Riflessioni critiche sull’entrata in vigore del Green Pass.

Chi lavora nel campo della salute mentale, conosce fin troppo bene i rischi della sovrapposizione del campo sanitario con quello giuridico.

Che si tratti di “istituzioni totali” (Goffman, 1974) come le REMS, di misure più sfumate come l’applicazione del concetto di “pericolosità sociale”, o di dispositivi che fanno capo al diritto amministrativo come l’interdizione, esiste una nutrita casistica in cui i diritti civili delle persone vengono messi in secondo piano in nome della salute, da un lato, e della sicurezza pubblica e privata, dall’altro.

Foucault ha descritto con lucida chiarezza ciò che accade quando «il vile mestiere di punire si trova […] trasformato nel bel mestiere di guarire» (1999, pag. 31), gettando le basi per il potere di normalizzazione. Basaglia ha puntualizzato che «la società cosiddetta del benessere e dell’abbondanza […] ha trovato un nuovo sistema: quello di allargare l’appalto del potere ai tecnici che lo gestiranno in suo nome e continueranno a creare – attraverso forme diverse di violenza: la violenza tecnica – nuovi esclusi» (1968, pag. 461).

Difficile non inserire il Green Pass all’interno di una cornice di questo tipo, andando a costituire un dispositivo che estende la sovrapposizione sanità/diritto su una scala senza precedenti nella società contemporanea, come rilevato anche dall’intervento in Senato di Giorgio Agamben del 7 Ottobre 2021.

Sia chiaro: non si intende qui negare la serietà della pandemia di Covid-19, né la necessità di azioni su un piano collettivo e coordinato. Non vogliamo qui aprire al tema dell’utilità del vaccino di per sé, mentre è l’istituzione dell’obbligo vaccinale (esplicito o implicito come nel Green Pass) che si vuole mettere in discussione. È l’inutile appiattimento sulle responsabilità individuali e su risposte emergenziali che ci spaventa, non tanto la perdita di libertà dell’individuo; auspicheremmo un dialogo tra maggioranza e minoranze invece che un autarchico “vivi e lascia vivere “

Troviamo discutibile che il primo appello di massa dei nostri tempi alla gestione di una emergenza sociale collettiva, che coinvolge tutte le parti sociali dalle istituzioni alla società civile, venga impostato sull’adozione di un meccanismo di controllo disciplinante e repressivo.

In primo luogo: che tipo di investimenti comporta il Green Pass per la collettività? Non si tratta solo di costi economici, ma anche della riorganizzazione di spazi e tempi della vita sociale, dell’adozione di protocolli e procedure, l’implementazione di limiti e l’emergenza e la gestione di nuove tensioni sociali. Quante di queste enertie potrebbero essere reinvestite, per esempio, nel reimmaginare la fruizione dello spazio pubblico in maniera condivisa, nella creazione di reti di supporto, nell’attivazione di presidi di cura territoriali e diffusi, invece che nell’implementazione di una tecnologia di controllo?

Se «l’età della globalizzazione è l’età del contagio universale» (Hardt e Negri, 2000, pag. 136), è utile considerare quella di Covid-19 non come la pandemia, ma semplicemente come una pandemia; non una singola emergenza, ma parte di un ciclo di crisi che ha dei precedenti e con cui bisognerà nuovamente fare i conti. I precedenti ci sono, e sono stati approfonditamente analizzati. L’epidemia di ebola in West Africa nel 2014 ha visto un’opposizione sociale alle politiche sanitarie non dissimile da quella che vediamo oggi nell’ambito del Covid (Fairhead, 2016). Durante l’esplosione della pandemia di AIDS negli anni Ottanta, fu vagliata l’idea di dotare di una sorta di passaporto di riconoscimento le persone HIV positive per limitarne l’espatrio (Sontag, 2020) – una proposta che certamente oggi susciterebbe scandalo, ma che presenta alcune similitudini concettuali con lo strumento del Green Pass.

È inoltre massiccia la mole di ricerche che indica nelle disuguaglianze sociali uno dei principali fattori responsabili della scarsa salute e della malattia. L’implementazione di un dispositivo dagli effetti potenzialmente discriminatori come il Green Pass, da poco diventato precondizione per poter svolgere il proprio lavoro e già causa di sospensione dall’esercizio di alcune professioni, pone un rischio di aumento delle disuguaglianze così plateale che sembra paradossale doverlo sottolineare.

È praticamente ubiquitario in letteratura il riferimento a problematiche relative alla fiducia nelle istituzioni come un fattore precipitante per la cosiddetta “esitazione vaccinale” (Boodoosingh et al., 2020; Drążkiewicz, 2021; Eaton & Kalichman, 2020; Kasstan, 2020; Khubchandani et al., 2021; Larson & Broniatowski, 2021; Moore et al., 2021). La mancanza di fiducia non è relativa alla medicina in sé, ma alle istituzioni o alle autorità che garantiscono per la medicina in un determinato tempo e luogo (Wilkinson & Leach, 2014).

Molte delle critiche che sono state fatte al discorso di chi è esitante rispetto al vaccino o al Green Pass fanno leva su parole chiave come “l’irrazionalità” o “l’ignoranza” che connoterebbero chi esprime talune posizioni, e si polarizzano su etichette praticamente sterili, quali “Novax” o “Nogreenpass”, che ostacolano la comprensione del fenomeno, la possibilità di un aperto dibattito e alimentano un clima nocivo. Tuttavia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità già nel 2019 considerava il fenomeno dell’“esitazione vaccinale” come “una delle dieci principali minacce alla salute globale”. Se si tratta di un fenomeno su così larga scala, occorre probabilmente svilupparne una comprensione maggiore, rifuggendo facili svalutazioni che sembrano soprattutto riprodurre un certo discorso classista – facilitando inoltre in seno al movimento l’appeal di certe fasce della destra estrema, da anni capaci di cavalcare un certo malcontento popolare strutturandolo anche intorno al conflitto con una certa “sinistra borghese”. D’altra parte, enfatizzare l’infiltrazione neofascista che connota una parte dei movimenti di opposizione al Green Pass è senza dubbio un potente diversivo dal cuore della questione nell’economia dell’attenzione mediatica.

La domanda diventa allora: come dobbiamo affrontare le pandemie che verranno? Rinforzando i meccanismi di controllo sociale o potenziando le opportunità di salute? Aumentando la dipendenza degli individui dall’esercizio del potere biomedico, o incoraggiando lo sviluppo di comunità coese, empowered, capaci di prendere decisioni per la propria salute? Polarizzando lo scontro sociale su dinamiche di potere tra sovrani e sudditi, o incrementando le possibilità di partecipazione attraverso lo sviluppo di meccanismi di dialogo su base locale, nazionale, internazionale?

Che cosa accade quando l’emergenza di oggi diventa la normalità di domani?

BIBLIOGRAFIA

Basaglia F. (1968).. Le istituzioni della violenza. Scritti (1953-1980), Il Saggiatore, Milano 2017

Boodoosingh R., Olayemi L.O., Sam F.A. (2020). COVID-19 vaccines: Getting Anti-vaxxers involved in the discussion. World Development, 136 (2020), 105177, pp. 1-2.

Drążkiewicz E. (2021). Taking vaccine regret and hesitancy seriously. The role of truth, conspiracy theories, gender relations and trust in the HPV immunisation programmes in Ireland. Journal for Cultural Research, 25:1, pp. 69-87.

Eaton L.A., Kalichman S. C. (2020). Social and behavioral health responses to COVID-19. Lessons learned from four decades of an HIV pandemic. Journal of Behavioral Medicine (2020), 43, pp. 341-345.

Fairhead, J. (2016). Understanding social resistance to the Ebola response in the forest region of the Republic of Guinea: An anthropological perspective. African Studies Review 59, 3: 7-31.

Foucault M. (1999). Gli anormali. Corso al Collège de France (1974-1975). Tr. it. Universale Economica Feltrinelli, Milano 2009.

Goffman E. (1974). Asylums. Tr. it. Einaudi, Torino 2010.

Hardt M., Negri A. (2000). Empire, Harvard Univ. Press, Cambridge.

Kasstan B. (2020). Vaccines and vitriol: an anthropological commentary on vaccine hesitancy, decision-making and interventionism among religious minorities. Anthropology & Medicine, pp. 1-10.

Khubchandani J., Sharma S., Price H.J., Wiblishauser M.J., Sharma M., Webb F.J.(2021). COVID-19 Vaccination Hesitancy in the United States: A Rapid National Assessment. Journal of Community Health (2021), 46, pp. 270–277.

Larson H.J., Broniatowski D.A. (2021). Volatility of vaccine confidence. Science, Vol 371, Issue 6536, p. 1289.

Moore J.X., Gilbert K.L., Lively K.L., Laurent C., Chawla R., Li C., Johnson R., Petcu R., Mehra M., Spooner A. (2021). Correlates of COVID-19 Vaccine Hesitancy among a Community Sample of African Americans Living in the Southern United States. Vaccines, 2021, 9, 879, pp. 1-15.

Sontag S. (2020). Malattia come metafora. L’AIDS e le sue metafore. Nottetempo, Milano.

Wilkinson A., Leach M. (2014). Briefing: Ebola – Myths, realities and structural violence. African affairs, 114/454, pp. 136-148.

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