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Comunità del Ninfeo, presentazione attività di TiAscolto

A Tagliatelle, in provincia di Lecce, cominciano anche le attività di Comunità del Ninfeo, un progetto selezionato dalla Fondazione Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile.

Sabato 18 novembre, a partire dalle ore 11.00, le professioniste di Sportello TiAscolto presenteranno le attività e i laboratori che nei prossimi mesi saranno organizzati proprio a Masseria.

E con l’occasione svilupperanno un talk su “La genitorialità, miti e leggende rispetto ad un mestiere impossibile”. Partendo da input quotidiani si esploreranno insieme ai partecipanti rappresentazioni, stereotipi, falsi miti e luoghi comuni rispetto all’essere genitori.

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Coinvolgimento e partecipazione dei giovani per la promozione della salute mentale


La salute mentale di giovani e adolescenti è sempre più al centro dell’attenzione pubblica a livello globale. Purtroppo però, le misure di intervento e le strategie per la loro ideazione, tendono a non comprendere la loro voce, esitando in interventi poco significativi per i giovani e alla perdita di opportunità di partecipazione di cui potrebbero beneficiare.

Dal livello globale a quello territoriale, il coinvolgimento dei giovani nella co-progettazione di azioni che ne sostengano la salute, costituisce un valore aggiunto per interventi a loro dedicati, di cui possono diventare insieme protagonisti e beneficiari. Tale coinvolgimento può avvenire in diverse forme, dalla progettazione di politiche e servizi, alla loro valutazione, alla creazione di campagne di sensibilizzazione, al supporto tra pari, alla co-progettazione di programmi di educazione e alfabetizzazione sanitaria.

Su questa linea si inserisce la recente pubblicazione della cornice di riferimento per la partecipazione dei propri giovani da parte della Coalizione paneuropea per la salute mentale dell’OMS.

La Coalizione paneuropea per la salute mentale dell’OMS (WHO pan-European Mental Health Coalition) è una rete di esperti e organizzazioni che si occupano del rafforzamento dei sistemi di salute mentale in tutta la regione europea dell’OMS. E’ stata lanciata nel 2022 per sostenere l’implementazione del Quadro d’azione europeo per la salute mentale dell’OMS e si propone di mettere sinergicamente in rete le competenze e le esperienze dei membri per: migliorare l’accesso e la qualità dei servizi di salute mentale per tutti; integrare la salute mentale nella pianificazione della preparazione alla risposta per le emergenze; e rafforzare la capacità dell’Europa di prevenire le condizioni di salute mentale e promuovere il benessere per tutti, a tutte le età.
La Coalizione si concentra su sei linee di lavoro, una delle quali è inerente a salute mentale e benessere di bambini, adolescenti e giovani. Il fondamento di questa linea è una forte collaborazione tra l’Unità di riferimento dell’OMS per la salute mentale e l’Ufficio di Atene dell’OMS per la Qualità delle Cure e la Sicurezza dei pazienti, che ospita un programma dedicato al
Programma di rafforzamento della qualità dell’assistenza per la salute mentale di bambini e adolescenti. Gli obbiettivi chiave del programma, lanciato nel 2022, sono: promuovere e diffondere le innovazioni per migliorare la qualità dell’assistenza (compresa la partecipazione dei giovani); rafforzare la sintesi dei dati e delle conoscenze; e fornire supporto ai Paesi della Regione europea dell’OMS.

La Colizione ha recentemente prodotto una cornice di riferimento per la partecipazione dei propri giovani, co-creato con essi, che definisce una visione e dei principi guida su come la Coalizione ha intenzione di coinvolgere e attivare la partecipazione in giovani in maniera ricca di significato per le persone coinvolte, creando inoltre un impatto positivo sul lavoro prodotto.

Secondo tale cornice, i principi guida di tale partecipazione dovrebbero essere: la diversificazione, l’accessibilità, l’inclusività, il coinvolgimento, la sicurezza e il supporto, il rafforzamento, la trasparenza.

La cornice di riferimento è stata sviluppata nel contesto della forte e costante richiesta dei membri della Coalizione di coinvolgere attivamente i giovani nelle attività intraprese dall’OMS che impattano su salute mentale e benessere dei giovani in tutta la Regione Europea, sia che si tratti di sviluppo di politiche o linee guida, ricerca o programmazione.

L’idea di sviluppare questa cornice è stata avviata da un gruppo di giovani membri della Coalizione per garantire che la partecipazione attiva dei giovani sia realizzata in modo coerente e significativo e, cosa più importante, ispirata e sostenuta da ciò che i giovani vogliono e di cui hanno bisogno per sentirsi sicuri e rinforzati nell’impegnarsi – e essere motivati a continuare a impegnarsi nel tempo.


Qui potete trovare il documento:

“Youth engaged for mental health: a framework for youth participation under the WHO Pan-European Mental Health Coalition. Copenhagen: WHO Regional Office for Europe; 2023. Licence”



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Power Threat Meaning Framework (PTMF) versione italiana

Dopo alcuni anni di impegno è finalmente uscita la versione italiana del Power Threat Meaning Framework (PTMF).

La traduzione è stata da noi curata insieme ad altre realtà e attori, con il supporto della Società Italiana di Psicologia di Comunità (SIPCO).

Si tratta di un modello operativo, co-creato insieme ad esperti per esperienza e sopravvissuti dei servizi, prodotto dalla British Society of Psychologist, di cui abbiamo parlato qui, con l’obiettivo di trasformare le pratiche cliniche, alla luce di concezioni e pratiche critiche e politiche della clinica.
Tuttavia, l’ambito clinico non rappresenta l’unico ambito di applicazione del modello che può portare, ad esempio, ad un arricchimento delle strategie di salute pubblica (Harper 2023).

Riportiamo la breve introduzione alla traduzione:

“La traduzione italiana del PTM Framework punta ad arricchire il bagaglio teorico-pratico della clinica, operata dentro e fuori le istituzioni, soprattutto in riferimento alla possibilità di acquisire uno sguardo e un posizionamento critico e politicamente consapevole sul mandato della propria disciplina. In Italia la comunità professionale della psicologia clinica vive scetticamente qualsiasi intrusione di riferimenti esplicitamente sociopolitici; in questa rigida separazione tra politico e clinico diventa impossibile qualsiasi interrogazione sulle implicazioni più generali della propria pratica, sia in termini epistemologici sia in termini di accessibilità, salute pubblica, organizzazione delle cure e integrazione nel sistema dei servizi. Neanche l’uscita del DSM5 (in risposta a cui in Gran Bretagna ha preso avvio il processo in cui si inscrive la stesura del PTM da parte della Società Psicologica Britannica) ha prodotto, tra le fila della psicologia clinica italiana alcun movimento per la costruzione di alternative alla medicalizzazione da esso determinato e nessuna riflessione sul rapporto tra i valori impliciti che esprime e la temperie sociopolitica dominante. 

Nella mancanza di paradigmi alternativi la psicologia clinica si condanna ad essere lo strumento del mero riadattamento al mondo nelle modalità del “soft power”, alimenta il proprio prestigio riproducendo l’abilismo, il produttivismo e la violenza sistemica da cui sorge gran parte di quella sofferenza sulla quale essa si legittima come sapere professionale deputato al trattamento correttivo. Nell’ambito pubblico come in quello privato, piuttosto che lavorare in un’ottica di salute collettiva e comunitaria, la psicologia contribuisce a riprodurre la segmentazione delle tipologie di utenza a scapito dell’universalismo dei servizi, la patologizzazione e l’individualizzazione delle contraddizioni sociali, la ritraumatizzazione causata dai sistemi di presa in carico. Tale arretratezza è fronteggiabile solo tramite una concezione politica della clinica, che operi sia nella concretezza dei servizi, sia sul piano dell’epistemologia e della teoria, con possibili esiti migliorativi sulle forme di trattamento e sulla salute della cittadinanza. Di seguito vediamo una serie di riflessioni e premesse teoriche che condividiamo con il gruppo estensore del PTM. 

Sulla base della constatazione che i modelli diagnostici psichiatrici hanno fallito nel tentare di riprodurre il processo formalizzato dall’uso delle diagnosi in medicina – principalmente per la difficoltà nel fare corrispondere i problemi soggettivamente percepiti con modelli generali già identificati, capaci di fornire indicazioni utili per predire sviluppi e porre in essere interventi efficaci – il gruppo che ha realizzato il PTM si è posto l’obiettivo di indicare una prima possibile sistematizzazione delle acquisizioni teoriche alternative, emerse nello sforzo di capire e alleviare il disagio emotivo, le esperienze inusuali e i comportamenti disturbati o disturbanti in una prospettiva non-diagnostica. 

Dal punto di vista filosofico si è trattato di questionare gli assunti, ancora imbrigliati nel positivismo ottocentesco, operanti nella ingenua classificazione di stati d’animo, condizioni esistenziali e comportamenti come scomponibili in serie di variabili misurabili e nella congetturata sussistenza di modelli semplicisticamente lineari di interazione tra queste variabili – da cui inevitabilmente risulta una rappresentazione distorta dei rapporti tra corpo, contesto sociale ed esperienza psicologica. L’altro punto che si è dovuto superare è la supposta neutralità della posizione dell’osservatore, che in realtà tende inevitabilmente a merginalizzare evidenze, esperienze e testimonianze prodotte al di fuori dai parametri positivistici. 

Con l’obiettivo filosofico e politico di riconoscere le operazioni del potere la rilevanza della giustizia sociale nell’esperienza umana, il gruppo estensore del PTM fa tesoro di un ampio novero di contributi teorici per compiere le sue elaborazioni: da quelli cognitivi a quelli dialogici del costruzionismo sociale, dal comportamentismo radicale all’approccio ermeneutico-interpetativo di Esterson e Laing. La posizione del gruppo estensore del PTM è che anche approcci ricollegati a istanze positivistiche (e che hanno avuto un ruolo nella formalizzazione oggettivistica della categorizzazione diagnostica) possono essere usati in forme alternative. Allo stesso modo la psicoanalisi viene usata tenendo conto che, pur criticando la limitatezza eziologica degli impianti classificatori oggi dominanti, non ha mai messo in discussione il progetto classificatorio in sé – critica estesa anche alla fenomenologia (nonostante anche essa sia tenuta in seria considerazione come presupposto). Sono allo stesso modo usati il realismo critico e le filosofie processuali, sistemiche ed ecologiche, gli approcci di liberazione e giustizia sociale, gli approcci dei movimenti di users e survivors, le prospettive femministe e la psicologia indigena. 

Power Threat Meaning Framework si può tradurre come “Modello teorico sui significati attribuibili alle minacce percepite in relazione alle azioni e alle forme strutturali di potere”; per preservare l’incisività della lingua inglese abbiamo quasi sempre ritenuto opportuno mantenere la dicitura originaria. In coerenza rispetto al contenuto e al metodo con cui è stato prodotto il PTM – in un processo di costante confronto tra saperi clinici e saperi esperienziali – abbiamo costituito il gruppo impegnato nella traduzione coinvolgendo attivstə, survivors, soggettività neurodivergenti, persone impegnate nella ricerca sociale e nella prassi politica, oltre che nella clinica, nei servizi di salute mentale e nell’associazionismo. 

Ringraziamo per il sostegno la Società Italiana di Psicologia di Comunità (SIPCO) e le presidenti, Fortuna Procentese ed Elena Marta, senza cui questa traduzione non avrebbe preso vita e la Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (SIEP).

Il gruppo di traduzione, in ordine alfabetico, è composto da: Atti Lorenzo; Antoniol Valentina, Barausse Sara, Ruben David, Bartiromo Rosa, Bedini Renata, Berta Stefano, Bessone Matteo, Biagini Rossella, Casadio Roberta, Lorusso Maric*, Negrogno Luca, Romagnoni Margherita, Sarasso Pietro, Tamelli Filippo, Tarantino Chiara, Valletta Luana.

Edizione italiana a cura di, in ordine alfabetico: Berta Stefano, Bessone Matteo, Negrogno Luca, Sarasso Pietro, Tarantino Chiara.”

Qui è possibile trovare le prime pagine e l’indice.
La versione intera della versione breve è disponibile sul sito della SIPCO e potete contattarci tramite mail per riceverla gratuitamente all’indirizzo info@sportellotiascolto.it.

Qui potete inoltre trovare la versione integrale in lingua inglese.



Bibliografia:

Harper, D. J. (2023). De-medicalising public mental health with the Power Threat Meaning Framework. Perspectives in Public Health, 143(3), 151-155.

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Psicoterapia urbana. Esperienze di cura in setting non tradizionali.

“Non parlate.

Si dicono sciocchezze,

che il nonno è venuto,

con un mucchio di giocattoli.

Il nonno non c’è.

Il nonno è in fabbrica.

In fabbrica?

Si, in quella che fa polvere da sparo.”

[V.Majakovskij, Conifere]

Premessa:

Siamo ai primi di agosto, numerosi cittadini e cittadine ricevono l’sms in cui viene loro comunicata la sospensione del Reddito di Cittadinanza: “Domanda di RDC sospesa come previsto dall’art.3 del DL 48/2023. In attesa eventuale presa in carico da parte dei servizi sociali”, recita il testo del messaggio. Peccato che i telefoni degli uffici squillino a vuoto e quando si riesce per pura casualità a trovare qualcuno all’altro capo del telefono, la risposta è più o meno sempre la stessa: la collega è in ferie. Tempismo perfetto per sospenderlo. Non sembra proprio una coincidenza.

Il Reddito di Cittadinanza presentava senza dubbio punti di forza e criticità; il focus di questo articolo non è su tale misura politica ed economica, ma molte delle persone seguite in questi anni nel progetto su cui si basano le riflessioni che faremo oggi, hanno avuto accesso a questo tipo di sostegno e nei giorni in cui iniziamo a buttare giù le prime righe di questo articolo riceviamo le loro telefonate: la frustrazione è tanta. Di queste persone, che sono arrabbiate e preoccupate, nostra, che sentiamo di nuotare insieme a loro, controcorrente.


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Alcuni anni fa pubblicammo un articolo in cui, in riferimento ad alcune teorie sviluppate da L. Cancrini,  davamo voce all’ipotesi di una trasmissione intergenerazionale della sofferenza e del sintomo non in termini genetici, ma relazionali e familiari (Cancrini 2012). Le nostre riflessioni andavano in una direzione di riconoscimento dell’importanza di lavorare in ottica contestuale: se è l’ambiente familiare con la propria storia a determinare il livello di benessere dell’individuo, intervenire nel sistema può interrompere una catena di sofferenza. Nelle conclusioni invitavamo a riflettere su quanto fosse importante agire in termini preventivi, come dire: la meta è l’origine. Se si lavora aiutando non solo i bambini e le bambine, ma ancora prima i genitori, in un’ottica non giudicante ma accogliente e collaborativa, possiamo prevenire possibili situazioni patologiche in età adulta.

Nel corso di questi anni abbiamo provato ad ampliare il campo di osservazione, integrando questa prospettiva e inserendola in una cornice piú estesa, alla luce dei determinanti sociali della salute mentale (OMS 2014).  

L’ipotesi alla base del lavoro “sul campo” che stiamo portando avanti, si fonda sull’idea che se la sofferenza è nel contesto e l’individuo se ne fa portavoce, a determinare il benessere e il malessere di una persona non è solo il sistema familiare, in quanto questo è a sua volta contenuto in un sistema più ampio, quello sociale e culturale.

Da questa premessa nasce la nostra psicoterapia urbana, un’azione di cura e ascolto terapeutico fuori dalla stanza di terapia.

Molto spesso le persone che hanno più bisogno di essere sostenute e accompagnate in momenti critici della propria vita non hanno accesso a percorsi di sostegno e cura; per motivi prima di tutto economici, ma anche strutturali, legati al modo in cui è pensata ed esercitata la professione psicologica. Nonostante venga professata l’appartenenza di  questa categoria all’insieme dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) infatti, il Sistema Sanitario Nazionale raramente è in grado di fornire accesso e continuità a percorsi di sostegno psicologico e psicoterapia per persone che ad esso si rivolgono. Così la cura psicologica viene confinata in gran parte al privato e assume i caratteri di un salotto borghese, non a tutti accessibile. Per alcune persone questo è un lusso non pensabile, ma il paradosso è che proprio quelle persone dovrebbero averne più diritto.

Questa riflessione è cio che ha contribuito non solo alla fondazione di Sportello TiAscolto, ma è anche ciò che ci ha spinto in questi ultimi anni ad uscire dalle nostre stanze di terapia, mettere in discussione il setting tradizionale e sperimentare una psicoterapia urbana. Nello sviluppo e continuità di questa particolare pratica clinica è stato e continua ad essere fondamentale il nostro coinvolgimento da parte di Arci Torino all’interno di un progetto in rete con diverse realtà del territorio rivolto alle fasce più fragili della popolazione, che ha lo scopo di migliorare i livelli di benessere di nuclei familiari e individui in difficoltà .

Aiutare le persone e le famiglie significa prima di tutto metterle nella condizione di poter accedere a  risorse e strumenti; l’aiuto psicologico in assenza di altri interventi, in situazioni come quelle che abbiamo incontrato, è una goccia in un oceano di difficoltà. E’ importante per noi sottolineare questo punto perché a volte si corre il rischio, specie nella nostra professione, di definire la realtà solo in termini psicologici, con un livello di astrazione che sradica dal mondo concreto e che rischia di far cadere nella retorica del “volere è potere”.

La salute di un popolo, dipende in forma considerevole dal modo in cui le azioni politiche condizionano l’ambiente e creano quelle circostanze che favoriscono la possibilità di creare legami sicuri e relazioni protettive, lo sviluppo della fiducia in sé stessi e negli altri,  della dignità e  dell’autonomia (Illich 2013). Ciò significa che i maggiori livelli di benessere vengono riscontrati in ambienti in cui il contesto si impegna nel generare condizioni che permettano di far fronte alla vita in modo autonomo. L’assistenzialismo non è un punto di arrivo, ma la dimostrazione del fallimento di un sistema culturale, economico e politico che non è andato nella direzione di creare un’ uguaglianza sociopolitica.

Le disuguaglianze sociali hanno avuto e continuano ad avere delle evidenti conseguenze negative sulla salute. Interrompere questo meccanismo presuppone un’azione su più livelli, prima di tutto politici ed economici, perché non c’è salute e benessere senza diritti.

Dalla posizione sociale che la persona ricopre, dipende non solo il grado di controllo che questa sente di avere sulla propria vita, ma anche e soprattutto la probabilità di essere esposto a fattori di rischio legati a salute fisica e mentale. Pensiamo ad esempio all’ambiente in cui le persone risiedono, le città, le periferie, le abitazioni. E guardando più da vicino, pensiamo a quanto può essere più difficile accedere alle cure appropriate quando si vive in una condizione di svantaggio socioeconomico. Vivere in contesti insalubri significa anche adottare stili di vita insalubri: alimentazione, fumo, alcol, inattività fisica ecc. In sintesi: la posizione sociale influenza la salute, ed essere in una posizione svantaggiata aumenta il rischio di esposizione a fattori negativi; inoltre, se si occupa una posizione  di svantaggio è più probabile che non si disponga degli strumenti per far fronte o prevenire eventuali esperienze sfavorevoli (DoRS 2017). 

Immaginate una valanga e pensatela dietro di voi. Ora iniziate a correre.

È davvero bizzarro supporre che persone che si trovano in tale condizione abbiano il tempo di fermarsi e interrogarsi sulla propria condizione psicologica, surreale aspettarsi che suonino alla porta del nostro studio e che abbiano risorse economiche per poter sostenere un percorso. Perciò abbiamo pensato di cambiare le regole del gioco e contribuire a creare luoghi di cura in contesti urbani deprivati; perchè l’inclusione degli esclusi non consiste nell’apprendimento delle regole degli inclusi da parte degli esclusi, ma in un mutamento delle regole stesse.

Secondo Saraceno i problemi di salute mentale e generale, saranno sempre più problemi di salute e sofferenza urbana (Saraceno 2018). L’autore, a partire da questa considerazione, teorizza un paradigma secondo cui le sofferenze sarebbero intrecciate tra di loro nella vita di un individuo e allo stesso tempo intersecate tra loro nella comunità, quindi di fatto si tratterebbe di sofferenze meta individuali; purtroppo nonostante ciò, le risposte del sistema sociale sono quasi sempre frammentate e frammentanti. Ciò significa che nonostante viviamo in un tessuto urbano in cui tutto è collegato in modo circolare e in cui ognuno è legato all’altro per similitudini ed esperienze, le persone si percepiscono paradossalmente sole e isolate, proprio perché questa è l’immagine che la società riflette e rimanda agli individui, rispondendo a bisogni collettivi con azioni singole e disconnesse.

Aiutare le persone nel loro territorio vuol dire per noi provare ad accorciare le distanze, non colludere con questa tendenza alla disgregazione. Essere nei luoghi significa conoscere i luoghi per poterli comprendere maggiormente. Inoltre questo ci permette di essere più vicini alle persone che li abitano e quindi più accessibili, ma anche più vicini a servizi e Istituzioni che le persone frequentano e a cui si rivolgono: associazioni, servizi sociali, scuola. È molto importante per noi costruire alleanze dentro e con le Istituzioni, ma con il fine secondario di decostruirne le logiche, laddove utile e possibile.

Un errore che spesso si compie è quello di immaginare e progettare interventi sulla base di quello che il professionista presuppone che sia “la cosa giusta”, senza considerare il contesto e le differenze. Non possiamo pensare di normalizzare la diversità, ma occorre uno sforzo per diversificare la norma, cogliendo la complessità delle situazioni e quindi dei bisogni che da esse emergono (Saraceno 2018). Non vogliamo infatti cambiare le persone secondo ciò che per noi è giusto; ne rispettiamo l’unicità e le scelte, cercando il più possibile di disfarci di pregiudizi che rischiano di fare del nostro lavoro un esercizio di potere.

Da diversi anni, proprio per evitare di leggere e interpretare il mondo psicologico adottando modelli medicalizzati e occidentalizzati, TiAscolto sta sperimentando l’utilizzo del PTM (Power Threat Meaning Framework) come strumento utile alla comprensione del funzionamento mentale delle persone che a noi si rivolgono. Attraverso questo modello il sintomo non viene più letto in modo disfunzionale, ma come risposta adattiva a dinamiche di potere e minaccia (British Psychological Society 2018). Leggere il funzionamento mentale in questi termini vuol dire ampliare il campo di osservazione, adottare un paradigma ambientale e contestuale in cui fattori neurobiologici, schemi di interpretazione, modelli operativi ecc. non vengono negati, ma assumono la natura di conseguenza, anziché causa. Guardare alla salute mentale in quest’ottica ha numerose conseguenze sugli interventi che la riguardano, tanto in ambito sociale quanto di comunità. Quando diciamo che personale è politico intendiamo tutto questo. Fino ad ora quella psicologica è stata una categoria socialmente troppo poco impegnata e poco coinvolta; il lavoro di aiuto è stato principalmente volto a riparare i danni, quando molto si sarebbe potuto e si potrebbe fare per evitare di crearne.

Psicoterapia urbana per noi significa perseguire un’etica di accesso ad opportunità affettive e sociali. Ciò è possibile lavorando in sinergia con altre realtà che si occupano di aiutare le persone a gestire difficoltà legate alla casa, al lavoro e simili. Il nostro ruolo è prima di tutto quello di rispondere al diritto fondamentale di essere ascoltati. Inoltre, cerchiamo di svolgere un’azione preventiva attraverso il lavoro con famiglie multiproblematiche, in cui il rischio di esposizione al trauma e il conseguente sviluppo  di risposte sintomatologiche sono molto alti; vivere in contesti caotici non mette infatti nella condizione di poter sperimentare sicurezza e senso di integrazione. Questo vale per i genitori e di conseguenza per i figli; il tentativo è quello di interrompere una catena di eredità intergenerazionale della sofferenza.

Il fine ultimo del nostro lavoro di psicoterapia urbana è quello di aiutare le persone ad aspirare a un maggior benessere e una maggiore libertà, rendere prima di tutto per loro pensabile la possibilità di uscire da una condizione di svantaggio.  Ma questo lavoro non può essere fine a se stesso; le persone devono altresì essere messe nella condizione di poter acquisire strumenti che ne aumentino il benessere e parallelamente hanno diritto ad accedere a beni e risorse che le aiutino ad aumentare il proprio senso di autonomia e responsabilità.

Per poter desiderare e per poter acquisire gli strumenti necessari a raggiungere ciò a cui a aspiriamo, dobbiamo essere messi nella condizione di poterlo fare. Questo è il nostro impegno attraverso una pratica urbana della psicoterapia. Pensiamo che sia scorretto dire che la vita è una tombola. Al contrario di come suonavano i versi di una famosa canzone infatti, la vita non è una tombola, ma una partita a Monopoli, dove lo status  di vincenti e perdenti si decide nei primi turni di gioco, e una volta che ti è stato assegnato un destino, uscirne è incredibilmente dura.

Bibliografia 

British Psychological Society (2018) The Power Threat Meaning Framework. British Library

Cancrini L. (2012) La cura delle infanzie infelici. Raffaello Cortina Editore, Milano

Illich I. (2013) Nemesi medica. La paradossale nocività di un sistema medico che non conosce limiti. Red Edizioni, Cornaredo (MI)

Saraceno B. (2018) Psicopolitica. Città, salute, migrazioni. Derive Approdi Editore, Roma

WHO (2014) I determinanti sociali della salute mentale. traduzione a cura di Dors (2017)

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“Medicina Democratica n. 253-254” su salute mentale

E’ da poco stato pubblicato il numero 253-254 della rivista di Medicina Democratica con il dossier sulla salute mentale che racchiude gli interventi per il congresso nazionale di Medicina Democratica di Ottobre 2022.

Gli interventi e i contributi sono di : Enzo Ferrara e Emanuela Bavazzano; Sarantis Thanopulos; Riccardo Ierna; Gioacchino di Palma; Bruna Bellotti; Francesco Centoni; Elena Buccoliero; Angelo Barbato; Laura Guerra; Donatella Albini; Giulia Giardina; Luca Negrogno; Matteo Bessone; Antonello D’Elia. Salvatore Di Fede, Raffaele Galluccio, Emilio Lupo; Alberto Gaino; Angelo Baracca.

Scarica qui la rivista dove è possibile trovare un contributo sullo Psicoterapismo.

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Giornata Mondiale della Salute Mentale 2023: “La salute mentale è un diritto umano universale”

Ogni anno la giornata mondiale della salute mentale costituisce un’opportunità per sensibilizzare popolazioni e governi sull’importanza della salute mentale. Quest’anno il tema è “la salute mentale è un diritto umano universale”. Come Arci Torino sosteniamo la necessità di iscrivere la salute mentale, la sua tutela e la sua cura, in un approccio fondato sui diritti.

La salute mentale, infatti, è fondamentale per la vita di comunità e cittadin3. E’ dotata di un valore intrinseco, costituendo un fine in sé e, insieme, è strumentale ad altri fini e alla fruizione di altri diritti. 

Inoltre, le condizioni di salute mentale e la sua distribuzione costituiscono la cartina tornasole della geografia del potere, della distribuzione delle risorse, economiche e simboliche, e della fruizione dei principali diritti all’interno di ogni società.

Infatti, le condizioni di salute mentale non sono funzione esclusiva delle menti dei singoli individui. I nostri corpi attraversano gli spazi, pubblici e privati, determinati dalle politiche pubbliche e dall’azione comunitaria del corpo sociale. Insieme ai nostri corpi, le nostre menti, abitate e plasmate, dalle circostanze, esperienze e relazioni vissute in questi spazi.

Non possiamo nè vogliamo ignorare che il diritto alle migliori condizioni di salute e benessere sia ostacolato dalla violazione dei più elementari diritti: il diritto ad una casa, ad un reddito, ad un lavoro dignitoso, all’istruzione, alla partecipazione alla vita culturale e sociale della comunità, all’aborto, alla vita famigliare, ad un’infanzia libera da deprivazioni materiali e affettive.

Affermare che la salute mentale sia un diritto universale significa esigere e rivendicare  società capaci di garantire condizioni di vita, sociali, economiche e culturali che promuovano salute mentale e benessere per tutte e tutti, in particolare per le fasce più svantaggiate e maggiormente oppresse della popolazione. Donne, comunità LGTBQIA+, migranti, sono solo alcuni dei gruppi sociali che, con minori opportunità e peggiori condizioni di vita, vedono maggiormente ostacolata la possibilità di godere del diritto alla salute, fisica e mentale.

Affermare che la salute mentale sia un diritto universale significa partire dalla constatazione che il contrasto a discriminazione, esclusione, pregiudizi e stigma, isolamento, deprivazione economica e sociale e, più in generale, alle disuguaglianze sociali, sia la misura più potente, efficace e necessaria, per occuparsi, oggi, della salute mentale della popolazione in ottica realmente preventiva, della sofferenza e della dignità delle persone.

Significa tutelare le condizioni di salute del Sistema Sanitario Nazionale, sottraendo la cura della salute mentale alle logiche del profitto, esigendo disponibilità e accessibilità a servizi pubblici, radicati nei territori, e capaci di erogare cure dignitose, rispettose dei diritti, appropriate ed efficaci, per tutte e tutti.


Affermare che la salute mentale sia un diritto umano universale significa riconoscere la vulnerabilità delle persone con problemi di salute mentale, maggiormente esposte al rischio di violazione dei propri diritti, in ambito sanitario e sociale. Significa riconoscere l’importanza della tutela dei principali diritti, nei servizi sanitari e nei territori, e della rimozione delle barriere alla piena partecipazione alla vita comunitaria, come fattore di cura determinante, precondizione per la guarigione.

A cura del Tavolo Psicologia di Arci Torino.

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Sospendere gli antidepressivi (1): consapevolezza pubblica e consigli pratici. 

Pubblichiamo un contributo in due parti sulla sospensione degli psicofarmaci e, in particolare, degli antidepressivi. La prima parte ha l’obiettivo di illustrare alcune risorse disponibili, in rete e non solo, per aumentare la conoscenza relativa ai percorsi di sospensione dagli antidepressivi, accennando al quadro della sindrome da astinenza.
La seconda parte ha l’obiettivo di delineare il ruolo delle pratiche cliniche, psicologiche e psicoterapeutiche, e interrogare la loro supposta neutralità rispetto alla sospensione e all’assunzione degli psicofarmaci, nel contesto più ampio delle attuali pratiche e culture prescrittive, alla luce dell’andamento storico del consumo e, soprattutto, dell’insieme dei nuovi e complessi bisogni di salute da questo emergenti.

Il problema del sovrautilizzo e della pubblica consapevolezza dei danni

Oggi, in un’ottica di salute pubblica, il tema di uso equilibrato e corretto degli psicofarmaci è rilevantissimo. La misura di di tale rilevanza è aumentata in funzione del parallelo progressivo incremento del consumo di psicofarmaci nella maggior parte dei paesi industrializzati[0]. In Italia, ad esempio, si registra un incremento nelle vendite di antidepressivi del 10% negli ultimi 10 anni [1], con un aumento nel 2021 del 3,4% rispetto al 2020 [2], e un uso raddoppiato negli ultimi 15 [3]. Di conseguenza, negli Atti della seconda Conferenza Nazionale per la Salute Mentale del 2021 “Per una Salute Mentale di Comunità”, Angelo Barbato, dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS di Milano, definisce l’emergenza sanitaria del “consumo di massa di farmaci antidepressivi, un problema rilevante di salute e sanità pubblica” in maniera analoga a quanto dichiarato dallo stesso Istituto Superiore di Sanità [3] e da evidenze relative alla diffusione degli antidepressivi [3b]. Riteniamo che tale emergenza debba interrogare le pratiche e le culture prevalenti dei servizi pubblici così come quelle dei dispositivi di cura con questi interagenti. Inoltre, la natura di tale problema costituisce un punto di partenza imprescindibile per orientare la disponibilità e la qualità delle informazioni a cui può accedere la popolazione, anche tramite siti come il nostro.

Nonostante l’evidenza di tale emergenza e gli inviti alla cautela però, come ricorda Moncrieff in un editoriale su Epidemiology and Psychiatric Sciences sugli effetti avversi persistenti degli antidepressivi [4], il danno dei farmaci costituisce spesso un punto cieco per molti clinici e ricercatori, come testimonia il numero di anni necessario affinché la comunità medica abbia potuto apprezzare e pubblicamente riconoscere i danni di un certo uso di alcuni farmaci antipsicotici. Tale cecità da parte della comunità medica, d’altro canto, è in un rapporto bidirezionale con la consapevolezza della popolazione, influenzata a sua volta dalla disponibilità di informazioni pubbliche, su larga scala, in ambito sanitario che aumenta la sensibilità sociale per determinati temi, il riconoscimento pubblico e l’emergere di nuovi bisogni di salute.
Un esempio virtuoso di tale processo, è costituito dal Regno Unito dove i rischi di un sovrautilizzo degli antidepressivi occupano uno spazio sempre maggiore , anche grazie alla divulgazione di articoli e documentari per la popolazione generale, nella consapevolezza sociale, nelle comunità scientifiche, e nelle agende delle agenzie sanitarie e politiche, come testimonia, ad esempio, il lavoro del “Gruppo parlamentare di tutti i partiti per la dipendenza da farmaci prescritti” e di altre agenzie sanitarie pubbliche.

Infatti, analogamente a quanto accaduto come in seguito al sovrautilizzo degli antibiotici, nonostante gli indubbi benefici per la salute della popolazione, l’aumento vertiginoso del consumo per molte classi di psicofarmaci in tutta Europa, e la crescente diffusa percezione degli evitabili danni conseguenti per la salute fisica e mentale di una fascia crescente e ampia di popolazione, talvolta alimentano comprensibili timori da parte delle istituzioni sanitarie e governative che, come possono, corrono ai ripari, limitandone l’uso. Ad esempio, in Italia, all’aumento di uso delle benzodiazepine, con una variazione media annuale del + 5,2% dal 2015 al 2021[2] è seguita, dal 2021 e il 2020 una riduzione dell’1,1% [2], che interrompe bruscamente il trend. Tale riduzione è determinata meno da un miglioramento delle condizioni di salute dei cittadini e più dall’aumentata percezione e consapevolezza, soprattutto da parte delle organizzazioni sanitarie, dei danni legati ad una iperdiffusione a cui seguono misure di contrasto. Il medesimo rischio vale anche per gli antidepressivi che, se da una parte indubbiamente possono fornire una risposta efficace e appropriata ai bisogni di salute dei cittadini, se diffusi e utilizzati sopra una certa soglia, producono nuovi bisogni di salute, legati ai danni prodotti e alla riduzione del loro uso e consumo che rischia di configurarsi, a pieno titolo, anche come dipendenza.

Gli antidepressivi, inoltre, rappresentano una classe di farmaci particolarmente importante: come evidenzia Barbato, è il loro consumo, infatti, a trainare la tendenza all’espansione dell’uso degli psicofarmaci nei paesi con un consumo più elevato di psicofarmaci.
Questo accade nonostante il paradosso della continua crescita nei consumi degli psicofarmaci a fronte degli inviti alla prudenza e le evidenze critiche che testimonierebbe più il successo del mercato e la sconfitta delle evidenze a favore del marketing[4a].

Contenimento della diffusione e risposte ai nuovi bisogni di salute

Tuttavia, generalmente, i servizi dei Sistemi Sanitari Nazionali, responsabili – e non solo in psichiatria – di tale utilizzo e dell’inappropriatezza prescrittiva che, insieme alla pressione della domanda dei cittadini, lo determina, non sempre riescono a fornire una risposta efficace alla riduzione e al contenimento necessari e all’emergere di tali nuovi bisogni di salute. Insomma, riprendendo un recente articolo dell’Economist, se troppi cittadini e cittadine assumono troppi psicofarmaci, i servizi sanitari non sembrano aiutare, nè nel contenere le prescrizioni nè nel aiutare le persone ad interrompere l’uso.

Dal momento in cui la questione inizia ad essere posta all’esterno del campo di battaglia ideologico che la esauriva in una critica aprioristica dei farmaci, intesi come “manganello chimico”, in generale, da un punto di vista tecnico, i due principali argini per contenere la diffusione degli antidepressivi sono 1) la riduzione dell’inappropriatezza prescrittiva, con l’obiettivo di diminuire l’accesso a cure inappropriate e il volume totale di prescrizioni, e 2) la promozione di pratiche di deprescrizione, sospensione e scalaggio, con l’obiettivo di accompagnare ad una riduzione o interruzione nell’uso nel momento in cui i rischi di trattamenti inutili o dannosi superino i benefici. Rispetto all’uso di antidepressivi, è soprattutto in quest’ultimo ambito che la comunità scientifica e i alcuni servizi stanno provando ad interrogarsi, anche in luce degli ostacoli nell’approciare pragmaticamente il tema dell’appropriatezza in un campo peculiare come quello della salute mentale.

Ad ora, gli strumenti principali maggiormente adottati sono rappresentati dalla formulazione di Linee Guida e raccomandazioni, per i servizi e i professionisti, finalizzate a deprescrizione [5] e sospensione per molte classi di farmaci, tra cui gli antidepressivi. Un caso paradigmatico, relativo agli antidepressivi, è costituito dall’aggiornamento nel Regno Unito delle Linee Guida NICE, tra le più autorevoli a livello internazionale. Questo aggiornamento è da intendersi come finalizzato tanto a limitare i danni e il rischio di danni, come ad esempio la disfunzione sessuale post-SSRI [6], legati ad un uso prolungato e inappropriato di antidepressivi da parte di un’ampia fascia di popolazione, quanto a fornire indicazioni agli operatori per sostenere le scelte di quella fascia di popolazione che, pur non avendo ancora subito tali danni e non essendo in situazione di rischio, vorrebbe sospenderne l’uso. 

Ad ogni modo, qualunque siano le motivazioni che spingano i tecnici nel redigere Linee Guida, non sempre di facile e immediata applicazione, quest’ultima fascia di popolazione, già intenzionata a ridurre l’uso, non sempre riesce a trovare nel sistema sanitario una risposta al proprio bisogno di scalare in maniera sicura e informata, come testimonia un recente studio di Read, Moncrieff e Horowitz [7] che sottolinea, al contrario, l’inesperienza e la nocività dei consigli dei medici. Lo studio riporta i risultati di un questionario somministrato a persone che stanno sospendendo gli antidepressivi grazie a gruppi di pari online nel Regno Unito, dove è stata raccomandata l’introduzione, nel sistema pubblico, di servizi di supporto alla sospensione degli antidepressivi. L’82% dei partecipanti ha riportato che i clinici dei servizi non avessero familiarità con i sintomi da astinenza e quasi il 60% ha dichiarato che il proprio medico di base avesse negato che lo scalaggio degli antidepressivi potesse causare sintomi da sospensione. Un terzo dei partecipanti, di conseguenza, non ha cercato aiuto dal proprio medico di base per interrompere l’uso di antidepressivi e la metà di questi ha avuto la sensazione che i medici prescrittori mancassero della competenza necessaria per interrompere l’uso in maniera sicura. Quando invece i partecipanti hanno ricevuto qualche consiglio dai prescrittori dei servizi, più del 70% dei partecipanti ha avuto la sensazione che questi consigli fossero poco utili per sospendere correttamente. Gli autori concludono che, nonostante le limitazioni dello studio, anche legate all’esiguità del campione (poco più di 1200 persone), il punto di vista dei cittadini che utilizzano i servizi, dovrebbe costituire un punto di partenza imprescindibile – a maggior ragione in un’epoca caratterizzata da una crisi di credibilità dei servizi pubblici, aggiungiamo noi – per il loro continuo miglioramento. Inoltre, ricordano gli autori, il punto di vista dei cittadini e i loro bisogni di salute dovrebbero essere uno dei criteri da considerare per orientare l’allocazione delle scarse risorse disponibili, le scelte di politica sanitaria favorendo l’introduzione, nelle prestazioni per i cittadini e a livello formativo per gli operatori, di componenti mirate ad una maggiore appropriatezza prescrittiva, un corretto scalaggio e sospensione.

A fronte dell’attuale carenza di risorse disponibili presso i servizi pubblici stanno nascendo alcune iniziative e organizzazioni di clinici, ricercatori, persone con esperienza vissuta di disagio e sopravvissuti (survivors) ai servizi, nella società civile, nelle istituzioni scientifiche, sanitarie e governative, per rispondere a questi bisogni dei cittadini, anche attraverso azioni di sensibilizzazione e di advocacy che mirino ad un cambiamento più ampio. Tali organizzazioni stanno producendo molte risorse sul tema, su molti livelli, sul web e non solo e riteniamo utile offrirne una breve, parziale, panoramica.

In italiano, ad esempio, per le persone che hanno intenzione di scalare psicofarmaci, per operatori e familiari, sono disponibili alcuni manuali, come “Kit di sopravvivenza per la salute mentale” di Peter Gøtzsche (Fioriti 2021), o “La sospensione degli psicofarmaci: un manuale per i medici prescrittori i terapeuti i pazienti e le loro famiglie” di Breggin (Fioriti 2018) e il recentissimo “Come sospendere i farmaci antidepressivi (FrancoAngeli 2022). Soprattutto per i pazienti e i familiari, invece, un valido e informato supporto tra pari e consigli utilissimi possono provenire dai gruppi Facebook “auto aiuto sospensione benzodiazepine e altri psicofarmaci” oppure “Mat in ltaly“.

Per chi non avesse problemi con l’inglese raccomandiamo invece il “The Withdrawal Project Online” oppure la guida, prodotta con la BPS, per le terapie psicologiche e l’attivazione di conversazioni con le persone che stanno assumendo o sospendendo psicofarmaci o il gruppo Facebook Surviving antidepressants. Inoltre, particolarmente ricco è il sito depriscribing, ripreso anche da una pagina sul sito dell’AUSL Emilia-Romagna che riporta alcune schede per la deprescrizione degli antipsicotici e degli ansiolitici, soprattutto per professionisti.

La sindrome di astinenza

In questa prospettiva, per fornire informazioni a supporto di una corretta sospensione, in sicurezza, e per facilitare la considerazione di tale eventuale possibilità, riportiamo la trascrizione di alcuni consigli riportati da un video su Youtube sulla sindrome da astinenza da antidepressivi e sulla sua gestione. Il video, che cita alcune delle risorse sopra sintetizzate, è un’intervista ad uno degli autori dello studio prima citato: Mark Horowitz, ricercatore specializzato nel sovrautilizzo degli antidepressivi, fondatore di Outro Health, un servizio per operatori e cittadini specializzato in sospensione, deprescrizione e scalaggio degli antidepressivi e anche autore di questo breve video che spiega le fallacie dell’ipotesi serotoninergica della depressione alla base del massiccio utilizzo di antidepressivi.  L’intervista, prodotta dall’Insitute for Psychiatric Drug Withdrawal (organizzazione internazionale che si occupa di uso appropriato e scalaggio di psicofarmaci), è stata tradotta dal gruppo di lavoro italiano dell’organizzazione che ha recentemente prodotto delle Linee Guida italiane per i percorsi di deprescrizione, ancora lungi dall’essere adottate ma con un importante valore simbolico e culturale.

Tutte queste risorse, fondamentali per ampliare i gradi di libertà per molti cittadini e cittadine e rispondere ai loro bisogni di salute ad ora inevasi dai sistemi sanitari pubblici, condividono un messaggio chiave: non sempre è possibile sospendere completamente, soprattutto in assenza di ulteriori risorse e nel caso in cui si stiano assumendo farmaci da molto tempo. Non è un percorso per tutti, non in qualsiasi condizione, situazione o momento.
Ciononostante, è fondamentale aumentare la consapevolezza pubblica su tale possibilità così come sui rischi annessi. Infatti, non si tratta di un viaggio indolore o breve, scevro da rischi (ancor meno se intrapreso senza informazioni corrette), delle naturali paure legate ad un cambiamento e di molteplici pressioni e condizionamenti sociali, più o meno espliciti e legittimi. E’ necessario essere consapevoli che si potrebbe trattare di un percorso lungo, irto di concrete difficoltà e sconforto e, proprio per questo motivo, una corretta informazione è fondamentale, anche se talvolta scarsamente disponibile, sia durante la fase di scalaggio sia in quella precedente, per poter scegliere se, come e quando iniziare un percorso di riduzione d’uso e confrontarsi anche con il proprio medico.

Idealmente, il modo più sicuro, efficace ed appropriato per sospendere l’utilizzo dei farmaci prevederebbe il ricorso e il sostegno di professionisti, amici e familiari. Tuttavia, può essere difficile essere sostenuti in questa scelta, anche per motivi indipendenti dalle nostre condizioni di salute e dalle nostre reali possibilità. In ogni caso, meglio predisporsi con animo calmo e determinato, osservando, accogliendo e comprendendo ma anche contenendo eventuale fretta o impazienza.

Conoscere e riconoscere la sindrome di astinenza può aiutare questo lento, cauto e risoluto processo di scalaggio durante cui, spesso, i naturali segni della sindrome di astinenza possono essere confusi, malinterpretati come segni del riacuirsi della disagio diagnosticato, portando all’errata convinzione che questi segni siano la conferma del fatto che sarà necessario assumere psicofarmaci a vita. Non è necessariamente così. Potrebbe trattarsi della sindrome di astinenza, uno stadio fisiologico del percorso di scalaggio dei farmaci che comprende mal di testa, nausea, vertigini, pianto, ansia, insonnia, irritabilità, disorientamento, disturbi sensoriali, tremori, scosse elettriche.

Fonte: Bollettino 7 – 4/2020 Farmaco-logico



E allora, nella pratica, in che cosa consistono questi 9 consigli?

1) Sentirsi “ansiosi” o “depressi” riducendo o interrompendo l’utilizzo di antidepressivi non è necessariamente un segno di ricaduta.  Questi sintomi sono molto comuni durante una reazione di astinenza e una sindrome di astinenza.

2) Soprattutto per le persone che assumono antidepressivi da molto tempo, ridurre gli antidepressivi per periodi molto più lunghi (mesi o talvolta anni) di quelli a cui siamo abituati a pensare e che vengono solitamente suggeriti (settimane) aumenta le probabilità di successo e di uno scalaggio sicuro.

3) Occorre fare riduzioni di quantità sempre più piccole man mano che la dose totale si riduce (riduzione proporzionata o iperbolica).

4)Alcune persone avranno bisogno di scendere a dosi molto basse prima di interrompere il trattamento (ad esempio una frazione di mg per alcuni).

5)Al fine di poter ridurre in maniera iperbolica (vedi pt.3) con dosi sempre più piccole alcune persone avranno bisogno di accedere alla versione liquida o le “tapering strips“.
Talvolta le compresse sono spesso troppo grandi per sospendere in maniera sicura.

6)Il ritmo di scalaggio dovrebbe essere modificato sulla base dell’abilità del paziente di tollerare la riduzione e gli effetti della sindrome di astinenza.

7)Con l’eccezione della fluoxetina, la breve emivita della maggior parte degli antidepressivi implica che assumere il farmaco a giorni alterni o meno rischia di causare sintomi sintomi di astinenza.  Pertanto, è sempre meglio asssmere la stessa piccola dose ogni giorno. Con la fluoxetina, con emivita più lunga, i segni della sindrome di astinenza si possono presentantare in modo ritardato, ad esempio dopo 8 settimane, rispetto ad altri farmaci, ad esempio la paroxetina, con emivita più breve.

8)Ci sono sempre più fonti che forniscono buone indicazioni sullo scalaggio.  Ad esempio la guida del Royal College of Psychiatry oppure le indicazioni NICE, le Linee Guida per le prescrizioni Maudsley, o il sito della IIPDW.

9) Sebbene una riduzione graduale e personalizzata sia il modo migliore per ridurre al minimo il disagio causato dai sintomi di astinenza, le persone certamente traggono beneficio dal sostegno e comprensione dei loro cari che li circondano e di quello di professionisti ben informati.

Istruzioni per l’uso: consenso informato e ingiustizia epistemica

Naturalmente, siamo consapevoli che la pubblicazione di questi consigli, non bilanciata da una panoramica su benefici e appropriatezza dell’uso degli antidepressivi, sembri suggerire la convinzione per cui sia necessario, sempre, comunque e per chiunque, scalare come conseguenza di una, sempre e comunque, prescrizione inappropriata o che queste informazioni possano essere utilizzate indipendemente da qualsiasi consiglio medico. 

In tal caso, proviamo ad essere chiari: i suggerimenti riportati non sostituiscono il parere di un medico, né vogliono lasciar, in alcun modo, suggerire che la sospensione dell’utilizzo di antidepressivi sia, in qualsiasi circostanza o condizione e per chiunque, necessaria e possibile. Tuttavia non volendo dimenticare il punto da cui siamo partiti, ovvero la constatazione del problema di sanità pubblica del sovrautilizzo di antidepressivi, siamo sicuri che queste informazioni possano essere non sufficienti ma di aiuto, insieme a molte altre risorse, nel momento in cui sia difficile trovare qualcuno che, per qualsiasi motivo, sia disposto a supportarci nella nostra scelta di scalare, anche solamente fornendoci le informazioni necessarie. Piuttosto, vogliono costituire un spunto di riflessione, individuale e collettiva, a partire da informazioni attendibili, senza la pretesa di fornire un quadro equilibrato del corretto uso degli antidepressivi che esulerebbe dalle nostre competenze e intenzioni o ancor meno dei loro, reali e supposti, benefici e vantaggi. Al contrario, vorrebbero mettere in luce percorsi di cura possibile e fornire informazioni su aspetti specifici e spesso negletti durante il corso dei trattamenti abitualmente proposti così come dal discorso pubblico.In altre parole, la scelta di diffondere tali informazioni ha due obiettivi: il primo è aumentare la consapevolezza della popolazione rispetto alla deprescrizione e alla sindrome di astinenza, il secondo è incoraggiare chi sta assumendo farmaci ad un interrogativo che possa condurlo ad intrattenere una franca discussione con il proprio medico. Infatti, secondo il The Canadian Medication Appropriateness and Deprescribing Network, molte persone sospenderebbero l’utilizzo dei farmaci se il medico dicesse loro che questo è possibile. Per questo motivo, proprio in Canada è in corso di valutazione l’efficacia di diverse strategie per il coinvolgimento e la sensibilizzazione del pubblico su questo tema [8] il cui obiettivo è trovare strumenti che attivino i pazienti nell’intraprendere, con i propri medici, discorsi relativi alla deprescrizione [9].

Inoltre, riteniamo queste informazioni ancor più rilevanti per quei casi in cui, come spesso accade, la prescrizione non sia stata accompagnata da un consenso realmente informato. E’ possibile infatti che, contravvenendo alla Legge n.219 del 22 Dicembre 2017, non vengano fornite informazioni comprensibili ed esaurienti “sul tipo di procedura diagnostica/terapeutica proposta, sui benefici, le complicanze, i rischi, gli esiti (anche tardivi) ed i postumi associati, sulle conseguenze della mancata esecuzione della procedura proposta, sulle eventuali alternative diagnostiche/terapeutiche”. Ad esempio, un recente questionario sulle prescrizioni di benzodiazepine negli USA ha rilevato che il 76,2% dei pazienti non era stato informato che le benzodiazepine sono approvate solo per un uso a breve termine e che l’interruzione potrebbe essere difficile. E’ inoltre plausibile che, nel rapporto medico-paziente, non vengano dichiarate le scelte cliniche del medico, le sue ragioni, il suo progetto terapeutico e, quindi, la durata stimata del trattamento e dell’assunzione. I pazienti, inoltre, non sanno di poter accettare, non accettare o successivamente revocare, liberamente, spontaneamente, ed in piena coscienza il trattamento proposto mentre “il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo”.

Il mancato rispetto da parte del medico del rifiuto del trattamento proposto costituisce, a tutti gli effetti, un’esclusione del punto di vista del paziente il quale, talvolta, non sa di avere pieno diritto di scegliere una volta informato sulla base delle più recenti evidenze ed essere consultato per esprimere le proprie preferenze. Questa esclusione e silenziamento della posizione e dei significati del paziente ad opera del medico, una forma particolare di ciò che è stato chiamato  “ingiustizia epistemica”[10] profondamente radicata dagli squilibri di potere che impediscono una franca discussione sullo scalaggio [11], possono essere determinati dell’errata convinzione –  radicata nel senso comune e spesso condivisa in paziente e medico – che la sofferenza che si vuole lenire precluda le possibilità decisionali del paziente rendendolo, di fatto, oggetto passivo, recipiente delle decisioni altrui, svuotato insieme della propria soggettività, della possibilità di cura e dei propri diritti.
Infatti se, da una parte, da un punto di vista clinico tale concezione non contempla il potenziale terapeutico che non può prescindere da una ri-attivazione del paziente che, sola, rende possibile una sua piena soggettivazione che ne sostanzia le potenzialità di guarigione e cura, attiva e responsabile, di sé, dall’altra, giuridicamente ed eticamente, l’esclusione del soggetto e delle sue preferenze, troppo spesso, legittima e configura pratiche, dispositivi e relazioni di supposta cura che non solo nuocciono alla sua salute ma anche ledono l’inalienabile diritto, sancito, ad esempio, dagli articoli 1, 12 e 25 della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità [12], di partecipare alle scelte che riguardano il corso della propria vita e cura, senza discriminazioni di sorta.

In questa prospettiva, la seconda parte del contributo metterà in luce, in modo critico, il ruolo della comunità dei clinici in generale, e degli psicoterapeuti in particolare, in Italia, e della loro supposta neutralità nell’aumentare o diminuire i gradi di libertà dei cittadini, promuovendo o ostacolando la fruizione di tali diritti oltre che mantenendo o contrastando pratiche e dispositivi di cura dominanti e potenzialmente dannose per la salute della popolazione.

Bibliografia

[0] Brauer, R., Alfageh, B., Blais, J. et al. (2021). Psychotropic medicine consumption in 65 countries and regions, 2008–19: A longitudinal study. Lancet Psychiatry, 8, 1071-1082.

[1] AIFA (2021)“Osservatorio Nazionale sull’impiego dei Medicinali. L’uso dei Farmaci in Italia. Rapporto Nazionale Anno 2020. Roma: Agenzia Italiana del Farmaco, 2021” 

[2]AIFA (2022)“Osservatorio Nazionale sull’impiego dei Medicinali. L’uso dei Farmaci in Italia. Rapporto Nazionale Anno 2021. Roma: Agenzia Italiana del Farmaco, 2022”

[3]ISS (2022) Gruppo di lavoro “Consensus sulle terapie psicologiche per ansia e depressione”. Consensus Conference sulle terapie psicologiche per ansia e depressione. Roma: Istituto Superiore di Sanità; 2022.

[3b]Kendrick, T. (2021). Strategies to reduce use of antidepressants. British Journal of Clinical Pharmacology, 87(1), 23-33.

[4]Moncrieff J (2020). Persistent adverse effects of antidepressants. Epidemiology and Psychiatric Sciences 29, e56, 1–2. https://doi.org/10.1017/ S2045796019000520

[4a] Spielmans, G. (2015). When marketing met science: Evidence regarding modern antidepressants and antipsychotic medications. Behavior Therapist, 38, 199–205

[5]Le Bosquet, K., Barnett, N., & Minshull, J. (2019). Deprescribing: Practical ways to support person-centred, evidence-based deprescribing. Pharmacy, 7(3), 129.

[6]Higgins, A., Nash, M., & Lynch, A. M. (2010). Antidepressant-associated sexual dysfunction: impact, effects, and treatment. Drug, healthcare and patient safety, 141-150.

[7] Read, J., Moncrieff, J., & Horowitz, M. A. (2023). Designing withdrawal support services for antidepressant users: Patients’ views on existing services and what they really need. Journal of Psychiatric Research.

[8]Turner, J. P., Currie, J., Trimble, J., & Tannenbaum, C. (2018). Strategies to promote public engagement around deprescribing. Therapeutic advances in drug safety, 9(11), 653-665.

[9]Stoll, J. A., Ranahan, M., Richbart, M. T., Brennan-Taylor, M. K., Taylor, J. S., Brady, L., … & Singh, R. (2021). Development of video animations to encourage patient-driven deprescribing: A Team Alice Study. Patient education and counseling, 104(11), 2716-2723.

[10]Fricker, M. (2007). Epistemic injustice: Power and the ethics of knowing. Oxford University Press.

[11]Dunleavy, D. J. (2023). The problem of antidepressant withdrawal: Evolving knowledge landscapes and changing power dynamics. https://doi.org/10.31234/osf.io/jzwya

[12] UNCRDP, 2006 Convention on the Rights of Persons with Disabilities, United Nations

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Parole in libertà sulla violenza di genere

Questo venerdì 8 settembre parteciperemo al dibattito “Parole in libertà sulla violenza di genere”, all’interno della Festa dell’unità in piazza d’Armi a Torino. Vi aspettiamo!

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Vi presentiamo lo “Strumentino”: Il Panikit!

Piccolo kit di riappacificazione con gli attacchi di panico

Il Panikit è un opuscolo pieghevole sviluppato da Sportello TiAscolto! con la finalità di offrire un piccolo strumento, o “strumentino”, per la conoscenza e la comprensione degli attacchi di panico da parte degli studenti, delle studentesse e degli adulti impegnati nel mondo della scuola.

L’idea di realizzare questa iniziativa nasce dall’incontro con diversi gruppi di adolescenti frequentanti la scuola superiore ed ha avuto uno snodo importante durante l’attuazione di un progetto diretto a loro (“Don’t Panic”). Attraverso questi momenti di confronto è emersa, in maniera diffusa e preponderante, la presenza di un disagio ansioso legato in particolar modo al contesto scuola. La scuola infatti è  un sistema altamente complesso che rappresenta un punto di riferimento per i ragazzi e le ragazze, che non sempre riesce purtroppo a rispondere adeguatamente ai bisogni emotivi e individuali di ogni studentɜ.

Lo strumento è stato co-prodotto insieme ai destinatari a cui si rivolge, ossia giovani tra i 14 e i 19 anni. Hanno tuttɜ partecipato attivamente alle fasi: dalla creazione di contenuti e immagini, fino alla revisione e alla diffusione dello stesso, aumentandone l’impatto, l’appropriatezza e la capacità di produrre benessere anche grazie all’attivazione degli stessi.

La struttura del Panikit è stata pensata dunque per coniugare aspetti contenutistici usufruibili da parte degli adolescenti e grafico-materiali volti ad una loro maggiore diffusione e accessibilità.

I contenuti rappresentano una piccola guida scritta in una forma colloquiale, contenente:

– informazioni ed educazione di base su salute mentale, ansia e attacchi di panico;

– suggerimenti pratici per la gestione di un attacco di panico (per chi lo vive e per chi assiste);

– consigli relativi a stili di vita in ottica preventiva;

– approfondimenti tematici su sicurezza e psicofarmaci.

Per quanto riguarda l’aspetto del Panikit, si presenta come un opuscolo pieghevole di piccole dimensioni che può essere ripiegato e portato con sé. Sono presenti diverse immagini e grafiche che favoriscono la comprensione delle informazioni, permettendo una loro maggiore usufruibilità. Attraverso la scansione di un QR code può anche essere visionato in formato digitale.

L’obiettivo dello “Strumentino” Panikit è dunque quello di provare ad offrire delle risposte al bisogno sempre più crescente dei/delle giovani di trovare degli strumenti che possano aiutarlɜ ad orientarsi all’interno dei propri vissuti e del proprio disagio, e di strutturare azioni volte alla promozione di una maggiore accessibilità alla tutela della salute mentale.

Il Panikit rappresenta inoltre un’occasione per sviluppare riflessioni, momenti di incontro e confronto sui temi della salute mentale con uno sguardo preferenziale rivolto al benessere e al disagio giovanile.

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Eco-ansia: parliamone

ECO-ANSIA: PARLIAMONE.

Un gruppo di discussione per capire come ci fa sentire essere nel mezzo di una crisi climatica.

🌿Come ci fa sentire essere nel bel mezzo della crisi climatica?

Il termine “eco-ansia” descrive la preoccupazione e l’ansia causate dalla consapevolezza di vivere in un momento di crisi ambientale. Ti ci ritrovi?

E allora, perché non iniziamo a parlarne di più? 🌱

Insieme con @associazione.eufemia creeremo uno spazio di dialogo e di discussione in cui poter esprimersi e cercare delle risorse (interne ed esterne) per affrontare insieme questo momento storico.

💪 Sarà facile? Probabilmente no, ma faremo buon uso di metodi non formali per rendere il tutto dinamico e interattivo!

Vi aspettiamo, quindi, a partire da Lunedì 19 Maggio presso Aria Spazi Reali (presso i Giardini Reali) dalle 17h00 alle 19h00!

Gli incontri sono gratuiti e aperti a tutt3, attivist3 e non!

Per iscriversi, basta compilare il form.

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Suggerimenti di lettura e approfondimento dal nostro sito:

L’orizzonte dell’estinzione

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Insegnare il pensiero critico

di bellhooks

Ed. Meltemi 2023, Orig. Teaching Critical Thinking: Practical Wisdom, Routledge, 2010

Se avessimo imparato che la liberazione è un processo, sicuramente le nostre lotte per porre fine al razzismo, al sessismo, e allo sfruttamento di classe avrebbero ottenuto migliori risultati. Veniamo bombardati quotidianamente dalla mentalità colonizzatrice, che non solo plasma la nostra coscienza e le nostre azioni, ma elargisce anche ricompense materiali in cambio di sottomissione e acquiescenza, ricompense che superano di gran lunga la gratificazione derivante dal portare avanti qualsiasi forma di resistenza. Per questo motivo dobbiamo impegnarci costantemente, mettendo in pratica nuovi modi di pensare e di essere (p. 52).

A poco più di un anno di distanza dalla sua morte alcune case editrici ci stanno regalando la riedizione e la traduzione di molte delle opere di Gloria Jean Watkins, conosciuta con lo pseudononimo di bellhooks, dal nome della bisnonna materna.Nata nel 1952 in una famiglia afroamericana della classe operaia in una città segregazionista degli Stati Uniti del sud, studia alla Standford University, dove dedica la sua tesi a Toni Morrison (per chi non la conoscesse[1]). A 24 anni scrive il suo primo libro, pubblicato nel 1981, che ha rivoluzionato gli studi di genere: Ain’t I a Woman? Black Women and Feminism[2]. In questo primo libro, come poi nei successivi, bellhooks racconta ed espone l’oppressione delle donne nere da parte degli uomini (bianchi e non) e da parte delle donne bianche della classe media, esortandoci a pensare alla lotta femminista sempre come una lotte intersezionale e quindi capace di riconoscere gli intrecci continui tra razza, genere, e classe (e non solo) nella costruzione della subalternità. Da quel primo libro, la sua attività di scrittrice continua, potente e generosa, tanto da contare oltre 40 libri, e farne una delle esponenti più autorevoli del femminismo nero e intersezionale.

Se siete già habitué delle nostre recensioni (se non lo siete, potete trovarle tutte sul sito), forse ricorderete che lo scorso anno vi abbiamo introdotto alla lettura di ‘Il Femminismo è per tutti’, della stessa autrice. Qui cogliamo l’occasione di presentarvi il terzo volume della trilogia che bellhooks ha dedicato all’insegnamento, preceduto dalle pubblicazioni Insegnare a Trasgredire e Insegnare comunità (sempre edite da Melteni, non necessariamente da leggere in ordine). Secondo l’autrice, insegnare è un atto politico, e come tale deve attivare e supportare il pensiero critico. Quante volte ci siamo chieste però che cosa volesse dire ‘attivare’ il nostro pensiero critico o come poterlo fare o allenare? In questo saggio bellhooks, con la chiarezza, la semplicità e la potenza che contraddistinguono tutte le sue opere, ci guida all’interno di un viaggio trasformativo, ricordandoci che pensare criticamente implica prima di tutto scoprire chi, cosa, dove, quando e come delle cose. Attraverso trentadue brevi capitoli –ma potenti insegnamenti – ci introduce alla trasversalità del pensiero critico e all’importanza di non smettere mai di coscientizzarci (amica e conoscitrice di Freire, bellhooks spesso cita i concetti da lui studiati di coscienza critica e coscientizzazione[3]) e quindi di decostruire continuamente il pensiero dominante razzista, sessista, imperialista e colonialista nel quale tutte e tutti noi siamo educati e cresciuti, per poterci muovere in pratiche nuove, di liberazione e trasformazione.  Con un linguaggio visionario e intriso d’amore – e quindi incredibilmente radicale – affronta problemi e preoccupazioni di studenti e insegnanti, che ha incontrato nel corso degli anni, e risponde ad ognuno con un breve commento, che chiama appunto insegnamento: “Tutti gli argomenti trattati in questo libro – spiega nell’introduzione – scaturiscono dalle mie conversazioni con insegnanti e studenti. Sebbene non siano collegati da un tema centrale, emergono tutti dal nostro desiderio collettivo di capire come rendere l’aula un luogo di impegno feroce e intenso approfondimento”. Insegnamento per insegnamento ci esorta ad impegnarci continuamente per creare spazi aperti di decostruzione, dialogo e immaginazione, dove nuove alleanze e pratiche possono essere proposte, sperimentate e analizzate.

Concludiamo questo invito alla lettura del testo con una frase della scrittrice e attivista Espérance Hakuzwimana, a cui è affidata la prefazione del libro: “leggere bellhooks è un modo per ripulire l’immaginazione”. Non perdiamo l’occasione di consigliarvi anche gli scritti di Espérance Hakuzwimana: E poi basta. Manifesto di una donna nera italiana (People, 2019) e Tutta Intera (Einaudi, 2022), ricordandoci che, per citare ancora bellhooks, “non possiamo prenderci cura di noi stessi e del mondo, se non sappiamo leggere”, buone letture!



[1] Toni Morrison, pseudonimo di Chloe Aredlia Wofford, è stata un’importantissima scrittrice e attivista statunitense, e la prima donna afroamericana a vincere il Nobel per la letteratura nel ‘93. Moltissimi sono i romanzi che potete trovare sia in lingua originale sia tradotti!

[2] Riprendendo Ain’t I a Men? Domanda posta da Sojourner Truth nel 1851, immaginata da parte degli schiavi agli schiavisti: non sono forse anche io un essere umano?

[3] Con il termine ‘coscientizzazione’ Freire fa riferimento ad un processo che permette di riconoscere le strutture socio-economiche e politiche con cui ci si è precedentemente identificati e a cui si  è rimasti ciechi, che influenzano le proprie condizioni di vita. È intesa come una mobilitazione della coscienza che mira a produrre una conoscenza storica di sé stessi e del gruppo a cui si appartiene, dando senso al proprio posto temporale e spaziale nella società e nel proprio specifico mondo di vita. Consigliamo, tra gli scritti di Paulo Freire, la lettura di Pedagogia degli oppressi (Edizioni Gruppo Abele), Il Diritto e il Dovere di cambiare il mondo (Il Margine), e Pedagogia della speranza (Edizioni Gruppo Abele).