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Strade che si intrecciano. Giornata di riflessione su un sistema che riproduce meccanismi di vulnerabilità a catena.

La giornata ha lo scopo di sensibilizzare la cittadinanza sull’importanza della salute mentale e dei servizi pubblici e del terzo settore che provano a renderla esigibile per la persona (cittadina o straniera). Purtroppo si tratta ancora troppo spesso di un diritto negato: le strutture pubbliche coprono una piccola parte del bisogno, che spesso può essere soddisfatto solo attraverso il ricorso al settore privato, con costi non sostenibili per molte persone. In questo contesto, negli ultimi anni si sono sviluppate diverse esperienze associative che provano a offrire una risposta parziale. “Strade che si intrecciano” vuole partire proprio dalle parole dellɜ professionistɜ della salute mentale che in questi anni si sono sperimentatɜ nella costruzione di nuovi modi di agire la psicologia. Le loro voci, attraverso un approccio laboratoriale e artistico, dialogheranno con quelle di altrɜ operatorɜ sociali, favorendo un approccio ampio alla salute mentale che non si focalizzi solo sull’individuo ma guardi alla dimensione sociale del fenomeno.

Domenica 𝟏𝟓 𝐒𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝐡. 𝟏𝟓.

Via Murazzi del Po Ferdinando Buscaglione 18 – Murazzi lato sx

Programma:

ore 15: mostra itinerante.
Una mostra itinerante lungo fiume che vuole presentare ad un ampio pubblico le due realtà contrapposte ma indissolubilmente legate del Terzo settore: quella degli utenti e quella degli operatori. Nei racconti, restituiti sulla base di grafiche che presentano le diverse realtà in cui si svolgono, si incontrano le storie degli utenti, spesso marginalizzati a livello economico, sociale e lavorativo e quelle degli operatori, anch’essi limitati dalle stesse problematiche. Ogni racconto vuole rappresentare realtà umane che non vengono alla luce a uno sguardo superficiale, ma che invece attraversano vite e professioni in modo indelebile. Attraverso queste storie, offerte da chi lavora per la comunità, riconosciamo le vite di molte persone che ogni giorno si interfacciano con i servizi (spesso carenti) riservati a una popolazione meno fortunata.
La forma di “ricevuta”, delle grafiche, vuole ricordare il costo umano di queste professioni e della fatica di accedere a servizi mai sufficientemente supportati”.

ore 17: Psicologx di strada:

ore 19: Microfono aperto: le voci delle reattà

L’evento si svolgerà all’aperto.


L’iniziativa è patrocinata dalla Città di Torino e della Circoscrizione 1 della Città di Torino.

A cura di Cactus, Inverso, TiAscolto, Fanon, Psicomunet, Arteria

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Nuovi approcci alla diagnosi psicosociale: il modello PTM e le sue implicazioni per il trattamento della sofferenza psichica e psicosociale

RenÈ Magritte, DÈcalcomanie, 1966, © PhotothËque R. Magritte / Banque d’Images, Adagp, Paris, 2016

Sabato 14 Settembre alle ore 14.00 siamo lieti di invitarvi all’incontro “Nuovi approcci alla diagnosi psicosociale: il modello PTM e le sue implicazioni per il trattamento della sofferenza psichica e psicosociale” presso la Casa della Psicologia di Milano.

Sarà un’occasione di confronto tra le principali tipologie di protagonisti della salute mentale: utenti dei servizi, familiari degli utenti, cittadini interessati, operatori e professionisti, rispetto al tema della diagnosi clinica, psicosociale e psichiatrica e delle sue implicazioni sui percorsi di salute e sui diversi tipi di trattamento. L’obiettivo principale dell’incontro sarà stimolare una discussione aperta su questi temi, con l’obiettivo di confrontarsi su luci e ombre della situazione esistente e sul possibile contributo di professionisti, utenti e cittadini per lo sviluppo di metodologie più adeguate alle esigenze di tutti. Quali sono i limiti e i vantaggi delle diagnosi psichiatriche correnti? Come la diagnosi può essere utile o invece rischia di essere disfunzionale a un buon trattamento? Quali alternative esistono, e come possono essere utili a utenti, familiari e operatori?

Affrontando questi interrogativi presenteremo anche il nuovo approccio alla diagnosi psicosociale del modello PTM (Power Threat Meaning Framework, della British Psychological Society)

🎙Interverranno:

Stefania Borghetti – psichiatra, Sirp Lombardia

Marco Sassoon – Psicoterapeuta e antropologo, Sportello TiAscolto!

Renato Teti – familiare e coordinatore La Tartavela

Annette Corraro – antropologa e familiare, La Tartavela

Susanna Brunelli – Esp utente esperta

L’ingresso è libero e aperto a tuttə, vi aspettiamo numerosə!

🔜Sabato 14 Settembre alle ore 14.00

🌍presso Casa della Psicologia, Piazza Castello 2, Milano.

❓per informazioni: milano@sportellotiascolto.it; tartavela@latartavela.it / 02 3926579

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Invenzione e superpoteri della “malattia mentale”

Introduzione

Da tempi immemorabili, l’umanità ha affrontato il mistero della mente. In molte culture antiche, quelli che oggi in Occidente chiamiamo e intepretiamo come sintomi di disagio mentale erano considerati doni divini o, talvolta, maledizioni. Gli sciamani, i mistici e i profeti spesso mostravano comportamenti che oggi verrebbero immediatamente etichettati come segni di disagio mentale, ma che allora erano visti e interpretati come manifestazioni di rari poteri soprannaturali. Ad esempio, gli sciamani indigeni erano spesso scelti per il loro comportamento eccentrico, che all’interno di un preciso contesto culturale indicava una connessione speciale con il mondo degli spiriti. Nella Grecia antica, la “follia” di personaggi come Eraclito o Socrate era vista come segno di profonda saggezza, una virtù.

Con l’avvento della psichiatria moderna, questo tipo di letture e interpretazioni sono state decostruite per poi essere ricostruite e sostituite sotto la lente, medicalizzante, della diagnosi clinica, di carattere biomedico. Il processo di medicalizzazione e patologizzazione della sofferenza ha avuto inizio con la nascita della psichiatria nel XIX secolo, quando i comportamenti che differivano dalla norma cominciarono a essere studiati e classificati sistematicamente. La psichiatria moderna, in una società che stava radicalmente mutando anche grazie all’imporsi del metodo scientifico, ha cercato di fornire spiegazioni scientifiche a fenomeni a lungo avvolti nel mistero che venivano letti e inquadrati attraverso lenti di carattere spirituale, animistico, magico, mistico, divino, attribuendo e cercando cause biologiche, genetiche o chimiche, secondo i canoni della razionalità. In questo modo, i fenomeni che una volta erano o altrove sono attribuiti, all’interno di precisi quadri culturali ed epistemologici, ad aspetti soprannaturali, spirituali vengono sempre più spiegati attraverso la neurochimica, la genetica e la psicologia, e attraverso concetti come “malattia mentale” o “disturbi”. Così, letture che attribuivano un valore anche positivo a modi di sentire e stare al mondo differenti da quelli della maggioranza hanno cambiato di segno e sono spesso connnotate negativamente. Molte esperienze individuali sono state socialmente tradotte in termini patologici, patologizzate. E tale patologizzazione è spesso uno dei pochi strumenti che oggi le società occidentali hanno per prendersi cura della sofferenza e della sensibilità (intesa come capacità di sentire, o incapacità di non sentire profondamente) delle persone.

L’invenzione della malattia mentale e la patologizzazione dell’esperienza


E’ importante essere consapevoli del carattere costruito di tali “malattie” o “disturbi” che, non esistono come quadro naturale, bensì costituiscono un preciso prodotto, artefatto, storico e culturalmente determinato. E’ ciò a cui ci si riferisce, in salute mentale critica, con l’espressione “invenzione della malattia mentale”. Questa espressione non significa che non esistano modi di sentire spesso dolorosamente e tragicamente differenti ma che, nei diversi contesti e nei diversi tempi, le categorie sociali utilizzate per nominare tali esperienze sono diverse e mutevoli nel corso del tempo. Basti vedere, ad esempio, quanto siano aumentate, nel corso del tempo, le esperienze che si ritiene possano essere interpretate come “malattia mentale” e, quindi, diagnosticate. Si tratta del processo di medicalizzazione e patologizzazione dell’esperienza, spesso legato a fattori di tipo economico. Più malattie da curare, infatti, significa più cure da vendere.

Tuttavia, come sostiene Allen Frances (2013), che ha guidato la task forces che ha pubblicato il DSM-IV, la bibbia della psichiatria, e coniato l’espressione “inflazione diagnostica” per indicare l’aumento progressivo del numero di malattie nel corso del tempo e l’abbassamento dei criteri, le diagnosi sono come i profili degli animali tra le nuvole: non esistendo in natura, sono negli occhi di chi guardano. Sono gli occhi di chi guardano, dell’osservatore, con le proprie categorie e i propri assunti, sempre culturalmente determinati, a decidere e sancire cosa sia malato, perchè differente dalla norma, e cosa no.
In questo gioco di specchi, sempre più, la nostra società si sta abituando a guardare alle persone con una sensibilità speciale con diffidenza e sospetto, racchiudendone la diversità all’interno dei confini, rassicuranti, delle diagnosi con effetti spesso controproducenti per la loro vita e normalizzando le esperienze di medicalizzazione, anche in psicoterapia.

Tuttavia, nonostante gli indubbi benefici connessi all’avanzamento della ricerca e della conoscenza relativa alla salute mentale, le persone la cui esperienza viene letta in termini di malattia mentale e diagnosticata possono essere esposti a fenomeni di stigmatizzazione e isolamento sociale, poiché le persone etichettate con una diagnosi psichiatrica sono spesso viste come “difettose”, “pericolose” e “inaffidabili” dalla società che attribuisce loro un valore tendenzialmente negativo, legato ad un deficit di salute, una mancanza di qualcosa, un difetto di funzionamento. Inoltre, come sottolinea James Davies in “Sedated: How modern capitalism created our mental health crisis” (2021), sintetizzando i risultati di molti studi ed evidenze, essere etichettati ed etichettarsi diminuisce notevolmente la probabilità di vivere una vita superando il proprio disagio attraverso processi di recovery, ossia di guarigione. Inoltre, la medicalizzazione può portare ad un uso eccessivo di farmaci e a trattamenti inappropriati che, nel lungo periodo possono essere dannosi, spesso senza un adeguati supporti alternativi. Un rischio ulteriore è la perdita di autonomia. Le persone il cui disagio è stato etichettato possono sentirsi ed essere private del loro potere personale e della loro capacità di scelta e autodeterminazione, poiché le decisioni sulla loro salute mentale vengono spesso prese da professionisti, dai familiari e non da loro stessi. Infine, la patologizzazione e la medicalizzazione delle esperienze può portare a una visione limitata e rigida della salute mentale, incapace di tenere conto delle diversità culturali e individuali, della complessità e delle condizioni e circostanze sociali che determinano disagio e benessere, oltre che le sue letture.


Per questo motivo, proviamo, per una volta, a fare nostre le diagnosi psichiatriche e a smontarne il carattere negativo per rimontarle, andando a cercare il valore e le peculiarità positive nei tratti unici delle persone il cui disagio è stato etichettato. Naturalmente, partendo da una base diagnostica, questo esercizio è riduttivo e semplicistico, non riuscirà a tenere in considerazione le differenze individuali

Superpoteri

La diagnosi di Paranoia e “L’Occhio di Falco”


Le persone etichettate con una diagnosi di paranoia sono spesso estremamente attente ai dettagli e ipervigili rispetto all’ambiente circostante. Questo superpotere, che potremmo chiamare “L’Occhio di Falco”, consente loro di notare ogni minima sfumatura, ogni movimento sospetto, ogni indizio che potrebbe sfuggire agli altri. La loro capacità di analizzare e collegare informazioni può risultare incredibilmente acuta, rendendoli quasi dei detective naturali. Tuttavia, questo dono ha un costo: l’iperconsapevolezza può portare a una costante sensazione di minaccia e alla difficoltà di fidarsi degli altri, il che può isolare queste persone e rendere difficile per loro costruire relazioni significative. Il rischio è che la loro visione diventi eccessivamente focalizzata su potenziali pericoli, impedendo loro di vedere il lato positivo delle situazioni e delle persone.

Diagnosi di ADHD: Super Velocità e l’Iper-Focus

Le persone con diagnosi di Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) possiedono spesso il dono della super velocità mentale. Possono processare informazioni a una rapidità impressionante, saltando da un pensiero all’altro con l’agilità di un supereroe. Quando l’interesse colpisce, entrano in uno stato di iper-focus che li rende capaci di eseguire compiti complessi con una dedizione e una velocità fuori dal comune. Tuttavia, questa rapidità e flessibilità mentale può trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Il rischio di distrazioni improvvise è sempre dietro l’angolo, e l’incapacità di mantenere l’attenzione su compiti meno stimolanti può portare a frustrazione e difficoltà nel completare progetti a lungo termine. Inoltre, l’iper-focus può portare a trascurare altri aspetti importanti della vita, creando squilibri.

Diagnosi di Disturbo Bipolare: Energia Infinita e Creatività Esplosiva

La montagna russa emozionale delle persone che hanno ricevuto una diagnosi di Disturbo Bipolare conferisce in molti casi a chi ne è etichettato due superpoteri principali: l’energia infinita e la creatività esplosiva. Durante le fasi maniacali, queste persone possono lavorare ininterrottamente per giorni, producendo opere d’arte, scrivendo romanzi, o lanciando start-up innovative. L’entusiasmo e la passione che mettono in ciò che fanno sono contagiosi, trasformando l’ambiente attorno a loro in un campo di energia vibrante. Tuttavia, questa energia e creatività hanno un prezzo. Le fasi maniacali possono condurre a scelte impulsive e rischiose, mentre le fasi depressive possono annullare il progresso fatto, portando a un senso di disperazione e vuoto. Il ciclo tra manie ed episodi depressivi può essere devastante, compromettendo la stabilità e il benessere generale.

Depressione: Profonda Empatia e l’Introspezione

Le persone etichettate con diagnosi di depressione non sono solo afflitte dalla tristezza, ma molto spesso possiedono il superpotere della profonda empatia e dell’introspezione. La loro capacità di comprendere e sentire il dolore degli altri è straordinaria. Questa sensibilità permette loro di creare legami autentici e di offrire sostegno emotivo come nessun altro. Inoltre, la loro introspezione fornisce una saggezza e una comprensione della condizione umana che può essere sorprendentemente illuminante. Tuttavia, questa stessa empatia e introspezione possono condurre a un peso emotivo schiacciante. La tendenza a interiorizzare eccessivamente i problemi può rendere difficile per queste persone uscire dal proprio stato di sofferenza, rischiando di rimanere intrappolate in un circolo vizioso di tristezza e isolamento.

Ansia: Percezione Accresciuta

Chi vive con l’etichetta dell’ansia ha spesso un senso di percezione accresciuto, simile a un radar ipersensibile. Questo superpotere permette loro di anticipare pericoli e reagire rapidamente a cambiamenti nell’ambiente. Mentre questa iper-vigilanza può essere faticosa, è anche incredibilmente utile per risolvere problemi e prendere decisioni ponderate in situazioni critiche. In contesti lavorativi, ad esempio, la loro attenzione ai dettagli può fare la differenza tra il successo e il fallimento di un progetto. Tuttavia, il rovescio della medaglia è che questa costante tensione può condurre a un esaurimento emotivo e fisico, limitando la capacità di godersi la vita quotidiana. Il continuo stato di allerta può anche interferire con le relazioni sociali, poiché la percezione di pericoli inesistenti può generare conflitti o incomprensioni.

Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC): Super Organizzazione

Le persone che sono state etichettate come affette da Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) spesso possiedono il superpotere della super organizzazione. Le loro menti funzionano come orologi svizzeri, in grado di pianificare, strutturare e mantenere l’ordine in qualsiasi situazione. La loro precisione e dedizione ai dettagli assicurano che nulla venga lasciato al caso. In un mondo caotico, queste abilità sono come raggi di luce che portano chiarezza e controllo. Tuttavia, l’eccessiva necessità di ordine e controllo può diventare paralizzante. L’incapacità di tollerare l’imperfezione può limitare la flessibilità e la capacità di adattarsi a situazioni nuove o impreviste, creando uno stress significativo. Inoltre, l’ossessione per la precisione può isolare queste persone, poiché i loro standard elevati possono risultare difficili da condividere con chi le circonda.

Schizofrenia: Visione Alternativa

Le persone etichettate con schizofrenia possiedono uno dei superpoteri più potenti: la visione alternativa, una capacità che permette loro di vedere il mondo da prospettive inedite. Questo superpotere si manifesta attraverso visioni, suoni o pensieri che non sono percepiti dagli altri. Sebbene questa capacità possa essere difficile da gestire, essa offre intuizioni uniche e creative che possono arricchire la comprensione collettiva della realtà stessa. Tuttavia, questo superpotere comporta anche rischi significativi. Le visioni e i pensieri alternativi possono confondere e disorientare, rendendo difficile distinguere tra realtà e immaginazione. Questo può portare a un isolamento sociale e a difficoltà nel mantenere una connessione stabile con il mondo esterno. Inoltre, la stigmatizzazione legata a questa diagnosi può peggiorare il senso di alienazione..


Disturbi Alimentari (Anoressia): Perfezione e Disciplina Infrangibile

Le persone che vivono con disturbi alimentari, come l’anoressia, spesso manifestano un superpotere particolare: la perfezione e la disciplina infrangibile. Questo dono si manifesta in una capacità straordinaria di concentrazione e controllo, che consente loro di stabilire e mantenere obiettivi con una dedizione quasi eroica. La loro abilità nel seguire regole rigorose e nel mantenere un focus intenso su determinati aspetti della loro vita può risultare estremamente potente.

Quando questo superpotere viene indirizzato in ambiti costruttivi, come l’arte, lo sport o le professioni ad alta precisione, può portare a risultati eccezionali e innovativi. Tuttavia, il costo di questa intensità e perfezione può essere elevato, con un rischio elevato di auto-esclusione e un’eccessiva autocritica.

Conclusione

Sebbene le etichette diagnostiche possano spesso sembrare limitanti, esse racchiudono anche un potenziale inaspettato. I superpoteri delle persone il cui disagio è stato etichettato non solo arricchiscono la nostra comprensione della mente umana, ma sfidano anche le convenzioni su cosa significhi essere “normale”. Forse, la vera forza sta nel riconoscere e valorizzare queste differenze, trasformando il disagio in risorsa e la diversità in potere.


Bibliografia

Frances, A. (2013). Primo, non curare chi è normale: Contro l’invenzione delle malattie. Bollati Boringhieri.

Davies, J. (2021). Sedated: How modern capitalism created our mental health crisis. Atlantic Books.

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Promuovere un ruolo attivo negli uditori di voci

Il presente articolo si propone di offrire una visione teorica ed operativa alternativa sul tema delle “allucinazioni uditive”, tenendo come pilastro fondamentale l’idea della de-medicalizzazione e l’infondatezza dell’operare solo ed esclusivamente tramite il processo della diagnosi.

Ci si addentrerà nell’arduo compito di riconfigurare la dizione “allucinazioni uditive”, che parla del sintomo e non della persona (anche se già definirlo sintomo nasconde il rischio di scivolare su un piano medicalizzante), per passare ad un altro modo di intendere la questione, parleremo di “uditori o ascoltatori di voci” per rimettere al centro del fenomeno la persona e le sue particolari scelte, ruoli e contesti che frequenta.

Se da una parte infatti si adotta una particolare “etica” per affrontare il tema, etica che parla della lettura di noi osservatori, dall’altra occorre tener d’occhio anche la parte “emica” del fenomeno, che ci racconta invece delle credenze, dei valori e dei particolari modi di configurare ed intendere la realtà delle singole persone che percepiscono il fenomeno allucinatorio.

Per far ciò situeremo ciò che andremo a descrivere all’interno di una precisa cornice epistemologica e teorica di riferimento.

L’epistemologia è quella branca della scienza che si occupa delle condizioni entro cui è possibile avere conoscenza scientifica, più precisamente individua le modalità messe in campo da chi ha intenzione di conoscere, a prescindere dalla branca scientifica e dalla teoria di riferimento.

L’epistemologia post-moderna individua tre modalità differenti di rapportarsi all’oggetto di studio e le chiama “livelli di realismo”. Esse vengono chiamate realismo monista, realismo ipotetico e realismo concettuale (Salvini, 2004).

Lo scienziato che adotta le lenti del realismo monista considera la realtà come data e indipendente dalle categorie conoscitive che utilizza per studiarla, gli oggetti di studio sono considerati come ontologicamente dati e i metodi di fare ricerca definiscono universalmente i concetti che andranno a delinearsi. Le scienze che afferiscono a questo livello hanno il suffisso -ica (chimica, fisica, matematica), ma anche alcune discipline neuropsicologiche vi aderiscono, la teoria è isomorfa alla realtà, la “mappa è il territorio”.

Anche lo studioso che adotta il realismo ipotetico considera la realtà come data, ma a differenza del primo livello, in questo caso essa è per definizione inconoscibile. E’ il caso del senso comune, delle religioni e della maggior parte dei modelli di psicologia oggi utilizzati. Siamo nel campo del relativismo, in cui ci sono diversi punti di vista sul fenomeno che viene studiato, ma il fenomeno che si studia è universalmente inteso, “la mappa non è il territorio” e vi aderiscono le scienze con suffisso -logia.

Nel caso del realismo concettuale invece considera la realtà come costruita a partire dalle categorie conoscitive e dalle teorie di riferimento dell’osservatore. La realtà non viene considerata come un ente, bensì è generata a partire dalle modalità conoscitive messe in atto per studiarla, ed esse stesse diventano oggetto di studio. Non si parla di concetti, ma di costrutti, siamo nel campo del pluralismo, in cui sono i diversi punti di vista a generare di volta in volta un particolare fenomeno, “la mappa genera il territorio, ma senza di essa non vi è nessun territorio”. Ad esso vi aderiscono le scienze con suffisso -logia, ma a partire dall’epoca post-moderna.

La scelta nel descrivere il fenomeno allucinatorio da parte di chi scrive lo situa all’interno del realismo concettuale e a partire dalla teoria sociologica e psicologica dell’interazionismo simbolico (Mead e Blumer, 1969), in cui si presta particolare attenzione ai ruoli che la persona interpreta, ai contesti che abita e al “testo” che porta nel momento in cui stabilisce che ciò che vive ha una realtà percepita effettivamente come reale. Ricordiamo però che anche questa teoria è frutto di una particolare costruzione e scelta umana, dunque è “solo” un modo di leggere e di costruire ciò che intendiamo studiare.

Provando non a negare, ma a sganciarci da visioni che provano a spiegare il “perché” esista tale fenomeno individuando cause neurologiche o di frammentazione della coscienza, proviamo a spostarci sul piano operativo del “come” a partire dalla particolare visione di chi dichiara di udire le voci.

Prendiamo spunto da una frase di Pirandello che afferma: “Quanto son cari questi uomini che, davanti a un fatto che non si spiega, trovano subito una parola che non dice nulla e in cui così facilmente s’acquetano. Allucinazioni” (Pirandello, 1925).

E’ sempre lecito considerare psicotico chi sente le voci?

Assumendo il punto di vista dell’uditore di voci, sia che venga dannato dalle voci sia che ne sia spiritualmente emancipato, proviamo a sovvertire le teorie che spiegano il perché questo può accadere e ci spostiamo su un piano in cui il terapeuta prova a “non ricondurre l’ignoto al già noto”. Tutto ciò che sappiamo è che il fenomeno dell’udire voci di persone che non sono sentite da altri può essere chiamato “allucinazioni” e, quando non è spiegabile con qualche causa neurologica, viene trasferito nella categoria dei sintomi psicotici, con il risultato di trasformare una classificazione descrittiva e valutativa in una spiegazione tautologica: “La persona è psicotica quindi sente le voci, la persona sente le voci perché è psicotica”.

Qui invece mettiamo a fuoco il “ruolo attivo” di chi ascolta le voci e l’importanza delle mediazioni interattive e culturali che preordinano i contenuti narrativi del fenomeno.

Per prudenza, molti uditori di voci evitano di confessare questa esperienza per non essere considerati pazzi e subire un grave pregiudizio sociale. Come documentato da molte ricerche epidemiologiche, proprio per non subire uno stigma, molte forme di allucinazioni sono diventate un fenomeno sommerso nonostante la loro ampia diffusione tra la popolazione (Fernyhough, 2004). D’altro canto spesso gli psicologi clinici e gli psichiatri, di fronte a una persona che confessa di essere un uditore di voci tendono a riportare l’ignoto entro ciò che a loro è già noto, sia per la formazione ricevuta, sia per le convenzioni normative di senso comune cui partecipano e per i criteri nosografici che utilizzano (Quarato, 2011).

Provando a sganciarci da tutto ciò, per questioni epistemologiche, etiche, ma anche emiche, adottiamo un punto di vista operativo in cui siamo in ascolto di ciò che porta la persona e siamo noi stessi psicologi a contribuire alla costruzione del fenomeno e dei significati costruiti intorno ad esso.

In questo modo possiamo provare ad adottare diverse strategie in linea con il principio della de medicalizzazione (Turchi, Perno, 2009). Mettiamo nella condizione la persona di parlarci liberamente del suo dialogo interno, se possibile di interpretarlo, di dare voce alla polifonia che sente dentro di sé. Adottando questo approccio dialogico-interattivo andiamo incontro ad una visione “multi-being” in cui qualsiasi voce può prendere parte attivamente al dialogo interno (Romaioli, 2014). Promuoviamo che la persona si senta parte attiva di ciò che invece sente di subire, facciamo in modo che le diverse “voci” possano entrare in interazione tra loro, favoriamo che vengano riconosciute come poli narrativi di sé, e laddove ciò non è possibile, comunque come enti esterni con i quali in qualche modo è possibile comunicare e cooperare per il benessere psicologico.

Facciamo in modo di superare le nostre stesse visioni di psicologi clinici che talvolta non ci consentono di “andare oltre” ciò che ipotizziamo, non siamo nell’ambito dell’onnipotenza, anzi, pensiamo che discorsivamente ed interattivamente nessun intervento è precluso, ma comunque restiamo nell’ambito dell’incertezza che quella determinata interazione con la persona può generare.

Se ci muoviamo con obiettivi di salute psicologica possiamo costruire strategie ad-hoc che finalmente restituiscano al fenomeno allucinatorio un nome ed un cognome, che varia in base alla persona che esperisce le voci.

Che ci si trovi davanti ad una persona che dichiara di avere tre diavoli in testa, di parlare con Elvis Presley o di dialogare tra sé e sé, proviamo a restituirle un ruolo attivo, un ruolo che può decidere se chiamare a sé o meno le voci, che possa trasformarle da aspetto critico in risorsa, che possa ridurre le medicalizzazioni e possa favorire una gestione personale del fenomeno in base alle proprie esigenze (Romaioli, Chiara, Faccio, Miglietta, 2022). Muoviamoci sulla domanda “In che senso?”. Facendo ciò, anziché stabilire noi clinici a priori il senso di ciò che ci si presenta davanti, inizieremo a cogliere un senso diverso di volta in volta e ad aiutare le persone che per anni sono state stigmatizzate come folli.

Se proprio ci risulta difficile non dare un nome alle cose, allora proviamo a costruire etichette più utili per la persona in termini di benessere psicologico, come ad esempio “Sinestesia”, una condizione che può appartenere a molte persone senza il bisogno che si sentano vittime o peggio ancora stigmatizzate dalla società.

Provando a spostarci su questa visione aiuteremo le persone a sentirsi parte attiva rispetto a ciò che esperiscono e ad operare le scelte più utili per raggiungere un proprio benessere psicologico.

Bibliografia

Blumer, Mead – Interazionismo Simbolico

Fernyhough – Alien voices and inner dialogue: towards a developmental account of auditory verbal hallucinations

Pirandello – Uno, Nessuno e Centomila

Quarato – Ascoltare voci in “Il nostro inquilino segreto” di Bottini e Salvini

Romaioli – La terapia Multi-Being

Romaioli, Chiara, Faccio, Miglietta – Hearing voices as a form of inner dialogue. Using the dialogical self to turn a critical voice into an ally

Salvini – Psicologia Clinica

Turchi, Perno – Modello Medico e Psicopatologia come interrogativo

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La Campana di Vetro

di Sylvia Plath (ed Mondadori, prima edizione 1963)

“La campana di vetro” di Sylvia Plath affronta diversi temi profondi e complessi.

Il romanzo esplora in dettaglio l’esperienza della depressione attraverso gli occhi di Esther Greenwood e la sua discesa nei tentativi di suicidio offrendo un’intensa rappresentazione del dolore psicologico e della fragilità emotiva. Esther lotta per trovare e affermare la propria identità in un mondo che le impone rigide aspettative di genere e la sua ricerca di indipendenza personale e professionale si scontra con le norme sociali e familiari, creando un profondo senso di alienazione.

Il libro critica le pressioni sociali e culturali che costringono le donne a conformarsi a determinati ruoli e comportamenti. La lotta di Esther contro queste aspettative riflette la tensione tra desiderio di realizzazione personale e imposizioni esterne.

L’autrice analizza le limitazioni imposte alle donne nella società degli anni ’50 e ’60 ed utilizza l’immagine della campana di vetro come metafora dell’oppressione femminile e delle restrizioni che impediscono alle donne di esprimersi liberamente e di perseguire le proprie ambizioni. Pubblicato per la prima volta nel 1963 l’opera si presenta come un racconto intenso e struggente, che offre uno spaccato cupo e veritiero della malattia mentale.

Lettura essenziale per chiunque sia interessato alla psicologia e ai temi della lotta interiore, il romanzo è altresì noto per essere semi-autobiografico, poiché molti eventi e esperienze della protagonista riflettono le esperienze personali di Sylvia Plath.

Proprio come Esther Greenwood, l’autrice stessa ha infatti affrontato gravi crisi depressive durante tutta la sua vita, arrivando purtroppo a suicidarsi l’11 febbraio 1963, poco dopo la pubblicazione di “La campana di vetro”.

La trama segue le vicende di Esther, una brillante studentessa di letteratura, che consegue un prestigioso tirocinio a New York presso una rivista di moda.

Durante il suo soggiorno a New York, la tirocinante vive un’esperienza che inizialmente appare promettente, ma che rapidamente si trasforma in un periodo di crescente alienazione e disagio. Nonostante le numerose opportunità professionali e sociali, la giovane donna si sente fuori posto e insoddisfatta. Il suo isolamento è alimentato da un crescente senso di disperazione e dalla sensazione di non appartenere a nessun luogo.

Sebbene circondata da persone, si sente profondamente sola e disconnessa, circostanza che peggiora ulteriormente il suo stato mentale. Tra esperienze lavorative deludenti, tentativi falliti di adattamento e un grave episodio di intossicazione alimentare, Esther si sente sempre più intrappolata. Questi eventi contribuiscono alla sua crescente ansia e alla sensazione di essere intrappolata sotto una “campana di vetro”.

Quando la ragazza torna a casa, il suo stato mentale peggiora ulteriormente, precipitando in una grave depressione.

La scoperta di non essere stata accettata in un prestigioso corso di scrittura la delude profondamente, alimentando la sua sensazione di inadeguatezza e fallimento. Inoltre in famiglia, Esther si scontra con le aspettative di sua madre, che non comprende appieno la gravità della sua condizione mentale per cui si isola progressivamente dagli amici e dalle attività sociali, perdendo interesse per tutto ciò che una volta la appassionava. La depressione di Esther raggiunge un punto critico quando la stessa inizia a contemplare seriamente il suicidio, culminando in un tentativo serio di togliersi la vita ingerendo una grande quantità di sonniferi.

Dopo essere stata trovata e salvata appena in tempo, la ragazza viene ricoverata in un ospedale psichiatrico, dove intraprende un lungo e arduo percorso di cura. Nel corso del trattamento, la protagonista incontra un medico comprensivo, la dottoressa Nolan, che la aiuta a iniziare a comprendere e gestire la sua malattia e, con il tempo e il supporto adeguato, la salute della fanciulla inizia a mostrare segni di miglioramento.

Sebbene il futuro di Esther rimanga incerto, alla fine del romanzo si intravede una tenue speranza. La giovane donna è consapevole che, anche dopo una serie di trattamenti psichiatrici, tra cui la terapia elettroconvulsivante,  la sua guarigione non è completa, ma si prepara a lasciare l’ospedale con una rinnovata volontà di lottare per la sua vita e la sua sanità mentale.

Il finale de “La campana di vetro” è ambiguo e lascia spazio a molteplici interpretazioni. Il romanzo termina infatti con la protagonista che entra nella stanza del dottore per una valutazione finale, consapevole che il suo futuro è ancora incerto.

L’epilogo del libro ha suscitato numerose interpretazioni. Alcuni vedono la conclusione come un segnale di speranza, suggerendo che Esther ha la possibilità di ricostruire la sua vita. Altri lo interpretano come un riflesso della fragilità della sua condizione, suggerendo che la “campana di vetro” potrebbe sempre tornare a rinchiuderla.

Il finale aperto è quindi potente e significativo, offrendo una riflessione profonda sulla natura della guarigione e sulla resilienza personale.

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Presentazione Appello per la Salute Mentale in Piemonte: dalla sottoscrizione ai fatti.

Il 29 maggio 2024, presso il Polo culturale Lombroso 16 a Torino, si è tenuto un incontro tra 42 associazioni e 13 candidati alle Elezioni regionali del Piemonte, provenienti da quattro diversi schieramenti politici. L’evento, che ha visto la partecipazione di oltre cento persone, ha affrontato il tema del miglioramento dell’assistenza psichiatrica nel Servizio Sanitario pubblico.

L’incontro è stato organizzato per presentare un Appello per una salute mentale di Comunità, esito di un processo partecipato a cui abbiamo partecipato e che ha coinvolto Associazioni di famiari, utenti e operatori. L’Appello mira soprattutto ad evidenziare le carenze nei finanziamenti e nel personale rispetto all’aumento delle richieste. L’organizzazione è stata curata dall’Associazione Il Bandolo di Torino e dal Polo culturale Lombroso 16, con il supporto del Coripe Piemonte dell’Università di Torino.

Durante l’evento, diversi rappresentanti delle associazioni hanno sottolineato le problematiche attuali, come la chiusura del reparto psichiatrico del Mauriziano e la necessità di combattere il pregiudizio verso le malattie mentali.

Tutti i candidati presenti hanno sottoscritto l’Appello, impegnandosi a portare avanti le tematiche proposte.

I rappresentanti delle varie forze politiche includevano membri del PD, Lista Cirio Presidente, MoVimento Cinque Stelle, Piemonte Popolare, Alleanza Verdi e Sinistra e Stati Uniti d’Europa.
Per il PD erano presenti i consiglieri regionali uscenti Daniele Valle (vicepresidente Consiglio regionale), Diego Sarno, Monica Canalis, i candidati Ivana Borsotto e Giulio Fornero.Per Alleanza Verdi e Sinistra è intervenuto Fabrizio Debernardi. La lista Stati Uniti d’Europa è stata rappresentata da Marco Cavaletto.Per Piemonte Popolare ha parlato Dorino Piras Per la Lista Cirio Presidente vi erano Gianluca Vignale (Capogabinetto del Presidente della Giunta) ed i candidati Rachele Sacco e Tommaso Varaldo. Il MoVimento 5 Stelle era rappresentato da Maria Grazia Malorzo e Cinzia Tortola (on-line).

Gli organizzatori sottolineano che l’Appello è un punto di partenza e non di arrivo, auspicando una collaborazione più ampia che coinvolga vari enti e categorie professionali per costruire una proposta solida per la futura Amministrazione regionale. Stanno inoltre avviando un processo partecipato per continuare ad esercitare una pressione verso i candidati eletti e la giunta regionale, attraverso azioni di advocacy, in modo responsabilizzare i firmatari, assicurando che alla sottoscrizione segua un concreto e maggiore impegno

L’azione ha costituito un esempio virtuoso di promozione della salute mentale e di rivendicazione collettiva per la costruzione di servizi sanitari capaci di promuovere il diritto alle cure per tutte e tutti nell’attuale contesto italiano, come sottolineato nel corso dell’assemblea convocata dal Coordinamento Nazionale per la Salute Mentale per l’organizzazione della CONFERENZA NAZIONALE “autogestita” PER LA SALUTE MENTALE 22 e 23 novembre 2024, di cui è possibile vedere il video qui.

E’ possibile leggere un report dettagliato dell’incontro di presentazione dell’appello qui.



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Preparati a spingere. Essere madre, oggi, in Italia.

di Francesca Bubba, ed. Rizzoli (2023)

“Preparati a spingere” – Essere madri oggi di Francesca Bubba offre una lettura critica e politica della dimensione della maternità oggi. Il titolo, attraverso un gioco di parole, non vuole tanto mettere in luce le difficoltà legate al solo momento del parto, ma tutte le difficoltà che accompagnano la donna in Italia, rispetto al suo essere o non essere madre, al suo essere donna. Il testo sembra essere uno squarcio nella rappresentazione idealizzata, demonizzata o sacrificale ma comunque falsa (lontana dalla vita reale e quotidiana) della maternità. Ricamando con grande maestria un intreccio di questioni critiche sociali, passando anche dal personale, sottolinea quanto nelle pratiche culturali e istituzionali l’essere donna in Italia sia un processo patriarcalizzato, che si dispiega anche nella concretezza della quotidianità; la rete urbana per esempio diventa lo strumento attraverso cui il tempo e lo spazio smettono di essere contenitori per una donna diventando ostacoli per la serenità che un rapporto di cura, come quello madre-figli, richiede. Il saggio di Francesca Bubba toglie il velo alla versione romanticizzata e retorica della maternità “naturale”, intensiva e performativa, che sembra opprimere e delegittimare chi non vi si conforma, afferma infatti che il mito della maternità si poggia su diversi pilastri molto ben radicati nella società. Il più importante, forse, è la naturalità dell’esperienza materna. L’autrice propone numerosi esempi di come l’esperienza di diventare genitrice sia legata ad una dimensione di sacrificio amorevole. Di rinuncia di sé ma col sorriso sulle labbra “perché questo fa una madre”. Decostruendo tali rappresentazioni l’autrice restituisce a ogni persona che sia anche madre la possibilità di rivendicare la propria esperienza di maternità, qualunque essa sia, senza bisogno di chiedere scusa, permesso e di passare (o passarsi) al setaccio del giudizio. Bubba fa alle madri un doppio regalo nel rivendicare, da una parte la meraviglia del lavoro di cura, in un tempo storico che l’ha deprezzato e disprezzato, e dall’altro il diritto nonché il bisogno della rabbia. Sentimento perturbante, quest’ultimo, che la società continua a interdire alle donne, specie se madri; contraddicendo il principio transfemminista, movimento entro cui l’autrice si forma, per cui cura e rabbia, insieme, sono armi potenti per una rivoluzione necessaria. La rabbia, infatti, è l’energia vitale che accompagna il movimento di ogni donna e madre verso l’affermazione di Sé. Il cammino della consapevolezza rende possibile il ritorno al senso di responsabilità (come capacità a rispondere abilmente) ai propri bisogni e desideri. Ogni donna e madre ha il diritto di un’informazione ampia e puntuale su quanto vivono e sentono relativamente alla loro esperienza di madre, per poter compiere le proprie libere scelte. Come anche Bubba ricorda, ogni esperienza di maternità è unica e come tale è speciale di per sé. Guardare sempre con occhio critico ciò che viene narrato attorno all’esperienza della maternità riduce il rischio di lasciare vecchi dogmi per abbracciarne dei nuovi e di semplificare un’esperienza tanto unica quanto complessa. In conclusione, potrebbe essere utile scardinare una visione della maternità come un qualcosa di “naturale”, in cui le cose debbano essere fatte necessariamente seguendo dei canovacci ben precisi, per volgere lo sguardo ad un dimensione più “culturale”, in cui sono i contesti, i ruoli e le interazioni che di volta in volta generano e mantengono le aspettative che poi hanno ricadute percepite come “reali” sulle protagoniste. Abbracciando questa visione nulla può essere affermato in senso assoluto, ma ogni considerazione e azione diventa relativa e può essere agita solo in virtù di uno scambio interattivo tra coloro che portano un bambino in grembo e le persone che, di volta in volta, si relazionano ad esse.

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Presentazione PTM.Il potere nella diagnosi.


ReDiPSi organizza il 20 maggio 2024, h 21.00 in diretta Facebook
Il potere nella diagnosi, il PTM arriva in Italia

Le tracce del pensiero di Franco Basaglia e Franca Ongaro hanno creato un solco culturale in cui si è resa visibile una dimensione cruciale della relazione di cura: il potere, esercitato dal clinico, dall’organizzazione e dal sistema sociale. In questo senso, il PTM (Power Threat Meaning framework) rappresenta un approccio alla diagnosi che dà sostanza al pensiero critico e alla necessità di costruire setting improntati alla giustizia sociale e all’esercizio equo del potere.

Gli ospiti di Sportello TiAscolto! racconteranno l’esperienza di traduzione in italiano dello strumento e la prospettiva clinica che lo accompagna.

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Nell’attesa di essere genitori: con una nuova vita, nasce una nuova famiglia

Nasce a Tagliatelle un percorso di 6 incontri a cura di SportelloTiAscolto Lecce in collaborazione con Terra Del Fuoco Mediterranea e Masseria Tagliatelle.

Il suo nome è “Nell’attesa di essere genitori – Con una nuova vita, nasce una nuova famiglia in tutte le sue forme”.

Il percorso è rivolto a coppie in attesa a partire dal secondo trimestre di gravidanza, saranno 6 incontri gratuiti rivolti alle coppie in attesa a partire dal secondo trimestre di gravidanza, il cui obiettivo è _Esplorare il variegato mondo emotivo che circonda la coppia in questo momento tanto speciale quanto complesso._

Le coppie saranno accompagnate dalla Dott.ssa Eva Brunetti psicologa perinatale e dal Dr. Roberto Miglietta psicoterapeuta, con la partecipazione della Dott.ssa Stella Cavalcante ostetrica.

Per info e prenotazioni:

📣 3297523104

📝tiascoltolecce@gmail.com

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Sono un mostro che vi parla

di Paul B. Preciado

ed. Feltrinelli, 2021

Discorso di un uomo trans, di un corpo non binario, davanti all’École de la cause freudienne in Francia.

“Non ho mai chiesto, né allora né oggi, che mi venisse ‘data’ la libertà. I potenti non smettono di promettere la libertà, ma come potrebbero dare ai subalterni qualcosa che nemmeno loro conoscono? […] Nessuno può darti ciò che non ha e che non ha mai conosciuto. […] La libertà di genere e sessuale non può in alcun modo essere una ripartizione più equa della violenza, né un’accettazione più pop dell’oppressione. La libertà è un tunnel che si scava a mani nude. La libertà è una via di uscita. La libertà – come questo nuovo nome col quale mi chiamate adesso o questa faccia vagamente irsuta che vedete davanti a voi – si costruisce”.

Per chi non conoscesse l’autore di questo libro, Paul B. Preciado è un filosofo, regista e curatore d’arte spagnolo. I suoi diversi lavori lo inseriscono ad oggi tra i principali esponenti della filosofia contemporanea e tra i massimi riferimenti negli studi di genere, le teorie queer, la biopolitica e sessualità. Il suo primo libro – Manifesto contra-sessuale (edito in italiano da Il dito e la luna), avente come bersaglio la cultura eterosessuale fallocratica, è stato acclamato dalla critica francese come ‘il libro rosso della teoria queer’, diventando un riferimento fondamentale per l’attivismo queer e trans europeo. La contra-sessualità, secondo Preciado, è una strategia di resistenza al dominio eterosociale, un sistema che supera il binomio sesso/genere per rafforzare il potere delle devianze. Lo scorso anno, attraverso il suo esordio da regista con l’ Orlando, la mia biografia politica, Preciado ci racconta la sua biografia, interrogandosi (e interrogandoci) sul cosa significhi abitare un nuovo corpo e un nuovo genere e, per farlo, si rifà alla voce di Orlando – il protagonista del romanzo di Virginia Woolf. Se l’Orlando di Woolf affrontava le implicazioni del che cosa significhi essere uomo o donna in un determinato contesto sociale, Preciado affronta un problema in più: che cosa significa sentire che il proprio corpo, e il proprio genere, non sono riconosciuti dalla società o dalle istituzioni che si abitano?

Per avvicinarvi a questo autore, abbiamo pensato di proporvi questo piccolo testo: sono un mostro che vi parla[1]. Non propriamente un libro, questo volume contiene una riproposizione del discorso integrale che Preciado ha sostenuto il 17 novembre 2019 al Palazzo dei congressi di Parigi in occasione delle giornate internazionali dell’École de la cause freudienne sul tema “Le donne in Psicoanalisi”. Chi è il mostro che vuole parlare ed essere ascoltato? Davanti agli accademici della psicoanalisi – professionisti per i quali lui sarebbe affetto dalla ‘mostruosità di chi vive nella transizione’, Preciado struttura questo discorso ispirandosi al lavoro kafkiano ‘Una relazione per un’Accademia’, nel quale troviamo una scimmia spiegare ad un congresso di scienziati che la soggettività umana è una gabbia paragonabile a una fatta di sbarre di metallo. A dimostrazione della potenza scomoda delle sue parole, Preciado non riesce a terminare il suo discorso, che viene però filmato e diffuso – in maniera frammentata – online. Decide allora di pubblicato integralmente, anche in italiano, per arricchire ed estendere il dibattito in Italia.

“Io mi rivolgo a voi dalla mia ‘gabbia’ di uomo trans. Io, corpo che il discorso medico e giuridico ha marchiato come ‘transessuale’, che la maggior parte delle vostre diagnosi descrivono come soggetto di una ‘metamorfosi impossibile’; io che, secondo la maggior parte delle vostre teorie, mi colloco al di là della nevrosi, sull’orlo o addirittura dentro la psicosi, incapace, secondo voi, di risolvere in modo adeguato un complesso di Edipo o vittima dell’invidia del pene. Ebbene, è da questa posizione di malato mentale a cui mi relegate che mi rivolgo a voi, in quanto scimmia-umano di una nuova era. Sono il mostro che vi parla. Il mostro che avete costruito con i vostri discorsi e le vostre pratiche cliniche. Sono il mostro che si alza dal lettino e prende la parola, non in quanto paziente, ma in quanto cittadino, in quanto vostro pari mostruoso”.

In questo piccolo ma densissimo e potente testo, Preciado non si sofferma nel parlare dell’omofobia e la transfobia che regna ancora oggi nelle nostre discipline e nei nostri campi di studio. Pagina dopo pagina accompagna invece il suo pubblico – e noi lettori – ad interrogarsi sulle radici binarie di genere delle pratiche psicologiche e psicoanalitiche e sulle trasformazioni necessarie da portare avanti. Trasformazioni da elaborare collettivamente, per costruire una nuova epistemologia capace di tenere conto e rendere conto della molteplicità dei viventi, senza ridurre il corpo alla sua forza riproduttiva eterosessuale, e che non legittimi la violenza etero-patriarcale e coloniale. “Invoco con tutto me stesso l’emergere di una psicanalisi mutante, all’altezza della mutazione di paradigma che stiamo vivendo.”

Non è un testo facile, ma la lettura è piacevole e – nonostante la complessità del linguaggio –  profondamente e visceralmente comprensibile. Irriverente e politico, ci consente di mettere in discussione tante di quelle credenze che ci circondano, nella vita e nelle discipline che pratichiamo, impregnante di nozioni binarie  che ci impediscono di vedere l’intero spettro dell’esperienza umana. Pagina dopo pagina ci esorta ad ‘evolverci – incorporando la varietà’.

“Oggi lo vedo chiaramente, se non fossi stato indifferente al mondo ordinato e cosiddetto felice della norma, se non fossi stato cacciato dalla mia stessa famiglia, se non avessi preferito la mia mostruosità alla vostra eterosessualità normale, se di fronte alla vostra sanità sessuale non avessi optato per la mia devianza sessuale, non avrei mai potuto sottrarmi.. o, per essere più precisi, decolonizzarmi, diseidentificarmi, debinarizzarmi. […]

Il corpo trans sta all’eterosessualità normativa come Lesbos sta all’Europa: una frontiera le cui estensione e forma si perpetuano esclusivamente tramite la violenza. Tagliare qui, incollare là, togliere questi organi, sostituirli con altri.

Il corpo trans è la colonia. Ogni giorno, in qualunque strada di Tijuana o di Los Angeles, di Atene o di Siviglia, un corpo trans viene ammazzato con la stessa impunità di una nuova occupazione da un lato o dall’altro del Giordano. La psicologia clinica e la medicina concorrono a una guerra per l’imposizione e la normalizzazione degli organi del corpo trans”.


[1]il titolo originale è in realtà posto in forma interrogativa Can the Monster speak?, volendo probabilmente richiamare il noto interrogativo di Spivak: Can the subalternspeak?

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ESCLUSI: VITTIME O PROTAGONISTI? Narrazioni sulla responsabilità della dinamica inclusione-esclusione

Viviamo in un’epoca in cui l’inclusione sociale è un concetto chiave. Tuttavia, sembra importante chiederci cosa significhi davvero essere inclusivi e come stiamo effettivamente contribuendo a realizzare questo obiettivo. Sarebbe importante che fossimo consapevoli dei possibili elementi nascosti dietro la retorica dell’inclusione. Nel riflettere su queste questioni, è cruciale considerare le esperienze delle persone con disabilità, che sono tra le principali beneficiarie delle politiche di inclusione. Potrebbe essere che alcune delle barriere non siano solo esterne, ma anche create e perpetuate dalle persone senza disabilità? Affrontando il problema dell’abilismo e della marginalizzazione ed essendo dei membri di questa società, come possiamo lavorare insieme per superare queste sfide e costruire una società più inclusiva?

Per iniziare, potremmo partire da una riflessione sul concetto di normalità. Definire chiaramente il termine “normalità” potrebbe fornire un punto di partenza utile.

Cercando la definizione, sul dizionario Treccani, si trova:

normalità
/nor·ma·li·tà/ normalità s. f. [der. di normale]. – [carattere o condizione di ciò che è o si ritiene normale: vivere nella n.; il ritorno alla n.] ≈ abitudine, consuetudine, norma, prassi, quotidianità, regolarità. Condizione riconducibile alla consuetudine o alla generalità, interpretata come ‘regolarità’ o anche ‘ordine’.

La normalità è un concetto che nasce ad inizio del 1800 in ambito astronomico con la curva di Gauss, che serve per approssimare la distribuzione degli errori commessi nelle misurazioni ripetute di una stessa grandezza. Inizialmente, quindi il termine svolge una funzione prettamente statistica-matematica. Successivamente, nel 1820, venne introdotto nel campo sociale da Quetelet, un astronomo e statistico belga che, occupandosi anche di studi sociali adottò il termine allo studio delle dinamiche umane. In questo modo, Quetelet utilizzò il termine ‘normale’ per la definizione della “normalità” in un contesto sociale arrivando all’elaborazione del concetto di uomo medio (l’homme moyen) che viene concepito, in una visione caratteristica dell’epoca, come rappresentazione più autentica dell’umanità.  Come scrive Quetelet «ogni qualità, entro i giusti limiti, è essenzialmente buona; soltanto alle deviazioni estreme della media diventa cattiva». In questa forma, il concetto appare notevolmente diverso dal modo con cui viene utilizzato nella società odierna dove solo l’apice della curva, una porzione molto limitata dello spettro delle differenze umane, è considerata “normalità” e tutto il resto è vissuto e concepito come diverso, anormale. La visione contemporanea della normalità sembra limitarsi a una piccola porzione della curva, intesa come unica rappresentazione possibile di una supposta “normalità”. Questa visione, basata su una definizione e concezione statistica della normalità, si accompagna ad un approccio che tende ad adattare ciò che “normale non è”, non riuscendo a catturare e valorizzare la complessità della realtà sociale e di ciò che non è comune, frequente, abituale. Questo significa che occorre cautela e sapere discernere tra visione matematica e sociale, riconoscendo il valore della diversità intrinseca dell’umanità.

Allo stesso modo, anche il polo opposto del concetto di “normale” varia in base al contesto e alle lenti adottate. In termini matematici, si parla di estremo o eccezionale; nella sfera sociale, si utilizzano parole come insolito o strano. Nel campo medico, si considera patologico; in quello della salute mentale, l’anormalità, viene associata spesso alla follia.

Cercando la definizione di “diversità”  sul dizionario Treccani, troviamo:
/ di·versità /1. [l’esser diverso e ciò per cui due cose sono diverse] ≈ differenza, difformità, (non com.) dissimilitudine, (lett.) dissomiglianza, distinzione, disuguaglianza. ↔ affinità, analogia, somiglianza, uguaglianza. 2. [il divergere nel modo di pensare, di giudicare e sim.] ≈ e ↔ [→ DIVERGENZA (2)]. 3. a. (soc.) [condizione di chi è considerato da altri, o considera sé stesso, diverso rispetto a una presunta condizione di normalità] ≈ ‖ anormalità. ⇓ handicap, omosessualità. ↔ normalità. b. (fam., eufem.) [l’essere attratto da persone dello stesso sesso] ≈ omosessualità. ↔ eterosessualità, normalità.

In qualità di psicologi e psicologhe sensibili al contesto e ai determinanti sociali e alla complessità dell’identità individuale, di gruppo e sociale, riconosciamo il ruolo cruciale che la diversità rivesta nella sua costituzione. Ad esempio, è insito nell’essere umano riconoscersi in aspetti diversi dagli altri, abbiamo bisogno di differenziarci per identificarci in qualcosa o qualcuno.

A livello sociale, la società umana si basa sulla capacità di riconoscersi in elementi distintivi e diversi, fondamentali per l’identificazione individuale e collettiva. Come sappiamo, le principali differenze, socialmente costruite, usate per classificare i membri dei diversi gruppi sociali e le relative appartenenze sono relative a: razza (o etniche o di provenienza geografica), età, religione, filosofia, abilità fisiche, contesto socioeconomico, orientamento sessuale, identità di genere, intelligenza, salute fisica, salute mentale, attributi genetici, personalità e comportamento e classe sociale. Pur essendo la differenza un valore e la convivenza delle diversità umane faticosa e spesso impossibilitata, crediamo che troppo spesso l’identificazione con il proprio specifico gruppo ostacoli la volontà degli individui di cooperare con ‘persone diverse da me/noi’, appartenenti ad un altro gruppo sociale.

Quale rapporto può esistere tra normalità e diversità, in ambito prettamente sociale ?
Il concetto di inclusione è oggi molto utilizzato per descrivere questo rapporto che in passato espresso e operazionalizzato attraverso il concetto di integrazione, che si riferiva alla necessità di mettere fisicamente insieme le persone senza consentire loro di condividere strumenti, opportunità e risultati. Questo concetto sembra implicare il sentirsi accettati dal contesto e sottointendere un adattamento reciproco.

Il successivo termine <<inclusione>> è stato introdotto dalla convenzione dell’Onu,  all’interno del Vertice mondiale per lo Sviluppo Sociale tenutosi a Copenaghen nel 1995. In seguito, si è diffusa la narrazione della “società inclusiva”, che, in linea con l’Agenda dell’ONU 2030, si propone di ridurre le disuguaglianze sia all’interno dei Paesi sia tra di essi, promuovendo un approccio più inclusivo.

Come sostiene il filosofo Jürgen Habermas, “inclusione non significa accaparramento assimilatorio, né chiusura contro il diverso. Inclusione dell’altro significa piuttosto che i confini della comunità sono aperti a tutti: anche, e soprattutto, a coloro che sono reciprocamente estranei o che estranei vogliono rimanere.” (L’inclusione dell’altro, 2013).

Una società veramente inclusiva dovrebbe eliminare ogni forma di discriminazione, evitando di promuovere un vissuto di esclusione sociale, che può portare gli individui, soprattutto appartenenti a determinate minoranze marginalizzate, a livello culturale e materiale, a non sentirsi nè essere pienamente partecipi alla vita della comunità Quando ci si sente in una posizione marginale, l’introiezione di stigma e le esperienze di pregiudizio, facilmente si traducono in forme di isolamento sociale e di perdita dei legami del senso di appartenenza ad una comunità ampia, ad un orizzonte comune e condiviso di senso.

Facendo un passo indietro, ripartendo dal principio, oggi nella nostra società esistono molte lotte per l’inclusione. Sono infatti molte le differenze tra individui e gruppi e le soggettività marginalizzate e discriminate.
In questo articolo ci focalizziamo sull’inclusione delle persone con disabilità. Questo perché è relativamente recente il pieno riconoscimento giuridico dei diritti delle persone con disabilità. Inoltre, come sottolineato, chi scrive è una persona con disabilità fisica che ha una lunga esperienza vissuta del cosiddetto “mondo delle persone con disabilità” e che si interroga molto sulle varie lotte alle quali assistiamo e che viviamo in prima persona in questo momento storico. Per esempio, quando si esce per andare in un locale o a casa di amici, il primo pensiero della persona disabile è ‘ci saranno scalini per entrare? il bagno sarà accessibile?’.

A partire dagli anni ’70 sono state istituite cosiddette soft law, norme o risoluzioni non vincolanti per gli stati, come ad esempio la Dichiarazione sui diritti delle persone con ritardo mentale (1971), la Dichiarazione dei diritti delle persone con disabilità (1975) e le Regole per le pari opportunità delle persone disabili dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1993).

Un cambio di paradigma riguardo alla concezione della disabilità è avvenuto nel 2008, con lalaConvenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (United Nations Convention on the Rights of Persons with Disabilities, cosiddetta CRPD), il primo strumento internazionale vincolante in tema di disabilità. La convenzione sancisce il passaggio dal modello medicalizzato (disabilità come mero stato di menomazione e di malattia) ad un modello cosiddetto sociale della disabilità in cui questa non è più concepita come deficit rispetto alla normalità ma come prodotto dell’interazione tra specifiche caratteristiche delle persone e specifici contesti sociali e di vita. Inoltre, la CRPD estende notevolmente il concetto di disabilità, includendo anche le disabilità psicosociali, in cui rientrano molte delle esperienze di persone con disagio mentale, in maniera del tutto indipendente dal livello di gravità e intensità.

E’ importante questo passaggio, perchè si sposta l’asse di tutela della disabilità dalla mera assistenza medica e ad un trattamento ortopedico e ortopedizzante ad una azione comprensiva volta ad eliminare ogni forma di discriminazione intesa come ‘qualsivoglia distinzione, esclusione o restrizione sulla base della disabilità che abbia lo scopo o l’effetto di pregiudicare o annullare il riconoscimento, il godimento e l’esercizio, su base di eguaglianza con gli altri, di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale, civile o in qualsiasi altro campo’ (Preambolo della Convenzione, 2008). Il concetto sottostante è che è il mondo ad essere disabilitante.

Il CRPD è stato fondamentale per riconoscere la dignità delle persone con disabilità  e la libertà di fare le proprie scelte, e l’indipendenza, il cosiddetto “diritto ad avere diritti delle persone con disabilità”(Saraceno et al. 2022). Questo consente  di dare la possibilità di partecipazione attiva alla vita  sociale e comunitaria.

In riferimento alle persone con disabilità, nel tempo, sono state sviluppate pratiche di inclusione: nell’ambito lavorativo il collocamento mirato; nell’ambito scolasticol’introduzione dei docenti di sostegno e progetti adeguati; nell’ambito abitativo i condomini solidali, oppure i gruppi locali d’incontro iniziative di turismo sociale.

Naturalmente questi sono solo alcuni esempi di pratiche inclusive, ma evidenziano come ci sia ancora molta strada da fare per permettere alle persone con disabilità di sentirsi libere di fare scelte indipendenti per la propria vita fornendo tutti gli strumenti e le opportunità necessarie: ad esempio, se la società fosse realmente inclusiva, una persona con disabilità non dovrebbe neanche domandarsi se il posto in cui deve andare è accessibile.

Rispetto ad altre lotte per l’inclusione è significativo come la disabilità debba lottare contro il concetto di deficit, che porta a un vissuto di malattia e quindi spesso suscita pietà da parte persone normodotate. Infatti, non bastano le leggi per cambiare la sensibilità, cultura e pensieri.

Bisogna riconoscere che l’inclusione è un processo lungo e complesso. Se guardiamo bene a tutto ciò che è stato qui scritto, sembrerebbe però che chi si sente escluso abbia un ruolo passivo: il presupposto è che, per superare alcune forme di esclusione, debba essere la persona ‘normale’ a lavorare su di sé per permette a chi si sente ‘diverso’ di far parte della società, per includere

Ma è proprio così? Quanto è rischioso e probabile che chi si sente ed è escluso abbia un ruolo passivo nel processo di inclusione? Quanto è possibile che alcuni vissuti di marginalità siano incorporati e sedimentati? Personalmente, ho cambiato il mio approccio agli altri negli anni: mi faceva molto arrabbiare quando qualcuno mi osservava in modo ossessivo oppure continuava a volermi aiutare invadendo i miei spazi oppure sentiva l’esigenza di accarezzarmi la testa; finché non mi è stato fatto notare dal mio terapeuta che la disabilità suscita nelle persone normodotate un vissuto di pietà, perché ci si trova di fronte all’impotenza dell’essere umano. Così ho iniziato a vedere le persone con le loro fragilità davanti alle mie e a riconoscerci come essere umani diversi ma non per questo divisi che non possono dialogare e darsi qualcosa da entrambe le parti.

Se la società in cui viviamo è certamente caratterizzata dalla cultura dell’egoismo, ossia la difficoltà a rispettare il pluralismo e considera l’ego, nel suo sostanziale isolamento, unico e universale punto di partenza (La cultura dell’egoismo. L’anima umana sotto il capitalismo di C. Castoriadis e C. Lasch 1986), questo accade anche per ciò che Castoriadis e Lasch definiscono l’esaltazione morale della figura della vittima, che porta alla vittimizzazione come unico criterio di riconoscimento con il rischio che le persone ‘diverse’ possano faticare ad uscire da questa posizione di subordinazione e marginalità.

Questa vittimizzazione può diventare la base su cui fondare le proprie rivendicazioni, offuscando una visione più ampia. Il rischio è quello di chiudersi in una rabbia verso gli altri, i cosiddetti normali, come se non ci fosse niente da spartire con altri che non hanno le stesse specifiche caratteristiche. Questo però, a sua volta, rischia di alimentare la barriera e le distanze tra cosa è ‘normale’ e cosa è ‘diverso’.

In sintesi, l’inclusione non può avvenire  esclusivamente dalla parte dei cosiddetti ‘normali’. E’ naturalmente necessaria, create le reali condizioni di possibilità, anche la volontà di essere inclusi da parte dei cosiddetti “diversi”, marginalizzati ed esclusi. Anche i cosiddetti “diversi” possono avere un ruolo attivo e una parte di responsabilità. Per questo motivo, al termine “inclusione” potrebbe essere utile affiancare un nuovo termine, quello di “coesione”, che sta iniziando a  prendere piede soprattutto nell’ambito della disabilità, come testimonia la compresenza dei due termini negli obiettivi del Pnrr. Questo porta alla speranza, da parte di alcune e alcuni, che, in futuro, i due termini possano essere sostituiti, veicolando con maggior forza il carattere di co-responsabilità e co-partecipazione alla definizione degli assetti sociali, ciascuno secondo le proprie possibilità e senza negare le dinamiche sociali e politiche che, troppo spesso, continuano a creare marginalità ed esclusione di alcuni gruppi sociali a beneficio esclusivo di altri, privilegiati.

Come scritto in precedenza, essendo in primis una persona diversamente abile, posso dire che ho vissuto sulla mia pelle molti degli aspetti riportati e discussi in questo articolo. Proprio quando ho iniziato a non vedere gli ‘altri’ come i ‘nemici’ e mi sono posta in modo proattivo nella società, mi si sono aperte delle possibilità. So che non è facile, ma ne vale la pena per raggiungere una società più unita.

In conclusione, sarebbe auspicabile adottare una prospettiva che abbracci una società in cui non si cerca di definire una normalità rigida, ma piuttosto si riconosce e valorizza la ricchezza delle molteplici diversità presenti. È essenziale garantire a ogni individuo, indipendentemente dalle sue differenze, il pieno riconoscimento e la legittimità delle proprie esperienze e identità. Questo approccio non solo favorirebbe una maggiore inclusione sociale, ma anche un clima di rispetto reciproco e di comprensione delle varie prospettive.

BIBLIOGRAFIA

Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (United Nations Convention on the Rights of Persons with Disabilities, cosiddetta CRPD), 2008

Treccani online: http://www.treccani.it/vocabolario

Chaney S, 2023. Sono normale? Due secoli di ricerca ossessiva della «norma» 

Castoriadis C., Lasch C. 1986. La cultura dell’egoismo. L’anima umana sotto il capitalismo

Habermas J. 2013. L’inclusione dell’altro. Studi di teoria politica.

 Saraceno B., Del Giudice G., Dirindin N., De Fiore R., (2022). Advocacy per la salute mentale. Una guida pratica per cittadine e cittadini, associazioni e istituzioni. Il pensiero scientifico ed.


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L’eredità emotiva. Una terapeuta, i suoi pazienti e il retaggio del trauma

di Galit Atlas, ed. Cortina 2022

Nessuno di noi può scegliere dove e da chi nascere. L’eredità emotiva ci è toccata in sorte. Eppure con questo libro possiamo riflettere sulla possibilità che tutti noi abbiamo di distinguere fra il fato ereditato, che non possiamo cambiare, e il destino che invece possiamo costruirci da soli.

Le storie dimenticate, ereditate e non elaborate premono per tornare sperando in un altro esito. Così l’inconscio umano ci riporta continuamente nel vissuto originario in cui le cose sono andate male con il desiderio di rifare tutto daccapo, di riparare il danno e di risanare i feriti e i danneggiati.

“Giungiamo alla conclusione che è la vita non analizzata degli altri che noi finiamo per vivere”

Come un dono d’amore agito inconsapevolmente ci identifichiamo con le generazioni precedenti: con quelli che sono stati offesi, umiliati, violati, uccisi. Nella nostra fantasia curare loro significa curare noi stessi.

Attraverso le storie di vita raccontate in questo libro, possiamo riflettere su quest’illusione. La Atlas, psicoanalista israeliana che lavora da anni a New York, accompagna il lettore all’interno della stanza di terapia dei suoi pazienti, trasmettendo la forza dei passaggi terapeutici compiuti assieme a loro, nell’intento di disseppellire i loro traumi familiari, elaborare le loro perdite e il profondo impatto che queste hanno avuto sulle loro vite, al fine di sciogliere il proprio legame invisibile con il passato, di liberarsi e di creare il proprio futuro, salvando non solo se stessi ma anche la generazione successiva dal dover continuare a sopportare un trauma non elaborato. L’autrice descrive una fitta rete di dinamiche familiari – perlopiù inconsce – che possono crearsi attorno ai segreti. La prima parte del libro racconta la terza generazione di sopravvissuti. È incentrata sul trauma dei nonni e su come si presenta nella mente di un nipote. La seconda parte è rivolta ai segreti dei genitori che riverberano sulle vite dei figli, mentre la terza ed ultima parte si concentra su noi stessi, sull’importanza di un percorso di elaborazione personale volto a rompere il ciclo del trauma intergenerazionale. La persona che intraprende un percorso di psicoterapia inizia a svelare e verbalizzare un’eredità fatta di fantasmi non analizzati dalle generazioni precedenti, avvicinandosi alla propria verità emotiva. Dando parole e significato all’indicibilità del trauma il dolore ereditato si trasforma in resilienza e guarigione. Così i pazienti, aprendo la porta della stanza di terapia, decidono di “camminare verso il dolore del passato, anziché voltargli le spalle”.

Sollecitati da numerosi riferimenti alla vita dell’autrice, nata e cresciuta in Israele e ad alcuni dei protagonisti del libro, non possiamo non interrogarci anche sui fatti di cronaca attuale. In questo libro c’è molto del mondo ebraico, di Israele e della nascita di questo Stato: una nazione fondata sul trauma della persecuzione che ha cresciuto generazioni di soldati e combattenti. “Ogni guerra sarà un’occasione per ripetere e riparare le sconfitte e le umiliazioni passate dagli ebrei”… “il desiderio di riparazione e, questa volta, di uscire vittoriosi, si basa sull’illusione che, quando ci riusciamo, diventiamo i vincitori. Di fatto, però, la vittoria di un soldato non è mai soltanto un trionfo. È anche una perdita, una ferita, come pure la ripetizione di un trauma precoce che si supponeva potesse guarire”… “attraverso il nostro bisogno di guarire antichi traumi, di fatto ci ritraumatizziamo”.

C’è un’evidenza scientifica che sta alla base di quest’opera e proviene dalle neuroscienze e dagli studi sull’epigenetica. Quest’ultima suggerisce che l’essere umano risponde agli stimoli dell’ambiente esterno a livello molecolare; una sorta di memoria raccolta dai nostri geni e trasmessa ai successori. Le ricerche condotte in questi ultimi anni hanno permesso di aggiungere nuove ed importanti pagine, evidenziando come la psicoterapia possa “riprogrammarci” sanando gli effetti biologici distruttivi del trauma. Solo attraverso l’elaborazione del trauma ereditato sarà infatti possibile smettere di ripeterlo (e riviverlo) e dunque ripararlo e guarirlo una volta per tutte. Il lettore comprende così l’importanza di svelare un passato che non si può modificare, ma di cui si possono accettare gli esiti dolorosi delle antiche catastrofi.

Accettare quello che non può essere cambiato consente di avviare il processo del lutto, che ci ricollega alla vita, lasciando spazio alla nascita di nuove possibilità.

Questa è la sola e unica strada che apre la porta verso un nuovo futuro (di pace).