Anche quest’anno torna Robe da Matti – Settimana della Salute Mentale 2019!
Saranno giornate intense e dense di Conferenze, Laboratori, Spettacoli, Movimento fisico e mentale per promuovere la Salute Mentale e l’orgoglio di essere matti. Qui potete trovare più informazione mentre qui sotto il nutrito programma.



Lo Sportello TiAscolto parteciperà con un evento lunedì 14 ottobre organizzato insieme a molte realtà del territorio aderenti all’Assemblea 7 Aprile!
Vi aspettiamo!

Un’occasione per incontrarsi, scambiarsi opinioni ed esperienze, confrontarsi tra operatori, utenti e cittadini interessati al tema della salute mentale.
Negli ultimi anni, il modello della salute mentale come fatto esclusivamente individuale è stato messo fortemente in discussione. Organizzazioni internazionali, gruppi di ricerca e servizi territoriali riconoscono sempre più l’importanza delle determinanti sociali, economiche e culturali della salute. È emersa dunque l’esigenza di produrre nuove risposte alle esigenze di salute della comunità, che tengano conto del ruolo dei fattori socioeconomici ed ecologici, della mulitculturalità, della complessità dei sistemi in cui ogni individuo si muove; tali risposte devono strutturarsi in modo accessibile per gli individui, caratterizzandosi non come un mero settore privato, ma come un possibile sistema di welfare integrativo in dialogo con i servizi pubblici.
Presenteremo in proposito le esperienze dello Sportello TiAscolto-Milano e di Spazio Relazione, in una conversazione che sarà occasione per confrontarsi su queste tematiche, conoscersi, fare rete, condividere pratiche innovative o già consolidate.
Dopo la discussione, che inizierà alle 18.30, ci sarà un rinfresco.

“Pillola azzurra: fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quanto è profonda la tana del Bianconiglio”
dal film Matrix (1999), discorso di Morfeo a Neo
Secondo una recente nota dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), il consumo di psicofarmaci in Italia, dopo circa un decennio di crescita costante, non ha subito variazioni di rilievo tra il 2015 e il 2017. L’Osservatorio della Salute, tuttavia, analizzando proprio i dati dell’AIFA e inquadrandoli in un arco di tempo maggiore, dà un’interpretazione diversa e sostiene che il trend non sia stabile, ma in continua crescita. L’Osservatorio propone una serie di concause collegate alle politiche della salute e alle dinamiche sociali ed economiche. Per dare qualche dato, citiamo la ricerca statistica effettuata dal CNR dalla quale emerge che nel 2011 il 12,8% degli italiani ha fatto ricorso agli ansiolitici, il 10% ai sonniferi e circa il 6% agli antidepressivi.
Al di là della precisione statistica e delle spiegazioni “macro”, ci sembra di poter considerare palpabile la percezione collettiva che il consumo di psicofarmaci sia uscito dallo stigma e stia entrando a pieno titolo nell’immaginario collettivo come uno dei rimedi a cui si può ricorrere quando si è in difficoltà, anche spinto dalle cosiddette “campagne di sensibilizzazione” sul tema della salute mentale.
La ricerca e la pratica psichiatrica sembrano non essere compatte nell’approccio all’uso degli psicofarmaci: c’è chi si dedica a migliorarli, chi si impegna a divulgare atteggiamenti possibilisti, ma critici e ispirati alla massima prudenza, chi, come ad esempio il dott. Bregging, porta avanti studi e battaglie per un uso consapevole (Bregging si spinge oltre, credo, e considera gli psicofarmaci altamente dannosi – ), asserendo che gli svantaggi sopravanzano i benefici.
Come psicoterapeuti, impegnati tanto nella pratica clinica quanto in attività a stampo sociale, ci sembra importante osservare il fenomeno anche da un altro punto di vista, più intimo e più legato all’esperienza delle persone, e ci viene da domandarci se l’aumento del consumo di psicofarmaci non sia anche legato – oltre che alla maggior disponibilità, all’economicità e alla facilità con cui rischiano di essere prescritti, talvolta in modo inappropriato – anche all’idea che la cosa da fare di fronte alla sofferenza sia quella di eliminarla il più in fretta e il più facilmente possibile. Intendiamoci, nessuno sostiene che la sofferenza sia un bene e che non sia più che sacrosanto cercare di ridurla. Vogliamo solo mettere in luce il fatto che i sintomi psicologici sono appunto dei sintomi, la manifestazione più superficiale di un qualche malanno. Come ci ricorda la psichiatria (che talvolta però rischia di dimenticarlo), gli psicofarmaci possono rimuovere il sintomo – ansia, depressione o altro – ma non hanno alcuno tipo di effetto sulla causa che li ha prodotti. La velocità e la semplicità con cui riusciamo ad eliminare sensazioni e sentimenti sgraditi, fastidiosi o faticosi (intollerabili?) ci impedisce di riconoscere a noi stessi quali siano gli stati emotivo-cognitivi da cui emergono. Le emozioni e i conflitti più importanti, quelli che hanno a che fare con i significati più profondi e autentici della nostra vita, restano inconsapevoli e la mente non ha modo di modularli e di trasformarli in qualcosa di più “digeribile” e di più utile. Alzando il punto di osservazione e allargando lo sguardo all’intera collettività, potremmo contemplare anche il rischio che il malessere delle persone resti inchiodato al mito della “mente isolata”, alla convinzione, ormai sconfessata dalla ricerca, che la mente sia un’entità chiusa e definita in se stessa; viceversa, essa è per sua natura relazionale e ridurla ad un “fatto individuale” ne ostacola la cura quando i fattori che generano sofferenza originano nelle relazioni, private e pubbliche, nei rapporti affettivi e in quelli socio-economici.
C’è qui un’altra errata convinzione di fondo che pare percorrere la nostra società: emozioni e sensazioni disturbanti sono “inutili”, anzi sono una zavorra che intralcia il dispiegamento della nostra mente razionale e della nostra produttività. In altre parole, l’intelligenza, la parte pregiata e nobile dell’uomo, sta da una parte, mentre le emozioni e i sentimenti, irrazionali e spesso “stupidi”, stanno da un’altra; la mente razionale è eterea e lucida, le emozioni e le sensazioni hanno qualcosa di corporeo che ci rende più simili agli animali che ad esseri pensanti. E’ un’idea con radici antiche, filosofiche, che riempie la letteratura, il cinema, la musica e che ha fortemente influenzato anche la scienza e la medicina.
Le più moderne neuroscienze, tuttavia, mettono inequivocabilmente in discussione questa separatezza tra mente e corpo, tra razionalità e sentimento. E’ questa scissione che Damasio chiama “L’errore di Cartesio”, titolo del suo ormai celeberrimo libro sulla natura della razionalità. Il famoso neuroscienziato afferma, infatti, che per migliorare le capacità di ragionamento dell’uomo la strada da percorrere non è quella di liberarlo dalle emozioni, la cui piena può travolgere e annullare le capacità raziocinanti (ognuno di noi l’ha sperimentato almeno una volta nella vita!), ma è invece quella di “porre mente al corpo”. I sentimenti, nelle parole di Damasio, “ci danno la cognizione” del nostro stato interno e costituiscono una prima, immediata e intelligente valutazione di ciò che accade all’esterno, nelle relazioni e nelle varie situazioni di vita: “[…] i sentimenti risultano vincitori tra pari. Inoltre, dal momento che ciò che viene prima (i sentimenti, n.d.r.) costituisce un quadro di riferimento per ciò che viene dopo (pensieri e scelte, n.d.r.), i sentimenti hanno voce in capitolo sul modo in cui il resto del cervello e la cognizione svolgono i loro compiti. La loro influenza è immensa.”
Tornando agli psicofarmaci, elaboriamo meglio il dubbio iniziale: perché eliminare le informazioni portate da emozioni e sentimenti e impoverire drammaticamente le nostre capacità di comprensione di ciò che ci accade e che accade nei nostri contesti di vita e amputare così le nostre capacità razionali di scelta?
Dal suo punto di vista, strettamente “neuroscientifico”, Damasio ci sprona a porre mente alle emozioni disturbanti, ad affrontarle, “domarle” e a permettere loro di aiutarci a scegliere nel modo migliore per noi e per i nostri cari.
Per quanto riguarda noi, l’avete capito, pur nella consapevolezza di quanto possa essere faticoso e doloroso, alla domanda di Morfeo scegliamo la pillola rossa e scendiamo nella tana del Bianconiglio.
Bibliografia
AIFA – Agenzia Italiana del Farmaco, Trend consumo psicofarmaci in Italia 2015-2017, www.agenziafarmaco.gov.it
Bregging, Peter B., La sospensione degli psicofarmaci, Giovanni Fioriti Editore s.r.l., Roma 2018
Damasio, Antonio R., L’errore di Cartesio, Adelphi Edizioni SPA, Milano 1995
Migone, Paolo, L’associazione tra psicoterapia e farmaci: perché discuterne ancora?, Il Ruolo terapeutico, 2001
Osservatorio Nazionale sulla Salute, Rapporto Osservasalute 2017, www.osservatoriosullasalute.it
Storolow, Robert D. e Atwood, George E., I contesti dell’essere, Le basi intersoggettive della vita psichica, Bollati Boringhieri Editore, Torino, 1995
Wachowski, Andy e Larry, The Matrix, Warner Bros. Pictures, Village Roadshow Pictures, USA, AUS, 1999

Voglio diventare un barcone, vedere, capire e sentire il peso di chi porto, poi imparare a non capovolgermi mai (Bergonzoni).
Probabilmente il modo più comune tramite cui la nostra psiche profonda si manifesta è l’immagine. Ricordi che affiorano all’improvviso, sensazioni corporee, impulsi, fantasie e, ovviamente, sogni accompagnano tutti noi e – in periodi di particolare travaglio interiore – possono farsi portatori di istanze tanto perturbanti quanto utili al nostro equilibrio psicologico. Jung classicamente distingue due forme di pensiero: quello indirizzato – improntato alla logica, alla ragione, all’adattamento sociale – e quello per immagini – analogico, apparentemente non finalizzato a produrre soluzioni concrete, allo stesso tempo vago e personale. Pensiamo per immagini ogni volta che nella nostra mente allentiamo la presa della razionalità e della coscienza e lasciamo affiorare qualcos’altro, più spontaneo e originario.
Immaginare noi stessi…
L’immaginazione ha il volo dell’angelo e del lampo: varca i mari dove noi rischiammo di naufragare, le tenebre in cui si perdettero le nostre illusioni, i pregiudizi in cui fu sommersa la nostra felicità (Dumas).
Eliade scriveva che è “potere e missione delle immagini mostrare tutto ciò che rimane refrattario al concetto”. Di che si tratta? L’immagine esprime l’esperienza emotiva in forma visibile. Ciò è di immenso valore: da un lato è la possibilità di dare una forma spontanea (sia questa una visione, una musica, un gesto corporeo o altro ancora) ai nostri stati d’animo; dall’altro consente di entrare in relazione con il nostro sentimento. Facciamo un esempio. Posso dire di sentirmi un po’ triste, oppure posso ascoltare ciò che sento e lasciare che da lì emerga un’immagine: mi sento come un prato in un lungo inverno, coperto da neve. Ci sarà qualche animale? Quando ricresceranno i fiori? Entrarci è immediato, così come tentare di interagire: in lontananza scorgo una casetta da cui arriva del fumo; cosa ci fa questa casa nel mio paesaggio interiore? Cosa ha a che fare con me?
Questo ci porta a un secondo elemento, l’immediatezza del pensiero per immagini. Non parliamo di rapidità (ascoltare le proprie immagini interiori può anzi essere lungo o difficoltoso), ma di espressione spontanea. L’immagine è autoctona, nativa; è intrinsecamente mia. Mentre la razionalità e l’intelletto ricorrono ad astrazioni e concettualizzazioni, l’immaginazione è personale e specifica, è espressione diretta di chi la produce. Riuscire ad aprirsi e affidarsi alle proprie immagini è interessarsi di sé nella propria unicità, è prestarsi ascolto e darsi fiducia. Non è facile come potrebbe sembrare, poiché comporta una sospensione del pensiero razionale, quel linguaggio strutturato del nostro io, rassicurante, portatore d’ordine e di coerenza. Rinunciare temporaneamente a questo sapere formale su di sé, ai concetti e ai ruoli con cui abitualmente ci raccontiamo, espone alla fatica di spogliarci metaforicamente dei nostri abiti psicologici. Alle volte può sembrarci sciocco o inutile (“sono qui perché sono depresso, a che mi serve parlare di prati innevati?”), ma in realtà restare sulle proprie immagini può essere una via efficace per riappropriarsi autenticamente di sé.
Non si tratta di pescare a casaccio la prima fantasticheria che ci viene in mente. Secondo Quaglino la terra dell’immaginazione “non è il luogo a cui giungere, ma quello nel quale essere raggiunti”: il lavoro per immagini è sospensione e attesa paziente, occasione di ascolto sincero di sé, pratica di fiducia verso la propria interiorità e di forza d’animo nell’incontrare le proprie ombre. I nostri stessi sintomi – i segnali e le manifestazioni che psiche e corpo ci presentano – possono racchiudere immagini delle nostre difficoltà, dei nostri disagi e momenti d’arresto. “La vera trasformazione inizierà quando le persone sapranno esser fedeli alla propria depressione” scriveva Hillman. Ci va molto coraggio, il coraggio di prender sul serio noi stessi e la sofferenza che ci portiamo dentro. Poco a poco impareremo a specchiarci (a riflettere?) nelle trame che la nostra immaginazione ci propone, in quelle vicende che a partire dai nostri dolori getteranno luce su aspetti meno noti di noi stessi e che sembreranno indicarci alcune direzioni o sconsigliarne altre. Così facendo potremo riconoscere il valore reale delle nostre esplorazioni psichiche e realizzare quanto possano essere il primo passo per un cambiamento profondo. È ciò a cui si riferisce poeticamente Gasca quando scrive che “non è possibile agire o accettare una trasformazione se essa non viene [prima] sognata”. Immaginare i nostri accadimenti psichici introduce al concepimento di altri mondi e possibilità: significati nuovi e nuove direzioni sono ciò che ci attende all’altro capo dell’immaginazione.
…e concepire il mondo
Non concepisco perché si concepisca solo il concepibile – è inconcepibile! (Bergonzoni).
Ho parlato fin qui della dimensione immaginale come di una strada o un percorso verso noi stessi, verso la nostra interiorità ed esistenza profonda. Non inganniamoci però: alle volte proprio la via che più si addentra è la via d’uscita. Se immaginare è quel processo e allenamento che ci aiuta a prestare ascolto, a ospitare sentimenti, a tollerare il dubbio e a costruire fiducia, allora immaginare è un’opera di cura e di attenzione non soltanto nei nostri confronti, ma anche verso chi abbiamo accanto (lontano o vicino che sia).
Imparando ad accogliere i miei stati mentali familiarizzo con quell’umanità che tutti abbiamo dentro: con l’emarginato e lo sfruttato che sono in me, con il rifugiato e con il malato, con quelle parti di me che vivono sotto dittatura, che non hanno da mangiare, che hanno bisogno di aiuto. L’altro – il diverso, lo straniero, lo sconosciuto – è già in noi, in tutti noi.
Immaginare può essere anche un atto politico, un gesto di rinuncia ai (pre)giudizi tramite cui guardiamo l’altro e di onesto confronto coi nostri atteggiamenti verso il mondo. Un’assunzione di responsabilità rispetto a ciò che, in un modo o nell’altro, coinvolge tutti. Per occuparci del mondo non dobbiamo aspettare di trovarci bombardati, possiamo curarcene anche a prescindere dai “fatti reali” che avvengono sotto casa. Questo non significa certo ignorare il reale, anzi: preoccuparci di ciò che ancora non è accaduto o che non sta accadendo ora è preoccuparci del possibile e fare il possibile – dentro e fuori di noi – per contrastare onestamente quello che per noi suona sbagliato. Questo vale tanto a livello personale quanto sociale: così come posso cercare di prevenire ingiustizie e prevaricazioni nelle mie relazioni intime, posso curarmi del mio paese, dei miei gruppi e del mio mondo dove sento di poter fare la differenza.
Non possiamo ascoltare il grido dell’umanità già “nei secoli di storia che ci portiamo dentro, nelle nostre trame familiari, nelle nostre vicende psichiche?” (Bergonzoni). Allenandoci a dar forma e voce alle ingiustizie che ci abitano, apprendiamo anche a curarci delle disuguaglianze là fuori. Abbiamo bisogno di un’immaginazione anche della sofferenza e del male, di domandarci che posto occupano in noi le migrazioni, le guerre, i fascismi, le discriminazioni.
Forse imparando a dare asilo alle nostre minoranze interiori iniziamo a costruire quel pensiero che accoglierà e trasformerà realmente la miseria del mondo. All’inizio questo potrà essere un interrogativo interiore, col tempo diventerà azione, decisione, cambiamento, non fosse che nei propri atteggiamenti. Forse la nostra possibilità e capacità di immaginare sono una via possibile per contenere e comprendere anche il mondo là fuori: per concepirlo, per pensarlo profondamente e donargli nuova vita. E questo lo possiamo fare confrontandoci onestamente coi nostri parlamenti interiori sulle forme possibili di convivenza civile fra Stati d’animo, scendendo nelle piazze della nostra testa e lì manifestando per la libertà, per la giustizia e per i diritti di ciascuno; ritrovando lì le macerie prime nostre e dell’umanità, sempre doloranti e forse per questo più bisognose di qualcuno che le sappia ancora immaginare.
Riferimenti:
Bergonzoni A., http://www.alessandrobergonzoni.it.
Demetrio D. (1996), Raccontarsi. Cortina.
Hillman J. (1983), Le storie che curano. Cortina.
Hillman J. (2003), Il sogno e il mondo infero. Adelphi.
Jung C.G. (1912/52). Simboli della trasformazione. Bollati Boringhieri.
Quaglino G. (2011), La scuola della vita. Cortina.

Visto il successo della precedente serata informativa, i colleghi di Bolzano organizzano un
altro incontro con le famiglie della città. Questa volta l’argomento centrale è l’adolescenza.
Quel periodo tanto temuto dai genitori e tanto confusionario per i ragazzi stessi.
Lo scopo dell’incontro è quello di riflettere assieme, professionisti e genitori, su cosa voglia
dire essere un adolescente ai giorni nostri.
Si parlerà di relazioni sentimentali, dell’uso delle tecnologie, dell’uso di sostanze,
dell’importanza di modelli positivi in questa fase di formazione dell’identità. E si parlerà,
senza ombra di dubbio, della relazione tra genitori e figli. Una relazione costruita con tanto
impegno fin dal primo giorno di vita del proprio figlio, che si trova a vivere un’intensa
mutazione di pari passo alla mutazione che il bambino compie nel diventare adulto.
Non è raro che un genitore si trovi spiazzato dal veloce cambiamento del figlio, come non è
raro rimanere spiazzati da una richiesta “infantile” fatta da un figlio ormai “indipendente”. In
accordo con il nostro obiettivo di partecipare e contribuire alla costruzione di una società che
tutela il diritto alla salute mentale vi invitiamo a partecipare numerosi e di portare ognuno il
proprio contributo.
I colleghi vi aspettano alla serata “Adolescenza: l’età sospesa. Come comprendere meglio i
nostri figli.” il 16 maggio alle 18.00 presso l’Oratorio Madre Teresa di Calcutta, Piazza
Firmian a Bolzano.
Per maggiori informazioni potete chiamare il numero 334 707 5129, scrivere a
bolzano@sportellotiascolto.it oppure visitare la pagina facebook Sportello Ti Ascolto
Bolzano.
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Prospettive multidimensionali: leggere la realtà in modo circolare, guardare al mondo in un’ottica di complessità

“Nel momento in cui vi arrogherete tutta la mente, tutto il mondo circostante vi apparirà senza mente e quindi senza diritto a considerare moralità o etica. L’ambiente vi sembrerà da sfruttare a vostro vantaggio. La vostra unità di sopravvivenza sarete voi e la vostra gente e gli individui della vostra specie, in antitesi con l’ambiente formato da altre unità sociali, da altre razze e dagli animali e dalle piante. Se questa è l’opinione che avete del vostro rapporto con la natura e se possedete una tecnica progredita, la probabilità che avrete di sopravvivere sarà quella di una palla di neve all’inferno.”
[Bateson 1970]
Un tempo vi era in noi una radicata consapevolezza dell’esistenza di qualcosa di inconoscibile; a quel tempo accettavamo l’idea dell’esistenza di un limite, sapevamo di non essere tutto e di non poter conoscere tutto; oggi sembra che di quel tempo si sia persa la traccia, e con esso, sembra essersi persa la traccia della stessa dimensione umana dell’umano. La scienza ci offre la descrizione di un cervello che può essere aumentato a dismisura, trattato come entità scissa dal corpo, separata, che possiamo estendere e prolungare a nostro piacimento in potenza e in durata. Per quanto affascinante tuttavia, questa prospettiva rischia di portarci nella direzione opposta, questa visione totalitaria della tecnica rischia di diminuire infatti l’uomo e renderlo ingranaggio della scienza stessa, e più il cervello aumenta, più l’uomo è diminuito. L’era della tecnica ha necessariamente coinvolto anche il campo della psicologia, tanto che a volte sembra che questa sia definibile oggi come un insieme di tecnologie utilizzate al fine di ristrutturare cervelli, parcellizzata in una serie di studi specialistici riguardanti singoli stimoli che necessitano di interventi settoriali del tutto privati e sradicati dalle condizioni sociali e culturali che plasmano la vita dell’essere umano; inoltre, se ogni azione viene letta come niente più se non una conseguenza di una catena di stimoli e processi fisiologici sovradeterminati, viene meno la possibilità di concepire l’atto di un individuo come frutto della propria singolarità. Se senza un minimo di riduzionismo qualunque studio è impossibile, tale riduzionismo tuttavia, dovrebbe essere considerato un momento del lavoro, necessario, ma non esaustivo, una fase alla quale dovrebbe susseguirsi un’altra fase, quella cioè di un’integrazione complessa (Benasayag 2016). Sembra invece che le cose non vadano in questa direzione, tanto che più parliamo di cervello, più ci dimentichiamo della mente e tanto più ricerchiamo regole, cause, logica, più prendiamo le distanze dalla poesia e dalla bellezza dell’imprevedibile, come se non ci fosse possibilità di far coesistere queste due dimensioni, quasi fossimo obbligati ad una scelta dicotomica, come se ci dimenticassimo che il cervello non è un computer che lavora all’elaborazione delle informazioni ma una realtà profondamente radicata nel corpo da cui raccoglie stimoli e informazioni, costantemente modellata dall’ambiente e dalle relazioni che instaura con esso. Siamo soliti pensare al mondo fisico esterno come a qualcosa di separato da un mondo mentale interno, tuttavia “il mondo mentale, la mente, il mondo dell’elaborazione dell’informazione, non è separato dall’epidermide” (Bateson 1970).
È possibile quindi che una realtà complessa quale quella in cui viviamo, richieda una visione complessa che non proceda per esclusione, ma per integrazione; scienza e società, mente e corpo, corpo e ambiente, ordine e caos, non sarebbero altro allora, che due parti di un’unica totalità.
Adottare un’ottica complessa implica accettare innanzitutto che fenomeni socioculturali non possano essere ridotti a modelli onnicomprensivi e deterministici e che la complessità non riguarda solamente la quantità di unità che ci prefiggiamo di calcolare, ma comprende anche una dose di casualità relativa ai limiti sia dei fenomeni stessi, sia del nostro intelletto. Ciò non significa sostenere un relativismo assoluto della realtà, o una totale casualità, ma piuttosto accettare che in ogni organismo e in ogni relazione che esso instaura con il suo ambiente, sia intrinseca una certa dose di disordine e complessità in coesistenza con ordine, chiarezza e semplicità (Morin 1999).
Il pensiero complesso è mosso da una tensione costante verso un sapere non settoriale, riduttivo e parcellizzato, nella consapevolezza che ogni conoscenza è comunque necessariamente incompiuta e incompleta. Una visione non complessa conduce a pensare che ci sia una realtà fisica separata da una psicologica, separata a sua volta da una realtà biologica, economica, sociale e così via; ognuna di queste categorie diviene allora oggetto di uno studio e di un’interpretazione che segue un modello unidimensionale, che non prende in considerazione l’influenza che ognuna di esse ha sull’altra, che dimentica quanto ad esempio un fenomeno economico possa avere ripercussioni sulla dimensione psicologica. Adottare una prospettiva unidimensionale ha un effetto impoverente ed è destinata a fallire poiché in una realtà complessa tutto è correlato, tutto è multidimensionale ed ogni dimensione si collega ad altre dimensioni; non esistono da una parte l’individuo e dell’altra la società, i due fenomeni sono inseparabili e interdipendenti. La società è prodotto delle interazioni tra gli individui che attraverso queste interazioni la plasmano, e la stessa società a sua volta retroagisce sull’individuo, influenzandolo e modificandolo; gli individui pertanto producono la società, la quale produce gli individui. Il processo storico ed evolutivo non è quindi lineare, ma circolare e non del tutto prevedibile; solo riconoscendo questa natura complessa dell’universo possiamo accettare e prendere coscienza del fatto che il nostro sapere non potrà mai essere totale e che non potremo mai sfuggire all’incertezza (Ibid.).
Questa lettura complessa della realtà ha grandi implicazioni anche dal punto di vista della cura e nel modo in cui la concepiamo. Lavorare per il benessere della persona implica saper dialogare con la complessità del soggetto e con la complessità della realtà in cui esso vive: sociale, culturale, familiare (Cambiaso, Mazza 2018); significa accettare il limite del nostro sapere e delle nostre stesse azioni. Solo muovendoci in questa direzione riusciremo a garantire all’altro ciò che di più prezioso possiede: la libertà, l’essenza di ciò che è umano, la vita stessa.
In quanto professionisti della salute mentale siamo eticamente obbligati a fare una scelta; possiamo scegliere un mondo in cui vita e cultura siano segmenti alla mercé di tecnologia e macroeconomia, o un mondo in cui si producano nuovi paesaggi da parte della società e della cultura, che includano e sviluppino una tecnologia “addomesticata” da e per la nostra stessa vita (Benasayag 2016).
Riferimenti bibliografici:
Bateson G. (1970) Forma, sostanza, differenza. Conferenza per il diciannovesimo Annual Korzybski Memorial, Institute of General Semantics
Benasyag M. (2016) Il cervello aumentato, l’uomo diminuito. Edizioni Centro Studi Erikson, Trento
Benasayag M. (2019) Funzionare o esistere. Vita e Pensiero Editore, Milano
Cambiaso G., Mazza R. (2018) Tra intrapsichico e trigenerazionale. La psicoterapia individuale ai tempi della complessità. Raffaello Cortina Editore, Milano
Morin E. (1999) Introduzione al pensiero complesso. Gli strumenti per affrontare la sfida della complessità. Giulio Einaudi Editore, Torino
Link utili:

Da membri della Rete Sostenibilità e Salute, pubblichiamo anche qui la risposta della Rete al Patto per la Scienza di Burioni.
Di recente tutte le forze politiche italiane sono state invitate a sottoscrivere un Patto Trasversale per la Scienza, idealizzata come valore universale. Si tratta di una visione della scienza per certi aspetti condivisibile ma ingenua perché la scienza e gli scienziati agiscono all’interno di sistemi sociali, culturali ed economici che ne condizionano priorità, orientamenti e risultati e di cui è importante essere consapevoli. Proponiamo un modo diverso di intendere la scienza e la medicina e il loro rapporto con la politica e la società civile.
1. La scienza è il luogo dell’incertezza, del dubbio, della curiosità e della ricerca
Solo in parte ciò che in passato è stato scientificamente riconosciuto è tuttora valido. Ciò vale per la fisica, la chimica, la biologia, ma ancor più per la medicina, la cui storia è colma di errori e di verità che si sono dimostrate false. La presunzione rassicurante di conoscere la verità assoluta si addice alle fedi e alle ideologie ma non alla scienza. Il metodo scientifico è il modo migliore fino ad oggi per indagare alcuni aspetti della realtà, ma nei confronti della scienza è bene assumere un atteggiamento di umiltà, di confronto, d’imparzialità e di autonomia, sapendo che l’evoluzione del sapere è la principale garanzia della sua affidabilità.
2. La conoscenza non si esaurisce con la scienza o con il metodo scientifico
Non tutto ciò che ha valore per la vita è scientifico e sarebbe pericoloso affidare ogni decisione alla scienza, identificata come l’assoluto. Ciò sarebbe la fine della medicina, la cui essenza emerge dall’interazione tra due forme ugualmente importanti di conoscenza: il sapere scientifico, di cui è titolare il professionista sanitario, e il sapere che deriva dalla vita, in cui si combinano esperienze, valori, sentimenti, relazioni di cui solo la persona interessata può disporre. La scienza aiuta il cittadino a valutare le opzioni disponibili e a fare previsioni, ma non deve sostituirsi a lui nelle decisioni, nel rispetto delle norme costituzionali e della dottrina del consenso informato.
3. La medicina è una pratica che si avvale di conoscenze scientifiche, ma non solo
Se in medicina impiegassimo solo ciò che è scientificamente provato, dovremmo abbandonare gran parte di ciò che costituisce la pratica clinica corrente, che solo in proporzione minore si basa su valide prove scientifiche. In medicina non basta applicare le migliori conoscenze scientifiche, occorre essere preparati ad affrontare la quota di incertezza che contraddistingue ogni decisione, riconoscendo i limiti del nostro sapere. Attenersi alle conoscenze scientifiche, quando ci sono, è di certo la cosa più sensata, ma spesso non è sufficiente. La medicina basata sulle prove di efficacia chiede di integrare le conoscenze dedotte dalla ricerca con l’esperienza del clinico e i valori dei pazienti. È poi responsabilità di tutti vigilare sulla diffusione di notizie infondate e di pratiche di non comprovata efficacia e dannose, allo scopo di evitarne l’impiego.
4. L’indipendenza della scienza deve essere difesa dagli interessi del mercato
La maggior parte della ricerca biomedica è finanziata dall’industria del farmaco, dei dispositivi sanitari, delle attrezzature biomedicali ed è considerata un investimento commerciale. La speranza di risolvere i problemi di salute è dunque in larga misura riposta sugli interessi dell’industria. Anche questa è scienza, legittima e a volte di alto livello, ma non sempre: la letteratura scientifica è ricca di esempi eloquenti sui rischi associati al mercato della salute. Gli operatori sanitari devono esserne consapevoli e la politica deve vigilare su questo fenomeno, garantendo che l’attività professionale, la ricerca, le linee d’indirizzo, le raccomandazioni, le linee guida siano indipendenti da interessi commerciali.
5. Cosa chiediamo alla politica
L’indipendenza dei medici e degli altri operatori sanitari è un bene prezioso che la politica deve contribuire a preservare creando un ambiente antidogmatico, favorevole al libero dibattito scientifico, trasparente e il più possibile esente da conflitti d’interessi. Nessun ricercatore e nessun operatore sanitario deve aver timore di esporre i propri convincimenti su temi attinenti alla medicina e alla pratica medica, fermo restando che le pratiche da raccomandare sono quelle che in un contesto scientifico in continuo divenire si avvalgono delle migliori prove di efficacia e sicurezza nel tempo. La politica deve assicurare adeguati finanziamenti pubblici per sostenere la ricerca biomedica indipendente da interessi commerciali, basata su priorità dettate dai principali problemi di salute della popolazione, con particolare attenzione alla ricerca comparativa di efficacia, sicurezza e costo-efficacia e alla ricerca sui modi migliori per trasferire nell’operato del personale sanitario le tecnologie e le conoscenze e verificare i risultati ottenuti. La politica ha la responsabilità di favorire la formazione di una cultura della scienza nelle scuole e nelle università, intesa non come dogma, ma come sviluppo di capacità di osservazione critica, ragionamento e corretta interpretazione dei dati, con spirito di umiltà e disponibilità all’ascolto degli altri.
La Rete Sostenibilità e Salute
27 marzo 2019






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