Ed. ADD, 2022
“Mor. storia per le mie madri” è una graphic novel di Sara Garagnani che racconta in maniera veloce, delicata e soffice una storia densa, carica e ricca; un viaggio attraverso le vite intricate, dolorose e confuse di tre donne: nonna, madre e figlia. Questa storia apparentemente racconta di madri e figlie e di un segreto ingombrante, ma in realtà confronta tutt* con dinamiche intra ed extra familiari, soggettive e collettive che si intrecciano in una storia che parla di Umanità. E’ il racconto di un male ereditario, e tutto femminile, che si trasmette di madre in figlia, da una generazione all’altra, come un carattere genetico.
La storia si apre con la descrizione di una relazione materna invischiante e violenta, che riempie e svuota allo stesso tempo. In questa relazione, le protagoniste sembrano vivere senza tempo e senza confini, i ruoli spesso si intrecciano e si capovolgono. Una madre che non accoglie né contiene le angosce della figlia e una figlia che si sforza di dare una forma e un significato alla rabbia della madre, che nelle pungenti illustrazioni diventa un’ombra che si staglia davanti agli occhi, penetra dentro, fagocita e annerisce tutto. La rabbia incontrollata e il tormento di Inger diventeranno profonda tristezza e irrequietezza nella figlia Annette, smarrimento e perdita di riferimenti nella nipote Sara, che attraverso un percorso a ritroso lungo l’albero genealogico materno cercherà di risanare le ferite per sottrarre sé stessa e l* figl* a questa catena di trasmissione. La narrazione dal tocco delicato, porta il lettore ad immergersi in contesti e luoghi lontani, dalla Svezia, all’America, passando dal nord Italia e attraverso le coste dell’Emilia. A questo movimento esterno del viaggio, corrisponde una rappresentazione interna delle protagoniste frammentata e scissa, che attraversa culture e lingue diverse, che a volte si perdono nella trasmissione intergenerazionale ma continuano ad appartenere al mondo interno di ciascuna delle protagoniste.
La storia di Inger, Annette e Sara può essere la storia di un genere, quello femminile, che per secoli è stato costretto al silenzio dal sistema del patriarcato.
La Gragnani inizia il suo racconto negli anni ‘50 del 900 e, per quanto il ruolo della donna in Svezia potesse essere più emancipato che in Italia, negli stessi anni, anche lì sussistono ancora quei pattern patriarcali che rendono la donna borghese soffocata dalla quotidianità domestica e sola nella gestione dell’educazione dei figli. Inger ci viene presentata come una madre dedita alla cura della figlia Annette e di suo fratello gemello Christer, ossessionata dalla propria immagine allo specchio e dalla propria idea di (irreale) perfezione casalinga mentre si prepara ad accogliere il marito Thure, spesso fuori per lavoro. Inger ha una duplice natura, ora magnanima ora perfida, ora complice ora punitiva, e questa doppia madre viene temuta e dolorosamente amata da Annette, che per tutta l’infanzia cercherà di stabilire con lei una connessione, tra violenze psicologiche e fisiche, silenzi punitivi, un padre assente e disinteressato.
La “massa materna” è qualcosa con cui Annette di trova a fare i conti nell’infanzia ma di cui si ritrova ad essere parte nell’età adulta, perchè quella “massa” è rimasta silente fino all’esplosione. Sarà sua figlia Sara (e nipote di Inger) a raccogliere dentro di sé i cocci di questo dolore transgenerazionale e a tessere la rete fatta di interconnessioni emotive ed inconsce.
La ricostruzione interna della propria storia non è un’inquisizione, ma ha più a che fare con un processo di disvelamento, di confrontazione con i meandri del proprio io soggettivo, che inevitabilmente intreccia e si interseca con un Io trans generazionale e collettivo, fatto delle voci e dalle memorie di tante donne, di tante famiglie ripiegate intorno al peso dei segreti.
“Ogni persona deve fare i conti con una storia che non ha scelto, ma di cui è frutto. può essere una storia molto difficile, se è una storia piena di segreti, di vergogne, di dolori. di cose che sono scomparse insieme alle persone che le hanno vissute”. In questo aspetto Mor sembra quasi essere una grande metafora del processo psicoterapeutico, che non va alla ricerca di colpe e colpevoli ma ha la finalità di ricostruire, narrare e liberare delle storie permeate di profonda sofferenza e violenza come quella che la Garagnani ci racconta.
La dimensione psicologica e politica di questa graphic novel è straordinaria, confronta il lettore con temi quali: violenza, frammentarietà, silenzi, separazioni.
Mor è una graphic novel potente come potente è il linguaggio delle immagini che utilizza, originali ed essenziali, ricchissime di dettagli e particolari che travolgono il lettore nel mondo con-fuso della protagonista. Questo sembra essere il linguaggio privilegiato del mondo interiore dell’autrice, forse il più efficace a dare un significato alla storia dolorosa e angosciante che ha vissuto e ci racconta.
Leggere le pagine di Mor dà la possibilità ai lettori di entrare in stanze imperscrutabili, di scovare tracce emotive in ogni piccolissima piega, di percepire la concretezza del dolore negli sguardi che diventano volti o in una ciocca di capelli che sembra quasi di poter sfiorare con le dita.
E’ impossibile non trovare in questa saga familiare un respiro universale che induce a riflettere sul nostro stesso vissuto, demistificando la figura materna e interrogandosi sulle colpe e i debiti con il passato, forse impossibili da saldare definitivamente.
Scritti di Marc Augè, Roberto Beneduce, Stefania Pandolfo, Michel Plon, Charles-Henry Pradelles de
Latour e Andras Zemplèni a cura di Roberto Beneduce e Elisabeth Roudinesco
Ed. Bollati Boringhieri 2005
Il testo propone al lettore di adottare una prospettiva antropologica nell’esplorazione dei significati
legati alla cura e alle origini del malessere che apre ad una riflessione più articolata e complessa
della questione ampliando gli stretti confini in cui per diverso tempo è stata marginata.
L’origine di questa esplorazione ha inizio dalla ricerca dei significati sottostanti alle pratiche terapeutiche definite “tradizionali” (tecniche divinatorie, atti di stregoneria, rituali) e ai differenti
idiomi della sofferenza a essi associati. Questo avviene attraverso l’immersione da parte degli autori all’interno delle diverse logiche e strutture appartenenti alle cure tradizionali come l’istituzione terapeutica delle Confessioni in Costa d’Avorio, il feticcio degli Dei del Benin, il culto dei Rab in Senegal, la cura dei Jiiin nella cultura magrebina. Attraverso questo percorso emerge come i sistemi tradizionali siano detentori di un potere di cura che si basa sulla capacità di innescare processi simbolici attraverso l’uso di pratiche capaci di “rivolgersi in direzione di quei nodi irriducibili e di quelle ambivalenze inesorabili dentro le cui maglie il soggetto è – ovunque – preso”. Nodi irriducibili che per essere toccati hanno però bisogno di strumenti terapeutici che traccino le giuste direzioni per raggiungerli. I differenti idiomi della sofferenza si fondano infatti sulle diverse rappresentazioni di Sé, della mente, degli eventi storici e della dimensione interpersonale e gruppale a cui è necessario rivolgersi con dei sistemi terapeutici formulati per rispondere a quegli specifici registri di esperienza.
Questa ricerca mette in luce dunque l’urgenza di riconoscere come i modelli di cura e le forme di
malessere non siano dimensioni da poter definire a priori in base a modelli diagnostici standardizzati o pratiche terapeutiche preordinate, ma che tengano conto di quelli che sono le
rappresentazioni “del corpo e dei processi psichici, direttamente intrecciate alle filosofie locali […] e all’impatto di precisi eventi storici”. Occorre dunque ripensare al potere della cura e all’origine della sofferenza attraverso un approccio “storicamente fondato” che tenga conto delle peculiari “tecnologie del sé” di ogni individuo.
Interrogarsi dunque su questo tipo di dimensioni permette di rilevare e sollevare questioni di grande rilevanza epistemologica da una parte, ma dall’altra di richiamare in campo anche questioni di ordine etico e sociale che riguardano le politiche della differenza e le strategie di riconoscimento che spesso vengono adombrate se non negligentemente ignorate.
“il progetto contro l’alienazione prodotta dalla tradizione e dal ricorso delle cure tradizionali
nasconderebbe dunque il rischio di una parallela alienazione, che tocca forse all’antropologo
mettere in luce: un’alienazione che si produce allorquando si nega dignità a un altro idioma di
sofferenza, a un altro vocabolario dell’esperienza, a un altro registro di soggettività e del
simbolico”.
In un momento storico come quello attuale in cui la narrazione collettiva enfatizza una lettura che attribuisce il malessere dei cittadini e delle cittadine a problemi inerenti alle loro condizioni psicologiche e di salute mentale, molte iniziative provano a porre rimedio e trovare soluzioni, aumentando l’accessibilità a cure e trattamenti anche come risultato di azioni di advocacy e delle campagne di sensibilizzazione.
Accade però che, in Australia, si sia verificato uno strano fenomeno. Ovvero che una di queste iniziative abbia aggravato le condizioni di una parte di quelle moltissime persone a cui erano rivolte e che vi hanno acceduto. Si tratta di un fatto di grande rilevanza visto che, in Italia, sono state attivate esperienze simili, alcune in via di valutazione, come Vivere Meglio oppure, in maniera diversa, la nostra.
L’Australian Better Access initiative [1] è un progetto su scala australiano, finalizzato ad incoraggiare le persone a cercare aiuto per problemi di salute mentale, fornendo servizi che aumentino la copertura per bisogni di natura psicologica.
L’iniziativa, rivolta ad un target selezionato, consente di accedere ai servizi di salute mentale presso i medici di base, psicologi, psicoterapeuti, assistenti sociali e terapisti occupazionali, ricevendo, all’interno del sistema sanitario assicurativo australiano Medicare, fino a 10 sedute individuali o di gruppo gratuite ogni anno.
Dal 2021, un australiano su 10 ha usufruito di Better Access e uno su 20 ha fatto una o più sedute di psicoterapia, con un costo per il governo australiano di 1,2 miliardi di dollari australiani. Nel dicembre 2022 è stata pubblicata una valutazione indipendente d’impatto dell’iniziativa [2] i cui risultati principali relativi agli interventi di psicoterapia sono stati sintetizzati in un recente articolo [3].
Non si tratta di risultati incoraggianti. Infatti, riportano che le condizioni di salute mentale di chi ha intrapreso un percorso di psicoterapia sono peggiorate tra il 20 e il 40% dei partecipanti all’iniziativa, con un peggioramento maggiore per chi si trovava, inizialmente, in condizioni poco gravi. Al contrario, il peggioramento era meno probabile per chi al momento dell’accesso si trovava in condizioni gravi, che ha maggiormente beneficiato dell’intervento.

Gli autori delineano alcuni dei probabili motivi di tale peggioramento, non indagati dalla valutazione originale, che potrebbero riguardare tanto gli effetti iatrogeni dei percorsi, quanto l’influenza del mondo esterno, durante questi. Ad ogni modo, il peggioramento rilevato renderebbe l’iniziativa non solo inutile ma anche dannosa per una percentuale cospicua delle persone che hanno “beneficiato” del servizio (1,3 nel solo 2021) e fornirebbe indicazioni importanti rispetto all’efficacia della psicoterapia nei contesti reali, nel “mondo reale”, al di là degli studi randomizzati condotti in laboratorio e condizioni controllabili difficilmente replicabili che ne certificherebbero un’elevata efficacia.
Gli autori concludono ricordando ai responsabili politici che le psicoterapie sono generalmente sviluppate per coorti cliniche con condizioni più gravi. Inoltre, sostengono, “la diffusione di massa di psicoterapie brevi per condizioni più lievi non sembra ridurre il disagio della popolazione o i tassi di suicidio, e una percentuale considerevole di questi pazienti va incontro a un deterioramento. L’offerta di un trattamento per sintomi più lievi potrebbe minare le capacità personali di coping e le reti di supporto sociale”. Di conseguenza, sostengono la necessità di usare la gravità come criterio per la definizione delle priorità e la conseguente allocazione di risorse. Questo minimizzerebbe il rischio per il paziente e massimizzerebbe i benefici, pur nella consapevolezza che i pazienti con condizioni di disagio maggiore possano richiedere un numero di sedute notevolmente superiore alla media attuale delle psicoterapie Better Access.
Pare doveroso sottolineare, soprattutto per chi rifiuta solitamente ad ammettere i limiti del proprio operato e, spesso portatore di qualche interesse corporativistico, tende a considerare solo gli innegabili benefici degli interventi psicoterapici negandone le collateralità e pretendendone un’estensione, che i comprensibili interrogativi attorno all’impianto metodologico applicato per la valutazione degli interventi sono i medesimi che dovrebbero essere applicati rispetto ai dati da cui questi sono giustificati.
In sintesi, il fenomeno osservato sembrerebbe rientrare pienamente in quello che è stato chiamato lo “Psicoterapismo”, ovvero l’insieme degli effetti iatrogeni, di natura clinica, culturale, sociale e politici conseguenti all’utilizzo pervasivo della psicoterapia nel campo sociale.
Occorre fare i conti con queste esperienze perchè la salute mentale e il benessere della cittadinanza sono troppo preziosi per poter continuare a prendercene cura attraverso le medesime modalità che hanno generato il mondo che riproduce la sofferenza che viviamo.
Cosa succede quando la cura si trasforma in veleno ?
Cosa accade quando si amplia l’accessibilità a cure che aggravano le condizioni di salute ?
Come e quanto è possibile, al di là della retorica, mettere in discussione le modalità prevalenti nel prendersi cura del disagio che stiamo vivendo ?
Come aggiustare il tiro ?
Attraverso quali forme d’intervento, politico e sanitario, è possibile occuparsi della salute mentale delle persone all’interno dei loro contesti di vita, lungo l’arco di vita?
[1]https://www.health.gov.au/our-work/better-access-initiative
[2]https://www.health.gov.au/sites/default/files/2022-12/executive-summary-evaluation-of-the-better-access-initiative.pdf
di Laurent de Sutter, ed. Ombre Corte, 2018
Il folgorante libro di Laurent de Sutter, “Narcocapitalismo”, analizza il modo in cui i due poli opposti di un continuum – anestesia ed eccitazione, due concetti mai abbastanza considerati nell’esplorazione filosofico/politica dell’agire sociale – influenzano fortemente il modo stesso di stare insieme dell’essere umano, e di conseguenza il modo in cui questa conoscenza viene usata in quel contesto di pratiche che Foucault ha chiamato “biopolitica”. Partendo da un’analisi storica, dalla nascita degli anestetici con il brevetto del 1846 alla contemporanea diffusione della cocaina, l’autore ci mostra come progressivamente non si tratti più di un’anestesia nel senso chirurgico del termine, ma di un’operazione molto più profonda: un’anestesia nel senso di rimozione del rapporto di un soggetto con le proprie sensazioni, che cambia quindi radicalmente il modo in cui un l’individuo percepisce sé stesso e agisce nel mondo.
“Il giorno in cui Morton e Jackson depositarono la loro domanda di brevetto per la tecnica di assistenza chirurgica che avevano scoperto, compirono un’azione di cui non si poteva immaginare l’importanza: ponevano le basi di una nuova concezione del soggetto” (de Sutter, p.103). È così che parte il viaggio di de Sutter, che si allarga poi a tutti gli ambiti che caratterizzano quella che consideriamo “vita”: dal lavoro al divertimento, dalla veglia al sonno, dal dolore alla felicità, tutto è gestibile, e sempre di più gestito, grazie a principi attivi e sostanze chimiche.
Progressivamente il successo della molecola stava modificando il pensiero, ci si stava abituando all’idea che l’obiettivo fosse sostituire la sofferenza con l’indifferenza, il soggetto in mera materia. L’ultima chiave di lettura che l’autore propone è infatti quella più politica, che emerge passando dalla medicina alla psichiatria, dalla psichiatria alla psicologia e infine alla società in generale: “nello stesso periodo, nel lessico politico e popolare compariva una parola, una parola che serviva a indicare quelle che si finì per chiamare “folle”: la parola “masse”. Non era una coincidenza; dietro la trasformazione del soggetto in materia, qualcosa cercava di svilupparsi. Era necessario che le folle diventassero materia affinché ci si potesse dimenticare che avevano un’anima.” (de Sutter, p.104)
di Paolo Crepet, ed. Mondadori 2022.
Una lettura che ci accompagna attraverso i temi che caratterizzano il panorama educativo attuale. Ogni capitolo esplora una tematica legata alla crescita di bambini e ragazzi e alla relazione tra queste tematiche e la società moderna.
Paolo Crepet esplora questi temi con la voce critica che lo contraddistingue, esprimendo il suo pensiero in maniera forte, senza paura di sconvolgere ma anzi forse proprio con l’intento di scuotere l’animo del lettore e attivare una sua riflessione. Ci si ritrova così a interrogarsi su tematiche quali la sessualità, i social, la religione…in un’ottica di sostegno alla genitorialità e alla società in generale, nella quali i ragazzi crescono.
Accanto alla critica si affianca infatti una visione amorevole e di cura verso i giovani e verso i genitori che, talvolta, si trovano sprovvisti degli strumenti educativi necessari. Genitori che confondono l’educazione col controllo o al contrario con una libertà priva dei confini necessari ad aiutarli a crescere. Educare, secondo l’autore, prende invece la forma di fiducia, riconoscimento, essere d’esempio, fare da guida, donare del tempo. Educare non solo allo studio, al lavoro, al raggiungimento di obiettivi, ma educare all’umiltà, alla curiosità, al rispetto, alla fiducia, alla vulnerabilità e infine all’autonomia.
Una lettura che attiva a volte sentimenti contrastanti attraverso un pensiero severo e schietto con il quale possiamo trovarci d’accordo oppure no, ma che ci spinge ad interrogarci su questi temi per il bene di chi sta crescendo.
“Cerco una parola rivoluzionaria, l’antidoto a odio e indifferenza. Una parola che non sia consolatoria e inerte, come tante che ho ascoltato in queste ore. Penso alla gentilezza, al prorompente cambiamento che indurrebbe nelle loro relazioni, nella costruzione dei loro sogni. Una qualità dell’anima che ho visto nei miei genitori e nei miei più grandi maestri. Perché c’è anche quando si deve reagire, ci si arrabbia, ci si accusa, ci si ribella. Dietro tutto – nei grandi che hanno costruito il mondo e non certo quelli che lo vogliono distruggere-, da qualche parte, velata, c’è questa sublime parola. […] Se le giovani generazioni di un nuovo mondo potessero scegliere una rivoluzione sentimentale. Direbbero che stanno cercando gentilezza, ovvero rispetto, curiosità, necessità di mettersi nei panni degli altri, prospettive non involgarite e avvizzite da rabbia e violenza. Un auspicabile capovolgimento che li renderebbe migliori dei loro genitori, insegnanti, educatori.”
[Foto di Lachlan Cormie]
Nella professione psicologica e psicoterapeutica la parola è fondamentale, in ogni sua forma. Nel percorso di studi si apprende, sin dai primi anni, a riconoscere un buon testo o manuale, a selezionare un articolo scientifico adeguato e con buon impatto, a utilizzare parole per descrivere ciò che si è appreso/studiato; si apprende cioè a fare anche della parola scritta (e della scrittura)uno strumento a servizio del sapere psicologico. La scrittura professionale riguarda fenomeni, aspetti e situazioni dell’esistenza umana, studi condotti in specifici ambiti ma, soprattutto, la scrittura professionale riguarda le persone. Non individui astratti, immaginari, ma le persone reali, concrete che i professionisti incontrano nelle loro strade. La scrittura di un caso clinico o di una relazione aspetta al varco ogni psicologo/psicoterapeuta in formazione. Tra le competenze che dovrebbero essere apprese durante il percorso di studi, universitario prima e di specializzazione poi, esiste anche quella della scrittura: scrivere della/sulla vita delle persone.
COSA si scrive della vita di un altro essere umano? Tecnicamente qualcosa che, di volta in volta, prende un nome diverso a seconda della funzione d’uso, del contesto, del destinatario della comunicazione: la relazione per il giudice, il caso clinico per il didatta supervisore, il case report per i colleghi dell’equipe, l’articolo scientifico per la rivista di psicologia …
COME si scrive della vita di un altro essere umano? Scrivere è un compito (a volte un adempimento burocratico) che non riguarda solo la professione psicologica ma accomuna una serie di operatori dei servizi sia medici-sanitari sia sociali e assistenziali. E questo non è un caso: la scrittura accomuna molte professioni d’aiuto perché scrivere fa parte della relazione attraverso cui e in cui si attua il processo di aiuto.
Occorre pertanto prestare attenzione poiché attraverso ciò che si scrive delle persone che stiamo tentando di aiutare, la relazione con loro e il processo di aiuto (che con loro stiamo cercando di co-costruire) possono essere, nella migliore delle ipotesi, promossi e favoriti e, nella peggiore, rallentati e/o ostacolati, se non apertamente danneggiati.
Ne consegue che su questa “competenza” dovrebbe vertere una grande parte della formazione dei professionisti della salute (psicologica e non). Purtroppo lo scenario attuale non conferma questa aspettativa. Innanzitutto, è curioso che provando anche semplicemente a fare una ricerca su Google con le parole chiave scrittura-caso-pazienti vengano fuori, per primi, una serie di articoli che riguardano la scrittura e la comunicazione tra medico e paziente (quindi prettamente in ambito sanitario) e poi un’altra serie di articoli o suggerimenti di libri sull’argomento di stampo meramente “didattico”. Delle guide, in sostanza, che indicano quali sono i punti da inserire, qual è la struttura da rispettare, quali le informazioni da inserire e in quale preciso ordine, a quali manuali fare riferimento per le diagnosi e così via …
Si assume che, seguendo queste linee guida strutturali, qualunque persona e qualunque professionista sia in grado di scrivere della vita di un Altro, come se fosse solo una questione di stile, di forma, di struttura. Si parla invece poco, pochissimo, e ci si forma ancora meno, su quella che potremmo definire la “deontologia della scrittura”. Perché scrivere della vita delle persone, prima che un esercizio formale e stilistico, è un atto che pertiene all’etica. Scrivere dell’Altro significa schiudere la porta sull’esperienza dell’altro, costruire una narrazione soggettiva (e mai può essere oggettiva) che nel momento stesso in cui prende forma costruisce già qualcosa di diverso, che non parla dell’Altro ma parla di me in relazione all’Altro e di ciò che le mie lenti del mondo riescono a cogliere dell’Altro.
Certamente la scrittura ha la funzione di condividere, semplificare, trasmettere, riferire circa eventi, situazioni, circostanze, comportamenti. Ma in questo processo, che è squisitamente relazionale, spesso l’Altro finisce per soccombere dietro a parole troppo piene o troppo vuote, pregiudizi, stereotipi, tecnicismi. Troppe volte scrivere della vita delle persone si traduce nella scrittura di deficit, diagnosi, interpretazioni, o ancora nella compilazione di schede e tabelle attraverso cui si richiede ai professionisti di valutare ciò che si è osservato e proporre/suggerire soluzioni.
La scrittura tecnica da parte di chi è investito del potere di professionista sanitario, determina conseguenze concrete per le persone che sono oggetto di tale atto di scrittura: esse possono infatti subire un processo di essenzializzazione in cui sono ridotte ad una serie di etichette diagnostiche e tecniche. Tali etichette tendono ad oscurare l’esperienza della persona e promuovere processi di individualizzazione di problematiche sociali; inoltre, possono produrre effetti estremamente reali sul contesto intorno alle persone che ricevono, ad esempio, una certificazione diagnostica- si pensi a come cambia l’ambiente intorno a un bambino che riceve diagnosi di DSA – fino ad arrivare al “doppione psicologico-etico del delitto” prodotto dalle perizie psichiatriche in ambito penale (Foucault, 1999) che può portare a situazioni detentive interminabili.
Ma scrivere (così come qualsiasi altra forma di comunicazione) è un atto che già di per sé, nel momento stesso in cui lo si compie, sta modificando la relazione entro cui quella scrittura sta nascendo. Scrivere della vita delle persone significa, umilmente, scrivere della relazione che siamo riusciti a instaurare con quelle persone, della capacità o possibilità che abbiamo avuto di conoscere (per un breve o lungo periodo) un altro punto di vista, un altro posto nel mondo.
È dunque un atto che ha a che fare con il modo in cui ci avviciniamo all’Altro. Sarebbe utile, come professionisti, interrogarci principalmente sul peso delle parole che utilizziamo, più che sulla forma e la struttura che diamo loro. Oggi i percorsi universitari e di specializzazione non preparano alla scrittura professionale, almeno non in questo senso. Esistono corsi e laboratori sulla scrittura di casi clinici, report e relazioni ma non esiste un percorso di accompagnamento ad una scrittura etica, delicata, gentile, una scrittura che apre invece di chiudere, che solleva invece di subissare. Possiamo essere forieri di parole che liberano e invece troppo spesso ci appropriamo e facciamo strumenti del nostro mestiere parole grevi (e gravi) che imprigionano l’Altro e appesantiscono la nostra possibilità di trasformazione.
In questa direzione, se la scrittura è intesa e compiuta come azione etica e di responsabilità, allora essa può anche diventare atto politico. Attraverso la scrittura della vita delle altre persone e della relazione che abbiamo instaurato con loro abbiamo sempre due possibilità: ridurre la scrittura a una questione individuale e individualistica oppure percorrere, attraverso la narrazione della vita di un altro, un itinerario collettivo che collega quella specifica unica esistenza alla storia di una determinata epoca e di una determinata società. Scrivere la storia di un Altro, può significare (questo il potere che abbiamo, come professionisti) narrare la storia di ciascuno in un mondo diseguale, oppressivo, patriarcale, competitivo, violento, escludente. La scrittura ha il potere di penetrare nell’immaginario delle persone, di modificarlo e quindi di incidere sulla realtà. Quando scriviamo, come professionisti, abbiamo il potere di promuovere visioni più eque e democratiche, meno stigmatizzanti. Più la scrittura si estende, si dilata nella dimensione collettiva, più riusciamo a sfuggire alla tentazione (sempre molto accesa nella categoria) di ridurre tutto al personale, all’individuale, alla categoria, alla diagnosi, al disturbo. Possiamo scegliere di trasformare le storie personali in racconti corali, che diventano riflessi della società che noi stessi viviamo e condividiamo con le persone di cui scriviamo.
La scrittrice francese Annie Ernaux, che in questo 2022 è stata vincitrice del premio Nobel per la letteratura, ha scritto: “Mi considero molto poco come un essere singolo ma piuttosto come la somma di esperienze o di determinazioni sociali, storiche, sessuali, di linguaggi e continuamente in dialogo con il mondo, passato e presente”.
Questa potrebbe essere la direzione su cui puntare per colmare il vuoto formativo esistente: la formazione ad una scrittura etica e rispettosa come strumento di indagine sociale e trasformazione politica.
BIBLIOGRAFIA
Ricucci M. “Scrivere sulla vita delle persone. Una competenza professionale su cui investire in formazione” in Animazione Sociale Rivista degli Operatori Sociali n.2/2022 pp. 37-46
Ernaux A. “L’ecriture comme un coteau. Entretion avec Frederic Yves-Jeannet” Stock Editeur 2003
Foucault M. Gli Anormali. Corso al Collège de France (1974-1975). Universale Economica Feltrinelli, Milano 1999














Tel:
Mail: