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Salute mentale e psichiatria: un’inclusione sostenibile?

Nonostante da diverso tempo il concetto di “malattia mentale” sia stato allontanato dal circuito delle scienze medico/psicologiche e dal sistema culturale in cui sono inserite, quando pensiamo alla psichiatria questo concetto non appare essere così lontano. Parlando di psichiatria aspetti quali l’esclusione, la cronicità e l’inabilità sembrano infatti essere ancora ampiamente presenti.

In che modo alcune pratiche psichiatriche sembrano ancora ad oggi continuare a perpetuare certi retaggi culturali? In che misura e attraverso quali vie potrebbe invece maggiormente coniugarsi con la salute mentale?


Per provare a costruire delle riflessioni intorno a questi quesiti il punto di partenza coincide forse con quello di origine: la generazione dello stigma. Questa parola che etimologicamente significa “marchio” genera una sorta di bollatura delle persone a cui viene impresso. Nel caso delle persone affette da disagio psichico questo si traduce in una serie di valutazioni a priori riguardanti caratteristiche di pericolosità, mancanza di integrità e incapacità. Le persone affette da disagio psicologico portano su di sé una marchiatura particolarmente profonda derivata da una lunghissima storia impregnata di paura, sospetto, inquietudine verso ciò che rappresenta la follia. Uno dei nuclei più problematici dello stigma risiede però nell’attuazione di comportamenti discriminatori associati ad esso. I tipi di comportamenti possono comprendere ed essere facilmente ravvisabili, anche ai giorni nostri, in fenomeni quali: la preclusione all’accesso a certe opportunità come un posto di lavoro, nella segregazione attraverso la concentrazione dell’utenza psichiatrica in specifici luoghi, nella coercizione attraverso la sostituzione della volontà della persona o nella presa di decisione da parte delle autorità (Carozza, 2021). Tutti questi atti discriminatori hanno come profonda conseguenza quella di preservare le credenze stigmatizzanti intorno al disagio psicologico grave e di alimentare processi di esclusione limitando quelli di reintegrazione (Carozza, 2021).

All’interno di questo scenario ancora molti servizi della psichiatria purtroppo non sembrano essere riusciti ad operare un adeguato processo di svincolo da certi tipi di fenomeni rimanendovi invece profondamente attaccati. Esempio evidente è l’utilizzo ancora ampiamente diffuso e radicato di pratiche medicalizzate e assistenzialistiche. Come ad esempio: una mancanza del coinvolgimento della persona nell’impostazione del trattamento e della terapia farmacologica, una sostituzione alla persona nei bisogni personali, una separazione della componente medica dal trattamento globale della persona, forme di tutoraggio, farmaci a vita ecc..

Tutti questi aspetti contribuiscono fortemente a sostenere processi di marginalizzazione e a limitare di conseguenza il raggiungimento di una effettiva possibilità di realizzazione di una “Recovery” individuale. L’approccio di cura centrato sulla recovery (Recovery Centered) dovrebbe infatti rappresentare il nuovo cambiamento di approccio nella cura dei pazienti con patologia psichica grave. Nel modello proposto si esplicita un superamento dell’impostazione tradizionale in cui il paziente è un ricevente passivo delle cure, passando da “un agire su” “ad un agire con” (Mezzani, 2017). Attraverso la partecipazione attiva e in stretta collaborazione col medico, il paziente raggiunge così una maggiore consapevolezza delle proprie difficoltà e di come migliorare attivamente la propria vita all’interno del suo contesto sociale. Pensare al paziente in un’ottica di recovery significa compiere lo sforzo di comprendere e valorizzare gli aspetti soggettivi specifici delle persone affette da disagio psichico. Significa passare “da una oggettivazione ad una reciprocazione, alla riscoperta della globalità della persona (del soggetto), al di là di operazioni di lettura psico-tecnologiche, come realtà pre-categoriali cui rapportarsi” (Mezzani, 2017). Mantenere un approccio medicalizzato significa invece continuare ad imporre in modo passivo alle persone trattamenti psichiatrici che favoriscono processi di oggettivazione sostenuti da atteggiamenti di “autoritarismo e di distanza terapeutica” (Mezzani, 2017).

A riprova di ciò è la constatazione di come ancora in diversi servizi di psichiatria tuttora vengano utilizzate in maniera diffusa differenti forme di contenzione.
Le tipologie di contenzione si sono ad oggi evolute e modificate andando a incarnarsi in forme moderne più sottili e impalpabili. Tra esse troviamo ad esempio: la contenzione ambientale attraverso la “bunkerizzazione” dei luoghi di cura (divieti di accesso, limitazione delle visite, telecamere), quella chimica attraverso l’annichilimento della persona attraverso la somministrazione di psicofarmaci in sovra dosaggi, quella diagnostica attraverso i farmaci a vita o l’incapacità di intendere e di volere.

Se l’utilizzo di queste “nuove forme di contenzione” (Cipriano, 2015) rappresenta già di per sé un fallimento nel distaccarsi da un paradigma appartenente al passato, alcuni studi hanno anche documentato la presenza di una tenacia nel cercare di mantenerlo in vita.
Dalla ricerca « Progres Acuti », commissionata dall’Istituto Superiore di Sanità` e relativa alle contenzioni effettuate a livello nazionale nell’anno 2001, è emerso che ben l’80% dei 289 S.P.D.C. censiti hanno praticato almeno una contenzione con mezzi meccanici (Cipriano, 2015; G. Dodaro, 2011). L’approfondimento dei dati emersi dalla ricerca suggeriscono inoltre la presenza di diversi “eventi sentinella” su cui riflettere (G. Dodaro, 2011). Uno di questi è che la contenzione parrebbe venir praticata con una frequenza superiore a quella che potrebbe reputarsi fisiologica per uno strumento pensato invece per essere adottato in situazioni straordinarie (G. Dodaro, 2011).
Sembrerebbe, inoltre, impiegata sovente in funzione preventiva rispetto a comportamenti aggressivi, ossia come forma di intervento anticipato rispetto all’insorgenza di un pericolo attuale per la vita o l’incolumità fisica del personale sanitario o degli altri ospiti della struttura (G. Dodaro, 2011) . Infine, la contenzione meccanica non rappresenterebbe nella maggior parte dei casi una soluzione di breve durata rispetto a un problema di sicurezza che viene invece protratta per uno svariato numero di ore (G. Dodaro, 2011).
Alla luce di queste considerazioni ci troviamo allora di fronte a un contesto di cura che non si limita ad inibire i processi riabilitativi ma che opera attivamente nel riproporre forme coercitive volte a mantenere atteggiamenti segreganti e medicalizzanti.

Ma come è possibile dunque che di fronte a questi atteggiamenti visibilmente discriminatori poco venga fatto per cercare di arginarli?
A questo quesito P. Cipriano offre una semplice risposta che sintetizza in quello che definisce il conflitto ampiamente diffuso tra “l’etica di cui è intrisa la cura nei confronti del paziente e le scarse risorse economiche che dovrebbero permettere di sostenerla” (Cipriano, 2015): la mancanza di risorse andrebbe a minare la possibilità di rispettare un certo tipo di etica intrinseca alla cura. La traduzione di questo conflitto la possiamo ad esempio osservare nel momento in cui ci sia una somministrazione di una terapia farmacologica superiore perché non è presente abbastanza personale medico, nella telecamera perché non è presente una sorveglianza adeguata, nella ricetta medica al posto del colloquio perché non si ha abbastanza tempo, nel legare il paziente al lettino perché non si hanno le forze per fare diversamente. Dietro a questo baluardo in cui i diversi servizi di psichiatria saldamente si scherniscono, come in un tempo passato la risultante non cambia e rimane il bisogno di mantenere una presa di distanza dalle forme gravi di sofferenza.

Nel tentativo di abbattere questo baluardo così radicato, alcuni hanno provato a costruire degli scenari alternativi che potessero suggerire delle differenti modalità per cercare di farvi fronte.

Nel 2006 nasce il Club S.P.D.C. aperti “No Restraint” un movimento a cui hanno aderito differenti S.P.D.C. e il cui obiettivo è stato quello di promuove l’abolizione di tutte le forme di contenzione anti-terapeutiche nel rispetto della dignità umana e di alcuni diritti fondamentali, tra cui il diritto di accesso alle più opportune tecniche di intervento medico, psicologico, etico e sociale. Da questa esperienza, utilizzando anche la verifica basata sull’evidenza, è emerso che nei reparti dei servizi in cui non è praticata la legatura l’aggressività e la violenza del paziente rappresenti « una ben più rara evenienza » (G. Dodaro, 2011) rispetto a quelli in cui la “Restraint” è una pratica routinaria. La pratica “No Restraint” funge da premessa per la sicurezza all’interno del reparto, per la ragione che « previene la formazione di quell’atmosfera di terrore in reparto che spinge i pazienti, soprattutto quando essi divengono abituali, a rispondere e a prepararsi a rispondere con la violenza che apprendono in corsia », (G. Dodaro, 2011) e che rende il lavoro più complicato e pericoloso.
Attraverso questo tipo di esperienza emerge dunque come sia possibile creare un luogo di cura libero dalle forme di contenzione attraverso l’impiego di forme che siano invece contenitive in modo terapeuticamente, giuridicamente e deontologicamente fondato (V. Ferioli, 2013). Un esempio di questo è osservabile nella sequenza per cui il momento della contenzione meccanica è sostituito con quella dialogica che, a seconda delle diverse situazioni, può passare a quella farmacologica fino ad arrivare a quella fisica e di allontanamento sempre all’interno di una cornice di cura (V. Ferioli, 2013).

L’elemento determinante non riguarda dunque tanto l’assenza di strumenti di contenzione quanto piuttosto il loro utilizzo in una forma di tipo contenitiva, e non coercitiva, che è invece propria della cura (V. Ferioli, 2013). La via che è stata tracciata è allora dunque quella rivolta alla preservazione dei processi di soggettivazione dell’individuo, l’unica capace di garantire l’utilizzo di strumenti in modo terapeutico anche se istituzionalizzanti. Riconoscere la soggettività individuale significa creare una connessione con il vissuto esperienziale dell’altro come elemento imprescindibile per essere sempre guidati nell’attuazione di interventi, di qualunque tipo essi siano, volti al benessere del soggetto.
La conciliazione tra un modello improntato sul concetto di “malattia” psichica e quello di “salute” mentale risiede forse non tanto nel negare gli aspetti di gravità legati a questo tipo di condizioni di malessere, quanto piuttosto nel tenere a mente che nonostante questo siamo in presenza di soggettività danneggiate che chiedono strumenti di riparazione.
Quando questo tipo di pensiero riuscirà ad essere quello prevalente allora forse potremo pensare ad un modello di cura integrato e incentrato sulla “Recovery” individuale che accoglie i limiti del singolo e promuove le potenzialità momentaneamente sopite dalla sofferenza. Fino ad allora invece la sofferenza psichica grave continuerà ad essere tenuta a distanza di sicurezza attraverso pratiche medicalizzate ed emarginanti.
Scrive S. Bolognini: “La determinazione del terapeuta risiede nel tener duro di fronte alla sofferenza, a non recedere di fronte all’oscurità, a non abbandonare il paziente” (S. Bolognini, 2002”).


Bibliografia

S. Bolognini, “L’empatia Psicoanalitica”; Bollati Boringhieri, 2002, Torino.


R. Mezzina, “Per una discussione critica sul tema della Recovery in Italia e in Europa” ; Journal of Mental Health, 2017.

P. Carozza, “Contrastare lo stigma della malattia mentale: obiettivo dei servizi di salute mentale di
comunità” ; Journal of Health Care Education in Practice, 2021

V. Ferioli, “Contenzione: aspetti clinici, giuridici e psicodinamici”; Psichiatria e Psicoterapia, 2013

G. Dodaro, “Il problema della legittimità giuridica dell’uso della forza fisica o della contenzione
meccanica nei confronti del paziente psichiatrico aggressivo o a rischio suicidario”, Rivista medica
di medicina generale, 2011


P. Cipriano, “Il manicomio chimico, cronache di uno psichiatra riluttante”; Eleuthéra, 2015

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Presentazione di “Adombramenti”, 7 dicembre, Torino

Ci vediamo il 7 Dicembre, dalle 17 alle 19, in Via Baltea 3, per un momento di dialogo e confronto a partire dalla rivista “Adombramenti” a cura di @psicologiaFenomenologica, a cui abbiamo avuto il piacere di contribuire con due scoppiettanti articoli.

Ma di che parla questo numero della rivista?

Quest’anno ricorrono i cento anni dalla nascita di Franco Basaglia: fenomenologo critico, pensatore globale e radicale, contestatore instancabile e inventore di alleanze e trasformazioni.

🍷 A seguito della presentazione PsicoFen offrirá un aperitivo alle persone presenti (chiediamo a chi fosse interessato all’aperitivo di darci conferma alla seguente mail entro il 15 Novembre: info@psicologiafenomenologica.it)

🌱✨ Ma non finisce qui! Durante la serata avremo anche modo di ammirare ed, eventualmente, acquistare le stampe di Andrea Pisano e del progetto grafico anarcopoiesi su An-archè Basaglia Ri-bellarsi.

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Panikit: Valutazione e Risultati tra Adolescenti


Procede con il vento in poppa  il viaggio di Panikit–piccolo kit di pacificazione con gli attacchi di panico a scuola, creato insieme agli studenti e alle studentesse a cui è rivolto. Dopo aver visto la luce, essere stato timidamente accompagnato nel mondo è giunto il momento delle pagelle: Panikit funziona o meno ? E cosa funziona meglio e cosa peggio in Panikit ? La pagella però, questa volta, non arriva da insegnanti o adulti ma dalle uniche persone che, alla luce dell’importanza del coinvolgimento che ha caratterizzato il suo sviluppo, possono e devono avere voce in capitolo sulla sua valutazione, che lo stanno adottando e potranno usufruirne in futuro: gli e le adolescenti.

Insieme al prezioso supporto metodologico di Dors, Centro di Documentazione per la Promozione della Salute della Regione Piemonte (in particolare Simonetta Lingua ed Eleonora Tosco), abbiamo preparato un progetto di valutazione il cui fine è stato esplorare quali fossero le percezioni del Panikit da parte del target a cui è destinato. Accade spesso che i prodotti di promozione della salute siano calati dall’alto, non tarati o adatti al pubblico a cui sono diretti, con conseguenze decisamente negative in termini di adozione, efficacia e spreco delle poche risorse disponibili. Inoltre, questa valutazione, è fondamentale per comprendere quali  siano le criticità e i punti di forza percepiti, al fine di creare una seconda versione di Panikit, maggiormente accordata alla sensibilità delle persone a cui è rivolto, includendo il loro punto di vista e rendendo maggiormente partecipato il processo di co-costruzione, uno degli aspetti che maggiormente caratterizzano Panikit, attribuendogli valore.


Il percorso di valutazione/ricerca è durato quasi un anno scolastico, a cavallo tra il 2023 e il 2024. Il campionamento è stato di convenienza (abbiamo tendenzialmente utilizzato molti dei canali già attivi) e per raccogliere i dati sono stati utilizzati un focus group e un questionario ad hoc creato attraverso google form, da compilare anonimamente. Attraverso differenti modalità (sponsorizzazioni FB, post su Insta, partecipazione ad eventi e festival e, soprattutto, incontri nelle classi durante lezioni e autogestioni), siamo riusciti a raccogliere più del doppio dei 30 questionari che ci eravamo prefissati, arrivando a 74.

Vista l’attenzione di Panikit verso le disuguaglianze sociali e di salute, abbiamo ritenuto fondamentale raccogliere dati e prospettive da persone provenienti da contesti sociali diversi, in modo da rappresentare, per quanto possibile, il punto di vista di diverse fasce della popolazione. Abbiamo voluto dare particolare attenzione ai contesti sociali svantaggiati, scegliendo non solo licei situati nel centro di Torino, che sono tendenzialmente privilegiati, ma anche – e soprattutto – istituti tecnici e professionali in zone meno centrali.Questo perché, su vasta scala, le persone che frequentano scuole di grado inferiore potrebbero incontrare, in futuro, un numero maggiore di difficoltà sociali e problemi di salute mentale, con minori risorse materiali e immateriali per affrontarli, rispetto a chi proviene da contesti più avvantaggiati e frequenta scuole prestigiose. Non possiamo infatti dimenticare che anche la salute mentale è strettamente legata alla classe sociale. Di conseguenza, per noi è stato essenziale che Panikit fosse facilmente accessibile e comprensibile proprio per quelle persone che possono incontrare maggiori barriere nell’usare risorse per promuovere la propria salute mentale. Ed è soprattutto la voce di queste persone che è stato importante ascoltare per far sì che il processo di valutazione e adattamento potesse inserirsi nel contrasto alle disuguaglianze sociali e di salute. Inoltre, sempre in questa direzione, è stato fondamentale raccogliere e integrare il punto di vista delle persone che vivono direttamente problemi di salute, disagio mentale e attacchi di panico.

Ma quindi, alla fine, chi ha compilato il questionario? 

  • L’età media del campione è di 16.27 anni (min. 14 max 19). 
  • Il 56,8% delle persone che hanno compilato il questionario si identifica nel genere femminile, il 41,8 nel genere maschile, l’1,4% come non-binary. 
  • ll 44,6% delle persone che hanno espresso la loro opinione ha sofferto o soffre di attacchi di panico, mentre il 41,6% ha sofferto o vive altre forme di disagio,il 25,7 ha selezionato “sto abbastanza bene”. 
  • più di un terzo delle persone che hanno valutato Panikit ha aiutato altre persone durante attacchi di panico. 
  • Rispetto alla classe sociale, poco più della metà del campione  frequenta un Istituto Professionale, la restante metà è suddivisa tra Liceo (24,3%) e Istituto Tecnico (24,3%) 
  • più di un terzo del campione (il 36,5%) ha una madre con un titolo di studio abbastanza basso, la licenza media
  • un quarto delle persone è figlio/a di genitori di madre lingua non italiana, .

E come, queste persone, hanno valutato Panikit e le sue parti ?


– Come ci aspettavamo stile comunicativo, linguaggio utilizzato e consigli forniti sono stati gli aspetti maggiormente apprezzati mentre lunghezza e maneggevolezza del formato cartaceo quelli che hanno riscontrato il minor gradimento e raccolto alcuni aspetti critici.

– Panikit è stato giudicato più che utile per tutte le funzioni per cui è stato ideato: aiutare chi sta supportando persone che stanno vivendo attacchi di panico, gestire i propri attacchi di panico e, infine, parlare di salute mentale e attacchi di panico in classe e a scuola. In particolare, è questa ultima funzione che gli studenti e studentesse riconoscono la maggiore utilità di  Panikit.

Provando a confrontare i risultati emersi da diversi sottogruppi: 

  • non emergono differenze sostanziali nella valutazione di persone con genitori italiani confrontata con quella di persone con genitori stranieri, 
  • le persone che vivono condizioni peggiori di salute valutano leggermente più utile Panikit, così come quelle che hanno aiutato altre persone, rispetto a quelle che godono di buone condizioni di salute.
  •  Paradossalmente, invece, la lunghezza viene percepito essere un problema soprattutto per chi ha valutato la versione cartacea, più breve di quella online, per la quale non viene valutata come problematica e che è stata, generalmente, valutata come migliore.

Infine, per facilitare il processo di co-costruzione e adattamento, abbiamo lasciato spazio ad una domanda aperta a cui studenti e studentesse potevano rispondere fornendo consigli per migliorare Panikit, di cui abbiamo analizzato i risultati con un’analisi tematica. I suggerimenti che studenti e studentesse hanno fornito sono relativi, in ordine decrescente, alla forma (lunghezza, font, ordine, immagini), alla fruibilità del pieghevole, ai consigli presenti, ai colori, all’organizzazione di testo, immagini e font.

In conclusione, grazie alla valutazione da parte di studenti e studentesse abbiamo ottenuto un’idea di quali siano alcuni degli elementi necessari per adattare Panikit al loro punto di vista e alla loro sensibilità. In linea generale, oltre a qualche altro ritocchino sulla veste grafica, la nostra sfida sarà quella di intervenire sulla sua lunghezza senza snaturarlo, trovando un equilibrio tra la brevità che chi ha compilato vorrebbe, ciò che riteniamo possa essere utile aggiungere e togliere, e i contenuti attuali che studenti e studentesse giudicano utile ed efficace nel parlare di salute mentale e attacchi di panico a scuola e in classe e per avere informazioni e consigli per gestire i propri e altrui attacchi di panico.

Nel frattempo ci siamo già messi al lavoro per produrre la seconda edizione, abbiamo avuto il piacere di confrontarci con alcuni interlocutori in occasione del convegno “La salute mentale della scuola: riflessioni su strumenti, diritti, e partecipazione dei giovani e delle giovani alla promozione del benessere negli ambienti educativi”, con il patrocinio della Città di Torino, e non vediamo l’ora di tornare a confrontarci durante “Bussole per la scuola“.

Adesso, è l’ora di tornare al lavoro, l’anno scolastico è ripreso e anche noi, dopo aver imparato questa lezione da studenti e studentesse, torniamo sui banchi a fare i nostri compitini, forti della fiducia di studenti e studentesse e grati per il supporto ricevuto da tutte e tutti. 

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“Bussole per la Scuola”. Webinar gratuito in diretta streaming

“Bussole per la scuola: dialoghi sul bene-stare e sul prendersi cura” è un corso di formazione rivolto alle attrici e attori del mondo scuola e che mira ad esplorare i temi della salute, del benessere e delle complessità del sistema scolastico attraverso webinar nazionali ed eventi territoriali.

L’evento si propone di utilizzare il PANIKIT – Piccolo Kit di pacificazione con gli attacchi di panico a scuola come stimolo per avviare una riflessione approfondita sulla salute mentale all’interno del sistema scolastico, coinvolgendo non solo gli studenti e le studentesse ma anche le/gli insegnanti e tutte le figure professionali della scuola. L’obiettivo sarà quello di costruire delle bussole che possano orientare la comunità scolastica attraverso un percorso di autoformazione e di risposta agli interrogativi che guidano il nostro pensiero e la nostra operatività, con particolare attenzione alla situazione attuale della scuola e al suo impatto sulla salute di chi la vive.

In questa ottica, ciò costituirà un momento di approfondimento sullo stato attuale della scuola, sulle criticità e sulle risorse presenti, dal punto di vista di chi opera quotidianamente in questo contesto. Il webinar, che prevedrà due appuntamenti, sarà aperto alle/ai lavoratrici/tori della scuola e alla comunità educante, offrendo l’opportunità di una discussione approfondita su temi di rilevanza.

📣La prima parte si terrà mercoledì 13 novembre 2024 dalle 18.30 alle 20.30: sarà reso disponibile il link della piattaforma attraverso la quale connettersi in tempo utile per l’evento, che verrà anche trasmesso in diretta streaming sui nostri canali social!

📝La partecipazione è libera e gratuita! Consigliamo di mandare una mail al seguente indirizzo, così da aiutarci ad organizzare l’evento in maniera ancor più efficace!

Insieme agli operatori e operatrici dello Sportello TiAscolto, il 13 novembre interverranno:

Naomi De Pascalis, “La figura del collaboratore scolastico: scansafatiche, sguattero o ricchezza per la comunità scolastica?”

Chiara Foà, “Cent’anni di scuolitudine”

Davide Fant, “Fiori nel caos. Rispondere alla dispersione scolastica coltivando nuovi immaginari e strumenti per il lavoro educativo”

Restate sintonizzat* per altre news e per scoprire quando si terrà la seconda parte!

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Percorsi dedicati a bambin* e famiglie in partenza a Lecce!

Sono in partenza a Lecce due percorsi dedicati a bambin* e famiglie!

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Io merito? No, io sono!



📣 È in partenza a Lecce il progetto in collaborazione con Terra Del Fuoco Mediterranea che promuove il benessere psicologico di ragazzi e ragazze all’interno del contesto scolastico. Attraverso attività di sensibilizzazione, prevenzione e promozione all’interno di un istituto di istruzione secondaria superiore del territorio, che coinvolgono tutti gli abitanti della scuola, si cercherà di costruire una scuola come luogo di benessere per tutti e tutte.

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Stare nelle crisi: psicoterapia e co-costruzione di pratiche di cura collettiva nell’incontro con le giovani (1)

Pubblichiamo anche sul sito dello Sportello TiAscolto l’articolo scritto dal nostro sottogruppo di lavoro su giovani e scuola che si è aggiudicato lo scorso luglio il primo premio del concorso “Un contributo per il diritto alla salute psicologica”, indetto da Psicoterapia Aperta e dal titolo “L’età della crisi ci ette in crisi? Quali cambiamenti possibili per incontrare il malessere dei giovani dai 14 ai 25 anni? Come questi cambiamenti possono migliorare il contributo della Psicologia e della Psicoterapia alla costruzione della società di domani?”

“Sono il futuro, ma senza un futuro”
(7 miliardi – Massimo Pericolo)

L’adolescenza e la giovinezza sono sempre più attraversate da un’atmosfera di incertezza e disorientamento. L’etichetta “età della crisi” cattura questa complessità, ma cosa significa realmente?
È l’età della crisi a metterci in crisi o le variazioni rapide e profonde del tessuto sociale forniscono uno sfondo disgregante per un’età “fisiologicamente entropica”?

Rivolte e rinascite: la “battaglia” giovanile in un’epoca di crisi

In un contesto di società in crisi permanente multifattoriale e in un’atmosfera da fine del mondo (Fisher, 2017), emergono dinamiche che intrecciano sofferenza e resistenza nell’esperienza di adolescenti e giovani adulte.


Recentemente, le ragazze appaiono maggiormente propense a parlare di benessere psicologico, probabilmente incoraggiate dal crescente dibattito pubblico sulla salute mentale. Tuttavia, tale attenzione ha portato ad una patologizzazione eccessiva della sofferenza emotiva delle giovani, relegandole ad una posizione di vittime totali. Pertanto, la maggior disinvoltura andrebbe considerata come un aspetto sintomatico di una più ampia e complessa cornice.


In diverse fasce giovanili emergono espressioni di sofferenza definita come “eco-ansia”, su cui stanno fiorendo diversi studi, e che provano a racchiudere la profonda angoscia delle giovani rispetto al futuro del pianeta (2). Questa preoccupazione produce spesso, a livello di opinione pubblica, pietà e compassione, ma questa “empatia” non fa i conti con il problema alla radice. Non si tratta di una particolare sensibilità e vulnerabilità della Z generation (3), ma della capacità di sentire profondamente una trasformazione epocale per gli esseri viventi sulla terra che travolgerà con certezza la vita di tutte. Questa interpretazione “clinica” di eco-ansia rischia di invisibilizzare le politiche che determinano la catastrofe climatica e che potrebbero essere una valida e terapeutica soluzione per queste diffuse angosce, oltre che per la vita degli esseri umani sul pianeta.

eco-ansia


Esiste anche l’altra faccia della medaglia: questa angoscia ha preso anche la forma dell’attivazione sociale e politica, e della rabbia verso chi non sta impedendo la catastrofe climatica. Movimenti come Fridays for Future, Extinction Rebellion, Ultima Generazione (4) nascono esattamente tra adolescenti e giovani adulte che non accettano di tenersi questa angoscia solo per sé. “I want you to panic” esclamava Greta Thunberg nel suo discorso al World Economic Forum (5) e accoglierne la richiesta sembra essere più complesso della compassione e patologizzazione. E la reazione di società e istituzioni a queste forme di attivazioni è sempre più dura e repressiva: multe amministrative salatissime, fogli di via, processi penali con accuse molto pesanti come associazione a delinquere, spesso per azioni pienamente simboliche. (6)

Le forme stesse del disagio giovanile sembrano essersi modificate. Il conflitto generazionale basato su contrapposizioni nette non pare essere più attuabile. Anche le più diffuse forme di ritiro e di isolamento non sono esenti da critiche adulte, specialmente se correlate a situazioni di drop-out scolastico o di blocco sul piano del percorso di studi o di lavoro. Lo spettro del fallimento e le angosce ad esso associate appaiono temi cruciali, che talvolta rischiano di essere banalizzati dalla retorica del “volere è potere” oppure disconfermati da quella del “fallimento buono”.


Viviamo in un’epoca segnata da un diffuso senso di malessere e tristezza, descritto da Spinoza con l’espressione “passioni tristi” (7), che alimenta sentimenti di impotenza e incertezza. I problemi delle persone nella fascia di età 14-25 anni sono un chiaro segnale della crisi della cultura e della società occidentale moderna, che ha basato le sue speranze su un futuro progressista.

Dove incontrare le crisi: il lavoro psicologico nei contesti scolastici e familiari

Come psicologhe e cliniche abbiamo la possibilità di incontrare le giovani in contesti di vita diversi, dalla scuola all’ambito familiare, o in transizione tra la chiusura del ciclo scolastico e l’inizio di un percorso successivo.


La scuola, soverchiata da bisogni sempre più complessi e dal malessere di chi la vive e ci lavora, fatica a cogliere l’aspetto trasformativo ed evolutivo delle crisi. Anzi, la tendenza sembra essere quella di un irrigidimento e di una burocratizzazione progressiva: da luogo di apprendimento fondamentale per la persona ad azienda che fatica a stare al passo di chi presenta esigenze particolari e che al contrario si specializza nel premiare le studentesse più promettenti. (8) Le famiglie, al contempo, spesso non paiono in grado di trasformare in risorsa la maggiore vicinanza affettiva creatasi tra le generazioni: genitori più paritetici e dialoganti possono comprendere meglio difficoltà e richieste delle più giovani, ma spesso rischiano di colludere e di identificarsi con le loro fragilità, privandoli della possibilità di sperimentare situazioni di frustrazione. Ciò rischia di contribuire a costruire l’immagine della ragazza di cristallo intrappolata nel ruolo di vittima, in un gioco a più attori che transita sempre più frequentemente nelle stanze delle psicologhe, ulteriori figure a cui viene attribuito un ruolo magico-salvifico, “strattonate” tra richieste ed esigenze spesso in contrasto.


Tornando alle giovani, diviene quindi arduo fuggire da tali rappresentazioni, se ogni atteggiamento diventa o punibile o patologico. Anzi, spesso il disagio appare come l’unica via: non più o nemmeno tanto per comunicare un messaggio di malessere o un bisogno di cambiamento, ma per affermare il proprio diritto all’esistenza e prendere una posizione nel mondo e sulle cose. Il pedagogista ed educatore Davide Fant (2015) suggerisce, ad esempio, di considerare il ritiro sociale di giovani e adolescenti come forme di protesta contro una società adulto-centrica che non ha nulla di buono da offrire e che non permette di far emergere risorse e potere delle più giovani.


In quest’ottica, le giovani dell’età della crisi più che in ogni altra fascia di età si fanno carico del disagio socio-culturale attuale, diventano le “pazienti designate” di una società in crisi. Abbiamo visto come questa sensibilità tende ad essere patologizzata e repressa invece che essere ascoltata e considerata come un segnale chiaro di una profonda crisi dei contesti: le risposte adulte risultano incapaci di riconoscere la necessità di un intervento più ampio, capace di muovere diverse attrici del contesto.


Al termine del percorso scolastico, il confronto con il mondo e la realtà fuori dal contesto scolastico mette in seria difficoltà le giovani adulte, che si sentono sprovviste di fronte ad un sistema in crisi.


Psicoterapia Aperta e altri servizi psicologici accessibili rendono possibile la presa in carico della sofferenza delle giovani adulte che sempre più spesso hanno lavori precari e vivono condizioni di classe che non permettono l’accesso ai costi di mercato delle terapie private o che non riescono ad essere prese in carico dal servizio pubblico. Tuttavia, tali risorse non sembrano essere sufficienti a far fronte al grande disagio emerso negli ultimi anni. Attualmente né i servizi privati né tanto meno quelli pubblici sono riusciti ad investire in progettualità in grado di porre un’attenzione adeguata alla dimensione della prevenzione e della promozione del benessere dell’individuo nella collettività.

Dalle risorse comunitarie a percorsi di accompagnamento: il progetto Panikit come
esempio di nuova pratica per i bisogni di salute collettiva delle giovani.

Nonostante le sfide, esistono approcci validati promettenti per affrontare l’età delle crisi, come riportato in un recente rapporto WHO. (9) Creare spazi di confronto collettivo e strumenti co-costruiti può offrire un’opportunità, alle giovani, per sentirsi ascoltate e supportate.
Alla luce di quanto fino a qui considerato, la nostra proposta mira:

  • a ridefinire le psicologhe e le psicoterapeute come potenziali operatrici di advocacy, impegnate in percorsi di accompagnamento che aiutino le giovani a trovare la loro voce e
    sostenerla, a trovare le parole per dire e comunicare desideri con-fusi con quelli della famiglia o della società;
  • a sottolineare la centralità di spazi di incontro-ascolto;
  • a promuovere l’investimento in processi sufficientemente prevedibili, evitando di nutrire speranze infruttuose o progetti non realizzabili.

A questo proposito, riteniamo che iniziative come il progetto Panikit rappresentino un esempio di come le discipline psicologiche possano contribuire alla costruzione di una società capace di nuove relazioni con le giovani.
Si tratta di un percorso sperimentale avviato come Sportello Ti Ascolto in alcuni territori del paese, a partire da uno specifico lavoro nella città di Torino. Nell’ambito di una co-progettazione tra servizi comunali e del terzo settore, è stato dato avvio ad un ciclo di incontri tematico. Attraverso una sinergia partecipativa con un gruppo di adolescenti frequentanti le scuole secondarie, è stato sviluppato uno strumento destinato alla gestione degli attacchi di panico nell’ambito scolastico, denominato Panikit.

Panikit si configura quale strumento di health literacy, concepito come una risorsa destinata ad alunne, docenti ed istituzioni scolastiche, allo scopo di affrontare gli attacchi di panico e promuovere una discussione sulla salute mentale nell’ambito educativo, adottando un approccio non medicalizzante o patologizzante. Attualmente è fruibile in due versioni, cartacea e digitale, la sua efficacia viene sottoposta a scrutinio attraverso un processo valutativo, supervisionato dall’Azienda Sanitaria Locale TO3, mediante un questionario rivolto alle adolescenti destinatarie dello strumento. L’obiettivo è quello di ottenere un feedback diretto dalle destinatarie per adattare e migliorare il Panikit, plasmando una seconda edizione basata sull’esperienza delle parti interessate e sulla loro partecipazione attiva. (10)

Il Panikit è una prima esperienza che apre a una strada con grandi potenzialità: la co-costruzione di strumenti che emergono a partire dai vissuti delle persone direttamente interessate, che partecipano alla definizione di cosa vivono e cosa sentono che li possa far star meglio, andando così ad aumentare la capacità di agire su di sé e sul mondo, in dialogo con competenze di operatrici, psicologhe, educatrici.


Si viene così a delineare la possibilità di co-costruire spazi e strumenti nuovi, in cui le competenze psicologiche e psicoterapeutiche possono essere messe al servizio e in condivisione dei bisogni sociali: in un intreccio con il riconoscimento e il sostegno alle competenze per esperienza che adolescenti e giovani adulte portano con sé e che spesso vengono annichilite dal mandato istituzionale e sociale che anche loro subiscono.


Spazi, si diceva, in cui “come stai?” non sia la domanda che un adulto con tutte le soluzioni in tasca pone a una ragazza sperduta e in crisi, ma una domanda collettiva in cui sentirci tutte coinvolte, provando a capire che cosa dei luoghi, lavori, servizi, quartieri che attraversiamo ci fa stare bene o male, e come insieme possiamo cambiarlo.


Potremmo collocare queste traiettorie in quello che si definisce anche prescrizione sociale (11): le giovani portano con sé una spinta, sia attiva che di ritiro, che mette in moto trasformazioni che possono permetterci di mettere in discussione i nostri mondi in crisi e anche le crisi della nostra funzione come psicologhe e psicoterapeute.


Andare loro incontro con rispetto, ascolto, umiltà, mettendo al centro reciprocità e dignità, può permetterci di fare un salto verso una pratica e cultura terapeutica più aperta, socialmente diffusa, libera e politicamente consapevole, che si ponga l’obiettivo di trasformare le disuguaglianze sociali e le violenze strutturali e non riprodurle.
Un incontro che può riportarci alla radice di un prendersi cura che ponga al centro del suo pensiero e della sua prassi la libertà e la liberazione della vita.
Un incontro che solo chi sa stare nelle crisi può cogliere.


Considerazioni conclusive e fonti


1 – In questo articolo abbiamo scelto di utilizzare il femminile sovraesteso, forma neutra, inclusiva e rappresentativa di tutte le identità di genere, comprese le donne e le persone di genere non binario.

2 – La letteratura sull’argomento è ormai molto ampia, rimandiamo per approfondire ad alcune literature review globali come Coffey, Y., et al., Understanding Eco-anxiety: A Systematic Scoping Review of Current Literature and Identified Knowledge Gaps, The Journal of Climate Change and Health, Volume 3, 2021, e in particolare ad analisi critiche del concetto come argomentate in Molinari, L., Dall’ecoansia all’ecorabbia, Jacobin Italia, Online, 28/08/2023, Url:
https://jacobinitalia.it/dallecoansia-allecorabbia/, consultato il 12/05/2024.

3 – Con Z generation intendiamo la generazione delle persone nate tra i medio-tardi anni ‘90 del XX° secolo e i primi anni 2010.

4 – Oltre ai siti degli specifici movimenti, rimandiamo, per un approfondimento sullo sviluppo dei movimenti ambientalisti della storia recente in Italia, a Imperatore, P., Leonardi, E., L’era della giustizia climatica. Prospettive per una transizione ecologica dal basso, Orthotes Editrice, 2023.

5 – “Adults keep saying: ‘We owe it to the young people to give them hope’. But I don’t want your hope. I don’t want you to be hopeful. I want you to panic. I want you to feel the fear I feel every day”, Thunberg, Greta (25 Gennaio 2019).
“I want you to panic: 16-year-old issues climate warning at Davos”. Guardian News. Event occurs at 2:23. Archived from the original on 17 September 2019. Retrieved 22 July 2019 – via YouTube.

6 – Lo sguardo penale e disciplinare verso la gioventù non è certo una novità, ma sembra esserci un più complessivo allargamento degli strumenti repressivi mirati verso le giovani generazioni. Emblematico è il decreto Caivano: in seguito allo stupro subito da una ragazza da parte di un gruppo di adolescenti, il governo Meloni ha approvato un decreto incentrato su misure fortemente repressive che sta producendo un aumento impressionante di arresti nei
penitenziari minorili, che non corrispondono a un aumento effettivo dei reati, e in condizioni carcerarie che andranno sempre più peggiorando e con episodi gravi e inquietanti come il recente caso dei pestaggi e delle torture all’Istituto Penale per Minorenni di Milano “Cesare Beccaria”. Questi elementi permettono di comprendere come le in-sofferenze giovanili si scontrano spesso con strutture sociali e istituzionali che oscillano tra la vittimizzazione-vulnerabilizzazione e la violenza istituzionale repressiva. Rimandiamo per un approfondimento a “Prospettive Minori”, il 7° rapporto dell’associazione Antigone sulla giustizia minorile, consultabile online su: https://www.ragazzidentro.it/

7 – Come sottolineato dagli psichiatri Benasayag e Schmit in L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, 2003, emergono richieste nuove e complesse, che sfidano le tradizionali pratiche terapeutiche. Questo nuovo malessere, pervasivo e in rapida crescita, richiede un’analisi approfondita e una risposta adeguata da parte della società.

8 – Ad esempio, i Gruppi di Lavoro Operativi (GLO), incontri indetti periodicamente solitamente da una case manager, per far fronte ai bisogni educativi speciali di ragazze con diagnosi, per i quali è previsto il coinvolgimento delle diverse figure che operano intorno ad esse (famiglie, terapeute, insegnanti, assistenti sociali, ecc.) che da potenziale spazio di confronto e dialogo collettivo divengono luogo di sintesi delle mancanze e difficoltà della ragazza. Emerge anche
quanto sia difficile ingaggiare le diverse attrici coinvolte e noi cliniche siamo chiamate unicamente ad un ruolo risolutore. Tuttavia, vi è la necessità di figure in grado di dare un valore diverso alla rete e capace di promuovere l’incontro e la cooperazione tra i diversi contesti.

9 – WHO, Youth engaged for mental health. A framework for youth participation under the WHO Pan-European Mental Health Coalition, 02/11/2023, URL: https://www.who.int/andorra/publications/m/item/youth-engaged-for-mental-health, consultato il 12/05/2024.

10 – I risultati preliminari sono in fase valutativa ma paiono incoraggianti; una loro prima lettura mette infatti in evidenza feedback positivi, suggerendo l’efficacia e la rilevanza del Panikit nell’ambito della promozione della salute mentale e della discussione aperta su tali tematiche nelle istituzioni scolastiche. Inoltre, alla luce della finalità intrinseca dello strumento, che non si limita alla prevenzione degli attacchi di panico, ma promuove un dialogo proficuo sulla salute
mentale in un’ottica che mira a contrastare l’eccessiva medicalizzazione e patologizzazione delle esperienze di difficoltà giovanili, non si esclude la possibilità di sviluppare in futuro una versione del Panikit dedicata alle insegnanti, per agevolare la conduzione di discussioni sul tema in classe.

11 – “La guida dell’OMS chiarisce in cosa consista e da dove origini l’utilizzo della prescrizione sociale: si tratta di un mezzo che, basandosi sulle prove scientifiche relative all’impatto dei fattori socio-economici sulla salute e sull’ipotesi che a rontare i determinanti sociali sia cruciale per migliorare gli esiti di salute, permette ai professionisti sanitari di ricorrere a servizi e risorse non cliniche della comunità a vantaggio del benessere dei pazienti.”, WHO, A TOOLKIT ON
HOW TO IMPLEMENT SOCIAL PRESCRIBING – WHO, 2022 ; UN KIT DI STRUMENTI PER LA PRESCRIZIONE SOCIALE, traduzione in lingua italiana di Caroleo, M., a cura Cicerchia, A. e Seia, C (CCW – Cultural Welfare Center), Lega, I., (ISS – Istituto Superiore di Sanità), Tortone, C., (DoRS – Centro regionale di Documentazione per la Promozione della Salute – Regione Piemonte), URL: https://www.epicentro.iss.it/politiche_sanitarie/oms-toolkit-social-prescribing, consultato il
12/05/2024.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

Antigone Onlus, “Prospettive Minori”. 7° rapporto dell’associazione Antigone sulla giustizia
minorile, URL: https://www.ragazzidentro.it , consultato il 12/05/2024.


Benasayag M., Schmit G., L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, 2003.


Coffey, Y., et al., Understanding Eco-anxiety: A Systematic Scoping Review of Current Literature
and Identified Knowledge Gaps, The Journal of Climate Change and Health, Volume 3, 2021.


Fant, D., Pedagogia hip hop. Gioco, esperienza, resistenza, Carocci, 2015.


Fisher, M., Realismo capitalista, Prouzioni Nero, 2017.


Gruppo CRC, 13° rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti
dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia – 13° Rapporto CRC, URL:
,https://gruppocrc.net/documento/13-rapporto-crc-in-arrivo-il-20-novembre-2023/ , consultato il
12/05/2024.


Imperatore, P., Leonardi, E., L’era della giustizia climatica. Prospettive per una transizione
ecologica dal basso, Orthotes Editrice, 2023.


Molinari, L., Dall’ecoansia all’ecorabbia, Jacobin Italia, Online, 28/08/2023, Url:
https://jacobinitalia.it/dallecoansia-allecorabbia/ , consultato il 12/05/2024


Thunberg, Greta (25 Gennaio 2019). “I want you to panic: 16-year-old issues climate warning at
Davos”. Guardian News. Event occurs at 2:23. Archived from the original on 17 September 2019.
Retrieved 22 July 2019 – via YouTube, consultato il 12/05/2024.


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Pan-European Mental Health Coalition, 02/11/2023,URL:
https://www.who.int/andorra/publications/m/item/youth-engaged-for-mental-health, consultato il
12/05/2024.


WHO, A TOOLKIT ON HOW TO IMPLEMENT SOCIAL PRESCRIBING – WHO, 2022 ; UN KIT DI
STRUMENTI PER LA PRESCRIZIONE SOCIALE, traduzione in lingua italiana di Caroleo, M., a
cura Cicerchia, A. e Seia, C (CCW – Cultural Welfare Center), Lega, I., (ISS – Istituto Superiore di
Sanità), Tortone, C., (DoRS – Centro regionale di Documentazione per la Promozione della Salute –
Regione Piemonte), URL:
https://www.epicentro.iss.it/politiche_sanitarie/oms-toolkit-social-prescribing, consultato il
12/05/2024.

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Gruppo di Parola per universitar3: student3 anonim3

Anche tu sei sommers3 da libri-ansia?

Non sei sol3 🌈 Il 𝗚𝗿𝘂𝗽𝗽𝗼 𝗦𝘁𝘂𝗱𝗲𝗻𝘁@ 𝗔𝗻𝗼𝗻𝗶𝗺@ è uno spazio sicuro dedicato a universitar3 fino a 25 anni, dove potrai confrontarti con persone che vivono esperienze simili e trovare nuovi strumenti per affrontare le sfide accademiche.

🗓 Ogni due settimane per 6 incontri
A partire da lunedì 07/10 dalle ore 11:30 alle 13:30

📍 Aria Spazi Reali, Corso San Maurizio, 4 – TORINO

Puoi prenotare il tuo posto scrivendo alla mail: aria@comune.torino.it

Abbiamo organizzato l’attività nel quadro del progetto La salute non è un’isola, in collaborazione con Aria Spazi Reali ed Eufemia, con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo

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Convegno “La salute mentale della scuola”

📣 Il 10 Ottobre, in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, avremo il piacere di confrontarci, insieme a molti attori coinvolti nella tutela del benessere e della salute mentale nelle scuole, durante il convegno “La salute mentale della scuola: riflessioni su strumenti, diritti, e partecipazione dei giovani e delle giovani alla promozione del benessere negli ambienti educativi”, con il patrocinio della Città di Torino.

Inoltre, sarà la prima occasione per condividere con la comunità il processo di co-progettazione e creazione, valutazione e adattamento di “Panikit-Kit di Pacificazione con gli Attacchi di Panico a Scuola”.

PROGARMMA:

Introduzione
h 10.00 Saluti istituzionali
Jacopo Rosatelli, Assessore al Welfare, Diritti e Pari Opportunità della Città di Torino
Carlotta Salerno, Assessora alle Politiche Educative, Politiche Giovanili e alla Rigenerazione Urbana, Città di Torino
Marcella Cernicchiaro, TiAscolto APS

Prima Parte
h 10.15 Educare a stare bene nella comunità educante: una propsettiva plurale, critica e decoloniale, Valentina Sacchetto, Diskolè
h10.45 Stare bene a scuola: riflessioni e proposte nate dagli studenti durante un percorso di PCTO, Il Bandolo
h 11.15 Non vedo l’ora! Creatività e Partecipazione per la scuola del benessere, Chiara Foà, Insegnante

Seconda Parte
h 11.45 Associazioni studentesche per il benessere psicologico nelle scuole, Consulta Provinciale degli Studenti
h 12.15 Panikit: la partecipazioni dei/delle giovani alla promozione della salute mentale, TiAscolto APS

Conclusioni
h 12.45 Chiusura del lavori: TiAscolto APS

Modera: Matteo Bessone, Ti Ascolto

Qui sotto potete trovare tutte le informazioni!

Per partecipare è gradita la prenotazione a torino@sportellotiascolto.it

Vi aspettiamo numerosi!

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Riparte EspressivaMente, percorso arteterapeutico e fototerapeutico di gruppo

Riparte EspressivaMente, percorso arteterapeutico e fototerapeutico di gruppo: uno spazio per incontrare ME e l’ALTRO DA ME attraverso la CREATIVITA’!

QUANDO? A partire da mercoledì 23 ottobre, tutti i mercoledì dalle 20.30 alle 22.00 a cadenza quindicinale.

DOVE? Via Verdi 23, Torino.

tel:+39 3892157377

torino@sportellotiascolto.it

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Diamo seguito all’appello per la salute mentale

 Il 29 maggio, oltre quaranta Associazioni piemontesi di utenti e familiari ed Enti che si occupano di salute mentale, hanno presentato un Appello a 13 Candidati alle elezioni Regionali, esponendo i dati che illustrano la difficile situazione in cui si trovano i servizi di salute mentale e sollecitando un preciso impegno per superare lo stato di inadeguatezza dell’assistenza, in particolare per adolescenti e giovani adulti.

Il 9 ottobre si terrà un incontro, dalle ore 16.00 alle ore 19.00 presso la Sala Convegni Ordine Medici Torino in Corso Francia 8 (Torino), per dare continuità al dibattito con l’obiettivo di garantire il benessere di tutte le persone attraverso la tutela della salute mentale e dei diritti fondamentali dei cittadini.

Durante l’incontro saranno ascoltate diverse testimonianze per portare l’attenzione sull’urgenza del miglioramento dell’assistenza verso le persone con sofferenza mentale e i loro familiari, e sulle esigenze degli operatori che lavorano nei dipartimenti delle ASL del Piemonte.

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“Errori da non ripetere: Come la conoscenza della propria storia aiuta a essere genitori”

di Daniel J. Siegel e Mary Hartzell,

Raffaello Cortina Editore (2016)

Di guide sulla genitorialità sono pieni gli scaffali delle librerie: vademecum sui comportamenti migliori da adottare per far crescere i figli, sullo stile educativo più all’avanguardia, sulle sfide che l’essere genitori pone davanti. Pochi autori, però, si calano nel mondo interiore del genitore e cercano di farlo riflettere sulla relazione che crea con i propri figli.


Daniel J. Siegel è psichiatra e docente alla UCLA, mentre Mary Hartzell è una psicologa infantile ed educatrice in California. I due hanno pubblicato questa perla che già dal titolo pone al lettore alcune domande. Quanto siamo consapevoli dei nostri comportamenti e dei nostri vissuti emotivi? Quanto siamo disponibili ad apprendere e a non mettere in atto gli schemi che hanno funzionato in
passato ma che nel qui ed ora possono crearci dei problemi? Quanto riusciamo a “stare” in maniera autentica con i nostri figli?


Le esperienze non completamente elaborate possono continuare a influenzare il nostro modo di essere nel presente e si riattivano molto facilmente nella relazione con i figli. Quando i genitori non affrontano le loro questioni, perdono non solo l’opportunità di diventare genitori migliori, ma anche quella di continuare a crescere e a cambiare. L’intento di Siegel e Hartzell è quello di analizzare “vari aspetti dell’essere genitori, esaminando le modalità con cui ricordiamo, percepiamo la realtà, ci sentiamo, comunichiamo, sviluppiamo l’attaccamento, diamo un senso alla nostra vita, siamo coinvolti e prendiamo le distanze, riflettiamo con i nostri figli sulla natura delle loro esperienze intime”. Lo fanno portando la loro vasta esperienza clinica e scientifica, approfondendo le tematiche con i dati più recenti emersi nel campo della neurobiologia interpersonale e integrandoli con la teoria dell’attaccamento di John Bowlby.


Non è scontato trovare intellettuali di fama mondiale con uno stile di scrittura così fluido, adatto a trasmettere messaggi non solo agli addetti ai lavori e a suggerire esercizi concreti ai lettori. Siegel e Hartzell sperano che questo libro possa aiutarci a crescere come persone e come genitori e a stabilire con i nostri figli una relazione sempre più intensa e profonda.