di Benedetto Saraceno

Edizioni Alphabeta, 2022

L’ultimo libro di Benedetto Saraceno, tra i vari titoli che sono apparsi nel mondo editoriale in questi anni di pandemia da Covid-19, spicca per la semplicità e la chiarezza con cui l’autore utilizza il virus come lente e cornice di lettura della situazione politica e sociale del nostro tempo.

Il virus che in questi anni abbiamo conosciuto e con cui ora stiamo faticosamente imparando a convivere è un virus classista, perché a subire le conseguenze più drammatiche e pesanti di questo periodo di pandemia sono stati, come dimostrano i dati, gli individui socialmente più vulnerabili (i più poveri, quelli rinchiusi nelle RSA o in altre strutture più o meno detentive, coloro che vivevano in case piccole e sovraffollate, chi aveva scarso o nullo potere economico). La povertà non solo ha aumentato il rischio di esposizione al virus e quindi di contagio, ma ha anche ridotto la capacità di combatterlo (il disagio psicologico causato dalle condizioni di povertà ed esclusione indebolisce il sistema immunitario). Covid-19 ha sottolineato da una parte le profonde diseguaglianze sociali esistenti, dall’altra il fallimento delle attuali politiche sanitarie e di welfare territoriali. In questo senso il libro di Saraceno porta alla ribalta il tema delle istituzioni, o meglio, della sempre più evidente deriva neoistituzionalista e della sempreverde necessità di deistituzionalizzazione. Ma cosa significa oggi ritrovare il senso e la pratica della parola deistituzionalizzazione? Per Saraceno significa innanzitutto riconoscere le falle di un sistema pubblico che è sempre più incagliato nei profitti del privato, che non sa più orientarsi verso il bene comune ma, al contrario, affida al privato tutti gli “scarti” sociali, antichi e nuovi, autorizzando il ritorno di pratiche di reclusione ed esclusione.

L’attuale modello di dominio economico e cultura neoliberale è fallace perché promuove, anziché combattere, l’ingiustizia sociale e produce continuamente scarti, umani e materiali. Come costruire dunque un fronte nuovo di lotta, liberazione e deistituzionalizzazione? Secondo l’autore la risposta è tornando a fare politica, partendo da processi di democrazia dal basso. L’autore si riferisce alla costruzione di una militanza mite ma attiva ed efficace, che non usa il linguaggio dell’odio e della violenza, che non si rifà a schemi di pensiero populisti e sovranisti ma riscopre e promuove nuove forme di conflitto. Come egli scrive “non è possibile stare a guardare, bisogna “mettersi nel mezzo”: è urgente promuovere la conoscenza e la comprensione dei problemi, facilitare l’informazione e consentire la liberazione di energia politica capace di generare conflitti che aprano i cuori al bene pubblico”.

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