L’immagine apocalittica della fine del genere umano è ormai un costante leitmotiv nelle subculture e nei discorsi delle nuove generazioni del mondo occidentale. Tanti giovani e adolescenti sono ossessionati dall’ estinzione, il più delle volte apatici rispetto alle sorti nefaste di un mondo che “non ci sarà più”, talvolta rassegnati, altrimenti attivatti e arrabbiati o comunque pienamente consapevoli che “la nostra casa sta bruciando”, prendendo a prestito l’ immagine di Greta Thunberg. In ogni caso hanno un’idea a riguardo, la contemplano, la pensano, la vivono, la danno per scontata, sono pronti. Nell’autunno 2021 decine di migliaia di adolescenti a Vienna, Praga e Varsavia si sdraiano a terra per simulare la fine del mondo, stesso gesto delle giovani coscienze millenariste che durante le pestilenze trecentesche cantavano: “giro, giro tondo” e “tutti giù per terra!”. A Milano, Settembre 2021, furi dalla Cop26 sul clima i presidianti di Extintion Rebellion fanno suonare per tutta la giornata, ogni ora, una sirena per ricordare che “il tempo sta finendo”. E se è vero che l’estinzione probabile non mobilita tutti, è probabile che essa sia presente universalmente “nell’inconscio politico” come lo chiama Hillmann, perfino in quel 30% in più (rispetto al dato di 10 anni fa) di giovani dai 10 ai 17 anni che finiscono in prontosoccorso per urgenza psichiatrica, come denuncia la società di neuropsichiatria infantile. Infatti, come riporta un recente studio che ha intervistato un pool di ragazzini in tutto il mondo[1], più della metà dei giovani intervistati ha dichiarato di temere per la sicurezza della loro famiglia e che l’ansia influenza la loro capacità di dormire, studiare, mangiare o giocare. Quattro su dieci hanno dichiarato che la crisi climatica li rende incerti sull’avere dei figli, e oltre la metà di loro ha ammesso di ritenere che l’umanità sia “spacciata”. Il dato si impenna a 9 su 10 in paesi particolarmente colpiti dai danni ambientali dell’antropocene, come il Brasile deforestato e le Filippine colpite da cicloni sempre più gravi. Tre quarti degli intervistati rileva il futuro come «terrificante». L’autrice commenta: “Penso che le persone siano sempre più consapevoli di quanto sia minaccioso, specialmente per una persona giovane, guardare alla vita che l’aspetta sapendo che trascorreremo ogni singolo anno in piena crisi climatica”. Lo stesso vale per le catastrofi sanitarie, non è solo clima l’aria che si respira. Una recente indagine Ipsos rivela che solo un giovane su quattro ritiene che la sua vita potrà tornare alla fase che ha preceduto la pandemia covid.

Detto ciò, l’ecopsicologia è diventata quasi una moda. Esperti si rincorrono per definire nuove diagnosi, dall’ “ansia climatica” alla “solastalgia” fin’alla “ecophobia”. Tutte descrivono il contatto con la minaccia di una catastrofe climatica e sociale. Ma al di là della natura dei contenuti ansiogeni, legati o meno al clima e all’ambiente, ciò che qui ci interessa è il tipo di soggettività viene a crearsi nell’ombra di un futuro estremamente minaccioso a cui sembra inesorabilmente destinata. Quali difficoltà incontreranno le ultime generazioni, specie nell’incontro/scontro con altre che sono cresciute proiettandosi in futuri diversi? Come sfuggire all’impotenza e all’ansia del domani, sempre che sia possibile?

Se i giovani hanno un rapporto familiare con un futuro non lineare, per la generazione precedente invece è semplicemente impensabile che l’umanità possa scontrarsi con il suo fallimento finale. Lo spettro della fine rimane per le soggettività moderne ad un livello inconsapevole e preverbale. Infesta la mente più che informarla, e quest’ultima si difende sperando, cioè illudendosi di reincontrare la sicurezza smarrita, o disperandosi. Una mente sociale in preda alle convulsioni produce notevoli aberrazioni come le fantasie di Bezos e Hopkins per cui l’umanità sopravviverà alla fine del pianeta Terra per vivere su Marte oppure il miope ottimismo di Al Gore rispetto alla conversione ecologica.

“E tuttavia i fatti sono ostinati e la realtà resiste” come scrive Serge Latouche. Un dato rilevante che non possiamo ignorare se vogliamo comprendere la fenomenologia contemporanea è quindi che la nostra è la prima generazione per la quale il futuro della specie si approssima ad un vicolo cieco:

Le generazioni attuali sono le prime a veder sorgere lo spettro di limiti invalicabili. In questo senso “il tempo del mondo finito” ci si impone senza scampo […] La negazione dei limiti e lo spregio della misura oggi fanno si che limiti e misura risorgano nella forma di catastrofi[2].

Qualunque tendenza del mondo odierno (dallo scioglimento dei ghiacci all’antibiotico resistenza, dallo spillover al riscaldamento globale e passando per le catastrofi naturali che farciscono i giornali degli ultimi anni) porta ad una probabile estinzione di fronte alla quale siamo del tutto impotenti. Siamo in qualche modo anche noi prigionieri della Storia. La tecnica e i suoi automatismi finanziari, bio-medici e info-digitali, ha preso il sopravvento. L’umano è antiquato, per dirla con Gunther Anders, non è più la misura di tutte le cose. Questo tunnel temporale dall’esito scontato è ben descritto dal Comitato invisibile:

Il vicolo cieco del presente, percepibile ovunque, è ovunque negato […] Da qualsiasi angolazione lo si prenda, il presente è senza uscita. Esso non ha più nemmeno la minore, tra le sue virtù. A coloro che vorrebbero assolutamente sperare, esso toglie ogni appiglio. Coloro che pretendono di avere delle soluzioni, sono smentiti nell’arco di un’ora. È cosa risaputa che tutto non può che andare che di male in peggio. «Il futuro non ha più un avvenire»[3].

La posizione da inerme passeggero della storia se non incorporata consapevolmente, se non elaborata e attraversata collettivamente produce una forma di umiliazione sistemica e strutturale depressione (disperazione), aggressività nazionalistica e identitaria (difesa di speranze antiquate, vedi slogan elettorali come “make America Great again” o “back to future again”). Bagnarci nelle chiare e amari acque dell’impotenza umana davanti alla natura (e alla tecnica) è forse un passaggio obbligato. A questo proposito Franco Berardi ha scritto che: “Non abbiamo mai costruito le condizioni per l’elaborazione dell’umiliazione, per una sua evoluzione cosciente. La questione diventa importante nell’orizzonte dell’estinzione: tutt’a un tratto ci rendiamo conto del fatto che ci sono processi ingovernabili dalla volontà umana, e la volontà di potenza iscritta nella cultura della modernità reagisce in maniera panica, aggressiva, e alla fine suicidaria”[4].

Al contrario, un orizzonte collettivo che fa perno sulla fine dell’umanità e sulla sua costitutiva impotenza può restituire senso all’esperienza umana contemporanea e addirittura trasformarla. “La via d’uscita [anche per l’impotenza] è solo attraverso” scriveva Fritz Perls. Come sostiene Jean-Pierre Dupuy in La Marque du sacre: “Quando la finitezza della condizione umana è percepita come alienazione anzi che come fonte di senso, si perde qualcosa di infinitamente prezioso in cambio del perseguimento di un sogno puerile”. Se l’ideale di potenza illuministico, trascinatosi fino al suo trionfo (e crollo) post-moderno, era la locomotiva, perennemente proiettata ad un altrove e ad un futuro redentivo, «la rivoluzione è un freno di emergenza». Per Walter Benjamin l’idea di rivoluzione va intesa come un’interruzione della continuità storica del dominio in vista di un reincantamento del mondo in grado di dare voce e forza ai vinti della storia (tra i quali in questo momento figurano bambini e adolescenti). La rivoluzione ferma il motore, reincanta il meccanismo. Questo è il pensiero della fine del ritmo (“tu-tum tu-tum” e poi più nulla): un freno di emergenza. Immaginare la fine del tunnel, per quanto macabra possa risultare, è il primo passo per escogitare una via di fuga, per risvegliarsi dal torpore del sogno moderno. L’estinzione come orizzonte di senso è quindi fertile se costituisce un’uscita dal falso dualismo speranza-disperazione. E sulla fecondità del pensiero della fine si era già espresso De Martino: “il pensiero della fine del mondo, per essere fecondo, deve includere un progetto di vita, deve mediare una lotta contro la morte”.

L’orizzonte dell’estinzione può essere medium trasformativo se ci fa rendere conto che la nostra libertà si esprime nel perimetro della potenza e non viceversa, citando ancora Berardi. Questa rivelazione fa sorgere la domanda “cosa posso fare?”, troppo a lungo soppiantata dal “cosa voglio fare”. È così che nasce la solidarietà e l’organizzazione, quando insieme si decide di concentrarsi sul perimetro più o meno espandibile della potenza collettiva. Il volontarismo magico, la brama di dominio umano sulla natura esteso ai margini dell’irreale, si trasforma in senso del limite. Il punto di incontro tra l’organismo e l’ambiente torna ad essere sensibilizzato. L’incapacità di riprodurre il futuro che ci si aspettava permette nuove sensibilità, dolorose e non, nell’apertura agli imprevisti, rispetto ai quali non si può nulla. Ha ragione il mezzo papa Ratzinger quando scrive: “Il movimento ecologico ha scoperto il limite di quello che si può fare e ha riconosciuto che la “natura” stabilisce per noi una misura che non possiamo impunemente ignorare”. Il presagio della fine è un formidabile elemento di verità. Una verità troppo pesante e angosciosa da sorreggere da soli. Da qui la grande attrazione per le mobilitazioni per il clima: per quanto minaccioso possa essere permettono di sognare il futuro insieme (dopotutto è forse vero che “non esiste gruppo senza futuro e futuro senza gruppo”). Il futuro-minaccia, come lo ha definito Miguel Benasayag, diventa condivisibile e restituisce senso alle esperienze soggettive. Luisa Neubauer, 25enne, portavoce dei Fridays for Future tedeschi ha dichiarato che con le mobilitazioni per il clima “abbiamo trasformato la nostra ansia individuale in azione collettiva”. Si affrancheranno allora dalle vecchie illusioni di crescita infinita le nuove generazioni, non più guidate dai lumi della ragione Individualista e della tecnica, ma dalla consapevolezza di essere un tutt’uno con il mondo. Può un orizzonte rendere più orizzontale una comunità?

Bibliografia

[1] Marks, Elizabeth and Hickman, Caroline and Pihkala, Panu and Clayton, Susan and Lewandowski, Eric R. and Mayall, Elouise E. and Wray, Britt and Mellor, Catriona and van Susteren, Lise, Young People’s Voices on Climate Anxiety, Government Betrayal and Moral Injury: A Global Phenomenon. Available at SSRN: https://ssrn.com/abstract=3918955 or http://dx.doi.org/10.2139/ssrn.3918955

[2] Serge Latouche, “Limite”, Bollati Boringhieri editore.

[3] Comitato invisibile, “L’insurrezione che viene”, https://translationcollective.files.wordpress.com/2010/08/insurrezionecheviene.pdf

[4] Pietro Sarasso, Luca Miotto, Enrico Petrilli, L’estinzione come orizzonte. Intervista a Franco “Bifo” Berardi, https://www.dinamopress.it/news/lestinzione-orizzonte-intervista-franco-bifo-berardi/

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