di Karen Nakamura

“Benvenuti a Bethel, gente! PAPAYA. Qualunque cosa vedrete qui, non siatene sorpresi. Non è terribile la schizofrenia? PAPAYA. Con le sue allucinazioni, voci e deliri. Non riesci a sopportarla senza fare niente, e finisci per farti dei tagli. Zun zun-zun-zun-doko Kana-chan!”

Iniza così la canzone di benvenuto per i nuovi ospiti di Bethel House, l’incredibile luogo nell’Hokkaido, in Giappone, su cui è incentrato lo studio etnografico dell’antropologa Karen Nakamura.

Bethel House è una comunità di persone che convivono con forme intense di sofferenza psichica, dalla schizofrenia all’alcolismo grave, dovendo gestire sintomi come allucinazioni e deliri. In questo luogo, gestito dai pazienti stessi in collaborazione con l’ospedale locale, non esiste stigma rispetto al disagio mentale, e l’obiettivo ultimo non è quello di curare – un obiettivo che troppo spesso nel mondo psichiatrico coincide con la reclusione o la sedazione. Sfidando la sofferenza con un fare dissacrante e irriverente, lo scopo di Bethel è quello di fornire ai suoi membri gli strumenti per conviverci grazie a un forte senso di comunità, la possibilità di accedere a un lavoro retribuito, la co-gestione responsabile delle finanze della casa, la riappropriazione del proprio malessere tramite un’opera di significazione della propria identità che lo comprenda in maniera positiva. Con un impatto sorprendente sulla società circostante: l’annuale festival delle allucinazioni e dei deliri, in cui vengono premiati i più creativi, richiama visitatori da tutto il Giappone.

L’approccio etnografico di Nakamura mostra luci e ombre di questa esperienza, inserita in un percorso storico che parte dal confinamento in casa dei “malati mentali”, passando per istituzionalizzazione e deistituzionalizzazione di massa, fino alla odierna privatizzazione della salute mentale. Nakamura descrive un’esperienza radicalmente diversa, senza idealizzarla ma restituendone con forza la componente umana, cercando di fare luce sulle ragioni del suo successo e sottolineandone le complessità e i limiti crescenti. Spesso ci interroghiamo sull’aspetto che avrebbe un approccio alla salute mentale totalmente differente da quello che conosciamo. A Disability of the Soul ci permette di dare uno sguardo ad una di queste realtà possibili, tanto bizzarra quanto affascinante, dal forte carattere locale e forse irriproducibile, ma indubbiamente efficace, provocatoria e fonte di grandi stimoli.

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