Uno degli assunti ormai classici del pensiero psicologico afferma che il modo in cui noi osserviamo i fenomeni contribuisce a creare la realtà di quegli stessi fenomeni che osserviamo. Se osservo una di quelle bacchettine trasparenti con dentro un tubicino nero e in me non ho il concetto di “penna” o di “scrittura”, userò forse quella bacchettina in mille modi, ma certo non per scrivere. O più semplicemente la getterò via, etichettandola come “inutile”. Che ne siamo consapevoli o meno, il nostro sguardo racchiude un grande potere. Se due genitori definiscono “cattivo” il figlioletto ogni volta che questo si arrabbia, la realtà di quel bambino sarà una realtà in cui la rabbia è una cosa cattiva, sbagliata, forse addirittura che rende immeritevoli di amore. Per molte delle teorie psicologiche contemporanee è esattamente così che nasce la psiche individuale: il modo in cui veniamo “guardati” da chi si cura di noi mentre cresciamo definirà potentemente il modo in cui noi vedremo – e definiremo – le cose e noi stessi. 

Come scriveva Hillman, una delle più grandi sfide del nostro tempo è “immaginare il reale” e tale “sforzo di immaginazione” va a costituirsi, oggi, come componente essenziale di impegno sociale e mobilitazione etica (Un terribile amore per la guerra, pp. 15-16). Evidentemente questa sfida riguarda tutti. A nostro parere, tale responsabilità tocca in special modo la psicologia, laddove questa – come nel caso della clinica o della psicoterapia – si fa espressamente disciplina dedita allo studio della sofferenza umana. In questo spazio tenteremo allora di sviluppare alcune considerazioni sullo sguardo che la psicologia riserva alla sofferenza (ossia sul suo modo di immaginarla) e su come questo sguardo riveli qualcosa su ciò che i singoli e la collettività definiscono “sano” o “malato”. 

Proviamo a partire da una definizione, assolutamente provvisoria e ideale, per orientarci di fronte alla sfida suggerita da Hillman. Per immaginare il reale potrebbe tornarci utile una psicologia “in grado di interrogarsi, in generale, su ciò che sa e ciò che ancora non sa […] chiamata ad analizzare sia il corpo dei propri saperi, sia quel ‘gesto originario’ che afferrando le cose le ha dispiegate e rese comprensibili in un determinato modo”; una psicologia che “deve poter rendere trasparente, innanzitutto a se stessa, lo sguardo con cui guarda la psiche (il proprio sapere istituito) e, insieme a ciò, deve permettere che avvenga la crisi dei suoi stessi saperi”; una psicologia, insomma, dallo sguardo “costantemente perturbabile […] che sappia mettersi al servizio del già noto soltanto per metà. Per l’altra metà, la psicologia deve coraggiosamente restare dentro l’aspetto della domanda (e non della risposta)” (Pieri, Dizionario junghiano, pp. 577 sgg.). In un certo senso, stiamo parlando di diagnosi, cioè del modo in cui noi guardiamo le cose e guardiamo attraverso le cose, del modo in cui “ci pensiamo dentro” e da lì produciamo un’ipotesi sulla loro realtà intima. Come dicevamo, l’operazione è delicatissima: c’è una differenza terribile (e dagli effetti terribilmente reali!) fra definire un bambino “arrabbiato” oppure “cattivo”.

Come Sportello TiAscolto sosteniamo che “il ruolo dello psicologo si concretizza all’interno e all’esterno delle pratiche cliniche, a partire da una concezione di salute e malattia soprattutto come risultato storicamente determinato di una diseguale distribuzione di potere e sapere, vincoli e opportunità, risorse materiali e immateriali, tra diversi individui e gruppi sociali” (mission dello Sportello). La parola che ci interessa ora è diseguale, che rimanda a un’idea di negatività – qua nel suo aspetto di “malattia” – “soprattutto” evitabile e figlia di un disequilibrio, di un mancato bilanciamento o di un’iniqua ripartizione. L’immagine di sfondo potrebbe essere quella della bilancia della Giustizia. Teniamo a mente questo possibile legame fra “disuguaglianza” e “malattia”: consideriamolo un’intuizione preliminare o un’ipotesi di lavoro attraverso cui portare avanti, pian piano, la nostra riflessione. 

Ma andiamo con ordine. Proviamo a chiederci, prima di tutto: che cos’è la “malattia”? Di cosa parliamo, quando diciamo che quel dato individuo, comportamento o società sono “malati”? Detto in termini più psicologici: che cos’è la psicopatologia e che idea ne abbiamo? In un fondamentale saggio intitolato Re-visione della psicologia, Hillman osserva che ciò che chiamiamo psicopatologia – i suoi stati e i suoi sintomi – non è patologia vera in senso medico. La malattia medicalmente intesa implica che la patologizzazione sia qualcosa da eliminare e da ricondurre alla norma attraverso la cura: se ho un braccio rotto, è evidente che converrà cercare di rimetterlo a posto e riportarlo alla sua originaria integrità (la cosiddetta restitutio ad integrum). Si può dire altrettanto della “malattia” psichica? A nostro parere, è molto pericoloso considerare la patologia mentale con le stesse lenti della patologia fisica: il rischio, come dicevamo, è di definire “inutile”, “malato” o “sbagliato” qualcosa che semplicemente non comprendiamo, non ci piace o non sappiamo come gestire. L’antipsichiatria ci ha già messi in guardia da molto tempo: se non siamo più che consapevoli e critici di fronte al nostro stesso sguardo, la psicopatologia – il nostro “fare diagnosi” sulla sofferenza psichica – rischia di tramutarsi in un atto violento fatto di “parole di potere”, “modi per avvolgere pregiudizi in un camice bianco”, etichettamento sterile che dà allo psicologo l’illusione della chiarezza intellettuale e che relega il cosiddetto malato “su uno scaffale contrassegnato ‘psicologia anormale’” (Hillman, Re-visione della psicologia, p. 128). In altre parole, il pericolo dietro al nostro sguardo – l’ombra della diagnosi – è di “attirare una persona nella situazione esistenziale di malattia del dottore e in quella sua fantasia del futuro detta prognosi” (ibid., pp. 128-129). Accettare che la psicopatologia sia patologia in senso medico definisce in anticipo l’oggetto di indagine – il sintomo e la persona o la società che lo manifestano – e in questo modo rende immutabili e pregiudizievoli i concetti di “salute” e di “malattia”, che diventano così degli a priori di quella fantasia medicalizzante che chiamiamo poi “psicopatologia”.

Per evitare questa deriva, Hillman prova a introdurre un nuovo concetto: propone di parlare di patologizzazione per indicare “sia la capacità autonoma della psiche di creare malattie, stati morbosi, disordini, anormalità e sofferenze in ogni aspetto del suo comportamento, sia quella di avere esperienza della vita e di immaginarla attraverso questa prospettiva deformata e tormentata” (ibid., pp. 120-121). In pratica, la patologizzazione è un concetto che serve a dirci che, di fatto, esiste la sofferenza psichica e che questa è qualitativamente differente da altre forme di sofferenza. Svincolando la visione psicologica dalla prospettiva medica, possiamo considerare la patologizzazione come necessità psichica, né giusta né sbagliata, “legata a intenzioni che finora abbiamo percepito erroneamente e a valori che devono di necessità presentarsi in forma distorta” (ibid., p. 121). Questo è un primo fondamentale cambio di prospettiva: se non vogliamo etichettare l’altro prima ancora di averlo incontrato, abbiamo bisogno di lenti teoriche che sappiano vedere e rispettare la radicale alterità dell’altro come presupposto indispensabile di qualsiasi operazione successiva.

In questo senso, la più ampia sfida di immaginare il reale si articola nella sfida di distinguere fra patologizzazione come caratteristica naturale e “necessaria” e psicopatologia come modo di affrontare e di guardare la patologizzazione. Cosa c’è di davvero malato e cosa invece è “malato” unicamente nel nostro sguardo? Come distinguere una sofferenza naturale dal vero Male? È davvero possibile questa distinzione? Dobbiamo riconoscere, prima di tutto, che ogni cornice di senso entro cui noi cerchiamo di inserire e comprendere un dato fenomeno rivela, di quel fenomeno, un aspetto specifico e parziale. Se osservo una sofferenza con sguardo ecclesiastico ne coglierò gli aspetti di colpa, di peccato, di redenzione e perdono; se la osservo con lenti giuridiche, vedrò il reato e la conseguente detenzione, la parte lesa da tutelare e l’atto illecito da sanzionare, e sarò mosso da uno spirito legale e ordinatore, forse riabilitativo; se guardo con occhi terapeutici, cercherò forse di aiutare e curare, distinguendo faticosamente aspetti sani e aspetti malati di chi ho davanti e incamminandomi verso quella meta ideale detta “guarigione” o “salute”. Ma è davvero questa l’operazione che intendiamo fare? È questo il miglior trattamento per i nostri sintomi, per le nostre afflizioni? 

Provocatoriamente, Hillman si domanda se a un certo punto non abbiamo confuso sintomi e psicoterapia come mezzi per curarci della nostra psiche. “Noi confondiamo la riscoperta dell’anima nel ventesimo secolo con il luogo in cui tale scoperta è avvenuta: l’analisi terapeutica. Ma il veicolo di questa scoperta non fu la terapia o l’analisi bensì la psicopatologia. Furono i sintomi, e non i terapeuti, a portare questo secolo fino all’anima. […] Abbiamo un debito immenso verso i nostri sintomi” (ibid., pp. 144-145). Se è vero che la terapia ci ha permesso di scoprire che, se abbiamo un giusto recipiente per la nostra anima patologica, questa cuoce fino a che ne emerge il suo “vero significato” – fino a che si fa anima, potremmo dire – è anche vero che l’“essere-in-terapia” non può essere necessariamente la condizione per questo “fare anima”, se non a costo di inserire in partenza la nostra psiche patologizzata in una fantasia di malattia, cura e salute. È precisamente questo che vorremmo evitare. A questo punto la domanda cambia ancora e diventa: qual è il contenitore che come psicologi vogliamo offrire a questa psiche? Che ce ne facciamo dei sintomi del nostro tempo, con che sguardo possiamo guardarli?

Stiamo dicendo che gli strumenti con cui classicamente ci occupiamo di salute mentale hanno un’ombra, che le nostre lenti portano con sé il rischio grandissimo per cui, definendo cosa è sano, definiscono anche cosa è giusto pensare, sentire, essere. Questo movimento può avere la conseguenza involontaria di andare a creare in anticipo ciò che poi si andrà a curare, cioè i “pazienti”. Detto in altri termini, il punto qua è osservare che viviamo in un’organizzazione sociale che – nel suo riprodursi e articolarsi – ha dovuto elaborare uno specifico sistema per “includere” la diversità psichica: la fantasia psicopatologica come fantasia di salute, malattia e trattamento. Nella psiche patologica, troppo spesso gli occhi della collettività riescono (ne hanno bisogno?) a vedere unicamente il volto della malattia. Ciò è frutto tanto della nostra concezione di malattia quanto di quella di salute. Una salute basata sull’ottimizzazione permanente di sé, sul miglioramento a oltranza, sulla lotta contro la negatività e il dolore (intesi come dimensioni sempre eliminabili e da eludere, zavorra inutile o – nella migliore delle ipotesi – da trasformare) sottomette l’essere umano a ciò che Han chiama il “diktat della positività”: nell’illusione di poter e dover essere sempre felici e operosi, diventiamo vittima della nostra stessa idea malata di salute, prima ancora che del nostro naturale soffrire. “Ci sentiamo in dovere di proteggere” scrive Hillman, “siamo spinti a rettificare, a raddrizzare, a riparare. E ciò perché abbiamo confuso qualcosa di sofferente con qualcosa di guasto o di sbagliato” (ibid., p. 164). In realtà, però, “se vi è qualcosa di sbagliato o pericoloso riguardo alle fantasie patologizzate, è il nostro modo di trattarle, che può trasformarle precisamente negli eventi che temiamo. Il nostro atteggiamento verso la patologizzazione può risultare più distruttivo della patologizzazione stessa” (ibid., pp. 170-171). È in questo senso che, come conclude cupamente Han, “guarire non è altro che uccidere” (Psicopolitica, p. 42).

Che via percorrere allora, quale strada possibile? Se è vero che a guidarci alla psiche – all’anima – sono i nostri sintomi, in che modo potremmo restargli più aderenti e fedeli, senza troppi preconcetti, ripagandoli di quell’immenso debito di cui parlavamo? Un punto di partenza potrebbe essere una piccola parola: stare. Restare lì, restarci dentro, umilmente in ascolto, riconoscendo di non capirci quasi niente, riconoscendo di soffrire, riconoscendo di non avere una soluzione realmente efficace, riconoscendo che il tempo e il modo non lo decidiamo noi da soli. Con il suo linguaggio colorito, Hillman ce lo spiega così: “le immagini patologizzate erano imagines agentes, immagini attive, veri e propri sommovitori dell’anima. […] Per muovere veramente l’anima è necessaria una psicologia torturata. […] Quello che […] muove l’anima è l’immagine patologizzata solennemente pensata. Ci soffermiamo sull’afflizione o ci fermiamo con essa, a letto col lebbroso, nel suo abbraccio. […] si percorre e ripercorre continuamente il medesimo terreno. Questa iteratio, come veniva chiamata, è l’itinerario […]. Una virtù della patologizzazione è che essa non ci lascia fuggire dallo spazio chiuso necessario per fare anima, col suo calore, la sua oppressione e la sua intensità – tutti antidoti contro le inflazioni spirituali” (Re-visione della psicologia, p. 179-181). Esponendoci pazientemente alle nostre patologizzazioni, ci ricordiamo prima di tutto di essere tutti pazienti… e da lì, poco alla volta, emergerà forse il significato natio del nostro patire. Il senso di questa operazione è tanto semplice quanto trascurato: ritornare a sentire pienamente, a provare emozioni e stati d’animo e ad ascoltare, tramite ciò, le istanze di chi ci interroga dal profondo, di chi ci assilla e non molla la presa. E chi altro potrebbe essere, se non noi stessi? 

Che uno dei compiti della psicologia, oggi, possa allora essere quello di riportare continuamente la nostra attenzione distratta o intellettualistica (priva di pathos, di autentico sentimento) sul patire che abbiamo smesso di vedere o in cui non siamo più in grado di trovare un senso? Questo movimento – questo tentativo incessante – può certamente riguardare i singoli individui (è parte di ciò che cerchiamo di fare ogni giorno nelle stanze di psicoterapia), ma crediamo che possa dispiegare le sue più grandi potenzialità sul piano collettivo e nella relazione fra individuo e collettività. Ritrovare le voci inascoltate, “malate” o “sbagliate”, in noi o nella nostra società, è simultaneamente prenderci cura di quegli aspetti emarginati ed etichettati della vita, dentro e fuori di noi. In ciò vi è un potenziale immenso, quello di ricondurre ciò che chiamiamo “diversità” al suo sfondo di senso e alla sua storia e, così facendo, di unire nuovamente in un dialogo le polarità della sofferenza individuale e del funzionamento collettivo.

Stiamo dicendo che, facilmente, ciò che la collettività non riesce ad accogliere e comprendere in sé si produce concretamente nel mondo nell’aspetto della “malattia” o in qualsiasi altra forma negativa – perennemente esclusa – di “diversità”, devianza, marginalità. Ricordiamo tutti quel “non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”. A fronte di un’idea di normalità (di salute) malata e “ammalante”, le sofferenze dei singoli e la loro diversità – così tanto correlate con ciò che la collettività fatica a integrare (se non, appunto, trattando come diversi o come malati) – contengono un messaggio riparativo certamente per i singoli stessi, ma soprattutto per il collettivo. Non è semplice, ma se riusciamo a capovolgere lo sguardo e, a testa in giù, ci mettiamo nei panni di quella alterità che i nostri sintomi e psicopatologie (individuali e collettivi) incarnano, di colpo non siamo più noi a dover curare il sintomo, ma è il sintomo che, con la sua protesta di negatività, diventa il guaritore della nostra idea malata di salute. Ricondurre le sofferenze dei singoli ai loro molteplici sfondi collettivi non significa solo ridare un senso al dolore del singolo, ma anche formare psiche nella collettività (“fare anima”, direbbe Hillman), ridistribuendo in maniera più equa salute e malattia non già fra individuo e individuo, ma fra dimensione individuale e dimensione collettiva.

Battersi per i diritti di una “psiche patologica” non significa solo stare dalla parte del malato, del fragile, del diverso, ma anche restituire cittadinanza agli aspetti feriti della vita. Lavorare sullo sguardo che la psicologia riserva alla psicopatologia significa evocare una visione capace di ricomporre in unità le polarità della sofferenza e della cura, non solo restituendo valore curativo alle ferite del singolo, ma anche restituendo alla collettività le sue ferite, entro uno sfondo di senso in cui possono essere pensate. È solo una delle tante prospettive possibili, ma crediamo nel suo valore. Entro questa logica, l’escluso può diventare, idealmente, il miglior farmaco per la collettività: in quanto portatore delle contraddizioni della collettività, della diversità negata e “patologizzata” dal sistema sociale, il singolo diventa portatore – nella carne – di quegli aspetti che il collettivo non è in grado di portare nella psiche: il tassello mancante e dunque la via per ricomporre la figura intera.

Bibliografia

Han B.-C. (2014). Psicopolitica. Milano: Nottetempo, 2019.

Hillman J. (1975). Re-visione della psicologia. Milano: Adelphi, 2019. 

Hillman J. (2004). Un terribile amore per la guerra. Milano: Adelphi, 2005.

Pieri P.F. (1998). Dizionario junghiano. Torino: Bollati Boringhieri.

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