+

Ripensare la diagnosi: il modello PTM e l’intervento nei contesti

Domenica 7 aprile alle ore 16.30 siamo lieti di invitarvi a “Ripensare la diagnosi: il modello PTM e l’intervento nei contesti”, un’occasione di confronto e scambio sul tema della diagnosi e del nuovo approccio alla diagnosi psicosociale del modello PTM che vedrà coinvolti utenti, familiari e operatori.

L’ingresso è libero e aperto a tutti e tutte, vi aspettiamo numerosi!

📝Domenica 7 aprile alle ore 16.30

🎈 presso Spazio Medionauta, Via Confalonieri 2, Milano (M2-M5 Garibaldi / M5 Isola)

✍ per informazioni: milano@sportellotiascolto.it; tartavela@latartavela.it / 02 39265792

+

EspressivaMENTE: percorso arteterapeutico e fototerapeutico di gruppo

A Torino, dal mese di aprile, partirà “EspressivaMENTE. Percorso arteterapeutico e fototerapeutico di gruppo”, uno spazio per conoscere e incontrare l’Altro attraverso la creatività!

📝Il mercoledì dalle 20.00 alle 21.30, a cadenza quindicinale, a partire da mercoledì 10 aprile 2024.

🚋Via Verdi 23, Torino.

✍Per informazioni: torino@sportellotiascolto.it; 389-2157377.

+

Melanconia di classe. Manifesto per la working class

di Cynthia Cruz

Ed. Blu Atlantide 2022, Orig. The Melancholia of Class. A Manifesto for the Working Class, 2021.

“Poiché le persone della working class hanno sperimentato una morte simbolica, tentare di parlare di classe sociale significa evocare un fantasma. Questo libro è popolato di figure simili a spettri. Né viva né morta, la working class esiste fra i mondi” (p. 14).

Chi sono questi fantasmi working class che infestano le società capitalistiche neoliberiste? Che posto hanno i loro vissuti, le loro esperienze di sofferenza e i tentativi di uscirne? Che cos’è questa melanconia che pervade le traiettorie delle persone working class?

Attorno a queste domande si sviluppa il libro di Cynthia Cruz, una poetessa, saggista, ricercatrice e docente accademica che intreccia la propria storia personale, nata in una famiglia working class di origini messicane e passata attraverso diversi vissuti dolorosi nel percorso da transfuga di classe una volta entrata nel mondo accademico, a un’elaborazione di ampio respiro che mescola generi di scrittura e analisi, dalla critica culturale, musicale, cinematografica e letteraria, agli sguardi filosofici, psicoanalitici e sociologici, arrivando a produrre un mix denso di suggestioni psicopolitiche che riverbera fortemente in particolare con il lavoro di Mark Fisher rispetto agli effetti psichici del realismo capitalista[1].


L’autrice sviluppa la riflessione concatenando episodi e frammenti della sua vita a film, libri e in particolare le storie di artistə e musicistə con origini working class, dai Joy Division a Amy Winehouse passando dai Jam, Marshall e Barbara Loden e moltə altrə, ognunə a loro modo rappresentativə di questa particolare condizione spettrale. Un’esperienza quella working class fondata su una cancellazione simbolica totale della propria condizione, in una società che pur reggendosi sul lavoro delle persone working class in condizioni di sempre maggior e pervasivo sfruttamento nega l’esistenza stessa delle classi sociali, in un mondo in cui tuttə saremmo appartenenti a una “magica” classe media che ha nelle proprie mani il proprio destino e in cui il fallimento e la povertà è unicamente responsabilità individuale. Un’esperienza cancellata a cui se ne aggiunge un’altra nell’esito della traiettorie di chi prova a fuggire dalle proprie origini, come la Cruz stessa e lə artistə descrittə, in cui il ritrovarsi nei contesti borghesi e privilegiati diventa allo stesso tempo impossibile, senza la possibilità di essere pienamente riconosciuti, di esprimersi e di essere compresə e ascoltatə: “davanti all’opzione di due morti – morire nel passato o rinunciarci, che equivale a rinunciare a sé stessi, e sopravvivere – quale morte scegliereste voi?” (p. 155). Una doppia negazione, che risuona con la “doppia assenza” di Abdelmalek Sayad [2] e che sfocia in una doppia morte: non è possibile essere pienamente in vita in questo doppio vuoto pneumatico, sociale, simbolico e psichico. Una condanna in entrambi i casi a una “morte nella vita” come descriveva Frantz Fanon ne La sindrome nordafricana[3] rispetto alla condizione degli immigrati dal Maghreb in Francia negli anni ‘50, nel loro vissuto di svuotamento e corpo a corpo quotidiano con la morte nell’annichilimento della dinamica razziale e coloniale: un’atmosfera assente e mortifera che sembra accompagnare anche l’esperienza di vita dei fantasmi working class descritti dalla Cruz.
Ed è qui che l’autrice richiama il lavoro di Freud in “Lutto e melanconia”, in quell’esperienza melanconica di perdita in cui non è chiaro che cosa si sia perso, e in cui l’unico modo di esprimere questa perdita sia rivolgerla contro sé stessə, in un contesto sociale e politico che impedisce la possibile elaborazione di questo lutto negando l’esistenza stessa dell’oggetto perduto: “Quando ho abbandonato la mia città per diventare “qualcuno”, mi sono lasciata alle spalle il mio oggetto d’amore formativo, la mia educazione working class. Per poter elaborare il lutto di questa perdita avrei dovuto prenderne atto. Ma siccome negli Stati Uniti la classe come come oggetto del discorso è stata rimossa, siccome agli americani è stato insegnato a credere che non ci sono differenze di classe, quando ho abbandonato le mie origini, quello che ho perso è rimasto invisibile ai miei occhi” (p. 89).

In questa invisibilizzazione è il corpo, fenomenologicamente, a diventare luogo di espressione piena di questo dolore, così come delle rabbie incontenibili: i vissuti anoressici e bulimici dell’autrice, così come l’abuso di sostanze e alcool e gli atti suicidari dellə artistə raccontate, vengono riletti attraverso il tentativo di riprendere controllo di questa doppia morte imposta, attraverso la spinta estrema all’autodistruzione. Una spinta a farla finita che più che uno spegnimento rassegnato viene analizzato come una spasmodica ricerca di una conclusione che porti a un nuovo inizio, in un’interessante ricollocazione della pulsione di morte freudiana.

Ma anche le forme di espressione controculturali, come il punk e i mod, sono riletti alla luce della melanconia di classe e dei suoi tentativi di romperne i meccanismi, in un intreccio tra atti individuali e collettivi di ricerca di altri spazi da quelli prescritti dalle società neoliberiste. I luoghi e la spazialità sono infatti un altro nodo fondamentale della riflessione dell’autrice: le spinte autodistruttive così come i tentativi di espressione creativa e sociale collettiva convergono nella ricerca di un “terzo spazio” (p. 192) tra le due morti della working class. In una società in cui per le persone working class non esiste il tempo libero o luoghi non determinati dal lavoro o dalle condizioni di emarginazione, in quartieri aggrediti dalla gentrificazione e case sempre più invivibili, il costante muoversi verso una fuga impossibile, attraverso esperienze dissociative psichiche e reali, appare come una ricerca di un altrove dove poter ritrovare sollievo e capacità di agire. Spazi intrisi di passato ma non nostalgici, radicati in un tentativo di redenzione della propria storia come analizza l’autrice attraverso il lavoro di Walter Benjamin.

Il libro della Cruz è una lettura che appare illuminante per smettere di negare la working class, nella società come nella clinica psicologica, e riconoscere come l’antagonismo tra le classi non sia qualcosa che è realmente possibile nascondere in favore di letture riduzionistiche (biomediche, familiari, culturali) ma che trova le strade per emergere. Una via alternativa che traccia l’autrice è al contrario riconoscere nel loro complesso le traiettorie delle persone working class e le diverse forme di espressione di sofferenza così come le loro risorse e strategie di sopravvivenza, rottura e lotta, e tra questi sentieri potrebbero dispiegarsi percorsi di cura e salute centrati sui bisogni e i desideri della working class, dismettendo le lenti borghesi e neoliberiste dominanti anche in campo clinico e scientifico.

Un paio di secoli fa un famoso spettro si aggirava per l’Europa[4], oggi la Cruz ci accompagna tra le storie di altri spettri continuano a muoversi e cercare un modo per prendere spazio, voce, vita. E se invece che su un lettino riuscissimo veramente a conoscerli, e conoscerci, nelle lotte di classe? Buona lettura!


[1] Fisher, M., Realismo capitalista, Nero, 2018.

[2] Sayad, A., La doppia assenza, Raffaello Cortina Editore, 2002.

[3] Beneduce, R., (a cura di), Fanon, F., Decolonizzare la follia: scritti sulla psichiatria coloniale, Ombre Corte, 2011, p. 92.

[4] “Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo”, Marx, K., Engels, F., Il manifesto del partito comunista, Feltrinelli, [1848] 2017.

+

Kit per la Prescrizione Sociale

E’ stato recentemente pubblicata la traduzione italiana,  curata da Istituto Superiore di Sanità (ISS), Cultural Welfare Center (CCW) e DoRS Regione Piemonte, in collaborazione con il Centro BACH-Università di Chieti e Pescara, il Centro per la Salute del Bambino e la Fondazione Medicina a Misura di Donna,  del volume della WHO “A toolkit on how to implement social prescribing”, con l’obiettivo di fornire a organizzazioni, decisori e singoli professionisti sanitari una guida pratica per l’attuazione di un programma di prescrizione sociale da offrire agli utenti dei servizi sanitari.

Che cosa è la prescrizione sociale ?

Innanzitutto, la prescrizione sociale si basa sulle prove scientifiche relative all’impatto dei fattori socioeconomici sulla salute e sull’ipotesi che affrontare i determinanti sociali sia cruciale per migliorare gli esiti di salute e benessere. Quindi, se i fattori socioeconomici e i contesti sociali hanno un ruolo determinante nella definizione delle traiettorie di vita e sulla probabilità di ammalarsi degli individui, i medesimi contesti sociali contengono dei “principi attivi” con elevato potere curativo e terapeutico.

Questo significa che la prescrizione sociale rappresenta un approccio, sempre più centrale, mediante cui i servizi sanitari e i professionisti possono utilizzare le risorse comunitarie non direttamente legate all’ambito sanitario per affrontare le esigenze dei pazienti rispondendo ai loro bisogni di salute e contribuendo al miglioramento della salute e del benessere complessivo.

Inoltre, la prescrizione sociale ha grandi potenzialità nell’ottica della promozione della salute e di ciclo di vita, in particolare per la promozione dello sviluppo infantile precoce e il supporto alla genitorialità.

Sebbene la prescrizione sociale possa giovare a chiunque, le persone più fragili sono quelle che possono trarne maggiori benefici, con implicazioni importanti sull’impatto delle prescrizioni sociali sulle disuguaglianze sociali e di salute.

In particolare, è stato evidenziato un beneficio delle prescrizioni sociali per persone con patologie croniche, persone sole o socialmente isolate, persone ad alto rischio di disturbi mentali, persone vulnerabili, ad esempio a causa dell’età o della loro condizione economica.

Inoltre, a fronte della sempre crescente inappropriatezza prescrittiva, le prescrizioni sociali sembrano introdurre un elemento di discontinuità nei paradigmi di cura correnti, ribilanciandoli, almeno idealmente, e contrastandone la forte spinta medicalizzante.

In conclusione, le prescrizioni sociali possono costituire una preziosa risorsa per le comunità e molte fasce di popolazione, soprattutto le più svantaggiate. Tale risorsa sembra insieme sfidare e costituire un’opportunità per i professionisti, i servizi sanitari e i paradigmi di cura.

E’ possibile scaricare la guida qui.

+

Festival “Tu mi hai capito?”, seconda edizione

Per il secondo anno consecutivo, collaboreremo con ACMOS alla seconda edizione del Festival sulla salute e il benessere “Tu mi hai capito?”. Persone e realtà impegnate nella promozione della salute mentale delle giovani generazioni, hanno constatato il peggioramento delle condizioni di salute dei giovani. Il festival è nato come un tentativo di portare all’attenzione della cittadinanza un argomento delicato, e l’entusiasmo e l’attenzione dei partecipanti lo scorso anno hanno dimostrato che questo era un passo necessario.

Nonostante sia trascorso un anno, i dati sulla salute mentale giovanile in Italia continuano a destare preoccupazioni crescenti. Pertanto ACMOS ha annunciato con determinazione la seconda edizione di “Tu mi hai capito?”, con l’obiettivo di coinvolgere nuove realtà e ampliare il dialogo su questa delicata tematica.

La società deve prendersi cura delle sue fragilità, specialmente quando sono i giovani a esprimerle, e garantire un futuro sano.

Il programma completo del festival sarà presto disponibile sul sito dedicato e sui canali social Facebook e Instagram (ACMOS).

Invitiamo tutta la cittadinanza a partecipare alle attività del festival e alle iniziative programmate.

Il sostegno di tutte/i noi è fondamentale per costruire un dialogo pubblico sulla salute mentale. Ogni contributo, grande o piccolo, sarà un passo verso la realizzazione di questo obiettivo.

Chi desideri sostenere la seconda edizione di “Tu mi hai capito?”, può effettuare un bonifico a questo Iban:

IT29Q0501801000000011111119

intestato ad ACMOS, con la descrizione “campagna di sostegno al festival”.

Ringraziamo anticipatamente tutti coloro che decideranno di essere parte di questa iniziativa.

La partecipazione attiva della cittadinanza è fondamentale per il successo delle attività promosse dallo Sportellino Torino. Vi chiediamo di sostenere la nostra missione, partecipando alle iniziative e rivolgendovi ai servizi con i quali collaboriamo in partenariato.

Insieme possiamo costruire una comunità forte, solidale e consapevole.

+

Cerchiamo studentƏ delle scuole superiori per adattare Panikit al loro punto di vista!

Frequenti le scuole superiori?
Vuoi contribuire a migliorare la salute mentale e il benessere a scuola ?
Abbiamo un’opportunità per te!

Insieme a studenti e studentesse delle scuole superiori abbiamo sviluppato Panikit-Piccolo Kit di pacificazione con gli attacchi di panico a scuola. Ora, per adattarlo alle persone a cui è rivolto abbiamo bisogno del tuo punto di vista. Infatti, stiamo cercando di capire come studenti e studentesse delle scuole superiori valutano il Panikit. Crediamo infatti che il punto di vista delle persone che abitano e vivono le scuole sia fondamentale, così come il loro coinvolgimento e partecipazione, nella produzione di strumenti e misure a loro rivolti.

E tu, ti starai domandando, cosa puoi fare ? E’ semplicissimo!

1) 𝐋𝐞𝐠𝐠𝐢 𝐏𝐚𝐧𝐢𝐤𝐢𝐭 𝐠𝐫𝐚𝐭𝐮𝐢𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞

2)𝐂𝐨𝐦𝐩𝐢𝐥𝐚 𝐢𝐥 breve 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐚𝐫𝐢𝐨

Il tuo contributo può fare la differenza.

Ci aiuterà a produrre una seconda versione di Panikit, più vicina alle esigenze e ai punti di vista degli e delle adolescenti, ti darà preziose informazioni per la gestione degli attacchi di panico a scuola!

Se vuoi avere maggiori informazioni o fare parte del focus group che attiveremo per discutere panikit, puoi scriverci una mail a info@sportellotiascolto.it

+

Intorno alla nascita: esperienze personali e considerazioni su “rito” del parto, periodo perinatale e le sue politiche.

Introduzione

Questo articolo nasce dalle riflessioni effettuate in seguito a un’autoformazione tenutasi circa un anno fa, partendo dalle considerazioni nate dalla lettura di un comunicato sottoscritto dallo Sportello TiAscolto nel 2016 dal titolo: “Maternità e nascita in Italia: è tempo di cambiare. La posizione della Rete Sostenibilità e Salute” (Rete sostenibilità e salute, 2016). 

Scrivere non è stato semplice: ho avuto bisogno di un periodo “gestazionale”, per diverse ragioni, concrete ma anche più profonde. Inizialmente gli obiettivi non erano ben chiari e ciò ha influito sul lungo processo di revisione. Quanto accaduto mi ha ricordato quello che succede in sala parto: qual è l’obiettivo primario? Tutelare la salute della mamma e del bambino? Mettere al mondo più vite in meno tempo possibile? E cosa si intende per salute? 

Inizierei però dal raccontarvi il motivo per cui ho deciso di specializzarmi in psicologia perinatale: dopo la nascita del mio primo figlio, numerose sono state le domande che mi sono posta a riguardo di quello che accadde in quel delicato momento. Sentivo che ci sarebbe voluto un po’ di tempo per rimarginare le ferite lasciate dal parto e dall’immediato post partum passato in ospedale. E non intendo la sofferenza fisica, ma quella provata psicologicamente. Elaborato il dolore di quel periodo, mi sono ripromessa di usare la mia esperienza e la mia professione affinché ciò che ho vissuto non accadesse ad altre donne. 

Pertanto, quest’articolo si pone come obiettivo quello di evidenziare l’importanza della buona gestione del periodo perinatale affinché si creino le migliori condizioni per le relazioni tra famiglia, neonato e il contesto di vita.

Il parto come rito

Partorire significa “dare alla luce, attraverso il processo fisiologico del parto, una creatura” (definizione dal vocabolario online Treccani). Per il feto è un momento di passaggio, subito dopo il quale verrà denominato neonato. Per la donna lo è altrettanto: diventerà mamma (o mamma bis, tris, e così via). Declinata al participio passato, la parola “partoRITO” racchiude al suo interno due vocaboli, parto e rito, come se il primo fosse l’esito di un rituale scandito da tempi e regole definiti. Ma da chi? Come vedremo più avanti, oggi la maggioranza delle donne si ritrova a far nascere i propri figli in ospedale, vivendo la propria esperienza sulla base delle regole dettate dall’istituzione all’interno delle quali si trovano. Ci sarebbero altre possibilità? Nella nostra cultura, l’ospedale oggi sembra il posto più sicuro poiché gravidanza e parto vengono vissuti come una malattia, provando ansia e paura. Se le donne riuscissero a vivere il tempo e lo spazio del parto ascoltandosi, potrebbero essere loro a stabilire le proprie regole.

“Quando una donna partorisce in maniera fisiologica, con un parto non pilotato, senza sentirsi osservata, quando si sente spontanea, che cosa fa nel momento in cui il bambino nasce? Inizia subito a toccarlo piano con le dita che poi diventano sempre più audaci, poi finalmente lo prende in braccio e a quel punto la mamma guarda negli occhi il proprio figlio, come se fosse letteralmente affascinata dal suo sguardo. Sembra che proprio questo primo sguardo, questo primo incrociarsi di sguardi fra madre e bambino, sia un momento davvero importante, all’inizio della loro relazione”  (Odent, 2003; p. 16).

Naturalità… nel rispetto dei bisogni materni

Se è vero che oggi sia importante sottolineare la “naturalità” del parto, è anche vero che seguirla alla lettera può portare la donna a sentirsi in colpa, inadeguata, e sola. 

Mentre mi appresto a terminare quest’articolo, una notizia colpisce la mia attenzione: “si addormenta mentre allatta, neonato muore soffocato“. 

Il pensiero corre indietro nel tempo, a quei momenti in cui anch’io ne ho potuto fare esperienza. Se penso alle prime immagini che mi venivano in mente quando sognavo di diventare mamma, la mia mente era costellata da quelle che potevano sembrare uscite da spot pubblicitari: nessuno aveva mai condiviso con me le ombre di questo delicato percorso.

Come sostenuto da Congia G. (2021), l’approccio omologante tende a far confondere la norma con il naturale, creando rigidità nel fare esperienza di vissuti perinatali diversi da quelli culturalmente assimilati. 

Manca l’ascolto attento alla singola donna, alla sua storia. Ci si dimentica che le indicazioni generali che garantiranno un buon risultato alla coppia madre-bambino vanno personalizzate alla realtà di quella madre in quel momento (Barducci C., 2021).

La mamma non è solo mamma, è anche una donna e in quanto essere umano ha dei bisogni. Solo se quest’ultimi sono soddisfatti essa stessa potrà dedicarsi ad appagare quelli del figlio.

Sono proprio episodi come quello appena citato che, purtroppo, ricordano quanto sia importante ripensare all’evento nascita: 

“un arco temporale in cui la salute mentale genitoriale avrebbe bisogno di un accudimento costante con uno sguardo privilegiato su quella materna che, per motivi legati all’intero processo perinatale sia di tipo oggettivo che soggettivo, può rivelarsi più incline a dei rovesciamenti: alcuni facilmente gestibili altri più drammatici, ma tutti bisognosi di essere ritenuti “naturali”, tutti con la stessa legittimità di essere rappresentati su un’ipotetica curva della norma”.

(Congia G., 2021; p. 22-23)

Il Ministero della Salute nel 2022 sottolinea come un parto assistito correttamente possa portare a risultati di salute positivi a breve, medio e lungo termine, non solo per il bambino e l’adulto che sarà, ma anche per i genitori, la comunità e le generazioni future. 

Ricordiamo inoltre che, secondo l’epigenetica, l’ambiente ha un effetto sul modo in cui i geni si esprimono. Questo vale anche per quello creato intorno al primo momento di vita fuori dal corpo materno, poiché il cervello del bambino è come cemento fresco su cui vengono lasciate impronte che dureranno per tutta la vita (Dalvit S., Antolini C., 2021).

Quello della nascita perinatale è il momento in cui tutto ha inizio, come esperienza, come rapporto, come trasformazione fisica e psicologica. Segna la nascita di un figlio ma anche di un genitore, fortemente intricata tra l’esistenziale pregresso, il presente storico così come la proiezione del sé nel futuro, mettendo in gioco profonde trasformazioni su dimensioni biologiche, sociali e psichiche (Della Vedova A.M., 2011). 

La mia esperienza

La mia prima gravidanza è stato un periodo bellissimo: è andato tutto per il meglio, nessun fastidioso sintomo e, facendo un lavoro a rischio, ho potuto fermarmi in anticipo e godermi l’attesa leggendo, partecipando a corsi e preparando quel nido fisico ma anche mentale pronto ad accogliere una nuova vita. L’incanto però si ruppe proprio nel momento più importante, quello in cui stavo per incontrare mio figlio. I prodromi iniziarono a casa: giunta in ospedale sono stata sottoposta a numerose visite, monitoraggi continui aspettando che si manifestassero le giuste contrazioni. Quando arrivarono mi portarono in sala parto su una sedia a rotelle, perché la sala parto era in un altro piano. Incontrai un’ostetrica che non avevo mai visto prima che mi chiese di sdraiarmi e di seguire le sue istruzioni, nonostante al corso preparto mi avevano insegnato ad ascoltare il mio corpo e a seguire ciò che questo mi diceva. Come mi sono sentita? Dovevo fidarmi di qualcuno che non conoscevo, più di me stessa e del mio bambino che pian piano si faceva strada. Sentivo che avevamo bisogno di tempo ma quest’ultimo mancava all’ostetrica che stava per smontare dal turno. Per mettermi ancora più a mio agio, a un certo punto, in stanza il pubblico si fece numeroso: due ginecologi, tre o quattro specializzanti, un oss, l’ostetrica e mio marito che in un angolo non venne particolarmente considerato. Fortunatamente, sul finire del turno, l’ostetrica si arrese e chiamò una sostituta: una collega giovane che mi permise di muovermi liberamente. Dopo una dose di ossitocina sintetica e l’episiotomia, di cui nessuno ha chiesto il mio parere nonostante in quel momento stesse procedendo tutto per il meglio dal punto di vista medico, potei abbracciare il mio primogenito. Potemmo finalmente restare soli con lui per due ore, allo scadere delle quali mi dissero che avrebbero dovuto portarlo alla visita pediatrica, al cui seguito, visto il basso peso e un’anomalia cardiaca, fu sottoposto a un costante monitoraggio. E io? Nonostante il dolore fisicamente provato a causa dei punti riportati per il taglio, dovetti fare avanti e indietro ogni quattro ore per stare con lui e avviare l’allattamento. Solo una volta arrivati a casa riuscimmo davvero a prenderci quel tempo e quello spazio fondamentali per iniziare a conoscerci. 

Il luogo del parto

Come sostengono Dalvitt S. e Antolini C. (2021), quando si parla di parto è necessario collocarlo in un’epoca e in un luogo precisi, connotati da una cultura specifica. 

Nel 2017 scelsi di partorire in ospedale perché nessuno mi informò riguardo a possibilità diverse, né riguardo l’esistenza del piano del parto, uno strumento che permette alle donne di essere capite da chiunque lo legga ma anche di esprimersi rispetto ai propri bisogni e desideri.

Oggi, grazie al percorso professionale e all’essermi documentata riguardo a questa tematica, posso affermare che, in situazioni di fisiologia e in presenza di operatori adeguatamente formati, esistono altri luoghi altrettanto sicuri dove è possibile partorire, come per esempio le case maternità o casa propria. Inoltre, ho potuto imparare che il piano del parto, se redatto con attenzione e non solo per adempiere burocraticamente a una necessità, può trasformarsi in  un’opportunità per riflettere, comunicare e fare delle scelte consapevoli.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità (2022) il parto è il motivo più frequente di ricovero nelle strutture sanitarie italiane. Ne consegue che la promozione e la validazione di buone pratiche per l’assistenza prenatale, intra partum e postnatale sono una priorità di salute pubblica. Come sostenuto però nel comunicato sopra citato, l’attenzione rivolta al modo in cui avvengono le nascite nei nostri ospedali è scarsa e pochissima è la consapevolezza negli operatori che le attuali scelte assistenziali possano avere profonde ricadute negative su chi ne fa esperienza.

Inoltre, come sostenuto precedentemente, oggi il parto è vissuto provando paura per le incertezze, per gli imprevisti; questo sentimento è stato amplificato da ciò che abbiamo affrontato durante gli anni di pandemia: il Covid e la paura a esso connessa, hanno chiuso i reparti ai parenti ma anche ai papà e alle altre figure di fiducia che le donne avrebbero voluto avere al loro fianco. Uno studio condotto nel 2022 sullo stato emotivo in epoca perinatale, evidenzia l’importanza e la necessità di un maggiore ascolto da parte degli operatori sanitari, un più diffuso supporto alla salute mentale e un più largo accesso a risorse di auto-aiuto.

Cosa possono fare (o non fare) gli operatori?

L’OMS ha ufficialmente raccomandato attenzione psicologica ed emotiva in sala parto nel 1985; nel 2007 ha aggiunto alle linee guida del NICE (National Institute for Health and Care Excellence, punto di riferimento europeo) la riga: “l’esperienza emotiva della donna al parto è importante deve essere tenuta in considerazione”. Nel 2014 aveva inoltre evidenziato quali siano i trattamenti che le donne subiscono durante l’assistenza al parto, tra i quali qui ricordiamo: l’abuso fisico diretto, la profonda umiliazione e l’abuso verbale, procedure mediche coercitive o non acconsentite, la carenza di un consenso realmente informato, il rifiuto di offrire un’adeguata terapia per il dolore, la trascuratezza nell’assistenza al parto con complicazioni altrimenti evitabili che mettono in pericolo la vita della donna.

Nel 2016 la PDL Zaccagnini propone il rispetto dei fondamentali diritti umani della madre e delle persone che nascono, mettendo al centro la madre e il bambino e garantendo sicurezza e salute. 

Proprio in quell’anno, con la campagna #BASTATACERE, di cui la prima campagna era già avvenuta nel 1978, l’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italiana dà l’opportunità alle madri di raccontare le loro esperienze di abuso e mancanza di rispetto nell’assistenza alla nascita. 

Infine, nel 2018 l’OMS ha scritto nero su bianco che il primo obiettivo dell’assistenza intrapartum dovrebbe essere che il parto sia un’esperienza positiva per la donna, il neonato e la sua famiglia. 

Come sostenuto da Congia G. (2021; p. 15-16): 

“lavorare in un reparto di Ostetricia offre alle figure sanitarie coinvolte il confronto quotidiano con un’umanità eterogenea dove non sempre le differenze sono intese come risorse, bensì come ostacoli che influenzano significativamente la qualità dei servizi assistenziali. Si osservano così delle vere e proprie catastrofi del perinatale, dove le aspettative dei sanitari filtrano i bisogni dei neo-genitori e rischiano di allontanare gli stessi dai loro bisogni autentici. È necessario dunque lavorare sulla consapevolezza accompagnando l’operatore a entrare in relazione con le proprie emozioni proteggendo la relazione d’aiuto come strumento elettivo per una cura autentica e rispettosa”.

Conclusioni

Quali sono i fattori protettivi che possono essere utilizzati in fase di prevenzione? Innanzitutto le conoscenze: essere a conoscenza ci permette di effettuare scelte consapevoli; diventa quindi essenziale informare la donna ri-dandole quel potere necessario per sentirsi efficace. Poi, fare rete, avendo come obiettivo quello appena citato ma anche la possibilità di sostenere a 360 gradi coloro che si trovano ad affrontare questa delicata fase di vita. Infine, un’adeguata formazione di tutti gli operatori, che possa mettere in luce i fattori di rischio ma anche quelli di protezione. 

Tutto ciò può valere anche in quei casi in cui non è possibile scegliere un percorso di nascita fisiologico poiché vi sono complicazioni mediche che lo impediscono. Non sarà possibile effettuare una scelta del tutto libera, ma avere delle conoscenze a riguardo, una rete intorno e degli operatori attenti e formati, può migliorare la qualità dell’esperienza vissuta. 

Grazie alle conoscenze acquisite, alla rete costruita intorno a me e agli operatori incontrati, la mia seconda esperienza di parto è avvenuta in una casa maternità, nel pieno rispetto dei nostri tempi e dei nostri spazi. Lì ho potuto sentirmi ascoltata, poiché avevo intorno a me figure attente, sensibili  e formate non solo sugli aspetti più tecnici ma anche su quelli relazionali.

Infine, un aspetto di cui ho fatto tesoro durante la formazione in psicologia perinatale, è che gli psicoterapeuti potrebbero o, forse, dovrebbero partire proprio dalla nascita, raccogliendo sin dal pre-concepimento la storia della persona di cui si prenderanno cura. Anche nei percorsi con adulti sarebbe importante approfondire tali aspetti: per elaborare eventuali traumi vissuti ma anche per dare significato al momento in cui si è venuti alla luce. Ciò contribuirebbe inoltre a far passare come messaggio l’importanza del periodo perinatale nella vita di ognuno, poiché come sostiene Congia G. (2021) anche noi operatori contribuiamo a definire il modo in cui ciò che avviene intorno alla nascita è interpretato e affrontato nella nostra cultura. 

BIBLIOGRAFIA

Barducci M. C. (2021), La maternità oggi tra istanze soggettive e modelli culturali, in Congia G. (2021), Katastrophé. Riflessioni sulle catastrofi perinatali, Armando Editore, Roma.

Congia G. (2021), Katastrophé. Riflessioni sulle catastrofi perinatali, Armando Editore, Roma.

Dalvit S., Antolini C. (2021), Il parto positivo. Diventare mamma con scienza e amore, Mondadori Libri S.p.a., Milano.

Della Vedova A.M., Cristini C. (2011), La promozione della salute psichica perinatale, Carocci Editore, Roma.

SITOGRAFIA

AA.VV. (2022), COVID-19 e stato emotivo in epoca perinatale: uno studio sulle utenti dei Consultori Familiari,

https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-gravidanza-parto-allattamento-covid-19-salute-mentale-perinatale

AA.VV. “The Psychological Impact of COVID-19 among Women Accessing Family Care Centers during Pregnancy and the Postnatal Period in Italy”, pubblicato su Int. J. Environ. Res. Public Health 2022, 19(4), 1983; https://doi.org/10.3390/ijerph19041983

AAVV (2021), Certificato di assistenza al parto (CeDAP). Analisi dell’evento nascita – 2021,

Disconzi R. (2023), “Perché una mamma non può avere il diritto di essere stanca?”, https://www.today.it/opinioni/neonato-soffocato-allattamento-stanca.html

ISS (2019), Gravidanza, parto e puerperio,

https://www.iss.it/gravidanza-parto-e-puerperio

Ministero della Salute (2022), Azioni e strategie nei primi mille giorni di vita,
Rete sostenibilità e salute (2016), Maternità e nascita in Italia: è tempo di cambiare. La posizione della Rete Sostenibilità e Salute, https://www.sostenibilitaesalute.org/maternita-nascita-italia-tempo-cambiare-la-posizione-della-rete-sostenibilita-salute/

World Health Organization (2007), Standards for maternal and neonatal care, https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/69735/a91272.pdf

World Health Organizzation (2014), La Prevenzione ed eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere,

Zaccagnini A. On. (11 marzo 2016), Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico,

+

Parlare di psicofarmaci oltre i tabù: pills shaming, stigma e inappropriatezza.

Parlare di psicofarmaci è cruciale. Farlo nel modo giusto, libero da pregiudizi, fondamentale quanto difficile. La posta in gioco è non solo la salute mentale e fisica di tutte e tutti ma anche quella dei servizi sanitari.

Il numero crescente di persone che ricorre all’uso di psicofarmaci, l’aumento dei consumi, le attuali modalità di prescrizione e consumo, e la natura delle informazioni più facilmente disponibili, frutto di posizioni spesso polarizzate (pro o contro) e influenzate dall’enfasi posta sull’auspicato aumento di accessibilità a cure e trattamenti, che elude aspetti imprescindibili quali qualità, appropriatezza ed efficacia dei reali percorsi di cura, rendono comunicazione e discorsi su uso, consumo e prescrizioni degli psicofarmaci un tassello fondamentale per la promozione della salute collettiva.

In particolare, “comunicazione per la salute”, “comunicazione del rischio” e ’”alfabetizzazione sanitaria” costituiscono strategie e azioni proprie dell’armamentario metodologico, operativo e concettuale nell’ambito della promozione della salute, in senso stretto. Questi interventi sono finalizzati tanto alla “costruzione della competenze” di individui e comunità quanto alla loro mobilitazione verso la costruzione di ambienti, anche sanitari, favorevoli alla salute che rispondano ai bisogni dei cittadini senza infliggere danni evitabili.

Tuttavia, questo tipo di “comunicazione per la salute”, istituzionale, che diffonde, all’interno di piani e politiche, dall’alto informazioni dirette ai cittadini, può non essere sempre tempestiva. Ad esempio, la risposta fornita attraverso campagne pubbliche di comunicazione e sensibilizzazione, anche su larga scala, da Stato e Regioni al problema dell’antibiotico-resistenza, per quanto lodevole, potrebbe essere tardiva per essere efficace.
Inoltre, oltre all’influenza della scarsità di risorse nella definizione delle priorità delle politiche sanitarie di prevenzione e promozione della salute, che può essere alla base della scarsa tempesitività di alcune campagne che rischiano di muoversi rincorrendo l’emergenza, tali campagne di comunicazione per la salute possono di fatto rappresentare un’indiretta ammissione di responsabilità rispetto ai danni prodotti e alle condizioni che li hanno generati. Riprendendo l’esempio dell’antibiotico-resistenza, solo recentemente le istituzioni stanno tentando di coinvolgere e sensibilizzare cittadini e operatori per promuovere l’uso appropriato di un farmaco prescritto dagli operatori sanitari e consumato da tutte e tutti, inappropriatamente, per decenni. Si tratta, in questo caso, di fermare o rallentare un treno in corsa agendo sulla base delle conseguenze di ciò che, per anni, è stato proposto e imposto. Il problema esiste da molto tempo, ora lo inseguiamo affannosamente, cercando di sradicare le abitudini, ormai sedimentate, che lo hanno determinato.

Se la comunicazione istituzionale risente, inevitabilmente, della scarsità di risorse, delle tempistiche e delle priorità delle istituzioni, nella vita quotidiana, gli scambi informali e i discorsi sulla salute, tra pari, all’interno della comunità, possono svolgere un’importantissima funzione di promozione della salute. Basti pensare al valore preventivo sui comportamenti sessuali delle chiacchiere tra adolescenti o del confronto tra pari sul consumo di sostanze. In questi casi, anche in assenza di una comunicazione istituzionale sulla salute e i rischi, il confronto può diventare luogo tanto di caldo conforto quanto di scambio di informazioni preziose, elementi entrambe fondamentali per benessere e salute, costituendosi come autentico spazio di reciproca alfabetizzazione sanitaria e costruzione delle competenze tra pari, oltre che motore per la mobilitazione collettiva.  

I discorsi tra pari, al di là della funzione informativa, possono inoltre promuovere la percezione di problemi vissuti e talvolta poco riconosciuti.
Nel caso dell’uso degli psicofarmaci, ad esempio, le evidenze scientifiche disponibili evidenziano con chiarezza i danni di un uso eccessivamente prolungato per molte classi di farmaci che pure continuano ad essere così prescritti. Esiste un divario immenso tra ciò che si sa dovrebbe essere fatto e ciò che, nella realtà quotidiana, accade e attraversiamo. Nella vita quotidiana, ci troviamo nel bel mezzo di un oceano di prescrizioni inappropriate che producono molti danni evitabili e spesso poco riconosciuti, tanto dagli operatori quanto dai cittadini. Talvolta tali danni possono essere ascritti ai motivi di salute per cui vengono assunti i farmaci pur rappresentando la conseguenza di modalità di uso poco raccomandate per quanto molto praticate. Non è raro assumere troppi psicofarmaci o per troppo tempo rispetto alle indicazioni attraverso cui ne è stato approvato l’uso (il cosiddetto utilizzo off-label)

Al di là del livello individuale, ma partendo dalla nostra personale esperienza e dall’esperienza delle persone che ci circondano, inoltre i discorsi tra pari, possono essere un potente catalizzatore per la consapevolezza sociale di determinati problemi, come sta accadendo, da qualche anno a questa parte, nel Regno Unito in relazione alle prescrizioni e al consumo inappropriato, e i relativi danni, degli antidepressivi, testimoniato, ad esempio, da un appello di esperti, politici e rappresentanti di pazienti al governo britannico. In questo caso, la consapevolezza sociale del tema, anche promossa dal potere delle testimonianze di chi ha scelto un percorso di deprescrizione (non sempre attraverso il supporto esclusivo da parte degli operatori sanitari), sta instaurando un circolo virtuoso che sta introducendo elementi di discontinuità nell’offerta del servizio sanitario pubblico orientandolo maggiormente verso i nuovi bisogni dei cittadini a cui è possibile rispondere solo attraverso un cambiamento della componente formativa delle professioni sanitarie.

Ma ritornando al tema degli psicofarmaci, se il confronto sul profilo rischio/beneficio degli psicofarmaci non può che fondarsi sulle numerosissime evidenze disponibili, anche i discorsi, ben diversi, sul loro uso quotidiano devono essere sufficientemente informati e possono incontrare ostacoli, di varia natura. Dal punto di vista della conoscenza, il bugiardino informativo fornisce una preziosa fonte di informazioni e orientamento a nostra disposizione. Esistono inoltre alcuni libri divulgativi che offrono informazioni accurate e basate sulle più recenti evidenze scientifiche, come ad esempio Kit di Sopravvivenza per la Salute Mentale di Peter C. Gøtzsche. 

Tuttavia, le informazioni, nei discorsi sull’uso, personale e collettivo, degli psicofarmaci e sull’appropriatezza prescrittiva, sono solo uno degli aspetti in gioco. Tali discorsi si giocano, sempre, all’interno di specifiche dinamiche relazionali e di contingenti momenti storici e non sempre una corretta informazione porta ai risultati sperati. Ad esempio, i discorsi possono essere giudicanti o essere percepiti come tali.
Occorre quindi cautela e sangue freddo: un conto è affrontare il problema, sociale, del sovrautilizzo e delle prescrizioni appropriate, dei loro rischi e danni. Un altro, ben diverso, è giudicare le persone per le proprie scelte. Un terzo ancora, molto rilevante, è che le persone possano sentirsi personalmente giudicate affrontando questo tema.

Si tratta di differenze sostanziali, ancor più alla luce dello stigma e della discriminazione che avvolge le persone che soffrono di disagio mentale e che attraversano i servizi ma sarebbe terribilmente nocivo se il fatto che durante un confronto su questo tema qualcuno possa giudicare, qualcuno sentirsi giudicato, e possano attivarsi dinamiche di stigma, portasse all’impossibilità di un confronto rispetto alle attuali pratiche prescrittive e di uso o depotenziasse le argomentazioni di chi solleva dubbi e criticità fondate.

Il fatto che durante discorsi sull’appropriatezza prescrittiva e sulle modalità di consumo possano attivarsi dinamiche accusatorie e giudicanti ha portato all’emersione del concetto di Pills Shaming, ovvero il fenomeno in cui le persone criticano o giudicano coloro che assumono farmaci e, nel nostro caso, psicofarmaci per migliorare la propria salute.
Il termine ha un retrogusto noto, riprendendo il biasimo per le condizioni fisiche, il cosiddetto  “Body Shaming”. Il termine Pills Shaming si è diffuso dopo un appello della BBC per limitarlo, nel tentativo di superare lo stigma che ancora avvolge le persone che vogliono sentirsi libere di assumere farmaci o che sono nelle condizioni di doverlo fare. Tuttavia, alcuni attivisti per la salute, alle accuse di Pills Shaming, rispondono con fermezza “We’re not pill shaming you. We’re just sick of watching people fucking die”(“”Non ti stiamo facendo vergognare della pillola. Siamo solo stufi di vedere la gente morire, cazzo”).


Inoltre, in questo particolare momento storico, la rilevanza attribuita al nostro sentire e la difficoltà che è possibile incontrare nella costruzione e adozione di un orizzonte di senso e azione condiviso, è facile conduca a spostare sul livello personale ed individuale osservazioni e discussioni che, almeno nelle intenzioni, si giocavano su un altro terreno, si riferivano ad un altro livello. Ad esempio, non è impossibile che se, tra due persone che assumono psicofarmaci, una apre una parentesi sul fenomeno dell’uso inappropriato, l’altra possa sentirsi giudicata anche in assenza di un’intenzione giudicante del primo.

Naturalmente il Pills shaming può avere conseguenze negative sulla salute mentale, su ciò che oggi viene chiamato  “benessere emotivo” e se il nostro obiettivo è quello di confrontarci per il bene della salute delle persone, tatto e sensibilità, sono indispensabili. Tuttavia, anche le prescrizioni inappropriate, ovvero le situazioni in cui i medici prescrivono farmaci in modo errato o eccessivo, non necessari, a dosi troppo alte o per un periodo troppo prolungato, sono profondamente nocive per la salute fisica e mentale, così come l’uso inappropriato. E continuano a mietere vittime, spesso inconsapevoli. Se il Pills shaming non è ancora probabilmente un problema di salute pubblica, molti esperti convengono nell’identificare nell’inappropriatezza di uso e prescrizione e nel sovrautilizzo di alcune classi di farmaci un problema di salute pubblica, molto urgente, da affrontare fermamente, per quanto poco e lentamente si stia attualmente facendo.

In salute mentale, o meglio, nei servizi sanitari, psichiatrici e non, e a tutti i livelli, l’inappropriatezza prescrittiva può essere intimamente connessa allo stigma nei confronti delle persone con problemi di salute mentale e alla mancanza di speranza nella possibilità di una possibile guarigione. E’ infatti noto il ruolo dei servizi sanitari nella riproduzione e mantenimento dello stigma. Qui, l’inappropriatezza prescrittiva può essere inoltre pienamente concepita come una mancanza di una lucida, benevola attenzione e cura nei confronti delle persone, come mancanza di fiducia da parte degli operatori nei confronti dei cittadini che si trasforma in mancanza di fiducia di questi in se stessi, nelle proprie capacità, nelle proprie risorse, una fiducia necessaria per qualunque percorso di recovery, guarigione e riabilitazione. Trattamenti, servizi e cure caratterizzate da un elevato grado di inappropriatezza non sono rispettosi nei confronti di chi le riceve, nè dignitosi, soprattutto se mancanti di un consenso realmente informato e di processi decisionali condivisi, che contemplino il punto di vista dei cittadini. Il diritto ad una vita in salute non è separabile dal diritto a sistemi e paradigmi di cura adeguati, dignitosi e, in sintesi, in salute.
Nè si tratta di un trattamento rispettoso nei propri confronti se ce lo si infligge, magari inconsapevolmente.

Non possiamo affrontare alcun discorso in modo esclusivamente ideologico, così come accade, troppo spesso, legittimando l’esistente. Una visione critica, capace cioè di cogliere le criticità, è necessaria al miglioramento, al cambiamento; le modalità prevalenti di cura hanno bisogno di una grande critica. Ce lo dobbiamo. Lo dobbiamo ai dispositivi di cura, è un contributo fondamentale per il loro miglioramento. Può essere pericoloso rivendicare sempre e solo maggiori investimenti e maggiore accessibilità per servizi che funzionano male erogando trattamenti di bassa qualità, poco dignitosi, efficaci ed appropriati.


+

Politici, esperti e rappresentanti dei pazienti chiedono al governo britannico di invertire il tasso di prescrizione di antidepressivi



Il 5 Dicembre 2023 è stata pubblicata sul British Medical Journal, una prestigiosa e autorevole rivista medica, una lettera scritta a più mani da ricercatori, operatori, politici, pazienti e cittadini appartenenti a molte organizzazioni e coalizioni, per invertire la rotta nei tassi di prescrizione degli antidepressivi di cui pubblichiamo la traduzione.

Si tratta dell’ultima iniziativa, sulla scia dello sforzo congiunto in molti settori e sostenuto nel tempo, per affrontare il problema del sovrautilizzo e dei danni dei farmaci antidepressivi. Infatti, nel Regno Unito, il tema è gradualmente divenuto oggetto dell’attenzione pubblica e la cittadinanza si sta, lentamente ma fermamente, mobilitando per rivendicare interventi politici e sanitari capaci di modificare le abitudini prescrittive e di uso degli antidepressivi, riducendone i danni.

La lettera, costituisce un vero e proprio appello al governo da parte della comunità di cui si fa portavoce e indica la necessità, basata sulle ormai molte evidenze disponibili, di un cambiamento radicale nel Regno, improcrastinabile e di cui vengono delineate alcune linee strategiche in una prospettiva di salute pubblica e promozione della salute.

Il fatto che i problemi a cui la lettera vuole rispondere non siano limitati al Regno Unito è testimoniato dalla conclusione, un auspicio che l’impegno di cui questa si fa motore possa essere condiviso con i molti paesi, come il nostro, che si trovano a fronteggiare problemi simili, con minor consapevolezza.



Ecco la traduzione della lettera:


“Noi, un gruppo di professionisti medici, ricercatori, rappresentanti dei pazienti e politici, chiediamo al governo britannico di impegnarsi in un’inversione del tasso di prescrizione degli antidepressivi.

Nell’ultimo decennio, le prescrizioni di antidepressivi sono quasi raddoppiate in Inghilterra, passando da 47,3 milioni nel 2011 a 85,6 milioni nel 2022-23. Oltre 8,6 milioni di adulti in Inghilterra li assumono annualmente (quasi il 20% degli adulti), con previsioni di ulteriore aumento nel prossimo decennio. Inoltre, la durata media per cui una persona assume un antidepressivo è raddoppiata tra la metà degli anni 2000 e il 2017, con circa la metà dei pazienti ora considerati utilizzatori a lungo termine. Scozia, Galles e Irlanda del Nord presentano tassi simili di prescrizione degli antidepressivi.

L’uso crescente a lungo termine è associato a molti effetti avversi, tra cui aumento di peso, disfunzione sessuale, sanguinamento, cadute e risultati a lungo termine più scadenti per alcuni. Circa la metà dei pazienti sperimenta effetti da sospensione, e quasi la metà di questi che descrivono i propri sintomi come gravi, e una quota sostanziale sperimenta la sospensione per molte settimane, mesi o più.

L’aumento della prescrizione di antidepressivi non è associato a un miglioramento degli esiti di salute mentale a livello di popolazione, che, secondo alcune misure, sono peggiorati con l’incremento della prescrizione di antidepressivi. Restano dubbi su quanto gli esiti scadenti siano ricoducibili a tali effetti avversi e alla scarsa efficacia degli antidepressivi per molti gruppi di popolazione. Diverse meta-analisi hanno dimostrato che gli antidepressivi non hanno un beneficio clinicamente significativo oltre al placebo per tutti i pazienti tranne quelli con depressione più grave, motivo per cui le linee guida del National Institute for Health and Care Excellence affermano che non dovrebbero essere prescritti routinariamente come trattamento di prima linea per la depressione meno grave, pur rispettando l’importanza della condivisione delle decisioni.

Nonostante ciò, i tassi di prescrizione ai pazienti con depressione lieve e moderata rimangono elevate. Uno studio su dati della sanità primaria nel Regno Unito ha rilevato che il 69% della depressione diagnosticata nelle persone di età superiore a 65 anni era di lieve gravità. Uno studio sui dati del National Health and Nutrition Examination Survey degli Stati Uniti ha rilevato che il 26,4% dei pazienti nel campione che assumevano antidepressivi riportava sintomi depressivi lievi. Un altro studio nel Regno Unito ha mostrato che il 58% delle persone che assumevano antidepressivi da più di due anni non soddisfaceva i criteri per alcuna diagnosi psichiatrica.

Ora esistono obiezioni basate su prove alla prescrizione di antidepressivi per le persone con dolore cronico, dove l’efficacia è molto bassa, insieme a prove di prescrizioni sproporzionate a donne, anziani e persone che vivono in aree svantaggiate. Ciò solleva interrogativi sul grado in cui stiamo erroneamente medicalizzando gli effetti di svantaggio e privazione.

Oltre ai costi umani della prescrizione inutile di antidepressivi, vi sono ora sostanziali costi economici inutili sostenuti dal NHS in Inghilterra, fino a 58 milioni di sterline all’anno, denaro che potrebbe essere meglio impiegato per potenziare le risorse non farmacologiche. Questo problema è stato riconosciuto dal NHS nella sua dichiarazione sulle opportunità di ottimizzazione dei medicinali nazionali 2023-24.

Riteniamo che un’inversione nel tasso di prescrizione degli antidepressivi possa essere raggiunta attuando varie raccomandazioni di salute pubblica, in linea con le opportunità di ottimizzazione dei medicinali nazionali del NHS 2023-24.
Queste includono:
-interrompere la prescrizione di antidepressivi per condizioni lievi nei nuovi pazienti;
-attenersi alle linee guida NICE del 2022 sulla prescrizione sicura e sulla gestione della sospensione, compreso il consenso informato adeguato e la regolare revisione dei danni e dei benefici;
-finanziare e fornire servizi di sospensione territoriali integrati con altri tipi di intervento quali prescrizioni sociali, una “medicina dello stile di vita”, interventi psicosociali ;
-includere la riduzione della prescrizione di antidepressivi come indicatore nel NHS Quality and Outcomes Framework;
-finanziare e fornire un servizio nazionale di sospensione dei farmaci prescritti attivo 24 ore su 24 e un sito web.

Infine, speriamo che anche altri paesi con elevati livelli di prescrizione di antidepressivi si impegnino a invertire i tassi di prescrizione.”

Bibliografia:

Davies, J., Read, J., Kruger, D., Crisp, N., et al. (2023). Politicians, experts, and patient representatives call for the UK government to reverse the rate of antidepressant prescribing. bmj, 383.

+

SIAMO (COSI’) FRAGILI? ADOLESCENTI, SALUTE MENTALE E PSICOPATOLOGIZZAZIONE DELLA VITA QUOTIDIANA

Uno degli effetti della pandemia di Covid-19 è stata la crescente centralità che il tema “salute mentale” ha acquisito nel discorso pubblico, non solo in Italia. Questa tendenza, che non nasce dal nulla ed era già presente prima del 2020, risulta particolarmente marcata quando il soggetto sotto i riflettori è la persona adolescente.

La crescente attenzione al tema si accompagna a dati e numeri, spesso riportati con un certo sensazionalismo (vedi ad es. il recente intervento di Fedez a “Che tempo che fa”), che confermano l’importanza del tema e passano un messaggio chiaro, ormai entrato nella narrativa dominante: i giovani stanno male, bisogna fare qualcosa.

Aver creato questo spazio per il tema è primariamente una cosa utile e importante: laddove c’era silenzio, difficoltà a comunicare, a volte minimizzazione dei problemi e spesso stigma, ora c’è attenzione e una dichiarata intenzione di prendersi cura di una nuova generazione che da tempo esprime il proprio disagio con modalità sempre più eclatanti, che prendono le forme di vere e proprie richieste di aiuto disperate.

Tuttavia essere al centro del dibattito pubblico non sempre si traduce effettivamente in attenzione qualitativamente migliore sul tema, così come più attenzione non sempre si traduce in iniziative e azioni che portano ai risultati sperati.

Effettivamente, nonostante la crescente attenzione da parte del mondo adulto alla salute mentale degli adolescenti, e alla ricerca delle possibile cause, la sofferenza espressa e le richieste di aiuto da parte dei giovani continuano ad aumentare: sembrerebbe legittimo chiedersi se, seppur mossi da buone intenzioni, qualcosa non stia funzionando.

L’intenzione di questo articolo, nato a seguito del tempo passato ad incontrare adolescenti in colloqui individuali, famigliari, e in momenti assembleari nelle scuole ed in contesti informali, è quello di uscire dalla narrativa emergenziale dell’ “epidemia di sofferenza psicologica di giovani ed adolescenti”, per fermarsi e cercare altri punti di vista per decifrare le forme di questo malessere ed il contesto in cui si manifesta, cominciando altresì con il guardare con occhio critico ciò che il mondo adulto sta mettendo in campo per interpretarlo ed essere di aiuto, senza timore di individuare i possibili effetti iatrogeni delle attuali modalità con cui questo fenomeno viene trattato dagli adulti di riferimento e dalle figure professionali presenti nei contesti di vita e di cura attraversati dai ragazzi.

Un primo scollamento che può in parte essere significativo nel rispondere all’apparente paradosso è infatti quello tra crescente attenzione e reale ascolto dei diretti interessati. Come spesso accade, e come ben descritto dall’ultimo libro di Lancini (rif in biblio), di fronte al disagio dei giovani, il mondo adulto rischia di essere maggiormente preoccupato dal vedere nella sofferenza dei ragazzi il fallimento del proprio ruolo (genitoriale, educativo, di cura, istituzionale etc…) che non nel porsi in una posizione di reale ascolto e riconoscimento di ciò che chi abbiamo di fronte sta manifestando.

IL TABU’ DEL FALLIMENTO E LA SALUTE MENTALE

“Con tutto quello che ho fatto per te”  è una delle frasi più ricorrenti quando si incontrano figure di riferimento (principalmente genitori) di adolescenti che stanno male. La delusione e la paura di aver “sbagliato tutto” non è tanto (o solo, a seconda dei casi) relativa a insuccessi scolastici, comportamenti “inadeguati” o scelte di vita non condivise, ma al fatto che nonostante tutta la fatica e i sacrifici per crescere ragazzi e ragazze felici e realizzati e realizzate, loro si scoprano infelici, o stiano male.  Genitori e società tendenzialmente oggi più attente ai bisogni dei propri figli ed alla loro realizzazione personale (per un approfondimento sui modelli di genitorialità v. Lancini) implicitamente comunicano ai giovani che l’unica cosa che gli chiedono è di essere felici, e di realizzarsi come individui. Una richiesta apparentemente desiderabile, rispetto a quelle che hanno caratterizzato generazioni di adolescenti precedenti (che oggi vogliono essere genitori migliori), che rischia però, controintuitivamente, di accrescere il livello di pressione, di sensi di colpa e di sentirsi sbagliati, tutte emozioni provate dai giovani quando si scontrano con un mondo extrafamigliare fatto anche di frustrazioni, delusioni, limiti, mancanze, ingiustizie. Ovvero quando la “promessa” di realizzazione personale (“sii te stesso”), supportata da una narrazione meritocratica (“se ti impegni ce la fai”), consumistica (“tutto ciò che desideri è potenzialmente a portata di mano”) di fatto spiccatamente individualistica, fatica a collocarsi in un contesto storico caratterizzato da impotenza e incertezza, derivanti dall’assenza di un orizzonte condiviso di futuro, in termini positivi  (vedi Crotti; Benasayag).

Il rischio è che per ogni storia di singoli che “ce l’hanno fatta”, chi si misura con il fallimento percepisca la propria condizione come una faccenda strettamente legata a fattori individuali. In altri termini in un contesto apparentemente supportivo e pieno di possibilità, il fallimento e l’infelicità rappresentano esperienze che non trovano diritto di cittadinanza, e non trovano spazi di ascolto da parte di un mondo adulto che dovrebbe così mettere in discussione i propri modelli di riferimento (in questi termini Lancini parla di Società dissociata). Non essere felici e realizzati rischia di rappresentare oggi una colpa individuale, una condizione di cui vergognarsi, indice che qualcosa “non va in me”, che difficilmente può essere condivisa con i pari ed espressa, ascoltata e presa in carico dalle figure di riferimento. A meno che l’insostenibilità di tale pressione non prenda forme espressive sintomaticamente rappresentabili, narrabili e quindi trattabili come un disturbo, una malattia, un problema diagnosticabile di salute mentale, che apparentemente solleva dalla responsabilità i diversi attori in gioco, sia individuali che collettivi. Ed è a questo punto che entra in campo la psicologia.

TROPPA PSICO(PATO)LOGIA NELLA VITA QUOTIDIANA

All’interno della cultura contemporanea (occidentale) si rintraccia la tendenza a reinterpretare in termini psicologici, e pertanto individuali, fatti ed esperienze quotidiane, come evidenziabile dal linguaggio comune (es. stress, e lo stesso termine “terapia”). Allo stesso modo anche termini propri della psicopatologia sono entrati nel linguaggio comune per riferirsi ad un continuum di fenomeni che arrivano anche a includere esperienze di vita che, sebbene non piacevoli e talvolta difficili, siano comuni e non “patologiche”. Questo avviene in riferimento ad esempio all’emotività (es. ansia; depressione sovrapposte a preoccupazione o tristezza/malinconia), a tratti del carattere (es. narcisista per persone sicure di sé e persuasive), a vissuti legati ad esperienze di vita (es. trauma per descrivere le avversità) e relazionali (es. bullismo, per riferirsi ad atti di prevaricazione).

Questo fenomeno è osservato e studiato da diversi autori (“concept creep” rif in biblio) che hanno rilevato come l’espandersi del campo del significato di alcuni termini (come ad esempio ansia e depressione), sia in termini di specificità che dal punto di vista qualitativo, non si sia accompagnato solo da una progressiva normalizzazione di tali fenomeni, non più stigmatizzati e visti come un tabù, ma al contrario rischi di espandere in termini di psicopatologizzazione la quantità di vissuti che vengono identificati come problematici ed afferenti ad una questione di salute mentale. Tale processo si interseca inevitabilmente con un processo simmetrico che procede di pari passo dal lato delle discipline che si occupano di salute mentale, attraverso la tendenza ad espandere la popolazione diagnosticata e diagnosticabile, sia rendendo meno selettivi i criteri diagnostici, sia attraverso la concettualizzazione e formulazioni di nuove categorie diagnostiche (per una critica autorevole all’ “inflazione diagnostica”, vedi Allen Frances).

Senza addentrarci troppo nell’analisi di tale tendenza, non risulta così irrealistico immaginare che la cultura della psicologizzazione e della cura (in un’accezione medicalizzante) possa venir assorbita in termini semantici ed esperienziali da coloro che attraversano una fase di vita, l’adolescenza, caratterizzata dalla scoperta di un mondo emotivo vivo e dirompente e dalla ricerca di una propria identità, che si struttura anche in relazione al trovare un posto nel mondo. Quella che da sempre è vista come una fase di “crisi” e di “ribellione” necessaria verso l’adultità, rischia di rimanere una rinascita e per certi versi una rivoluzione incompiuta, o incompleta, per via del conforto che i propri tormenti possono trovare nella semantica della psicopatologia, che, come la diagnosi, “offre i (dubbi) benefici della conferma e del riconoscimento” della propria emotività e individualità (Furedi).

Il riportare nel campo della problematica psicologica e di salute mentale buona parte delle esperienze e dei vissuti delle persone giovani, ha il duplice effetto di escludere dal campo i fattori politici, sociali, educativi di cui ogni forma di malessere è portatrice, e di accompagnarsi al riconoscimento da parte del mondo adulto, e certificato dalla psicopatologia, degli adolescenti di oggi come portatori di una propria individualità fragile, problematica che necessita di cura, confortando il mondo degli adulti che regolano e plasmano il contesto in cui adolescenti crescono, così che lo stato attuale delle cose viene messo al riparo dal potenziale di cambiamento intrinseco alla sofferenza dei più giovani.

Occorre invece tener a mente anche che “l’adolescente che sta male non è detto che sia malato, l’adolescente che soffre non è detto che sia un soggetto con disturbo mentale” (Lancini). Questo senza negare o svalutare la serietà con cui è necessario guardare e accogliere ciascuna  situazione e casistica, a prescindere dalla loro gravità in termini psicopatologici.

UN ALTRO POSSIBILE RUOLO DELLA PSICOLOGIA

Abbiamo messo in luce come da una certa prospettiva, la psicologizzazione delle forme che oggi ha assunto il disagio giovanile rischi di non cogliere il potenziale trasformativo che, in primis per gli adolescenti stessi, ma anche per la società, questa fase di vita racchiude in sé includendo anche certe quote di fisiologica sofferenza.

Oltre che nei confronti del futuro collettivo, i giovani rischiano così di sperimentare impotenza anche rispetto alla propria esperienza emotiva, laddove tutto ciò che ricade in un discorso di malattia mentale, all’interno di un paradigma d’impronta medica, ha anche come effetto quello di togliere responsabilità, e di conseguenza potere, alla possibilità di ampliare il proprio campo di azione senza un supporto specialistico. Supporto specialistico il cui esito rischia di essere quello, attraverso le proprie pratiche, di offrire riconoscimento e valore alla propria condizione, creando un cuscinetto protettivo nei confronti del mondo (ad es. attraverso le diagnosi e le relative certificazioni) e sottraendo una quota del potenziale che può scaturire dalle tensioni e conflitti presenti nelle relazioni nel contesto sociale, in particolare verso il mondo adulto (figure di riferimento e istituzioni).  

Ogni volta che anche noi psicologi, seppur mossi da buone intenzioni e non solo dalla promozione della nostra professione e della cultura dominante di cui essa è espressione, aderiamo ad esempio a compagnie di psicoterapia di massa (dal bonus psicologo, agli psicologi a scuola, a “vivere meglio” dell’Enpap), e partecipiamo ad iniziative di divulgazione, prevenzione (ad esempio nelle scuole, o in occasione delle innumerevoli giornate nazionali), rischiamo di partecipare alla diffusione di un certo modo di intendere la “cultura terapeutica” (rif Furedi) che in ultima istanza rischia di fragilizzare i singoli, parcellizzare la società e segregare la comunità. Oltre a divenire parte attiva di questa epidemia di sofferenza mentale, che passa anche attraverso forme di contagio sociale soprattutto tra i giovani (vedi Foulkes).

Senza sottrarci al nostro ruolo, soprattutto al nostro ruolo sociale, in alcune occasioni dovremmo avere come obiettivo quello di rendere autonomo e indipendente dalla nostra figura quello spazio che ci viene affidato, talvolta come esito di rivendicazioni (“abbiamo bisogno di più psicologi a scuola!” chiedono i collettivi di studenti). Il nostro ruolo, spostandoci dalla dimensione clinica, dovrebbe in questo senso essere anche quello di aiutare gli attori in gioco a valorizzare e rendere accessibili a tutt quegli spazi che ci vengono concessi anche grazie al fatto di poter partire da sintomi, a volte da diagnosi. Restituendoli allǝ ragazzǝ e ai loro naturali interlocutori, dove questi possano mettere insieme le proprie individualità, fatte anche di sofferenze e fragilità, e provare a trovare risposte comuni. Spazi pubblici e collettivi (a partire dalle scuole) che si smarchino dalla tendenza sempre più presente a diventare luoghi dove ci si occupa di cura e salute in senso terapeutico e fragilizzante. Contesti dove il potenziale che può scaturire dall’esporsi sulle proprie fragilità invece di permettere di identificarsi ed ottenere riconoscimento individuale (eventualmente in virtù di una categoria diagnostica) possa tramutarsi in consapevolezze collettive, confronti e rivendicazioni, riscoprendo l’arte del “sortire insieme dai problemi”.

In diversi contesti di attivismo i giovani già dimostrano di saperlo fare, a modo loro. 

“E voi adulti?”

Riferimenti Bibliografici

 Benasayag M., Schmit G. (2004) L’epoca delle passioni tristi. Milano: Feltrinelli.

Crotti M. (2013) Riconoscersi sulla soglia. Pensare la vulnerabilità per costruire la relazione educativa. Franco Angeli Ed

Foulkes L., Stringaris A. (2023) Do no harm: can school mental health interventions cause iatrogenic harm? BJ Psych Bulletin 2023: 1-3

Frances A. (2013), Primo, non curare chi è normale Bollati Boringhieri

Furedi, F. (2005). Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana. (L. Cornalba, Trad.) Milano: Feltrinelli.

Haslam N (2016) Looping effects and the expanding concept of mental disorder, Journal of Psychopathology 2016;22:4-9

Lancini M. (2023) Sii te stesso a modo mio Raffaello Cortina Editore.

Xiao Y, Baes N, Vylomova E, Haslam N (2023) Have the concepts of ‘anxiety’ and ‘depression’ been normalized or pathologized? A corpus study of historical semantic change. PLoS ONE 18(6): e0288027

+

Diagnosi e adolescenza. Conseguenze pratiche ed emotive delle difficoltà nell’apprendimento

Cosa prova un* adolescent* quando fatica a raggiungere gli obiettivi scolastici? La famiglia che ruolo ha? Come affrontare tutto questo?

Le psicoterapeute di Sportello TiAscolto condurranno una discussione intorno al tema della diagnosi e delle difficoltà a scuola, tenendo conto dei fattori emotivi e di contesto che intervengono.

▶️ I posti sono limitati: si consiglia di prenotare alla mail indicata sopra entro lunedì 27 novembre.

📍 L’incontro avverrà presso la sede di “A modo tuo”, in via Montecuccoli 6 a Torino il giorno mercoledì 29 novembre alle ore 20.45

+

Le pratiche collaborative nei servizi di cura e tutela

[L’opera di cui sopra, “The tree of life” di Keith Haring, si può trovare a questo link].

L’atto umano è un testo potenziale

e può essere compreso (come atto umano e non come azione fisica)

soltanto nel contesto dialogico del suo tempo […].

M. Bachtin

Con l’espressione pratiche collaborative all’interno dei servizi di cura e tutela si intende un insieme di approcci il cui scopo può essere riassunto come segue: tentare un superamento delle gerarchie del sapere pur rimanendo dentro le gerarchie organizzative dei ruoli, ponendo l’essere umano al centro del processo. L’essere umano viene visto come ‘conoscente’ (conosce indipendentemente dalla posizione o dal ruolo che assume, è ‘esperto per esperienza’), e non come essere che già conosce in virtù di un ‘sapere superiore’, come nel caso di operatori e specialisti [8]. Si sta facendo riferimento a prassi che esprimono una tensione a tradurre in pratica, nella dimensione operativa del lavoro psico-sociale o del percorso di cura, il principio della partecipazione, che a volte, seppur condiviso a livello teorico, non viene declinato nella pratica: esse mirano in sostanza a riequilibrare il potere in una maniera realmente democratica e rispettosa degli esseri umani.

Le pratiche collaborative rappresentano sia un approccio a un sistema di erogazione dei servizi sia una pratica terapeutica, ed esprimono al contempo una visione del mondo, un paradigma culturale. Pur essendosi sviluppate in contesti e periodi diversi, si possono rintracciare alcune basi teoriche comuni: il “Milan Approach” (modello sistemico di terapia familiare e intervento in contesti relazionali), l’epistemologia relazionale di Gregory Bateson, gli approcci conversazionalisti (Anderson, Goolishian) e del costruzionismo sociale (Gergen, McNamee), i filoni della psichiatria fenomenologica e democratica (Borgna, Basaglia).

Questo insieme di pratiche porta con sé una rivoluzione epistemologica, nei termini di messa in discussione dei concetti di gerarchia e responsabilità, di critica alla qualità oppressiva di pratiche ancora molto comuni nel sociale, come quelle che è possibile talvolta osservare nell’ambito dei servizi psichiatrici e della tutela minori. Il coinvolgimento e la pariteticità sono al contempo premesse ed esiti dei processi relazionali che si instaurano: le persone marginalizzate con cui spesso lavorano i servizi non si riconoscono in primis un ruolo attivo e partecipativo, perché la cultura che permea i servizi stessi li relega in posizione di oggetti, la cui responsabilità del proprio benessere dipende da altri, più ‘esperti’ di loro.

Si sta toccando qui uno dei temi centrali all’interno delle riflessioni e delle prassi che caratterizzano lo Sportello TiAscolto, quello del potere e della sua ‘distribuzione’: tra le persone, nel contesto dei servizi di cura/riabilitazione/tutela, entro una cornice relazionale, comunicativa e simbolica che già in partenza è asimmetrica (operatore/terapeuta/medico/specialista da una parte, individuo/gruppo/famiglia dall’altra); tra servizi, istituzioni, realtà e attori sociali; entro il tessuto socio-economico e politico più ampio.

Secondo i Determinanti Sociali della Salute (WHO, 2014), la salute mentale si distribuisce lungo un gradiente socio-economico: a ogni posizione sociale è associato probabilisticamente un livello di salute mentale determinato dalle condizioni di vita quotidiane dei soggetti. La pratica clinica e la psicoterapia, all’interno di questa prospettiva, rischiano di costituire un doppio pericolo per il benessere della popolazione: da una parte perché rischiano di relegare all’interno del setting clinico individuale i segni di una sofferenza talvolta frutto dell’incorporazione di strutture e processi sociali ingiusti; dall’altra, perché rischiano di alimentare le medesime dinamiche che mantengono le barriere, materiali ed economiche, alla piena autodeterminazione e partecipazione democratica delle persone (per un approfondimento si rinvia all’articolo pubblicato qui sul nostro sito).

La problematizzazione della spinta idealistica (utopica?) che anima le pratiche collaborative in direzione di una maggiore partecipazione, pariteticità ed inclusione delle persone nei loro percorsi di cura/tutela/promozione del benessere psicologico, è stata il nucleo intorno al quale si è sviluppata la discussione sorta durante il momento di formazione in cui il presente contributo è stato concepito.

Verranno di seguito riportati due esempi, l’Open Dialogue e il Family Group Conference, per meglio illustrare cosa si intende con l’espressione pratiche collaborative.

L’Open Dialogue (in italiano Dialogo Aperto) nasce e si sviluppa a Tornio, in Finlandia, nel 1984, nell’ospedale psichiatrico di Keropudas [2]. Ha origine come metodo di trattamento e gestione efficace delle crisi in ambito psichiatrico, ed evolve nel corso del tempo in un approccio di comunità alla salute mentale. L’Open Dialogue è stato inoltre riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come prassi non solo efficace, ma anche economicamente sostenibile per la salute mentale, oltre ad essere pratica centrata sulla persona e sulla tutela dei diritti umani.

Il modello delle Family Group Conference (in italiano “riunioni di famiglia”) trae origine in Nuova Zelanda alla fine degli anni ‘80, nell’ambito della tutela minori, come tentativo di contrastare forme di razzismo istituzionale e controbilanciare il potere dei professionisti, valorizzando la cultura tribale maori (che attribuisce importanza ai legami familiari e di comunità) e promuovendo la capacità della famiglia allargata di prendersi cura dei suoi membri più fragili, anche in situazioni di difficoltà [9]. Nelle situazioni di rischio, la legge (entrata in vigore nel 1989) prevede che venga offerta alla famiglia la possibilità di prendere parte a una FGC, il cui scopo è coinvolgere la più ampia rete possibile di relazioni significative nella definizione di un progetto per il benessere dei minori. Il FGC  può essere efficacemente descritto come un processo di empowerment familiare, con una particolare attenzione al rispetto delle differenze culturali, all’inclusività e al reale coinvolgimento delle famiglie (intese come famiglie allargate, con relative reti sociali e informali) nella co-creazione dei progetti e dei percorsi che le riguardano.

Le prassi collaborative, non coincidendo con un modello teorico specifico ma incarnando un approccio alla relazione con l’Altro e una visione del mondo, trovano utilizzo in ambiti diversi, dalla scuola e dai contesti educativi alla salute mentale, dalla tutela minori alla giustizia riparativa, al lavoro con persone anziane o con disabilità. E’ possibile evidenziarne alcuni aspetti comuni, tra cui:

  • l’incontro con le persone nel loro contesto di vita (es. casa/abitazione) o nel contesto che li fa sentire più a loro agio;
  • la considerazione dell’altro come non disfunzionale/sbagliato/cattivo, ma come una persona sofferente, che sta attraversando una fase di crisi/difficoltà;
  • la trasparenza (che può essere sintetizzata con l’espressione nothing about us without us) : ovvero partecipazione ad ogni momento di incontro/rete/equipe da parte di tutti e tutte (persone, operatori, specialisti, figure significative, etc.);
  • l’attenzione alla relazione e alla coesione del gruppo: fare gruppo anche con le persone, non solo tra operatori ed esperti; avere cura del gruppo non significa ricercare l’accordo a tutti i costi, ma aprire il dialogo e stare in posizione di incertezza, rinunciando all’idea di controllo e avendo fiducia nel processo in atto;
  • utilizzare e mantenere un linguaggio accessibile e comprensibile per tutti;
  • tutelare la dignità di ogni partecipante e garantire la partecipazione effettiva alle decisioni di ciascuno;
  • garantire la reperibilità degli operatori (o dell’operatore di riferimento).

L’interrogativo che ci si pone è come rendere davvero efficaci tali approcci nel contesto della cultura organizzativa che permea i servizi e le istituzioni che si occupano di salute e benessere mentale in Italia, cultura che è qui sempre più orientata nel senso di una medicalizzazione e patologizzazione del disagio mentale e della sofferenza psicologica, concepiti come legati a processi intrapsichici e quindi relegati a setting di cura per lo più individuali. Pertanto, come detto all’inizio, l’esperienza stessa del coinvolgimento e di una autentica inclusione delle persone nei loro percorsi di cura/riabilitazione/tutela rappresenta in molti casi un’eccezione, quando non una premessa o una condizione che può ostacolare lo stesso svolgersi del percorso, nei termini di una effettiva adesione da parte degli operatori dei servizi e di una reale condivisione da parte dei cosiddetti ‘utenti’, non abituati a sentirsi soggetti partecipi e dunque responsabili del loro stesso benessere.

Come operatori e operatrici, sebbene non condividiamo un tale paradigma culturale-epistemologico, tendente alla patologizzazione e medicalizzazione della sofferenza psichica, oltre che alla passivizzazione e de-responsabilizzazione dell’essere umano, non possiamo evitare di situarci e posizionarci rispetto ad esso, prendendone le distanze e con posture critiche, ma sempre con la consapevolezza di essere parte di uno specifico sistema, pena il rischio di riprodurre inconsapevolmente le medesime dinamiche che mantengono o amplificano le diseguaglianze sociali ed economiche nell’accesso a percorsi di cura e ad opportunità di benessere.

Ci si è chiesti dunque come fare sì che tali approcci cosiddetti collaborativi risultino realmente generativi, non volendo rinunciare alla loro carica trasformativa ma al contempo evitando di correre il rischio di scivolare in letture ingenue che non tengano conto della differenza e specificità di ciascun contesto di applicazione: difatti, i potenziali ostacoli non sono soltanto di ordine culturale-simbolico, ma sono altresì legati al tema della trasferibilità, connessa all’organizzazione dei servizi e al loro funzionamento. Ad esempio, l’Open Dialogue ha visto una sperimentazione in altri Paesi europei, quali Norvegia, Danimarca, Svezia, Germania, Inghilterra, e negli Stati Uniti. Anche in Italia, nel 2014, alcuni dipartimenti di salute mentale e servizi sociali  hanno iniziato a organizzare percorsi formativi volti a una riorganizzazione dei servizi e delle pratiche in senso dialogico. In risposta al Piano Nazionale della Prevenzione 2014 – 2018 che inseriva tra i suoi obiettivi prioritari la salute mentale, assegnando alle strutture sanitarie preposte (Dipartimenti di Salute Mentale, Dipartimenti di Prevenzione, Servizi Territoriali) il compito di intervenire precocemente sui primi sintomi di crisi psichiatrica, l’ASL TO1 aveva presentato al Ministero della Salute un progetto di sperimentazione biennale avente come obiettivo la valutazione della trasferibilità (prassi operativa e organizzativa) dell’Open Dialogue nei DSM italiani (le regioni coinvolte sono state Piemonte, Liguria, Marche, Lazio, Sicilia). Nella pratica, gli esiti della sperimentazione hanno rilevato che: per quanto a livello clinico ci fosse una parziale aderenza al modello Open Dialogue, le maggiori difficoltà incontrate dagli operatori e il maggior ostacolo ai fini della trasferibilità erano identificate a livello organizzativo, cioè il contesto del servizio che doveva adottare e implementare il modello. Tali elementi, relativi al servizio che adottava ed erogava gli interventi clinici, sono anche quelli che hanno ostacolato in misura maggiore la possibilità di un’aderenza fedele al protocollo.

Durante l’incontro di auto-formazione nel quale il presente contributo è stato concepito (momento che caratterizza l’operatività dello Sportello TiAscolto), sono emerse posizioni diverse riguardo ai temi del potere, della responsabilità e della partecipazione. Si è ragionato per lo più sulla effettiva criticità, nel lavoro clinico e psico-sociale, di tradurre in pratica l’aspetto della trasparenza, specialmente se intesa in senso totale, ovvero come coinvolgimento della persona ad ogni momento di riunione, equipe, incontro di rete, progettazione e definizione di un percorso/intervento. Da questo punto di vista, il rischio possibile, per gli operatori, è quello di interpretare gli aspetti caratterizzanti l’insieme variegato delle pratiche collaborative come una sorta di principi di un modello o di un protocollo: è chiaro che, in tal caso, il loro utilizzo si rivelerebbe non solo inefficace ma anche, in talune situazioni, dannoso e tendente a rinforzare reciproche premesse pre-esistenti (ad esempio, il triangolo “vittima-carnefice-salvatore” nella tutela minori, per il cui approfondimento si rimanda a [8], capitolo 4).

Non si tratta quindi di negare che gli operatori abbiano un potere (lo detengono solo per il fatto di avere un ruolo entro un’istituzione, e di vedersi attestato lo status di ‘esperti’), ma di riconoscere che esistono diversi livelli di responsabilità e di conoscenza (il sapere esperienziale che caratterizza gli ‘esperti per esperienza’): significa pertanto riconoscere il diritto di partecipazione delle persone nei percorsi di cura che li riguardano. Per evitare di idealizzare le pratiche collaborative, sarebbe forse più utile considerarle non in contrapposizione ma in un rapporto di complementarità con le pratiche più tradizionali delle istituzioni: non in alternativa, ma in connessione e in un rapporto di tensione dialogica, come possibile contaminazione in grado di avviare nel tempo processi trasformativi. Ad esempio, nell’ambito della tutela minori, dove non è possibile rinunciare alla funzione di controllo e protezione del minore, è al contempo necessario pensare anche in termini di cura/sostegno/riabilitazione della famiglia, ipoteticamente separando la funzione di controllo da quella di cura, affidandole  a servizi con funzioni distinte.

D’altra parte, ogni trasformazione richiede una crisi. Per compiere il salto di paradigma è necessario mettere in discussione le teorie implicite utilizzate, mettere in discussione alcune premesse disfunzionali del lavoro sociale che legittimano pratiche oppressive, che oltre ad essere violente generano paradossi che minano l’efficacia degli interventi. I cambiamenti istituzionali e sociali sono più lenti dei cambiamenti di pensiero: occorre quindi partire da questi ultimi.

L’atto del partecipare, oltre a rientrare nei diritti umani, è un atto terapeutico e trasformativo in sé, per le persone, così come per gli operatori: per guarire dall’idea di dover curare a tutti i costi e dalla hybris di pensare di sapere cosa sia meglio per l’altr*.

Questo insieme di prassi rimanda altresì all’idea (condivisa e promossa, ad esempio, anche dagli approcci di salute comunitaria come “One Health”, “Integrated Community Care” a livello internazionale, dalle realtà che aderiscono alla “Rete di Psicoterapia Sociale” a livello italiano) che il benessere sia una responsabilità condivisa, che le reti e i legami comunitari forniscano una cornice entro cui non solo ricercare il senso del disagio ma anche strategie, supporto e possibili soluzioni. In ultimo, all’idea – paradossalmente la più eversiva, nell’attuale panorama socio-economico dominato dal neo-liberismo – che la collaborazione tra esseri umani sia più efficace della competizione.

BIBLIOGRAFIA:

  1. Anderson H., Goolishian H., “Il cliente è l’esperto. Il ‘non sapere’ come approccio terapeutico” in McNamee, Gergen (1998), pp. 39-54
  2. Arnkil T. E., Seikkula J., “Metodi dialogici nel lavoro di rete” (Erickson, 2013)
  3. Bachtin M. “Estetica e romanzo” (Einaudi, 1979)
  4. Barone R. (a cura di), “Benessere mentale di comunità. Teorie e pratiche dialogiche e di comunità” (Franco Angeli, 2020)
  5. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente” (Adelphi, prima ed. lingua italiana 1977)
  6. Bertrando P., “Il terapeuta e le emozioni. Un modello sistemico-dialogico” (Cortina, 2014)
  7. Cecchin G., Lane G., Ray W. A., “Verità e pregiudizi” (Cortina, 1997)
  8. Ciliberto J., Piccinin M. (a cura di), “Le pratiche collaborative nei servizi di cura e tutela” (Carocci, 2022)
  9. Maci F., “Lavorare con le famiglie nella tutela minorile. Il modello delle family group conference” (Erickson, 2011)
  10. Seikkula J., “Il dialogo aperto. L’approccio finlandese alle gravi crisi psichiatriche” (Giovanni Fioriti Editore, 2014)
  11. World Health Organization. Social determinants of mental health. World Health Organization (2014)
  12. https://www.dors.it/page.php?idarticolo=210
  13. https://sportellotiascolto.it/2019/12/22/setting-psicologia-clinica-disuguaglianze-determinanti/
  14. https://www.cdc.gov/onehealth/index.html
  15. https://www.who.int/news-room/questions-and-answers/item/one-health#:~:text=What%20is%20’One%20Health’%3F,people%2C%20animals%20and%20the%20environment
  16. https://transform-integratedcommunitycare.com/
  17. https://www.retepsicoterapiasociale.it/