Il “European Network against the Commercialization and Privatization of Health and Social Protection” e il “People’s Health Movement Europe” hanno organizzato anche quest’anno una mobilitazione il 7 Aprile, la Giornata Internazionale per la Salute, ribattezzata come Giornata contro la Mercificazione della Salute (7 Aprile: #health4all) per ribadire con fermezza che la salute per tutti e tutte può essere raggiunta solo attraverso la solidarietà e l’azione collettiva e una ferma opposizione agli interessi commerciali e privati.
Quest’anno, la giornata dell’azione si svolgerà sulla scia della campagna “Un anno per dire no alla mercificazione della salute. Tutto per la salute!” che condurrà fino alle elezioni del parlamento europeo a maggio.
E’ possibile seguire lo sviluppo della mobilitazione in Italia attraverso il sito italiano dedicato alla campagna.
Anche a Torino, alla soglia delle elezioni sia europee che regionali, abbiamo voluto partecipare a questa mobilitazione per ribadire l’importanza di mantenere alta l’attenzione pubblica su un problema, quello del rapporto tra salute e interessi commerciali, la cui gestione può essere veicolo di uguaglianza ed equità oppure alimentare disuguaglianze sociali e di salute.
Quanto le scelte di salute sono influenzate da interessi economici? Come e in che misura le case farmaceutiche, e più in generale gli interessi privati, hanno voce nella gestione della salute pubblica e nelle abitudini quotidiane di medici e cittadini? Infine come possiamo pensare di riappropriarci della gestione della nostra salute, sia come singoli sia come collettività?
In queste riflessioni il mercato della salute mentale (posti letto, inflazione diagnostica, trattamenti farmacologici e psicologici inappropriati e sottoutilizzo di cure efficaci a basso costo) non rappresenta un’eccezione.
Per questo abbiamo organizzato un momento di dibattito pubblico e la proiezione, in prima nazionale, del documentario “Cause of Death: Unknown”
PROGRAMMA DELLA GIORNATA:
h 16.30: Dibattito pubblico. Interverranno Marco Bobbio su “Profitto e Salute”; Epaminondas Thomos su “Cura e terapia”; Luca Poma su “l’industria del farmaco”.
h 19.00: Proiezione di “Cause of Death: Unknown” – in lingua con sottotitoli
La giornata si terrà presso il Centro Studi Sereno Regis, in via Garibaldi 13, a Torino.
Ingresso gratuito. La sottoscrizione è volontaria per sostenere le spese organizzative dell’evento.
#health4all
CAUSE OF DEATH UNKNOWN è un film documentario della regista Anniken Hoel, che in seguito alla morte della sorella in terapia cronica con farmaci antipsicotici, indaga sui crimini delle industrie farmaceutiche, sulla crescita esponenziale delle diagnosi e delle terapie psichiatriche e sulla corruzione delle agenzie governative di controllo.
Organizzatori:
Rete Psicoterapia Sociale del Piemonte, Psicologia Film Festival, Microclinica Fatih, Medici Senza Bandiere, Collettivo di Psicologia

Da quest’anno lo Sportello – in aggiunta ai percorsi individuali già attivi da diversi anni – offrirà percorsi psicologici e psicoterapeutici di gruppo. Felici di ampliare il nostro bagaglio di servizi, vorremmo condividere con voi alcune riflessioni sul senso e sul significato di queste psicoterapie. E allora…
…perché il gruppo?
Il gruppo è un contenitore. Un insieme di persone si ritrova con cadenza regolare, nello stesso posto, alla stessa ora, per occuparsi di sé. Ci si trova con l’obiettivo comune di conoscersi più in profondità, di lenire o gestire un malessere, di stare meglio. Al di là delle modalità di lavoro, si è in uno spazio di libertà, separato dalla vita quotidiana ed entro cui vigono regole differenti. Si è liberi di esprimersi e non vincolati all’agire concreto, alla prestazione o al risultato immediato. Ci si dispone in cerchio, attorno ad un centro vuoto entro cui virtualmente prenderanno vita i ricordi, i pensieri e gli stati d’animo dei singoli partecipanti. La forma circolare definisce lo spazio rituale fin dalla notte dei tempi: da un lato essa favorisce l’emergere di aspetti via via più profondi, dall’altro ordina e separa lo spazio, delimitando un “dentro” protetto e garantito – ciò che i greci chiamavano témenos, il contenitore sacro che individua uno spazio e un tempo fuori dall’ordinario.
Eccoci dentro, dunque. Individui in gruppo, nello spazio dell’ascolto, della riflessione, dello stare. Qui è possibile un movimento fra il singolo e l’insieme, poli immaginari di una tensione dialettica che alimenta e sostiene l’intero processo. Qui, virtualmente, vengono a sovrapporsi più “gruppi” (più appartenenze e più matrici, per dirla tecnicamente): a un livello, il qui e ora del gruppo – le interazioni presenti, cosa succede o non succede manifestamente; a un altro livello, la storia familiare e culturale di ogni individuo – le sue esperienze di vita, le vicende che porta con sé; ad un altro livello ancora, le singole “gruppalità interne” – i mondi interiori di ciascuno, i suoi personaggi mentali, i suoi molti io. Ogni matrice trova dinamicità nel contenitore del gruppo, strutturalmente adatto alla complessità e alla molteplicità. In questa maniera i partecipanti hanno modo – poco alla volta – di familiarizzare con la loro stessa molteplicità e complessità, dipanando gradualmente le loro trame interiori e gradualmente facendole dialogare con quelle degli altri. Il gruppo diventa quindi la possibilità autentica di incontro con l’altro, con il diverso che è in noi, con ciò che è al di là (e al di sotto) di ciò che per comodità chiamiamo “io”: offrendoci la possibilità di rispecchiarci nelle mille e mille sfaccettature dell’umano, il gruppo terapeutico ci aiuta a riunire i differenti tasselli di noi stessi.
Alcuni tipi di percorso, come lo psicodramma classico, incoraggiano la spontaneità e la creatività ed accompagnano l’individuo nella presa di coscienza delle modalità relazionali con cui sta al mondo, nonché nell’esplorazione di ruoli nuovi e più funzionali alla sua realtà. Gruppi di stampo più analitico, come la gruppoanalisi o lo psicodramma individuativo, pongono invece una maggiore attenzione sulla ricostruzione delle trame familiari e relazionali che stanno alla base della nostra persona attuale, sull’esplorazione del nostro mondo interno, sull’accompagnamento lungo quel processo ideale di diventare se stessi che Jung chiamava individuazione.
Analogamente a quanto ci succede in un percorso di psicoterapia, poco alla volta anche in gruppo ci imbattiamo in intuizioni e prese di coscienza su di noi, tramite la relazione ed il continuo rispecchiamento con gli altri membri. Inizialmente apprendiamo in che modo ci vede l’altro, a cominciare da aspetti più evidenti e di superficie, quindi ricostruiamo che cosa, in noi, suscita determinate osservazioni o reazioni; nel confronto con la nostra storia passata abbiamo poi la possibilità di osservare più profondamente la natura delle nostre difficoltà e del nostro essere odierni, fino a prender consapevolezza del perché tutto ciò accada; è nel dare un senso alla nostra vita che troveremo quindi modalità più autentiche e creative per viverla con pienezza.
La ricerca sui risultati delle psicoterapie di gruppo ci fornisce dati forti a sostegno della loro efficacia. Fra i fattori più rilevanti abbiamo:
- la possibilità di comprendere, tramite gli altri, il nostro modo di stare al mondo (come avviciniamo gli altri, come ci poniamo, cosa può dar fastidio o generare equivoci);
- la costruzione ex novo di relazioni significative con gli altri partecipanti e la comprensione dei nessi fra queste e le nostre relazioni famigliari;
- lo spazio per la catarsi e l’espressione emotiva;
- la costruzione di una coesione e di un senso di appartenenza al gruppo;
- la comprensione di sé (specialmente di quei lati precedentemente sconosciuti o inaccettabili) e la ricostruzione delle vicende passate alla base di chi siamo oggi;
- fattori di natura più esistenziale, come riconoscere profondamente l’universalità della sofferenza e la necessità di assumersi la responsabilità di sé, l’occasione di sperimentare genuinamente sentimenti di speranza e di fiducia nel miglioramento e nella trasformazione delle proprie condizioni, potenziare collettivamente una sensibilità altruistica e solidaristica.
Al suo meglio, il gruppo ci aiuta insomma a conoscerci meglio e a dare senso profondo alla nostra vita e all’esistenza, a incrementare il senso di speranza ed a sentirci parte di una più ampia comunità, a comprendere razionalmente ed emotivamente noi stessi, a sviluppare empatia e sentimenti di gratitudine, compassione e fiducia, a trovare modalità relazionali che fanno star bene noi e chi abbiamo accanto.
Sì, ma in pratica?
I gruppi che nei prossimi mesi cominceranno sono due. Un gruppo analitico, con sessioni di 2 ore e a cadenza settimanale, in cui lavoreremo alternando la parola e l’azione psicodrammatica. Ogni incontro inizierà con un aggiornamento: chi vuole può cominciare condividendo qualcosa – un evento, un sogno, una riflessione: ciò che vuole. La discussione poco a poco prenderà forma, di condivisione in condivisione, seguendo un filo analogo a quello si seguirebbe in una psicoterapia individuale. Ciascuno è libero e invitato a parlare della propria esperienza, di come si sente, degli stati che il gruppo e l’argomento suscitano in lui. Allo stesso tempo nessuno è obbligato ad esporsi o a parlare – il silenzio ha grande valore ed è compito dei conduttori del gruppo prendersi cura e tutelare ogni partecipante nelle sue scelte e atteggiamenti. Nelle fasi centrali dell’incontro potremo ricorrere alla messa in scena di alcuni episodi (ricordi, sogni, immagini…) raccontati da uno dei partecipanti. Si vivrà allora una sorta di teatro psicologico – è quel che chiamiamo psicodramma – tramite cui ridare vita e osservare scene significative, al fine di meglio comprenderle e “metabolizzarle” emotivamente. La fase finale dell’incontro è riservata ai rimandi sulle scene giocate o alle condivisioni rispetto a quanto discusso nella sessione. In chiusura c’è l’osservazione: uno dei conduttori ripercorre brevemente quanto è emerso, sottolineando alcuni punti focali e proponendo spunti di riflessione conclusivi.
Avvieremo poi un secondo gruppo, di natura più espressiva, con incontri di 90 minuti e a cadenza quindicinale, con modalità di lavoro più variegate. Alternando stimoli e strumenti differenti (ad esempio la scrittura, il disegno e l’arte grafica, l’espressione corporea e il gioco psicologico) alleneremo la spontaneità e la creatività, dando ampio spazio all’espressione emotiva e alla condivisione.
Indipendentemente dalla tipologia di gruppo è bene tenere a mente alcune semplici regole di base. Il gruppo è un luogo di cura, ma allo stesso di cui è necessario curarsi. Per questo chiediamo a tutti di rispettare il segreto rispetto a quanto condiviso dagli altri membri. È importante non farsi male, soprattutto (nel nostro caso) in senso emotivo: siamo liberi di esprimerci e di confrontarci, ma nel rispetto dell’altro, senza giudicare o aggredire. È bene aver cura dello spazio e del tempo del gruppo, sia come luogo fisico, sia come spazio mentale (rispettiamo gli orari concordati, avvisiamo se non possiamo venire…). In ogni caso i conduttori sono disponibili a effettuare incontri individuali con i singoli membri, laddove lo si ritenga necessario.
Domande e risposte
“Quante persone ci saranno?”
Lavoreremo in piccolo gruppo, tra i 4 e i 10 partecipanti.
“In che caso sarebbe meglio intraprendere un percorso di gruppo?”
La psicoterapia di gruppo, come efficacia, non è né meglio né peggio di quella individuale, pur avendo caratteristiche differenti. Naturalmente, per indole personale si può avere una preferenza per uno specifico assetto. E non è infrequente che in fasi diverse del percorso si passi dal setting individuale al gruppo o viceversa (talvolta i due percorsi vengono fatti in parallelo). In ogni caso l’inserimento in un gruppo è sempre preceduto da uno o due colloqui individuali, per valutare insieme la strada da prendere.
“Partecipando a un gruppo potrei farmi nuovi amici?”
Durante un percorso di gruppo può certamente capitare che si creino legami profondi fra i partecipanti. In un gruppo analitico chiediamo ai membri di non frequentarsi al di fuori degli incontri (così come è fondamentale non frequentare il proprio terapeuta al di fuori degli spazi della psicoterapia). Può sembrare una regola rigida, ma è una condizione necessaria al buon funzionamento del processo. Diverso è per i gruppi di stampo più espressivo: in questo caso non vi è alcun vincolo ed anzi è senz’altro positivo che nascano amicizie e legami personali.
“Ci sono limiti di età?”
No, se non l’aver raggiunto la maggiore età. Esistono anche gruppi rivolti a bambini e adolescenti, ma al momento stiamo avviando gruppi dedicati agli adulti.
“Per quanto va avanti il gruppo? Devo partecipare a tutti gli incontri?”
Come in una psicoterapia individuale, la durata dell’intervento non è definibile a priori: in genere è bene impegnarsi a partecipare per un tempo non inferiore a un ciclo (cosa che verrà concordata inizialmente con il conduttore). È importante garantire una continuità, al gruppo e a se stessi, specialmente nelle fasi iniziali del percorso. In caso di impossibilità a presentarsi a un incontro è bene avvisare, per dar modo agli altri partecipanti di “averci in mente” lo stesso. Chiaramente si è liberi di interrompere il percorso in qualunque momento; in tal caso chiediamo però – dove possibile – di fare un breve ciclo di chiusura con il gruppo o individualmente con uno dei conduttori, al fine di terminare al meglio il lavoro fatto.
Bibliografia
Cavalitto, S. (2010), Il lavoro di gruppo e la psicologia analitica: alcune note storiche e metodologiche [in Anamorphosis – Gruppi, psicologia analitica e psicodramma, n. 8].
Demetrio, D. (1996), Raccontarsi.
Gasca, G. (2012), Lo psicodramma gruppoanalitico.
Gasca, G. (2017), Origine e sviluppo dello psicodramma analitico individuativo [relazione tenuta al convegno APRAGIP, 6-8 ottobre 2017].
Gasca, G., Gasseau, M. (1991), Lo psicodramma junghiano.
Moreno, J.L. (1947), Il teatro della spontaneità.
Schützenberger, A.A. (2003), Lo psicodramma.
Yalom, I. D. (1970), Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo.

Politica è salute e cultura.
La normativa della Legge di Bilancio che dà la possibilità di lavorare sino a due mesi prima del parto non è piaciuta a Giuseppe Battagliarin, ex primario di Ginecologia e Ostetricia all’ospedale di Rimini e ora presidente della Commissione nascita della Regione Emilia-Romagna. Alcuni giorni fa ha scritto un post sul suo profilo facebook dal sapore ironico in cui analizza la situazione.
Lo riportiamo qui per intero condividendone le preoccupazioni.
“Lavorare fino al parto. A tutte le signore e le ragazze in attesa di un figlio auguro un sereno ed operoso 2019. Per voi questo anno si apre all’insegna della conquista di nuove libertà ( o forse di antiche schiavitù).
Finalmente potrete lavorare, con l’approvazione formale dell’INPS, fino al momento di partorire.
Dopo anni di coercizioni a cui sono state obbligate coloro che vi hanno preceduto dovendosi assentare dal lavoro al 7° o all’8° mese , per colpa delle inutili conquiste ottenute dal movimento delle donne e delle lavoratrici, finalmente potrete lavorare fino all’inizio delle contrazioni del travaglio o alla rottura delle membrane. Premuratevi però di istruire fin d’ora colleghe e colleghi perché in seguito non si preoccupino vedendovi cambiare espressione ed aumentare la frequenza respiratoria per colpa delle contrazioni uterine e soprattutto non dimenticate di tenere a portata di mano pannoloni per assorbire il liquido amniotico evitando di trovarvi inondate e fradice nel bel mezzo di una riunione di lavoro o mentre parlate con un cliente.
Finalmente potete vedere riconosciuta e sancita la vostra innata e fisiologica capacità di essere super donne.
Del resto cosa volete che sia per una donna al nono mese di gravidanza alzarsi il mattino alle 7 ( per le più fortunate) preparare la colazione per la famiglia, pensare al pranzo e alla cena, vestirsi e truccarsi, prendere l’auto o il treno, oppure accalcarsi dentro una metropolitana arrivando trafelate al lavoro, entrare nel proprio ruolo professionale o lavorativo, starci per otto ore, interrompendolo solo per un panino o per raggiungere la mensa quindi ritornare a casa ripetendo l’iter di tortura da trasporti, fare la spesa, cucinare, rassettare la cucina per poi abbattersi sul divano cercando di riposare mentre il bambino ( come fa tutte le sere dopo cena) ti prende a calci cercando la via d’uscita. Se poi siete così coraggiose da essere alla seconda gravidanza a quanto detto dovete “solo” aggiungere anche l’accudimento e la vestizione dell’altro bimbo, l’accompagnamento a scuola e tutto ciò che gli necessita fino a quando andrà a letto.
Il vostro comportamento da super donne deve poi superare piccoli problemi come l’aumento ponderale che all’ultimo mese è compreso (per le più parche) tra i 9 e i 12 Kg quindi si tratta solo di muoversi e lavorare con uno zaino di quel peso (posizionato prevalentemente sulla parte anteriore del corpo); una stasi venosa legata alla vasodilatazione e all’aumento del volume plasmatico ( il cuore pompa il 25% di sangue in più per i bisogni del bambino rispetto ad una donna di pari peso non in gravidanza) che verso sera trasforma le caviglie in un tronchetto informe e fa sentire le gambe come fossero zavorrate; la pancia al massimo del suo volume urta ovunque e vi impedisce a volte di allacciarvi le scarpe e non vi fa vedere dove mettete i piedi con il rischio di cadute; se state supine ( e non ci dovete stare ) vi manca il fiato e avete reflusso gastrico con relativa pirosi; se state su un fianco il bambino scalcia per cui il riposo si trasforma spesso in una lotta mentre la testa del bambino comprime la vescica spingendovi a numerose gite al bagno diurne e notturne.
Lo sappiamo tutti che siete capaci di farlo ma era proprio necessario sancire come normale ciò che tutti i dati in nostro possesso, che derivano da una letteratura immensa e incontestabile, dimostrano che normale non è? Qualcuno poi vi dirà che in fondo oggi i lavori sono più leggeri e possono essere comunque svolti senza pericolo. Peccato che si dimentichi lo stress che spesso vi coglie per dare risposta a tutto ciò che vi viene chiesto che si traduce in liberazione di cortisone ( incremento della glicemia), adrenalina e noradrenalina ( ipertensione e contrazioni uterine )e così via. Ciò che poi stride con il rispetto che sarebbe dovuto alla maternità è che la norma suona come un sottile ed implicito ricatto: “ Ti piacerebbe stare con tuo figlio 5 mesi filati con uno stipendio garantito ……. si vero? Allora lavora fino all’insorgenza del travaglio”. Sono stati davvero generosi i legislatori nell’elargire ciò che era già di vostra proprietà. Una cosa è certa: questa idea non è venuta ad una donna. So bene come è stata abortita ( non userei mai la parola partorita per un atto di questo genere).
Da tempo siete sempre di più artigiane, commercianti, professioniste, stagiste, tirocinanti, ecc., o cosiddette partite IVA e da tempo vi vedete costrette a lavorare per vivere fino a quando la testolina del bimbo affiora ai genitali; da qui qualche sagace onorevole ha pensato che tanto valesse decretare che lavoro e gravidanza possono coesistere qualunque sia l’epoca di gestazione. Invece di immaginare che avreste tratto grande giovamento dalla concessione di un mese in più di congedo retribuito, dopo la nascita del figlio, vi è stato tolto il diritto di godervi l’ultima parte della gravidanza assaporando il piacere di prepararvi ad essere madri pur di poter prolungare il periodo di puerperio di un mese in regime di retribuzione. Preparare il corredino, la stanzetta per il neonato, frequentare gli incontri di accompagnamento al parto per entrare nel giusto stato d’animo e fare prevenzione verso tante possibili anomalie del travaglio-parto per il saggio e dotto legislatore sono cose inutili poiché voi siete donne moderne e quelle cose d’altri tempi, nel terzo millennio, sono facilmente realizzabili in metropolitana usando lo smartphone con l’e-commerce e con la formazione a distanza. Vi sono alcuni dati che vi riguardano che sono sfuggiti all’estensore dell’articolo di legge: le donne italiane hanno uno dei più bassi tassi di riproduzione al mondo e uno dei più alti indici disoccupazione tra i paesi industrializzati. Ciò significa che avremo quindi eroine obbligate ad un pericoloso super lavoro perché desiderano una gravidanza mentre la maggior parte delle altre non potranno permettersi un figlio, pur avendo il tempo di farlo, per mancanza di risorse economiche essendo disoccupate. Davvero singolare questa norma che vi è stata dedicata per incrementare la natalità.
So bene che tutti sosterrano che vi è stata concessa una libertà di cui potrete anche non usufruire, ma siamo certi che i datori di lavoro o i vostri capi non daranno di voi un giudizio negativo qualora decideste di stare a casa dal 7° mese visto che è stata sancito come possibile e normale un regime alternativo? Purtroppo i vostri legislatori nulla sanno di perinatologia così come nulla sanno di paternalismo libertario per cui varrebbe la pena di regalare loro quale strenna per il nuovo anno il libro scritto da Richard Thaler, premio Nobel per l’Economia 2017, nel quale l’autore sottolinea come lo Stato, a cui il diritto assegna il ruolo di “ buon padre di famiglia” deve dare una “spinta gentile” ( in inglese Nudge) per orientare le scelte dei suoi cittadini verso ciò che con certezza sappiamo essere per loro un bene. Questo decreto non è stata una spinta gentile è stato uno spintone che può farvi ruzzolare dalle scale. Non dovete dimenticare un altro aspetto, certamente non secondario, che il nuovo regime introduce.
Chi dovrà decretare la vostra idoneità a lavorare anche al nono mese sollevando da ogni responsabilità il pilatesco legislatore sarà un ginecologo. Già da quando era entrata in vigore la norma che prevedeva la possibilità di lavorare nell’8° mese molti ginecologi, compreso il sottoscritto, si erano sentiti a disagio perché al 6° mese dovevano vaticinare che a distanza di due mesi sareste state in grado di lavorare ( perché la burocrazia essendo lenta e macchinosa pretende che il certificato venga presentato due mesi prima) senza alcun rischio per la vostra salute. Ora lo dobbiamo certificare a distanza di tre mesi sapendo che le possibili patologie del terzo trimestre sono più frequenti e spesso possono essere imprevedibili, prima tra tutti: il parto prematuro. Non si dimentichi infatti che la sua incidenza in Italia è ormai da molti anni ferma al 7%. Vi consiglierei quindi per migliori risultati di consultare il Calendario di Frate Indovino o se conoscete il vostro segno zodiacale e l’ascendente di rivolgervi a Paolo Fox che mi pare di questi tempi sia molto ascoltato.
Vi auguro una nascita come la immaginate invitandovi ad esigere gli spazi e i tempi che ad ognuna di voi e al vostro bambino sono dovuti.”

‘Ho passato l’Esame di Stato…e adesso?’
E’ una tipica espressione di chi finisce il lungo percorso universitario e dopo l’esame di Stato di Psicologia non sa bene come orientarsi. Nascono dubbi, ci si può sentire ‘allo sbaraglio’ e non si sa bene che direzione prendere.
Venerdì 22 febbbraio diamo l’opportunità di creare un luogo di scambio, in cui poter portare i propri dubbi e le proprie paure per condividerle e cercare delle risposte insieme.
Per iscrizione scrivere a informatiascolto@gmail.com
Allegare nella mail d’iscrizione una domanda pertinente all’argomento che tratterà l’incontro

Siamo sempre più consapevoli dell’importanza fondamentale che l’ Esame di Stato per psicologi riveste e delle difficoltà, grandi e piccole che è possibile incontrare, talvolta per mancanza di adeguate informazioni su come affrontare le prove, come prepararsi all’esame, cosa studiare, altre volte, per la forte ansia che può comprensibilmente accompagnare questo momento e altre volte ancora per la difficoltà di trovare spazi di confronto che non alimentino l’ansia.
Per questo, abbiamo strutturato il nostro Corso di Preparazione cercando di andare a fugare le incertezze e fornire tutti gli strumenti necessari per affrontare l’Esame di Stato per psicologi al proprio meglio.
Il programma verterà su spiegazioni delle prove e delle modalità d’esame, esercitazioni e correzioni, indicazioni allo studio, riflessioni su strategie individualizzate; il docente è disponibile anche tra un incontro e l’altro per un tutoraggio individualizzato, correggendo le esercitazioni e dando feedback.
Il corso avrà un taglio prevalentemente pratico e, pur fornendo importanti indicazioni teoriche rispetto a teorie e concetti particolarmente rilevanti per il superamento dell’EdS, verrà data priorità allo sviluppo di abilità e capacità a partire dal confronto con le prove.
I sei incontri si terranno dalle 10.00 alle 12.00 nella giornata del MARTEDI’
Martedì 12 Marzo – Prima Prova (Spiegazione ed esercitazione)
Martedì 19 Marzo – Prima Prova (Correzione e discussione)
Martedì 26 Marzo – Seconda Prova (Spiegazione ed esercitazione)
Martedì 2 Aprile – Seconda Prova (Correzione e discussione)
Martedì 9 Aprile – Terza Prova (Spiegazione ed esercitazione)
Martedì 16 Aprile – Terza Prova (Correzione e discussione) e Prova Orale
COSTO: 30 Euro, da saldare il primo giorno del corso
L’iscrizione al Corso di Preparazione per l’Esame di Stato da diritto ad una riduzione di 10€ sul costo della partecipazione al Laboratorio Pratico sul Primo Colloquio da noi organizzato.
SEDE: Via Pigafetta 44B, Torino (Zona Crocetta)
PER INFO E ISCRIZIONI:
mail: informatiascolto@gmail.com
telefono : 333 / 6995263
Per iscriversi è necessario inviare una mail con oggetto “EdS 2019” indicando Nome, Cognome e Classe di Laurea entro e non oltre l’1 Marzo.
«Quando ti vedo mi prostro davanti a te e alle tue parole,
vedendo la casa astrale della Vergine,
infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
Ipazia sacra, bellezza delle parole,
astro incontaminato della sapiente cultura.»

Riceviamo da Ipazia e pubblichiamo volentieri nella speranza che ciascuno possa vivere in armonia con il proprio corpo.
Ipàzia (in greco antico: Ὑπατία, Hypatía, in latino: Hypatia; Alessandria d’Egitto, 350/370 – Alessandria d’Egitto, marzo 415[1]) è stata una matematica, astronoma e filosofa greca antica. Rappresentante della filosofia neo-platonica,[2] la sua uccisione da parte di una folla di cristiani in tumulto,[3] per alcuni autori composta di monaci detti parabolani,[4] l’ha resa secondo il teosofo Augusto Agabiti una «martire della libertà di pensiero».[5]
Noi occidentali dovremmo emanciparci dall’antico dualismo platonico soma – psiche o, il che è lo stesso, della moderna dicotomia cartesiana res extensa/res cogitans perché, come dice qualcuno, in esso risiede il cancro dell’esistenza, e ripartire dalla considerazione del corpo come sfondo fondamentale di tutti gli eventi psichici.
Quando mi capita di stare male ho l’impressione di non possedere l’esperienza dell’unità del corpo; esso tende a distruggersi in singole parti personalizzate, ognuna a sé, proiettate verso l’esterno come fantasmi. Sento il corpo schiacciato al pavimento, la testa staccata da esso guarda un corpo ingombrante, gli occhi guardano dentro, immanente il panico della caduta. Mi sposto sulla pianta dei piedi con molta attenzione perché il corpo è pesante rigido e quindi fragile. Miracolosamente riesco a salire i gradini dell’autobus, con stupore mi accorgo che non mi sono sbriciolata,la gente è la scena di un film. Quando rientro in me riacquisto l’immagine tridimensionale del mio corpo . Poiché per ognuno di noi il corpo non è solo il risultato di sensazioni e percezioni ma, anche di rappresentazioni non posso omettere la sociologia delle immagini corporee ossia la mia educazione. Ho ricevuto una rigida educazione cattolica con substrato maschilista; il corpo era fonte di peccato quindi di colpa, andava punito e castigato.
Ma andando più indietro, guardando il mio corpo fanciullesco, le natiche costrette tra le ginocchia di mio fratello, su scalinate complici all’interno di un cortile domestico e squallido; poi ancora violato dalla fame, le mascelle continuano a masticare durante il sonno, violato dalla vergogna e da tutte le declinazioni dell’umiliazione, sotto un cielo beffardamente bello nei suoi colori forti come l’acciaio, netti come la lama di un coltello, indifferente e solo come un passaggio a livello.
Sbuccio mandarini sul braciere l’immagine del racconto di me neonata affetta da meningite, mia madre piange come una pazza.
Con la coscienza di poi il corpo non è più origine del male ma la fonte di rappresentazione di cui la psiche si alimenta.
Durante la giovinezza dell’epoca delle passioni, ricordo che a partire dall’interno del corpo e precisamente da stimolazioni interne agiva una forza costante da cui non riuscivo a sottrarmi neppure con la fuga. Solo con il raggiungimento della meta vi era una eliminazione di tale eccitamento.
Se parto dalla considerazione che il mio corpo non è un mero corpo fisico una via di uscita la trovo. Il mio corpo si riconosce a partire dalla molteplicità delle esperienze quotidiane si svela come ciò che si inserisce nel mondo in definitiva è grazie al mio corpo che esiste il mondo.
Come dicono gli esistenzialisti, il corpo si espande, si temporalizza, si mondanizza. Con questa operazione sostituiamo alla tradizionale relazione <<anima – corpo>> la relazione << corpo- mondo>> dove il corpo è aperto intenzionalmente al mondo.
Anche quest’anno sta per iniziare Robe da Matti nella settimana della Salute Mentale e il 10 0ttobre ci sarà il consueto convegno.
L’appuntamento di quest’anno si intitola:” Dove sono finiti i sogni di Basaglia?”e propone di condurre una analisi storica delle dimensioni sociali e politiche che hanno caratterizzato il finire degli anni 70 , analisi, utile ad una lettura della situazione attuale dei servizi, delle loro criticità, dei risultati e delle prospettive future.
Propedeutica al convegno è la mostra fotografica allestita ad Arteficio Via Bligny 18/L che porta il titolo del convegno. Saranno esposte quaranta fotografie sulla situazione della salute mentale in Italia, da Trento a Cagliari, da Roma a Trieste. Un progetto a cura del fotografo Alessio Coser e del giornalista Jacopo Tomasi, con la collaborazione di Erickson.
La mostra sarà visitabile dall’8 al 14 ottobre, orario 11.00-20.00 Arteficio Via Bligny 18/L ingresso gratuito. Il giorno 9 ottobre alle 15 l’incontro con l’autore.
Il programma del convegno è il seguente:

Per iscriversi al convegno occorre registrarsi sul sito https://www.formazionesanitapiemonte.it , link offerta formativa.La partecipazione è gratuita ed aperta a tutti.
E’ con viva e vibrante soddisfazione che possiamo annunciare l’avvio delle iscrizioni al Corso di Preparazione per l’Esame di Stato più efficace e divertente della città e forse del globo!

Siamo consapevoli dell’importanza di questa tappa e dello scoglio che l’ Esame di Stato può rappresentare, talvolta per mancanza di adeguate informazioni su come affrontare le prove, come prepararsi all’esame, cosa studiare, altre volte, per la forte ansia che può comprensibilmente accompagnare questo momento e altre volte ancora per la difficoltà di trovare spazi in cui confrontarsi.
Per questo, abbiamo strutturato il nostro Corso di Preparazione cercando di andare a fugare le incertezze e fornire tutti gli strumenti necessari per affrontare con successo l’ Esame di Stato per psicologi.
Il programma vertirà quindi su spiegazioni delle prove e delle modalità d’esame, esercitazioni e correzioni, indicazioni allo studio, riflessioni su strategie individualizzate; il docente è disponibile anche tra un incontro e l’altro per un tutoraggio, correggendo le esercitazioni e dando feedback.
Il corso avrà un taglio prevalentemente pratico e, pur fornendo importanti indicazioni teoriche rispetto a teorie e concetti particolarmente rilevanti per il superamento dell’EdS, verrà data priorità allo sviluppo di abilità e capacità a partire dal confronto con le prove.
I sei incontri si terranno dalle 11.00 alle 13.00.
VENERDI’ 14 Settembre -Prima Prova (Spiegazione ed esercitazione)
VENERDI’ 21 Settembre -Prima Prova (Correzione e discussione)
VENERDI’ 5 Ottobre-Seconda Prova (Spiegazione ed esercitazione)
VENERDI’ 19 Ottobre -Seconda Prova (Correzione e discussione)
VENERDI’ 26 Ottobre -Terza Prova (Spiegazione ed esercitazione)
VENERDI’ 2 Novembre-Terza Prova (Correzione e discussione) e Prova Orale
COSTO: 30 Euro
SEDE: Via Pigafetta 44B (Zona Crocetta)
PER INFO E ISCRIZIONI:
mail: info@sportellotiascolto.it
telefono : 347 / 1727988

Negli ultimi anni si è spesso sentito parlare di recovery, sia all’interno della comunità scientifica sia tra i non addetti ai lavori; questo termine è diventato ormai di uso comune ma cosa si intende per recovery? La definizione più accreditata di recovery afferma che essa è “un processo profondo e unico di cambiamento delle attitudini, valori, sentimenti, obiettivi, abilità e ruoli. Sentirsi realizzati vivendo una vita soddisfacente, piena di speranza nonostante le limitazioni causate dalla malattia. Recovery comporta lo sviluppo di nuovi significati e apprendimenti nella vita di una persona che cresce e si sviluppa oltre gli effetti catastrofici della condizione patologica” (Anthony, 1993).



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