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#Health4all: il 7 Aprile proiezione e dibattito “Cause of Death: Unknown”

Il “European Network against the Commercialization and Privatization of Health and Social Protection” e il “People’s Health Movement Europe” hanno organizzato anche quest’anno una mobilitazione il 7 Aprile, la Giornata Internazionale per la Salute, ribattezzata come Giornata contro la Mercificazione della Salute (7 Aprile: #health4all) per ribadire con fermezza che la salute per tutti e tutte può essere raggiunta solo attraverso la solidarietà e l’azione collettiva e una ferma opposizione agli interessi commerciali e privati.

Quest’anno, la giornata dell’azione si svolgerà sulla scia della campagna “Un anno per dire no alla mercificazione della salute. Tutto per la salute!” che condurrà fino alle elezioni del parlamento europeo a maggio.
E’ possibile seguire lo sviluppo della mobilitazione in Italia attraverso il  sito italiano dedicato alla campagna.

Anche a Torino, alla soglia delle elezioni sia europee che regionali, abbiamo voluto partecipare a questa mobilitazione per ribadire l’importanza di mantenere alta l’attenzione pubblica su un problema, quello del rapporto tra salute e interessi commerciali, la cui gestione può essere veicolo di uguaglianza ed equità oppure alimentare disuguaglianze sociali e di salute.

Quanto le scelte di salute sono influenzate da interessi economici? Come e in che misura le case farmaceutiche, e più in generale gli interessi privati, hanno voce nella gestione della salute pubblica e nelle abitudini quotidiane di medici e cittadini? Infine come possiamo pensare di riappropriarci della gestione della nostra salute, sia come singoli sia come collettività?
In queste riflessioni il mercato della salute mentale (posti letto, inflazione diagnostica, trattamenti farmacologici e psicologici inappropriati e sottoutilizzo di cure efficaci a basso costo) non rappresenta un’eccezione.

Per questo abbiamo organizzato un momento di dibattito pubblico e la proiezione, in prima nazionale, del documentario “Cause of Death: Unknown”

PROGRAMMA DELLA GIORNATA:

h 16.30: Dibattito pubblico. Interverranno Marco Bobbio su “Profitto e Salute”; Epaminondas Thomos su “Cura e terapia”; Luca Poma su “l’industria del farmaco”.

h 19.00: Proiezione di “Cause of Death: Unknown” – in lingua con sottotitoli

La giornata si terrà presso il Centro Studi Sereno Regis, in via Garibaldi 13, a Torino.
Ingresso gratuito. La sottoscrizione è volontaria per sostenere le spese organizzative dell’evento.
#health4all

CAUSE OF DEATH UNKNOWN è un film documentario della regista Anniken Hoel, che in seguito alla morte della sorella in terapia cronica con farmaci antipsicotici, indaga sui crimini delle industrie farmaceutiche, sulla crescita esponenziale delle diagnosi e delle terapie psichiatriche e sulla corruzione delle agenzie governative di controllo.

Marco Bobbio: autore di “Troppa Medicina. Un uso eccessivo può nuocere alla salute” (2017), primario di Cardiologia all’Ospedale Santa Croce e Carle di Cuneo. Ha lavorato per due anni come ricercatore negli Stati Uniti ed è stato responsabile dei trapianti di cuore a Torino per 15 anni. Ha scritto per Bollati Boringhieri (1993) Leggenda e realtà del colesterolo – Le labili certezze della medicina; con Stefano Cagliano per Donzelli (2005) Rischiare di guarire – Farmaci, sperimentazione, diritti del malato. Per Einaudi ha pubblicato Giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza. Medici e industria (2004), Il malato immaginato. I rischi di una medicina senza limiti (2010), tradotto in Brasile.
 
Epaminondas Thomos: Nato in grecia, studi filosofici in Italia, educatore da 26 anni nei servizi territoriali della salute mentale, fondatore del Laboratorio urbano Mente locale, attualmente socio della coop. La Rondine.
 
Luca Poma: Giornalista e scrittore, autore di libri, saggi e articoli, e socio dell’Unione Nazionale Medico-scientifica d’Informazione, è Professore a contratto all’Università LUMSA di Roma, titolare della prima Cattedra in “Reputation Management” in Italia; dell’insegnamento in Comunicazione d’impresa e gestione della reputazione nel Corso di laurea a doppio titolo “Comunicazione e Digital media” dell’Università di Bologna/Università degli Studi della Repubblica di San Marino; insegna Strategie di comunicazione al Master di 1° livello “Sistemi Sanitari” dell’Università di Milano Bicocca, Digital communication strategy presso la Business School de “Il Sole 24 Ore” di Roma, Crisis communication al Master “Comunicazione, management e nuovi media” dell’Università degli Studi della Repubblica di San Marino, e Digital PR al Master “Marketing Digitale” dell’Università LUMSA di Roma. Insignito nel 2007 della Targa d’Argento del Presidente della Repubblica Italiana, e nel 2011 del “Public Affairs Award” per “L’eccellenza nella comunicazione”. Ha contribuito all’elaborazione e pianificazione delle strategie di comunicazione della Marcia Mondiale per la Pace. Nella XVI Legislatura è stato Consigliere del Ministro degli Esteri della Repubblica Italiana, per il quale ha redatto il piano strategico di comunicazione “MAECOM” e ha coordinato le attività di presenza sul web 2.0 e le più innovative occasioni di promozione e visibilità pubblica del Ministero. Ad aprile 2013, è stato nominato membro del Gruppo di lavoro per l’elaborazione delle policy di comunicazione strategica del Ministero della Difesa della Repubblica Italiana. E’ partner del network per la sostenibilità “Lifegate”; a titolo volontaristico, ricopre inoltre il ruolo di portavoce nazionale del Comitato “Giù le Mani dai Bambini”

Organizzatori:
Rete Psicoterapia Sociale del Piemonte, Psicologia Film Festival, Microclinica Fatih, Medici Senza Bandiere, Collettivo di Psicologia

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Perchè il gruppo? Linee guida per una terapia di gruppo

Da quest’anno lo Sportello – in aggiunta ai percorsi individuali già attivi da diversi anni – offrirà percorsi psicologici e psicoterapeutici di gruppo. Felici di ampliare il nostro bagaglio di servizi, vorremmo condividere con voi alcune riflessioni sul senso e sul significato di queste psicoterapie. E allora…

…perché il gruppo?

Il gruppo è un contenitore. Un insieme di persone si ritrova con cadenza regolare, nello stesso posto, alla stessa ora, per occuparsi di sé. Ci si trova con l’obiettivo comune di conoscersi più in profondità, di lenire o gestire un malessere, di stare meglio. Al di là delle modalità di lavoro, si è in uno spazio di libertà, separato dalla vita quotidiana ed entro cui vigono regole differenti. Si è liberi di esprimersi e non vincolati all’agire concreto, alla prestazione o al risultato immediato. Ci si dispone in cerchio, attorno ad un centro vuoto entro cui virtualmente prenderanno vita i ricordi, i pensieri e gli stati d’animo dei singoli partecipanti. La forma circolare definisce lo spazio rituale fin dalla notte dei tempi: da un lato essa favorisce l’emergere di aspetti via via più profondi, dall’altro ordina e separa lo spazio, delimitando un “dentro” protetto e garantito – ciò che i greci chiamavano témenos, il contenitore sacro che individua uno spazio e un tempo fuori dall’ordinario.

Eccoci dentro, dunque. Individui in gruppo, nello spazio dell’ascolto, della riflessione, dello stare. Qui è possibile un movimento fra il singolo e l’insieme, poli immaginari di una tensione dialettica che alimenta e sostiene l’intero processo. Qui, virtualmente, vengono a sovrapporsi più “gruppi” (più appartenenze e più matrici, per dirla tecnicamente): a un livello, il qui e ora del gruppo – le interazioni presenti, cosa succede o non succede manifestamente; a un altro livello, la storia familiare e culturale di ogni individuo – le sue esperienze di vita, le vicende che porta con sé; ad un altro livello ancora, le singole “gruppalità interne” – i mondi interiori di ciascuno, i suoi personaggi mentali, i suoi molti io. Ogni matrice trova dinamicità nel contenitore del gruppo, strutturalmente adatto alla complessità e alla molteplicità. In questa maniera i partecipanti hanno modo – poco alla volta – di familiarizzare con la loro stessa molteplicità e complessità, dipanando gradualmente le loro trame interiori e gradualmente facendole dialogare con quelle degli altri. Il gruppo diventa quindi la possibilità autentica di incontro con l’altro, con il diverso che è in noi, con ciò che è al di là (e al di sotto) di ciò che per comodità chiamiamo “io”: offrendoci la possibilità di rispecchiarci nelle mille e mille sfaccettature dell’umano, il gruppo terapeutico ci aiuta a riunire i differenti tasselli di noi stessi.

Alcuni tipi di percorso, come lo psicodramma classico, incoraggiano la spontaneità e la creatività ed accompagnano l’individuo nella presa di coscienza delle modalità relazionali con cui sta al mondo, nonché nell’esplorazione di ruoli nuovi e più funzionali alla sua realtà. Gruppi di stampo più analitico, come la gruppoanalisi o lo psicodramma individuativo, pongono invece una maggiore attenzione sulla ricostruzione delle trame familiari e relazionali che stanno alla base della nostra persona attuale, sull’esplorazione del nostro mondo interno, sull’accompagnamento lungo quel processo ideale di diventare se stessi che Jung chiamava individuazione.

Analogamente a quanto ci succede in un percorso di psicoterapia, poco alla volta anche in gruppo ci imbattiamo in intuizioni e prese di coscienza su di noi, tramite la relazione ed il continuo rispecchiamento con gli altri membri. Inizialmente apprendiamo in che modo ci vede l’altro, a cominciare da aspetti più evidenti e di superficie, quindi ricostruiamo che cosa, in noi, suscita determinate osservazioni o reazioni; nel confronto con la nostra storia passata abbiamo poi la possibilità di osservare più profondamente la natura delle nostre difficoltà e del nostro essere odierni, fino a prender consapevolezza del perché tutto ciò accada; è nel dare un senso alla nostra vita che troveremo quindi modalità più autentiche e creative per viverla con pienezza.

La ricerca sui risultati delle psicoterapie di gruppo ci fornisce dati forti a sostegno della loro efficacia. Fra i fattori più rilevanti abbiamo:

  • la possibilità di comprendere, tramite gli altri, il nostro modo di stare al mondo (come avviciniamo gli altri, come ci poniamo, cosa può dar fastidio o generare equivoci);
  • la costruzione ex novo di relazioni significative con gli altri partecipanti e la comprensione dei nessi fra queste e le nostre relazioni famigliari;
  • lo spazio per la catarsi e l’espressione emotiva;
  • la costruzione di una coesione e di un senso di appartenenza al gruppo;
  • la comprensione di sé (specialmente di quei lati precedentemente sconosciuti o inaccettabili) e la ricostruzione delle vicende passate alla base di chi siamo oggi;
  • fattori di natura più esistenziale, come riconoscere profondamente l’universalità della sofferenza e la necessità di assumersi la responsabilità di sé, l’occasione di sperimentare genuinamente sentimenti di speranza e di fiducia nel miglioramento e nella trasformazione delle proprie condizioni, potenziare collettivamente una sensibilità altruistica e solidaristica.

Al suo meglio, il gruppo ci aiuta insomma a conoscerci meglio e a dare senso profondo alla nostra vita e all’esistenza, a incrementare il senso di speranza ed a sentirci parte di una più ampia comunità, a comprendere razionalmente ed emotivamente noi stessi, a sviluppare empatia e sentimenti di gratitudine, compassione e fiducia, a trovare modalità relazionali che fanno star bene noi e chi abbiamo accanto.

Sì, ma in pratica?

I gruppi che nei prossimi mesi cominceranno sono due. Un gruppo analitico, con sessioni di 2 ore e a cadenza settimanale, in cui lavoreremo alternando la parola e l’azione psicodrammatica. Ogni incontro inizierà con un aggiornamento: chi vuole può cominciare condividendo qualcosa – un evento, un sogno, una riflessione: ciò che vuole. La discussione poco a poco prenderà forma, di condivisione in condivisione, seguendo un filo analogo a quello si seguirebbe in una psicoterapia individuale. Ciascuno è libero e invitato a parlare della propria esperienza, di come si sente, degli stati che il gruppo e l’argomento suscitano in lui. Allo stesso tempo nessuno è obbligato ad esporsi o a parlare – il silenzio ha grande valore ed è compito dei conduttori del gruppo prendersi cura e tutelare ogni partecipante nelle sue scelte e atteggiamenti. Nelle fasi centrali dell’incontro potremo ricorrere alla messa in scena di alcuni episodi (ricordi, sogni, immagini…) raccontati da uno dei partecipanti. Si vivrà allora una sorta di teatro psicologico – è quel che chiamiamo psicodramma – tramite cui ridare vita e osservare scene significative, al fine di meglio comprenderle e “metabolizzarle” emotivamente. La fase finale dell’incontro è riservata ai rimandi sulle scene giocate o alle condivisioni rispetto a quanto discusso nella sessione. In chiusura c’è l’osservazione: uno dei conduttori ripercorre brevemente quanto è emerso, sottolineando alcuni punti focali e proponendo spunti di riflessione conclusivi.

Avvieremo poi un secondo gruppo, di natura più espressiva, con incontri di 90 minuti e a cadenza quindicinale, con modalità di lavoro più variegate. Alternando stimoli e strumenti differenti (ad esempio la scrittura, il disegno e l’arte grafica, l’espressione corporea e il gioco psicologico) alleneremo la spontaneità e la creatività, dando ampio spazio all’espressione emotiva e alla condivisione.

Indipendentemente dalla tipologia di gruppo è bene tenere a mente alcune semplici regole di base. Il gruppo è un luogo di cura, ma allo stesso di cui è necessario curarsi. Per questo chiediamo a tutti di rispettare il segreto rispetto a quanto condiviso dagli altri membri. È importante non farsi male, soprattutto (nel nostro caso) in senso emotivo: siamo liberi di esprimerci e di confrontarci, ma nel rispetto dell’altro, senza giudicare o aggredire. È bene aver cura dello spazio e del tempo del gruppo, sia come luogo fisico, sia come spazio mentale (rispettiamo gli orari concordati, avvisiamo se non possiamo venire…). In ogni caso i conduttori sono disponibili a effettuare incontri individuali con i singoli membri, laddove lo si ritenga necessario.

 

Domande e risposte

   “Quante persone ci saranno?”

Lavoreremo in piccolo gruppo, tra i 4 e i 10 partecipanti.

   “In che caso sarebbe meglio intraprendere un percorso di gruppo?”

La psicoterapia di gruppo, come efficacia, non è né meglio né peggio di quella individuale, pur avendo caratteristiche differenti. Naturalmente, per indole personale si può avere una preferenza per uno specifico assetto. E non è infrequente che in fasi diverse del percorso si passi dal setting individuale al gruppo o viceversa (talvolta i due percorsi vengono fatti in parallelo). In ogni caso l’inserimento in un gruppo è sempre preceduto da uno o due colloqui individuali, per valutare insieme la strada da prendere.

   “Partecipando a un gruppo potrei farmi nuovi amici?”

Durante un percorso di gruppo può certamente capitare che si creino legami profondi fra i partecipanti. In un gruppo analitico chiediamo ai membri di non frequentarsi al di fuori degli incontri (così come è fondamentale non frequentare il proprio terapeuta al di fuori degli spazi della psicoterapia). Può sembrare una regola rigida, ma è una condizione necessaria al buon funzionamento del processo. Diverso è per i gruppi di stampo più espressivo: in questo caso non vi è alcun vincolo ed anzi è senz’altro positivo che nascano amicizie e legami personali.

   “Ci sono limiti di età?”

No, se non l’aver raggiunto la maggiore età. Esistono anche gruppi rivolti a bambini e adolescenti, ma al momento stiamo avviando gruppi dedicati agli adulti.

   “Per quanto va avanti il gruppo? Devo partecipare a tutti gli incontri?”

Come in una psicoterapia individuale, la durata dell’intervento non è definibile a priori: in genere è bene impegnarsi a partecipare per un tempo non inferiore a un ciclo (cosa che verrà concordata inizialmente con il conduttore). È importante garantire una continuità, al gruppo e a se stessi, specialmente nelle fasi iniziali del percorso. In caso di impossibilità a presentarsi a un incontro è bene avvisare, per dar modo agli altri partecipanti di “averci in mente” lo stesso. Chiaramente si è liberi di interrompere il percorso in qualunque momento; in tal caso chiediamo però – dove possibile – di fare un breve ciclo di chiusura con il gruppo o individualmente con uno dei conduttori, al fine di terminare al meglio il lavoro fatto.

 

Bibliografia

Cavalitto, S. (2010), Il lavoro di gruppo e la psicologia analitica: alcune note storiche e metodologiche [in Anamorphosis – Gruppi, psicologia analitica e psicodramma, n. 8].

Demetrio, D. (1996), Raccontarsi.

Gasca, G. (2012), Lo psicodramma gruppoanalitico.

Gasca, G. (2017), Origine e sviluppo dello psicodramma analitico individuativo [relazione tenuta al convegno APRAGIP, 6-8 ottobre 2017].

Gasca, G., Gasseau, M. (1991), Lo psicodramma junghiano.

Moreno, J.L. (1947), Il teatro della spontaneità.

Schützenberger, A.A. (2003), Lo psicodramma.

Yalom, I. D. (1970), Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo.

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Politica è salute e cultura: lavorare fino al nono mese?

Politica è salute e cultura.
La normativa della Legge di Bilancio che dà la possibilità di lavorare sino a due mesi prima del parto non è piaciuta a Giuseppe Battagliarin, ex primario di Ginecologia e Ostetricia all’ospedale di Rimini e ora presidente della Commissione nascita della Regione Emilia-Romagna. Alcuni giorni fa ha scritto un post sul suo profilo facebook dal sapore ironico in cui analizza la situazione.

Lo riportiamo qui per intero condividendone le preoccupazioni.

“Lavorare fino al parto. A tutte le signore e le ragazze in attesa di un figlio auguro un sereno ed operoso 2019. Per voi questo anno si apre all’insegna della conquista di nuove libertà ( o forse di antiche schiavitù).

Finalmente potrete lavorare, con l’approvazione formale dell’INPS, fino al momento di partorire.

Dopo anni di coercizioni a cui sono state obbligate coloro che vi hanno preceduto dovendosi assentare dal lavoro al 7° o all’8° mese , per colpa delle inutili conquiste ottenute dal movimento delle donne e delle lavoratrici, finalmente potrete lavorare fino all’inizio delle contrazioni del travaglio o alla rottura delle membrane. Premuratevi però di istruire fin d’ora colleghe e colleghi perché in seguito non si preoccupino vedendovi cambiare espressione ed aumentare la frequenza respiratoria per colpa delle contrazioni uterine e soprattutto non dimenticate di tenere a portata di mano pannoloni per assorbire il liquido amniotico evitando di trovarvi inondate e fradice nel bel mezzo di una riunione di lavoro o mentre parlate con un cliente.
Finalmente potete vedere riconosciuta e sancita la vostra innata e fisiologica capacità di essere super donne.

Del resto cosa volete che sia per una donna al nono mese di gravidanza alzarsi il mattino alle 7 ( per le più fortunate) preparare la colazione per la famiglia, pensare al pranzo e alla cena, vestirsi e truccarsi, prendere l’auto o il treno, oppure accalcarsi dentro una metropolitana arrivando trafelate al lavoro, entrare nel proprio ruolo professionale o lavorativo, starci per otto ore, interrompendolo solo per un panino o per raggiungere la mensa quindi ritornare a casa ripetendo l’iter di tortura da trasporti, fare la spesa, cucinare, rassettare la cucina per poi abbattersi sul divano cercando di riposare mentre il bambino ( come fa tutte le sere dopo cena) ti prende a calci cercando la via d’uscita. Se poi siete così coraggiose da essere alla seconda gravidanza a quanto detto dovete “solo” aggiungere anche l’accudimento e la vestizione dell’altro bimbo, l’accompagnamento a scuola e tutto ciò che gli necessita fino a quando andrà a letto.

Il vostro comportamento da super donne deve poi superare piccoli problemi come l’aumento ponderale che all’ultimo mese è compreso (per le più parche) tra i 9 e i 12 Kg quindi si tratta solo di muoversi e lavorare con uno zaino di quel peso (posizionato prevalentemente sulla parte anteriore del corpo); una stasi venosa legata alla vasodilatazione e all’aumento del volume plasmatico ( il cuore pompa il 25% di sangue in più per i bisogni del bambino rispetto ad una donna di pari peso non in gravidanza) che verso sera trasforma le caviglie in un tronchetto informe e fa sentire le gambe come fossero zavorrate; la pancia al massimo del suo volume urta ovunque e vi impedisce a volte di allacciarvi le scarpe e non vi fa vedere dove mettete i piedi con il rischio di cadute; se state supine ( e non ci dovete stare ) vi manca il fiato e avete reflusso gastrico con relativa pirosi; se state su un fianco il bambino scalcia per cui il riposo si trasforma spesso in una lotta mentre la testa del bambino comprime la vescica spingendovi a numerose gite al bagno diurne e notturne.

Lo sappiamo tutti che siete capaci di farlo ma era proprio necessario sancire come normale ciò che tutti i dati in nostro possesso, che derivano da una letteratura immensa e incontestabile, dimostrano che normale non è? Qualcuno poi vi dirà che in fondo oggi i lavori sono più leggeri e possono essere comunque svolti senza pericolo. Peccato che si dimentichi lo stress che spesso vi coglie per dare risposta a tutto ciò che vi viene chiesto che si traduce in liberazione di cortisone ( incremento della glicemia), adrenalina e noradrenalina ( ipertensione e contrazioni uterine )e così via. Ciò che poi stride con il rispetto che sarebbe dovuto alla maternità è che la norma suona come un sottile ed implicito ricatto: “ Ti piacerebbe stare con tuo figlio 5 mesi filati con uno stipendio garantito ……. si vero? Allora lavora fino all’insorgenza del travaglio”. Sono stati davvero generosi i legislatori nell’elargire ciò che era già di vostra proprietà. Una cosa è certa: questa idea non è venuta ad una donna. So bene come è stata abortita ( non userei mai la parola partorita per un atto di questo genere).

Da tempo siete sempre di più artigiane, commercianti, professioniste, stagiste, tirocinanti, ecc., o cosiddette partite IVA e da tempo vi vedete costrette a lavorare per vivere fino a quando la testolina del bimbo affiora ai genitali; da qui qualche sagace onorevole ha pensato che tanto valesse decretare che lavoro e gravidanza possono coesistere qualunque sia l’epoca di gestazione. Invece di immaginare che avreste tratto grande giovamento dalla concessione di un mese in più di congedo retribuito, dopo la nascita del figlio, vi è stato tolto il diritto di godervi l’ultima parte della gravidanza assaporando il piacere di prepararvi ad essere madri pur di poter prolungare il periodo di puerperio di un mese in regime di retribuzione. Preparare il corredino, la stanzetta per il neonato, frequentare gli incontri di accompagnamento al parto per entrare nel giusto stato d’animo e fare prevenzione verso tante possibili anomalie del travaglio-parto per il saggio e dotto legislatore sono cose inutili poiché voi siete donne moderne e quelle cose d’altri tempi, nel terzo millennio, sono facilmente realizzabili in metropolitana usando lo smartphone con l’e-commerce e con la formazione a distanza. Vi sono alcuni dati che vi riguardano che sono sfuggiti all’estensore dell’articolo di legge: le donne italiane hanno uno dei più bassi tassi di riproduzione al mondo e uno dei più alti indici disoccupazione tra i paesi industrializzati. Ciò significa che avremo quindi eroine obbligate ad un pericoloso super lavoro perché desiderano una gravidanza mentre la maggior parte delle altre non potranno permettersi un figlio, pur avendo il tempo di farlo, per mancanza di risorse economiche essendo disoccupate. Davvero singolare questa norma che vi è stata dedicata per incrementare la natalità.

So bene che tutti sosterrano che vi è stata concessa una libertà di cui potrete anche non usufruire, ma siamo certi che i datori di lavoro o i vostri capi non daranno di voi un giudizio negativo qualora decideste di stare a casa dal 7° mese visto che è stata sancito come possibile e normale un regime alternativo? Purtroppo i vostri legislatori nulla sanno di perinatologia così come nulla sanno di paternalismo libertario per cui varrebbe la pena di regalare loro quale strenna per il nuovo anno il libro scritto da Richard Thaler, premio Nobel per l’Economia 2017, nel quale l’autore sottolinea come lo Stato, a cui il diritto assegna il ruolo di “ buon padre di famiglia” deve dare una “spinta gentile” ( in inglese Nudge) per orientare le scelte dei suoi cittadini verso ciò che con certezza sappiamo essere per loro un bene. Questo decreto non è stata una spinta gentile è stato uno spintone che può farvi ruzzolare dalle scale. Non dovete dimenticare un altro aspetto, certamente non secondario, che il nuovo regime introduce.
Chi dovrà decretare la vostra idoneità a lavorare anche al nono mese sollevando da ogni responsabilità il pilatesco legislatore sarà un ginecologo. Già da quando era entrata in vigore la norma che prevedeva la possibilità di lavorare nell’8° mese molti ginecologi, compreso il sottoscritto, si erano sentiti a disagio perché al 6° mese dovevano vaticinare che a distanza di due mesi sareste state in grado di lavorare ( perché la burocrazia essendo lenta e macchinosa pretende che il certificato venga presentato due mesi prima) senza alcun rischio per la vostra salute. Ora lo dobbiamo certificare a distanza di tre mesi sapendo che le possibili patologie del terzo trimestre sono più frequenti e spesso possono essere imprevedibili, prima tra tutti: il parto prematuro. Non si dimentichi infatti che la sua incidenza in Italia è ormai da molti anni ferma al 7%. Vi consiglierei quindi per migliori risultati di consultare il Calendario di Frate Indovino o se conoscete il vostro segno zodiacale e l’ascendente di rivolgervi a Paolo Fox che mi pare di questi tempi sia molto ascoltato.

Vi auguro una nascita come la immaginate invitandovi ad esigere gli spazi e i tempi che ad ognuna di voi e al vostro bambino sono dovuti.”

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Ho passato l’Esame di Stato….E adesso? Parliamone!

‘Ho passato l’Esame di Stato…e adesso?’
E’ una tipica espressione di chi finisce il lungo percorso universitario e dopo l’esame di Stato di Psicologia non sa bene come orientarsi. Nascono dubbi, ci si può sentire ‘allo sbaraglio’ e non si sa bene che direzione prendere.

Venerdì 22 febbbraio diamo l’opportunità di creare un luogo di scambio, in cui poter portare i propri dubbi e le proprie paure per condividerle e cercare delle risposte insieme.

Per iscrizione scrivere a informatiascolto@gmail.com
Allegare nella mail d’iscrizione una domanda pertinente all’argomento che tratterà l’incontro

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Corso di Preparazione Esame di Stato per Psicologi- VIII° Edizione

 

Siamo sempre più consapevoli dell’importanza fondamentale che l’ Esame di Stato per psicologi riveste e delle difficoltà, grandi e piccole che è possibile incontrare, talvolta per mancanza di adeguate informazioni su come affrontare le prove, come prepararsi all’esame, cosa studiare, altre volte, per la forte ansia che può comprensibilmente accompagnare questo momento e altre volte ancora per la difficoltà di trovare spazi di confronto che non alimentino l’ansia.

Per questo, abbiamo strutturato il nostro Corso di Preparazione cercando di andare a fugare le incertezze e fornire tutti gli strumenti necessari per affrontare l’Esame di Stato per psicologi al proprio meglio.

Il programma verterà su spiegazioni delle prove e delle modalità d’esame, esercitazioni e correzioni, indicazioni allo studio, riflessioni su strategie individualizzate; il docente è disponibile anche tra un incontro e l’altro per un tutoraggio individualizzato, correggendo le esercitazioni e dando feedback.

Il corso avrà un taglio prevalentemente pratico e, pur fornendo importanti indicazioni teoriche rispetto a teorie e concetti particolarmente rilevanti per il superamento dell’EdS, verrà data priorità allo sviluppo di abilità e capacità a partire dal confronto con le prove.

I sei incontri si terranno dalle 10.00 alle 12.00 nella giornata del MARTEDI’

Martedì 12 Marzo – Prima Prova (Spiegazione ed esercitazione)
Martedì 19 Marzo – Prima Prova (Correzione e discussione)
Martedì 26 Marzo – Seconda Prova (Spiegazione ed esercitazione)
Martedì 2 Aprile – Seconda Prova (Correzione e discussione)
Martedì 9 Aprile – Terza Prova (Spiegazione ed esercitazione)
Martedì 16 Aprile – Terza Prova (Correzione e discussione) e Prova Orale

COSTO: 30 Euro, da saldare il primo giorno del corso
L’iscrizione al Corso di Preparazione per l’Esame di Stato da diritto ad una riduzione di 10€ sul costo della partecipazione al Laboratorio Pratico sul Primo Colloquio da noi organizzato.

SEDE: Via Pigafetta 44B, Torino (Zona Crocetta)

PER INFO E ISCRIZIONI:
mail: informatiascolto@gmail.com
telefono : 333 / 6995263

Per iscriversi è necessario inviare una mail con oggetto “EdS 2019” indicando Nome, Cognome e Classe di Laurea entro e non oltre l’1 Marzo.

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DE-ISTITUZIONALIZZARE LA RELAZIONE TERAPEUTICA TRA MOVIMENTO BASAGLIANO E RECOVERY

Negli ultimi anni si è spesso sentito parlare di recovery, sia all’interno della comunità scientifica sia tra i non addetti ai lavori; questo termine è diventato ormai di uso comune ma cosa si intende per recovery? La definizione più accreditata di recovery afferma che essa è “un processo profondo e unico di cambiamento delle attitudini, valori, sentimenti, obiettivi, abilità e ruoli. Sentirsi realizzati vivendo una vita soddisfacente, piena di speranza nonostante le limitazioni causate dalla malattia. Recovery comporta lo sviluppo di nuovi significati e apprendimenti nella vita di una persona che cresce e si sviluppa oltre gli effetti catastrofici della condizione patologica” (Anthony, 1993).

Il termine, in realtà, non possiede un esatto equivalente nella lingua italiana e non è semplicemente traducibile con la parola “guarigione”, ma piuttosto con forme verbali riflessive quali ad esempio il verbo “riappropriarsi” o “riaversi”. A differenza del verbo guarire, “recovery” implica un’idea di processo, di percorso evolutivo e di “viaggio” personale che riguarda l’intera vita della persona. Non si tratta di un ritorno ad una condizione precedente l’insorgere del disturbo, intesa come remissione dei sintomi psicopatologici e/o di funzionamento sociale, ma di un processo di cambiamento personale e di riappropriazione del controllo sulla propria vita, di rafforzamento di una attitudine positiva rispetto ad una propria progettualità attraverso l’accesso alle opportunità sociali, allo sviluppo di nuove abilità e competenze, all’avere potere contrattuale e all’essere responsabili nella cura di se stessi.

Secondo l’American Psychiatric Association, il concetto di recovery enfatizza la capacità della persona di avere speranza e di condurre una vita significativa. Spesso i pazienti sentono di non avere alcun potere di auto-determinazione e tale mancanza interferisce con l’acquisizione ed il mantenimento di un buono stato di equilibrio e salute mentale. I migliori risultati si ottengono invece quando il soggetto sente che le decisioni vengono prese con rispetto del suo bagaglio culturale, spirituale e di credenze. Questo approccio si focalizza sul benessere e sulla resilienza e incentiva i soggetti a partecipare attivamente al proprio percorso di cura.

Nel Piano di Azione Globale per la Salute Mentale 2013-2020 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) si legge: “è importante offrire trattamenti orientati alla recovery in cui sia prevista la partecipazione attiva di tutti gli stakeholder coinvolti, al fine di offrire alle persone la possibilità di vivere una vita piena a produttiva all’interno della comunità.” E così anche nel Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale : ”viene raccomandato un modello di approccio che dovrebbe garantire: servizi flessibili, orientati sui bisogni e sulle persone, recovery-oriented”.

Oggi il movimento per la recovery sembra dunque rivestire un ruolo importante nell’ambito delle politiche sociali e sanitarie e sembra avere una tale risonanza da riportarci, alla mente, un altro movimento che ha avuto, storicamente, una simile portata: il movimento anti-manicomiale e anti-istituzionale promosso da Basaglia in Italia.  Allora sorge spontanea una domanda: pur essendo i momenti storici, gli attori, le modalità e le filosofie di partenza diversi tra loro, esistono dei punti di contatto, per dirla brevemente, tra recovery e Basaglia? O ancor meglio, il movimento anti-istituzionale può essere considerato ciò che ha gettato le basi e le fondamenta, l’apripista del movimento per la recovery?

Il movimento per la recovery ha avuto il suo boom negli anni Ottanta e Novanta, grazie a una serie di scritti e resoconti di utenti che iniziarono a essere pubblicati e circolare all’interno della comunità scientifica e non. In questi scritti le persone con una storia di malattia mentale descrivevano la propria esperienza in termini di perdita: di benessere, di identità, di potere, di diritti, di soggettività, di scelta… Non è la malattia in sé a causare queste perdite, bensì le conseguenze dell’aver assunto il ruolo di malato. Questa considerazione attirò l’attenzione del mondo accademico e professionale, perché gli utenti sembravano mettere in luce gli effetti iatrogeni degli ambienti di cura, la mancanza di opportunità di autodeterminazione, le speranze infrante e i risvolti negativi che tutto ciò ha sul senso di sé.

Il movimento per la recovery contrappone quindi, ai paradigmi classici della psichiatria e al riduzionismo medico-biologico, il ruolo attivo della persona e la sua esistenza concreta. L’enfasi sulle determinanti sia soggettive che sociali della malattia implica la necessità di considerare il malato come soggetto individuale e collettivo, con una molteplicità di bisogni che i servizi non possono trascurare. Anche Basaglia aveva speso gran parte del proprio lavoro a chiamare in causa e criticare i modelli interpretativi della psichiatria e il concetto stesso di malattia, perché partire da queste premesse è la pre-condizione per strutturare e organizzare servizi che favoriscano i processi di guarigione clinica e sociale.

Da oltre 30 anni ormai osserviamo lo stallo della ricerca in psichiatria e la crisi dei modelli scientifici positivistici mentre la recovery ha dimostrato quanto ampi e vari possono essere i modi con cui le persone affrontano i problemi di salute mentale, quanto diversificati siano i supporti possibili. Il tentativo è quello di ricondurre al sociale e all’umano i temi della malattia e della salute mentale, restituire al malato la sua soggettività che significa, innanzitutto, restituirgli la responsabilità della propria salute.

Nelle Conferenze brasiliane Basaglia scriveva: “Certamente una delle terapie più importanti per combattere la follia è la libertà. Quando un uomo è libero, quando ha il possesso di se stesso e della propria vita, gli è più facile combattere la follia”(Basaglia, 2000). Libertà significa emancipazione, libertà significa riacquisizione del potere che ciascuna persona ha, dal momento in cui viene al mondo. Dal momento della sua venuta al mondo, ciascun uomo è un uomo totale, è un essere sociale, relazionale, economico e politico, ed è con questa essenza, nella sua integrità, che i servizi devono rapportarsi. Rimettere in campo le questioni del denaro, della casa, del lavoro, delle relazioni, del potere significa ritornare ai bisogni primari degli uomini, senza i quali non è possibile parlare di salute né di malattia. Il processo di recovery tenta di trovare risposte e soluzioni a bisogni che non sono mai solo individuali ma sono sempre mediati dall’organizzazione sociale ed espressi nei modi che quella organizzazione sociale ha sancito.

La recovery è un processo che passa dal riposizionare il rapporto della persona non solo con la malattia, ma soprattutto, in senso più ampio, con la vita, perché salute e malattia non sono un fatto individuale ma interpersonale e sociale, tanto che Basaglia definiva la guarigione come “un fatto economico-sociale più che tecnico-scientifico” (Basaglia, 1969). Se il focus diventa il rapporto con la vita, allora anche la malattia può ritrovare il suo posto come parte della vita, come esperienza umana a cui tutti siamo soggetti. La vita è quel grande palcoscenico sul quale tutti ci muoviamo e in questo movimento il nostro rapporto con la salute e la malattia deve poter rimanere dialettico, deve poter farci permanere nella posizione di soggetti attivi e non di oggetti passivi. Così scriveva Basaglia: “Se l’assistito si riappropria della sua vita riconquista la possibilità di essere curato come un diritto che gli spetta e non come una concessione” (Basaglia, 1975).

Il movimento anti-isituzionale ha posto con forza i concetti di partecipazione ed emancipazione: partecipare al proprio percorso di cura quando si è in condizioni di malattia e prendere parte ai processi decisionali emancipa il soggetto dalla condizione di non libertà che è propria del ruolo di malato (e non della malattia!) e porta al recupero di un senso di appartenenza a una comunità e quindi alla costruzione e al rafforzamento di una identità sociale.

Questo processo non può avvenire senza cambiamenti sociali e politici e in particolare non può avvenire senza un cambiamento e un riposizionamento dei servizi di salute mentale che hanno il ruolo di promuovere il senso di responsabilità e autodeterminazione delle persone.

“Qualsiasi tipo di organizzazione che non tenga conto del malato nel suo libero, personale porsi nel mondo, fallirà il suo compito, perché agirà su di lui come una forza negativa anche se apparentemente tesa alla sua guarigione” (Basaglia, 1965). Quando parla di forza negativa, Basaglia si riferisce al permanere nel rapporto dominatore/dominato, controllore/controllato. La fuoriuscita da questa logica è l’obiettivo del processo di recovery: se il termine “recovery” significa riappropriazione, ciò di cui ci possiamo/dobbiamo riappropriare sono i rapporti, in primo luogo il rapporto tra chi cura e chi è curato, tra chi eroga e chi utilizza i servizi, ma anche i rapporti, in generale, tra cittadini che vivono nella stessa comunità e di quella comunità sono responsabili.

Il punto in comune di più grande interesse tra recovery e movimento anti-manicomiale forse è questo: promuovere la deistituzionalizzazione della relazione terapeutica come forma di relazione all’interno del quale esistono delle posizioni e dei poteri che possono essere utilizzati a favore o contro il processo di guarigione. L’istituzione, come ci ha insegnato bene Basaglia, non è nelle mura dei manicomi, luoghi oggi chiusi e quasi dimenticati, ma è nei nostri camici, nei nostri studi, nei nostri libri e manuali, è nei nostri ruoli, nelle nostre menti. Deistituzionalizzare la relazione terapeutica non significa eliminare o cancellare o ignorare l’esistenza del potere, bensì riconoscerlo in tutte le sue sfumature: significa, per l’operatore della salute mentale, fare un passo indietro e riconoscere il potere di trasformazione dell’altro. Fare i conti, nel campo delle forze in gioco, con il sapere e il potere dell’altro e anche porre dei limiti alle proprie presunzioni di potere e sapere.

Non è, in fondo, così importante per noi stabilire se le radici del movimento per la recovery siano da rintracciare nel lavoro di Basaglia in Italia, quel che conta è che il processo di recovery, che così profondamente ci pare legato al movimento di deistituzionalizzazione nato in Italia, non è solo un obiettivo dei piani globali e nazionali di salute mentale, né tantomeno può configurarsi come una moda degli ultimi anni ma è, a nostro parere, una sfida che riguarda tutti.

Nella pratica clinica, sin dalla sua nascita, lo Sportello TiAscolto tenta di promuovere questo riposizionamento all’interno della relazione terapeutica: la flessibilità, la contrattazione e la negoziazione della tariffa, che contraddistinguono il nostro servizio, non sono meramente un fatto economico o una modalità di proporre terapie low-cost; piuttosto hanno a che fare con il riconoscere che qualunque soggetto ha uno spazio esistenziale all’interno della relazione con il terapeuta e che quello spazio è uno spazio di sapere e di potere (oltre che di bisogni concreti e reali dai quali l’ambiente di cura non può prescindere) che spesso però è declinato come uno spazio di disuguali possibilità. Così come accade nell’istituzione, anche nella relazione terapeutica possiamo (e scegliamo) di portare avanti una politica di disuguaglianza oppure una di equità. La scelta dello Sportello in questo è forte e determinata: la relazione per noi può dirsi collaborativa quando da parte di entrambi, paziente e terapeuta, c’è un reciproco riconoscimento di questo spazio e quindi del proprio diritto di potere e di sapere. Come asseriva Basaglia: “La terapia ha senso quando c’è reciprocità tra il malato e il medico” (Basaglia, 2000).

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Anthony, W. A. (1993). Recovery from mental illness: The guiding vision of the mental health service system in the 1990s. Psychosocial Rehabilitation Journal, 16(4), 11-23.

Basaglia, F. (2000). Conferenze brasiliane. Raffaello Cortina, Milano

Basaglia, F. (1975). Il concetto di salute e malattia. In collaborazione con Giannichedda M.G. e Ongaro Basaglia F. in Scritti II, Dall’apertura del manicomio alla nuova legge sull’assistenza psichiatrica. Einaudi, Torino, 1982.

Basaglia, F. (1969). Introduzione a Morire di classe. In Scritti II, Dall’apertura del manicomio alla nuova legge sull’assistenza psichiatrica. Einaudi, Torino, 1982.

Basaglia, F. (1965). Potere e istituzionalizzazione. In Scritti I, Dalla psichiatria fenomenologica all’esperienza di Gorizia. Einaudi, Torino, 1982.

A cura di Maone, A. e D’Avanzo, B. (2015). Recovery. Nuovi paradigmi per la salute mentale. Raffaello Cortina, Milano

SITOGRAFIA

http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_1905_allegato.pdf

http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2448_allegato.pdf

 

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Sugar Tax: opportunità e limiti. La posizione della Rete Sostenibilità e Salute.

Sugar tax: opportunità e limiti. La posizione della Rete Sostenibilità e Salute

Il Segretariato Italiano Studenti in Medicina – SISM comunica la sua adesione alla lettera del Fatto (1) rivolta al Ministero della Salute che invita all’introduzione della cosiddetta sugar tax e a politiche che regolino le pubblicità di bevande e alimenti rivolte a bambini ed adolescenti, sottolineando tuttavia l’importanza che tale norma sia inserita in un piano d’azione più ampio per promuovere stili di vita sani.

Il motivo della nostra adesione risiede nell’emergenza epidemiologica che la popolazione mondiale, inclusa quella italiana, si trova ad affrontare: l’aumento esponenziale della percentuale di soggetti in sovrappeso ed obesi, nonché delle patologie correlate a questa condizione, primo fra tutti il diabete. In Italia tre bambini su dieci sono in condizioni di sovrappeso o obesità (1 su 10 è obeso, il 21% in sovrappeso) con maggiore prevalenza al Sud, secondo i dati, riferiti al 2016, del sistema di sorveglianza nazionale Okkio alla salute (2). Queste stime sono ancora più rilevanti se si considera che il 60% dei bambini in eccesso ponderale prima della pubertà lo saranno anche da adulti. Secondo il rapporto Osservasalute 2016 (3), risulta in sovrappeso il 35,3% della popolazione adulta italiana, mentre una persona su dieci è obesa (9,8%).

Il SISM si pone fra i suoi obiettivi primari la promozione della salute, intesa come benessere fisico, mentale e sociale e non come semplice assenza di malattia. In linea con questa volontà, riteniamo di fondamentale importanza promuovere stili di vita sani con maggiore attenzione all’alimentazione ed all’attività fisica, con particolare riguardo alle fasce più deboli della popolazione, nelle quali si osserva una maggiore prevalenza di obesità e diabete. L’OMS suggerisce per questo, all’interno delle raccomandazioni per contrastare l’obesità, di mantenere l’assunzione di zuccheri inferiori del 10% rispetto al totale delle calorie introdotte (4).

Riteniamo che l’introduzione della sugar tax, indipendentemente dalla provenienza geografica dello zucchero in questione, possa rappresentare un primo passo per combattere in modo concreto questa emergenza sanitaria: come dimostrato infatti dall’esempio di altri paesi dal Messico al Regno Unito, la presenza di questa tassa ha portato alla riduzione nel consumo di bevande zuccherate e cibi ad alto contenuto di zucchero, che giocano un ruolo chiave nella predisposizione allo sviluppo dell’obesità e delle patologie ad essa correlata, in particolare il diabete (5). In particolare, il modello di riferimento sarebbe la norma inglese Soft Drinks Industry Levy, che impone una tassa progressiva fino al 20% per le bevande zuccherate in base alla quantità di zuccheri in esse contenuta e restrizioni alle pubblicità rivolte ai bambini con un profilo alimentare sbilanciato. In questa norma, è prevista una tassazione per le industrie, differenziando adeguatamente in base al tipo di prodotto ed alle dimensioni dell’azienda, che producono tali prodotti al fine di coinvolgere anche il settore industriale in un’azione congiunta per il benessere della popolazione (6). Il SISM tiene a sottolineare come questa misura possa essere più efficace nella lotta all’obesità se sarà inserita all’interno di un programma di interventi di più ampio respiro, che potrebbero essere in parte finanziati proprio dai fondi ricavati dalla tassa stessa, quali:

– incentivare il consumo di prodotti alimentari più sani con uno sgravio fiscale, in particolare per le fasce di popolazione con basso stato socioeconomico;

– promuovere un’alimentazione sana, sia attraverso campagne pubblicitarie sia attraverso interventi educativi trasversali fin dalle scuole primarie;

– favorire l’attività fisica, in particolare nelle scuole, anche con incentivi fiscali per le famiglie con difficoltà economiche;

– promuovere l’allattamento materno al seno, attraverso campagne di sensibilizzazione sia a livello dei servizi sanitari ospedalieri e territoriali che per mezzo dei mass media.

Molti studi dimostrano infatti che l’approccio più efficace per prevenire l’insorgenza del diabete e per evitare l’eccesso ponderale sia concentrarsi su pattern alimentari bilanciati, considerando quindi il regime alimentare nella sua interezza (7); svolgere regolarmente attività fisica è inoltre un elemento fondamentale per mantenere il proprio benessere e prevenire tali condizioni (8).

Il SISM ritiene infine che il benessere della popolazione non debba essere solo interesse del settore sanitario, che oggi contribuisce soltanto per il 10 – 15% (9) a determinare il suo stato salute, ma anche di tutta la classe politica e della società civile.

1 https://ilfattoalimentare.it/appello-sugar-tax-ministero-zucchero.html

2 http://www.epicentro.iss.it/okkioallasalute/dati2016.asp
3 http://www.epicentro.iss.it/problemi/obesita/EpidItalia.asp

4 Diet, nutrition and the prevention of chronic diseases. Report of a joint WHO/FAO expert consultation. 2003

5 Imamura F, O’Connor L, Ye Z, Mursu J, Hayashino Y, Bhupathiraju SN, et al. Consumption of sugar sweetened beverages, artificially sweetened beverages, and fruit juice and incidence of type 2 diabetes:
systematic review, meta-analysis, and estimation of population attributable fraction. BMJ. 2015

6 https://www.gov.uk/government/publications/soft-drinks-industry-levy/soft-drinks-industry-levy
7 Mozaffarian D. Dietary and policy priorities for cardiovascular disease, diabetes, and obesity: a comprehensive review. Circulation. 2016;
Ley SH, Hamdy O, Mohan V, Hu FB. Prevention and management of type 2 diabetes: Dietary components and nutritional strategies. Lancet. 2014

8 World Health Organization. Global Report on Diabetes 2016

9 http://www.docente.unicas.it/useruploads/000487/files/2003_marmot_determinanti_sociali_della_salute.pdf

Questo comunicato è firmato dal SISM – Segretariato Italiano Studenti in Medicina e dalle associazioni seguenti che fanno parte della Rete Sostenibilità e Salute:

Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia

Associazione per la Decrescita

Associazione per la Medicina Centrata sulla Persona ONLUS-Ente Morale

Associazione Scientifica Andria

Centro Salute Internazionale-Università di Bologna

Giù le Mani dai Bambini ONLUS

Medicina Democratica ONLUS

Movimento per la Decrescita Felice

NoGrazie

Osservatorio Italiano sulla Salute Globale

Osservatorio e Metodi per la Salute, Università di Milano-Bicocca

People’s Health Movement

Psichiatria Democratica

Rete Arte e Medicina

Rete Mediterranea per l’Umanizzazione della Medicina

Slow Food Italia

Slow Medicine

SIMP Società Italiana di Medicina Psicosomatica

Italia che cambia

Vivere sostenibile

Fondazione allineare sanità e salute

Federspecializzandi

Sportello Ti Ascolto – Rete di Psicoterapia sociale

ASSIS- Associazione di studi e informazione sulla salute

SISM Segretariato Italiano Studenti Medicina

Ufficio Nazionale: Padiglione Nuove Patologie, Policlinico Sant’Orsola, Via Massarenti 9, 40138 Bologna

tel/fax: +39 051 399507; email: info@sism.org; web: http://www.nazionale.sism.org;

Codice Fiscale: 92009880375.

Bologna, 21 dicembre 2018

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Ridateci Basaglia! Riflessioni sull’urgenza di una ri-contestualizzazione basagliana

DaSaluteInternazionale

Quello che sta per terminare è un anno simbolicamente importantissimo per chi si occupa di tutela della salute: 40 anni da Alma Ata e del suo contributo per lo sviluppo delle cure primarie; 70 anni del NHS, primo sistema sanitario universalistico, gratuito, finanziato tramite imposte ma anche i 40 anni della Legge 180, della 194 e, sopratutto, dell’istituzione del nostro SSN.

L’aspetto che maggiormente stupisce in queste ricorrenze è la difficoltà incontrata, oggi, nel riuscire a rinnovare, con lo stesso fiducioso slancio verso il futuro, gli impegni veicolati da questi traguardi storici: la tenacia che ha portato al raggiungimento di tali conquiste, lì sembra essersi esaurita, nella loro formalizzazione. Quelli che dovevano rappresentare punti di partenza per l’avvio di processi a venire rischiano di tramutarsi, oggi, in punti di arrivo, da difendere ad oltranza, rendendone inimmaginabile la possibilità di un effettivo rilancio.

Prendiamo Basaglia: promulgata la legge, il movimento di lotta di cui è stato catalizzatore sembra essersi sopito. Scambiato il prodotto del suo lavoro con l’intenzione e lo spirito da cui era mosso, il messaggio rischia di apparire, nella pratica, depotenziato, morto. Entrando nel discorso basagliano, alle origini di quell’intima viscerale sensazione di sdegno poi messa al servizio della lotta collettiva comunitaria emerge, su tutte, una ferma consapevolezza attorno a cui ruota ogni pratica: la salute non è pertinenza esclusiva della sanità; costituisce il prodotto di ciascuna organizzazione sociale, dei rapporti tra gli individui che questa rende possibili e dei processi che stratificano la distribuzione disuguale di salute, potere e risorse tra diversi gruppi sociali.
Dietro al rapporto di potere tra internato e psichiatra, si celano rapporti di sapere disuguale tra medico e paziente/cittadino e disuguali possibilità, vincoli e opportunità  per diversi individui e gruppi sociali.

Il manicomio, nel suo manifestarsi, non è che uno dei simboli delle istituzioni che ostacolano le possibilità reali di godere di buona salute; veicola da una parte la spinta espulsiva del corpo sociale di alcuni membri da sé e dall’altra l’accettazione del mandato custodialistico dell’istituzione psichiatrica che, nella contenzione, riproduce indefinamente se stessa[2]. L’effetto sulla salute psicosociale degli individui, anche quando ammorbidito e umanizzato[1], è la “regressione istituzionale” legata all’esclusione dell’individuo dal proprio contesto naturale di vita. Questa regressione agisce, come in ogni istituzione totale[3] sottraendo il corpo-mente dell’individuo dai legami di senso e materiali con il contesto di vita che producono salute.

L’istituzione manicomiale costituisce l’espressione più chiara dell’incapacità di modulazione degli interventi rispetto ai bisogni del soggetto.  All’interno di un contenitore indifferenziato venivano agiti interventi contenitivi indifferenziati ((bassissima variabilità dei pattern di cura) che portavano ad esiti indifferenziati[4].  Oggi l’inappropriatezza organizzativa di molti servizi riattualizza fenomeni di esclusione creduti superati conducendo spesso ad una cronicizzazione disabilitante: l’ipertrofia della componente residenziale (la cui gestione viene delegata al settore privato spesso in assenza di coordinamento con i servizi territoriali), utilizza più della metà[10] delle insufficienti risorse pubbliche regionali destinate alla salute mentale sottraendole ai servizi territoriali con ripercussioni in termini di accessibilità, sostenibilità economica del SSN e sottoutilizzo di interventi di comprovata efficacia[11]. La chiusura dei manicomi aveva riavvicinato il folle al tessuto sociale permettendogli di trovare una risposta reale ai propri bisogni[12]. Oggi occorre concentrarsi sulle politiche, in tutti settori (abitazione, istruzione, lavoro, mobilità, alimentazione, previdenza, inclusione), in grado di garantire reali possibilità di riabilitazione nel mutato tessuto sociale e un’autentica guarigione sociale[9] oltre che sui processi economici, culturali, sociali che governano il funzionamento dei servizi.

A fronte delle sempre più fini possibilità diagnostiche anche l’indifferenziazione dei pattern di trattamento sembra essere rimasta pressoché inalterata costituendo un fattore di rischio per l’efficacia dei servizi. Sempre più evidenze sottolineano in maniera incontrovertibile i danni, sopratutto a lungo termine, legati all’utilizzo di alcuni farmaci promosso dalle correnti abitudini prescrittive[14, 15]. Tuttavia la mancanza di risorse adeguate e sufficienti sembra obbligare[13] i servizi al ricorso a prescrizioni inappropriate. L’assenza di personale induce, in un efficientismo senza efficacia, a trattamenti indifferenziati, di bassa qualità e potenzialmente iatrogeni. Interessi economici e commerciali privati rendono poco trasparenti le scelte dei decisori, poco consapevoli le abitudini dei prescrittori e poco affidabili alcune evidenze confermando l’ipotesi di Basaglia per cui “il profitto privato è un elemento antiterapeutico”[12] di cui osserviamo la pervasività nociva.

Dopo quarant’anni dalle conquiste raggiunte, pur in forme differenti, i servizi psichiatrici rischiano di costituire un ostacolo alla realizzazione di una vita in salute. L’istituzione psichiatrica continua a rappresentare un determinante sociale di salute potenzialmente iatrogeno. Almeno quattro studi della WHO [5,6,7,8] testimoniano che non necessariamente il mancato riconoscimento della patologia e la mancata adesione al trattamento hanno un effetto negativo sul quadro clinico generale, sul grado di disabilità e funzionamento sociale e sulla recovery [9]. Lo scarto di esito in termini di grado di disabilità durante i follow-up tra chi vive in paesi con diverso livello di sviluppo economico potrebbe non essere funzione delle diversità socio-culturali tra paesi: essere “trattati” non condurrebbe necessariamente, nel lungo termine, ad un miglior stato di salute rispetto al non essere “trattati”.

Gli strumenti che si erano dimostrati efficaci per il raggiungimento dei traguardi collettivi sembrano oggi indisponibili, neutralizzati, spesso impensabili o sconvenienti per gli addetti ai lavori. La frammentarietà dei movimenti di utenti, familiari, operatori, cittadini, specchio di una diffusa difficoltà nel creare spazi collettivi necessari alla promozione di un cambiamento ostacola il costituirsi della spinta rivendicativa e propositiva necessaria ad una reale trasformazione. La distanza tra le pratiche reali e le numerose evidenze disponibili appare incolmabile; le pratiche impermeabili o, nella migliore delle ipotesi, molto resistenti a quelle evidenze che ne esigono una radicale e immediata messa in discussione. Inoltre per la società civile, peers e famigliari, all’impossibilità di partecipare alla produzione delle evidenze si somma l’esclusione dalla stesura delle Linee Guida, dalla pianificazione/controllo/monitoraggio dei servizi e da un effettivo coinvolgimento nelle decisioni relative ai percorsi clinici, tutti ostacoli ai cambiamenti auspicati.

Solo ri-contestualizzando Basaglia, non in un tempo nuovo, ma in uno spazio più ampio di quello tecnico dei servizi di salute mentale dentro cui è stato “internato”, alienato da sé, è possibile rinnovarne il potenziale trasformativo, uscendo dalla stretta logica tecnicistica che appiattisce l’esperienza della salute mentale relegandola al neutrale e rassicurante campo sanitario o a questo delegandolo.  Basaglia è chiaro: si tratta di una partita che va giocata all’esterno dell’istituzione psichiatrica, pena un affievolimento delle forze necessarie al cambiamento. È questo il terreno su cui occorre riportare il discorso basagliano, ripoliticizzandone l’opera ridotta spesso a mero dato tecnico, sanitario, per addetti ai lavori, essendo questo il terreno su cui si è imposto come pratica collettiva volta al contrasto di processi e strutture sociali ingiusti ed evitabili.  Si tratta di una pratica politica prima che sanitaria. L’obiettivo è la ridefinizione dei rapporti tra cittadini e tra questi e le istituzioni.

Il significato profondamente politico della chiusura dei manicomi, ricorda Basaglia [12], emerge nel confronto tra il processo di deistituzionalizzazione italiana, volto alla promozione dei diritti di cittadinanza, e quella americana, sospinto dalle politiche reaganiane dei tagli alla spesa pubblica che amplificano le disuguaglianze sociali, di salute e la nocività dei suoi effetti. Il senso della chiusura dei manicomi risiede nella liberazione, nell’emancipazione dei “folli poveri” dalla miseria dell’organizzazione sociale in ferma opposizione con la riproduzione di politiche sociali, sanitarie ed economiche che escludono chi occupa posizioni svantaggiate. I processi strutturali responsabili della stratificazione disuguale nella popolazione di risorse materiali, di status e di aiuto[22], già evidenziate da Hollinghsead e Redlich[18] e che consentono agli individui di esercitare trasversalmente (nei diversi contesti) e longitudinalmente (nel corso di vita) maggior o minor controllo sulla propria vita godendo, a seconda della posizione sociale, di disuguali condizioni di salute, anche mentale[16, 17], sono i medesimi che determinano le logiche che governano produzione di evidenze[19], forma, qualità, efficacia, accessibilità dei servizi di salute mentale, estensione del welfare come strumento di tutela dei diritti e la qualità del tessuto sociale.

Quarant’anni più tardi, è noto quanto il benessere medio di una nazione non sia legato alla ricchezza della popolazione ma all’ampiezza del divario nella distribuzione di tale ricchezza[20]; è nota la distribuzione lungo il gradiente sociale per la maggior parte dei disturbi mentali comuni[17]; è nota l’importanza, a monte, di politiche realmente preventive intersettoriali che influenzino i determinanti sociali della salute[19]; conosciamo l’importanza del welfare nel ridurre gli effetti, a valle, delle disuguaglianze sopratutto per chi occupa posizioni di svantaggio[21].

Occorre ricostruire spazi di partecipazione condivisa tra tecnici, cittadini, decisori politici e tutti i portatori di interessi in cui riconoscere i processi che minano la salute mentale di ciascuno e di tutti e riavviare i processi collettivi necessari a contrastarli. Un approccio che implica coraggio, una “crisi dell’identità dello psichiatra”[14] e, pur nel mutato clima sociale, il coinvolgimento delle forze politiche e tutta la società civile che, alla prova dei fatti, quarant’anni fa si è dimostrata la cura più efficace per risolvere una parte dei problemi dei poveri folli, dell’istituzione psichiatrica e dell’organizzazione sociale.

Matteo Bessone, Psicologo, “SportelloTi Ascolto”

Bibliografia

  1. Basaglia F, Ongaro F. L’utopia della realtà (raccolta di saggi scritti tra il 1963 e il 1979). Torino: Einaudi, 1979.
  2. Basaglia F. L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico. Torino: Giulio Einaudi, 1968.
  3. Goffman E. Asylums: essays on the soocial situatioon of mental patients and other inmates.1961
  4. Saraceno B. Sulla povertà della psichiatria. Roma: Derive Approdi, 2017.
  5. Hopper, K., & Wanderling, J. Revisiting the developed versus developing country distinction in course and outcome in schizophrenia: results from ISoS, the WHO collaborative followup project. Schizophrenia bulletin 2000; 26(4), 835-846.
  6. Goldberg D, Privett M., Ustun B, Simon G, Linden M. The effects of detection and treatment on the outcome of major depression in primary care: a naturalistic study in 15 cities. Br J Gen Pract 1998; 48(437), 1840-1844.
  7. Jablensky A, Sartorius N, Ernberg G, et al. Schizophrenia: manifestations, incidence and course in different cultures A World Health Organization Ten-Country Study. Psychological Medicine Monograph Supplement 1992; 20, 1-97.
  8. Strauss JS, Carpenter WT. The prediction of outcome in schizophrenia: II. Relationships between predictor and outcome variables: A report from the WHO International Pilot Study of Schizophrenia. Archives of General Psychiatry 1974; 31(1), 37-42.
  9. Maone A, D’Avanzo B. Recovery. Nuovi paradigmi per la salute mentale. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2015
  10. DDL 2850 Dirindin Manconi “Disposizioni in materia di tutela della salute mentale volte all’attuazione e allo sviluppo dei princìpi di cui alla legge 13 maggio 1978, n. 180”
  11. La salute mentale secondo la Rete Sostenibilità e Salute Analisi dei bisogni e strategie d’ intervento. Rete sostenibilità e salute, 07.05.2018
  12. Basaglia F, et al. Conferenze brasiliane. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1979.
  13. Starace F, Mungai F, Barbui, C. Does mental health staffing level affect antipsychotic prescribing? Analysis of Italian national statistics. PloS one 2018; 13(2), e0193216.
  14. Gøtzsche P. Deadly Psychiatry and Organized Denial. Copenhagen: People’s Press, 2015.
  15.  Whitaker R. Anatomy of an epidemic: Magic bullets, psychiatric drugs, and the astonishing rise of mental illness in America. New York, NY, US, 2010.
  16. Commission on Social Determinants of Health. Closing the gap in a generation: health equity through action on the social determinants of health: final report of the commission on social determinants of health. Geveva: WHO, 2008.
  17. World Health Organization. Social determinants of mental health. Geneva: WHO, 2014.
  18. Hollingshead AB, Redlich FC. Social class and mental illness: Community study. New York, NY: John Wiley, 1958.
  19. Krieger, N.  Epidemiology and the people’s health: theory and context. Oxford University Press, 2011.
  20. Wilkinson, R., & Pickett, K. The spirit level. Why equality is better for. London: Penguin Books, 2010
  21. Pianta, M, Franzini, M. Disuguaglianze: quante sono, come combatterle. Gius. Laterza & Figli Spa, 2016.
  22. Marmot M. La salute disuguale. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2016.

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Breve storia di un corpo

«Quando ti vedo mi prostro davanti a te e alle tue parole,
vedendo la casa astrale della Vergine,
infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
Ipazia sacra, bellezza delle parole,
astro incontaminato della sapiente cultura.»

Riceviamo da Ipazia e pubblichiamo volentieri nella speranza che ciascuno possa vivere in armonia con il proprio corpo.

Ipàzia (in greco antico: Ὑπατία, Hypatía, in latino: Hypatia; Alessandria d’Egitto, 350/370 – Alessandria d’Egitto, marzo 415[1]) è stata una matematica, astronoma e filosofa greca antica. Rappresentante della filosofia neo-platonica,[2] la sua uccisione da parte di una folla di cristiani in tumulto,[3] per alcuni autori composta di monaci detti parabolani,[4] l’ha resa secondo il teosofo Augusto Agabiti una «martire della libertà di pensiero».[5]

Noi occidentali dovremmo emanciparci dall’antico dualismo platonico soma – psiche o, il che è lo stesso, della moderna dicotomia cartesiana res extensa/res cogitans  perché, come dice qualcuno, in esso risiede il cancro dell’esistenza, e ripartire dalla considerazione del corpo come sfondo fondamentale di tutti gli eventi psichici.

Quando mi capita di stare male ho l’impressione di non possedere l’esperienza dell’unità del corpo; esso tende a distruggersi in singole parti personalizzate, ognuna a sé, proiettate verso l’esterno come fantasmi. Sento il corpo schiacciato al pavimento, la testa staccata da esso guarda un corpo ingombrante, gli occhi guardano dentro, immanente il panico della caduta. Mi sposto sulla pianta dei piedi con molta attenzione perché il corpo è pesante rigido e quindi fragile. Miracolosamente riesco a salire i gradini dell’autobus, con stupore mi accorgo che non mi sono sbriciolata,la gente è la scena di un film. Quando rientro in me riacquisto l’immagine tridimensionale del mio corpo . Poiché per ognuno di noi il corpo non è solo il risultato di sensazioni e percezioni ma, anche di rappresentazioni non posso omettere la sociologia delle immagini corporee ossia la mia educazione. Ho ricevuto una rigida educazione cattolica con substrato maschilista; il corpo era fonte di peccato quindi di colpa, andava punito e castigato.

Ma andando più indietro, guardando il mio corpo fanciullesco, le natiche costrette tra le ginocchia di mio fratello, su scalinate complici all’interno di un cortile domestico e squallido; poi ancora violato dalla fame, le mascelle continuano a masticare durante il sonno, violato dalla vergogna e da tutte le declinazioni dell’umiliazione, sotto un cielo beffardamente bello nei suoi colori forti come l’acciaio, netti come la lama di un coltello, indifferente e solo come un passaggio a livello.

Sbuccio mandarini sul braciere l’immagine del racconto di me neonata affetta da meningite, mia madre piange come una pazza.

Con la coscienza di poi il corpo non è più origine del male ma la fonte di rappresentazione di cui la psiche si alimenta.

Durante la giovinezza dell’epoca delle passioni, ricordo che a partire dall’interno del corpo e precisamente da stimolazioni interne agiva una forza costante da cui non riuscivo a sottrarmi neppure con la fuga. Solo con il raggiungimento della meta vi era una eliminazione di tale eccitamento.

Se parto dalla considerazione che il mio corpo non è un mero corpo fisico una via di uscita la trovo. Il  mio corpo si riconosce a partire dalla molteplicità delle esperienze quotidiane si svela come ciò che si inserisce nel mondo in definitiva è grazie al mio corpo che esiste il mondo.

Come dicono gli esistenzialisti, il corpo si espande, si temporalizza, si mondanizza. Con questa operazione sostituiamo alla tradizionale relazione <<anima – corpo>> la relazione << corpo- mondo>> dove il corpo è aperto intenzionalmente al mondo.

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Robe da Matti. Matto, Voce del verbo Uomo: La festa!

Come ogni anno si avvicina la Settimana della Salute Mentale e Robe da Matti si attiva con  conferenze, laboratori, spettacoli, movimento fisico e mentale.

Da lunedì 8 0ttobre a domenica 14 ottobre a Torino ci saranno diversi eventi di vario genere per poter esplorare la follia sotto differenti forme. Ecco il programma:

Nel pomeriggio di Sabato 13 Ottobre ci troverete nella Galleria UmbertoI con l’ultimo evento della rassegna ‘MATTO, VOCE DEL VERBO UOMO‘ della Rete di Psicoterapia Sociale.

Stiamo organizzando una festa variopinta, fatta di giochi, di yoga, di danza, di teatro e soprattutto di condivisione tra persone. Ecco il programma:

Vi aspettiamo numerosi per divertirci insieme!

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Robe da Matti: convegno 10 ottobre ‘Dove sono finiti i sogni di Basaglia?’

Anche quest’anno sta per iniziare Robe da Matti nella settimana della Salute Mentale e il 10 0ttobre ci sarà il consueto convegno.

L’appuntamento di quest’anno si intitola:” Dove sono finiti i sogni di Basaglia?”e propone di condurre una analisi storica delle dimensioni sociali e politiche che hanno caratterizzato il finire degli anni 70 , analisi, utile ad una lettura della situazione attuale dei servizi, delle loro  criticità, dei risultati e delle prospettive future.

Propedeutica al convegno è la mostra fotografica allestita ad Arteficio Via Bligny 18/L  che porta il titolo del convegno. Saranno esposte quaranta fotografie sulla situazione della salute mentale in Italia, da Trento a Cagliari, da Roma a Trieste. Un progetto a cura del fotografo Alessio Coser e del giornalista Jacopo Tomasi, con la collaborazione di Erickson.
La mostra sarà visitabile dall’8  al 14 ottobre, orario  11.00-20.00 Arteficio Via Bligny 18/L ingresso gratuito. Il giorno 9 ottobre alle 15 l’incontro con l’autore.

 

Il programma del convegno è il seguente:

 


Per iscriversi al convegno occorre registrarsi sul sito https://www.formazionesanitapiemonte.it  ,  link offerta formativa.La partecipazione è gratuita ed aperta a tutti.

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Corso di preparazione Esame di Stato per Psicologi – VII° Edizione

E’ con viva e vibrante soddisfazione che possiamo annunciare l’avvio delle iscrizioni al Corso di Preparazione per l’Esame di Stato più efficace e divertente della città e forse del globo!

Siamo consapevoli dell’importanza di questa tappa e dello scoglio che l’ Esame di Stato può rappresentare, talvolta per mancanza di adeguate informazioni su come affrontare le prove, come prepararsi all’esame, cosa studiare, altre volte, per la forte ansia che può comprensibilmente accompagnare questo momento e altre volte ancora per la difficoltà di trovare spazi in cui confrontarsi.

Per questo, abbiamo strutturato il nostro Corso di Preparazione cercando di andare a fugare le incertezze e fornire tutti gli strumenti necessari per affrontare con successo l’ Esame di Stato per psicologi.

Il programma vertirà quindi su spiegazioni delle prove e delle modalità d’esame, esercitazioni e correzioni, indicazioni allo studio, riflessioni su strategie individualizzate; il docente è disponibile anche tra un incontro e l’altro per un tutoraggio, correggendo le esercitazioni e dando feedback.

Il corso avrà un taglio prevalentemente pratico e, pur fornendo importanti indicazioni teoriche rispetto a teorie e concetti particolarmente rilevanti per il superamento dell’EdS, verrà data priorità allo sviluppo di abilità e capacità a partire dal confronto con le prove.

I sei incontri si terranno dalle 11.00 alle 13.00.

VENERDI’ 14 Settembre -Prima Prova (Spiegazione ed esercitazione)
VENERDI’ 21 Settembre -Prima Prova (Correzione e discussione)
VENERDI’ 5 Ottobre-Seconda Prova (Spiegazione ed esercitazione)
VENERDI’ 19 Ottobre -Seconda Prova (Correzione e discussione)
VENERDI’ 26 Ottobre -Terza Prova (Spiegazione ed esercitazione)
VENERDI’ 2 Novembre-Terza Prova (Correzione e discussione) e Prova Orale

COSTO: 30 Euro
SEDE: Via Pigafetta 44B (Zona Crocetta)

PER INFO E ISCRIZIONI:
mail: info@sportellotiascolto.it
telefono : 347 / 1727988