L’HOMO OECONOMICUS IN PILLOLE
Denaro, classi sociali e salute mentale
Money, so they say
is the root of all evil today.
R. Waters
Il denaro, piaccia o meno, è uno dei pilastri della maggior parte delle culture del mondo, soprattutto nell’Occidente “evoluto” in cui viviamo. Lungi dall’essere mero intermediario di uno scambio, esso diventa simbolo e permea molti dei significati che attribuiamo alla nostra relazione con il mondo. L’importanza che questo strumento ha acquisito nel corso della storia dell’umanità è talmente grande che il suo risvolto psicologico, perché non diventasse un riflesso abbagliante, è spesso finito in un angolo cieco, ingabbiato dalla morale, espulso dal discorso esplicito: è lì sotto gli occhi di tutti ma nessuno lo può nominare.
Come professionisti è quindi necessario porre la lente di ingrandimento sul tema del denaro perché, in quanto onnipresente, investe sia il fenomeno che studiamo e su cui abbiamo pretesa di azione, ossia la psiche umana e la sua sofferenza, sia il mezzo principe della nostra attività, ovvero la relazione con l’altro.
Seguendo quella che è la letteratura a riguardo, proponiamo due riflessioni: da una parte il rapporto tra denaro e salute mentale e dall’altro il rapporto tra lavoro terapeutico e precarietà economica.
Per quanto riguarda il primo, esistono alcune ricerche (Costa, 2014; Marmot, 2016) che mostrano come questo tipo di rapporto sia circolare: se da un lato i gruppi sociali economicamente svantaggiati sono più vulnerabili ed esposti ad un maggior numero di eventi critici, dall’altro anche persone di estrazione sociale medio alta che incorrono in un periodo di vita segnata da una precaria salute mentale hanno maggiore probabilità di attraversare anche un periodo di difficoltà economiche. I fattori che influiscono su queste spirali sono semplici quanto insidiosi: eventi traumatici in contesti famigliari difficili, attraversati da dinamiche riconducibili a un contesto economico precario possono far scivolare uno o più membri in una condizione di stress emotivo e, sull’altro lato della medaglia, un periodo di salute mentale precaria può compromettere alcuni aspetti fondamentali della vita quotidiana tra cui il lavoro e il suo mantenimento, andando ad incidere sullo status socio-economico, e a cascata impattare sulle relazioni significative sociali e famigliari che sono spesso un tassello fondamentale per il recupero della stabilità psicofisica e il funzionamento sociale.
Money & Mental Health, una charity inglese molto attiva sul tema, ha condotto alcuni studi mirati circa il rapporto tra denaro e salute mentale. La loro prima ricerca, una survey condotta su un campione di 5000 soggetti, aveva l’intento di esplorare più in profondità i nessi causali tra difficoltà economiche e disagio mentale. Le due domande fondamentali che sono state poste ai partecipanti erano rispettivamente “la tua situazione finanziaria ha aggravato i tuoi problemi di salute mentale?” e viceversa “i tuoi problemi di salute mentale hanno reso più critica la tua situazione finanziaria?”. Dai risultati è interessante un primo dato grezzo: per quanto le risposte affermative a entrambe le domande prevalessero tra coloro che dichiaravano un reddito basso, anche i due terzi di chi guadagnava più di mille sterline a settimana come nucleo famigliare dava la medesima risposta in tal senso. Ciò significa non soltanto che la perdita o la riduzione delle entrate contribuisce all’instaurarsi o all’aggravarsi di una condizione di stress psicologico ma che la generale complessità del sistema economico e finanziario che permea la vita quotidiana può creare dei circoli viziosi da cui è difficile uscire in cui condizioni economiche e condizioni di salute influiscono negativamente una sull’altra soprattutto se c’è poca informazione a riguardo, un clima stigmatizzante e una preparazione lacunosa dei professionisti. Un esempio su tutti, l’esperienza riportata da numerosi partecipanti che, in una situazione di difficoltà psicologica, tendevano a spendere più delle proprie possibilità finendo per dover chiedere un prestito, non sempre e non per forza finalizzato a provvedere al sostentamento di base o al pagamento di spese mediche, anzi spesso dirottando il denaro prestato con un tasso d’interesse per spese accessorie (le cosiddette spese consolatorie) finendo in una spirale in cui l’instabilità economica e quella psichica si saldavano in un’unica cosa.
La relazione tra denaro e salute mentale, quindi, va ben oltre il vecchio e spesso abusato detto “Il denaro non compra la felicità”, perché si configura ormai come una problematica sociale di proporzioni importanti, che incide sulla percezione che larghe fasce della popolazione hanno del proprio malessere/benessere e che, relegato perlopiù nell’ombra, scava la fossa e mina molte possibilità di recovery piene e durature. Siamo però convinti che proprio per questo la consapevolezza e il dibattito debbano portare a riflessioni che vadano oltre il sistema di cura in senso stretto, allargando il discorso ai determinanti sociali di salute. Certo, il lavoro di organizzazioni come Money and Mental Health è importante e vale la pena leggere anche gli altri lavori da loro pubblicati in cui tratteggiano quali passi si possano compiere per far sì che il sistema di cura da un lato e il sistema economico-commerciale dall’altro si attivino per tutelare tutti coloro che cadono o rischiano di cadere in questa rete pericolosa. Allo stesso tempo, e proprio in quanto professionisti della cura, non possiamo esimerci dal considerare come questi fattori siano inestricabilmente collegati con un sistema economico – quello neoliberista – che ha ormai plasmato la nostra cultura e la nostra società e che, nel suo continuo moto di inclusione vorace di nuovi consumatori all’interno dei propri ingranaggi, finisce per alimentare e mantenere stili di vita che, per riprendere l’esempio riportato sopra, assomigliano spesso e volentieri alle cosiddette “patologie da dipendenza” .
Come professionisti, l’avere ben chiaro sia questo movimento circolare che collega il denaro alla salute mentale, sia le cause, ad ampio raggio, che lo sottendono è imprescindibile per tentare di non colludere con i meccanismi che creano e foraggiano il disagio che viene portato all’interno della seduta. Questa considerazione ci porta quindi ad interrogarci su come la questione del denaro e dei significati che riveste possa e debba rientrare a pieno titolo all’interno del processo terapeutico, a partire dal “grado zero”, ovvero l’accesso. Tra i tanti stereotipi applicati alla figura dello psicologo, quello che forse ha un fondo di verità oggettivo, è quello secondo cui gli psicologi si fanno pagare tanto. Fatta salva la libertà di autodeterminarsi, libertà che vale sia per il clinico che decide l’onorario sia per l’utente che decide se utilizzare le proprie risorse per la propria cura, va da sé che le fasce deboli della popolazione, economicamente in difficoltà se non proprio in condizione di povertà assoluta, non sempre hanno la possibilità materiale di potersi rivolgere ad un terapeuta privato, ma solo di accedere ai servizi della sanità pubblica, che hanno evidenti lacune e limitazioni legate alle politiche di austerità e di riduzioni dei costi imposte dalle politiche neoliberiste degli ultimi anni.
Non è un caso che nella letteratura accademica la questione del rapporto tra psicoterapia e denaro compaia sporadicamente. I lavori più interessanti in questo senso sono quelli che cercano di accostare alcuni assunti della psicoterapia con la variabile “classe sociale”. Due ricercatori statunitensi, Kim e Cardemil, hanno pubblicato un articolo sull’adattamento di un protocollo di terapia cognitivo-comportamentale per la presa in carico di persone a basso reddito. Il loro frame teorico muove proprio dalla constatazione del ruolo determinante che la classe sociale gioca nella creazione del substrato in cui la psicoterapia si co-costruisce e ciò sia perché crea delle barriere pratiche e psicologiche dal lato della potenziale utenza (orari di lavoro incompatibili, figli e famigliari a carico che non permettono di gestire incontri individuali, difficoltà economiche, …) sia perché alcuni assunti di base della psicoterapia e quindi dei clinici, come il processo di richiesta di aiuto, la creazione dell’alleanza terapeutica ed il concetto di efficacia, hanno il loro punto di origine nella visione del mondo (quella che Bourdieu chiamerebbe habitus) della cosiddetta “classe media”. Questi assunti, se non adeguatamente analizzati e gestiti, possono interferire non di poco su qualunque fase della presa in carico e sulla relazione terapeutica stessa, laddove per esempio si attiva lo stereotipo per cui la psicoterapia “non funziona” con le fasce svantaggiate che avrebbero invece bisogno esclusivamente di un aiuto di tipo pratico.
L’articolo prosegue poi con l’esposizione di alcune linee guida su come modificare gli strumenti terapeutici esistenti alla luce dell’analisi effettuata nell’introduzione. Centrale, va da sé, è la definizione di classe sociale ed importante per gli autori è sottolineare come questa non sia un attributo “interno” al paziente bensì una manifestazione ed una conseguenza di sistemi di potere che creano e mantengono divisioni sociali e gerarchie. Diviene quindi fondamentale una riflessione da parte del professionista sia di tipo personale sia “di categoria”, che porti alla consapevolezza di quali bias vengano portati in seduta onde evitare di riprodurre dinamiche asimmetriche e classiste (di esclusione sociale) anche a livello interpersonale. Il lavoro terapeutico quindi deve essere esplicitamente e costantemente pervaso da un’attenzione alla classe sociale, in modo che le differenze di status tra paziente e terapeuta da ostacolo possano diventare invece la base dell’alleanza terapeutica e portare ad una definizione del disagio e delle possibili strade per superarlo il più possibile compatibile con le esperienze della persona.

In questo articolo si è tentato di mettere in evidenza quanto sia fondamentale porre l’attenzione sulle questioni del reddito e dello status sociale nel lavoro clinico e di quante insidie e circoli viziosi si nascondano laddove la loro considerazione sia marginale o sottovalutata. Questo è vero a maggior ragione se per clinica non si intende la “cura ortopedica” di una psiche disturbata ma un lavoro che tenti il più possibile di “complessificare” il sintomo, riallacciandone il significato oltre la sfera puramente personale a quelle dinamiche sociali di oppressione che troppo spesso si manifestano, e tali giungono in seduta, in una sofferenza ormai incorporata.
Come Sportello TiAscolto! avvertiamo l’urgenza di portare avanti una riflessione, condivisa da una parte della comunità scientifica, che possa connettere aspetti di carattere clinico con aspetti relativi alla struttura stratificata della società in cui viviamo. Questo accade sia nel nostro lavoro terapeutico, sia durante le autoformazioni e le intervisioni che cadenzano il nostro lavoro quotidiano ma soprattutto ha costituito il nodo da cui ci siamo mossi quando, nello scrivere il manifesto, abbiamo tracciato la nostra linea di demarcazione, il concetto attorno a cui tutto il nostro lavoro ruota: il diritto alla salute (mentale) è economicamente condizionato; la struttura della società incide sia sulla salute delle persone che sulle istituzioni che si dovrebbero occupare della salute, fino ad arrivare ad influenzare la natura della relazione terapeutica.
E’ nostro auspicio che questi temi e questa impostazione vengano sempre più criticamente arricchiti dalla comunità professionale e, ovviamente, dall’opinione pubblica: solo così possiamo sperare in un cambiamento reale tanto nella pratica clinica e nei sistemi di cura quanto nella società in cui viviamo.
Riferimenti bibliografici
Costa, G., Bassi, M., Gensini, G. F., Marra, M., Nicelli, A. L., & Zengarini, N. (2014). L’equità nella salute in Italia. Secondo rapporto sulle disuguaglianze sociali in sanità. Milano: Franco Angeli.
Marmot; La salute disuguale. La sfida di un mondo ingiusto. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2016
Kim, Saeromi, and Esteban Cardemil. “Effective psychotherapy with low-income clients: The importance of attending to social class.” Journal of contemporary psychotherapy 42.1 (2012): 27-35.” (lettura e download free)
Krupnick, Janice L., and S. Elizabeth Melnikoff. “Psychotherapy with low-income patients: Lessons learned from treatment studies.” Journal of Contemporary Psychotherapy 42.1 (2012): 7-15. (lettura e download a pagamento)
Sito internet “Money and Mental Health”
Che ruolo ha il tempo nella società e nella vita di ciascuno? Come ci si relaziona con questo aspetto dell’esperienza?
Si è sempre impegnati a correre dietro agli appuntamenti, alle riunioni, alle richieste di prestazione che sembrano aumentare di continuo. Si è sempre intenti a produrre con l’idea che producendo, essendo efficienti, ci si può realizzare e magari avere più tempo per se stessi, oltre che essere appagati e sentirsi adeguati alle richieste che si crede vengano esclusivamente dal mondo fuori. Si cerca di controllare il tempo e, comprensibilmente, di rispondere alle crescenti esigenze della vita moderna. Se non si è produttivi, non si è all’altezza. E’ necessario rispettare i canoni di prestazione per sentirsi adeguati, altrimenti si è pervasi da una sensazione di inferiorità, debolezza e mortificazione. Ma le richieste della società si sono impossessate delle modalità tramite cui gestiamo il nostro tempo fino a sembrarci naturali, spingendoci talvolta verso un efficientismo disumano. Questa dottrina iperefficientista è stata interiorizzata a tal punto da imporla a se stessi. Allora si crede che, riuscendo a migliorare la gestione del tempo, si possa essere ancora più produttivi, avere a disposizione un po’ di tempo in più, per dedicarsi a ciò che si vuole veramente, ciò che da senso e valore alla vita finita e spesso affannata. In realtà quello che succede è che si utilizza il tempo che “liberato” per impiegarlo nello stesso modo. Con l’aumentare dell’efficienza, aumenta lo standard a cui si è tenuti. Esattamente come accadde con la diffusione degli elettrodomestici: la maggiore efficienza portata dagli elettrodomestici non ha significato maggiore tempo libero per chi si occupava delle faccende domestiche ma ha creato uno standard più elevato richiesto. (Potendo pulire meglio il tappeto, il tappeto doveva essere più pulito e doveva esserlo sempre.)
Non ci si riconosce in quanto persone con una storia, delle amicizie, una comunità, dei sogni e delle emozioni? Si gode del tempo libero? Dell’utilità dell’inutile, come sostiene Benasayag? Quando si conosce qualcuno gli si chiede cosa faccia nella vita. In età lavorativa ci si presenta tramite il proprio lavoro ‘sono psicologo’, ‘sono ingegnere’, ‘sono architetto’… E oltre al lavoro?! E’ la domanda che si pongono molte persone che, uscite dall’età lavorativa, sembra non riescano più a trovare un senso nella propria vita. Se sono fortunate si impegnano nella famiglia e nella comunità, altrimenti la sofferenza e un senso di inutilità e di insensatezza li pervade.
Come sostiene Oliver Burkeman nell’articolo Schiavi del tempo nell’ Internazionale n°1202, da cui sono tratte alcune di queste riflessioni, è difficile gestire il tempo libero, è difficile mettersi in una relazione diversa con il lavoro. Però egli sostiene “Non è obbligatorio guadagnare di più, raggiungere più obiettivi, realizzare il proprio potenziale in ogni dimensione, sentirsi più inseriti ovunque. L’ethos dell’efficienza e della produttività rischia di anteporre la salute dell’economia alla felicità degli esseri umani” E’ evidente che sia difficile considerare il tempo contemplando la possibilità di oziare, è come se fosse una perdita di tempo, come se il dedicarsi al ‘dolce far nulla’ sia dannoso e ci si sente sempre spinti a fare qualcosa. Ma questo non può portare a perdere la capacità di ascoltarsi, affannandosi a correre dietro una vita che non crea valore, per se stessi e per la comunità, ma apprensione in individui sottilmente alienati?
Concentrarsi sull’azione, sul fare, sull’emergenza, non rischia talvolta di allontanarci dalle cose realmente importanti ma per le quali, stranamente, molto spesso crediamo di non aver tempo? Per esempio, dai nostri bisogni? Pur configurandosi questo come un tratto distintivo dell’uomo contemporaneo appare fondamentale differenziare le varie subculture locali per capire quale sia la posta in gioco. Ci sono diversità nell’approccio al tempo da continente a continente, da Stato a Stato, ma anche da città a città. Anche solo in Italia può cambiare il ritmo di vita da città a città: ad esempio, tra Torino e Milano ci sono scansioni del tempo differenti che portano ad avere una qualità di vita differente, modelli di Uomo differente. E’ differente la pressione esercitata dal contesto e scegliere di gestire il proprio tempo in maniera differente avrà conseguenze differenti a seconda del grado di devianza da quella che viene considerata, spesso in maniera del tutto arbitraria quanto inconsapevole, come “normalità”.
Qual è la paura che, forse inconsciamente, senza consapevolezza, si può associare a questa gestione frenetica del tempo? Forse la paura della morte. Sì, l’essere umano cerca sempre di realizzarsi nella vita e, quindi, è spinto a determinarsi in ciò che fa, a cercare di sperimentarsi il più possibile in diverse esperienze per non pensare che tutto può finire da un momento all’altro, per non pensare alla morte. Come diceva Seneca, “inseguiamo la possibilità di risolvere la sensazione di essere abbandonati dalla vita proprio mentre ci prepariamo a vivere”. Nietzsche invece sosteneva che “ci abbandoniamo anche al più gravoso lavoro giornaliero con un ardore e una mancanza di riflessione che vanno al di là del necessario per la vita, perché ci sembra più necessario evitare di avere tempo per riflettere. La furia è generale, perché ognuno è in fuga da se stesso”. Più si è convinti di non essere costretti a fare scelte difficili, perché non c’è tempo e meno ci si sente obbligati a chiedersi se la vita scelta è quella giusta. Ci si distrae per non pensare a terrificanti domande su come sono vissute le nostre giornate.
Quindi: proviamo ad immaginare che domani sia l’ultimo giorno della nostra vita. Domani sarà la morte.
Come utilizzeremo il tempo del nostro ultimo giorno di vita?

“#iovadodallopsicologo” è un’iniziativa promossa dalla Rete di Psicoterapia Sociale del Piemonte, di cui facciamo parte, attraverso la quale si propone di superare lo stereotipo secondo cui “dallo psicologo vanno solo i matti”.
Per questo motivo abbiamo lanciato una campagna di sensibilizzazione sui social in cui chiediamo di “metterci la faccia”, per dimostrare che dallo psicologo possono andare tutti, indipendentemente da sesso, età, professione ed istruzione.
Il messaggio che si vuole promuovere è che si può intraprendere un percorso psicologico per svariati motivi ed eventi che fanno parte del ciclo di vita di tutti, e che, in alcune circostanze, possono creare stress, malessere o disagio, e non per questo si è matti o ci si deve vergognare!
Io ci metto la faccia, e tu?
#iovadodallopsicologo
Stiamo organizzando, insieme all’Associazione Culturale Sinestesia e l’Associazione Arcobaleno ONLUS due giornate di incontri – sabato 20 e domenica 21 maggio 2017 – per riflettere e confrontarsi sul tema della “post verità”. Il concetto fa riferimento a circostanze in cui, nel formare l’opinione pubblica, viene fatta leva su emozioni e credenze personali piuttosto che sull’autenticità dei fatti cosiddetti oggettivi.
L’enorme diffusione dei mezzi tecnologici ha portato a un aumento delle possibilità di comunicazione e a una disponibilità continua di informazioni. All’interno di un quadro che vede aumentare i canali comunicativi e la mole di informazioni disponibili, diventa, però, sempre più difficile orientarsi.
Se da una parte questo fenomeno può essere analizzato secondo una lettura di stampo sociologico, dall’altra le sue radici sono da ricercare nella costruzione della verità che compie ogni individuo.
Da un’analisi dei meccanismi sociali legati al fenomeno della post verità, il tema verrà approfondito anche da un punto di vista psicologico, con particolare attenzione all’ambito psichiatrico e criminologico.
Le due giornate si svolgeranno al Caffè Basaglia di Torino e vedranno tavoli di confronto fra soggetti del territorio, incontri con esperti e ricercatori, presentazioni di libri, proiezioni cinematografiche e una mostra fotografica.

PROGRAMMA
Sabato 20 maggio
Ore 17.00: Presentazione concorso fotografico
https://www.facebook.com/events/293641807743685/
Ore 17.30: Verità e nuovi media: come cambia l’informazione nell’epoca della post verità (ospiti: Nevio Dubbini)
Ore 20.00: Apericena
Ore 21.00: Proiezione di “Lui è tornato” di David Wnendt
https://www.facebook.com/events/1302062979901226/
A seguire: Dibattito con Cristopher Cepernich
Domenica 21 maggio
Ore 13.00: Pranzo sociale
Ore 14.00: Presentazione del libro “Violenza e Democrazia”, di Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto. Dialoga con gli autori Matteo Bessone.
https://www.facebook.com/events/334419830294655/
Ore 15.00: Post-Verità e Salute: Costruzione e condivisione di saperi e di strategie di azione nel rapporto fra Stato, scienza e appartenenza (ospiti: Zamperini, La Bella, Aillon, modera:Barbaglia)
https://www.facebook.com/events/216467045517826/
Ore 17.30: Speciali: verità e saperi a confronto in salute mentale
Ore 20.00: Premiazione concorso fotografico
Ore 20.15: Apericena
Ore 21.00: Dj set
Accorrete numerosi!
Il ruolo della psicologia nel mantenimento e nel contrasto alle disuguaglianze di salute
Violenza strutturale, violenza simbolica e violenza tecnica
Matteo Bessone
Il 10 ottobre 2015 si è svolta a Torino una giornata di studio organizzata dal Gruppo Di Lavoro DUPP (Diritti Umani Psicologi Piemonte) dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte sul tema diritto alla salute. Un dato è parso particolarmente significativo: il bassissimo numero di psicologi chiamati ad intervenire se confrontati al gran numero di psichiatri o psicoterapeuti di formazione medica.
A partire da questa semplice, dolorosa, quanto incontrovertibile considerazione l’obiettivo che ci poniamo è triplice: il primo è proporre una riflessione sul posizionamento della psicologia italiana oggi, in particolare la psicologia clinica, rispetto al tema del diritto alla salute e delle disuguaglianze di salute, caratterizzato, ad una superficiale osservazione, da una rarefazione degli psicologi intorno a tale ambito. Il secondo obiettivo è quello di illustrare brevemente, a partire da quanto emerso durante il seminario (nonostante tutto promosso da un Gruppo di Lavoro dell’Ordine degli Psicologi), quei processi e quelle forze che modellano le condizioni in cui le persone nascono, crescono, invecchiano, hanno maggior o minor probabilità di ammalarsi e muoiono. Infine, alla luce di queste considerazioni, il terzo obiettivo, quello principale, sarà di tentare di delineare il ruolo che gli psicologi e la psicologia potrebbero rivestire nella tutela del diritto alla salute.
Quale informazione potremmo ricavare a partire dalla difficoltà nel reperire psicologi in grado di articolare con competenza, a partire dal proprio operato, una discorso circa il rapporto esistente tra diritto alla salute e psicologia? Benasayag, psicoanalista e filosofo, ci può orientare nella risposta domandosi se l’attuale declino della psicoanalisi non possa essere dovuto ad una difficoltà della disciplina nel recepire le sfide poste da quelle che egli chiama “le sofferenze dell’uomo moderno”. Egli parla di sfasamento rispetto all’epoca postmoderna della psicoanalisi, sostenendo che il risultato di tale sfasamento abbia costituito il fallimento di un obiettivo storico per la psicoanalisi a cui avrebbero contribuito da una parte la caduta della disciplina nella trappola individualistica, dall’altra la costruzione di un modello universale, sostanzializzato e reificato dell’apparato psichico. Tali considerazioni possono venirci in aiuto per rispondere alla nostra domanda?
E’ Freud ad orientarci ulteriormente verso una possibile risposta. Ne Il Disagio della civiltà (1971) egli osserva come il clinico sia portato a voltare la schiena ai grandi movimenti della Storia (nel suo caso il riferimento è alla Grande Guerra e alla Grande Depressione) tramite una recisione dei fili che legano l’individuo e il suo contesto. Tali osservazioni, seppur formulate in periodo storici molto differenti, sembrano essere più attuali che mai. Se da una parte, anche in seguito agli studi sui determinanti sociali della salute (OMS, 2008), crescono esponenzialmente le evidenze epidemiologiche rispetto al ruolo che le disuguaglianze rivestono nel plasmare le vite della popolazione e degli individui, dall’altra la psicologia sembra non essere ancora preparata, carente degli strumenti epistemologici, teorici, metodologici ed operativi per poter agire con autorevolezza in questo scenario, perciò di fatto spesso inefficace nella tutela del diritto alla salute.
Anche di fronte alle stringenti evidenze sul ruolo della salute mentale nel determinare uno stato di salute più generale (emblematico è il titolo di un articolo pubblicato su Lancet, 2007: Prince, Martin, et al. “No health without mental health”), l’apparente disinteresse della psicologia per le disuguaglianze potrebbe trovare un’attenuante se riferito alle manifestazioni non psichiche della sofferenza, rispetto a cui è data per assodato l’impatto dei determinanti “distali” sulla diversa esposizione ai fattori di rischio, sulla vulnerabilità agli effetti sfavorevoli di tali fattori sulla salute, sull’iniqua vulnerabilità rispetto alle conseguenze sociali della malattia (Costa et al. 2014). Tale apparente indifferenza risulta tuttavia francamente bizzarra alla luce delle evidenze relative alla comorbidità delle patologie psichiatriche con patologie di altro tipo e della crescente mole di dati che sottolineano il ruolo cruciale delle disuguaglianze nell’etiopatogenesi delle malattie mentali (Compton et al. 2015; WHO, 2014). Tale scollamento dalla realtà del panorama epidemiologico condurrebbe qualche fanatico della classificazione a porre diagnosi di un quadro francamente psicotico.
Ma mentre queste evidenze epidemiologiche iniziano a proliferare e consolidarsi all’interno di un quadro coerente e preoccupante a livello internazionale, in ambito psicologico, laddove viene ribadita a gran voce l’importanza di un approccio bio-psico-sociale, si assiste all’emergere di una molteplicità di teorie e pratiche che continuano a ruotare attorno ad un paradigma strettamente biomedico e in cui la sofferenza è rappresentata come fenomeno meramente individuale. Tutta questa produzione di saperi e di pratiche volta all’auspicato superamento di un rigido dualismo cartesiano che separava corpo e mente, continua tuttavia ad avere come unità di analisi e di intervento l’individuo. Importantissimo è stato il contributo della psiconeuroendocrinoimmunologia alle conoscenze relative alla risposta psico-biologica allo stress, dell’EMDR nel trattamento dei traumi oltre che della psicoterapia sensomotoria. Tuttavia non si può fare a meno di notare quanto tali dispositivi continuino a riflettere e consolidare uno specifico immaginario, pervasivamente colonizzato (per dirla con Habermas) dalla biomedicina e in cui la sofferenza individuale non può che essere medicalizzata (Illich, 1976): l’individuo che soffre è un individuo guasto, e nella costruzione delle realtà cliniche (Keinman, 1978) bio-psichiche l’obiettivo diventa quello di trattare l’individuo (o quello che eccede da questo) per riadattarlo al contesto, grazie a tecniche la cui efficacia è stata provata scientificamente.
Possiamo immaginare tale impianto, che si manifesta nella bramosa ricerca della tecnica con maggior solidità empirica, come probabilmente sorretto dal legittimo desiderio di riconoscimento della giovane disciplina. La psicologia sembra aver preferito attingere quasi esclusivamente ai paradigmi epistemologici empirici, tipici delle scienze naturali, privilegiando prevedibilità, attendibilità e controllo delle variabili piuttosto che a quelli delle scienze sociali e umane in riferimento a cui il lavoro dello psicologo non sembra quasi più potersi definire. L’epifenomeno di questa scelta sembra essere la perdita di un orizzonte di significato profondo che non può essere sempre catturato dagli strumenti che la scienza ci offre, non si può misurare. Non diciamo niente di nuovo paragonando questo paradigma biomedico ad una nuova, più illusoriamente promettente religione. A fianco di un proliferare di modelli e teorie che sottolineano l’indiscutibile importanza della relazione tra aspetti bio- e aspetti -psico, nell’individuo, è molto raro trovare modelli psicologici che prendano in considerazione, pur rimanendo a livello individuale, l’importanza delle variabili sociali meno prossimali. Sottolineiamo quest’ultimo termine ponendo un’importante distinzione: non è così infrequente che vengano menzionati fattori sociali tra i fattori di rischio (ad esempio, la familiarità, l’isolamento sociale o l’avere un parente che ha commesso un suicidio possono essere considerati come fattori di rischio suicidario) ma si tratta in questo caso di fattori prossimali, situati sul livello individuale. E’ raro invece, ed è su questo che ci piacerebbe portare l’attenzione, che siano i determinanti distali ad essere presi in considerazione, quei meccanismi profondi responsabili della stratificazione sociale, delle disuguaglianze sociali e di salute, che si situano a livello del contesto e che agiscono profondamente quanto estesamente a livello macro- sociale (Compton et al. 2015). Se durante tutte le rivendicazioni degli anni ’70 non vi erano dubbi che, per essere terapeutico, un atto dovesse agire sul contesto culturale, politico, economico e istituzionale, caduto il muro che segregava i folli dai presunti sani, con l’entrata in vigore della Legge 180, tale consapevolezza della crucialità del contesto nella codeterminazione della sofferenza pare essersi affievolita così con la spinta al cambiamento del contesto stesso.
Non è facile vedere il legame esistente tra i nostri privilegi e le sofferenze altrui e l’agire terapeutico sembrerebbe mosso dalla speranza inconfessata che gli individui-anche quelli più svantaggiati-continuino a vivere nelle medesime condizioni senza più soccombere ai disturbi mentali, alle gravidanze adolescenziali, agli insuccessi scolastici, al consumo di droghe e al dilagare di paura, violenza e stereotipi.
Il grafico di Dever mostra in maniera molto chiara il basso impatto degli interventi tecnici (a valle, sulle determinanti prossimali) volti a trattare i danni causati dalle determinanti distali (a monte) relative alla stratificazione sociale: a fronte del 90% degli investimenti delle spese destinate alla salute sul sistema sanitario, questo influisce, ad esempio, sulla riduzione della mortalità solo dell’11%; mentre il restante 89% su cui si investe solo il rimanente 10%, è influenzato dai fattori sociali, ambientali, culturali, biologici e dal caso. Questi interventi (tecnici, bersaglio-specifici) sono volti trattare i vari gruppi di pazienti piuttosto che ridurre l’incidenza dei problemi sociali e
sanitari, prima che questi vengano generati nel contesto. Sembra troppo scontato, in questo scenario, evocare la “Sindrome da Gioco d’Azzardo”conclamata patologia tanto di un contesto che vede nel gioco una fonte di guadagno sicuro quanto degli sventurati giocatori che v’incappano. Crediamo possa essere efficace non lasciare esaurire la propria motivazione clinica alla domanda “come trattare la Sindrome da Gioco D’Azzardo?” per spingersi fino alla domanda successiva o precedente: “Quali sono quei processi che, anche nel contesto, contribuiscono al diffondersi di tale esperienza di sofferenza, in maniera differenziale in diverse fasce di popolazione?”.
Simili domande non possono che creare disorientamento nel teatro del lavoro psicologico dal momento in cui ci si interroga sull’efficacia del proprio lavoro nello scenario delle disuguaglianze sempre crescenti, da quarant’anni ad oggi. La monolitica certezza dell’efficacia del nostro operato viene scalfita da una crepa spesso difficile da accettare, nel solco della quale già Basaglia (1968), Illich (1976) e Taussig (2006) (ciascuno riferendosi a diversi ambiti del sapere) avevano evidenziato le contraddizioni del proprio operato per spingersi fino alla consapevolezza della iatrogenicità di un certo incedere che mistifica le cause della sofferenza. Non si tratta di processi nuovi, quanto di discorsi rinnovati rispetto a forme nuove assunte da processi connaturati, ma non per questo inaffrontabili, nel corpo sociale.
Benasayag e Smith (2004) sostengono lucidamente che “il fatto di vivere con un sentimento (quasi permanente) di insicurezza, di precarietà e di crisi produce conflitti e sofferenze psicologiche, ma ciò non significa che l’origine del problema sia psicologica […]. Che ogni fatto sociale comporti […] una dimensione psicologica non autorizza a pensare che tutto derivi da questa”. Con questo non si può sicuramente affermare che tutti i mali nascano dalla dimensione sociale, ma nemmeno si vuole negare la sua esistenza. E’ nell’incontro, nella relazione, nel legame creato tra soggetto e contesto, iscritto nel corpo, ricco di vincoli e di possibilità, che prende forma l’esperienza di salute e malattia di ogni persona.
Accertata questa tendenza della psicologia ad intervenire in maniera preferenziale sull’individuo spesso tralasciando i processi sociali che generano, in maniera differenziale nella popolazione, stati morbosi e di malessere nelle persone, cosa sappiamo oggi di questi processi? Quali sono i termini che possiamo utilizzare per definirli? Come potrebbe la psicologia agire su questi processi contribuendo in maniera efficace alla tutela del diritto alla salute?
Per rispondere alla prima domanda, possiamo rifarci a Costa che, nel corso del suo intervento al seminario del 10 Ottobre da cui siamo partiti, attinge a piene mani dal secondo rapporto sulle disuguaglianze sociali in sanità, L’equità della salute in Italia, di cui è stato curatore. Egli illustra in maniera incontrovertibile come in Italia le disuguaglianze di salute siano osservabili in relazione a tutte le dimensione di salute (incidenza, prevalenza e letalità) e tutte le dimensioni della posizione sociale oltre che geografica. Questo significa che la salute (qui compresa anche quella mentale) si dispone secondo un gradiente: quale che sia l’indicatore di posizione sociale impegnato (reddito, status, numero di locali della casa, titolo di studio, etc) ad ogni posizione sociale corrisponde un livello di salute peggiore (per la quasi totalità di patologie) di quello della posizione immediatamente superiore (Maciocco e Santomauro 2014). Uscendo dall’Italia, a livello globale, il quadro osservato è il medesimo. Wilkinson e Pickett (2009) hanno aggregato in un unico indicatore dati comparabili di tutti i problemi sanitari e sociali relativi a ciascuno dei paesi più ricchi1. Tale indicatore include: il grado di fiducia nella società, speranza di vita e mortalità infantile, rendimento scolastico, omicidi, disagio mentale, gravidanze in adolescenza, obesità, speranza di vita e mortalità infantile. Gli autori osservano che tali problemi sociali e sanitari tendono a verificarsi con minor frequenza nei paesi più inclini all’uguaglianza, che la loro prevalenza è correlata alla disuguaglianza dei redditi anziché al tenore di vita medio e, a favore della robustezza di tale correlazione, le medesime tendenze sono state osservate considerando i singoli stati che compongono gli USA. Analizzando la salute infantile l’UNICEF (2016) arriva ai medesimi risultati: una correlazione negativa tra il benessere infantile e le disuguaglianze dei contesti in cui crescono.
Costa analizza quali siano i principali meccanismi che danno forma alle disuguaglianze, indicandone cinque. Li riportiamo in estrame sintesi, così come sonmo indicati dall’autore per chiarezza, rimandando al suo rapporto pe run approfondimento di tali aspetti e dei risvolti relativi alla pianificazione di opportune politiche sanitarie e non.
1) La stratificazione sociale è il primo meccanismo alla base delle disuguaglianze di salute. Può essere misurata tramite indicatori di beni materiali (reddito, condizioni abitative), relazionali (status sociale, supporto sociale) o misti (condizione occupazionale). Si riferisce al diverso livello di controllo percepito sul proprio destino, di autonomia e di capacità di cui si dispone per realizzarsi all’interno del proprio contesto, al supporto sociale e al riconoscimento del proprio ruolo più che non al livello delle risorse possedute. Michael Marmot, presidente della Commissione OMS sui Determinanti Sociali della Salute ha battezzato “Status Syndrome” (Marmot 2006) questo aspetto relativo al gradiente di salute sottolineando che le disuguaglianze si osservino anche nelle fasce più alte della scala sociale per chi occupa una posizione medio-alta rispetto a chi occupa una posizione immediatamente sovraordinata.
2) La differente posizione sociale influenza l’esposizione ai fattori di rischio ambientali, occupazionali, comportamentali e psicosociali. Più è bassa la posizione sociale, maggiore è l’esposizione ai fattori di rischio ambientali (come ad esempio la vicinanza a discariche), occupazionali (per tutte le professioni), comportamentali (maggior prevalenza di comportamenti insalubri tra soggetti svantaggiati) e psicosociali (precarietà, bassa remunerazione, basso sostegno) e maggiore è la prevalenza di quasi la totalità delle malattie mentali.
3) Le disuguaglianze in salute prendono forma attraverso una diversa accessibilità ai servizi
sanitari. Viene detta inverse care law la relazione osservata che lega sistematicamente ed in maniera inversamente proporzionale l’utilizzo dei servizi sanitari ed i bisogni per rispondere i quali sono stati progettati: vengono utilizzati tanto meno i servizi laddove più ce ne sarebbe bisogno.
4) La posizione sociale influenza il grado di vulnerabilità delle persone, ovvero sia la capacità di far fronte all’effetto sfavorevole di un fattore di rischio, prima che il danno sia insorto, sia la capacità di far fronte ad un problema di salute già insorto, prevenendone gli esiti peggiori, sia modificando la velocità di progressione della malattia. Una bassa posizione sociale aumenta la suscettibilità all’effetto del fattore di rischio e limita la persona alle opportunità di prevenzione. In generale la scarsa disponibilità di aiuto, ovvero il preziosissimo capitale sociale, rappresenta il minimo fattore comune degli effetti negativi della vulnerabilità. A parità di esposizione ai fattori di rischio vi è una variazione della vulnerabilità relativa alla medesima esposizione. Ad esempio operai stranieri in un cantiere edile, hanno maggiori probabilità di infortunio rispetto agli operai italiani nel medesimo cantiere, esposti ai medesimi fattori di rischio, perché maggiormente vulnerabili rispetto a quei fattori di
rischio. E ancora soggetti svantaggiati hanno minor capacità di utilizzare le opportunità di diagnosi precoce che permettono di identificare e curare tempestivamente una malattia. Le possibilità di contrastare questo fattore comporta la necessità di predisporre interventi realmente efficaci e personalizzati nei diversi contesti.
5) Conseguenze sociali della malattia: la compromissione del livello di salute retroagisce sfavorevolmente sulla posizione sociale della persona. E’ quello che accade nei processi di selezione che, sulla base di una salute compromessa, interrompono o modificano la mobilità sociale ed è anche quello che accade quando il concorso alla spesa per far fronte ad un problema di salute rende socialmente vulnerabili o fa scivolare nella trappola della povertà, innescando storie ricorsive di disuguaglianze di salute in cui non si riesce a determinare se sia iniziata prima la povertà o il danno di salute. In altre parole i più poveri non solo si ammalano di più ma chi è malato è più a rischio di impoverirsi, in alcuni casi per far fronte alle spese sanitarie che possono essere consistenti (si pensi ai bisogni assistenziali delle persone con disabilità), in altri perché la malattia è una condizione predisponente per l’uscita dal mercato del lavoro e interferente con la mobilità sociale.
Questa è la catena che lega, secondo lo studio di Costa, la differenziale distribuzione di risorse psico-socio-economiche, alla stratificazione, alle disuguaglianze e alle storie ed esperienza di sofferenza alla malattia (anche) mentale. Tutti questi processi si accumulano nei percorsi autobiografici e il loro esito viene tramandato da una generazione a quella seguente.
A questo punto la domanda può essere riformulata: come gli psicologi possono agire, con consapevolezza e responsabilità all’interno di questi processi, senza trascurarli, ignorarli, mantenerli ed eventualmente amplificarli utilizzando gli strumenti caratteristici della sensibilità psicologica? Come è possibile recepire le sfide che le crescenti disuguaglianze impongono sul piano morale quanto scientifico alla professione?
Questi sono gli interrogativi che hanno spinto alla costituzione del Gruppo di Lavoro D.U.P.P. (Diritti Umani Psicologi Piemonte) all’interno dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte. Il Gruppo di Lavoro ha organizzato, oltre al convegno sul diritto alla salute, una giornata di studio a Casale Monferrato sul diritto ad un ambiente salubre, frutto del lavoro di un anno con la cittadinanza, gli operatori e le istituzioni casalesi. Obiettivo di questa seconda giornata è stato quello di partecipare attivamente ai processi comunitari in corso per far fronte a questo accadimento, analizzare il modo tramite cui la società civile e le istituzioni hanno scelto di agire e sensibilizzare la comunità degli psicologi rispetto al ruolo dei determinanti di salute (in questo caso i determinanti ambientali) nei processi che concorrono alla distribuzione ineguale di salute nella popolazione.

Nel tentativo di delineare quella che è un’ipotesi operativa, seppur sufficientemente ampia per lasciar la libertà ad ogni professionista di declinarla nel proprio operato in maniera personale, non è nostra intenzione attribuire al lavoro svolto dal DUPP una funzione di modello (il quale implica una riproposizione fedele e eteroimposta), ci si limita qui a suggerire alcuni spunti al fine di attivare quel processo autoriflessivo necessario al proprio essere nel mondo, in quanto psicologo e in quanto cittadino, alla luce delle crescenti disuguaglianze evidenziate dal quadro epidemiologico.
La prima riflessione riguarda la necessità, da parte degli psicologi, di assumere una posizione in questo scenario. Tale necessità sembra cortocircuitare con l’imperativo clinico della neutralità e dell’assenza di giudizio. Tuttavia assumere una posizione significa tornare a far propria la responsabilità sociale implicita in ogni professione, significa provare a prendere consapevolezza dei valori sottostanti al nostro concreto operare, come professionisti e come cittadini, e che danno forma anche al nostro sentire. Assumere una posizione chiara, vuol dire riconoscere i processi sociali, culturali ed economici che agiscono sulle persone e tramite esse, saperli nominare responsabilmente in quanto co-responsabili della sofferenza della persona che li rende manifesti. Zamperini (2007) afferma che l’ideologia della neutralità, in ambito psicologico, costituisce la base di legittimazione per l’inazione; l’imparzialità non sarebbe che una forma socialmente accettabile dell’indifferenza verso quella parte di mondo a cui non è stato concesso lo status di vittima.
Prendere posizione significa portare le contraddizioni che contraddistinguono ogni sistema vivente nel campo aperto della relazione clinica. La neutralità semmai potrà assumere la forma della consapevolezza del proprio posizionamento da parte dello psicologo, della fiducia nelle risorse del paziente, lasciato libero di co-determinarsi responsabilmente all’interno delle possibilità e dei limiti che il mondo gli offre. Questo non esime il clinico da un preciso posizionamento circa le dinamiche economiche, culturali e politiche imprescindibile ai fini della tutela della salute non solo del paziente ma di tutta la comunità, clinico incluso. A titolo esemplificativo durante la giornata di Casale è stato nominata la ditta Eternit rispetto alla quale assumere una posizione chiara è stato sentito come doveroso, costituendo questa uno dei principali fattori di rischio per la salute per la popolazione. Durante la giornata sul diritto alla salute, da cui siamo partiti, si è assunta una specifica posizione rispetto ad alcune politiche economiche, fiscali, abitative, educative e sanitarie italiane, si è analizzato inoltre l’impatto del neoliberismo sulle politiche e sulla cultura occidentale e il modo con cui questo riverberi sulla salute; una posizione è stata assunta anche in relazione ad un approccio esclusivamente tecnicistico alla salute mentale. Sempre a titolo esemplificativo è curioso il posizionamento assunto da alcuni psicologi di fronte al tema del compenso, tema che sembra, agli occhi di molti, essere relegabile esclusivamente all’ambito economico e del ritorno nei termini di immagine professionale (un più alto valore per una maggior tariffa). Tale posizione sembra far trasparire un’indifferenza spietata verso temi di carattere etico, la distribuzione ineguale della sofferenza e alle considerazioni circa l’utilizzo dei servizi (inverse care law). Assumere una posizione può apparire un’operazione elementare, tuttavia espone al temibile rischio di rompere alcune dinamiche che spesso ci vedono tra i detrattori dei loro benefici.
Il secondo punto, emanazione del primo, è la riappropriazione e il riconoscimento del mandato sociale della professione dello psicologo, il riconoscimento della propria responsabilità sociale e politica derivante dall’assunzione di una posizione definita. Tale riconoscimento non può che nascere da un diverso atteggiamento nei confronti dei paradigmi epistemologici dominanti. Per quanto un ancoraggio solido ai criteri imposti nell’ultimo secolo dalla ricerca evidece based sia necessario, l’utilizzo esclusivo di teorie e metodi validate scientificamente rischia di andare a detrimento della complessità e della profondità del lavoro psicologico e della sua funzione sociale, spesso ortopedica. Classificare, categorizzare, trattare, correggere non possono essere azioni svolte senza una chiara consapevolezza dei processi che ci inducono a svolgerle, delle conseguenze che da queste riverberano, senza essere orientate ad alcun valore. E’ da molto tempo che i fatti non parlano da soli: l’utilizzo delle nostre categorie ha degli effetti chiari sul tessuto sociale e i nostri interventi, tutti, parlano della nostra idea del mondo. Non è facile abbandonare l’idea di un intervento tecnico scevro di conseguenze a livello sociale, culturale e politico, occorre un lavoro di autoriflessione responsabile per svolgere il quale fortunatamente è possibile attingere a piene mani da differenti ambiti del sapere, dalla sociologia della salute, all’antropologia medica, all’economia, alla filosofia. Tali riflessioni sono emerse con immediatezza durante le giornate del gruppo di lavoro. Perché e come lavorare con persone che costituiscono il sintomo della nostra società? Quale senso ha, nell’ottica delle determinanti sociali di salute, lavorare sul trattamento del mesotelioma? Che conseguenze può avere aggredire con efficacissimi trattamenti la Sindrome da Gioco d’Azzardo? Chi ne giova? Chi ne fa le spese? Quali significati politici può assumere il lavoro con persone angosciate dalla precarizzazione della vita lavorativa? Non è difficile, in mancanza di una riflessione circa il proprio operato, ritrovarsi, spesso inconsapevolmente, a costituire un vettore che mantiene ed alimenta le disuguaglianze e le violenze insite in ogni società. Analoghi spunti vengono proposti da Zamperini (2011): quali significati sociali e politici sono veicolati dalla scelta di lavorare con le vittime dei traumi inferti alla cittadinanza da parte dello Stato? Atkinson (1987), suggerendo una lettura molto più soffice delle riflessioni di Foucault a questo proposito, dice dello sciamano che egli ospiti la comunità che ha chiesto il suo intervento.
Da questo consegue il terzo spunto di riflessione. Quale dev’essere l’ambito di intervento preferenziale perché questo non rischi di divenire iatrogeno? Krishnamurti (1982), con una lucidità spesso riservata ai pensatori orientali, afferma che non sia segno di buona salute essere ben adattati ad una società malata. La psicologia clinica privilegia, abbiamo detto, interventi e riflessioni di carattere individuale, eccezion fatta per gli interventi familiari o di gruppo, aspetto che non muta nella sostanza la nostra riflessione. Le considerazioni sulla società sono riservate spesso agli psicologi sociali, ai sociologi e agli antropologi e ai politici, rispetto ai quali gli psicologi clinici tentano di differenziare il proprio operato appellandosi all’ideologia della neutralità. E’ poco lo spazio, all’interno delle proprie riflessioni e dei propri interventi, che gli psicologi clinici riescono a concedere ai discorsi sulla comunità, sulla collettività e alla vita sociale, culturale, economica, sul vicinato ossia quelle dimensioni all’interno delle quali nascono, si mantengono e si producono le disuguaglianze e quegli ambiti in cui le persone, nascono, crescono, lavorano, si ammalano e muoiono. Lavorare focalizzandosi esclusivamente sull’individuo, scotomizzandone il legame che lo connette alla società, può essere utile al massimo per lo psicologo che viene pagato per farlo. La relazione tra psicologo e utente non è che una delle relazioni all’interno delle quali prende forma la vita di ciascuno dei due interagenti, il vissuto e lo stato di salute di ciascuno dei quali è profondamente influenzato da dinamiche del tutto immanenti al loro essere inseriti in un contesto. I sentimenti di profonda vergogna, umiliazione, insicurezza, disgusto di sé, durevole afflizione, l’ansia di valutazione sociale, sono tutte esperienze co-determinate dal clima culturale, politico, economico e ideologico che solo in piccola parte sono controllabili dall’individuo e sono distribuiti diversamente nella società come ci ricorda la sociologia delle emozioni. Secondo la prospettiva del gradiente sociale, è nell’interazione tra i processi sociali-culturali-economici e la persona, nella sua variabilità, che quest’ultima trova il proprio posizionamento lungo il continuum salute-malattia, con gli stati d’animo che ne derivano e da cui derivano. Per comprendere la sofferenza e l’esperienza della malattia, afferma Farmer (2006), è necessario chiamare in causa i processi storicamente dati e le forze che cospirano, strutturalmente e con violenza, nel limitare la capacità d’azione del soggetto. Tali forze sociali, frequentemente localizzate a livello globale, vengono incorporate nel soggetto dando forma all’esperienza della sofferenza. Sen sostiene che le libertà individuali dipendano anche da fattori contestuali come le strutture sociali, economiche, e i diritti politici e civili. Non è possibile esimersi da considerazioni di questo genere nel pianificare gli interventi. E’ Costa (2014) a riprendere Sen e il paradigma della capacitazione, e ad evidenziare l’efficacia degli interventi che abbiano come bersaglio i contesti piuttosto che l’individuo da questi isolato; nel farlo non nasconde le difficoltà dei primi rispetto ai secondi, tecnici e puntiformi. Per farlo l’OMS, nel suo documento sulle determinanti sociali della salute mentale del 2014, sottolinea la necessità mettere in secondo piano interventi a breve termine per lasciare maggior spazio alla programmazione di interventi che abbiano come riferimento un arco temporale più ampio. Costa suggerisce di perseguire tale obiettivo in vari modi: da azioni di advocacy da parte di gruppi di professionisti che portino all’attenzione dei decisori politici le conseguenze sulla salute di determinate scelte politiche non strettamente mediche, ad interventi strutturati nei luoghi di lavoro o nelle scuole. Uno storico esempio della consapevolezza dell’importanza del lavoro sul contesto ci è fornito da Rudolph Virchow, inviato nel 1848 dal governo prussiano per combattere un’epidemia di tifo nella popolazione polacca. Per Virchow le condizioni sociali inadeguate aumentavano la suscettibilità della popolazione al clima e agli altri agenti causali (oggi si parlerebbe di vulnerabilità); il cambiamento sociale veniva considerato da Virchow importante tanto quanto gli interventi medici, se non di più. Egli sostiene: “I progressi della medicina possono prolungare la vita umana ma i miglioramenti delle condizioni sociali possono ottenere questo risultato più rapidamente ed efficacemente […] la medicina è una scienza sociale e la politica non è altro che medicina su larga scala”(Virchow, 1958).
Nel lavoro svolto con il DUPP tale riflessione ha trovato diversi risvolti applicativi: la giornata sul diritto all’ambiente salubre ha costituito il risultato di un anno e mezzo di focus group costituiti da membri del gruppo di lavoro insieme a cittadini, operatori, politici, medici, studenti superiori e associazioni. Il lavoro ha avuto effetti benefici sui processi partecipativi che hanno storicamente caratterizzato la comunità casalese. Durante la giornata sul diritto alla salute il tema delle modalità dell’intervento è stato ripetutamente sollevato. Aillon, portavoce della Rete Sostenibilità e Salute, ha ricordato i dilemmi morali davanti a cui, come clinici, siamo costretti a muoverci: come lavorare insieme a figli di genitori stranieri vittime di politiche discriminatorie? Per risolvere tali dilemmi
Aillon indica una duplice funzione possibile per lo psicologo: la prima è quella di advocacy a cui abbiamo brevemente sopra accennato, la seconda funzione-da inserirsi in una prospettiva che, sulla scia della Dichiarazione di Alma Ata del 1978, veda la salute come un bene comune di cui può e deve essere la cittadinanza a farsi carico-mira ad attivare e responsabilizzare le comunità locali rispetto ai legami comunitari e ai contesti psicosociali che prevengono l’insorgere di condizioni patologiche. Nella Dichiarazione viene ribadito il diritto e il dovere dei cittadini di partecipare individualmente e collettivamente alla progettazione e alla realizzazione dell’assistenza sanitaria di cui hanno bisogno. Qualche anno dopo è la Carta di Ottawa (1986) a riprendere tale messaggio e a rinnovarlo, indicando l’esigenza di rinforzare l’azione comunitaria nella definizione di priorità e strategie tramite uno sviluppo di abilità sia personali che di comunità. Nothing about us without us. Dare sostanza a tali linee guida rappresenta un’autentica sfida per ciascuno di noi: vestendo l’abito del professionista, animati dall’identità costruita tramite quello specifico ruolo l’obiettivo da perseguire non può essere che la facilitazione dei processi di partecipazione e l’empowerment di comunità, con tutte le difficoltà che nascono dalla gestione di rapporti naturalmente asimmetrici, dal punto di vista del potere. Se invece decidamo di mettere in scena, sulla ribalta, la nostra identità civica, e di vestire i panni del cittadino, la nostra azione non potrà che giocarsi nello scenario della vita sociale e politica, del movimentismo, della militanza e dell’attivismo. La tensione che si genera tra questi due ruoli appare irrisolvibile quanto necessaria.
Il quarto e ultimo stimolo emerso nel corso delle giornate e di cui il lavoro del gruppo vorrebbe essere manifestazione concreta non è costituito da un concetto ma rappresenta la causa e la conseguenza di un movimento e di una specifica intenzione. Si tratta dello slancio verso la ricerca, uno slancio coraggioso con occhi curiosi aperti verso l’interdisciplinarietà, che non si faccia intimorire dalle contraddizioni e dalle inevitabili tensioni che emergono nell’approcciarsi allo studio dell’uomo, delle sue manifestazioni fisiche, biologiche, spirituali, politiche, culturali e ideologiche. Uno slancio che sappia riconoscere, accettandoli senza per questo subirli, i propri limiti. Un’apertura al dubbio, alla possibilità, all’Altro. Il DUPP è stato animato da questa ricerca alla scoperta, nella contemplazione e nell’accettazione dei paradossi e delle differenze che si annidano nella complessità di ogni uomo e ogni società. Non è stato per niente facile, non siamo sempre educati dalla nostra cultura a riconoscere di essere, come professionisti e come persone, limitati. Ci è richiesto di sapere, siamo psicologi perché sappiamo, perché facciamo. E’ un’operazione che può rivelarsi dolorosa. Animati dalla verità dell’esperienza della nostra limitatezza ma anche delle possibilità che ci sono offerte da altri ambiti del sapere, ci si è frequentemente soffermati, durante il percorso, sulla necessità etica e scientifica di superare l’approccio dualista a gran voce negato che separa mente e corpo, individuo e società, natura e cultura. Tuttavia l’incedere sicuro e certo di tale sapere dominante è riscontrabile in maniera incontrovertibile ogni volta che una sua appendice teorica o pratica venga messa in discussione, ogni volta che venga problematizzato o complessificato: la risposta diventa la violenza. Laddove, ad esempio in ambito antropologico, il concetto di incorporazione ha fornito l’opportunità per una revisione autoriflessiva della disciplina e per lo sviluppo di rigenerati strumenti concettuali, anche in ambito psicologico appare auspicabile tale sottile quanto rivoluzionaria operazione che si scontra con una forza che Bourdieu chiamava violenza simbolica. La violenza simbolica è quella forma sottile di violenza, dolce e invisibile, non agita tramite azioni esplicitamente e intenzionalmente cruenti e che si manifesta “nell’imposizione di una visione del mondo, dei ruoli, delle categorie e nelle strutture mentali (cognitive ed emotive) attraverso cui viene percepito il mondo e che nasconde i rapporti di forza sottostanti alla relazione nella quale si configura”. Plasma ed è plasmata dalle modalità tramite cui ciascuno sente, pensa, percepisce ed agisce. Il cambiamento viene fermato da tale forza che spinge al conformismo del pensiero e del sentire. Solo una grande consapevolezza nel nostro stare in relazione con i colleghi può evitare di trasformarci in un vettore tramite cui questa si incarna. In maniera simile una consapevolezza del nostro mandato sociale nella relazione con i pazienti previene invece il rischio di diventare protagonisti di quella che Basaglia chiamava violenza tecnica, quella forma di violenza iniqua agita dai professionisti che, possiamo dire oggi, concorre alla stratificazione sociale e al mantenersi delle disuguaglianze sociali e di salute.
Foucault ci ha insegnato che la produzione di sapere, di verità e di discorsi sull’uomo, direbbe non è libera dai meccanismi generatori di potere seguire i quali conduce spesso agli stessi meccanismi di stratificazione delle risorse economiche, emotive, simboliche e sociali che danno forma alla sofferenza.
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Qui è possibile trovare la versione in inglese
Ogni azione ha delle conseguenze, ogni silenzio anche. E’ possibile complessificare questa consapevolezza immaginando che a sua volta il medesimo gesto può assumere un diverso significato in relazione al senso che gli attribuiamo, al tipo di mondo che contribuisce a costruire e in relazione ai valori da cui è mosso e verso i quali muove.
Crediamo fermamente, forse con un po’ di ingenuità, che sia sempre possibile creare una società un po’ più giusta di quella in cui viviamo e che ognuno sia responsabile delle proprie azioni e delle proprie omissioni in quest’opera di co-costruzione condivisa. E tutto questo vale anche per noi. In questo breve articolo vorremmo provare a delineare un quadro di quelli che sono i valori a cui il nostro servizio, nel suo dispiegarsi quotidiano, tenta di dare concretezza volendone essere manifestazione; quali sono quei valori su cui poniamo le nostra fondamenta, verso cui tendiamo e che vorremmo promuovere.
Questa considerazione ci permette di smarcarci dalla rassicurante illusione di poter essere un servizio “neutro”, in cui lavorano tecnici della psiche. Siamo sì professionisti della mente e delle relazioni ma siamo, così come le persone che si rivolgono presso il nostro servizio, immersi in un mondo impregnato di valori ed è solo tramite la pratica che questi valori acquisiscono un carattere reale. E allora quali sono i valori che, tramite il nostro servizio, tentiamo di rendere manifesti? Quale contributo stiamo tentando di apportare alla costruzione del mondo che vorremmo? Quali valori ci spingono e ci illuminano?
Sostenibilità, Solidarietà e Universalità.
Non possono esistere uno senza l’altro, rappresentano tre aspetti inestricabili e, nella pratica, non potremmo esistere come servizio se uno dei tre venisse meno.
UNIVERSALITA’.
Siamo nati per rispondere al bisogno di chi non ha le possibilità economiche di accedere ad un percorso psicologico allineato ai costi di mercato o di chi non riesce ad accedere al nostro amatissimo SSN, per via della selettività legata alla ristrettezza delle risorse, ai lunghi tempi di attesa (anch’essi legati all’assenza di risorse) o a criteri di urgenza e gravità. Siamo nati come un servizio rivolto alle fasce deboli, sotto la spinta di un bisogno morale prima che professionale.
Nel tempo però abbiamo maturato alcune considerazioni. Come sostengono molti studi di politica sanitaria però, per essere efficaci nel contrasto alle disuguaglianze, le azioni devono avere carattere universale e non devono essere focalizzate su un target preciso, selezionato in virtù del suo particolarmente svantaggio. Azioni specifiche diretta a specifiche fasce di popolazione, alimentano divisioni, consolidano distinzioni, creano categorizzazioni che spesso alimentano la sensazione di separazione nei confronti del resto del corpo sociale. Gli esiti delle disuguaglianze di salute, forse più di quelle economiche, riguardano tutti, costituiscono un problema non solo per persone più svantaggiate. A parità di condizioni, le persone stanno meglio o peggio, in termini di salute sia mentale che fisica, a seconda delle disuguaglianze presenti e percepite nella società in cui vivono e della relazione con gli altri membri della comunità che la struttura alla società permette loro di instaurare.
Abbiamo così iniziato ad estendere i nostri servizi anche a fasce di popolazione più avvantaggiate, il nostro desiderio di garantire l’accessibilità per le fasce deboli si è trasformato in bisogno di garantire universalità. Proprio per questa esigenza inoltre non selezioniamo specifiche categorie di disturbi ma accogliamo le persone che si rivolgono a noi, con il supporto della rete di cui facciamo parte, nel modo più incondizionato possibile. La salute mentale è un bene di tutti, ed il nostro impegno è quello di offrire un servizio che non condizioni l’accessibilità alla posizione socio-economica o ai problemi con cui ci si trova a convivere.
SOLIDARIETA’
Se l’universalità ci impone, sia dal punto di vista morale che tecnico, di accogliere incondizionatamente ogni individuo e la sua storia, la solidarietà è per noi rappresentata dalla possibilità di dare consistenza ai legami che ogni persona che afferisce al servizio intrattiene con tutte le altre, compresi gli operatori.
Ogni persona mette al servizio della collettività le proprie risorse in uno scambio in cui reciprocamente da e riceve nello stesso tempo. Le condizioni di esistenza del percorso di ciascuno sono profondamente legate a condizioni di reciprocità e all’esistenza degli altri attori coinvolti.
La solidarietà nel nostro servizio costituisce un elemento fondamentale, permette a noi di lavorare e alle persone che si rivolgono a noi di usufruire di un percorso psicologico, stabilendo i legami di scambio che connettono ogni individuo che accede al servizio, professionisti compresi.
Ognuno corrisponde una tariffa in base alle proprie disponibilità. Se la cifra negoziata è “bassa”, verrà integrata dai compensi maggiori che altre persone hanno corrisposto; se la cifra è “alta” permetterà ad altre persone di accedere al servizio. Il professionista, a sua volta, tenta di mettere in luce questo impegno e questa responsabilità che ogni persona che accede ha nei confronti delle altre e dei professionisti. La solidarietà riguarda il valore, al di là di quello economico, che viene creato dalla consapevolezza di essere connesso con qualcun altro, magari invisibile; è il valore dell’interdipendenza, della relazione che si oppone allo strutturarsi delle disuguaglianze e al consolidarsi dell’individualismo che divide le traiettorie di vita di ciascuno.
Inoltre, anche i professionisti rinunciano all’adesione incondizionata al tariffario, tentando di tenere in costante, equilibrio le necessità e le possibilità delle persone che accedono con i propri. La solidarietà non riguarda solo il rapporto tra utenti, quanto anche quello tra professionisti e utenti.
SOSTENIBILITA’
La sostenibilità riguarda proprio questo equilibrio. Si tratta di un equilibrio dinamico, in cui ogni persona che partecipa alla costruzione di questo processo, ogni attore coinvolto dagli psicologi ai pazienti, sente che la propria vita viene arricchita non solo dal valore personale (guadagno personale per gli psicologi o maggior consapevolezza per i pazienti) ma anche da quello generato dalla consapevolezza di stare contribuendo insieme ad altri alla costruzione di una comunità migliore senza arrecar danno a nessun altro, senza escludere nessuno da tale possibilità, così producendo un disvalore.
Tramite il modo che ci siamo dati di lavorare questo equilibrio può mantenersi relativamente stabile costituendo un valore per tutti gli attori coinvolti e per la comunità locale.
Il servizio è sostenibile perché si alimenta dal valore prodotto dall’impegno legato alla costruzione di una società migliore e per tutti, oltre che del valore economico generato. In questo senso intendiamo sostenibilità del servizio ciò che attiene alla sua funzione sociale e pubblica, alle sue peculiarità gestionali e alla nostra possibilità di continuare a lavorare senza alimentare, riprodurre o aumentare le divisioni nella comunità in cui siamo inseriti tra chi può e chi non può accedere, la stratificazione sociale alla base delle disuguaglianze di salute. Sentire di essere esclusi o di avere il privilegio di partecipare, inevitabilmente, crea sofferenza e noi vorremmo rappresentare una risorsa in termini di capitale sociale per tutti anche se questo può voler dire mettere in discussione il rapporto tra la nostra professionalità e il denaro e quindi lo status di professionisti.
In quanto cittadini sentiamo di avere delle responsabilità, in quanto psicologi siamo sicuri di avere degli strumenti. Lavorare nel nostro servizio ci permette di tenere contemporaneamente presente questi due aspetti, trovare il modo per farli convivere e dialogare.

Siamo consapevoli che ciò che abbiamo scritto possa sembrare altisonante. E’ difficile parlare di Valori e sappiamo che c’è il rischio di essere considerati svincolati dalla cruda realtà ed eccessivamente idealisti. Quello che osserviamo oggi però, della cruda realtà, è che sia necessario rimboccarsi le maniche per provare a dare il proprio contributo nel contrasto alle disuguaglianze che sempre più, da trent’anni a questa parte, dividono la nostra società, creando sofferenze evitabili. Potrà sembrare autocelebrativo perché una riflessione su quello che costituisce per noi Valore rischia di apparire come un compiacimento per il nostro valore; preferiamo correre questo rischio piuttosto che impedirci di condividere con voi queste riflessioni.
“E’ una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di una buona fortuna debba essere in cerca di moglie” scriveva Jane Austen nell’ incipit di “Orgoglio e Pregiudizio”. Tra gli psicologi invece “è una verità universalmente riconosciuta che uno psicologo in cerca di buona fortuna debba fare i conti prima o poi con i pregiudizi sul suo conto” o ancora per gli psicologi “è una verità universalmente riconosciuta che una persona in possesso di una buona dose di sofferenza debba essere in cerca di psicologo”.
Ma di quali pregiudizi stiamo parlando? Pregiudizi sugli psicologi o degli psicologi? E siamo così sicuri di potere immaginare i pregiudizi come degli errori di giudizio che alterano e distorcono una realtà oggettiva ? O piuttosto possono essere informativi rispetto al modo in cui percepiamo e costruiamo la realtà in cui viviamo?
In quanto psicologi, spesso sentiamo affermare dai colleghi che esistono molti pregiudizi nei confronti della nostra categoria e che queste convinzioni erronee impediscono a chi ne è vittima di chiedere aiuto e di rivolgersi ad uno psicologo. E’ come se i pregiudizi venissero considerati una minaccia per lo sviluppo della professione. I colleghi sentono che la cultura in cui siamo immersi, che plasma le reazioni di ciascuno alle proprie difficoltà indicando a quali professionisti rivolgersi per quali problemi, non valorizzi abbastanza la loro professionalità.
La reazione istintiva da parte di molti psicologi è immediata e molto determinata: urge fare pulizia degli erronei pensieri irrazionali, sradicandoli, tentando di dare un contributo che porti ad una diversa sensibilizzazione della cittadinanza ignara dei progressi della scienza psicologica.
Ma fermiamoci un attimo.
Quale messaggio viene veicolato in questa opera di convincimento dei cittadini?
Abbiamo l’impressione che quest’opera di convincimento possa suonare come un’accusa. Per intenderci, crediamo che ogni tanto gli psicologi siano convinti che i cittadini siano ingenui e stiano dalla parte del torto perché decidono di non rivolgersi allo psicologo. Ecco così che partono le campagne contro i pregiudizi sugli psicologi, che impediscono ai cittadini di rivolgersi a loro. Ma che reazione viene suscitata in chi si sente accusato di stare sbagliando?
Proviamo ad andare oltre, avvicinandoci ai processi individuali che prendono forma in questi “pregiudizi”, con interesse autentico e curiosità, proviamo ad interrogarci senza cadere nella logica del vero/falso, giusto/sbagliato.
Senza dubbio esistono dei pregiudizi sugli psicologi, così come attorno ad ogni altra professione (l’idraulico tosto e sexy, la fioraia romantica con la testa tra le nuvole, i panettieri che lavorano sodo, il politico corrotto e indaffarato) ma, da psicologi, sappiamo anche che ogni stereotipo contiene in sé delle piccole verità, nasce da piccole verità e serve sempre a proteggerci da qualcosa che temiamo. Gli stereotipi negativi (quelli positivi intimoriscono meno) ci permettono risparmiare energia mentale a scapito dell’accuratezza della valutazione perché eliminano le differenze tra gli elementi appartenenti di una categoria attraverso generalizzazioni. Inoltre gli stereotipi parlano dell’identità di chi li utilizza e dei suoi timori oltre che fornire una bussola per guidarne l’azione. Ad esempio, i folli sono vittima di un grande stigma, molte persone temono i folli i quali vengono percepiti come tutti uguali, in qualche modo la loro presenza costituisce una minaccia per chi li teme, allora vengono allontanati perché questo permette di allontanare da sé in maniera rassicurante l’idea della follia, la possibilità di essere folli, il timore di essere non-normali. Tramite questo allontanamento prende forma la nostra identità di non-folli. La stessa cosa accade per lo psicologo.
Proviamo allora a capire cosa ci può essere di vero in ogni pregiudizio verso i poveri psicologi e da cosa potrebbe proteggerci ciascun pregiudizio. Il condizionale è d’obbligo (“da cosa potrebbe proteggerci”), non vorremmo correre il rischio nuovamente, di dirvi come stanno le cose in realtà, la nostra è una proposta.
1) SOLO I MATTI VANNO DALLO PSICOLOGO
Questo è facilissimo, lo abbiamo appena accennato ma per farci capire meglio ci rivolgiamo ad un collega illustre, Basaglia il quale diceva :”Visto da vicino nessuno è normale”. Ecco allora che inizia a diventare chiaro a cosa ci serve questa bella convinzione. Se noi non vogliamo andare dallo psicologo perché solo i matti ci vanno, forse abbiamo paura che andando dallo psicologo diventeremmo un po’ matti anche noi? O scopriremmo di essere sotto sotto anche noi un po’ strani? E allora forse ci sentiremmo diversi, anormali e questa è una delle sensazioni più drammatiche per qualsiasi essere umano, tutti vogliamo evitarla e qualcuno per evitarla forse, evita di andare dallo psicologo.
1) bis GLI PSICOLOGI SONO MATTI ANCHE LORO
Anche per questo ci rifacciamo al punto di vista precedente e al pensiero di Basaglia. Per fortuna anche gli psicologi sono umani, appartengono al nostro stesso pianeta, hanno paure e desideri, pregi e difetti, due mani e due occhi e come tutti hanno le loro particolarità! Certo ci sono dei motivi ben precisi che spingono una persona a intraprendere questa professione, motivi che non è possibile generalizzare in quanto attingono quasi sempre alla storia personale, non diversamente dai motivi che spingono altre persone a diventare medici, attori, avvocati, gelatai e così via. Ma poi, in fondo, ci spaventa o ci rassicura che la persona che abbiamo davanti, questo signor psicologo, sia vulnerabile alla sofferenza, proprio come tutti?
2) LO PSICOLOGO E’ PER DEBOLI
Senza dubbio sì, verissimo, solo ed esclusivamente chi non ha la forza per farcela da solo va dallo psicologo perchè chi è forte non ci va, chi ha la forza di farcela da solo non ne ha bisogno. Questa convinzione è simile a quella che abbiamo analizzato sopra. Senza dubbio andare dallo psicologo implica entrare in contatto con la sofferenza. Può capitare a tutti di temere la sofferenza o di avere l’impressione che fare i conti con la fragilità ci esponga al rischio di essere considerati o di sentirsi deboli e perdenti. Effettivamente però, la sofferenza e il dolore fanno parte della vita, proprio come la gioia; allora forse le nostre debolezze e fragilità ci ricordano la nostra natura squisitamente umana. E ci sono aspetti intrinseci dell’umanità che ci spaventano, basti pensare alla morte, alla malattia… è molto difficile confrontarsi con le proprie difficoltà e riuscire a riconoscerlo, poterselo dire, anche questo è qualcosa che ci evitiamo volentieri, ancor più in una società che insiste sulla necessità di essere forti, sorridenti, goderecci e vincitori (pensiamo a quanti smile, :-), quanti like e all’importanza di non essere un loser)
3) LO PSICOLOGO MANIPOLA LA MENTE
Fortunatamente sì. Non è per questo che si va dallo psicologo? Perché ci aggiusti qualche rotella che è andata fuori posto o fuori fase? Che psicologo sarebbe altrimenti? La presenza dello psicologo effettivamente, in qualche modo, produce dei cambiamenti nella mente della persona con cui lavora; modifica, influenza, altera il funzionamento ed è proprio per questo che viene pagato. Conosciamo qualcuno da cui la nostra mente non sia manipolata, che non eserciti un’influenza su di noi? I nostri genitori, il/la nostro/a partner? E noi, ogni volta che parliamo con qualcuno, oppure ogni volta che siamo pensati da qualcuno, non manipoliamo, in un certo modo, la sua mente? E’ possibile una indipendenza assoluta, una piena autonomia, una libertà assoluta, in uno spazio vuoto senza relazioni? L’educazione non è forse anche una manipolazione culturalmente mediata? La questione è un po’ più complessa di prima e allora chiediamo aiuto ad un altro illustre psicologo, Watzlawick il quale sostiene che gli individui siano costantemente e reciprocamente influenzati ed è impossibile evitare di esercitare o “subire” tale influenza. Nella relazione ciascuno non può non influenzare l’altro nè evitare di essere influenzato dall’altro. Questo accade anche nella relazione paziente-psicologo. Ciò che accade nella relazione con lo psicologo effettivamente può essere trasformativo, non meno di quanto lo sia ciò che accade in relazioni importanti e profonde dalle quali ci sentiamo toccati.Se abbiamo paura che lo psicologo potrebbe manipolare la nostra mente forse possiamo temere di non avere più il controllo della nostra vita, di essere in balia degli altri, di non essere liberi nè indipendenti, tutte sensazioni che ancora, una volta, è legittimo tenere alla larga!
4) E’ IMPOSSIBILE RISOLVERE PROBLEMI CONCRETI SOLO PARLANDO
Certamente, non si è mai visto un problema che si risolvesse con quattro chiacchiere, un’ora alla settimana. E’ inutile affrontare con un estraneo problemi come recenti separazioni, lutti, disoccupazione, perché le parole non possono risolvere un ricongiungimento, un annullamento della perdita o una assunzione lavorativa. Forse però le parole possono essere d’aiuto nel riconoscere e comprendere alcuni schemi che si ripetono, sempre uguali (tutte le storie vanno a finire nello stesso modo, in tutti i lavori succedono sempre le stesse cose, tutte le perdite causano un dolore tremendo…). Forse concederci del tempo per riflettere sul motivo per cui sembriamo “capitare” sempre nelle stesse situazioni, con identici finali, non è piacevole e forse a volte preferiamo solo lamentarci di questi problemi anziché provare a capirne qualcosa con estrema fatica.
5) GLI PSICOLOGI APPROFITTANO DELLE SOFFERENZE ALTRUI GUADAGNANDOCI SOPRA
Questa è interessante perché ci porta immediatamente a chiederci quanto abbia approfittato della nostra appendice infetta quel medico che ci ha operato o quanto abbia approfittato quell’avvocato profumatamente pagato per ottenere il risarcimento per i danni di quel bruttissimo incidente… la lista potrebbe essere infinita. Certo, gli psicologi lavorano con le persone che affrontano difficoltà e ne fanno di questo un guadagno, allo stesso tempo però sono al servizio di quelle persone, vengono retribuite per un servizio che svolgono ed è proprio questa sfumatura a distinguerli dall’amico del cuore o dal barista di fiducia sotto casa. La retribuzione percepita dagli psicologi è una misura dello spazio e del tempo offerto e dedicato al cliente, fisico e mentale. Ma c’è un altro tipo di guadagno per gli psicologi, c’è un tornaconto ancor più grande che possiamo recriminare loro: approfittare delle sofferenze altrui per guadagnare conoscenza, perché gli psicologi, che lo ammettano o meno, imparano molto dai loro pazienti.
6)NESSUNO PUO’ CAPIRE IL MIO DOLORE
Effettivamente no, spesso anche il proprio dolore è difficile da capire. E’ come se in certi momenti particolari sentissimo di essere particolarmente soli, soli avendo come unico compagno il nostro dolore. Per certi versi è proprio così, e sempre lo sarà, così come fortunatamente è altrettanto vero il contrario, come abbiamo detto prima, siamo sempre in relazione ed è impossibile non esserlo, in qualsiasi momento. Il problema nasce forse dal fatto che non riusciamo ad accettare queste piccole verità, allora questo senso di solitudine e di isolamento crea una sofferenza ancor maggiore. Andare dallo psicologo ci può mettere davanti al muso il fatto che, non solo siamo sempre in relazione ma anche che, nonostante questo, nessuno può capire veramente il mio dolore. Che confusione! Fortunatamente però se siamo insieme a qualcuno in questo dolore e in questa confusione, forse tutto assume un’altra dimensione.
7)IO SONO FATTO COSI’ (CAMBIARE E’ IMPOSSIBILE, IL LAVORO PSICOLOGICO NON MI POTRA’ MAI CAMBIARE)
Siamo fatti così, siamo proprio fatti così suonava la colonna sonora di un celebre cartone animato. Una piccola curiosità però: i globuli rossi hanno una durata di circa 2 mesi, le cellule nel sistema digestivo vengono sostituite ogni 5 minuti, le gengive si rigenerano ogni due settimane e questa opera di rigenerazione avviene per la maggior parte delle cellulle di cui siamo composti. I sistemi sociali, pur avendo tempi differenti, non sono molto differenti, non possono non cambiare. A parte queste considerazioni che possono sembrare teoriche, in una certa misura noi siamo quello che siamo e non potremo mai diventare qualsiasi altra cosa anche se il mantra dei nostri tempi ci dice che possiamo essere qualsiasi cosa, basta un po’ di forza di volontà. Anche noi vorremmo volare ma probabilmente siamo fatti così e di volare, in questa vita, non se ne parla. “Io sono fatto così” vuol dire anche “io ho dei limiti”. Benissimo tutti ne hanno, da qui si parte per cambiare, all’interno dei propri limiti, senza diventare altro, anche perché sarebbe impossibile, ci vorrebbe un mago più che uno psicologo. E’ importante sentire di continuare ad essere se stessi, proteggere se stessi dai cambiamenti che temiamo possano stravolgere la nostra vita e la nostra identità. Il cambiamento arriva quando le circostanze sono propizie, ed è difficile ogni tanto capire cosa lo abbia determinato, effettivamente non è possibile trovare un solo responsabile per il cambiamento (lo psicologo) ma questo è generato da un insieme di circostanze che, tutte sommate, lo rendono possibile.
8) HO AMICI E PARENTI CHE MI AMANO, POSSO RIVOLGERMI A LORO
Senza dubbio è vero, ma spesso, per la nostra esperienza clinica spesso i parenti sono anche pieni di aspettative, molto richiedenti, ogni tanto ci fanno sentire in colpa, oppure nel momento del bisogno non riescono a darci quello di cui avremmo bisogno. Questo non significa che siano cattivi o che non ci vogliano bene, assolutamente, fanno il loro meglio per darci quello che credono sia importante per noi. Senza dubbio una buona rete di sostegno può essere meglio di 200 anni di sedute psicologiche. Però fermiamoci un attimo. Come mai il codice deontologico degli psicologi vieta loro esplicitamente di lavorare con i propri parenti ? Il legame di parentela impedisce agli psicologi di poter svolgere correttamente il proprio lavoro, impedisce un “sano disinteresse” e di poter avere un punto di “vista esterno” e creando una sorta di “conflitto di interessi” nello psicologo tra gli interessi familiari e quelli professionali. Dal punto di vista della psicologa (che chiameremo Ada) è proprio il fatto che una persona (che chiameremo Bill) le sia parente ad impedire ad Ada di avere un certo tipo di sguardo su Bill mentre, se proviamo a cambiare la prospettiva, guardandola dal punto di vista Bill, il fatto che la psicologa Ada sia parente gli renderà più difficile creare un rapporto scevro da interessi familiari. Ma allora questo vuol dire che lo psicologo, in una certa misura, mi può aiutare in una maniera che è impossibile per i parenti. Vuol dire che quello che ricevo dai miei parenti può non essere, in un determinato momento, quello di cui ho bisogno e anzi che forse sì i miei amici e parenti mi amano, ma non sempre come vorrei, non sempre come mi piacerebbe. Ammettere a se stessi che ogni tanto non possiamo contare sulle persone che ci amano e ci circondano non è effettivamente una bella esperienza e forse ogni tanto ci piace pensare di poterci aggrappare a loro, credere che siano perfette e che possano soddisfare pienamente i nostri bisogni, ma fortunatamente non è così, ci sono molte più possibilità.
9) LO PSICOLOGO TI “TIENE IN CURA” PER ANNI
Andiamo per ordine: partiamo dal principio: “ti tiene in cura”. Questo punto dovrebbe essere ormai facile da afferrare: se temiamo che lo psicologo ci tenga in cura, potremmo essere spaventati dall’idea di essere malati, malfunzionanti. Quest’idea non è una buona compagna di vita.
Proviamo a passare al “per anni”: effettivamente sì, dipende dallo psicologo, dalla sua formazione, ma sì, può anche tenerti in cura per anni, può capitare. In quanto psicologi crediamo che alcuni problemi ormai diventati parte della vita di una persona possano richiedere un po’ di tempo per essere affrontati. Vediamo quale timore e atteggiamento potrebbe nascondersi dietro questo piccolo pregiudizio: “Che noia, io preferisco leggere ogni tanto qualche articolo di psicologia sulle riviste comprate in edicola. Chissà perchè mai devo stare in cura per anni? Sarò mica grave? Saranno mica problemi complessi? Le mie sono sciocchezze! Io mi annoio, al giorno d’oggi è tutto veloce e non ho voglia di impegnarmi in maniera continuativa in un percorso così.“ Per alcuni cambiamenti può essere necessario impegnare un po’ di tempo e un po’ di energia. Alcuni percorsi psicologici possono durare anni ed è legittimo che non tutti abbiano voglia di impegnarsi, o che preferiscano dirsi che dopotutto, i propri problemi siano sciocchezze rispetto ai veri problemi della vita. E’ faticoso ogni tanto fare i conti con le proprie difficoltà, riconoscersele, legittimarle, amarle e provare a fare il possibile per cambiare, nel rispetto di quello che si è.
Ci teniamo a sottolineare che in questo articolo abbiamo usato in maniera indifferenziata la parola psicologo per indicare talvolta il lavoro dello psicoterapeuta. Non vogliamo creare confusione: psicologo e psicoterapeuta sono professionalità diverse, fortunatamente il web è pieno di ottime pagine di psicologi o psicoterapeuti che potranno aiutarvi a distinguerli.
Quello che è certo è che sulla testa di entrambe, indiscriminatamente, pende la spada di Damocle di questi pregiudizi.

Ci siamo di nuovo! E’ uno di quei periodi dell’anno emozionanti e spaventosi in cui centinaia di aspiranti psicologi si apprestano ad affrontare l’Esame di Stato per poter iniziare la professione.
Noi dello Sportello TiAscolto siamo consapevoli dell’importanza di questa tappa e dello scoglio che l’Esame di Stato può rappresentare, spesso per mancanza di adeguate informazioni su come affrontare le prove, come prepararsi all’esame, e cosa studiare; altre volte, per la forte ansia che può accompagnare questo momento.
Per questo, abbiamo strutturato il nostro Corso di Preparazione cercando di andare a fugare le incertezze e fornire tutti gli strumenti necessari per affrontare con successo l’Esame di Stato; lo abbiamo già condotto per tre edizioni accompagnando molti dei nostri studenti ad un esito positivo.
Il programma verterà quindi su spiegazioni delle prove e delle modalità d’esame, esercitazioni e correzioni, indicazioni allo studio, riflessioni su strategie individualizzate; il docente è disponibile anche tra un incontro e l’altro per un tutoraggio, correggendo le esercitazioni e dando feedback.
Di seguito il programma dettagliato del corso e le informazioni per l’iscrizione.
DATE E PROGRAMMA
VENERDI’ 31 MARZO H.11-13
PRESENTAZIONE, PRIMA PROVA (spiegazione ed esercitazione)
VENERDI’ 7 APRILE H.11-13
PRIMA PROVA (correzione e discussione)
VENERDI’ 14 APRILE H.11-13
SECONDA PROVA (spiegazione ed esercitazione)
VENERDI’ 28 APRILE H.11-13
SECONDA PROVA (correzione e discussione)
VENERDI’ 5 MAGGIO H. 11-13
TERZA PROVA (spiegazione ed esercitazione)
VENERDI’ 12 MAGGIO H.11-13
TERZA PROVA (correzione e discussione), ORALE, CONCLUSIONE
INFORMAZIONI E ISCRIZIONI
COSTO: 25 Euro
SEDE: Via Pigafetta 44B (Zona Crocetta)
CONTATTI: info@sportellotiascolto.it – 335 8371289
http://www.sportellotiascolto.it
Qui potete trovare le informazioni per la V° Edizione del Corso

A partire da Marzo lo Sportello TiAscolto! collaborerà con la Dott.ssa Silvia Cerrone e la Dott.ssa Teresa Legato nell’attivazione di un gruppo di psicodramma dedicato a giovani adulti.
Il gruppo è uno spazio di supporto psicologico su temi specifici della fase evolutiva attraversata, in particolare sulla gestione dell’ansia, sul prendersi cura di sè e delle proprie relazioni. Un luogo per ascoltarsi, ascoltare ed essere ascoltato, nonché riflettere insieme sul cambiamento personale e collettivo. Lo strumento utilizzato sarà lo psicodramma, un metodo che consente alla persona di esprimere diversi aspetti della sua vita e di stabilire dei collegamenti costruttivi fra essi attraverso la rappresentazione scenica e la valorizzazione della propria spontaneità e creatività.
Di seguito tutte le informazioni sull’attività.
PER CHI? Giovani adulti di età compresa tra 19 e 29 anni.
QUANDO? Il martedì da marzo 2017, dalle 20.30 alle 22.00, per 10 incontri settimanali.
DOVE? Studio Associato Candellieri-Favero, Piazza Vittorio Veneto 14, Torino.
QUANTO COSTA? 150 Euro per l’intero ciclo di incontri
INFO E ISCRIZIONI: Dott.ssa Silvia Cerrone 340.6121878
Dott.ssa Teresa Legato 347.1298724
E-mail: psicodramma.gruppogiovani@gmail.com
L’inserimento nel gruppo avverrà previo colloquio individuale, gratuito e non vincolante.
Il percorso prevede la partecipazione continuativa.

Lo psicologo e il paziente, in una relazione, nello studio, dentro un palazzo, in un quartiere, all’interno di una città, di una regione dentro i confini di una nazione, su un continente, nel mondo.
Come può lo psicologo agire professionalmente senza tagliare i fili che legano il proprio operato al mondo che lo circonda ? Come può lo psicologo lavorare con consapevolezza rispetto ai determinanti sociali della salute in linea con quanto prevede l’OMS e con le più recenti evidenze scientifiche provenienti dall’epidemiologia sociale sulle disuguaglianze sociali e di salute?
I quaderni sul Diritto alla Salute e Diritto alla Cura, ad opera del Gruppo di Lavoro Diritti Umani Psicologi Piemonte, dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte, costituiscono il risultato del lavoro di un anno insieme ai professionisti che lavorano nell’ambito della tutela del diritto alla salute mentale e sono stati redatti con l’obiettivo di fornire un quadro teorico-operativo che possa aiutare i colleghi a posizionarsi rispetto a questi interrogativi
Articolo tratto dal sito della RETE di PSICOTERAPIA SOCIALE, redatto a partire dell’intervento per ROBE da MATTI 2016, da Simone Martino
Negli ultimi anni a causa dei tagli della spesa e del personale si è palesata la sempre maggiore difficoltà del Servizio Sanitario Nazionale nel far fronte alla mole di richieste di aiuto da parte dei cittadini.
Una recente ricerca della Società Italiana di Psichiatria, evidenzia come circa 17 milioni di italiani soffra di problemi nell’area della salute mentale (disturbi d’ansia, depressione, insonnia, disturbo post traumatico da stress).
Parallelamente a ciò si assiste ad un aumento dei tempi di attesa per poter accedere ad una risposta di tipo professionale da parte dei servizi pubblici, con una conseguente tendenza a rivolgersi al privato. Molto spesso tale scelta è accompagnata da una dose di diffidenza e di disorientamento, portando il cittadino a chiedere aiuto solo nei casi ormai giunti ad un livello di criticità profonda.
Solo l’8-16% di persone che presentano una problematica di questo tipo incontra un professionista, e solo il 2-9% riceve un trattamento adeguato (percorso di psicoterapia e farmacologico). Questo dato pare ancora più allarmate se si tiene in considerazione il ruolo di un intervento tempestivo nel prevenire lo strutturarsi di quadri psicopatologici. Si pensi ad esempio all’importanza della diagnosi precoce nell’infanzia.
Oltre ai danni in termini di sofferenza del singolo tutto ciò ha delle ricadute dirette sull’intera società.
In questi ultimi anni ad esempio l’aumento di casi di persone che soffrono di depressione ha catturato l’attenzione della comunità mondiale. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) individua nella depressione il male del XXI secolo. Tale forma di sofferenza è al momento la prima causa al mondo di disabilità creando un costo (diretto e indiretto) per la sola Europa di 92 miliardi l’anno (studio J. Olesen pubblicato su Neurology).
La stessa OMS fornisce linee guide per affrontare problematiche legate alla salutementale dei cittadini facendo riferimento al concetto di promozione del benessere psicologico. Il percorso da intraprendere si dovrebbe muovere su due binari paralleli: da una parte facilitare l’accesso del cittadino ai servizi di cura e sostegno alla persona e dall’altra impegnarsi in un’opera di sensibilizzazione della cittadinanza riguardo a tematiche centrali per la promozione della salute per contrastare i pregiudizi nei confronti dell’aiuto psicologico/psichiatrico.
Diverse sperimentazioni e realtà sul territorio italiano ed europeo portano interessanti riflessioni nel campo dell’innovazione sociale nell’ambito della salute mentale. Tali considerazioni sono state lo spunto da cui ha preso corpo l’azione delle varie realtà confluenti alla Rete di Psicoterapia Sociale.
Innanzitutto l’importanza di poter intercettare il prima possibile il cittadino che sta vivendo un particolare momento di difficoltà (legata al ciclo di vita, eventi circostanziali: lutti malattia, licenziamenti ecc.) o che presenta un disturbo psicopatologico per offrire un aiuto immediato per limitare una degenerazione della sofferenza e/o una sua strutturazione e cronicizzazione.
Ricordiamo lo studio del professor Solano di Roma sulla collaborazione tra psicologi e medici di base come tentativo di poter intercettare già nei primi colloqui dal medico di base la sofferenza psicologica portata dal paziente. I risultati di questa esperienza mostrano un migliorato della qualità di vita e una riduzione della somministrazione di farmaci da parte dei medici di base
Diviene fondamentale prendersi cura della persona a 360° grazie alla costruzione di una rete multi-professionale con cui sia possibile confrontarsi e collaborare. Con ciò intendiamo il continuo scambio non solo con i medici di base, psichiatri ma anche con enti pubblici (ASL, scuole, servizi socioassistenziali, educativa territoriale) e privato sociale ad es. associazioni di volontariato, liberi professionisti.
Tutto ciò sembra poter avere delle importanti ripercussioni anche a livello di Sistema Sanitario Nazionale. Basti pensare alla diminuzione gli accessi impropri al pronto soccorso, le richieste inappropriata di esami di laboratorio e strumentali e l’abbattimento dei costi sociali derivanti dalla sofferenza che non viene presa in carico.
Si pensi ad esempio allo studio IAPT in Inghilterra in cui fornendo un intervento tempestivo da parte di equipe multidisciplinari in casi di depressione hanno testimoniato una riduzione dei i costi sociali (in ottica di giorni di assenza lavorativa prolungata) tali da portarli ad affermare che “la psicoterapia si paga da sé”.
Vogliamo anche ricordare come lo stato di salute sia legato a doppio filo alle determinanti sociali: sia per un fenomeno di causazione sociale per cui le pressioni ambientali determinate da una bassa condizione sociale possano essere psicopatogene, sia per selezione sociale per cui un preesistente disturbo possa condurre ad una condizione sociale deteriore. Ciò porta a pensare all’intervento clinico in un’ottica che comprenda un’azione non solo verso i singoli individui, ma anche ai contesti psicosociali di vita.
Diviene dunque prioritaria un’azione di promozione di contesti capacitanti, ovvero contesti in grado di facilitare gli individui nell’utilizzo delle risorse di cui dispongono. In altri termini l’obiettivo di un percorso psicologico non sarà dunque più quello adattivo, in cui lo psicologo aiuta il paziente ad adattarsi alla società, al contrario sarà quello di contribuire al cambiamento della società perché questa possa meglio rispondere ai bisogni della popolazione.
Vorremmo continuare questa riflessione articolando brevemente quali sono i grandi limiti alla quale la psicologia clinica e la psicoterapia sono soggette qui in Italia:
– a tutt’oggi la psicoterapia è considerata dalla sanità pubblica come una sorta di grazioso accessorio non necessario. In tutti i luoghi pubblici, deputati ai servizi psicologici, le risorse sono sempre minori: gli psicologi andati in pensione non vengono sostituiti e la maggior parte dei servizi sono retti da specializzandi delle scuole di specializzazione in psicoterapia, che svolgono gratuitamente il loro tirocinio;
– nel 2006 il Professor Luigi Cancrini, eletto senatore, presentò una proposta di legge per istituire il servizio di psicoterapia convenzionata con il sistema di sanità. Tale proposta fu bocciata soprattutto per il muro di scudi levato dalle Associazioni della Psicologia, che temevano di dare troppo potere ai medici, che dovevano essere coloro che espressamente mediante un’impegnativa medica richiedevano una psicoterapia per i pazienti. Oggi non è politicamente più percorribile questa strada per le attuali politiche di taglio della spesa pubblica;
– da anni, a più riprese, l’Ordine Nazionale degli Psicologi propone varie possibilità per istituire lo psicologo di base, da affiancare al medico di base. Lodevole iniziativa, ma che si andrà sempre a scontrare con le attuali politiche di taglio della spesa pubblica.
Cosa è dunque possibile fare?
Stiamo cercando di creare una Rete di Psicoterapia Sociale, cioè una rete di centri di psicoterapia, di vari orientamenti, dove chi ha bisogno può ricevere aiuto, consulto, orientamento e sostegno psicologico da professionisti in tempi rapidi e a costi sostenibili.

Una breve parentesi sul fatto che in questa rete di centri di psicoterapia siano presenti orientamenti diversi. Allo stato delle attuali conoscenze non abbiamo un “supermodello” di psicoterapia, ma i diversi approcci alla psicoterapia vanno considerati come diversi elementi che costruiscono le basi di un approccio psicoterapeutico che sia realmente efficace: quindi avere molteplici orientamenti è garanzia di un arricchimento metodologico, così da avere una visione della cura psicoterapeutica il più ampia e completa possibile.
Quali sono gli obiettivi della rete di psicoterapia sociale?
A lunga scadenza vorremmo aprire un dialogo proficuo con le istituzioni deputate alla prevenzione e cura della Salute Mentale, superando la dicotomia pubblico/privato, per riuscire a soddisfare quei bisogni dei cittadini che sul territorio non sempre riescono a trovare un’adeguata risposta. Inoltre molti, soprattutto chi fa parte delle fasce socioeconomiche più svantaggiate, proprio quelle persone che più di altre avrebbero bisogno di maggior tutela, attualmente non possono permettersi di rivolgersi al mercato privato, date le tariffe troppo onerose di molti professionisti.
Nella filosofia della rete di psicoterapia sociale si pone grande attenzione alla prevenzione della salute mentale. Ogni centro cerca di rispondere in tempi rapidi alle richieste di aiuto psicologico, tempi che nel pubblico purtroppo si dilatano all’infinito, per intervenire il prima possibile rispetto alla richiesta di aiuto per una problematica, evitando che diventi troppo grande e si cronicizzi. Questo è un buon esempio della cosiddetta prevenzione secondaria.
In ogni centro della rete uno degli imperativi è l’alta accessibilità: intesa come rapidità dei tempi di accettazione delle richieste di aiuto e particolare attenzione alle fasce economicamente deboli, cercando di stabilire con il paziente un adeguato onorario per l’aiuto ricevuto, che tenga presente le sue reali possibilità economiche.
Altro punto ritenuto fondamentale dalla rete di psicoterapia sociale è considerare il lato clinico e quello politico come due facce della stessa medaglia: valorizzando i risvolti sociali del lavoro clinico, considerandolo come un atto che incide sul contesto nel quale viene eseguito. Viene prestata grande attenzione a quelle dinamiche sociali e geopolitiche che influiscono specificamente sul benessere psicologico della comunità e delle persone. La rete di psicoterapia sociale vuole porsi come luogo di raccolta della testimonianza dei malesseri sociali contemporanei, nel tentativo di portare l’attenzione della società alle problematiche attuali.
Cerchiamo infine di presentare più nel dettaglio la Rete di Psicoterapia Sociale che si sta creando nel territorio Piemontese. I centri che attualmente hanno aderito alla Rete sono 7. Le varie realtà non sono presenti solo nella città di Torino, ma si estendono anche in altre province del Piemonte.
I vari centri hanno aperto in tempi diversi, ma confrontando il proprio operato all’interno della rete si è visto come ci sia una casistica di pazienti comune all’interno delle varie realtà:
– “casi prepatologici”: un primo caso riguarda le persone che non presentano un vero e proprio disturbo diagnosticabile (come per esempio una depressione, attacchi di panico…), ma presentano una difficoltà all’interno della loro vita che provoca malessere e sofferenza (Es: rotture e difficoltà relazionali, licenziamenti, gestione dei figli…)
– psicopatologico “lieve”: un secondo caso riguarda persone che qui per comodità definiamo come persone che presentano una sintomatologia psicopatologica lieve, tra virgolette, pur non essendo assolutamente lieve. Parliamo infatti di depressione, disturbi d’ansia, disturbi alimentari… Purtroppo però attualmente i servizi pubblici si trovano costretti a dare la priorità ai casi psichiatrici gravi, e non hanno le risorse sufficienti per prender in carico queste persone per una psicoterapia, seppur sarebbe di grande beneficio come ampiamente dimostrato dalla letteratura. In alcuni casi vengono offerti al massimo dei cicli di terapia breve (massimo 8-16 colloqui) che però certamente non possono garantire un’efficacia pari a un percorso terapeutico “classico” in cui non si pongono limiti di colloqui, ma ci si prende tutto il tempo necessario per ogni singola persona.
– impossibilità economica: il terzo caso riguarda persone accomunate da una grossa difficoltà economica che evidentemente non possono rivolgersi a un privato troppo oneroso, quindi la possibilità di accedere a dei centri che si occupano di psicoterapia sostenibile è stata per loro decisamente importante.
Senza voler entrare troppo nel merito dei dati, ci teniamo comunque a presentare qualche numero rispetto agli accessi registrati negli ultimi 12 mesi.
Sommando i contatti dei singoli centri si raggiunge un numero di 629 accessi, intesi come presa di un primo contatto con il servizio.
Di questi, circa l’80% si è trasformato in una vera e propria presa in carico; in effetti 488 persone si sono fermate, per un periodo più o meno lungo, per intraprendere un percorso di diagnosi, supporto psicologico o psicoterapia.
Con questi dati non vogliamo giungere a nessuna conclusione, ma vogliamo portare in risalto la necessità effettiva che la popolazione presenta relativamente alla salute mentale, nonostante le varie difficoltà ancora presenti per abbattere il muro del pregiudizio che purtroppo la psicologia e la psicoterapia porta con sé.
La creazione di una Rete di Psicoterapia Sociale nella regione piemontese è attualmente una scommessa, un laboratorio, un work in progress, un grande progetto di alcune realtà che vogliono provare a dare voce al sentimento sempre più diffuso di una psicoterapia che non faccia solo clinica, ma che si prenda cura dei bisogni psicologici e sociali della popolazione, intendendo la psicoterapia come ricerca del benessere individuale e sociale.
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Questo è quello che ci dice un recentissimo studio pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine. Per giungere a tale conclusione un gruppo di ricerca della University of Miami ha esaminato gli effetti del disagio economico sostenuto e percepito sulle funzioni cognitive di uomini e donne (circa 3400 persone) di età compresa tra i 18 e i 30 anni per un periodo compreso tra il 1985 e il 2010.
I partecipanti sono stati suddivisi in quattro gruppi – in base al reddito percepito – e, nel 2010, ad un’età media di 50 anni, hanno sostenuto tre prove che normalmente vengono utilizzate per rilevare il grado di invecchiamento cognitivo (per i neuropsicologi curiosi: il Rey Auditory-Verbal Learning Test, il Digit Symbol Substitution Test e il test di Stroop). Ebbene, esaminando i dati i ricercatori hanno trovato delle forti associazioni tra le ristrettezze economiche e l’invecchiamento cerebrale precoce. Certo, non è detto che per rimediare si riesca a migliorare la propria situazione economica, ma sapere che questa è una variabile rilevante ci può aiutare a meglio strutturare interventi di stimolazione mentale e cognitiva preventive.
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