Il presente articolo si propone di offrire una visione teorica ed operativa alternativa sul tema delle “allucinazioni uditive”, tenendo come pilastro fondamentale l’idea della de-medicalizzazione e l’infondatezza dell’operare solo ed esclusivamente tramite il processo della diagnosi.
Ci si addentrerà nell’arduo compito di riconfigurare la dizione “allucinazioni uditive”, che parla del sintomo e non della persona (anche se già definirlo sintomo nasconde il rischio di scivolare su un piano medicalizzante), per passare ad un altro modo di intendere la questione, parleremo di “uditori o ascoltatori di voci” per rimettere al centro del fenomeno la persona e le sue particolari scelte, ruoli e contesti che frequenta.
Se da una parte infatti si adotta una particolare “etica” per affrontare il tema, etica che parla della lettura di noi osservatori, dall’altra occorre tener d’occhio anche la parte “emica” del fenomeno, che ci racconta invece delle credenze, dei valori e dei particolari modi di configurare ed intendere la realtà delle singole persone che percepiscono il fenomeno allucinatorio.
Per far ciò situeremo ciò che andremo a descrivere all’interno di una precisa cornice epistemologica e teorica di riferimento.
L’epistemologia è quella branca della scienza che si occupa delle condizioni entro cui è possibile avere conoscenza scientifica, più precisamente individua le modalità messe in campo da chi ha intenzione di conoscere, a prescindere dalla branca scientifica e dalla teoria di riferimento.
L’epistemologia post-moderna individua tre modalità differenti di rapportarsi all’oggetto di studio e le chiama “livelli di realismo”. Esse vengono chiamate realismo monista, realismo ipotetico e realismo concettuale (Salvini, 2004).
Lo scienziato che adotta le lenti del realismo monista considera la realtà come data e indipendente dalle categorie conoscitive che utilizza per studiarla, gli oggetti di studio sono considerati come ontologicamente dati e i metodi di fare ricerca definiscono universalmente i concetti che andranno a delinearsi. Le scienze che afferiscono a questo livello hanno il suffisso -ica (chimica, fisica, matematica), ma anche alcune discipline neuropsicologiche vi aderiscono, la teoria è isomorfa alla realtà, la “mappa è il territorio”.
Anche lo studioso che adotta il realismo ipotetico considera la realtà come data, ma a differenza del primo livello, in questo caso essa è per definizione inconoscibile. E’ il caso del senso comune, delle religioni e della maggior parte dei modelli di psicologia oggi utilizzati. Siamo nel campo del relativismo, in cui ci sono diversi punti di vista sul fenomeno che viene studiato, ma il fenomeno che si studia è universalmente inteso, “la mappa non è il territorio” e vi aderiscono le scienze con suffisso -logia.
Nel caso del realismo concettuale invece considera la realtà come costruita a partire dalle categorie conoscitive e dalle teorie di riferimento dell’osservatore. La realtà non viene considerata come un ente, bensì è generata a partire dalle modalità conoscitive messe in atto per studiarla, ed esse stesse diventano oggetto di studio. Non si parla di concetti, ma di costrutti, siamo nel campo del pluralismo, in cui sono i diversi punti di vista a generare di volta in volta un particolare fenomeno, “la mappa genera il territorio, ma senza di essa non vi è nessun territorio”. Ad esso vi aderiscono le scienze con suffisso -logia, ma a partire dall’epoca post-moderna.
La scelta nel descrivere il fenomeno allucinatorio da parte di chi scrive lo situa all’interno del realismo concettuale e a partire dalla teoria sociologica e psicologica dell’interazionismo simbolico (Mead e Blumer, 1969), in cui si presta particolare attenzione ai ruoli che la persona interpreta, ai contesti che abita e al “testo” che porta nel momento in cui stabilisce che ciò che vive ha una realtà percepita effettivamente come reale. Ricordiamo però che anche questa teoria è frutto di una particolare costruzione e scelta umana, dunque è “solo” un modo di leggere e di costruire ciò che intendiamo studiare.
Provando non a negare, ma a sganciarci da visioni che provano a spiegare il “perché” esista tale fenomeno individuando cause neurologiche o di frammentazione della coscienza, proviamo a spostarci sul piano operativo del “come” a partire dalla particolare visione di chi dichiara di udire le voci.
Prendiamo spunto da una frase di Pirandello che afferma: “Quanto son cari questi uomini che, davanti a un fatto che non si spiega, trovano subito una parola che non dice nulla e in cui così facilmente s’acquetano. Allucinazioni” (Pirandello, 1925).
E’ sempre lecito considerare psicotico chi sente le voci?
Assumendo il punto di vista dell’uditore di voci, sia che venga dannato dalle voci sia che ne sia spiritualmente emancipato, proviamo a sovvertire le teorie che spiegano il perché questo può accadere e ci spostiamo su un piano in cui il terapeuta prova a “non ricondurre l’ignoto al già noto”. Tutto ciò che sappiamo è che il fenomeno dell’udire voci di persone che non sono sentite da altri può essere chiamato “allucinazioni” e, quando non è spiegabile con qualche causa neurologica, viene trasferito nella categoria dei sintomi psicotici, con il risultato di trasformare una classificazione descrittiva e valutativa in una spiegazione tautologica: “La persona è psicotica quindi sente le voci, la persona sente le voci perché è psicotica”.
Qui invece mettiamo a fuoco il “ruolo attivo” di chi ascolta le voci e l’importanza delle mediazioni interattive e culturali che preordinano i contenuti narrativi del fenomeno.
Per prudenza, molti uditori di voci evitano di confessare questa esperienza per non essere considerati pazzi e subire un grave pregiudizio sociale. Come documentato da molte ricerche epidemiologiche, proprio per non subire uno stigma, molte forme di allucinazioni sono diventate un fenomeno sommerso nonostante la loro ampia diffusione tra la popolazione (Fernyhough, 2004). D’altro canto spesso gli psicologi clinici e gli psichiatri, di fronte a una persona che confessa di essere un uditore di voci tendono a riportare l’ignoto entro ciò che a loro è già noto, sia per la formazione ricevuta, sia per le convenzioni normative di senso comune cui partecipano e per i criteri nosografici che utilizzano (Quarato, 2011).
Provando a sganciarci da tutto ciò, per questioni epistemologiche, etiche, ma anche emiche, adottiamo un punto di vista operativo in cui siamo in ascolto di ciò che porta la persona e siamo noi stessi psicologi a contribuire alla costruzione del fenomeno e dei significati costruiti intorno ad esso.
In questo modo possiamo provare ad adottare diverse strategie in linea con il principio della de medicalizzazione (Turchi, Perno, 2009). Mettiamo nella condizione la persona di parlarci liberamente del suo dialogo interno, se possibile di interpretarlo, di dare voce alla polifonia che sente dentro di sé. Adottando questo approccio dialogico-interattivo andiamo incontro ad una visione “multi-being” in cui qualsiasi voce può prendere parte attivamente al dialogo interno (Romaioli, 2014). Promuoviamo che la persona si senta parte attiva di ciò che invece sente di subire, facciamo in modo che le diverse “voci” possano entrare in interazione tra loro, favoriamo che vengano riconosciute come poli narrativi di sé, e laddove ciò non è possibile, comunque come enti esterni con i quali in qualche modo è possibile comunicare e cooperare per il benessere psicologico.
Facciamo in modo di superare le nostre stesse visioni di psicologi clinici che talvolta non ci consentono di “andare oltre” ciò che ipotizziamo, non siamo nell’ambito dell’onnipotenza, anzi, pensiamo che discorsivamente ed interattivamente nessun intervento è precluso, ma comunque restiamo nell’ambito dell’incertezza che quella determinata interazione con la persona può generare.
Se ci muoviamo con obiettivi di salute psicologica possiamo costruire strategie ad-hoc che finalmente restituiscano al fenomeno allucinatorio un nome ed un cognome, che varia in base alla persona che esperisce le voci.
Che ci si trovi davanti ad una persona che dichiara di avere tre diavoli in testa, di parlare con Elvis Presley o di dialogare tra sé e sé, proviamo a restituirle un ruolo attivo, un ruolo che può decidere se chiamare a sé o meno le voci, che possa trasformarle da aspetto critico in risorsa, che possa ridurre le medicalizzazioni e possa favorire una gestione personale del fenomeno in base alle proprie esigenze (Romaioli, Chiara, Faccio, Miglietta, 2022). Muoviamoci sulla domanda “In che senso?”. Facendo ciò, anziché stabilire noi clinici a priori il senso di ciò che ci si presenta davanti, inizieremo a cogliere un senso diverso di volta in volta e ad aiutare le persone che per anni sono state stigmatizzate come folli.
Se proprio ci risulta difficile non dare un nome alle cose, allora proviamo a costruire etichette più utili per la persona in termini di benessere psicologico, come ad esempio “Sinestesia”, una condizione che può appartenere a molte persone senza il bisogno che si sentano vittime o peggio ancora stigmatizzate dalla società.
Provando a spostarci su questa visione aiuteremo le persone a sentirsi parte attiva rispetto a ciò che esperiscono e ad operare le scelte più utili per raggiungere un proprio benessere psicologico.
Bibliografia
Blumer, Mead – Interazionismo Simbolico
Fernyhough – Alien voices and inner dialogue: towards a developmental account of auditory verbal hallucinations
Pirandello – Uno, Nessuno e Centomila
Quarato – Ascoltare voci in “Il nostro inquilino segreto” di Bottini e Salvini
Romaioli – La terapia Multi-Being
Romaioli, Chiara, Faccio, Miglietta – Hearing voices as a form of inner dialogue. Using the dialogical self to turn a critical voice into an ally
Salvini – Psicologia Clinica
Turchi, Perno – Modello Medico e Psicopatologia come interrogativo
di Sylvia Plath (ed Mondadori, prima edizione 1963)
“La campana di vetro” di Sylvia Plath affronta diversi temi profondi e complessi.
Il romanzo esplora in dettaglio l’esperienza della depressione attraverso gli occhi di Esther Greenwood e la sua discesa nei tentativi di suicidio offrendo un’intensa rappresentazione del dolore psicologico e della fragilità emotiva. Esther lotta per trovare e affermare la propria identità in un mondo che le impone rigide aspettative di genere e la sua ricerca di indipendenza personale e professionale si scontra con le norme sociali e familiari, creando un profondo senso di alienazione.
Il libro critica le pressioni sociali e culturali che costringono le donne a conformarsi a determinati ruoli e comportamenti. La lotta di Esther contro queste aspettative riflette la tensione tra desiderio di realizzazione personale e imposizioni esterne.
L’autrice analizza le limitazioni imposte alle donne nella società degli anni ’50 e ’60 ed utilizza l’immagine della campana di vetro come metafora dell’oppressione femminile e delle restrizioni che impediscono alle donne di esprimersi liberamente e di perseguire le proprie ambizioni. Pubblicato per la prima volta nel 1963 l’opera si presenta come un racconto intenso e struggente, che offre uno spaccato cupo e veritiero della malattia mentale.
Lettura essenziale per chiunque sia interessato alla psicologia e ai temi della lotta interiore, il romanzo è altresì noto per essere semi-autobiografico, poiché molti eventi e esperienze della protagonista riflettono le esperienze personali di Sylvia Plath.
Proprio come Esther Greenwood, l’autrice stessa ha infatti affrontato gravi crisi depressive durante tutta la sua vita, arrivando purtroppo a suicidarsi l’11 febbraio 1963, poco dopo la pubblicazione di “La campana di vetro”.
La trama segue le vicende di Esther, una brillante studentessa di letteratura, che consegue un prestigioso tirocinio a New York presso una rivista di moda.
Durante il suo soggiorno a New York, la tirocinante vive un’esperienza che inizialmente appare promettente, ma che rapidamente si trasforma in un periodo di crescente alienazione e disagio. Nonostante le numerose opportunità professionali e sociali, la giovane donna si sente fuori posto e insoddisfatta. Il suo isolamento è alimentato da un crescente senso di disperazione e dalla sensazione di non appartenere a nessun luogo.
Sebbene circondata da persone, si sente profondamente sola e disconnessa, circostanza che peggiora ulteriormente il suo stato mentale. Tra esperienze lavorative deludenti, tentativi falliti di adattamento e un grave episodio di intossicazione alimentare, Esther si sente sempre più intrappolata. Questi eventi contribuiscono alla sua crescente ansia e alla sensazione di essere intrappolata sotto una “campana di vetro”.
Quando la ragazza torna a casa, il suo stato mentale peggiora ulteriormente, precipitando in una grave depressione.
La scoperta di non essere stata accettata in un prestigioso corso di scrittura la delude profondamente, alimentando la sua sensazione di inadeguatezza e fallimento. Inoltre in famiglia, Esther si scontra con le aspettative di sua madre, che non comprende appieno la gravità della sua condizione mentale per cui si isola progressivamente dagli amici e dalle attività sociali, perdendo interesse per tutto ciò che una volta la appassionava. La depressione di Esther raggiunge un punto critico quando la stessa inizia a contemplare seriamente il suicidio, culminando in un tentativo serio di togliersi la vita ingerendo una grande quantità di sonniferi.
Dopo essere stata trovata e salvata appena in tempo, la ragazza viene ricoverata in un ospedale psichiatrico, dove intraprende un lungo e arduo percorso di cura. Nel corso del trattamento, la protagonista incontra un medico comprensivo, la dottoressa Nolan, che la aiuta a iniziare a comprendere e gestire la sua malattia e, con il tempo e il supporto adeguato, la salute della fanciulla inizia a mostrare segni di miglioramento.
Sebbene il futuro di Esther rimanga incerto, alla fine del romanzo si intravede una tenue speranza. La giovane donna è consapevole che, anche dopo una serie di trattamenti psichiatrici, tra cui la terapia elettroconvulsivante, la sua guarigione non è completa, ma si prepara a lasciare l’ospedale con una rinnovata volontà di lottare per la sua vita e la sua sanità mentale.
Il finale de “La campana di vetro” è ambiguo e lascia spazio a molteplici interpretazioni. Il romanzo termina infatti con la protagonista che entra nella stanza del dottore per una valutazione finale, consapevole che il suo futuro è ancora incerto.
L’epilogo del libro ha suscitato numerose interpretazioni. Alcuni vedono la conclusione come un segnale di speranza, suggerendo che Esther ha la possibilità di ricostruire la sua vita. Altri lo interpretano come un riflesso della fragilità della sua condizione, suggerendo che la “campana di vetro” potrebbe sempre tornare a rinchiuderla.
Il finale aperto è quindi potente e significativo, offrendo una riflessione profonda sulla natura della guarigione e sulla resilienza personale.
Il 29 maggio 2024, presso il Polo culturale Lombroso 16 a Torino, si è tenuto un incontro tra 42 associazioni e 13 candidati alle Elezioni regionali del Piemonte, provenienti da quattro diversi schieramenti politici. L’evento, che ha visto la partecipazione di oltre cento persone, ha affrontato il tema del miglioramento dell’assistenza psichiatrica nel Servizio Sanitario pubblico.
L’incontro è stato organizzato per presentare un Appello per una salute mentale di Comunità, esito di un processo partecipato a cui abbiamo partecipato e che ha coinvolto Associazioni di famiari, utenti e operatori. L’Appello mira soprattutto ad evidenziare le carenze nei finanziamenti e nel personale rispetto all’aumento delle richieste. L’organizzazione è stata curata dall’Associazione Il Bandolo di Torino e dal Polo culturale Lombroso 16, con il supporto del Coripe Piemonte dell’Università di Torino.
Durante l’evento, diversi rappresentanti delle associazioni hanno sottolineato le problematiche attuali, come la chiusura del reparto psichiatrico del Mauriziano e la necessità di combattere il pregiudizio verso le malattie mentali.
Tutti i candidati presenti hanno sottoscritto l’Appello, impegnandosi a portare avanti le tematiche proposte.
I rappresentanti delle varie forze politiche includevano membri del PD, Lista Cirio Presidente, MoVimento Cinque Stelle, Piemonte Popolare, Alleanza Verdi e Sinistra e Stati Uniti d’Europa.
Per il PD erano presenti i consiglieri regionali uscenti Daniele Valle (vicepresidente Consiglio regionale), Diego Sarno, Monica Canalis, i candidati Ivana Borsotto e Giulio Fornero.Per Alleanza Verdi e Sinistra è intervenuto Fabrizio Debernardi. La lista Stati Uniti d’Europa è stata rappresentata da Marco Cavaletto.Per Piemonte Popolare ha parlato Dorino Piras Per la Lista Cirio Presidente vi erano Gianluca Vignale (Capogabinetto del Presidente della Giunta) ed i candidati Rachele Sacco e Tommaso Varaldo. Il MoVimento 5 Stelle era rappresentato da Maria Grazia Malorzo e Cinzia Tortola (on-line).
Gli organizzatori sottolineano che l’Appello è un punto di partenza e non di arrivo, auspicando una collaborazione più ampia che coinvolga vari enti e categorie professionali per costruire una proposta solida per la futura Amministrazione regionale. Stanno inoltre avviando un processo partecipato per continuare ad esercitare una pressione verso i candidati eletti e la giunta regionale, attraverso azioni di advocacy, in modo responsabilizzare i firmatari, assicurando che alla sottoscrizione segua un concreto e maggiore impegno
L’azione ha costituito un esempio virtuoso di promozione della salute mentale e di rivendicazione collettiva per la costruzione di servizi sanitari capaci di promuovere il diritto alle cure per tutte e tutti nell’attuale contesto italiano, come sottolineato nel corso dell’assemblea convocata dal Coordinamento Nazionale per la Salute Mentale per l’organizzazione della CONFERENZA NAZIONALE “autogestita” PER LA SALUTE MENTALE 22 e 23 novembre 2024, di cui è possibile vedere il video qui.
E’ possibile leggere un report dettagliato dell’incontro di presentazione dell’appello qui.


di Francesca Bubba, ed. Rizzoli (2023)
“Preparati a spingere” – Essere madri oggi di Francesca Bubba offre una lettura critica e politica della dimensione della maternità oggi. Il titolo, attraverso un gioco di parole, non vuole tanto mettere in luce le difficoltà legate al solo momento del parto, ma tutte le difficoltà che accompagnano la donna in Italia, rispetto al suo essere o non essere madre, al suo essere donna. Il testo sembra essere uno squarcio nella rappresentazione idealizzata, demonizzata o sacrificale ma comunque falsa (lontana dalla vita reale e quotidiana) della maternità. Ricamando con grande maestria un intreccio di questioni critiche sociali, passando anche dal personale, sottolinea quanto nelle pratiche culturali e istituzionali l’essere donna in Italia sia un processo patriarcalizzato, che si dispiega anche nella concretezza della quotidianità; la rete urbana per esempio diventa lo strumento attraverso cui il tempo e lo spazio smettono di essere contenitori per una donna diventando ostacoli per la serenità che un rapporto di cura, come quello madre-figli, richiede. Il saggio di Francesca Bubba toglie il velo alla versione romanticizzata e retorica della maternità “naturale”, intensiva e performativa, che sembra opprimere e delegittimare chi non vi si conforma, afferma infatti che il mito della maternità si poggia su diversi pilastri molto ben radicati nella società. Il più importante, forse, è la naturalità dell’esperienza materna. L’autrice propone numerosi esempi di come l’esperienza di diventare genitrice sia legata ad una dimensione di sacrificio amorevole. Di rinuncia di sé ma col sorriso sulle labbra “perché questo fa una madre”. Decostruendo tali rappresentazioni l’autrice restituisce a ogni persona che sia anche madre la possibilità di rivendicare la propria esperienza di maternità, qualunque essa sia, senza bisogno di chiedere scusa, permesso e di passare (o passarsi) al setaccio del giudizio. Bubba fa alle madri un doppio regalo nel rivendicare, da una parte la meraviglia del lavoro di cura, in un tempo storico che l’ha deprezzato e disprezzato, e dall’altro il diritto nonché il bisogno della rabbia. Sentimento perturbante, quest’ultimo, che la società continua a interdire alle donne, specie se madri; contraddicendo il principio transfemminista, movimento entro cui l’autrice si forma, per cui cura e rabbia, insieme, sono armi potenti per una rivoluzione necessaria. La rabbia, infatti, è l’energia vitale che accompagna il movimento di ogni donna e madre verso l’affermazione di Sé. Il cammino della consapevolezza rende possibile il ritorno al senso di responsabilità (come capacità a rispondere abilmente) ai propri bisogni e desideri. Ogni donna e madre ha il diritto di un’informazione ampia e puntuale su quanto vivono e sentono relativamente alla loro esperienza di madre, per poter compiere le proprie libere scelte. Come anche Bubba ricorda, ogni esperienza di maternità è unica e come tale è speciale di per sé. Guardare sempre con occhio critico ciò che viene narrato attorno all’esperienza della maternità riduce il rischio di lasciare vecchi dogmi per abbracciarne dei nuovi e di semplificare un’esperienza tanto unica quanto complessa. In conclusione, potrebbe essere utile scardinare una visione della maternità come un qualcosa di “naturale”, in cui le cose debbano essere fatte necessariamente seguendo dei canovacci ben precisi, per volgere lo sguardo ad un dimensione più “culturale”, in cui sono i contesti, i ruoli e le interazioni che di volta in volta generano e mantengono le aspettative che poi hanno ricadute percepite come “reali” sulle protagoniste. Abbracciando questa visione nulla può essere affermato in senso assoluto, ma ogni considerazione e azione diventa relativa e può essere agita solo in virtù di uno scambio interattivo tra coloro che portano un bambino in grembo e le persone che, di volta in volta, si relazionano ad esse.

Nasce a Tagliatelle un percorso di 6 incontri a cura di SportelloTiAscolto Lecce in collaborazione con Terra Del Fuoco Mediterranea e Masseria Tagliatelle.
Il suo nome è “Nell’attesa di essere genitori – Con una nuova vita, nasce una nuova famiglia in tutte le sue forme”.
Il percorso è rivolto a coppie in attesa a partire dal secondo trimestre di gravidanza, saranno 6 incontri gratuiti rivolti alle coppie in attesa a partire dal secondo trimestre di gravidanza, il cui obiettivo è _Esplorare il variegato mondo emotivo che circonda la coppia in questo momento tanto speciale quanto complesso._
Le coppie saranno accompagnate dalla Dott.ssa Eva Brunetti psicologa perinatale e dal Dr. Roberto Miglietta psicoterapeuta, con la partecipazione della Dott.ssa Stella Cavalcante ostetrica.
Per info e prenotazioni:
📣 3297523104
📝tiascoltolecce@gmail.com
di Paul B. Preciado
ed. Feltrinelli, 2021
Discorso di un uomo trans, di un corpo non binario, davanti all’École de la cause freudienne in Francia.
“Non ho mai chiesto, né allora né oggi, che mi venisse ‘data’ la libertà. I potenti non smettono di promettere la libertà, ma come potrebbero dare ai subalterni qualcosa che nemmeno loro conoscono? […] Nessuno può darti ciò che non ha e che non ha mai conosciuto. […] La libertà di genere e sessuale non può in alcun modo essere una ripartizione più equa della violenza, né un’accettazione più pop dell’oppressione. La libertà è un tunnel che si scava a mani nude. La libertà è una via di uscita. La libertà – come questo nuovo nome col quale mi chiamate adesso o questa faccia vagamente irsuta che vedete davanti a voi – si costruisce”.
Per chi non conoscesse l’autore di questo libro, Paul B. Preciado è un filosofo, regista e curatore d’arte spagnolo. I suoi diversi lavori lo inseriscono ad oggi tra i principali esponenti della filosofia contemporanea e tra i massimi riferimenti negli studi di genere, le teorie queer, la biopolitica e sessualità. Il suo primo libro – Manifesto contra-sessuale (edito in italiano da Il dito e la luna), avente come bersaglio la cultura eterosessuale fallocratica, è stato acclamato dalla critica francese come ‘il libro rosso della teoria queer’, diventando un riferimento fondamentale per l’attivismo queer e trans europeo. La contra-sessualità, secondo Preciado, è una strategia di resistenza al dominio eterosociale, un sistema che supera il binomio sesso/genere per rafforzare il potere delle devianze. Lo scorso anno, attraverso il suo esordio da regista con l’ Orlando, la mia biografia politica, Preciado ci racconta la sua biografia, interrogandosi (e interrogandoci) sul cosa significhi abitare un nuovo corpo e un nuovo genere e, per farlo, si rifà alla voce di Orlando – il protagonista del romanzo di Virginia Woolf. Se l’Orlando di Woolf affrontava le implicazioni del che cosa significhi essere uomo o donna in un determinato contesto sociale, Preciado affronta un problema in più: che cosa significa sentire che il proprio corpo, e il proprio genere, non sono riconosciuti dalla società o dalle istituzioni che si abitano?
Per avvicinarvi a questo autore, abbiamo pensato di proporvi questo piccolo testo: sono un mostro che vi parla[1]. Non propriamente un libro, questo volume contiene una riproposizione del discorso integrale che Preciado ha sostenuto il 17 novembre 2019 al Palazzo dei congressi di Parigi in occasione delle giornate internazionali dell’École de la cause freudienne sul tema “Le donne in Psicoanalisi”. Chi è il mostro che vuole parlare ed essere ascoltato? Davanti agli accademici della psicoanalisi – professionisti per i quali lui sarebbe affetto dalla ‘mostruosità di chi vive nella transizione’, Preciado struttura questo discorso ispirandosi al lavoro kafkiano ‘Una relazione per un’Accademia’, nel quale troviamo una scimmia spiegare ad un congresso di scienziati che la soggettività umana è una gabbia paragonabile a una fatta di sbarre di metallo. A dimostrazione della potenza scomoda delle sue parole, Preciado non riesce a terminare il suo discorso, che viene però filmato e diffuso – in maniera frammentata – online. Decide allora di pubblicato integralmente, anche in italiano, per arricchire ed estendere il dibattito in Italia.
“Io mi rivolgo a voi dalla mia ‘gabbia’ di uomo trans. Io, corpo che il discorso medico e giuridico ha marchiato come ‘transessuale’, che la maggior parte delle vostre diagnosi descrivono come soggetto di una ‘metamorfosi impossibile’; io che, secondo la maggior parte delle vostre teorie, mi colloco al di là della nevrosi, sull’orlo o addirittura dentro la psicosi, incapace, secondo voi, di risolvere in modo adeguato un complesso di Edipo o vittima dell’invidia del pene. Ebbene, è da questa posizione di malato mentale a cui mi relegate che mi rivolgo a voi, in quanto scimmia-umano di una nuova era. Sono il mostro che vi parla. Il mostro che avete costruito con i vostri discorsi e le vostre pratiche cliniche. Sono il mostro che si alza dal lettino e prende la parola, non in quanto paziente, ma in quanto cittadino, in quanto vostro pari mostruoso”.
In questo piccolo ma densissimo e potente testo, Preciado non si sofferma nel parlare dell’omofobia e la transfobia che regna ancora oggi nelle nostre discipline e nei nostri campi di studio. Pagina dopo pagina accompagna invece il suo pubblico – e noi lettori – ad interrogarsi sulle radici binarie di genere delle pratiche psicologiche e psicoanalitiche e sulle trasformazioni necessarie da portare avanti. Trasformazioni da elaborare collettivamente, per costruire una nuova epistemologia capace di tenere conto e rendere conto della molteplicità dei viventi, senza ridurre il corpo alla sua forza riproduttiva eterosessuale, e che non legittimi la violenza etero-patriarcale e coloniale. “Invoco con tutto me stesso l’emergere di una psicanalisi mutante, all’altezza della mutazione di paradigma che stiamo vivendo.”
Non è un testo facile, ma la lettura è piacevole e – nonostante la complessità del linguaggio – profondamente e visceralmente comprensibile. Irriverente e politico, ci consente di mettere in discussione tante di quelle credenze che ci circondano, nella vita e nelle discipline che pratichiamo, impregnante di nozioni binarie che ci impediscono di vedere l’intero spettro dell’esperienza umana. Pagina dopo pagina ci esorta ad ‘evolverci – incorporando la varietà’.
“Oggi lo vedo chiaramente, se non fossi stato indifferente al mondo ordinato e cosiddetto felice della norma, se non fossi stato cacciato dalla mia stessa famiglia, se non avessi preferito la mia mostruosità alla vostra eterosessualità normale, se di fronte alla vostra sanità sessuale non avessi optato per la mia devianza sessuale, non avrei mai potuto sottrarmi.. o, per essere più precisi, decolonizzarmi, diseidentificarmi, debinarizzarmi. […]
Il corpo trans sta all’eterosessualità normativa come Lesbos sta all’Europa: una frontiera le cui estensione e forma si perpetuano esclusivamente tramite la violenza. Tagliare qui, incollare là, togliere questi organi, sostituirli con altri.
Il corpo trans è la colonia. Ogni giorno, in qualunque strada di Tijuana o di Los Angeles, di Atene o di Siviglia, un corpo trans viene ammazzato con la stessa impunità di una nuova occupazione da un lato o dall’altro del Giordano. La psicologia clinica e la medicina concorrono a una guerra per l’imposizione e la normalizzazione degli organi del corpo trans”.
[1]il titolo originale è in realtà posto in forma interrogativa Can the Monster speak?, volendo probabilmente richiamare il noto interrogativo di Spivak: Can the subalternspeak?



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