Abbiamo ricevuto una splendida notiza per la quale abbiamo lavorato tanto: il nostro servizio è stato riconosciuto ufficialmente come Buona Pratica!

Cosa significa Buona Pratica ?

Una buona pratica è un intervento, una attività, un programma che “in armonia con i principi, i valori, le credenze e le prove di efficacia e ben integrato con il contesto ambientale, è tale da poter raggiungere il miglior risultato possibile in una determinata situazione” (Kahan e Goodstadt, 2001)

Quindi è un intervento che risponde specificatamente a tre criteri:

  • Efficacia pratica: capacità di un progetto di raggiungere gli obiettivi prefissati (Leone, Prezza 1999)
  • Trasferibilità: analisi delle condizioni sotto le quali un programma può essere ritenuto efficace, e quindi utilizzato, in contesti diversi da quello nel quale è stata testata la sua efficacia, massimizzandone i potenziali risultati
  • Sostenibilità: le capacità di una azione/progetto/programma di mantenere i propri vantaggi per le comunità e le popolazioni oltre alla loro fase iniziale di implementazione. Azioni sostenibili possono continuare ad essere realizzate, tenendo conto dei limiti dati dai finanziamenti, dalle competenze, dalle infrastrutture, dalle risorse naturali e dalla partecipazione da parte dei portatori di interesse (WHO, 2005)

A cosa serve l’identificazione delle Buone Pratiche ?

La prima funzione è certificativa, ovvero la certificazione della qualità di pratiche già scritte (in fase di avvio e/o realizzazione, e/o già concluse) al fine di favorire la loro valorizzazione e la loro diffusione. Questo favorisce inoltre, attraverso l’utilizzo e la diffusione di strumenti-guida orientati alla correttezza metodologica, la costruzione di progetti e interventi di qualità basati sulle evidenze.
Ma l’identificazione delle Buone Pratiche assolve anche una funzione formativa, agevolando la formazione degli operatori (scuola, sanità, enti locali, cooperative, compagnie teatrali, volontariato…) che intendano provare a descrivere in maniera efficace le proprie pratiche professionali, verificando di aver descritto tutti i passaggi fondamentali e mettendo in luce le caratteristiche metodologiche del proprio intervento. Inoltre la definizione delle buone pratiche assolve una necessità e funzione decisionale, sostenendo le scelte dei decisori di tutti i settori della società circa progetti e interventi che abbiano caratteristiche di qualità e/o di efficacia pratica.

Cosa significa per noi essere diventati buona pratica.

In quanto psicologi, per nostra (de)formazione professionale, siamo inclini a intendere l’efficacia dei nostri interventi e delle nostre pratiche riferendoci a ciò che accade all’interno del setting terapeutico, ermeticamente separato dal resto del mondo: è quello che abbiamo avuto il privilegio di apprendere, (chi poteva) pagando profumatamente per farlo, con tanti sacrifici e tante gratificazioni.

Per la concezione di cui siamo, più o meno inconsapevolmente, portatori, l’efficacia degli interventi si riferisce a particolari interventi tecnici isolati, secondo i criteri imposti dalle convenzioni del metodo scientifico, oppure, in direzione diametralmente opposta, nel rifiuto di questo, attraverso un intimo confronto in una relazione tra soggettività uniche e incommensurabili che viaggiano libere nel registro di un mondo soggettivo simbolico.

Entrambe queste concezioni, apparentemente contrapposte, sono accomunate dall’intendere la pratica professionale limitandola e limitandosi a ciò che accade nella relazione, supposta neutrale e avulsa dal contesto reale, tra il tecnico e il paziente. Il presupposto di questa impostazione è una visione in cui l’intervento che produce salute corrisponde al gesto clinico e specialistico di un in volto ad un singolo soggetto, oggetto (direbbe Sartre) del sapere-potere del primo in una relazione costruita per accogliere e dare forma e sostanza, alla soggettività, unica e irripetibile, del paziente.

Questo può essere vero, talvolta utile ed efficace, ma sicuramente è limitante.

Se intendiamo la salute in senso più ampio, reinserita in una cornice teorico-pratica collettiva e storica, come qualcosa che non si produce esclusivamente tra singoli individui e nel setting terapeutico ci accorgiamo dell’influenza diretta di questo incontro sugli assetti sociali e della loro importanza nel promuovere o ostacolare la salute individuale e colettiva.
Ma non è possibile valutare l’efficacia reale di una pratica di cura senza una considerazione del modo in cui questa provi a riconoscere e includere, nei propri dispositivi, delle risposte pratiche a quei vincoli imposti dall’oggettiva realtà condivisa dalla coppia terapeutica con il resto del mondo (risorse, tempo, spazio, denaroì) per fare i conti con i quali si sono affermate, non senza contraddizioni, le prove di efficacia con cui abbiamo voluto misurarci. 

Volendo, con un pizzico di audacia e consapevoli dell’idealismo dell’obbiettivo (e di come potrebbe essere analizzato clinicamente ciò che ci accingiamo ad affermare), cambiare il mondo, per quanto possibile, occorre fare un passo oltre. Naturalmente, cambiare il mondo non significa necessariamente farlo per intero, quanto piuttosto assumersi la responsabilità del cambiamento che, all’interno di un preciso orizzonte politico e ciascuno e ciascuna con i propri strumenti, possiamo essere e praticamente costruire.

Il passo in più è esattamente ciò che, per noi, rappresenta il riconoscimento a Buona Pratica per la Promozione della Salute da parte di un soggetto istituzionale, l’ASL, deputato alla tutela della salute collettiva.

Se fino ad ora ci siamo limitati ad affermare, in un morbido autocompiacimento autoreferenziale, che quanto facciamo funziona, questo passo in più ci ha consentito di sottoporci a verifica. Non si può cambiare il mondo, del resto, senza sottoporsi al dialogo e al confronto, senza essere, cioè, nel mondo.

Cosa ci portiamo a casa da questo riconoscimento ? Due cose sopratutto.

Il riconoscimento del soggetto collettivo, innanzitutto: il lavor(i)o in gruppo, il lavoro del gruppo, è il punto di partenza: lavorare in gruppo promuove salute, anche per i membri che lo compongono, creando maggiori possibilità nel più ampio contesto che condividono con i cittadini a cui si rivolgono, all’esterno del privatezza del setting clinico.
La solitudine delle persone a cui spesso ci rivolgiamo è la nostra stessa solitudine. La risposta che abbiamo trovato non è l’ennesima psicoterapia di gruppo o individuale ma il gruppo di lavoro.

Il lavoro in gruppo, condiviso, plurale, dialogante e autorganizzato, talvolta confusivo, contraddittorio che, pur nelle difficoltà, nei sacrifici e nei compromessi per le libertà individuali, ci consente di godere di nuovi legami e appartenenze, margini di azione e cambiamento, personale e collettivo. Esiste un Noi e questo funziona, produce salute.

Portiamo a casa, in secondo luogo, la conferma della necessità di uscire da una concezione di salute riduttivamente individualista. Dobbiamo, vogliamo e funziona uscire dalla logica esclusivamente clinica, dallo spazio clinico individualizzato, per stare nei contesti di vita delle comunità e dei cittadini, agire all’esterno dell’identità di tecnico, mettendola, ogni tanto, a tacere, tra parentesi. Da psicologi clinici non è facile immaginare e praticare altre modalità per generare salute, altre azioni, nello Spazio Pubblico, che non neghino l’importanza di quanto accade nell’intimità privata del rapporto clinico ma lo arricchiscono: l’orientamento, la divulgazione, la sensibilizzazione, il lavoro sui contesti per il rafforzamento delle connessioni tra le risorse, sociali, sanitarie e civili, disponibili sul territorio sono tutte azioni che promuovono salute.


Per essere riconosciuti abbiamo voluto e dovuto metterci alla prova, misurarci con noi stessi e misurare noi stessi, analizzare, valutare le nostre azioni, i nostri risultati e i nostri processi, attivando un confronto per nulla facile.
Siamo andati oltre la rassicurante  cornice ultrasoggettivista, prodotto del nostro percorso formativo, che vede nella legittimazione incondizionata dell’esperienza e dei vissuti individuali la propria ragion d’essere, legittimando l’esistente in cui ci troviamo immersi, spesso oppressi, spesso oppressori, e del cui mantenimento siamo corresponsabili.
Ci siamo dovuti domandare quale fosse l’obiettivo del nostro stare insieme, quale fosse il mondo che desideriamo e descrivere ciò che, nella pratica, facciamo per realizzarlo.
Abbiamo così scoperto una realtà naturalmente distorta rispetto a ciò che, più complessivamente e profondamente siamo, siamo o meglio, riteniamo di essere e fare. Questo ci ha permesso, nonostante tutto, di domandarci e verificare se ciò che stiamo facendo e il modo in cui lo facciamo fossero allineati con il desiderio che ci unisce.


Stare nel mondo, anche collettivamente, significa confrontarsi con il principio di realtà di tempi, vincoli, risorse, obiettivi per dare un senso – di significato e di direzione- alle progettualità condivise.

Questo riconoscimento non è solo un traguardo, ma anche un ottimo strumento per continuare ad adoperarci, con i nostri limiti e i nostri punti di forza, ancora più convinti del valore, nell’economia politica della salute, del nostro stare insieme, per cambiare il mondo, almeno un pò.

Avanti tuttə!

Qui è possibile consultare la scheda progettuale che aggiorneremo di anno in anno:


Riportiamo invece, la sintesi descrittiva della valutazione del progetto:

Dall’Abstract del progetto inserito su ProSa si evince il taglio “politico” (azione di advocacy) e “strategico- organizzativo” del progetto, che rappresentano un valore aggiunto:

<<Obiettivo generale del progetto è…la tutela del diritto alla salute mentale, intervenendo sulle variabili socio-economiche che limitano, condizionandola, l’accessibilità ai servizi di prevenzione, accoglienza e presa in carico della sofferenza psichica individuale e collettiva>>
<<… giungere ad un sistema integrato di azioni, pratiche e processi che rendano maggiormente accessibili le risposte appropriate del territorio alle sofferenze specifiche di questo periodo storico e … sociale…>>


Questi macro obiettivi rappresentano la cornice di senso etico e professionale entro cui si situa lo Sportello di psicologia sostenibile che concretamente diventa: uno strumento di contrasto delle disuguaglianze socio- economiche di salute, un’opportunità di affiancamento/orientamento rispetto alle realtà socio-sanitarie pubbliche locali, un mezzo per favorire lo sviluppo di competenze di empowerment individuale e collettivo per la gestione delle situazioni di sofferenza psicologica all’interno di una cornice di appartenenza
comunitaria (…<<… mettendo i fruitori nella condizione di prendere attivamente parola per diventare un motore di cambiamento individuale, collettivo e sociale.>>).
Parole chiave ripetute sono accessibilità (alle cure) e sostenibilità (dello Sportello), che vengono declinate a livello di:

  • azioni/interventi preventivi, educativi, clinici rivolti in particolare alle fasce socialmente, economicamente, culturalmente, psicologicamente svantaggiate della popolazione
  • metodi di gestione/coordinamento/organizzazione delle attività che risultano ben presidiati e
    “ragionati”.

Il progetto Sportello ha il merito di introiettare e utilizzare in maniera pratica le nozioni più recenti e universalmente accettate circa il collegamento tra svantaggio/vulnerabilità e meccanismi di erogazione dei servizi da parte del pubblico e del privato, con riferimenti a studi di efficacia, documenti/fonti accreditate, ed esperienze promettenti.


L’ambizioso progetto dello Sportello e del gruppo di progetto è di promuovere e/o contribuire a un cambiamento a 360 gradi che comporti l’assegnazione di priorità alla salute mentale in qualità di benessere psicofisico che riguarda tutta la comunità (in linea coi recenti documenti internazionali, ad esempio OMS), che concerne la riorganizzazione dei servizi dedicati, la piena partecipazione di tutti gli attori coinvolti, in una visione “ecologica” o “olistica” che sottende l’appartenenza al ruolo di “cittadino attivo” (in affiancamento al ruolo professionale).


Restano alcune criticità, che hanno a che fare maggiormente con l’aspetto della valutazione, in particolare la questione metodologica della stesura degli Obiettivi in una forma che sia misurabile e temporalmente indicata. Questo aspetto è probabilmente dovuto soprattutto al fatto che si tratta di un progetto nato “dal basso” e dalla prassi prima che in forma scritta o progettuale classica, il che ha comportato un grosso lavoro di pensiero, riflessione e revisione critica in itinere da parte del gruppo di lavoro, fortemente interessato a dare maggiore “robustezza” metodologica al progetto e alla valutazione della sua efficacia reale. Il progetto è una Buona Pratica Trasferibile, la cui valutazione di efficacia gioverebbe di un piano di valutazione dei Risultati maggiormente sistematico.

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