce ‘illuminato’ già si avvicinavano ad una concezione differente della follia, e rendendo le degenze brevi, spesso per motivi meramente amministrativi, e in spazi ristretti e angusti, alcune fragilità che hanno bisogno di più tempo non possono essere seguite in modo appropriato. 

Un aspetto da tenere in considerazione è che i pregiudizi a livello sociale sono rimasti i medesimi: la maggior parte delle amministrazioni e delle direzioni sanitarie sul territorio nazionale non hanno mutato il loro atteggiamento nei confronti dei luoghi di cura e della percezione della follia che da questi derivano, non si è sviluppato un interesse per migliorare i luoghi e non si sono promosse iniziative per avvicinare la cittadinanza. In contemporanea, però, si è cercato di decostruire il pregiudizio sulla follia portandola negli ambulatori, costruendo servizi territoriali e offrendo più assistenza ai pazienti e alle loro famiglie. 

Queste osservazioni mettono in luce quanto il cambiamento pratico dell’istituzione psichiatrica non sia andato di pari passo al cambiamento di pensiero e di sensibilità collettiva nei confronti della follia e del folle; si può notare che il manicomio può sopravvivere  alla distruzione dell’istruzione manicomiale, ossia la rivoluzione basagliana si deve confrontare tutt’oggi  con pregiudizi ed  etichette che circondano il ‘malato psichico’. 

Borgna offre degli spunti per un cambiamento a un livello emotivo: occorre, sostiene, modificare il pensiero comune rispetto alla follia e stravolgere la psichiatria. 

Partendo da quest’ultimo punto, Borgna, che sicuramente risente di un certo idealismo malinconico legato alla personale esperienza di vita dell’autore,  parla di una psichiatria umana e gentile, ossia una psichiatria dove la figura dello psichiatra sia messo al pari con chi soffre e che possa, riprendendo Basaglia, osservare la ‘malattia mentale’ come qualcosa tra parentesi e in questo modo dare dignità alla ferita e creare una relazioni di cura efficace. È però importante sottolineare che il termine gentile non vuol significare essere accomodanti e assertivi, ma saper stare vicino alla fragilità empatizzando e allo stesso tempo stimolando un cambiamento. Nella gentilezza si racchiude una comprensione reciproca della sofferenza, la consapevolezza di un destino comune uscendo dal proprio Io ed entrare in modo partecipato nella vita dell’altro. 

Tutto ciò può avvenire se lo psichiatra conosce e riconosce la propria sofferenza e dà un significato differente alla guarigione come malinconia, ossia la fragilità rimane come un’ombra che ci pone di fronte ai nostri limiti. Borgna parla anche di comunità di destino come dimensione di cura della follia, ossia un’immedesimazione nel dolore dell’Altro che consente di pervenire ad una vicinanza emotiva. 

Naturalmente se il cambiamento avviene solamente all’interno della psichiatria c’è il rischio che continui a persistere il pregiudizio sociale fuori da essa. Per questo occorrerebbe partire dell’educazione a scuola, avvicinando fin da piccoli i bambini al mondo emotivo e all’inclusione delle proprie fragilità riconoscendo quelle degli altri senza demonizzarle o rifiutarle. 

Si dovrebbe apportare ulteriori modifiche a livello politico e legislativo, considerando la società nel suo intero: la società odierna è caratterizzata da un’indifferenza rispetto alla sofferenza psichica, si può notare una minore sensibilizzazione rispetto alla società degli anni ’70; questo aspetto porta alla solitudine e non si riesce a dare un senso comune alla sofferenza, così facendo si affievolisce un desiderio di comunità

In conclusione, non ci sono risposte definitive alle domande poste inizialmente. C’è molta strada da fare: la rivoluzione basagliana ha posto le basi per un cambiamento concreto dell’istituzione manicomiale, e adesso sarebbe fondamentale soffermarsi sulla concezione della follia dominante. Potrebbe portare un buon giovamento se si rafforzasse ulteriormente la collaborazione tra la psichiatria e la psicologia, poiché certe concezioni sull’ascolto e sulla relazione sono già presenti nella psicologia e una maggior contaminazione potrebbe far avvicinare le due discipline. 

Lo Sportello TiAscolto pone le sue basi su queste riflession, dando valore alla comunità per raggiungere una Salute sociale. Attraverso alla partecipazione attiva sul territorio, non solo nella clinica, coinvolgendosi in iniziative come Robe Da Matti nella Settimana della Salute Mentale a Torino, presentazioni di libri, collaborazione con altre realtà presenti nelle città, si prova a sensibilizzare la cittadinanza rispetto alla follia partendo dall’idea che essa non è qualcosa di strano ed estraneo, ma è in ciascuno di noi e insita nell’esperienza umana come la tristezza e l’angoscia. Ed è importante ricordarsi che la psichiatria può modificarsi nelle sue forme, mentre la follia non cambia. 

Bibliografia 

La follia che è in noi di Eugenio Borgna, Einaudi Editore, 2019 

Conferenze brasiliane di Franco Basaglia, Raffaello Cortina Editore, 2018 

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1978/05/16/078U0180/sg

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