“La sofferenza vissuta dai bambini maltrattati resta imprigionata nel corpo e nell’anima dei pazienti con gravi disturbi di personalità [. . . ] quelli che curiamo, anche quando curiamo pazienti adulti, sono, alla fine, i bambini feriti che ancora piangono dentro di loro” 

L. Cancrini (2012)

Il presente articolo è frutto di un lavoro presentato e collettivamente discusso insieme ad alcune realtà cittadine coinvolte, durante uno degli incontri di autoformazione che si é svolto presso lo Sportello TiAscolto! a Settembre 2020.

Le riflessioni sul concetto di  trasmissione intergenerazionale del disturbo ipotizzato da Cancrini, vengono qui proposte non tanto per le specifica analisi dei funzionamenti di personalità che l’autore compie ma piuttosto, in linea con i valori del nostro servizio, con il fine di riflettere sulla responsabilità (anche politica) che l’autore riconduce ai professionisti  che operano nel campo della salute mentale, i quali sono chiamati a lavorare non solo su un piano individuale e intrapsichico, ma anche  in termini di intervento sul contesto, ove può avere origine la sofferenza.

Dare valore al contesto significa infatti riconoscere la responsabilità che riveste la comunità nel proteggere, prevenire, o al contrario rendere vulnerabile l’ambiente in cui si fa esperienza e si cresce. Riportare nel rapporto con l’ambiente di vita, ai suoi rischi e alle sue capacità protettive, i processi responsabili dell’insorgenza del sintomo ha fondamentali ricadute sul nostro modo di interpretare e intervenire anche da un punto di vista clinico.

La cornice teorica entro cui si muove il presente contributo è quella sistemico-relazionale, nello specifico quella sviluppata dal Centro Studi di Terapia Familiare, Sistemica e Relazionale di Roma, in cui viene posta particolare attenzione al rapporto dialettico tra livello macrosociale e livello microsociale e alle influenze esercitate dal contesto socio-culturale più allargato sulla famiglia e sui suoi membri.

Nonostante il puntuale rimando a specifiche categorie diagnostiche, è importante tenere a mente che ciò di cui ci stiamo occupando ha a che fare con la natura complessa dell’essere umano, pertanto la semplificazione a volte necessaria ad un’analisi più puntuale non vuole in alcun modo coincidere con la rigidità in cui a volte nella nostra professione si rischia di scivolare. Il presupposto è che le forme della sofferenza non coincidano sempre e in modo automatico con le categorie diagnostiche che vorrebbero racchiuderle, descriverle e curarle e che, allo stesso modo, il rischio si presenta nel tentativo di categorizzare forme d’infanzia spostando la diagnosi dall’individuo isolato dal contesto alla tipologia di storia entro cui ha potuto svilupparsi.

Il risultato del processo di analisi di Cancrini, basato sull’osservazione del lavoro in campo clinico,  porta l’autore a ipotizzare l’esistenza di una radice interpersonale e non genetica della trasmissione intergenerazionale dei disturbi di personalità, confermando dunque una corrispondenza fra contesto di vita sfavorevole e sviluppo del sintomo; le dinamiche interpersonali legate ai comportamenti sintomatici di coloro che presentano un disturbo di personalità, sono caratterizzate infatti da una riproposizione con i propri figli di situazioni simili a quelle vissute dagli stessi nel corso della propria infanzia (Cancrini, De Gregorio 2019). La riproposizione di tali situazioni è tanto più probabile nelle società più disuguali laddove anche i contesti di vita e i posizionamenti all’interno della scala sociale con i relativi vincoli e opportunità e l’influenza che giocano sulla qualità delle relazioni, vengono trasmessi di generazione in generazione (la cosiddetta trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze).

La teorizzazione viene proposta a partire da due campi di osservazione: il primo legato agli studi di Lorna Smith Benjamin sulla ricostruzione dell’infanzia di coloro che di questi disturbi soffrono, il secondo campo è invece quello dell’osservazione diretta delle infanzie infelici di bambini inseriti presso il Centro di Aiuto al Bambino Maltrattato e Famiglia e presso la Domus de Luna di Roma. 

La tesi sviluppata a partire da questi campi di osservazione è quella secondo cui l’essere stati esposti in età precoce a situazioni traumatiche significative e ripetute aumenterebbe la probabilità di sviluppare un disturbo grave di personalità. La natura specifica del disturbo che si struttura a partire da questa infanzia infelice, dipenderà molto dal tipo di circostanza in cui il bambino si è trovato a vivere (ibid.).

Di seguito verrà presentata brevemente un’analisi di quattro disturbi di personalità in cui il maltrattamento è evidente (borderline, antisociale, paranoide e schizotipico), e di altri due tipi di disturbo in cui il maltrattamento non è fisicamente visibile ma agito su un piano prettamente psicologico (istrionico e narcisistico) presentando le caratteristiche di corrispondenza tra ognuna di queste infanzie e il funzionamento di personalità ad esse correlate.

La maggior parte dei genitori ritenuti maltrattanti o inadeguati sono persone che hanno avuto, a loro volta, genitori inadatti e carenzianti. Di conseguenza il bambino che vive una situazione drammatica all’interno del proprio nucleo familiare non è in questi casi l’oggetto principale delle attenzioni dei suoi genitori ma rischia di diventare lo schermo delle emozioni proiettate su di lui da adulti sofferenti. Infatti le dinamiche interpersonali attivate dai comportamenti sintomatici più comuni delle persone a cui viene diagnosticato un disturbo di personalità tendono a creare per i loro figli situazioni che ripetono quelle vissute nel corso della loro infanzia (L. Smith Benjamin 1999).

Il bambino con un’infanzia borderline vive in un ambiente familiare caotico, caratterizzato da scontro e violenza di cui il bambino è spettatore ma in cui a volte è anche chiamato ad intervenire. Le esperienze di abbandono tipiche di questa infanzia sono tuttavia intervallate da momenti di autentica cura affettuosa: il bambino, per quanto in modo discontinuo, è stato infatti oggetto di amore, motivo per cui egli si troverà probabilmente a vivere un conflitto di lealtà quando e se farà esperienza di una relazione positiva con una figura alternativa (Cancrini 2012).

Questa discontinuità affettiva e il conflitto di lealtà sono ciò che rischia di determinare successivamente lo strutturarsi di un movimento duplice di avvicinamento e ricerca dell’altro, da un lato, ed espressione di rabbia e aggressività, dall’altro. I bambini che vivono questo tipo di esperienza infatti, creano con facilità il legame che appare fin da subito come molto forte, turbato tuttavia da una profonda paura dell’abbandono. Ciò appare ancora più evidente in età adulta, fase in cui le relazioni sentimentali di questo tipo di personalità appaiono intense e insieme accompagnate dal sentimento di non essere pienamente accolti a cui possono seguire comportamenti autolesivi nella convinzione, basata su esperienze passate, che lo star male solleciti la cura e la vicinanza da parte dell’altro. I figli che nascono in questo tipo di relazioni sono spesso destinati a rivivere le stesse esperienze tipiche dell’infanzia borderline (Cancrini, De Gregorio 2019).

Diverso è l’ambiente in cui si trova a crescere un bambino con infanzia antisociale, un contesto in cui il figlio viene sia ignorato che attaccato dalle figure di riferimento che vivono in un contesto tipicamente multiproblematico, costituito da violenza, difficoltà economiche e sociali ecc., un ambiente  che non crea le condizioni per potersi  prendere cura adeguatamente del figlio, il quale risulta chiaramente trascurato. A momenti in cui il bambino non viene visto e viene invitato a “togliersi di mezzo”, se ne alternano altri di segno opposto in cui viene sottoposto ad un controllo severo, coercitivo e umiliante senza tuttavia coerenza e ragione. La trascuratezza in cui si sono trovati a vivere questi bambini così come i loro genitori li rende poco attaccati al loro passato. Tuttavia l’inserimento in contesti diversi appare critico poiché, non abituati a cura e affetto, essi assumono fin da subito un atteggiamento di sfida. Ciò di cui necessitano questo tipo di infanzie è una fermezza affettuosa. Visto l’alto grado di deprivazione di cui hanno fatto esperienza, la condizione di questi bambini può migliorare solo nella misura in cui l’intervento avviene prima di tutto in modo massiccio sul piano del contesto familiare, in cui devono essere necessariamente tutelati. 

Le relazioni che queste persone riescono a stabilire sono tendenzialmente strumentali: l’altro viene vissuto infatti come qualcuno da cui ottenere vantaggi, essi tendono perciò a controllarlo e dirigerlo.

I figli non vengono spesso nemmeno riconosciuti e quando i padri di questi compaiono è probabile sia per chiedere qualcosa; l’esito positivo o negativo di colui/colei che si trova a crescere in tale circostanza dipende in larga misura dalle risorse  personali e di contesto su cui può fare affidamento la madre. I margini di ripresa di questi bambini possono infatti migliorare nella misura in cui ci si attiva per offrire loro protezione e adeguato sostegno psicoterapeutico (ibid.).

L’infanzia paranoidea è caratterizzata da un ambiente controllante, sadico creato da una figura di riferimento che trasmette al figlio un’ostilità applicata tuttavia in modo “virtuoso”. Al bambino viene trasmessa l’idea che se è cattivo merita una punizione, solitamente fisica, di cui non deve far parola fuori dalla famiglia; egli impara perciò presto a stare lontano per evitare le botte e ad obbedire agli ordini, senza ricevere tuttavia mai riconoscimento per il suo comportamento. Al contrario egli viene spesso confrontato in modo pesante e umiliante ad altri ritenuti migliori di lui.

È evidente come questi bambini crescano in un clima di terrore e percepiscano quindi il mondo come ostile e minaccioso, tanto che tendono a rifiutare anche situazioni accoglienti poiché percepite come pericolose. La famiglia viene percepita come unico luogo protetto, perciò è molto faticoso in campo terapeutico ed educativo, il lavoro di costruzione di un clima di fiducia. Risulta difficile per queste persone stabilire dei rapporti di coppia, tendono a vivere molto in solitudine e a desiderare l’altro da lontano; quando tuttavia si stabilisce una relazione questa è solitamente caratterizzata da gelosia e spesso il/la compagno/a vive con altrettante difficoltà le relazioni e il rapporto con sè. Il bambino che nasce in questo ambiente può ritrovarsi a vivere, a sua volta, un’infanzia paranoidea, costituita da un clima educativo rigido e sadico (Cancrini 2012).

A caratterizzare quella che Cancrini definisce infanzia schizotipica è un comportamento genitoriale in cui il bambino viene punito e biasimato se prova a muoversi verso una direzione di autonomia, nonostante i genitori siano scarsamente sintonizzati sui bisogni del figlio e risultino poco presenti. Spesso infatti il bambino può subire abusi fisici e psicologici, le figure di riferimento possono essere intrusive, obbligando il piccolo a svolgere compiti che non gli spettano e  proibendogli l’allontanamento da casa, luogo in cui lui soffre e si isola. Ne risulta lo strutturarsi di un vissuto di impossibilità di svincolo fisico ed emotivo da questi genitori che sorvegliano e a cui si può sfuggire solo rifugiandosi in una dimensione fantastica. 

Crescendo, le relazioni di coppia sono poco frequenti, anche perché spesso queste persone non sono mai riuscite a separarsi dalla famiglia di origine. Nei casi in cui ciò è possibile, la qualità dello sviluppo dei figli dipenderà molto dalla gestione della situazione da parte del coniuge (Cancrini, De Gregorio 2019).

Le infanzie narcisiste e quelle istrioniche si differenziano da quelle trattate fino ad ora per la presenza di un maltrattamento più sottile (ma non meno doloroso) giocato principalmente su un piano psicologico. Nel primo caso il genitore (o entrambi) manifestano un’adorazione per una dote del figlio, tanto da assumere un atteggiamento di apparente sottomissione, non accompagnata tuttavia da un riconoscimento dei reali bisogni e dei desideri del/la bambino/a. Ciò attiva in lui/lei la consapevolezza che sia la sua capacità di aderire alle aspettative genitoriali ad assicurargli quell’interesse da parte loro; a questo vissuto si accompagna necessariamente il timore che ammirazione e deferenza possano venire a mancare in qualsiasi momento e a queste possano subentrare rabbia e delusione se egli non risponde alle loro aspettative; percependo ciò, questi bambini eviteranno in ogni modo di far trasparire difficoltà, soffocando emozioni e sofferenze. Vi è infatti un’impossibilità sostanziale di ricevere affetto e vicinanza in momenti di difficoltà e ciò non gli rende possibile far esperienza di empatia, limite che poi da adulto egli stesso evidenzierà, rischiando di diventare, sostanzialmente inaccessibile a relazioni empatiche. Il funzionamento di tipo narcisistico , tra quelli che vengono classificati come disturbi di personalità, è ritenuto tra i “vincenti”. Tuttavia, l’eventuale caduta delle difese apre uno spazio dominato da una profonda disperazione e da aggressività auto ed etero distruttiva. Le relazioni affettive ricordano in qualche modo quelle del funzionamento di tipo  antisociale. Diverso è il caso in cui si diventa genitori: questo può infatti essere vissuto come occasione per identificarsi con il figlio e con i suoi talenti sopperendo così all’angoscia delle proprie sconfitte (ibid.).

Nell’infanzia istrionica il/la bambino/a impara presto che per farsi amare dal genitore dell’altro sesso può utilizzare o l’aspetto esteriore (specie per le bambine) o la propria salute cagionevole, che si esprime attraverso un marcato bisogno d’aiuto (specie nei bambini). Il risultato è quello di un “triangolo edipico” in cui il genitore dello stesso sesso viene posizionato perifericamente; inoltre, il ruolo di bambina gradevole e quello di bambino fragile diventano con il tempo rigidi e dunque obbligati, tanto che l’immagine che si ha di loro è quella di bambini “con un limite”. Nonostante ciò il sintomo tende a mantenersi poiché assicura la cura e l’attenzione da parte dell’altro portando però a scontrarsi con le difficoltà legate ad esso in fase adolescenziale e adulta: consapevole del fatto che ciò che mostra è un’immagine costruita di sé, la personalità istrionica percepisce infatti che la sua situazione è precaria, e che dietro il personaggio abita un vuoto. 

Le relazioni instaurate dalle persone che possono essere fatte rientrare in questo tipo di personalità sono abitualmente instabili, caratterizzate da bisogno di controllo, che mantengono mediante l’utilizzo del sintomo. Il/la figlio/a che cresce in questo ambiente impara presto che non si può essere amati per ciò che si è, pertanto ricercherà attenzione mediante l’esibizione di sé (ibid.).

Dal punto di vista delle politiche di cura e di prevenzione, queste osservazioni cliniche hanno delle ricadute fondamentali e non trascurabili. La cura dovrebbe infatti essere sviluppata principalmente su almeno due dimensioni: quella dell’intervento sul contesto, finalizzato al suo cambiamento, e quella dell’ascolto terapeutico, lavoro che può essere fondamentale quando ci si interfaccia con esperienze di infanzia infelice; l’elaborazione dei traumi può infatti proteggere dal rischio di sviluppare i cosiddetti disturbi di personalità. Intervenire in questo senso significa prevenire la sua trasmissione alle generazioni successive; per questo lavorare con le famiglie di origine o tenendo queste nella mente, dovrebbe essere necessità primaria in contesti che si occupano di tali situazioni di disagio. L’intervento terapeutico, quando il soggetto è ancora in età infantile, può infatti spezzare la catena intergenerazionale della trasmissione del comportamento maltrattante o del sintomo (Cancrini 2019). Tuttavia anche un intervento sul nucleo familiare può rilevarsi inefficace o insufficiente se le famiglie non vengono messe nelle condizioni di potersi prendere cura di sé e sono immerse e circondate da contesti malsani o stressanti o poveri di opportunità.

Intervenire sul contesto, oltre a lavorare con le famiglie aiutandole a svolgere in modo più adeguato le proprie funzioni genitoriali, significa lavorare insieme a loro per mettere a fuoco quali sono quei fattori che ne limitano le libertà. Intervenire sul contesto significa posizionare l’intervento al di fuori dei setting clinici per provare a modificare quelle condizioni, sociali, economiche, culturali, che influenzano negativamente sulle modalità relazionali e sulle capacità di accudimento. Intervenire sul contesto è impossibile se questo non avviene nel contesto della famiglia di riferimento avvicinando il luogo della cura ai contesti di vita significativi: scuola, oratori, piazze, centri di aggregazione, ambienti informali, rappresentano i luoghi privilegiati per far emergere e attivare percorsi che promuovano la salute dei più piccoli e delle loro famiglie.
Intervenire in questo ambito significa riconoscere l’importanza fondamentale delle risorse e dei limiti che circondano e in cui sono immersi le famiglie nei loro contesti di vita. E’ curioso constatare che sia proprio nei quartieri più deprivati che spesso manchi quella fitta rete di risorse che permettono di fare autentica prevenzione fornendo un supporto informale alle famiglie e ai bambini.
Troppo spesso, è difficile, come professionisti, muoversi (p)e(r) attivare le risorse presenti nell’ambiente di riferimento. Senza dubbio una risposta psicologica può costituire una risorsa efficace ma sicuramente non deve né può rappresentare l’unica, la sola o quella privilegiata.

Per garantire interventi integrati, è fondamentale un lavoro di rete tra tutte le istituzioni e le realtà coinvolte non solo nella presa in carico ma anche nella cura e nel benessere dei cittadini, grandi e piccoli.

A domande complesse non possiamo permetterci di fornire risposte parziali e frammentate.

Bibliografia

  • Cancrini L. (2012) La cura delle infanzie infelici. Viaggio nell’origine dell’oceano borderline. Milano, Raffaello Cortina Editore.
  • Cancrini L. (2019) Sul potenziamento della Rete Regionale dei Servizi dedicati agli abusi sui minori. Rivista di Ecologia della Mente, 2019; 42 (1) pp.1-2
  • Cancrini L., De Gregorio F.R. La trasmissione intergenerazionale dei disturbi di personalità: dalle infanzie infelici ai disturbi delle relazioni di coppia e della parentalità. Rivista di Ecologia della Mente, 2019; 42 (1) pp. 42-67
  • Smith Benjamin L. (1999) Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità. Roma, Las.

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