“Il nostro sogno è produrre
farmaci per le persone sane.
Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque”.

Henry Gadsen, direttore della Merck,
1977 alla rivista Fortune.

Dagli anni ‘60, la constatazione della coincidenza tra mandato della scienza, della medicina
e della società ha animato numerosi campi di lotta nella convergenza tra rivendicazioni per
la salute dei popoli e la giustizia sociale.


La galassia della salute mentale è stata oggetto di feroci critiche che ne hanno contrastato e
contestato le istituzioni (ad esempio il manicomio), la natura di alcune pratiche (ad esempio
la contenzione fisica), un certo loro uso (ad esempio l’uso dei farmaci) oltre che le basi
epistemologiche nel più ampio processo di costruzione sociale del sapere (la cosiddetta
“invenzione delle malattie mentali”).
In sottofondo, il riconoscimento degli effetti iatrogeni reali dei dispositivi di diagnosi e cura
sull’insieme del corpo sociale e la salute dei cittadini di cui Basaglia denunciò la “violenza
tecnica” ammantata da premurosa e retorica “ideologia della cura”. Questi, incorporando,
veicolando e riproducendo le norme sociali, costituiscono un vettore della violenza
strutturale della società che li produce, un sapere-potere funzionale alle classi dominanti
organico alla conservazione della struttura socioeconomica.


Con la fine degli anni ‘80 si chiarì la reciproca influenza materiale tra una certa psichiatria
organicista e l’affermarsi dell’ideologia neoliberale e la funzione della prima nel
mantenimento degli assetti sociali e nella mercificazione dell’esistente, esercitata attraverso
la medicalizzazione dell’esistenza necessaria alla commercializzazione della salute. Il
rinsaldarsi dell’alleanza tra industria farmaceutica, scienza e medicina, insieme alla
diffusione degli psicofarmaci e l’influenza crescente dell’industria sulla salute, resero
necessario un superamento delle analisi precedenti limitate alla funzione di controllo delle
cure.


In quegli anni, l’accelerata nella proliferazione delle diagnosi – inflazione diagnostica, che ha
portato da 106 a 365 le diagnosi dal ‘52 al ‘13, con l’uscita del DSM5 -, spinta dalle esigenze
dell’industria assicurativa americana, diffuse l’idea di un corpo sociale malato. Il diffondersi di
pratiche psicoterapeutiche e consulenze psicologiche contribuì a privatizzare il modo di
vivere e concepire sofferenza, esistenza e rapporti sociali. Il trattamento per il disagio,
individuale e individualizzato, conseguenza di uno “squilibrio chimico”, era già disponibile nel
mercato della cura che continuava a stratificare le società e talvolta, come valse per
l’”ADHD”, più che gli interessi per la salute pubblica furono quelli commerciali legati ai
trattamenti a determinare l’esistenza tanto delle diagnosi quanto le narrazioni, conseguenza
del loro utilizzo, di un corpo sociale malato.


Poco prima della pandemia, l’OMS iniziò a segnalare a decisori politici e opinione pubblica
l’epidemia di “depressione” in corso e prevista e molte forze si unirono nelle richieste di
“maggiori investimenti in salute mentale” in un narrazione dominante costruita sulle
ripercussioni sulle capacità produttive dei disturbi mentali e sui costi economici della loro
gestione. A Gennaio 2020, al World Economic Forum di Davos, termometro dello zeitgeist
economico globale, i potenti della terra inserirono la salute mentale in agenda. La pandemia
ha accelerato il processo: la salute mentale della popolazione è entrata nel dibattito pubblico
e nell’agenda politica, globale e statale, e la sua centralità strategica è confermata
dall’Evento Speciale ad essa dedicato che ha preceduto il G20 dei Ministri della Salute di
Roma.


Ma le condizioni di reale fragilità di molti cittadini, soprattutto quelli in condizioni di maggior
svantaggio, causate da pandemia e misure di contenimento non cancellano, semmai
acuiscono, l’interesse per la salute mentale della popolazione forse mai come prima d’ora
intesa come spazio economico per la produzione di profitto e opportunità fondamentale per
la creazione di capitale privato e la crescita economica che, evidentemente, nuocciono più di
quanto non promettano.


Il SSN, strumento privilegiato di protezione sociale e contrasto alle disuguaglianze sociali e
di salute esacerbate dalla pandemia, provato da anni di aziendalizzazione e spinte verso la
privatizzazione, reagisce come può. Definanziamento e mancanza di risorse ne determinano
cure povere in quantità, scarsamente accessibili e disponibili, e qualità, con uno slittamento
verso un uso dei trattamenti farmacologici dal sapore, sostiene Starace, presidente della
SIEP, vetero-fordista.


Negli ultimi anni, la diffusione degli psicofarmaci e le evidenze dei numerosi e durevoli danni
che in caso di uso prolungato o eccessivo superano i benefici, hanno mosso parti di società
civile e comunità scientifica verso la promozione di una cultura farmacologica e di pratiche
de/prescrittive che tutelino realmente la salute individuale e collettività a partire dalla messa
discussione delle pratiche prescrittive reali, raramente corrispondenti alla ricerca da cui sono
prodotte (offlabels).
Si tratta di una moltitudine frammentata, dal livello globale a quello locale, di movimenti
politici, di utenti, familiari, e operatori, ad esempio l’IIPDW, che non ha ancora forza o
lungimiranza per influire direttamente sulle pratiche dominanti o dispiegare campagne di
sensibilizzazione e che muove in direzione opposta agli obiettivi commerciali delle aziende
produttrici.
La loro realizzazione, perseguita attraverso il dominio dell’industria farmaceutica
nell’economia che governa la produzione delle conoscenza (le evidenze scientifiche) e
l’influenza nella formazione medica, viene facilitata dalla resistenza psichiatrica alla propria
messa in discussione e dal potere simbolico esercitato, subordinati altri corpi di sapere e
pratiche, nel modellare le modalità egemoni di concepire e vivere salute, malattia e cura dal
prestigioso sapere-potere psichiatrico.


Le narrazioni sulla salute del corpo sociale e sul diritto alla cura facilitano o ostacolano il
raggiungimento degli obiettivi commerciali delle aziende e la salute reale dei cittadini i quali,
a loro volta, possono costituirsi in quanto tali nella partecipazione alle lotte collettive per il
diritto alla salute e, direbbe Rose in “La Politica della Vita”, nell’economia politica della
speranza.


E’ qui che agisce il marketing dell’industria farmaceutica che vede nella pandemia
un’opportunità d’oro confermata dalle previsioni di crescita del mercato globale di molti
psicofarmaci, primi fra tutti gli antidepressivi.


Così, in Italia, il 10 Ottobre, quest’anno come lo scorso, la Giornata Mondiale della Salute
Mentale (celebrata dal 1992 per aumentare la consapevolezza di cittadini e governi sui
problemi di salute mentale, mobilitare gli sforzi collettivi a sostegno del benessere delle
persone, promuovere azioni di advocacy e lotta allo stigma) sarà utilizzata dalla
multinazionale danese Lundbeck, specializzata in farmaci psicotropi, per la campagna
“Insieme per la salute mentale” con la partecipazione di molte società scientifiche,
associazioni di utenti e testimonials, numerose iniziative in molti territori e grande risonanza
mediatica.


La competizione della Lundbeck nel mercato degli psicofarmaci le è costata una multa da 93
milioni di euro dalla Commissione Europea per sei accordi stipulati con alcune società per
ritardare l’immissione sul mercato di farmaci equivalenti (pay-for-delay) alla sua molecola
citalopram. Tale condotta non costituisce un’eccezione: Lundbeck ha violato le norme per i
contenuti pubblicitari in Gran Bretagna, ha subito la revoca di un brevetto per difetto del
requisito di novità e Gøtzsche avanza ragionevoli argomentazioni circa la falsificazione di
dati relativi all’efficacia, per alcune molecole in adolescenti e adulti, e al rischio suicidario in
bambini che assumono antidepressivi.


Per aumentare le vendite, le campagne di sensibilizzazione e consapevolezze, moltiplicate
negli USA da 44 a 401 con un aumento di spesa da 177 a 430 milioni di dollari,
rappresentano da sempre una strategia chiave delle aziende produttrici massimizzando la
percezione della diffusione di una malattia funzionale a ciò che Moynihan chiama la “vendita
della malattie”. Le case farmaceutiche che vendono prodotti per determinate “malattie”
diventano fonte di speranza per gruppi di cittadini che se ne ritengono affetti e medici
impazienti di diagnosticarle. Le campagne tuttavia inducono a scambiare le informazioni
sulla malattia con i benefici dei farmaci, a fenomeni di ipermedicalizzazione e
sovratrattamento e ad un aumento delle domande di prescrizioni ai medici dei cittadini.


Con la pandemia buona parte del marketing farmaceutico è stato reindirizzato sui social.
Facebook costituisce la principale piattaforma virtuale per le aziende ed è qui che soprattutto
si è svolta la campagna di Lundbeck la quale, preceduta di qualche mese da Janssen, ha
inoltre aperto una pagina per sensibilizzare sui temi relativi al disagio mentale, in particolare
per la diagnosi di depressione.


In Italia non è possibile fare pubblicità diretta presso il consumatore e le aziende devono
trovare modalità promozionali indirette per cambiare percezione e atteggiamento sociale
verso le condizioni di sofferenza e ciò che viene definito malattia: è questa la funzione della
campagna “di sensibilizzazione”, o sarebbe meglio dire marketing, promossa da Lundbeck.
Il sito dell’azienda, che come molte multinazionali spende più in marketing che in ricerca,
testimonia che tutte le società scientifiche e le associazioni di utenti che hanno partecipato
alla campagna nel 2020 hanno ricevuto finanziamenti dall’azienda l’anno precedente:
professionisti e utenti uniti nel dar voce e amplificare i messaggi della campagna di
sensibilizzazione, lotta allo stigma e accesso ai medicinali, organizzata dalla multinazionale
degli psicofarmaci.


Due aspetti su tutti. Il primo è relativo al processo attraverso cui Lundbeck riesce a
mobilitare parte delle forze rappresentate e mosse dell’associazionismo,
strumentalizzandone le rivendicazioni per il diritto alla salute mentale al servizio dei propri
obiettivi commerciali. Come sostiene l’azienda, per la realizzazione dei propri “imperativi
strategici”, “espandere ed investire per la crescita”, “mantenere l’attenzione sulla redditività”
ed “espandere spazi operativi”, occorre “lavorare a stretto contatto con la comunità dei
pazienti” e “coinvolgerli nella nostra catena del valore”: “una Salute Mentale che sia per tutti
non può prescindere dalla collaborazione di tutte le parti coinvolte”.
Per questo ogni anno organizza, con gruppi di advocacy e associazioni, #1voicesummit, una
giornata che promuove la collaborazione con la comunità globale di advocacy per
raggiungere due propri obiettivi chiave: salute del cervello (BrainHealth) e leadership nelle
neuroscienze. L’appuntamento serve per “trovare nuovi modi per amplificare la voce delle
persone con esperienze vissute di malattie cerebrali”. Oltre 80 associazioni da quasi 20
paesi hanno partecipato all’edizione del 2021.
Società civile e associazioni di pazienti e familiari diventano così portavoce dei messaggi
interiorizzati funzionali al profitto dell’azienda che ne incorpora le spinte al cambiamento.


Il secondo punto è relativo ai contenuti dei messaggi diffusi che, seppur teoricamente
condivisibili, costituiscono nella pratica tasselli funzionali alle finalità commerciali da cui
derivano promuovendo elementi culturali volti a ridurre le barriere al raggiungimento degli
obiettivi aziendali. La lotta allo stigma, nella concezione veicolata, non è la lotta a
discriminazione ed esclusione sociale che nega l’esercizio dei diritti di cittadinanza, quanto
un processo necessario all’identificazione della cittadinanza con l’identità malata,
all’adesione al principale trattamento indicato, prodotto e ad ampliare il bacino di
consumatori; l’accesso alle cure non è l’accesso ad un SSN capace di erogare,
omogeneamente in tutto il paese, percorsi di cura efficaci, appropriati, in ottica comunitaria,
ma l’accesso al trattamento farmacologico; l’analogia tra malattia fisica e malattia mentale è
funzionale ad un riduzionismo biologico che riconduce a livello meramente cerebrale origine
e trattamento della sofferenza.


Vede bene Benedetto Saraceno, cauto verso le richieste di maggiori investimenti del
Movimento Globale per la Salute Mentale, attore chiave nella globalizzazione del deteriore
paradigma biomedico e degli interessi economici ad esso connaturati.
Da quando le fabbriche delle società farmaceutiche sono diventate il laboratorio
dell’innovazione psichiatrica e il laboratorio psichiatrico parte della fabbrica
psicofarmacologica, in quella “rilevazione in blocco della psichiatria dalle case farmaceutiche
denunciata dal presidente dimissionario dell’American Psychiatric Association, Loren
Mosher, l’alleanza con le associazioni di familiari e utenti (consumatori) gioca un ruolo
chiave nella produzione delle narrazioni dominanti.
Paradossalmente, alcuni movimenti nuotano contro sé stessi.


Come afferma l’attivista inglese Sera Davidow, parlare dell’influenza del profitto nella salute
e dell’epidemia di uso di psicofarmaci non equivale a fare “Pill Shaming”, termine sempre più
diffuso in seguito ad un servizio sulla BBC che indica le manifestazioni personali di biasimo
verso chi rivendica il proprio diritto all’assunzione di psicofarmaci e la cui propagazione,
comprensibile verso l’atteggiamento ideologica di una certa antipsichiatria, rischia da una
parte, di delegittimare discorsi e pratiche critiche sull’uso degli psicofarmaci, intesi come
campo reale per il contrasto di dinamiche di potere, oppressione interiorizzata e riproduzione
sociale, dall’altra di indebolire la spinta verso una maggior appropriatezza prescrittiva,
l’introduzione di pratiche di deprescrizione e la diffusione di una cultura dei farmaci, per altro
nodi cruciali in molti problemi sociali legati alle pratiche mediche, ad esempio, il fenomeno
dell’antibioticoresistenza. Il rischio, nel caso degli psicofarmaci, sta nell’eccesso più che nel
difetto.


Occorre un cambiamento da un paradigma riduzionista, centrato sullo “squilibrio chimico”,
ad uno capace di contemplare gli “squilibri di potere” nel determinare non solo, come
indicato da Pūras, sofferenza e disagio, ma anche la narrazione dominante nell’immaginario
collettivo, ancor più in date importanti, simbolicamente e praticamente, per il bene comune
come quella del 10 Ottobre (per altro a rischio perenne di appropriazione da parte di gruppi
particolari, come è accaduto da parte degli psicologi, che l’hanno trasformata in Giornata
Nazionale della Psicologia).


E’ malato vendere, legalmente, l’idea di una collettività malata e la campagna “Insieme per
la Salute Mentale” non scalfisce, semmai acquisce i problemi reali che ostacolano la salute
mentale della popolazione tacendo le criticità dei servizi e i rischi delle pratiche prescrittive e
il peso dei determinanti sociali della salute mentale.
Il “manganello chimico” non può essere affrontato senza contrastare la “contenzione”
esercitata dal profitto sull’immaginario collettivo, in ogni ambito della nostra vita e sulla
salute mentale dei popoli.


Se la pandemia ha esacerbato le preesistenti disuguaglianze poche certezze sono solide nel
campo della salute mentale della popolazione come 1) la correlazione tra entità delle
disuguaglianze e benessere generale della popolazione: vivere nei paesi più diseguali, divisi
e divisivi aumenta il rischio, a parità di posizione sociale e lungo tutta la scala sociale, di
ammalarsi rispetto al vivere in paesi più equi; 2) la distribuzione della salute mentale lungo il
gradiente sociale: nel corpo sociale i bisogni di salute si sovrappongono a quelli sociali ed
economici, il disagio mentale è una questione di classe.


Matteo Bessone
Luca Negrogno

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