Negli ultimi anni si è intensificata sempre di più la riflessione attorno al genere: l’assioma che distingueva due essenze discrete – una del maschile e una del femminile – è stato decostruito, pezzo
dopo pezzo, fino ai giorni nostri, in cui il discorso transgender è diventato centrale, tanto da potersi
considerare mainstream: soggetti transgender (individui in cui l’identità di genere è diversa dal genere assegnato alla nascita) popolano la scena televisiva, discorsiva e sociale accanto ai cosiddetti soggetti cisgender (individui in cui l’identità di genere è allineata con il genere assegnato alla nascita). Le tradizioni teorico-politiche sul genere che hanno preceduto il momento presente sono principalmente due: la prima è la corrente naturalistico-binaria, che legge il genere a partire dal dato anatomico. Se nasci con il pene, sei un maschio, se nasci con la vagina sei una femmina. La seconda corrente è quella culturalista, in cui il maschile e il femminile corrisponderebbero a delle costruzioni sociosimboliche formatesi a partire dallo stratificarsi di pratiche ripetute nel tempo che proprio per la loro insistenza e ripetitività abbiamo finito per percepire come qualcosa di naturale – quando di naturale avrebbero ben poco. Oggigiorno, invece, la logica transgender ha fatto un passo più in là delle tradizioni che l’hanno preceduta, scardinando le strutture che dominavano il mondo
contemporaneo.


Perchè parliamo di genere? Perchè l’identità sessuale ci interroga tanto da costruirci sopra teorie, pratiche e vibranti discussioni?
Iniziamo col dire che il costrutto di genere non è lineare e omogeneo: vi sono almeno quattro componenti che contribuiscono a definire l’identità sessuale, le quali sono state individuate a partire dalla necessità di decostruire analiticamente il genere per come lo abbiamo sempre conosciuto.

  • Il sesso assegnato alla nascita/il sesso biologico: che genere mi hanno assegnato alla nascita a partire dal dato anatomico?
  • L’identità di genere: a quale genere sento di appartenere?
  • L’espressione/il ruolo di genere: come esprimo il mio genere?
  • La preferenza sessuale: chi mi piace?
    Andiamo ad analizzare e problematizzare ciascuna singola componente.

Il sesso assegnato alla nascita/il sesso biologico: definire l’identità sessuale a partire dal dato anatomico non è qualcosa di ovvio o scontato. Il sesso biologico, infatti, dipende da ben quattro componenti biologiche che possono essere anche contemporaneamente discordanti fra loro, rendendo difficile definire il sesso del bambino secondo la norma M/F:
*Assetto cromosomico
*Assetto ormonale
*Assetto gonadico
*Assetto genitale
I bambini che alla nascita presentano una configurazione non conforme fra i quattro assetti, con alcune caratteristiche femminili e altre maschili, sono chiamati intersessuali. Le persone intersessuali nascono dunque con caratteri sessuali che non rientrano nelle tipiche nozioni binarie del corpo maschile o femminile; vengono incluse al loro interno condizioni diverse che hanno a che fare con condizioni genetiche (e.g. la sindrome di Klinefelter e la sindrome di Turner), con lo sviluppo gonadico (e.g. la disgenesia gonadica completa/l’ovotestis), l’assetto ormonale (e.g. la sindrome da completa/parziale insensibilità agli androgeni/ deficit di 5-alphariduttasi) o i genitali esterni (e.g. ipospadia/micropene/ipertrofia del clitoride). Queste variazioni generalmente non mettono a rischio la salute fisica, ma spesso vengono medicalizzate e ortopedizzate per farle rientrare nel binomio M/F: i bambini che alla nascita presentano un assetto disomogeneo fra le quattro componenti del sesso biologico vengono spesso sottoposti a dolorosi interventi chirurgici e terapie mediche irreversibili allo scopo di conformare la loro fisionomia agli stereotipi sessuali binari. Questo può causare infertilità, dolore, incontinenza, perdita di sensibilità e disagio psichico: l’assegnazione forzata di un sesso piuttosto di un altro vìola in ultima analisi il diritto fondamentale all’integrità fisica e all’autodeterminazione, perchè gli interventi sono eseguiti senza il pieno, libero e informato consenso della persona minorenne. L’esistenza di persone intersessuali rappresenta un punto di inciampo per tutte le teorie binarie che partono dal dato anatomico per distinguere due essenze del genere – il maschile e il femminile.

L’identità di genere: essa corrisponde al senso intimo, profondo e soggettivo di appartenere
ad un sesso, all’altro a entrambi o nessuno dei due; è il risultato di un processo di costruzione che
prende avvio dalla nascita e perdura fino all’adolescenza e che risente dell’interazione tra aspetti
biologici, attitudini genitoriali, educazione ricevuta e contesto socio-culturale. Un altro punto di
sfondamento della visione binaria dell’identità sessuale – oltre a quello dell’intersessualismo – sono le persone transgender, e cioè quegli individui in cui l’identità di genere è diversa dal genere assegnato alla nascita. Il termine transgender include donne e uomini trans, ma anche molteplici tipologie di identità non-binarie: individui agender (chi non si riconosce in nessun genere), individui pangender (entrambi i generi), demi/boy-girl (prevalentemente ma non completamente di un genere), individui appartenenti al terzo genere, individui gender fluid (si muovono tra i generi), individui genderqueer (si oppongono al binarismo di genere). Per quanto l’esistenza del discorso transgender ci sembri relativamente moderna, è facile rintracciare – già anticamente e in molteplici culture – la presenza di persone la cui identità di genere non era conforme alla logica binaria M/F: stiamo parlando, ad esempio, dei two spirit dei nativi americani (definito terzo sesso dalla cultura occidentale), degli Hijras dell’Asia meridionale, delle vergini giurate dei Balcani o del nostrano ‘O femminiello napoletano: tutti individui che, in diverse culture, non incarnavano nè un genere nè l’altro, o li incarnavano entrambi nello stesso momento, o non si riconoscevano con il loro genere biologico.
Le persone intersessuali, da un lato, e le persone transgender, dall’altro, hanno contribuito a sfilacciare dunque la normatività binaria, insegnandoci che i ruoli e gli stereotipi di genere sono gabbie meramente culturali in cui tutti* stiamo strett* e costrett*: l’identità di genere si esprime lungo uno spettro e non secondo le categorie fisse M/F. Per di più, per quanto la maggior parte delle persone percepisca la propria identità di genere come stabile e immutabile, per altre essa è fluida e in continua evoluzione.

Il ruolo/l’espressione di genere: ogni cultura elabora delle rappresentazioni, rigide e semplificate, della mascolinità e della femminilità, e cioè costruisce delle immagini di come le donne e gli uomini debbano essere. Questo processo di categorizzazione risponde al bisogno di semplificare la complessità della realtà: l’uso di questi stereotipi è una scorciatoia cognitiva che crea aspettative e
guida le nostre azioni, facilitandoci la vita – ma a scapito della variabilità interindividuale. I modi in
cui esprimiamo mascolinità o femminilità sono molteplici e mutevoli nel tempo e nelle culture, comprendendo:
*Caratteristiche fisiche (es. non avere peli sulle gambe=femminile)
*Condizioni fisiche (es. malattia vs salute)
*Comportamento non verbale (es. ancheggiare=femminile)
*Comportamento verbale (es. eloquio volgare=maschile)
*Adornamenti
*Tratti di personalità (es. assertività=maschile; propensione a prendersi cura=femminile)
*Cura del corpo e igiene personale (es. trascuratezza)
*Interazioni sociali (es. la modalità di relazionarsi all’altro sesso)
*Interessi (es. professione, hobby)
*Abitudini (es. bere alcol=maschile; mangiarsi le unghie=femminile)

La preferenza sessuale: anche la preferenza sessuale non è un concetto semplice e lineare.
Esso corrisponde alla combinazione delle seguenti componenti, che possono risultare anche
disomogenee fra di loro, in un dato momento della propria esistenza (ebbene sì, anche esso infatti può essere mutabile e variabile nell’arco della vita):
*Attrazione sessuale: Chi ti attrae?
*Comportamento sessuale: Con chi hai rapporti sessuali?
*Identità: Come ti definisci?
*Fantasie sessuali: Su chi hai fantasie sessuali?
*Attrazione romantica: Di chi ti innamori?

L’identità sessuale, in ultima analisi, è un concetto composito che è andato a complessificarsi nel corso del tempo, svelando il carattere coercitivo della logica binaria che serve innanzitutto all’uomo per semplificare e diluire la realtà attraverso delle categorie fisse e accessibili. I limiti della visione binaria sull’orientamento sessuale e sul genere sono molteplici. Quello che più deve stare a cuore alla psicologia e all’orientamento psicoanalitico è il fatto che esso rende invisibili certe categorie di individui, privandoli della libertà di autodeterminazione sul proprio corpo: per quanto riguarda il genere assegnato alla nascita, il binarismo costringe le persone intersex a dolorose e penose operazioni di medicalizzazione; per quanto riguarda l’identità di genere, il binarismo cancella le persone non binarie o agender; per quanto riguarda l’espressione di genere, il binarismo ridicolizza e patologizza le persone androgine («E’ un maschio o una femmina?»); per quanto riguarda la preferenza sessuale, il binarismo annulla le persone bisessuali e le persone asessuali.

Quale chance, per la psicoanalisi, nel discorso transgender?

La psicoanalisi potrebbe avere , in questo senso, un ruolo fondamentale nel discorso sul genere, soprattutto a partire dai più recenti sviluppi sul tema del transgenderismo. Se la tradizione binarista-essenzialista leggeva il genere a partire dalle differenze anatomiche che distinguono il maschile e il femminile, e la tradizione culturalista lo riteneva invece un assoggettamento ad una pratica discorsiva, cioè il prodotto dei discorsi della cultura e dell’educazione sui corpi, la tradizione psicoanalitica potrebbe avere in questo senso una nuova e inedita possibilità di riscattare il discorso sul genere: il punto di capitone che può fornire la psicoanalisi all’interno del movimento transgender è la possibilità di soggettivare, seppur all’interno dello spazio privato, i discorsi che sono stati fatti su di noi – discorsi che partono sempre dal dato anatomico – attraverso la presa di coscienza sul proprio corpo e sulla propria identità. Ciascun essere umano, infatti, nasce già intrappolato nel discorso dell’Altro: ancor prima di venire al mondo sono stati fatti dei discorsi su di noi, ci sono delle aspettative legate al sesso biologico, ci è stato attribuito un nome proprio che può essere il sigillo della nostra identità e che è ciò che di più unico e intimo possediamo, ma ci è stato dato da un altro – non lo abbiamo scelto noi. Questo, da un lato, è un inestimabile dono, perchè testimonia l’amore che l’Altro ha provato nei nostri confronti, d’altra parte è la prima forma di alienazione che incontriamo in quanto esseri di linguaggio e sociali. Anche in questa prospettiva le fasi della sessuazione partono dal dato anatomico e dai discorsi che l’Altro ha fatto sul corpo, ma ciò che aggiunge il dispositivo psicoanalitico è la radicalizzazione della dimensione della scelta. Grazie alla costruzione del proprio discorso all’interno del dispositivo analitico, seppur sempre mediato dai medesimi presupposti epistemologici e valoriali che si manifestano tanto nella società quanto nella psicoanalisi di cui questa costituisce un prodotto, ciascun soggetto può avere la chance di soggettivare il proprio genere a partire dal proprio corpo e dai discorsi dell’Altro. La soggettivazione, attraverso la parola, della scelta del genere – pur partendo dal presupposto che nessuna scelta è mai libera, nè puramente soggettiva in quanto sempre mediata dall’insieme delle possibilità pensabili e possibili all’interno di un determinato contesto socioculturale – è l’unica chance su cui può insistere la psicoanalisi sia per tutelare i soggetti non binari sia, più in generale, per assicurare che ciascun individuo prenda parte al proprio processo di umanizzazione, a partire da ciò che l’altro ha fatto di lui, ancor prima di nascere. Il rischio, come sempre, è quello di recludere all’interno dello spazio clinico un problema la cui origine e la cui soluzione non possono essere ricondotti all’incontro, mediato dal denaro, tra due individui ma devono necessariamente essere cercati all’esterno, in un incontro tra psicoanalista e paziente, che insieme partecipano ad una più ampia battaglia – inserita nello spazio collettivo – per il riconoscimento di una soggettività politica oppressa. Inoltre illudersi che la psicanalisi possa creare uno spazio Altro delimitato rispetto allo spazio sociale e discontinuo rispetto a questo rischia di trascurare che anche la psicoanalisi è fatta di uomini e donne, i quali prima di essere psicoanalisti, sono cittadini e come tutti, possono avere diverse sensibilità verso questi temi. Come ricordano Basaglia, Sartre, Foucault, Castel e molti altri, la psicoanalisi, così come molte scienze più o meno “umane”, si sviluppano costantemente nel rischio di essere, al di là dell’ideologia della cura e della liberazione propugnati, garanti dell’ordine sociale più che di una sua trasformazione. Adottare una prospettiva che riporta l’esperienza del singolo alla collettività piuttosto che considerarla unicamente come un percorso di affrancamento dal contesto consente di evitare alcuni rischi potenziali. Il primo, rappresentato dal fatto che il movimento transgender possa considerarsi in qualche modo “post-culturale”, non ravvisando all’interno del proprio discorso alcuni elementi mutuati di fatto dalla cultura dominante in cui tutt* siamo immersi: l’individualismo, il consumismo, la frammentazione sociale – elementi che ostacolano la salute diffusa tanto nel movimento transgender quanto nella società nel suo complesso. Il secondo, rappresentato dal pericolo che la psicologia si presti ad una medicalizzazione in senso opposto, accogliendo le istanze transgender ma sussumendole in un ragionamento medico talvolta più soggetto a leggi di mercato o meccanismi di potere che a bisogni di salute o spinte all’autonomia.
La posta in gioco è alta e la scommessa non è affatto facile: in un mondo in cui è sempre più difficile trovare struttura, limiti, punti di bordatura, ad occhi ingenui potrebbe sembrare che il movimento transgender altro non faccia che andare nella direzione della confusione e dello sfilacciamento identitario, con tutti quei dolorosi sintomi solitamente annessi. La chance per dare un senso a questo movimento di destrutturazione, che nasce come desiderio di libertà in controtendenza ad anni in cui la struttura e la norma hanno assunto un carattere coercitivo e perentorio, ce lo può fornire la psicoanalisi, con lo strumento della parola, senza mai perdere di vista l’importanza del contesto nel creare il significato della parola stessa.


Cosa hai fatto di ciò che l’altro ha fatto di te?

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