
Nell’ambito del progetto “La Terra di Sasha” rivolto a rifugiati ucraini in Italia, lo Sportello TiAscolto di Lecce ha organizzato una serie di laboratori gratuiti che prenderanno il via giovedì 29 settembre.
Il primo appuntamento è con il Laboratorio di Mandala per adulti, aperto a tutti coloro che sono interessati.
Vi aspettiamo presso il Centro Multiculturale Crocevia.
Dalla graphic novel “La differenza invisibile”[1] al paradigma sociale di Judy Singer[2]: un dialogo sull’autismo nella cornice della neurodiversità con “Neuropeculiar APS, movimento per la biodiversità neurologica[3]
Quale parola ti è venuta in mente leggendo il messaggio di invito all’autoformazione: “Dal movimento per la neurodiversità al movimento Neuropeculiar: verso un cambiamento di paradigma biopsicosociale?”? A che punto siamo, noi clinici, psicologi e psicoterapeuti, con le conoscenze all’interno del panorama della condizione autistica o di altre neurodivergenze? Siamo al passo con i tempi? Come ci sentiamo? Quali idee, istanze, pratiche circolano fra le varie figure professionali che hanno a che fare con persone con funzionamenti neurocognitivi divergenti dalla “norma”? Cosa succede e succederà nella società?
Queste alcune delle prime domande-guida che hanno aperto il nostro confronto e dibattito, a partire dalla condivisione di alcune tavole tratte dalla graphic novel “La differenza invisibile” (Dachez & Mademoiselle, 2018) che racconta la storia di Marguerite e del suo percorso (solitario) di diagnosi di autismo. Tale scelta, combinata con la presenza di persone autistiche e attiviste, dell’APS Neuropeculiar, ha contribuito a focalizzare l’incontro in particolare sul funzionamento autistico.
In questo breve articolo si tenterà di riassumere, attraverso una narrazione semi-dialogica, quello che è avvenuto durante l’incontro di autoformazione presso la sede di Associazione (TiAscolto APS[4]), vale a dire un confronto critico circa la neurodivergenza, il paradigma della neurovidersità, la diagnosi di funzionamento autistico e le implicazioni sociali, culturali e politiche del considerare l’autismo e altre neurodivergenze come tali e non come malattie da curare.
Gli ospiti invitati presenti sono persone facenti parte di diverse realtà con le quali già collaboriamo (come Gruppo Blu[5], l’Associazione Orimaghi[6]) o di realtà del territorio che si occupano in particolare di disabilità e minori (Associazione di Idee[7]) e di neurodiversità (Neuropeculiar APS[3]) e con le quali ci sembrava essenziale confrontarci in quanto interlocutori eletti per la tematica.
Il dibattito si è costruito a partire dalla condivisione delle slide allegate al presente articolo, con domande-stimolo che ci hanno fatto concentrare su alcuni macro-temi, molti solo accennati e che meriterebbero di essere ampliati, esplorati in maniera molto più approfondita:
Perché è importante parlare di neurodiversità e perché è importante farlo qui…
L’incontro nasce dall’esigenza di condividere con altre menti la sensazione di complessità che un tema come la/le neurodivergenza/e e la disabilità generano nella società, nelle persone e negli addetti ai lavori. Ci si muove in assetti educativi, sociali e politici modulati sullo stampo del paradigma biopsicosociale (Engel, 1980)[8], approccio alla persona nato come evoluzione del paradigma medico ma forse non meno medicalizzante, patologizzante, specialmente nell’area della salute mentale. Spesso, in ambito educativo e non solo, sentiamo ancora dire frasi come “la persona affetta da autismo”, “l’Asperger è un genio ma non ha abilità sociali”, “occorre migliorare le sue capacità comunicative”; esemplificativi della credenza che l’autismo sia un disturbo da curare e a cui rimediare, attraverso una convergenza verso modelli di normalità in cui gran parte della società si rispecchia, attraverso interventi sulla persona autistica e sulle sue (dis)abilità. Accade qualcosa di molto simile a chi abbia un funzionamento neurocognitivo caratterizzato, per esempio, da iperattività motoria e da un’attenzione che alcuni definiscono come “iperfocus”, che potrebbe ricevere una diagnosi di disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e sovente potrebbe sentirsi dire: “ma non riesci a stare un po’ fermo?”, “guardami negli occhi quando ti parlo”, “come fai a non capire una cosa così semplice?”. Cosa si sta chiedendo a questa persona? Probabilmente di usare un funzionamento che non le appartiene per adeguarsi alla “media”.
Parliamo di modelli della disabilità; una tesi condivisa da molti dei partecipanti all’incontro è che questi siano un modo di creare disabilità e di mantenerla.
È importante parlare di neurodiversità perché c’è ancora molta confusione e perché, come vediamo attraverso il modello del PTM (Johnstone, 2018)[9], il power threat meaning framework, è possibile demedicalizzare, decostruire gli stereotipi, dare dignità ai vari e molteplici funzionamenti.
È rilevante perché con le persone che incontriamo si parla di questa confusione, perché sono sempre più pronte a parlarne e a mettere in dubbio di non essere strane o sbagliate ma di avere delle caratteristiche e un funzionamento specifico.
La neurodiversità è un cappello ampio e il rischio che corriamo, se non ne discutiamo criticamente e attivamente, è di “inviare a specialisti” anche se noi siamo specialisti della salute e del benessere psicofisico o di non farlo affatto, cercando significati nascosti che eclissano invece funzionamenti specifici, e di perpetuare noi stessi stereotipi e pregiudizi. È vitale perché noi, a volte nostro malgrado, ci muoviamo in una cornice teorica che è ampiamente medica e medicalizzante e lavoriamo affinché la sofferenza si possa depatologizzare, si possa combattere lo stigma sulla salute mentale. Risulta perciò necessario conoscere accuratamente un modello sociale della disabilità che, in maniera analoga a quanto accade con il PTM[14], si sposa maggiormente con le nostre intenzioni e le nostre concezioni e pratiche di cura e salute.
Modelli medici vs Modelli sociali
R.: <<Ecco, nel titolo di questa presentazione c’è un’inesattezza poiché si parla del cambiamento di un paradigma medico, quello biopsicosociale ma Neuropeculiar affonda le sue radici nel modello sociale della disabilità e nel concetto di neurodiversità[10] di J. Singer, un paradigma socio-culturale.>>
L’inizio del nostro incontro ha preso, sin dalle prime battute, la forma di un dibattito; il titolo della presentazione si reggeva su un senso figurato, intriso dello scetticismo che un’ottica come quella proposta da Singer, sociologa australiana e autistica, possa “recidere”, in poco tempo (anche se ne si parla già da molti anni), un paradigma nato da un’evoluzione del modello medico della salute e della disabilità, il quale però è bene che accolga i cambiamenti – e quindi si rivoluzioni. La proposta velata ed implicita è dunque quella che si possa creare un compromesso affinché il paradigma dominante in materia di salute e benessere, quello biopsicosociale appunto, si modifichi, accogliendo le proposte e le evidenze derivanti da altri modelli, come il modello sociale della disabilità.
Durante l’incontro, è stata messa in risalto una delle critiche che spesso viene avanzata al modello biopsicosociale, ossia la sua natura prettamente medica e il suo sbilanciamento verso la componente “bio” (Benning, 2015) [11].
R.: << abbiamo la necessità di superare il modello medico della disabilità a favore del modello sociale>>
Nel corso del dibattito, alcuni dei partecipanti hanno sottolineato che nel modello medico la disabilità è connessa ai deficit di una persona, alle sue limitazioni fisiche o mentali, a cui dunque mancano dei requisiti per essere “normale”. La normalità è un parametro di riferimento attraverso il quale, in seguito ad un iter diagnostico, viene riconosciuto il diritto ad una cura. È dunque un parametro a servizio del potere, essendo il potere, in questo caso medico, che stabilisce la norma, le deviazioni da questa e le modalità per correggere tale deviazione.
Il modello sociale invece offrirebbe un punto di vista differente: è la società che costruisce e mantiene la disabilità, con stereotipi, pregiudizi e barriere che limitano od ostacolano persone con specifici funzionamenti neurocognitivi. Ad ogni modo, all’interno di ogni società, è inevitabile la presenza di una norma e quindi, il fatto che esistano persone il cui funzionamento e caratteristiche siano penalizzate, è esattamente il grado con cui la società riesce ad armonizzare tutte le differenze e a definirne la natura inclusiva e democratica. In tal senso, l’autismo non sarebbe una sindrome da curare ma un funzionamento che è bene diagnosticare affinché la società possa abbattere le barriere che ha da sempre (inconsapevolmente) istituito, nei confronti di chi possiede una sensorialità più intensa o delle modalità comunicative e di interazione sociale che spesso vengono definite deficitarie o inadeguate o ancora bizzarre.
Alcuni partecipanti hanno pertanto sottolineato il proprio imbarazzo e la sensazione di ambivalenza nel continuare a promuovere una cultura della riabilitazione e della diagnosi così come è sempre stata fatta, altri hanno sottolineato invece l’importanza degli interventi laddove questi siano necessari – come nel caso di persone con ulteriori compromissioni associate <<non sono deficit e queste non sono correlate! Attenzione all’uso delle parole che scegliamo>>. Alcune persone autistiche possono presentare gravi compromissioni nell’area dell’interazione con il mondo esterno, nella comunicazione verbale e non verbale, avere un deficit dell’attenzione, o altre patologie neurocognitive o neurologiche (aspetti comunemente inseriti nel cluster del “basso funzionamento”).
Sindrome, spettro, neurodivergenza… il potere delle parole (e delle immagini)
G.: << Come possiamo notare, a colpo d’occhio, una tavola di una graphic novel di pochi anni fa voleva essere uno strumento psicoeducativo e “normalizzante” di una sindrome, quella di Asperger, oggi l’opera verrebbe criticata nel suo simbolismo, per le sue scelte terminologiche…>>
“La differenza invisibile” (Dachez & Mademoiselle, 2018) parla di una ragazza Asperger. Nel 2013 la Sindrome di Asperger veniva però eliminata dal DSM-5 (Volkmar, Partland, 2014)[12] ed inclusa nel più ampio contenitore dei Disturbi dello spettro autistico (nei disturbi pervasivi del neurosviluppo). Questa scelta (medica) ha sancito un passaggio, almeno teorico, da una diagnosi categoriale ad una diagnosi dimensionale; alcuni dei presenti hanno osservato come tale movimento avrebbe potuto contribuire a depatologizzare molti dei funzionamenti neurocognitivi, inclusa la condizione autistica. Questa prospettiva è rimasta solo una teoria, nel DSM-5 si continua a parlare di “disturbi” (disturbi del neurosviluppo, disturbi dello spettro della schizofrenia, disturbo bipolare ecc.) e di “disturbo dello spettro autistico”, quindi a porre l’attenzione sul “disturbo”, sul “deficit” e non sul funzionamento, afferente alla neurodiversità umana, ossia della variabilità delle caratteristiche neurocognitive di tutta la popolazione .
Potremmo dunque domandarci: che cos’ha Marguerite? Prima di tutto, molti dei partecipanti ci hanno tenuto a sottolineare che “No. Marguerite non ha l’Asperger, non ha l’autismo, Marguerite è autistica”. Si tratta di una posizione molto forte, che definisce l’essenza di Marguerite a partire da una diagnosi, un suo aspetto particolare.
La persona viene così cristallizzata, definita e limitata da tale definizione una volta per tutte. La persona è la diagnosi ricevuta. Inoltre questa posizione è esattamente l’opposto di quanto rivendicato per molti anni dalle persone con disabilità, ovvero il fatto di non essere la propria disabilità. In questa prospettiva, la disabilità non precede la persona, né tantomeno, la definisce.
Ad ogni modo, Marguerite ha sempre sentito l’esigenza di seguire delle routine, di evitare determinate stimolazioni/percezioni sensoriali e si è sempre sentita affaticata in situazioni sociali che prevedessero una pluralità di persone. Marguerite lavora, è autonoma, ha un fidanzato e vive con lui ma ha sempre faticato molto, anche nella ricerca di un aiuto professionale e di una risposta alle sue domande. Le hanno detto più volte che è troppo ansiosa, che è troppo strana, che è troppo. L’autrice della graphic novel, essa stessa autistica, seppur raccontando la storia attraverso una diagnosi ormai obsoleta, ovvero non in linea con gli attuali sistemi diagnostici (Volkmar, Partland, 2014)[12], racconta molti degli aspetti fondamentali dell’autismo, della condizione autistica senza compromissioni e con. Marguerite fa una separazione netta fra la sensazione di essere diversi e quella di essere pazzi. Si è sempre sentita pazza e sbagliata, affrontando diversi problemi, proprio come capita nella vita di tante persone autistiche che oggi ce lo possono raccontare. Questa è la strada maestra affinché si sciolgano alcuni degli stereotipi sull’autismo. Questa lettura è un assaggio di ciò che molti attivisti – principalmente persone senza compromissioni linguistiche che possono raccontarsi e familiari di persone con compromissioni – stanno facendo negli ultimi anni.
L.: <<Neurodivergenza non deve essere usato per sostituire parole specifiche, come persona autistica, giusto per passare il messaggio che si mastichi un po’ di neurodiversità>>.
Addentrandoci in alcune delle tavole della graphic novel, alcuni dei partecipanti hanno voluto sottolineare dunque che occorre fare un uso molto sapiente delle parole. Parlare di Marguerite come Asperger sembrava paradossalmente fuori luogo e il tentativo di sostituire alla parola Asperger quella di persona neurodivergente è stata presto criticata, poiché è sufficiente usare la parola “autistica”.
Cosa si intende dunque con neurodiversità? Come suggerisce Fabrizio Acanfora (2021) “neurodiversità è una di quelle parole belle, utili, è uno di quei concetti che ci aiutano ad allargare la nostra visuale sulla diversità che ci contraddistingue come specie[13]”. Verso la fine degli anni ’90 Judy Singer coniò il termine “neurodiversity”. Questo termine sarebbe l’equivalente neurologico della biodiversità, descrivendo dunque la “variabilità illimitata della cognizione umana e all’unicità di ogni mente umana (Singer, 2019)”. Come volevano sottolineare i membri di Neuropeculiar, sovente il concetto di neurodiversità è impropriamente riferito alle persone il cui sistema nervoso è organizzato diversamente rispetto alla maggioranza a sviluppo neurologico tipico, diventando sinonimo di autismo. La neurodiversità invece, come possiamo sempre leggere dalle parole di Singer, comprende sia gli individui il cui sistema nervoso ha seguito uno sviluppo considerato tipico, sia le persone che vengono catalogate in base ad alcuni comportamenti particolari, frutto di differenze specifiche del neurosviluppo, come nel caso dell’autismo, della sindrome di Tourette, dell’ADHD (2019)”.
In sintesi, tutte le persone sono un po’ neurodiverse, cosa che, forse, non conferisce molta pragmaticità al termine.
G.: <<…sì, poi nel nostro nome “Gruppo Blu”, c’è proprio il colore blu, che non vi piace tanto>>
Non solo le parole sono potenti ma anche le immagini. Abbiamo riflettuto brevemente sul simbolismo del pezzo di puzzle, utilizzato ancora oggi per identificare l’autismo, insieme al colore blu, che però fanno pensare a qualcosa che manca e al colore della tristezza. Si preferisce utilizzare il simbolo dell’infinito e i colori dell’arcobaleno, che nell’insieme rimanda al concetto di infinita variabilità e di spettro.
Parlando quindi di parole e di potere, due partecipanti hanno nuovamente messo in risalto come una valida alternativa possa essere quella proposta dal PTM, che fornisce la possibilità di creare un nuovo lessico meno stigmatizzante e più comprensibile, aprire la via a una comprensione del disagio psichico che metta in risalto i determinante sociali, culturali ed economici della sofferenza, portandoli allo stesso livello d’importanza di quelli biologici e individuali; chiedere il parere di chi ogni giorno lotta per non stare male, un modello clinico e teorico che ci sta a cuore, alternativo al modello medico e psichiatrico[14].
Il lavoro come clinici e il valore della diagnosi
G.: <<Cosa vi capita quando una persona, nel vostro studio, vi dice “mi sono autodiagnosticato l’ADHD” oppure “penso di essere autistico” e si narra come una persona sbagliata, incompetente, da cambiare?>>
Quella di Marguerite è una esperienza sempre più comune fra i giovani adulti o gli adulti, la ricerca di risposte a dubbi antichi quanto la propria vita si scontra spesso con la difficoltà nel trovare una risposta coerente e sufficientemente sintonizzata con quanto sentono, provano, pensano e su come lo sentono, provano e pensano. Lo psicologo le dirà: “perché ha questo bisogno di costringersi in una categoria?” e il suo medico di base esordirà con “l’autismo è una moda”. Entrambe hanno, in parte, ragione: le categorie diagnostiche, spesso, a livello individuale, possono rappresentare più gabbie che strumenti e, a livello sociale, ogni categoria diagnostica, ciascuna dotata di maggior attendibilità e validità, è un prodotto storico; in diversi periodi storici, diverse etichette sono più o meno diffuse, in maniera spesso poco correlata a ciò che vorrebbero catturare. Anche le etichette diagnostiche, come ben sottolinea Allen Frances (2013)[15] , a capo della task force del DSM IV, procedono per mode. Come gruppo, inoltre, ci siamo posti il quesito e abbiamo notato come alcuni autori facciano coincidere l’aumento delle diagnosi con l’uso crescente, a scopo diagnostico, di questionari o test psicologici strutturati in prove (si rinvia al dibattito al fondo su questo punto). Inoltre, il mercato delle diagnosi cambia nel tempo e i professionisti specializzati in specifiche diagnosi hanno tutto l’interesse affinché determinate diagnosi proliferino e cresca la consapevolezza sociale di determinate diagnosi.
A fronte di questa evidenza quantitativa, abbiamo anche riflettuto sulla paradossalità dell’aumento di diagnosi e sulla parallela scomparsa della diagnosi di Asperger, a partire dal 2013. Per quanto possa sembrare un fatto relegato puramente alla nomenclatura, può assumere connotati più complessi. È quasi spontaneo, per esempio, chiedersi come si sentano tutte quelle persone che, anni fa, hanno ricevuto diagnosi di Asperger, dopo l’uscita della categoria dal manuale diagnostico DSM-5. Abbiamo riflettuto sul senso identitario di persone che faticosamente iniziavano a riconoscersi in una categoria; per quanto patologizzante, sembrava e, tutt’ora sembra dare respiro e conforto ad alcune persone – si pensi al proliferare delle comunità Aspie in tutto il mondo.
La diagnosi ha un valore ampio e articolato e può passare dall’essere sentita come una categoria stringente nonché medicalizzante e patologizzante, ad una chiave di accesso a diritti, consapevolezza, pace e rivendicazione collettiva, basti vedere il caso delle associazioni di persone con diagnosi di AIDS a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Tuttavia diagnosi diverse significano cose diverse; ad esempio, il dibattito scientifico rispetto all’attendibilità delle diagnosi di ADHD, ancor più negli adulti, è aperto e florido, mentre la diagnosi di AIDS è tutt’altro che dibattuta.
Il panorama nel quale ci troviamo è infatti complesso, strettamente connesso a potere e politica, a ragioni socio-economiche e di (self)advocacy. Ogni diagnosi, infatti, comporta numerosissimi benefici per chi viene diagnosticato, o per la sua famiglia.
M.: <<mi sta a cuore capire come sia più adeguato comportarsi nella comunicazione di diagnosi e soprattutto comprendere il ruolo delle parole “mediche” e delle “etichette”, muovendosi in un modello sociale>>
I membri di Neuropeculiar hanno condiviso il loro punto di vista personale, di sensatezza, nella loro vita, dell’arrivo della diagnosi e dell’adeguatezza, per loro, di una categoria esaustiva che non riduce le loro caratteristiche individuali ma che dà spiegazioni e dignità a un funzionamento neurocognitivo.
G.:<<quindi c’è un noi e voi?>>
R.:<<come in tutte le cose, e nella separazione tra “tipici” e “autistici” c’è sempre stata una mancanza di coordinazione data da un “dominio” dei costrutti neurotipici…>>
G.: <<e allora, sì alle etichette?>>
R.: <<le etichette vanno bene poiché forniscono qualche strumento in più laddove si debba proporre un intervento verso una persona autistica o quando si analizzano le modalità di relazione e comunicazione>>
Inclusione?
G.: <<nelle scuole dell’infanzia italiane e in altri ordini e gradi, qualsiasi progetto educativo si fonda sul modello dell’inclusione scolastica, su carta nobile e attento alle specificità delle persone, poiché presuppone che l’elemento da includere venga accolto per ciò che è. Ma è proprio questo “dover essere incluso” in un gruppo, precostituito e che rappresenta “la norma”, che ultimamente viene criticato…>>
Abbiamo concluso il nostro incontro purtroppo solo accennando al tema dell’inclusione, scolastica e nel mondo lavorativo, consapevoli che si tratti di uno di quegli assi dove il potere si agisce e viene vissuto.
Abbiamo osservato insieme una illustrazione di Tiziana Naimo[16], membro dell’APS Neuropeculiar; l’immagine[17] è stata definita come angosciante da alcuni dei partecipanti, ed è la sensazione che forse voleva essere trasmessa, che probabilmente viene vissuta da chi, più che incluso, si sente accerchiato. Sul suo blog, Tiziana Naimo dice: “[…] ha molto senso interrogarsi sul reale significato di inclusione, che è spesso vista come qualcosa fatta secondo le regole della maggioranza. Mi includi alle tue condizioni che potrebbero non rispondere per nulla a quelle che sono le mie esigenze e bisogni e se lo faccio notare sono un’ingrata che non apprezza quanto di buono viene fatto per me. Che non comprende, quanto siano stati buoni a prendersi la briga di decidere quello che è meglio per me e a concedermelo. Ma non dovrebbe essere una concessione, sono dei diritti sacrosanti per tutti quanti gli esseri umani. Dovrebbe essere un processo che interpella i soggetti che si trovano a vivere la condizione di disabilità (famiglie comprese), altrimenti è qualcosa che viene fatta secondo regole che valgono per altri e che non tengono in nessuna considerazione i reali bisogni delle persone a cui dovrebbe rivolgersi. Non include per davvero e rischia pure di essere controproducente. […] Altrimenti non chiamiamola inclusione ma ACCERCHIAMENTO, in cui tutti sanno quello che va bene per te e tu devi adattarti, semplicemente prenderne atto e fartelo andar bene.”
Una lettura altrettanto ricca proposta è stata quella del già citato Fabrizio Acanfora[18] che ribalta l’idea di inclusione, promuovendone il suo superamento attraverso il concetto di convivenza delle differenze.
Una domanda che rimanere aperta e per la quale sarebbe auspicabile proseguire il confronto con le diverse realtà, attiviste e non, è come possiamo incorporare quanto emerso nel corso dell’autoformazione nelle pratiche dello Sportello, compatibilmente con i diversi punti di vista individuali di ciascun clinico.
Il nucleo della nostra autoformazione ruotava intorno a un obiettivo che tuttavia sentiamo di aver raggiunto: avviare una riflessione critica ed aprire un dibattito sugli aspetti sociali e clinici di alcune diagnosi, delle conseguenze e dell’impatto nella vita di ognuno e della possibile rivoluzione che gli ambiti educativi, sociali e politici potrebbero (o meglio dovrebbero) affrontare, nel tentativo di aumentare la nostra consapevolezza, come operatori della salute e del benessere mentale, e di promuovere cambiamento.
In conclusione, questo dialogo getta le basi per un processo di integrazione che riteniamo debba e possa avvenire fra realtà ed ambiti che si discostano da quelli più prettamente clinici, affinché si promuova una apertura e una maggiore permeabilità dei confini fra quello che avviene nella stanza di terapia e ciò che le persone vivono nel e attraverso il mondo. Nel caso specifico, abbiamo affrontato il tema della neurodiversità e le nostre riflessioni, influenzate anche dalla nostra formazione clinica, si posizionano in un ampio dibattito sociale (attuale), nell’intersezione tra le norme e le aspettative della società e il movimento per la rivendicazione di diritti, di benessere e di cura.
Questo articolo è stato redatto e dapprima approvato da tutti gli attori coinvolti. Dopo l’aggiunta di qualche passaggio, in fase di revisione collettiva, da parte dei membri dello Sportello Ti Ascolto, alcuni degli estensori del contributo non si riconoscono più in esso. Abbiamo dato piena disponibilità, nell’ottica del rispetto di tutti i punti di vista e contributo, ad ospitare, sul nostro sito, una risposta a questo contributo.
Note nel testo e riferimenti bibliografici:
[1] Dachez, J., & Mademoiselle, C. (2018). La differenza invisibile. Edizioni LSWR.
[2] [10] Singer, J. (2019). Reflections on the neurodiversity paradigm: What is neurodiversity? https://neurodiversity2.blogspot.com/p/what.html?m=1&fbclid=IwAR0WcAs9DopM8HMfKHD8RCNfXbXUTBFopCAz3rVkhxHsnMYXOQDYgLusFDI
[Contributo tradotto in italiano: https://neuropeculiar.com/2020/03/14/che-cose-la-neurodiversita/ ]
[3] https://neuropeculiar.com/
[4] https://sportellotiascolto.it/chi-siamo/
[5] https://www.facebook.com/Gruppo-BLU-103862168046812/
[6] https://www.facebook.com/orimaghi
[7] https://www.facebook.com/lassociazionedideeonlus/
[8] Engel, GL. The clinical application of the biopsychosocial model. Am J Psychiatry. 1980. May;137(5):535-44. doi: 10.1176/ajp.137.5.535. PMID: 7369396.
[9] Johnstone, L. & Boyle, et al. (2018). The Power Threat Meaning Framework: Overview. Leicester: British Psychological Society.
[11] “Benning TB. Limitations of the biopsychosocial model in psychiatry. Adv Med Educ Pract. 2015 May 2;6:347-52. doi: 10.2147/AMEP.S82937. PMID: 25999775; PMCID: PMC4427076.”
[12] Volkmar, F. R., & Mc Partland, J. C. (2014). La diagnosi di autismo da Kanner al DSM-5. Edizioni Centro Studi Erickson.
[13] Acanfora, F. (2021). Neurodiversità o neurodivergenza? https://www.fabrizioacanfora.eu/neurodiversita-neurodivergenza/
[14] PTM: oltre la diagnosi psichiatrica. Il ruolo del potere nel disagio psichico. https://sportellotiascolto.it/2018/07/23/potere-power-threat-meaning-framework-disuguaglianze/
[15] Frances, A. J. (2013). Primo non curare chi è normale, contro l’invenzione delle malattie. Bollati Boringhieri.
[16] Bradipi in Antartide. Blog di Tiziana Naimo. https://www.bradipiinantartide.com/?fbclid=IwAR35qQT8N_je9KeAP4QG_GQzW0jer8_Or2ZtoME7AEUV
[17] immagine Inclusione – Bradipi in Antartide – di Tiziana Naimo.
[18] F. Acanfora (2020). La diversità è negli occhi di chi guarda. Superare il concetto di inclusione
della diversità sul lavoro. [E-book] https://www.fabrizioacanfora.eu
Come viene affrontata la Sessualità in terapia? Quando è il momento giusto per parlarne? Bisogna sempre interessarsi della sfera sessuale del paziente? Una buona sessualità esiste?
Siamo partiti dal mettere in dialogo vissuti di persone giovani-adulte che hanno fatto esperienza di percorsi psicologici, non prettamente sessuologici, per rispondere a queste domande. Lo Sportello TiAscolto! non propone un modo unico di intendere e affrontare in terapia le tematiche sessuali, ogni terapeuta si muove in base al proprio orientamento e alla propria formazione, perciò una condivisione di casi e approcci clinici differenti può diventare quanto mai arricchente ed evolutiva per il gruppo di lavoro.
Questo articolo è frutto di un lavoro sinergico teorico e pratico di confronto tra ciò che accade nella stanza di terapia e le teorie sessuali in psicoterapia, con un approfondimento sul vaginismo come disturbo sessuale.
Tradizionalmente, la sessualità è stata collocata nella sfera della moralità. I principi cattolici nell’Europa del Sud, quelli vittoriani in quella centrale e del Nord sottolineavano che l’attività sessuale doveva essere intesa esclusivamente come un mezzo per la procreazione.
Con l’avvento della psicoanalisi, la sessualità è diventata interesse della sfera scientifica e medica. Sigmund Freud, ispirato dai lavori dei clinici che all’epoca si occupavano di sessuologia – Kraft-Ebing, Hirschfeld ed Ellis – iniziò a vedere la sessualità non come qualcosa dominata dal dominio morale, ma impregnata anche di aspetti psicologici e culturali. Ponendola al centro delle sue teorie, in particolare la teoria dello sviluppo psico-sessuale, Freud iniziò a pensare che la sessualità svolgesse un ruolo significativo nello sviluppo del disagio psichico. Anche se le sue tecniche terapeutiche non sempre hanno avuto successo nel gestire le problematiche a livello sessuale, il lavoro di Freud è stato fondamentale nel creare un’atmosfera che ha spinto il mondo accademico ad esplorare sempre più i disturbi sessuali, fino a determinare la nascita della terapia sessuale.
L’ingresso massiccio dello sguardo medico all’interno della sfera sessuale ha determinato un cambio di paradigma anche nella sua normatività, non sempre in un’ottica di maggiore liberazione. Di seguito, verranno elencati alcuni dei principali approcci psicoterapeutici alle problematiche inerenti alla sessualità; questa disamina ha un valore divulgativo e informativo, non normativo, e si consiglia di leggerla con un occhio critico, valutandone la coerenza rispetto ai propri bisogni e vissuti.
Seguendo un approccio psicoanalitico, i disturbi sessuali (ovvero quelle anomalie tali da determinare disagio nella persona e/ nella, o nelle, sua relazione intima) venivano trattati attraverso un percorso di psicoterapia a lungo termine che aveva l’obiettivo di “scovare” quei conflitti intrapsichici inconsci che si credevano fossero responsabili della disfunzione sessuale adulta. Gli obiettivi terapeutici in psicoanalisi non si focalizzavano sui sintomi della problematica sessuale, ma sulla comprensione della “vita mentale” della persona. Risolvendo i conflitti sottostanti, gli psicoanalisti dell’epoca, erano convinti di poter rimuovere il sintomo sessuale.
Nelle concettualizzazioni successive a quella di Freud iniziò a farsi strada l’idea che i disturbi sessuali derivassero da convinzioni distorte sulla sessualità. Tali credenze si creavano durante l’infanzia a causa di atteggiamenti genitoriali avversi rispetto lo sviluppo sessuale. L’obiettivo terapeutico si focalizzava non più sulla ricerca dei conflitti inconsci, ma quanto sull’aiutare il paziente a modellare i pensieri negativi e distorti rispetto alla sessualità. La psicoanalisi post-freudiana spostava quindi l’attenzione su come e quanto ogni essere umano abbia bisogno di instaurare una connessione affettiva ed intima con un’altra persona. Gli obiettivi di trattamento si focalizzavano sull’identificare e risolvere credenze irrazionali e giudizi morali negativi rispetto l’esperienza sessuale. Attraverso lo stabilirsi di una relazione a lungo termine con il terapeuta, il cliente aveva la possibilità di apprendere come relazionarsi in modo sano con qualcuno e, di conseguenza, essere in grado di vivere un’esperienza emotiva e interpersonale profonda.
Alfred Kinsey fu uno dei primi ad esplorare e studiare le diverse attività sessuali di uomini e donne. All’epoca delle sue teorie (1948-1950) non si conosceva ancora il processo biologico e fisiologico che regola il comportamento sessuale dell’essere umano. Ci vollero circa 20 anni per completare le teorie elaborate da Kinsey, grazie alle ricerche condotte da Masters e Johnson si iniziò ad esplorare il comportamento sessuale delle persone e divenne chiaro che era necessario definire specifiche disfunzioni sessuali prima di poter pensare a come curarle.
Gli anni ’70 crearono quella giusta atmosfera teorica e pratica che vide il fiorire di molti tipi di terapia sessuale.
Il lavoro di Masters e Johnson fu prezioso perché in grado di delineare per la prima volta come funziona il ciclo di risposta sessuale umano. Le nuove conoscenze prodotte hanno aperto la strada a nuovi approcci cognitivi e comportamentali che promuovevano un trattamento molto più breve rispetto a quello psicoanalitico.
Nella terapia comportamentale l’accento veniva posto sui sintomi sessuali, piuttosto che sulle questioni relazionali e familiari tipiche della psicoanalisi. Questo orientamento si basava sulla premessa che in assenza di fattori fisiologici e biochimici, la disfunzione sessuale fosse il risultato di problemi di comunicazione, informazioni sessuali inadeguate, atteggiamenti negativi e aspettative non realistiche sul sesso. Le disfunzioni sessuali furono infatti classificate in base alle deviazioni dal ciclo di risposta sessuale “normale” e includevano disturbi di erezione, eiaculazione precoce, dolore associato alla penetrazione (vaginismo) e casi in cui lo stimolo sessuale veniva vissuto come evento avverso. L’ansia divenne un aspetto centrale, perché si riteneva che la sessualità innescasse in alcune persone preoccupazioni rispetto alla prestazione sessuale.
Masters e Johnson proposero un metodo comportamentale che integrava sia componenti educative che direttive. I ricercatori sostenevano che le persone hanno bisogno di imparare a interagire tra loro quando è presente una disfunzione sessuale, proprio perché il disturbo sessuale non è altro che espressione di una mancanza di esperienza e idee sbagliate sulla sessualità. Intervenendo sulle idee, le emozioni e l’esperienza corporea della sessualità, l’individuo procede verso un cambiamento di comportamento e un atteggiamento più positivo nei confronti dell’esperienza sessuale.
Secondo la terapia razionale-emotiva le cognizioni individuali, le attribuzioni interne e le esperienze emotive degli individui svolgono un ruolo centrale nell’eziologia del disturbo sessuale. In questa forma di terapia, la disfunzione sessuale è vista come il risultato di pensieri distorti e vissuti emotivi negativi rispetto alla propria esperienza sessuale.
La persona ha quindi bisogno di ricevere un’educazione sessuale e una serie di istruzioni che possano aiutarla a (ri)costruire i pensieri e le emozioni associate ai propri sintomi sessuali. Secondo la terapia razionale-emotiva, il sintomo sessuale rappresenta l’espressione di convinzioni e stati d’animo negativi come disperazione, depressione e angoscia. Una delle tecniche principali utilizzate in questo approccio è la cosiddetta “ristrutturazione cognitiva”. Il soggetto viene accompagnato nell’esplorazione della sua maggiore paura, ossia il fallimento sessuale. Si invita il paziente a riflettere sulle convinzioni irrazionali circa la sessualità, cercando di smantellare la visione catastrofica associata all’esperienza sessuale. In questo modo la persona è incoraggiata a sostituire l’immagine negativa con una più positiva, a volte con l’ausilio di materiali scritti o visivi, così come al pensare alle emozioni positive legate a tale esperienza.
L’approccio umanistico ritiene che le difficoltà sessuali siano il risultato di problemi interpersonali. Questo comporta una riflessione sulle rappresentazioni interne legate a costrutti come autostima e autoefficacia, così come sulle interazioni con gli altri. L’orientamento umanistico alla terapia sessuale non si concentra sul sintomo sessuale, ma sull’esperienza umana. La terapia sessuale umanistica si ispira al pensiero rogersiano in cui il paziente viene invitato a riflettere sul presente piuttosto che sul passato o futuro, promuovendo una visione olistica in cui gli aspetti mente-corpo sono integrati.
La terapia sessuale sistemica si distacca dalla tradizione funzionalista di Masters & Johnson, che vuol consentire a persone che desiderano il rapporto sessuale di averne uno soddisfacente, per affrontare un altro problema molto sentito negli ultimi tempi: la caduta del desiderio, non dovuta a cause biologiche o mediche, ma a problemi relazionali. La terapia sessuale sistemica parte da un interessante presupposto: il desiderio è possibile soltanto tra persone che sono diverse tra loro, ma il ménage di molte coppie lima la diversità perché molte persone hanno paura di manifestarsi all’altro così come sono, o di chiedergli quello che desiderano, per paura di perderlo. Lo scopo della terapia non è quindi “ristabilire l’armonia” tra i partner, ma renderli capaci di tollerare il conflitto senza che esso mini la relazione o, peggio ancora, la fiducia in sé stessi. Per usare le parole di Ulrich Clement, si deve passare da un'”intimità centrata sull’altro” ad un'”intimità centrata su sé stessi”, che permetterebbe inoltre una maggior tensione erotica.
Terreno comune di tutti questi orientamenti è che la sessualità è un’area importante del funzionamento psicosociale della persona. La differenza tra i trattamenti riguarda il focus sul sintomo, piuttosto che sul conflitto intrapsichico o aspetti cognitivi ed emotivi. In ogni caso, obiettivo di ogni approccio è quello di promuovere il miglioramento del benessere psicologico e sessuale della persona.
A seguire un approfondimento rispetto al vaginismo sia in quanto problematica lamentata da un numero di donne in aumento (perché problematica in aumento o perché l’attenzione a sé e al proprio corpo è in aumento?), sia perché esempio lampante di come culturalmente si guardi alla sessualità, in particolare alla sessualità femminile, e di come la medicalizzazione si insinui intimamente nella vita di tutti noi, spesso a discapito della consapevolezza di sé.
Cos’è il vaginismo
Il vaginismo è una contrazione involontaria della muscolatura attorno alla vagina che rende dolorosa ed impedisce la penetrazione. Quando il vaginismo non è così severo da impedire la penetrazione, il rapporto è possibile ma causa dolore, bruciore e un senso di prurito pungente e si parla di dispareunia.
Queste difficoltà possono essere presenti da sempre, oppure comparire dopo esperienze sessuali piacevoli e soddisfacenti.
Il vaginismo può essere sostenuto da fattori biologici, da fattori legati alla coppia, da fattori psicologici.
Il vaginismo può portare ad altri disturbi e difficoltà, nella sfera sessuale e non: attenuazione progressiva del desiderio nel corso del tempo, scarsa eccitazione e difficoltà all’orgasmo, secchezza vaginale, infiammazione (che può diventare cronica) della mucosa all’entrata della vagina, elevato dolore mestruale, cistiti, emorroidi, stitichezza, altro.
Ipotesi di percorsi psicoterapeutici
Proprio perché le cause del vaginismo possono essere molteplici, quando una donna manifesta questo tipo di problematiche è molto importante raccogliere adeguatamente le informazioni ed escludere possibili cause biologiche prima di procedere con un eventuale percorso di psicoterapia (è quindi necessaria la collaborazione con un ginecologo).
Fatta questa doverosa premessa, è necessario specificare, a scanso di equivoci, una ovvietà: ogni percorso di psicoterapia è a sé stante e si plasma nel campo relazionale tra cliente/paziente e terapeuta. Per questo motivo viene sostenuto fermamente che la relazione sia e debba essere la “cura” e non protocolli di intervento che rischiano di non farci vedere la persona che abbiamo davanti.
Con l’esperienza clinica, emergono alcune caratteristiche che spesso, ma non sempre, tendono ad essere presenti nel lavoro con donne che soffrono di vaginismo e che crediamo sia utile per il terapeuta averle a mente.
– Alfabetizzazione sessuale
Spesso le donne che soffrono di vaginismo si conoscono poco.
Per le donne, rispetto agli uomini, è più complicato sapere come è fatto il proprio apparato genitale: un po’ per l’anatomia che consente di vedere l’apparato genitale solo parzialmente (solo la parte esterna), un po’ per aspetti più educativi e sociali che, ancora oggi, sono stigmatizzanti o pongono tabù rispetto alla sessualità femminile.
La scarsa conoscenza di sé può essere un innesco: se mi conosco poco sarà più probabile che sia più “attenta” o in allerta durante l’attività sessuale, proprio perché non conosco il mio corpo, le sue reazioni, cosa avviene durante il rapporto sessuale (questo spiegherebbe anche il perché molto spesso in presenza di vaginismo è comunque possibile il sesso anale).
Per aumentare la conoscenza di sé si possono utilizzare le tavole anatomiche dell’apparato sessuale femminile, soffermandosi sia sulla zona esterna sia sulla zona interna. Questo permette di dare un nome a parti di sé che spesso non sono nemmeno menzionabili (“là sotto”, “lì”,…) e di ripercorrere la funzionalità dei propri organi.
A questa primo passo di conoscenza di sé, può seguire un secondo passo di consapevolezza di sé: quello sulla tavola è un disegno, io come sono fatta?
Diventa importante accompagnare la donna alla scoperta di sé, della propria unicità, della propria morfologia…perché non siamo tutte uguali!! È così che si può parlare durante la terapia di uno spazio della donna sola con sé stessa, in un luogo in cui si senta sicura e a suo agio, con la giusta privacy e il giusto tempo; spazio nel quale possa guardare i propri genitali esterni allo specchio e prenderne confidenza.
Questo momento diventa davvero importante per la conoscenza che, nell’essere umano, è mediata neurologicamente dall’esperienza: se oltre ad aver “studiato” ho anche fatto esperienza di una data cosa, il mio cervello avrà mappato quella cosa in modo più approfondito e l’avrà fissata in odo più stabile in memoria.
– Approccio psicocorporeo
Avere una muscolatura ipertonica non vuol dire avere una muscolatura forte, ma rigida!
Questa rigidità, paradossalmente, può portare ad avere una muscolatura meno forte e più soggetta a lesioni. Per questo motivo è necessario che il lavoro psicoterapeutico sia integrato e tenga sempre in primo piano gli aspetti corporei.
La zona muscolare che si attiva in modo così forte nelle donne che soffrono di vaginismo si chiama “elevatore dell’ano”. Questo muscolo fa parte del pavimento pelvico: cioè un insieme di fasce, muscoli e legamenti che chiudono in basso lo spazio addominale e contengono i visceri al suo interno.
Il pavimento pelvico ha sia la funzione di “sorreggere” gli organi interni, ma è anche implicato nell’attività di minzione, defecazione e nell’attività sessuale.
Nei testi di sessuologia spesso si parla dell’utilizzo dei coni come del trattamento di elezione per chi soffre di vaginismo. L’utilizzo dei coni consiste nell’inserimento in vagina di coni progressivamente più grandi, così da far “abituare” dolorosamente la muscolatura vaginale ad allargarsi consentendo la penetrazione. A questo tipo di approccio, eccessivamente invadente ed una vera e propria violenza, è preferibile un approccio basato sulla propriocezione e la consapevolezza di sé, attraverso: la riabilitazione del pavimento pelvico: un vero e proprio lavoro di accompagnamento alla scoperta del corpo, attraverso passaggi ed esercizi successivi da fare assieme in seduta e continuare a fare a casa.
Questo tipo di esercizi serve a sviluppare la mappatura cerebrale dei muscoli implicati così da poter sviluppare la consapevolezza di sé e del proprio corpo (qual è il pavimento pelvico? sto attivando solo il pavimento pelvico o intervengono anche altri muscoli, tipo addominali, glutei, cosce?). Quando divento consapevole di quali muscoli si attivano, posso iniziare a “selezionare” solo il pavimento pelvico e, avendo imparato come fare ad attivarlo, posso imparare anche come fare a rilassarlo.
Il rilassamento diventa dell’intero corpo, con attenzione particolare al pavimento pelvico, così che la donna possa sentire la differenza, conoscere cosa può aiutarla a rilassarsi, cosa la attiva, come fare a rilassarsi.
Questa attenzione al corpo, spesso porta in primo piano tematiche più prettamente psicologiche; ad esempio potrebbero emergere ansia e paura, che possono permettere una attenzione non solo alla sintomatologia sessuale, ma che aiutano a immaginarsi in modo più olistico: ciò che si presenta nella sfera della sessualità parla di me e non solo della mia sessualità.
– Educazione sessuale
Accanto alle tematiche legate alla sfera psicocorporea e a seguito dell’alfabetizzazione sessuale, si può valutare assieme alla donna, di iniziare un percorso di consapevolezza di coppia oppure portare l’attenzione alle dinamiche all’interno della coppia, sia da un punto di vista più prettamente relazionale sia da un punto di vista sessuale.
Si possono così integrare le varie consapevolezze di sé emerse durante il percorso, le informazioni più prettamente medico-anatomiche, ciò che la donna ha visto e sentito nel proprio corpo.
In questa fase diventa anche importante stimolare una riflessione rispetto alla confidenza acquisita col proprio corpo, con ciò che la donna ha scoperto con più o meno piacevolezza e curiosità (ad esempio attraverso la masturbazione); a come sia importante avere uno spazio per sé nella dinamica di coppia, ad esempio dicendo no a cosa non piace, proponendo ciò che piace; a come l’incontro delle anatomie maschile e femminile possa aiutare o ostacolare il rapporto sessuale (ad esempio la posizione cosiddetta “del missionario” è poco utile nel caso di vaginismo, mentre la posizione con la donna sopra può essere un prezioso aiuto sia per l’anatomia della vagina, sia per il controllo che la donna ha rispetto alla comparsa dell’eventuale dolore).
Terapeuti e pazienti concordano nell’affermare che ancora oggi nel 2022 circolano molte idee irrazionali sull’attività sessuale, la disinformazione è dilagante e permangono tabù e imbarazzo nell’affrontare l’argomento sessualità. Il corpo sessuato è una delle dimensioni su cui maggiormente si esercita ciò che Foucault definiva ‘biopotere’, le regolazioni che la sovranità opera sulla vita e il corpo delle persone; moltissime tensioni possono scaturire dal conflitto tra l’esperienza vissuta degli individui e le norme sociali sul corpo e la sessualità, e questo talvolta può ripercuotersi sul benessere sessuale della singola persona. È importante perciò contestualizzare tali problematiche all’interno di una cornice sociale più ampia, oggi non più solamente repressiva come all’epoca di Freud, ma talvolta consumistica e angosciante.
In un lavoro di Terapia sessuale emergono più che tutto delle domande che si utilizzano come ipotesi e sono finalizzate non tanto a trovare risposte ma ad allargare lo spazio di possibilità e nuovi scenari da costruire assieme al paziente. Anche secondo il modo di lavorare dello Sportello TiAscolto! il “non dare risposte affrettate e preconfezionate” quanto piuttosto “creare delle buone domande” orienta il lavoro clinico e suggerisce un modo collaborativo di condurre un percorso di supporto psicologico con (appunto) le persone che si rivolgono al servizio. Per questi motivi abbiamo scelto di concludere l’articolo con un elenco semplice di suggestioni riferite a cosa può o non può accadere durante un percorso psicologico, senza giudicare o definire una corretta metodologia di lavoro terapeutico, lasciamo questi spunti come incipit di riflessione e curiosità.
Non si parla di sesso perché il paziente non è in una relazione amorosa
Non viene esplorata l’identità di genere, dando per scontato l’eterosessualità della persona
Non è mai troppo presto né mai troppo tardi per fare sesso e modificare le proprie abitudini sessuali
Si tende a convogliare l’attenzione unicamente al bisogno sessuale senza ascoltare altri tipi di bisogno (relazionale, fisico, ludico)
La donna chiede maggiore quantità di sesso al proprio partner mentre l’uomo si nega
L’amore slegato dal sesso, occupiamoci di una cosa per volta
Una sessualità noiosa e monotona che può trasformarsi
Il corpo abusato e l’immaginario sessuale da ricostruire
Curare il desiderio sessuale
Disabilità e sessualità possono coesistere
Quale educazione sessuale è stata ricevuta, insegnata, proposta
Come si parla e si è parlato in Famiglia di sesso
Se non parlassimo di sesso di cos’altro parleremmo, viceversa di cosa stiamo parlando anziché parlare di sesso
Quanto condivido nelle mie relazioni amicali il tema della sessualità
Cosa è possibile esprimere di Sé attraverso la sessualità
Quale potere agisco/subisco durante i rapporti sessuali
La sessualità ideale e quella idealizzata
Sono frasi, pensieri, fatti realmente accaduti, riportati così come sono stati raccolti durante un interessante confronto in gruppo tra terapeuti di diverso orientamento e persone che hanno affrontato o stanno affrontando un percorso di supporto psicologico. Da questo confronto in plenaria è nato l’articolo che avete appena letto.
I momenti di formazione che come Sportello TiAscolto! vengono periodicamente calendarizzati, hanno come obiettivo quello di argomentare e approfondire temi che il singolo terapeuta incontra in seduta e che grazie al confronto in équipe si arricchiscono di uno sguardo collettivo, e non più soltanto psicologico ma anche sociale e politico, collegandosi ai valori di umanizzazione della cura e lotta alle diseguaglianze che sempre il nostro servizio difende e diffonde
Biografia
– Clement U., “Terapia sessuale sistemica”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010 (ediz.orig.2004)
– Maria Grazia Cancrini, Lieta Harrison “Potere in amore”, Editori Riuniti, Roma, 1986.
– Ellis A (1975) The rational-emotive approach to sex therapy. Couns Psychol 5: 14-22.
– Freud S (1953) The interpretation of dreams. (Standard Edition), Hogarth Press, London.
– Alessandra Graziottin, Il dolore segreto – Le cause e le terapie del dolore femminile durante i rapporti sessuali, Mondadori, Milano 2005
– Graziottin A., Analfabetismo erotico e vaginismo, In Benagiano G. Pasini W. (a cura di), Attualità in biosessuologia. Le psicoterapie sessuali, Atti del IX Congresso Nazionale della Società Italiana di Sessuologia Clinica, Roma, 6-8 dicembre 1986, Masson Editore, Milano, 1988
– McCary JL (1978) Human sexuality: Past, present and future. J Marriage Fam Couns 4: 3-12.
– Obler M (1975) Multivariate approaches to psychotherapy with sexual dysfunctions. Couns Psychol 5: 55-60.
– Sessuologia medica. Trattato di psicosessuologia,medicina della sessualità e salute della coppia di Jannini, Emmanuele A., Lenzi, Andrea, Maggi
– Sessuologia clinica. Modelli di intervento, diagnosi e terapie integrate, Boncinelli, Rossetto, Veglia
– Sessuologia clinica. Vol. 3: consulenza e terapia delle disfunzioni sessuali – rifelli g. (cur.); moro p. (cur.)








Tel:
Mail: