Nonostante da diverso tempo il concetto di “malattia mentale” sia stato allontanato dal circuito delle scienze medico/psicologiche e dal sistema culturale in cui sono inserite, quando pensiamo alla psichiatria questo concetto non appare essere così lontano. Parlando di psichiatria aspetti quali l’esclusione, la cronicità e l’inabilità sembrano infatti essere ancora ampiamente presenti.
In che modo alcune pratiche psichiatriche sembrano ancora ad oggi continuare a perpetuare certi retaggi culturali? In che misura e attraverso quali vie potrebbe invece maggiormente coniugarsi con la salute mentale?
Per provare a costruire delle riflessioni intorno a questi quesiti il punto di partenza coincide forse con quello di origine: la generazione dello stigma. Questa parola che etimologicamente significa “marchio” genera una sorta di bollatura delle persone a cui viene impresso. Nel caso delle persone affette da disagio psichico questo si traduce in una serie di valutazioni a priori riguardanti caratteristiche di pericolosità, mancanza di integrità e incapacità. Le persone affette da disagio psicologico portano su di sé una marchiatura particolarmente profonda derivata da una lunghissima storia impregnata di paura, sospetto, inquietudine verso ciò che rappresenta la follia. Uno dei nuclei più problematici dello stigma risiede però nell’attuazione di comportamenti discriminatori associati ad esso. I tipi di comportamenti possono comprendere ed essere facilmente ravvisabili, anche ai giorni nostri, in fenomeni quali: la preclusione all’accesso a certe opportunità come un posto di lavoro, nella segregazione attraverso la concentrazione dell’utenza psichiatrica in specifici luoghi, nella coercizione attraverso la sostituzione della volontà della persona o nella presa di decisione da parte delle autorità (Carozza, 2021). Tutti questi atti discriminatori hanno come profonda conseguenza quella di preservare le credenze stigmatizzanti intorno al disagio psicologico grave e di alimentare processi di esclusione limitando quelli di reintegrazione (Carozza, 2021).
All’interno di questo scenario ancora molti servizi della psichiatria purtroppo non sembrano essere riusciti ad operare un adeguato processo di svincolo da certi tipi di fenomeni rimanendovi invece profondamente attaccati. Esempio evidente è l’utilizzo ancora ampiamente diffuso e radicato di pratiche medicalizzate e assistenzialistiche. Come ad esempio: una mancanza del coinvolgimento della persona nell’impostazione del trattamento e della terapia farmacologica, una sostituzione alla persona nei bisogni personali, una separazione della componente medica dal trattamento globale della persona, forme di tutoraggio, farmaci a vita ecc..
Tutti questi aspetti contribuiscono fortemente a sostenere processi di marginalizzazione e a limitare di conseguenza il raggiungimento di una effettiva possibilità di realizzazione di una “Recovery” individuale. L’approccio di cura centrato sulla recovery (Recovery Centered) dovrebbe infatti rappresentare il nuovo cambiamento di approccio nella cura dei pazienti con patologia psichica grave. Nel modello proposto si esplicita un superamento dell’impostazione tradizionale in cui il paziente è un ricevente passivo delle cure, passando da “un agire su” “ad un agire con” (Mezzani, 2017). Attraverso la partecipazione attiva e in stretta collaborazione col medico, il paziente raggiunge così una maggiore consapevolezza delle proprie difficoltà e di come migliorare attivamente la propria vita all’interno del suo contesto sociale. Pensare al paziente in un’ottica di recovery significa compiere lo sforzo di comprendere e valorizzare gli aspetti soggettivi specifici delle persone affette da disagio psichico. Significa passare “da una oggettivazione ad una reciprocazione, alla riscoperta della globalità della persona (del soggetto), al di là di operazioni di lettura psico-tecnologiche, come realtà pre-categoriali cui rapportarsi” (Mezzani, 2017). Mantenere un approccio medicalizzato significa invece continuare ad imporre in modo passivo alle persone trattamenti psichiatrici che favoriscono processi di oggettivazione sostenuti da atteggiamenti di “autoritarismo e di distanza terapeutica” (Mezzani, 2017).
A riprova di ciò è la constatazione di come ancora in diversi servizi di psichiatria tuttora vengano utilizzate in maniera diffusa differenti forme di contenzione.
Le tipologie di contenzione si sono ad oggi evolute e modificate andando a incarnarsi in forme moderne più sottili e impalpabili. Tra esse troviamo ad esempio: la contenzione ambientale attraverso la “bunkerizzazione” dei luoghi di cura (divieti di accesso, limitazione delle visite, telecamere), quella chimica attraverso l’annichilimento della persona attraverso la somministrazione di psicofarmaci in sovra dosaggi, quella diagnostica attraverso i farmaci a vita o l’incapacità di intendere e di volere.
Se l’utilizzo di queste “nuove forme di contenzione” (Cipriano, 2015) rappresenta già di per sé un fallimento nel distaccarsi da un paradigma appartenente al passato, alcuni studi hanno anche documentato la presenza di una tenacia nel cercare di mantenerlo in vita.
Dalla ricerca « Progres Acuti », commissionata dall’Istituto Superiore di Sanità` e relativa alle contenzioni effettuate a livello nazionale nell’anno 2001, è emerso che ben l’80% dei 289 S.P.D.C. censiti hanno praticato almeno una contenzione con mezzi meccanici (Cipriano, 2015; G. Dodaro, 2011). L’approfondimento dei dati emersi dalla ricerca suggeriscono inoltre la presenza di diversi “eventi sentinella” su cui riflettere (G. Dodaro, 2011). Uno di questi è che la contenzione parrebbe venir praticata con una frequenza superiore a quella che potrebbe reputarsi fisiologica per uno strumento pensato invece per essere adottato in situazioni straordinarie (G. Dodaro, 2011).
Sembrerebbe, inoltre, impiegata sovente in funzione preventiva rispetto a comportamenti aggressivi, ossia come forma di intervento anticipato rispetto all’insorgenza di un pericolo attuale per la vita o l’incolumità fisica del personale sanitario o degli altri ospiti della struttura (G. Dodaro, 2011) . Infine, la contenzione meccanica non rappresenterebbe nella maggior parte dei casi una soluzione di breve durata rispetto a un problema di sicurezza che viene invece protratta per uno svariato numero di ore (G. Dodaro, 2011).
Alla luce di queste considerazioni ci troviamo allora di fronte a un contesto di cura che non si limita ad inibire i processi riabilitativi ma che opera attivamente nel riproporre forme coercitive volte a mantenere atteggiamenti segreganti e medicalizzanti.
Ma come è possibile dunque che di fronte a questi atteggiamenti visibilmente discriminatori poco venga fatto per cercare di arginarli?
A questo quesito P. Cipriano offre una semplice risposta che sintetizza in quello che definisce il conflitto ampiamente diffuso tra “l’etica di cui è intrisa la cura nei confronti del paziente e le scarse risorse economiche che dovrebbero permettere di sostenerla” (Cipriano, 2015): la mancanza di risorse andrebbe a minare la possibilità di rispettare un certo tipo di etica intrinseca alla cura. La traduzione di questo conflitto la possiamo ad esempio osservare nel momento in cui ci sia una somministrazione di una terapia farmacologica superiore perché non è presente abbastanza personale medico, nella telecamera perché non è presente una sorveglianza adeguata, nella ricetta medica al posto del colloquio perché non si ha abbastanza tempo, nel legare il paziente al lettino perché non si hanno le forze per fare diversamente. Dietro a questo baluardo in cui i diversi servizi di psichiatria saldamente si scherniscono, come in un tempo passato la risultante non cambia e rimane il bisogno di mantenere una presa di distanza dalle forme gravi di sofferenza.
Nel tentativo di abbattere questo baluardo così radicato, alcuni hanno provato a costruire degli scenari alternativi che potessero suggerire delle differenti modalità per cercare di farvi fronte.
Nel 2006 nasce il Club S.P.D.C. aperti “No Restraint” un movimento a cui hanno aderito differenti S.P.D.C. e il cui obiettivo è stato quello di promuove l’abolizione di tutte le forme di contenzione anti-terapeutiche nel rispetto della dignità umana e di alcuni diritti fondamentali, tra cui il diritto di accesso alle più opportune tecniche di intervento medico, psicologico, etico e sociale. Da questa esperienza, utilizzando anche la verifica basata sull’evidenza, è emerso che nei reparti dei servizi in cui non è praticata la legatura l’aggressività e la violenza del paziente rappresenti « una ben più rara evenienza » (G. Dodaro, 2011) rispetto a quelli in cui la “Restraint” è una pratica routinaria. La pratica “No Restraint” funge da premessa per la sicurezza all’interno del reparto, per la ragione che « previene la formazione di quell’atmosfera di terrore in reparto che spinge i pazienti, soprattutto quando essi divengono abituali, a rispondere e a prepararsi a rispondere con la violenza che apprendono in corsia », (G. Dodaro, 2011) e che rende il lavoro più complicato e pericoloso.
Attraverso questo tipo di esperienza emerge dunque come sia possibile creare un luogo di cura libero dalle forme di contenzione attraverso l’impiego di forme che siano invece contenitive in modo terapeuticamente, giuridicamente e deontologicamente fondato (V. Ferioli, 2013). Un esempio di questo è osservabile nella sequenza per cui il momento della contenzione meccanica è sostituito con quella dialogica che, a seconda delle diverse situazioni, può passare a quella farmacologica fino ad arrivare a quella fisica e di allontanamento sempre all’interno di una cornice di cura (V. Ferioli, 2013).
L’elemento determinante non riguarda dunque tanto l’assenza di strumenti di contenzione quanto piuttosto il loro utilizzo in una forma di tipo contenitiva, e non coercitiva, che è invece propria della cura (V. Ferioli, 2013). La via che è stata tracciata è allora dunque quella rivolta alla preservazione dei processi di soggettivazione dell’individuo, l’unica capace di garantire l’utilizzo di strumenti in modo terapeutico anche se istituzionalizzanti. Riconoscere la soggettività individuale significa creare una connessione con il vissuto esperienziale dell’altro come elemento imprescindibile per essere sempre guidati nell’attuazione di interventi, di qualunque tipo essi siano, volti al benessere del soggetto.
La conciliazione tra un modello improntato sul concetto di “malattia” psichica e quello di “salute” mentale risiede forse non tanto nel negare gli aspetti di gravità legati a questo tipo di condizioni di malessere, quanto piuttosto nel tenere a mente che nonostante questo siamo in presenza di soggettività danneggiate che chiedono strumenti di riparazione.
Quando questo tipo di pensiero riuscirà ad essere quello prevalente allora forse potremo pensare ad un modello di cura integrato e incentrato sulla “Recovery” individuale che accoglie i limiti del singolo e promuove le potenzialità momentaneamente sopite dalla sofferenza. Fino ad allora invece la sofferenza psichica grave continuerà ad essere tenuta a distanza di sicurezza attraverso pratiche medicalizzate ed emarginanti.
Scrive S. Bolognini: “La determinazione del terapeuta risiede nel tener duro di fronte alla sofferenza, a non recedere di fronte all’oscurità, a non abbandonare il paziente” (S. Bolognini, 2002”).
Bibliografia
S. Bolognini, “L’empatia Psicoanalitica”; Bollati Boringhieri, 2002, Torino.
R. Mezzina, “Per una discussione critica sul tema della Recovery in Italia e in Europa” ; Journal of Mental Health, 2017.
P. Carozza, “Contrastare lo stigma della malattia mentale: obiettivo dei servizi di salute mentale di
comunità” ; Journal of Health Care Education in Practice, 2021
V. Ferioli, “Contenzione: aspetti clinici, giuridici e psicodinamici”; Psichiatria e Psicoterapia, 2013
G. Dodaro, “Il problema della legittimità giuridica dell’uso della forza fisica o della contenzione
meccanica nei confronti del paziente psichiatrico aggressivo o a rischio suicidario”, Rivista medica
di medicina generale, 2011
P. Cipriano, “Il manicomio chimico, cronache di uno psichiatra riluttante”; Eleuthéra, 2015
“Bussole per la scuola: dialoghi sul bene-stare e sul prendersi cura” è un corso di formazione rivolto alle attrici e attori del mondo scuola e che mira ad esplorare i temi della salute, del benessere e delle complessità del sistema scolastico attraverso webinar nazionali ed eventi territoriali.
L’evento si propone di utilizzare il PANIKIT – Piccolo Kit di pacificazione con gli attacchi di panico a scuola come stimolo per avviare una riflessione approfondita sulla salute mentale all’interno del sistema scolastico, coinvolgendo non solo gli studenti e le studentesse ma anche le/gli insegnanti e tutte le figure professionali della scuola. L’obiettivo sarà quello di costruire delle bussole che possano orientare la comunità scolastica attraverso un percorso di autoformazione e di risposta agli interrogativi che guidano il nostro pensiero e la nostra operatività, con particolare attenzione alla situazione attuale della scuola e al suo impatto sulla salute di chi la vive.
In questa ottica, ciò costituirà un momento di approfondimento sullo stato attuale della scuola, sulle criticità e sulle risorse presenti, dal punto di vista di chi opera quotidianamente in questo contesto. Il webinar, che prevedrà due appuntamenti, sarà aperto alle/ai lavoratrici/tori della scuola e alla comunità educante, offrendo l’opportunità di una discussione approfondita su temi di rilevanza.
📣La prima parte si terrà mercoledì 13 novembre 2024 dalle 18.30 alle 20.30: sarà reso disponibile il link della piattaforma attraverso la quale connettersi in tempo utile per l’evento, che verrà anche trasmesso in diretta streaming sui nostri canali social!
📝La partecipazione è libera e gratuita! Consigliamo di mandare una mail al seguente indirizzo, così da aiutarci ad organizzare l’evento in maniera ancor più efficace!
Insieme agli operatori e operatrici dello Sportello TiAscolto, il 13 novembre interverranno:
Naomi De Pascalis, “La figura del collaboratore scolastico: scansafatiche, sguattero o ricchezza per la comunità scolastica?”
Chiara Foà, “Cent’anni di scuolitudine”
Davide Fant, “Fiori nel caos. Rispondere alla dispersione scolastica coltivando nuovi immaginari e strumenti per il lavoro educativo”

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Riparte EspressivaMente, percorso arteterapeutico e fototerapeutico di gruppo: uno spazio per incontrare ME e l’ALTRO DA ME attraverso la CREATIVITA’!
QUANDO? A partire da mercoledì 23 ottobre, tutti i mercoledì dalle 20.30 alle 22.00 a cadenza quindicinale.
DOVE? Via Verdi 23, Torino.
tel:+39 3892157377
torino@sportellotiascolto.it
Il 29 maggio, oltre quaranta Associazioni piemontesi di utenti e familiari ed Enti che si occupano di salute mentale, hanno presentato un Appello a 13 Candidati alle elezioni Regionali, esponendo i dati che illustrano la difficile situazione in cui si trovano i servizi di salute mentale e sollecitando un preciso impegno per superare lo stato di inadeguatezza dell’assistenza, in particolare per adolescenti e giovani adulti.
Il 9 ottobre si terrà un incontro, dalle ore 16.00 alle ore 19.00 presso la Sala Convegni Ordine Medici Torino in Corso Francia 8 (Torino), per dare continuità al dibattito con l’obiettivo di garantire il benessere di tutte le persone attraverso la tutela della salute mentale e dei diritti fondamentali dei cittadini.
Durante l’incontro saranno ascoltate diverse testimonianze per portare l’attenzione sull’urgenza del miglioramento dell’assistenza verso le persone con sofferenza mentale e i loro familiari, e sulle esigenze degli operatori che lavorano nei dipartimenti delle ASL del Piemonte.

di Daniel J. Siegel e Mary Hartzell,
Raffaello Cortina Editore (2016)
Di guide sulla genitorialità sono pieni gli scaffali delle librerie: vademecum sui comportamenti migliori da adottare per far crescere i figli, sullo stile educativo più all’avanguardia, sulle sfide che l’essere genitori pone davanti. Pochi autori, però, si calano nel mondo interiore del genitore e cercano di farlo riflettere sulla relazione che crea con i propri figli.
Daniel J. Siegel è psichiatra e docente alla UCLA, mentre Mary Hartzell è una psicologa infantile ed educatrice in California. I due hanno pubblicato questa perla che già dal titolo pone al lettore alcune domande. Quanto siamo consapevoli dei nostri comportamenti e dei nostri vissuti emotivi? Quanto siamo disponibili ad apprendere e a non mettere in atto gli schemi che hanno funzionato in
passato ma che nel qui ed ora possono crearci dei problemi? Quanto riusciamo a “stare” in maniera autentica con i nostri figli?
Le esperienze non completamente elaborate possono continuare a influenzare il nostro modo di essere nel presente e si riattivano molto facilmente nella relazione con i figli. Quando i genitori non affrontano le loro questioni, perdono non solo l’opportunità di diventare genitori migliori, ma anche quella di continuare a crescere e a cambiare. L’intento di Siegel e Hartzell è quello di analizzare “vari aspetti dell’essere genitori, esaminando le modalità con cui ricordiamo, percepiamo la realtà, ci sentiamo, comunichiamo, sviluppiamo l’attaccamento, diamo un senso alla nostra vita, siamo coinvolti e prendiamo le distanze, riflettiamo con i nostri figli sulla natura delle loro esperienze intime”. Lo fanno portando la loro vasta esperienza clinica e scientifica, approfondendo le tematiche con i dati più recenti emersi nel campo della neurobiologia interpersonale e integrandoli con la teoria dell’attaccamento di John Bowlby.
Non è scontato trovare intellettuali di fama mondiale con uno stile di scrittura così fluido, adatto a trasmettere messaggi non solo agli addetti ai lavori e a suggerire esercizi concreti ai lettori. Siegel e Hartzell sperano che questo libro possa aiutarci a crescere come persone e come genitori e a stabilire con i nostri figli una relazione sempre più intensa e profonda.









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