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Andrà tutto bene. L’insegna di una tragedia impersonale

La marcha de la humanidad en la Tierra y hacia el Cosmos” by David A. Siqueiros

Da giorni imperversa ovunque, sui social, sulle lenzuola appese ai balconi, sui cartelloni colorati disegnati dai bambini, nelle storie Instagram, risuona negli hashtag e nei video. Ovunque, qualsiasi foto, riflessione, articolo, colazione, pranzo o cena, sessione di yoga o aperitivo al balcone è accompagnato da questa frase: andrà tutto bene.

Lo slogan sembra essere ampiamente condiviso, in maniera più o meno consapevole, eppure a qualcuno queste parole iniziano a produrre un certo fastidio. Ci siamo interrogati su questo vissuto, provando a rintracciarne origini e motivazioni. Forse qualunque slogan ripetuto centinaia e centinaia di volte e in una varietà smisurata di contesti produce, a lungo andare, noia. Ma questo non rende ragione dei vissuti di rabbia e angoscia che spesso si accompagnano a questo fastidio. Benché la noia inizi a fare la sua parte, deve esistere una ragione più intima e profonda per questa antipatia acquisita.

Cosa ci irrita profondamente di questa frase così breve, ottimista, così apparentemente innocente? Il verbo. Esatto. Questo verbo stuzzica le nostre viscere per diversi aspetti.

Innanzitutto per il tempo utilizzato, il futuro. Il futuro è quel tempo che indica un’azione che si svolgerà in un tempo diverso rispetto a quello dell’enunciazione e che, nondimeno, può esprimere una supposizione, un dubbio, un’ipotesi. Come sottolinea anche la Treccani è un verbo che a volte viene utilizzato per esprimere un garbato ordine, e quindi in sostituzione dell’imperativo. In questo senso “andrà tutto bene” sta diventando il mantra di un rito esorcistico, la difesa contro la paura che questo tempo futuro, con le sue incertezze, porta inevitabilmente con sé. Certamente, il futuro è la dimensione temporale a cui ci rivolgiamo in questo momento, in cui desideriamo proiettarci e proiettare le speranze, i progetti e desideri. Forse è il tempo in cui vorremmo teletrasportarci, per prendere le distanze dalla sofferenza di oggi. Ma questo desiderio di distacco e di rigetto del presente che questa frase esprime stride con il compito umano di essere presenti, qui ed ora, in questo nostro tempo. E se davvero fossimo capaci di spedirci dritti dritti nel futuro senza assumerci la responsabilità di questo futuro e quindi senza aver vissuto responsabilmente questo presente, allora sarebbe un futuro peggiore della sciagura che stiamo vivendo. Forse domani andrà tutto bene ma oggi è possibile che stiamo male e per arrivare a quella bramata dimensione futura è necessario accogliere, attraversare, significare e dare un senso a questo presente tanto indesiderato. E’ necessario stare, con tutti noi stessi, più di quanto lo sia il fantasticare di catapultarci in un’altra dimensione temporale.

Non è solo il tempo a disturbarci, anche la persona. O meglio la non persona. Questo utilizzo della forma impersonale ci fa sgranare gli occhi e inorridire davanti al timore che “Allora non abbiamo capito proprio niente”. Perché è comodo pensare che qualcosa/qualcuno interverrà per sistemare tutto, per debellare il covid19, per rimettere a posto le nostre vite, la nostra sanità, la nostra economia, la nostra società… Interverrà un deus ex machina a sbrogliare la matassa e portare tutto alla risoluzione, come nelle migliori tragedie greche. Andrà tutto bene…insomma qualcuno ci penserà, giusto? Ci penserà Dio, ci penserà lo Stato, ci penseranno gli Eroi/medici, ci penserà la Natura, ci penserà il Tempo, ci penserà la Storia, ci penserà persino la Geografia perché noi viviamo nella porzione fortunata di questo pianeta e qui, nell’Occidente (torre d’avorio) le catastrofi non possono/devono succedere… E invece forse COVID-19 è una catastrofe globalizzata in un mondo globalizzato. Il mondo da cui vorremmo espellere questo parassita acellulare è lo stesso mondo in cui nel 2004 lo tsunami in Indonesia ha prodotto 227mila morti e lo stesso mondo in cui la guerra civile in Siria conta, ad oggi, 560mila morti; lo stesso mondo delle drammatiche morti nel Mediterraneo che in tre anni sono state 15mila. E potremmo andare molto avanti (o cronologicamente molto indietro). E che mondo è questo? E’ un mondo fragile ma reale, reale nella sua interezza, il mondo in cui le cose non sono mai andate totalmente bene ma ne abbiamo sofferto meno solo perché non è capitato a noi. Il mondo non è un posto giusto ma forse, se lo abbiamo dimenticato, è perché semplicemente, e senza colpa, siamo privilegiati. Questa impersonalità nel verbo ci allontana, ancora una volta, dal senso profondo che possiamo ricavare da tutta questa esperienza. “Andrà tutto bene” rischia di essere la reificazione della negazione, è l’anestesia che scegliamo di iniettarci per andare avanti, è l’attesa di un lieto fine che rinnega la tragedia che si è già consumata. C’è un finale che stiamo attendendo? E quale soggetto, grammaticale e incarnato, si assume la responsabilità di questo finale?

Abbiamo il coraggio di trasformare questo verbi impersonali che “sono verbi usati senza un riferimento specifico a una persona che ne sia il soggetto” (cit.Treccani) in un verbo alla prima persona plurale? In un verbo di cui ci riappropriamo e attraverso cui ci costituiamo come soggetti specifici di questa azione? Un verbo che richiami forte alle nostre coscienze il nostro impegno sociale, politico, economico, sanitario e, soprattutto, etico nel fare le cose meglio di come abbiamo fatto finora?

Forse possiamo liberarci della formula “andrà tutto bene” e della prospettiva di attesa e delega che questa formula trascina con sé per appropriarci di un’altra formula, o di altre formule che vadano nella direzione dell’assunzione di responsabilità e della creazione di possibilità concrete di cambiamento.

Noi non sappiamo se andrà tutto bene. Sappiamo che POSSIAMO fare molto (o anche molto poco) per questo finale.

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Prescrire sconsiglia alcuni psicofarmaci: citalopram (Seropram®), duloxetina (Cymbalta®), venlafaxina (Efexor®)

Abbiamo appena ricevuto la newsletter di NoGraziePagoIo, una realtà incontrata nella Rete Sostenibilità e Salute. Si tratta un  gruppo spontaneo di operatori che  lavorano in diversi ambiti della Sanità (Regioni, Distretti, Aziende Sanitarie Locali, Università, Centri di ricerca, reparti ospedalieri, ambulatori, consultori, ecc.) distribuiti sia sul territorio nazionale che all’estero. Il gruppo è costituito da psicologi, pediatri e medici di famiglia, specialisti in varie discipline, studenti di medicina e specializzandi, infermieri, ostetriche, farmacisti, pedagogisti, biologi, ricercatori, consulenti in allattamento materno, bioeticisti,… uniti da comuni obiettivi. Nato nel marzo del 2004 ha prodotto documenti e progetti per proporre modalità di rapporto diverse dall’attuale, tra il mondo della sanità e l’industria del farmaco. Inoltre produce e diffonde costantemente informazioni su quanto accade se gli interessi commerciali o personali (denaro, fama, carriera), di lobby, di politici o di istituzioni, entrano in conflitto con la difesa della salute, ovvero quando si instaura un conflitto di interessi e sulle proposte e le esperienze attuate in tutto il mondo per affrontare questo problema.

Ebbene all’interno di questa newsletter abbiamo trovato qualcosa che crediamo possa essere d’interesse per chi si occupa di salute mentale, o come ben più spesso accade, di “malattia””mentale”.

L’autore del capitolo sull’appropriatezza del libro della RSS a cui abbiamo preso parte, Giovanni Peronato, per i Nograzie, ha sintetizzato il lavoro di Prescrire, la rivista francese d’informazione indipendente su farmaci e strategie diagnostico-terapeutiche. Attiva dal 1981, la rivista ha messo a punto per l’ottavo anno consecutivo la lista dei farmaci da scartare, per evitare eventi avversi sproporzionati ai vantaggi ottenuti. Riprendiamo le sue parole: “Attraverso un’indagine rigorosa della documentazione scientifica, secondo i principi della EBM, i farmaci più recenti sono stati messi a confronto con quelli di riferimento abituale (quando disponibili). Sono state così analizzate 105 molecole introdotte in Europa nel 2019 (92 sono commercializzate in Francia) conun rapporto beneficio/rischi che appare sfavorevole per tutte le indicazioni autorizzate. In alcuni casi questi farmaci espongono a un rischio inaccettabile in rapporto ai benefici, in altri si tratta di prodotti oramai sorpassati da molecole più recenti; ma può accadere anche il contrario, oppure i vantaggi promessi sono incerti perché provati solo verso placebo. Nella maggioranza dei casi sitratta di prodotti che hanno un’alternativa migliore.

I farmaci in questione possono essere accettabili nell’ambito di una ricerca clinica, sostengono gli autori, a condizione di informare i pazienti sugli elementi poco noti riguardo a rischi/benefici. Negli altri casi è opportuno preferire un trattamento sintomatico per aiutare il paziente a sopperire all’assenza di un farmaco dedicato. Le ragioni dell’inclusione nella lista sono dettagliatamente illustrate caso per caso, e quando esistenti sono suggerite le alternative più valide.  I farmaci sconsigliati sono stati raggruppati per categoria d’uso e in ordine alfabetico, per una consultazionepiù agile. Pensavo di trovare solo farmaci di nicchia o poco noti, invece la lista comprende dei campioni di vendite. Ne cito qualcuno, i dati sono quelli forniti da AIFA. Tra i più noti ne troviamo due (uno dei quali compare anche come associazione con diuretico), che rientrano nella lista dei 30farmaci più venduti in assoluto nel 2018; si tratta di anti ipertensivi (tra parentesi il nomecommerciale)”

Andando a cercare il documento abbiamo trovato alcuni farmaci con i quali, nel corso del nostro lavoro clinico, ci troviamo con una certa frequenza ad interagire.

Si tratta sopratutto di alcuni psicofarmaci, antidepressivi.  In particolare citalopram (Seropram®), duloxetina (Cymbalta®), venlafaxina (Efexor®) ma il documento non si limita a questi.

Rimandiamo al documento originale qui liberamente scaricabile per un approfondimento sul profilo degli specifici farmaci e ad altri articoli ad analisi circa la consapevolezza pubblica rispetto alle possibili collateralità. Non vogliamo approcciare al discorso in un modo ideologico ( demonizzando l’intero dispositivo psichiatrico o gli psicofarmaci di per sè più che l’uso pratico che troppo spesso ne viene fatto) ma neanche dimententicare quanto, nella realtà, spesso le modalità di cura che utilizziamo rischino di non essere le più appropriate.

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La città che cura

All’interno di Public Space Innovation BZ – azioni diffuse di sensibilizzazione, convivenza e ricerca per la costruzione di una cultura del Bene Comune – si terrà venerdì 17 gennaio a partire dalle 18:00, presso la sala di rappresentanza del Comune di Bolzano, in vicolo Gumer 7, un nuovo appuntamento della rassegna “Commons in the city – Ripensare la città” organizzata dalla cooperativa sociale OfficineVispa.

Nell’occasione, verrà offerta alla città la possibilità di approfondire la conoscenza dell’esperienza delle Microaree e dei Distretti della città di Trieste, attraverso la visione del documentario “La città che cura” e la presentazione dell’omonimo volume edito dalle edizioni alpha beta verlag all’interno della Collana180.

A dialogare con Maria Grazia Cogliati Dezza, co-curatrice del volume, psichiatra e promotrice del progetto “Microaree” sul territorio triestino, Peppe Dell’Acqua, direttore della Collana 180 – Archivio critico della salute mentale, psichiatra ed iniziatore della sperimentazione sui centri di salute mentale territoriali aperti 24 ore, e Morena Lentini, psicoterapeuta e referente territoriale dello sportello di counseling, sostegno ed ascolto psicologico TiAscolto di Bolzano, sarà l’editorialista del Corriere dell’Alto Adige Gabriele Di Luca.

Il documentario ed il libro si interrogano su come sia possibile mettere insieme un’organizzazione sensibile a rilevare i bisogni, a creare reti. Le storie raccontate sembrano dire che i servizi cresciuti nella città e nelle periferie di Trieste, i Distretti e le Microaree, non sono lì a guardare dall’esterno, ma diventano parte della storia dei soggetti, entrano dentro la loro quotidianità fino a costituire pezzi di soggettività che emergono dai racconti. Una storia che viene da lontano e che va lontano.

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Im Rahmen der Aktion „Public Space Innovation BZ” die der Sensibilisieren, den besseren Zusammen leben und der Erkenntnis wie eine Kultur des Gemeinwohls entstehen kann dient, wird am 17. Januar ab 18:00 Uhr im Gemeindesaal von Bozen in der Gummertstraße 7, von OfficineVispa en neues Treffen der Analyse „Commons in the City – überdenken wir die Stadt“ organisiert.

Bei diesem Treffen hat die Stadt Bozen die Gelegenheit, ihre Kenntnisse über die Erfahrungen der Stadt Triest in diesem Bereich zu vertiefen. Dies geschieht durch die Aussicht des Dokumentarfilms „La città che cura“ und der Präsentation des gleichnamigen Buchs, erschienen im edizioni alpha beta verlag innerhalben der Buchsammlung-Collana180.

Im Dialog stehen Maria Grazia Cogliati Dezza, Co-Autorin des Buchs, Psychiaterin und Promotorin des Projekts „Microaree“ in Triest, und Peppe Dell’Acqua, Direktor der Buchsammlung 180 – Archivio critico della salute mentale, außerdem Veranlasser Des Versuchs die Anlaufstellen für mentale Gesundheit 24 Stunden geöffnet zu halten. Mit ihm ist auch Morena Lentini, Psychotherapeutin und territoriale Referentin der Anlaufstellen für Counselling. Außerdem ist sie noch psychologische Ansprechpartnerin und Stütze bei „TiAscolto“ in Bozen. Ebenso dabei ist der Journalist Gabriele Di Luca zuständig für die Zeitung Corriere dell’Alto Adige.

Beides, der Dokumentarfilm als auch das Buch beschäftigen sich mit der Frage wie man eine Organisation auf die Beine stellen kann die, die Bedürfnisse der Bevölkerung erhebt und wie man ein effizientes soziales Netzwerk schaffen kann. Die dargestellten Lebensgeschichten zeigen uns dass die Sozialdienste, der Sprengel und Microaree von Triest und dessen Peripherie nicht untätige Zuschauer bleiben, sondern dass sie integrierten Teil der Lebensgeschichte und der Tagesabläufe der Darsteller werden. Es ist eine Geschichte die aus der Ferne kommt und weit fort führt.

OfficineVispa con-mit Città di Bolzano – Stadt Bozen, Collana180, Lo Scrittoio, edizioni alpha beta verlag. Sportello TiAscolto Bolzano, Libreria Ubik Bolzano Bozen

INFO:
Public Space Innovation BZ
publicspaceinnovation.wordpress.com
sergio.previte@officinevispa.com
Sergio Previte – 346 2239 259

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I rischi per la Salute del 5G moratoria in base al principio di precauzione

5G: I RISCHI PER LA SALUTE DEL.
MORATORIA IN BASE AL PRINCIPIO DI PRECAUZIONE

COMUNICATO STAMPA DEL 20 DICEMBRE 2019

La Rete Sostenibilità e Salute fa proprie le forti preoccupazioni già espresse da una vasta parte della comunità scientifica internazionale circa i rischi connessi alla tecnologia 5G e si associa alla richiesta di moratoria avanzata a più riprese da ISDE Italia.

Tutta la popolazione è attualmente esposta a Campi Elettro Magnetici (CEM) ad alta e bassa frequenza che hanno fatto aumentare, nei paesi industrializzati, il livello di esposizione in ambienti interni di 5.000 volte dal 1985 al 2005; a questo si aggiunge ora il 5G (“5th Generation”) che userà le bande 700 MHz, 3.4-3.8 GHz, 26 GHz e, successivamente, le bande comprese nella gamma tra 24.25 e 86 GHz (Fonte: AGCOM).
Tale tecnologia è già stata autorizzata su circa 4 milioni di cittadini italiani senza alcuna autorizzazione specifica da parte dei Ministeri competenti, in particolare di quello della Salute.
I limiti attualmente vigenti in Italia-che pur vanta una delle legislazioni più cautelative a livello internazionale, anche se dal 2012 i livelli di esposizione vengono calcolati come media delle 24 ore e non puntuali – non sono tuttavia adeguati a proteggere la salute umana, in quanto sono basati sul solo effetto acuto di riscaldamento dei tessuti, secondo le indicazioni dell’ organizzazione privata “International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection” (ICNIRP), discussa per i conflitti di interesse di molti dei suoi componenti.
Come Rete Sostenibilità e Salute non possiamo ignorare le migliaia di studi che attestano come gli effetti biologici dei CEM vadano ben oltre la sola azione di riscaldamento acuto e siano principalmente riferibili a: stress ossidativo, alterazione dei canali del Calcio, alterazione della conformazione delle proteine (“misfolding protein”), alterazioni nell’espressione genica, con conseguenze cliniche sia di tipo cancerogeno che non cancerogeno.
Per quanto attiene le onde del 5 G non disponiamo di studi epidemiologici (come per le altre frequenze) ma di studi sperimentali sia su animali che su linee cellulari che attestano l’insorgenza di effetti biologici potenzialmente pericolosi. La loro azione è stata oggetto di una recente ampia revisione. Data la loro bassa penetranza (10 mm), le ricadute possono essere locali (cellule cutanee, terminazioni nervose, microcircolo) ma anche sistemiche, in seguito al rilascio di mediatori infiammatori.
Come documentato ormai da una vastissima letteratura scientifica l’esposizione alle radiofrequenze rappresenta un rischio per tutte le forme di vita, comprese api ed insetti utili, così come è particolarmente inquietante l’azione sui batteri, in cui è stata dimostrata l’insorgenza di antibiotico resistenza. Nell’uomo sono stati descritti disturbi neuro-comportamentali e del neurosviluppo, alterazioni neurologiche, alterazioni spermatiche, disturbi metabolici e endocrini, alterazioni del ritmo cardiaco. Per quanto attiene l’azione cancerogena i CEM sono stati classificati come cancerogeni possibili (2B) nel 2011 dalla IARC (aumentato rischio di gliomi cerebrali e neurinomi).
Ampie metanalisi di studi caso/controllo pubblicate dopo il 2011 hanno dimostrato che per uso prolungato (10 anni) o per esposizione oltre 1640 ore al telefono mobile vi è un incremento statisticamente significativo di tumori cerebrali, in particolare glioblastomi, variabile dal +32% al 44%. Studi in vivo condotti dal National Toxicology Program e dall’Istituto Ramazzini, pur se condotti con esposizione degli animali a tipi diversi di radiofrequenze (telefoni cellulari per lo studio NTP e stazioni radio base per lo studio Ramazzini) hanno dimostrato incremento negli animali della medesima tipologia di tumori a livello cardiaco e delle guaine nervose. A seguito di queste recenti acquisizioni la riclassificazione della cancerogenicità delle radiofrequenze è stata inserita fra le priorità dalla IARC.
Consideriamo inoltre che in Italia nel 2012 è stata riconosciuta la causa di servizio per un neurinoma di un nervo cranico insorto dal lato in cui veniva usato il telefono mobile per 5-6 ore al giorno per 12 anni per ragioni professionali.
Facciamo nostre le raccomandazioni del Comitato Europeo per i Rischi da Radiazioni (ECRR), che – tenendo conto degli studi pubblicati nel 2018 dal National Toxicology Program (NTP) e dall’Istituto Ramazzini – propone che anche per le radiofrequenze (come per le radiazioni ionizzanti) vengano adottati limiti che tengano conto dell’effetto cumulativo e utilizzino fattori
correttivi legati alla frequenza, all’età e alla tipologia delle persone esposte.
Sempre a proposito dei limiti intendiamo stigmatizzare anche il comportamento “schizofrenico” dell’ Europa, perché da un lato il Consiglio d’Europa raccomanda agli stati membri di fissare soglie preventive che non superino gli 0,6 Volt/metro e di ridurre questo valore a 0,2 V/m, ma dall’altro, la Commissione Europea spinge per la commercializzazione su larga scala del 5G con cui si prevede un aumento dei limiti fino a 61 V/m.
Appare in particolare urgente conoscere il rischio di tumori cerebrali in bambini ed adolescenti in relazione all’esposizione ai telefoni cellulari, il cui uso è sempre più massivo ed avviene in età sempre più precoce. A questo proposito ribadiamo con forza la richiesta che vengano al più
presto resi pubblici i risultati di Moby kids, ampio studio caso-controllo condotto con fondi pubblici europei in 14 paesi, compreso l’Italia, che sono stati inviati alla Commissione Europea il 17 gennaio 2017, quasi tre anni fa.
Per concludere, il 5G è una forma di sperimentazione preliminare, in assenza di qualunque studio di valutazione ambientale o di salute e di fatto viene installato:

  • Violando palesemente il principio di precauzione della legislazione Europea, senza svolgere la dovuta, e preventiva, valutazione ambientale strategica (VAS);
  • senza alcuna consultazione pubblica o consenso informato pubblico, violando l’atto dei diritti umani delle Nazioni Unite e la Convenzione del 2007 sui diritti umani per le persone e le disparità funzionali ed il Codice di Norimberga del 1947;
  • senza adeguati limiti di esposizione basati sugli effetti biologici e su esposizioni croniche;
  • in assenza di strumenti tecnici e normativi utili al monitoraggio di questo specifico standard di trasmissione/ricezione;
  • in presenza di una massiccia quantità di studi indipendenti che dimostrano che le radiazioni elettromagnetiche artificiali, provenienti dal 2G, dal 3G, dal 4G -già in essere e a cui il 5G si aggiungerà- e da una serie di altri simili fonti, sono dannose alla salute pubblica e all’ecosistema.

Rispetto ai rischi per la salute sopra delineati la Rete Sostenibilità e Salute, appellandosi al principio di precauzione, si associa alla richiesta di moratoria avanzata a più riprese da ISDE Italia, richiedendo di non promuovere l’utilizzo del 5G su ampia scala sino a quando non saranno effettuati seri studi indipendenti che documentino in maniera definitiva la nocività o meno per la salute umana di questa tecnologia e sino a quando non si renderanno disponibili strumenti tecnici e normativi adeguati alla tutela della salute pubblica.
Come scrisse oltre 30 anni fa Lorenzo Tomatis: “Adottare il principio di precauzione e quello di responsabilità significa anche accettare il dovere di informare, impedire l’occultamento di informazioni su possibili rischi… evitare che si consideri l’intera specie umana come un insieme
di cavie sulle quali sperimentare tutto quanto è in grado di inventare il progresso tecnologico”.

Qui è possibile reperire il documento intero.

La Rete Sostenibilità e Salute

Rete Sostenibilità e Salute: chi siamo?

Siamo un insieme di associazioni che da anni si impegnano in maniera critica per proteggere,
promuovere e tutelare la salute. Ogni associazione ha la sua storia e le sue specificità, ma siamo
accomunati da una visione complessiva della salute e della sostenibilità.

  1. AsSIS – Associazione di studi e informazione sulla salute
  2. Associazione Dedalo 97
  3. Associazione Frantz Fanon
  4. Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia
  5. Associazione per la Decrescita
  6. Associazione Scientifica Andria
  7. Centro Salute Internazionale-Università di Bologna
  8. Federspecializzandi
  9. Fondazione Allineare Sanità e Salute
  10. Fondazione per la Salutogenesi ONLUS*
  11. Giù le Mani dai Bambini ONLUS
  12. Italia che cambia
  13. Medicina Democratica ONLUS
  14. Movimento per la Decrescita Felice
  15. NoGrazie
  16. Osservatorio e Metodi per la Salute, Università di Milano-Bicocca
  17. People’s Health Movement
  18. Psichiatria Democratica
  19. Rete Arte e Medicina
  20. Rete Mediterranea per l’Umanizzazione della Medicina
  21. Saluteglobale.it
  22. Slow Food Italia
  23. SIMP Società Italiana di Medicina Psicosomatica
  24. Sportello Ti Ascolto – Rete di Psicoterapia sociale
  25. Vivere sostenibile

Media relation Rete Sostenibilità e Salute

Il diritto ad essere bambini dei bimbi “iperattivi”. Presentazione “Divieto d’infanzia”

Il diritto ad essere bambini dei bimbi “iperattivi”. Presentazione “Divieto d’infanzia”.
La ADHD come specchio delle pratiche del nostro tempo

Per iniziare con la giusta energia il nuovo anno abbiamo organizzato, a Torino e a Milano, un dibattito pubblico su un tema per noi importantissimo che riguarda il futuro della nostra società e delle nostre famiglie: il disagio infantile.

Il pretesto per farlo sarà costituito dalla discussione, insieme agli autori e a professionisti attivi sui territori, del libro “Divieto D’Infanzia” di Chiara Gazzola e Sebastiano Ortu.

La tendenza della cultura occidentale a medicalizzare ogni fase della vita si estende all’infanzia e all’adolescenza codificando nuove diagnosi psichiatriche, come ad esempio quella di ADHD, offrendo all’industria farmaceutica profitti sempre più copiosi per soluzioni veloci inutili e talvolta dannose.

La scuola pubblica, insieme alla famiglia, diventa, in questa prospettiva, il luogo privilegiato sia per avviare, l’iter diagnostico che per prendersi cura attivamente dei bambini iperattivi, a partire dalle peculiarità di ognuno.

 

Discuteremo insieme delle naturali contraddizioni presenti nel confrontarsi con le forme delle sofferenza attraverso le correnti procedure diagnostiche e i principali strumenti di cui, come servizi sanitari, come famiglie e come scuola, si dispone.
L’obiettivo sarà confrontarsi sulle modalità che permettano a tutti i bambini e tutte le bambine di vivere una vita che permetta loro di sviluppare pienamente le loro potenzialità, con l’aiuto della propria famiglia, della scuola e dei servizi sanitari.
A Milano 
Venerdì 17 Gennaio 2020 dalle 20.30
C/o Circolo Arci LatoB, Viale Pasubio 14, Milano
Interverranno nel dibattito:
Chiara Gazzola – Antropologa e Autrice
Sebastiano Ortu – Insegnante e Autore
Matteo Caletti – Psicologo Psicoterapeuta esperto del tema, Associazione Spazio Relazione
Collettivo Antonin Artaud – Collettivo Antipsichiatrico di Pisa
Modera: Sportello TiAscolto!
A Torino
Sabato 18 Gennaio 2020 dalle 17.30
c/o Lombroso 16 , via Lobroso 16
Interverranno nel dibattito:
Chiara Gazzola – Antropologa e Autrice
Sebastiano Ortu – Insegnante e Autore
Giuseppe Virciglio – Psicologo Dirigente NPI
Collettivo Antonin Artaud – Collettivo Antipsichiatrico di Pisa
Modera: Sportello TiAscolto!
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Il setting clinico come determinante sociale della salute mentale e strumento di produzione o contrasto di disuguaglianze sociali

Condividiamo il paper  “Il setting clinico come determinante sociale della salute mentale e strumento di produzione o contrasto di disuguaglianze sociali” che contiene alcune delle riflessioni nate a partire dall’esperienza e delle riflessioni all’interno della pratica dello Sportello TiAscolto e della collaborazione con le altre realtà con cui siamo in rete. Il paper è inserito negli Atti del Convegno S.I.P.CO. (Società Italiana di Psicologia di Comunità) “Comunità imperfette: dalle dinamiche disgregative al decision making comunitario” , tenutosi a Palermo nel Giugno 2018, che potete trovare integralmente qui. 

Introduzione | La salute mentale si distribuisce lungo un gradiente socioeconomico: a ogni posizione sociale è associato probabilisticamente un livello di salute mentale determinato dalle condizioni di vita quotidiane dei soggetti (Determinanti Sociali di Salute; WHO, 2014). Inoltre, a parità di condizioni materiali, le comunità meno stratificate, godono di migliore e maggiore salute sia mentale che fisica rispetto a quelle caratterizzate da un gradiente socioeconomico più ampio (Wilkinson & Pickett, 2011).
I meccanismi di stratificazione sociale sono legati alla distribuzione disuguale nel corpo sociale dell’insieme delle risorse materiali, di status e di aiuto che permettono ad ogni individuo di esercitare controllo sulla propria vita (Costa, 2014) e che determinano l’insieme dei vincoli e delle opportunità che i soggetti e i gruppi sociali sperimentano nell’interazione con il contesto.
La pratica clinica e la psicoterapia, all’interno di questa prospettiva, rischiano di costituire un doppio pericolo per il benessere della popolazione: da una parte perché, come già ampiamente discusso in letteratura (Martìn-Barò, 2018; Laverack, 2018; Saraceno, 2017; Costa, 2014, Wilkinson & Pickett, 2011; Prillentelsky, 2008; Foucault, 1976), rischiano di relegare all’interno del setting clinico, neutralizzandoli nell’individualismo dei processi psichici, i segni di una sofferenza talvolta frutto dell’incorporazione di strutture e processi sociali ingiusti.
Il secondo pericolo, solo raramente evocato, è costituito dalla possibilità che pratica clinica abbiano un ruolo attivo nei processi di stratificazione sociale tramite la creazione e il mantenimento di una distribuzione diseguale delle possibilità di accesso al setting clinico.
Così facendo, rischiano inconsapevolmente di dividere la comunità alimentando processi che Prillentelsky (2008) chiama “oppressione politica: la creazione di barriere, materiali, economiche, alla piena realizzazione di autodeterminazione e partecipazione democratica”.
Nell’attuale congiuntura storico-sociale-economica tali effetti iatrogeni sarebbero amplificati in Italia dall’impossibilità di accedere, per coloro i quali si trovano in condizioni di disagio non acuto e di svantaggio economico, a servizi di salute mentale pubblici (nonostante l’inserimento dell’assistenza psicologica all’interno dei Livelli Essenziali d’Assistenza con Decreto 12.01.17 pubblicato in Gazzetta il 18/3/17) a causa dei criteri, funzionali alla razionalizzazione delle insufficienti risorse, che ne regolano l’accesso.
In sintesi, gli indubbi benefici clinici per soggetti appartenenti a categorie avvantaggiate e benefici economici e simbolici per gli psicoterapeuti non sembrano poter giustificare l’utilizzo incondizionato di setting tradizionali i quali potrebbero inconsapevolmente produrre sofferenza: a. a livello sociale creando, alimentando e mantenendo, divisioni in seno alla comunità (stratificazione sociale) b. impedendo l’accesso alle risorse di aiuto agli individui appartenenti a categorie più svantaggiate, con maggior probabilità di malessere psicologico.
L’attuale direzione della psicologia clinica sembra dunque incompatibile con quanto auspicato da Saraceno (2017): “non è più sufficiente essere consapevoli, sul piano teorico, del ruolo che i determinanti sociali della salute mentale e le disuguaglianze esercitano nell’etiopatogenesi della sofferenza, tale conoscenza deve trasformarsi in un cambiamento reale dei modelli operativi”.

Metodi | É stato creato un servizio di psicologia, counseling e psicoterapia, lo Sportello TiAscolto! la cui attività all’interno del setting clinico non prescinde dalle disuguali possibilità di accesso alla cura che operano all’esterno del setting. Tale consapevolezza ha portato il servizio all’introduzione di alcuni dispositivi (Foucault, 1976) funzionali al  benessere sociale dell’utenza (Keyes,1998) e alla sostenibilità dal punto di vista sociale ed economico del servizio.
Tra gli altri risultano particolarmente significativi:
1. la negoziazione di una tariffa variabile in primo colloquio tra operatore e cittadino;
2. l’equa redistribuzione degli utili del servizio tra gli operatori impegnati nell’attività clinica in base ad una tariffa oraria media.
Questa coppia di dispositivi permetterebbe di: 1. contrastare alcuni degli effetti di stratificazione della comunità e di esclusione di alcune categorie svantaggiate ampliando gradi di libertà, opportunità e capacità di azione (Sen, 1999); 2. redistribuire le disuguali risorse (economiche, di aiuto e di status) presenti sul territorio in diverse fasce socioeconomiche; 3. attivare nei cittadini processi di empowerment (Laverack, 2018), coinvolgendoli nel processo decisionale relativo ad una tariffa sostenibile, responsabilizzandoli rispetto al proprio percorso di cura e alla sostenibilità del servizio stesso; 4) garantire una giusta remunerazione ai clinici del servizio; 4. facilitare negli operatori lo sviluppo di una chiara consapevolezza dell’interconnessione tra il proprio operato, le disuguaglianze sociali e i determinanti sociali della salute mentale nella comunità in cui operano; 5. promuovere negli operatori l’attivazione di processi identitari individuali e gruppali, lungo il continuum professionista-cittadino, legati al proprio ruolo nelle dinamiche di potere presenti nella società. La negoziazione della tariffa costituirebbe un nuovo elemento di appartenenza al “gruppo operatori”, collettivamente impegnato sia nella messa in discussione delle pratiche cliniche che, tramite questa, degli assetti sociali (intesi come l’insieme delle relazioni che formano la struttura sociale)

Risultati | Le principali criticità emerse con l’introduzione di tali dispositivi sono state:
1. la gestione condivisa dell’elevato numero di accessi arrivati a saturare la disponibilità di presa in carico del servizio con un appesantimento del carico di lavoro e conseguente calo della qualità dell’attività clinica. Questo suggerisce una funzione selettiva del flusso di accessi ossia uno sbarramento determinato dall’impossibilità economica in relazione alla soglia introdotta dalla tariffa di mercato;
2. l’accordo su condizioni economiche eccessivamente sbilanciate in favore di alcuni utenti che non ne avevano effettiva necessità a scapito della sostenibilità del servizio. Quest’ultima criticità ha determinato un decremento delle risorse destinate agli utenti in reali condizioni di svantaggio economico e la collusione con aspetti intrapsichici di individui che avrebbero potuto giovare di un approccio più rigoroso alla negoziazione del setting, rischiando di trasformare l’accessibilità per tutte e tutti in intervento iatrogeno per alcuni.

Conclusioni | L’introduzione del setting co-costruito nell’incontro tra operatore e cittadino ha permesso di verificare, a partire da una pratica trasformativa, la sostenibilità per gli operatori nel medio periodo di setting più vicini ai reali bisogni di una fascia di popolazione svantaggiata. Tali setting possono essere considerati come determinanti sociali in grado di promuovere o meno la salute mentale in tutti i cittadini e la comunità territoriale, ridisegnando i rapporti di potere economico e simbolico tra operatore e cittadino o mantenendo l’assetto sociale esistente.
Il rovesciamento del setting tradizionale ha facilitato l’analisi dei processi storici di produzione, reificazione e legittimazione, demistificandone la pretesa naturalità e neutralità in favore di una connotazione politica, funzione dei rapporti tra chi detiene il potere di definirne le condizioni di accesso e il resto della comunità.
Ciascun setting rappresenta una possibilità di veicolare in diversa misura gli interessi e i bisogni (simbolici e materiali) delle classi svantaggiate, facilitandone processi di liberazione (Martìn-Barò, 2018) e delle classi avvantaggiate, (ri)producendo e mantenendo processi evitabili di esclusione e stratificazione responsabili delle disuguaglianze sociali e di salute. Il setting tradizionale, manifestazione degli interessi dominanti della comunità degli psicologi clinici sembra essere allineato con maggior consistenza e frequenza agli interessi delle classi avvantaggiate.

Ciascun setting, in altri termini, esprime un diverso posizionamento da parte degli psicologi clinici, all’interno del continuum che va da contrasto a riproduzione delle disuguaglianze sociali. Le scelte dei clinici possono mantenere processi sociali iniqui riproducendo l’ordine sociale esistente oppure possono porsi come attivi strumenti di rinegoziazione a partire dal confronto con i bisogni reali di chi si trova in posizione di svantaggio.

Nonostante le criticità emerse, la sostenibilità del setting proposto, insieme alla presenza di esperienze analoghe come la Rete di Psicoterapia Sociale del Piemonte e la piattaforma Psicoterapia Aperta, suggeriscono la possibilità che gli psicologi clinici possano agire, tramite l’introduzione di setting a geometria variabile e nuove forme organizzative, nell’interesse di tutta la comunità, su processi solitamente ritenuti di pertinenza esclusiva della psicologia sociale e della psicologia di comunità, partecipando alla costruzione di una società più giusta e più sana, in cui il benessere psicologico sia inteso come bene comune di cui tutti possano prendersi attivamente cura.

Riferimenti bibliografici

Costa, G. et al. (2014). L’equità nella salute in Italia. Secondo rapporto sulle disuguaglianze sociali in sanità. Milano: Franco Angeli.
Foucault, M., & Tarchetti, A. (1976). Sorvegliare e punire: nascita della prigione. Torino: Einaudi.
Keyes, C. L. M. (1998). Social well-being. Social psychology quarterly, 121-140.
Laverack, G.(2018). Salute pubblica. Potere, empowerment e pratica professionale. Roma: Il Pensiero Scientifico Ed. Martín-Baró, I. (2018). Verso una Psicologia della liberazione. In M. Croce, & F. Di Lernia (Eds.), Psicologia della Liberazione (pp. 69–92). Roma: Bordeaux.
Prilleltensky, I. (2008). The role of power in wellness, oppression, and liberation: The promise of psychopolitical validity. Journal of Community Psychology, 36(2), 116-136.
Saraceno, B. (2017). Sulla povertà della psichiatria. Roma: DeriveApprodi.
Sen, A. (1999). Development as freedom, New York: Oxford University Press.Wilkinson, R., & Pickett, K. (2011). The spirit level: Why greater equality makes societies stronger. Bloomsbury Publishing USA.
World Health Organization. (2014). Social determinants of mental health. World Health Organization


Si rimanda al paradigma PTM Power Threat Meaning per un’ulteriore disamina. https://sportellotiascolto.it/2018/07/23/potere-power-threat-meaning-framework-disuguaglianze/

Determinanti sociali della salute mentale e fisica, determinazione e disuguaglianze. Dall’analisi all’azione.

Riprendiamo un articolo pubblicato su SaluteInternazionale sul tema dei determinanti sociali della salute mentale e fisica, delle disuguaglianze sociali e di salute e sulle pratiche in grado di mitigare i pericolosi effetti sulla salute delle persone di contesti malsani.

La Salute Diseguale. Dall’analisi all’azione.

Matteo Bessone, Sportello TiAscolto, Rete Sostenibilità e Salute
Chiara Bodini, Centro Salute Internazionale e Interculturale, Rete Sostenibilità e Salute

Un ampio e solido corpo di evidenze epidemiologiche converge nell’indicare nelle condizioni di svantaggio sociale un fattore di rischio determinante per la salute. Tali studi, a partire dal lavoro della Commissione sui Determinanti Sociali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), sottolineano l’importanza dei contesti di vita e della più ampia organizzazione sociale nel distribuire salute e malattia nella popolazione. I principali responsabili di tale processo sarebbero, appunto, i determinanti sociali: “le cause delle cause” della salute, fisica e mentale, che comprendono stili di vita individuali, reti sociali e comunitarie, ambienti di vita e lavoro, il contesto politico, sociale, economico e culturale. Tutti fattori con i quali le persone, con il proprio corredo biologico, interagiscono nel corso della vita[1-6].

L’analisi di questi fattori costituisce il fulcro del primo capitolo del libro “Un nuovo mo(n)do per fare salute”, redatto dalla Rete Sostenibilità e Salute, in cui viene sottolineata la necessità, in qualsiasi discorso sulla salute, di considerare la centralità delle dimensioni politico-sociali e, all’interno di queste, dei fattori economici. Con diversi gradi di vicinanza all’individuo, alcuni determinanti sociali, quelli distali (contesto politico, socioeconomico e culturale), costituiscono i principali responsabili della stratificazione sociale che, a sua volta, è implicata nella distribuzione differenziale, nella popolazione dei fattori di rischio e protezione per la salute, fisica e mentale: si tratta dei determinanti delle disuguaglianze sociali. I determinanti prossimali (condizioni di vita e lavoro, stili di vita, reti sociali e comunitarie), invece, sono i principali mediatori attraverso cui la stratificazione sociale influenza gli esisti di salute dei differenti (gruppi di) individui nella popolazione[1,6].

Le persone appartenenti a classi sociali più svantaggiate sono, rispetto a chi si trova in condizioni di maggior vantaggio, più esposte, nei propri contesti di vita e lungo l’arco di vita, a fattori di rischio (materiali, psicosociali, comportamentali) per la salute sia fisica che mentale, meno dotate dell’insieme di risorse (materiali, immateriali e di aiuto) in grado di proteggerle da eventi avversi, più vulnerabili agli effetti sfavorevoli dei fattori di rischio e più danneggiate dalle conseguenze sociali della malattia[6]. Qualunque sia l’indicatore utilizzato per determinare la posizione sociale (reddito, titolo di studio, eccetera), il vantaggio o lo svantaggio in termini di salute non è influenzato solamente dalla quantità assoluta di risorse  disponibili, ma anche dal confronto in relazione con le altre persone nella gerarchia sociale (la cosiddetta “deprivazione relativa”)[1,7].

Al di là di ogni responsabilità dei singoli, la distribuzione della salute nella società si manifesta lungo un gradiente sociale[1-7]. La condizione socioeconomica del gruppo sociale di appartenenza, ovvero la classe sociale (o, nella più pacificata terminologia anglofona, la posizione sociale), costituisce un potente predittore dello stato di salute delle persone. Tale condizione fornisce l’insieme di vincoli e opportunità[7-10] entro cui i soggetti si muovono esercitando maggior o minor potere e controllo sulla propria vita, a seconda della posizione nella gerarchia sociale[1,2,4,7,10]. Poiché le buone condizioni di vita sono strutturalmente distribuite in maniera disuguale nella popolazione, la salute sia fisica che mentale seguirà la medesima distribuzione [7]. Questa distribuzione differenziale di opportunità e vincoli a partire dalla posizione sociale che, incorporata, si accumula sotto forma di stress cronico[10], influenza gli esiti in salute già a partire dall’ambiente intrauterino [2], si trasmette di generazione in generazione (la cosiddetta trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze)[2,7,11] e influenza l’espressione genica[12].

Gli effetti più pervasivi e meno visibili delle disuguaglianze sulla salute non concernono però esclusivamente le classi sociali più svantaggiate. Nel corpo sociale, lo stato complessivo di malattia e salute, oltre che l’incidenza di problemi sociali e sanitari, è correlata al livello di disuguaglianza nella distribuzione dei redditi nella popolazione [2,4,5,7]. Se all’interno di una nazione la salute si distribuisce lungo il gradiente variando con la posizione sociale, nel confronto tra diverse nazioni, quelle più disuguali registrano un andamento significativamente su moltissimi indicatori, sia sociali che di salute, fisica e mentale[4,5]. Oltre una certa soglia di ricchezza, infatti, non è errato considerare tale disuguaglianza un fattore di rischio/protezione “ambientale” per la salute e il benessere della popolazione. Questi infatti, nei paesi industrializzati, risultano correlati più al livello di disuguaglianza che alla ricchezza o al tasso di crescita della nazione[4,5], contrariamente a quanto affermato dal dogma neoliberista.

Partendo dalle considerazioni qui riassunte, il capitolo illustra alcune direttrici di azione il cui focus è spostato dalla dimensione individuale a quella pubblica, e quindi politica, della salute.Vengono proposte due classi di azioni il cui obiettivo, più che riparare all’effetto delle disuguaglianze sugli esiti in salute, è quello di redistribuire all’interno del campo sociale l’insieme di opportunità, capacità, vincoli, beni e risorse, agendo sull’organizzazione sociale e sulla qualità dei contesti di vita, presupposti fondamentali per società sane e vite in salute. Si tratta sia di azioni volte a modificare i contesti di vita che, in una società stratificata, influenzano in modo differenziale la salute della popolazione, sia di interventi rivolti ai macro contesti socioeconomici e culturali responsabili di tale stratificazione. Le due classi di azioni sono complementari e l’efficacia di entrambe è legata all’intersettorialità, principio cardine della promozione della salute già dai tempi della Dichiarazione di Alma Ata[13].

Da una parte troviamo le azioni top-down. Si riferiscono a tutte quelle politiche, a livello istituzionale, volte ad aggredire i processi che contribuiscono a stratificare l’organizzazione sociale[14,16]. La natura redistributiva di tali azioni non si esaurisce esclusivamente nel campo economico, ma comprende le politiche abitative, lavorative, fiscali, salariali, previdenziali, di mobilità, ambientali, eccetera. Si tratta di interventi di prevenzione primaria finalizzati, tramite un cambiamento dell’assetto sociale volto alla redistribuzione delle risorse materiali e immateriali (relazionali, cognitive, emotive, culturali, simboliche, sociali) finalizzato all’equità nelle opportunità di vita e, di conseguenza, di salute [15,16].  Gli interventi sanitari, più o meno selettivi, rappresentano solo una delle tipologie di intervento possibile[6]. Essendo il cambiamento dei macro-determinanti sociali fuori dall’influenza del sistema sanitario, la valutazione delle azioni da questo disposte dipende dalla loro maggior o minor capacità di ridurre il gradiente sociale[3,6] e dall’universalità (proporzionale al bisogno)[2]. Occorre però includere anche considerazioni relative alla qualità delle cure laddove si desideri redistribuire nella popolazione opportunità di godere di buona salute[17]. Ampliare indiscriminatamente il bacino di trattabilità rischia di acuire le disuguaglianze sia sociali che di salute laddove, cure di scarsa qualità, potenzialmente dannose per la salute, non forniscano opportunità ma le limitino. Vista la mole di prestazioni inutili, quando non iatrogene, erogate, la programmazione di interventi sanitari volti all’equità non può corrispondere, come troppo spesso accade, ad una tensione verso la sola estensione del bacino di persone trattabili senza considerare appropriatezza e qualità degli interventi.

La seconda classe di azioni, senza cui la prima rischia di riprodurre strutture e processi funzionali al mantenimento dell’ordine sociale che avvantaggia pochi a scapito di molti, è costituita dalle azioni bottom-up. Pur portando a un beneficio in termini di salute, tale risultato non rappresenta l’obiettivo esplicito di questa classe di azioni, che mira primariamente all’espansione del numero di persone in grado di esercitare i propri diritti di cittadinanza [1,9], presupposti fondamentali per una società e una vita in salute[16,18].

In questo ambito, le azioni legate alla dimensione sanitaria, anche qui minoritarie, possono essere suddivise in azioni individuali e collettive. Le prime si attuano all’interno dei setting clinici e comprendono interventi non strettamente sanitari che modificano variabili legate all’interazione dell’individuo con il proprio contesto di vita, influenti rispetto alle condizioni di salute (ad esempio condizioni abitative, reddito, capacità di fruire meglio delle risorse del welfare). Le azioni collettive, più efficaci in termini di cambiamento strutturale, sono ad esempio quelle volte alla rivendicazione del diritto alle cure per particolari classi di patologie o sottogruppi di popolazione, o del diritto alla salute per tutti e tutte. Quando non riferite all’ambito sanitario, le azioni collettive possono riguardare ambiti politici funzionali alla creazione sia di un’organizzazione sociale più giusta e quindi più sana, sia di contesti (materiali e sociali) capaci di produrre maggiore e migliore salute. Ad esempio, le rivendicazioni per il diritto alla casa, ad un lavoro dignitoso, all’istruzione, ad un ambiente salubre e le mobilitazioni per il clima e la mobilità sostenibile costituiscono a tutti gli effetti azioni per la giustizia sociale indirizzate ai principali determinanti i cui effetti negativi sulla salute, pur riguardando tutti i cittadini, riverberano in misura maggiore sulle classi più svantaggiate. Rientrano nella stessa classe di azioni le mobilitazioni non tese a modificare politiche che coinvolgono, seppur in misura diversa, trasversalmente tutto il corpo sociale, ma lotte di contrasto alle disuguaglianze sociali attraverso la tutela di specifici sottogruppi di popolazione in condizioni di svantaggio  (donne, migranti, lavoratori, anziani, minoranze etniche o marginalizzate come comunità LGBT, eccetera)[18]. Le differenze negli esiti di salute nei diversi gruppi sociali costituiscono quindi un’evidenza attraverso cui interrogare e contrastare specifici, contingenti e storici rapporti di dominio che, stratificando la società, producono assetti sociali ingiusti, nocivi e evitabili[7,19]. L’accumulazione e l’appropriazione di capitale economico, simbolico, sociale e culturale da parte dei gruppi avvantaggiati si manifesta sotto forma di espropriazione del capitale di salute a scapito dei gruppi svantaggiati.

Quest’ultima classe di azioni, bottom up, trova sostegno nel costrutto di determinazione sociale della salute emerso in seno alla medicina sociale latinoamericana[19,20]. Rinunciando alla pretesa neutralità scientifica della medicina, il costrutto rilancia alcune delle possibilità, in termini teorici ma sopratutto pratici, mai pienamente espresse dall’utilizzo, fortemente viziato dall’origine e dal contesto di una certa accademia, del costrutto di determinanti sociali. Tale rilancio comincia dal riconoscimento che descrivere astoricamente, in maniera astratta, i meccanismi che stratificano la società e che distribuiscono in maniera disuguale fattori di rischio/protezione è insufficiente in assenza dell’identificazione, dell’analisi e di azioni di contrasto verso i processi e gli attori che ne sono responsabili. Analisi e azioni inerenti la distribuzione della salute pubblica sono dunque indivisibili rispetto a quelle relative alla distribuzione del potere [7,19,20].

In conclusione, la salute fisica e mentale è un bene troppo prezioso per essere affidato a tecnici o al mercato. La partecipazione attiva di ciascuno e di tutti  alla costruzione di una società più sana costituisce un elemento fondamentale per la tutela e la promozione della salute. I processi partecipativi di contrasto delle disuguaglianze sono però ostacolati dalla bassa coesione sociale, dai crescenti livelli di individualismo e di competitività, dalla bassa fiducia nelle istituzioni caratteristiche proprio delle società più disuguali[4,5], a beneficio dei soli gruppi avvantaggiati[7,19]. Resistere alla tentazione di considerarsi un’isola, slegata dagli altri, nella consapevolezza di essere, in ogni momento, “il contesto” per qualcun altro, rappresenta forse il primo necessario passo per lavorare verso la “salute per tutte e tutti, ora”[16]. Non è solamente la salute delle persone a venire plasmata dalla società, ma è anche la salute di questa a poter essere influenzata dall’azione delle persone.

Bibliografia

  1. CSDH. Closing the gap in a generation: health equity through action on the social determinants of health. Final Report of the Commission on Social Determinants of Health. Ginevra: World Health Organization, 2008.
  2. World Health Organization. Social determinants of mental health.Ginevra: World Health Organization, 2014.
  3. Marmot M, et al. Fair society, healthy lives (The Marmot Review). Londra: Institute of Health Equity, 2010.
  4. Wilkinson R, Pickett K. The Spirit Level: Why greater equality makes societies stronger. Londra: Allen Lane, 2009.
  5. Wilkinson R, Pickett K. The Inner Level: How More Equal Societies Reduce Stress, Restore Sanity and Improve Everyone’s Well-being. Londra: Penguin Books, 2018.
  6. Costa G, et al. L’equità nella salute in Italia. Secondo rapporto sulle disuguaglianze sociali in sanità. Milano: Franco Angeli, 2014.
  7. Marmot M. The Health Gap: The Challenge of an Unequal World. Londra: Bloomsbury, 2015.
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  9. Sen A. Development as freedom. New York : Oxford University Press, 2001.
  10. Cardano M. Disuguaglianze sociali di salute. Differenze biografiche incise nei corpi. Polis 2008; 22:119-146.
  11. Franzini  M.  Pianta  M.,  Disuguaglianze:  quante  sono,  come  combatterle,  Laterza, Roma-Bari 2016.
  12. Sapolsky R., Sick of poverty. Scientific  American 2005; 293(6): 92-99.
  13. World  Health  Organization.  Dichiarazione  di  Alma  Ata.  Alma Ata: World  Health Organization,  1978.
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  19. Krieger N. Epidemiology and the people’s health: theory and context. Oxford University Press, New York 2011.
  20. Breilh J. La determinación social de la salud como herramienta de transformación hacia una nueva salud pública (salud colectiva). Revista Facultad Nacional de Salud Pública 2013; 31(1): 13-27.
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A proposito di cancro e psiconcologia

La Psiconcologia è una disciplina, nata intorno agli anni settanta, in cui convergono e si coniugano, non sempre in modo armonico, due ambiti di studio che storicamente hanno avuto molto poco in comune, quali la medicina e la psicologia. Nella visione psiconcologica, l’ambiente non si limita infatti ad una continua influenza biologica sull’individuo, ma attraverso le esperienze passate, la rete relazionale, sociale e culturale viene a condizionare l’evento cancro, modificando anche l’omeostasi psichica dell’individuo, per il significato che la “malattia cancro” e la stessa “parola cancro” hanno assunto nella nostra società, al punto da influenzare la capacità di adattamento della persona alla neoplasia e la sua adesione alla terapia (Torta, 1997).

Nel corso del tempo la convivenza tra medicina e psicologia, nei luoghi di cura sia pubblici che privati, è andata certamente migliorando. A sancire una possibile collaborazione tra queste due discipline sono le recenti linee guida di Assistenza psico-sociale dei malati oncologici, stipulate nel 2016 tra AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e SIPO (Società Italiana di Psico-Oncologia). Nell’introduzione del documento si legge: “La diagnosi di tumore e le sue conseguenze possono avere un forte impatto negativo sulla vita dei malati e delle loro famiglie, ben oltre la vasta gamma di sintomi fisici sui quali generalmente si concentra l’attenzione di chi ha in cura i pazienti. La malattia infatti può influire su una vasta gamma di aspetti psicologici, emozionali, sociali e spirituali della salute. (…). L’assistenza psicosociale è ormai considerata una componente essenziale di un’assistenza oncologica ottimale: essa si pone l’obiettivo di alleviare il distress emozionale e di promuovere il benessere, pertanto è l’elemento chiave di qualsiasi strategia volta a migliorare la qualità della vita dei malati. (…) Ancora oggi, i bisogni psicosociali spesso non vengono rilevati e quindi non sono trattati in modo opportuno”.

Un’idea di modello bio-psico-sociale integrato (Engel, 1977)

Non è più un mistero per nessuno il fatto che il nostro Sistema Sanitario Nazionale, nonostante mantenga un primato di eccellenza mondiale, non sia più in grado di far fronte da solo alle esigenze dei singoli pazienti, in futuro potremmo imbatterci in una sempre più scarsa disponibilità di risorse ed è oggi il momento di prendere provvedimenti: agire in senso politico, collettivo e individuale.

Citando un articolo apparso su “Il Messaggero” il 21 Novembre 2019: “Il nostro sistema sanitario si posiziona al nono posto della classifica mondiale – dopo Islanda, Norvegia, Olanda, Lussemburgo, Australia, Finlandia, Svizzera e Svezia – per le sue elevate performance come testimoniato anche dallo stato di salute della popolazione, che resta buono nonostante gli stili di vita non sempre salubri e come certificato dall’aspettativa di vita alla nascita (all’ottavo posto nel mondo, 85,3 anni per le donne, 80,8 per gli uomini nel 2017). Le criticità tuttavia non mancano. dal 1990 ad oggi è aumentata gradualmente la spesa privata del cittadino per la salute, di pari passo a una riduzione del finanziamento pubblico alla salute, riduzione che, quindi, non è frutto di una aumentata efficienza del servizio sanitario (…) Tuttavia da questa analisi vediamo che le sfide per il futuro sono molte, dall’aumento del peso delle patologie dell’invecchiamento, alla rilevanza dei fattori di rischio comportamentali, alla riduzione delle risorse pubbliche per il Sistema Sanitario che ne mettono a repentaglio l’efficienza”.

Soltanto includendo la persona nel sistema ampio di cura diventa possibile rispondere ai bisogni assistenziali, al fine di garantire uno standard di qualità di vita degno e rispettoso. Per fare questo la medicina sta scendendo a patti con le altre sfere: psicologica e sociale. Reputo questo cambiamento di paradigma una presa di coscienza importante, se non addirittura un atto di umiltà insperato; non soltanto si sta andando verso un percorso di cura integrato ma addirittura condiviso, in cui diventa possibile dialogare e confrontarsi tra diversi sistemi di appartenenza.

Di necessità, virtù. Il mondo della Sanità si affaccia alla sfera del sociale, nel senso più ampio del termine, riconoscendo una cittadinanza attiva che può contribuire alla salute di tutti, specialmente attraverso il motore del volontariato con cui  arriva oggi a stringere un patto di alleanza per unire le forze e portare avanti obiettivi comuni, per far fronte alla situazione di disagio individuale e collettivo causata dall’epidemia vera e propria della malattia cronica.

Dal Rapporto FAVO (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) sulla condizione assistenziale dei malati oncologici del 2016, si evince che:  “La crisi economico-finanziaria ha riscritto i contenuti dell’assistenza necessaria e possibile, anche per i malati di cancro. La combinazione reattiva con i cambiamenti demografici, con la disgregazione del precedente modello di famiglia e con l’aumento esponenziale dei costi dell’innovazione tecnologica rende necessaria una nuova visione del welfare che si avvalga anche dei contributi di attori non istituzionali, ma capaci di rappresentare e interpretare la domanda di assistenza come le associazioni dei malati. Ai nuovi bisogni complessi non corrispondono, infatti, adeguate risposte. Il sistema sanitario è in sofferenza, schiacciato dalla contingenza e dall’improvvisato contenimento della spesa. È anche orfano di un progetto politico che ne attualizzi gli scopi e lo renda al passo con i tempi. L’associazionismo dei malati dovrà intervenire nella costruzione della nuova visione, ponendosi come stabile interlocutore al fianco di tutti gli attori coinvolti nel cambiamento. Il contributo del volontariato oncologico è pertanto centrale e strategico in ragione dell’elevato impatto economico e sociale del cancro, sia con riferimento alla fase acuta, sia con riferimento alla fase di riabilitazione ancora oggi sorprendentemente trascurata dal Servizio sanitario nazionale”.

Diventa importante sapere che esiste una figura di riferimento specializzata come lo Psiconcologo perchè di cancro non è più possibile non-parlare, così come del lutto e della morte cui abbiamo dedicato uno spazio di parola e condivisione di vissuti personali e professionali durante la nostra autoformazione. Oltre alla presa in carico strettamente individuale, il campo di azione dello psiconcologo può ampliarsi rivolgendosi a chi sta attorno alla persona ammalata di cancro: dalla famiglia alla cerchia amicale, e inoltre l’équipe dei curanti e i volontari delle associazioni di riferimento.

La malattia oncologica esiste e si sta diffondendo sempre di più, per tutta una serie di fattori ambientali, genetici, legati agli stili di vita. La buona notizia è che sta aumentando anche la sopravvivenza al cancro che, per quanto auspicata e da considerare ineccepibilmente come un traguardo, pone di fronte a questioni urgenti, ridefinisce il tempo della presa in carico del paziente, interroga sul chi e come deve garantire le cure al paziente cronico, una volta terminato l’iter ospedaliero. Poter parlare di malattia e di cancro fa parte della cura, soprattutto al fine di combattere la condizione di solitudine che affligge molte persone e in particolare chi riceve una diagnosi di malattia.

In ultimo sottolineiamo l’importanza del creare rete sul territorio, orientare e orientarsi rispetto alle risorse a cui attingere, anche nel marasma del web, per rendere accessibili le informazioni rispetto alle associazioni di volontariato e figure professionali specializzate nel campo oncologico (psicologi, nutrizionisti, medici specialisti, estetisti, trainer sportivi,e altri ancora).

BIBLIOGRAFIA

Torta, R. Musso, A. (1997). Psiconcologia. Torino, Il Centro Scientifico.

Engel G.L. (1977). The need for a new medical model: A Challange for biomedicine. Science, 196, 129-136.

https://www.favo.it/ottavo-rapporto.html

Home Page

http://www.aiom.it/professionisti/documenti-scientifici/linee-guida/assistenza-psico-socialedei-malati-oncologici/1,2826,1,

https://www.ilmessaggero.it/salute/storie/sanita_italiana_classifica_mondiale-4875732.html

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Salute Mentale e Mutualismo: Discorsi e pratiche di comunità che curano.

Insieme al Collettivo 7 Aprile, nell’ambito del ciclo di incontri in vista del 7 Aprile 2020 la Giornata Mondiale della Salute, ribattezzata Giornata contro la Mercificazione della Salute, siamo lieti di potervi invitare a:

SALUTE MENTALE E MUTUALISMO
Discorsi e pratiche di comunità che curano

VENERDI’ 13 DICEMBRE 2019, ore 18.30
C/o Centro Studi Sereno Regis
Via Giuseppe Garibaldi, 13, 10122 Torino TO

Dopo «Salute Migrante – Diritto alla Salute e Fenomenologia dell’Accoglienza», il Collettivo 7 Aprile propone un nuovo incontro pubblico con l’obiettivo di approfondire, a partire da esperienze pratiche di mutualismo in salute mentale, il legame esistente tra tali pratiche collettive, ciascuna con le proprie peculiarità cliniche, organizzative e politiche, e la tutela della salute mentaledella popolazione.

Il progressivo definanziamento del SSN, principale strumento per la diritto alla salute della popolazione, pone grandi sfide per la collettività e la sua salute. Una parte di queste sono stateraccolte da gruppi di cittadini autorganizzatichehanno datovita a percorsi collettivi in cui cura dei bisogni inevasi di salute mentale e lotta per una società più giusta, meno disuguale, e quindi più sana, costituiscono due lati della stessa medaglia.

Partecipano:
Benedetta Altavilla (Psichiatra, ExOPG Occupato – Je so’ pazz, Napoli)
Luca Negrogno (Sociologo, Associazione “Insieme a Noi”, Modena)
Matteo Bessone (Psicoterapeuta, Sportello TiAscolto, Torino)

Il Collettivo 7 Aprile è un gruppo eterogeneo di singoli e realtà attive nel torinese che, a vario titolo, si occupano di salute. Condivdiamo l’importanza del diritto all’accesso alle cure, ma anche il peso fondamentale dell’ambiente (sociale, culturale, naturale) nel determinare il benessere psicofisico individuale e collettivo.

Per info e contatti:
rosa.bartiromo@gmail.com

Qui l’evento fb
Qui il report della giornata.

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Mettiamocelo in Testa! Giornata Mondiale per la Lotta all’AIDS

A trent’anni dallo slogan “AIDS: se lo conosci lo eviti” le nuove infezioni restano ancora stabili e coinvolgono spesso giovani e giovanissimi.
L’ignoranza è terreno fertile per il diffondersi dell’infezione. L’informazione è la prima arma di prevenzione disponibile.

In occasione della Giornata Mondiale per la lotta contro l’AIDS (30/11/2019), Sportello TiAscolto Milano ha partecipato con una delle sue psicologhe ad un dibattito sui temi dell’informazione, della prevenzione e dell’affrontare oggi HIV e AIDS.

L’evento si è svolto in collaborazione con ASA Milano, Gruppo Salute CIG Arcigay Milano, Radio NoLo/Noloso, presso NOI Libreria Spazio Culturale di Vicinato (Via delle Leghe 18, Milano).

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Psicofarmaci in età evolutiva: la posizione della Rete Sostenibilità e Salute

POSITION PAPER di RSS su utilizzo esclusivo degli psicofarmaci in età evolutiva: migliorare integrazione degli interventi e consolidare il modello italiano.

La Rete Sostenibilità e Salute interviene sul delicato tema dell’utilizzo di psicofarmaci in età evolutiva in Italia, esaminando lo scenario internazionale e lanciando un appello al Ministro della Salute Speranza.

E’ possibile consulatare interamente il documento sul sito della Rete Sostenibilità e Salute, insieme all’allegato sui possibili fattori di rischio, in parte evitabili, connessi, in particolare all’ADHD.

Teniamo a sottolineare che la posizione dello Sportello TiAscolto!, così come ben evidenziato nel documento che abbiamo contribuito a produrre, non è quella di una contarietà ai farmaci ma a favore di un corretto equilibrio tra le diverse tipologie di interventi necessari e di un rigore prescrittivo che solo può essere garantito dall’utilizzo di dispostivi pubblici, come ad esempio il Registro, a tutela della salute di tutti e tutte le bambine.


Premesse di carattere generale

La somministrazione di molecole psicoattive su bambini e adolescenti può presentare potenziali criticità – di carattere clinico ed etico – su cui concorda la letteratura internazionale (1) (2), che richiamano l’attenzione degli operatori rispetto all’opportunità delle prescrizioni, ma anche alle implicazioni etiche e giuridiche che tali prescrizioni comportano. Sono oltre 15 milioni i minori in terapia farmacologica, nel mondo, per le più diverse patologie, a fronte di una preoccupante carenza di risorse per terapie non farmacologiche scientificamente validate. La comunità scientifica non è concorde (3) circa l’opportunità di somministrare prodotti psicoattivi su organismi con un sistema nervoso centrale ancora in via di sviluppo. Ciononostante il ricorso ai farmaci antidepressivi per trattare bambini e adolescenti è in crescita: in USA, Gran Bretagna, Germania, Danimarca e Olanda è aumentato del 40% negli ultimi 7 anni. Si tratta di una tendenza mondiale, come confermato da un recente studio pubblicato sullo European Journal of Neuropsychopharmacology, i cui dati dimostrano che in Gran Bretagna il numero antidepressivi prescritti ai minori è cresciuto del 54%, del 60% in Danimarca, del 49% in Germania, del 26% negli Stati Uniti e del 17% in Olanda; maggiori incrementi si sono registrati nelle fasce d’età tra 10 e 19 anni, e i farmaci più utilizzati sono quelli a base di citalopram, fluoxetina e sertralina (4). “L’uso di antidepressivi nei giovani è preoccupante – ha commentato il Dott. Shekhar Saxena, già Direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze dell’OMS – una preoccupazione aggravata dal fatto che i farmaci prescritti ai giovani nella maggior parte dei casi non sono autorizzati per gli under 18”. (5) Il nostro Paese non è potenzialmente estraneo a questi preoccupanti scenari. Già nel lontano 2004, il Progetto multicentrico “Prisma” (6) individuò fino a un milione di minori italiani in fascia pediatrica potenzialmente rientranti nei criteri di classificazione per i disagi mentali proposti dal DSM IV, per le più diverse patologie, dalla depressione, alle psicosi, all’iperattività infantile.

Un esempio paradigmatico: il caso Paxil®

Le paroxetina è la molecola più prescritta – in modalità off-label – per la depressione in età adolescenziale: l’imponente revisione sistematica promossa dal British Medical Journal conferma che i dati che finora hanno giustificato la prescrizione a bambini e adolescenti di questo antidepressivo – prescritto massicciamente anche in Italia – erano stati falsati dal produttore, la multinazionale farmaceutica GSK – GlaxoSmithKline, e che questa molecola è “inefficace e pericolosa” (7). Lo studio alla base delle richieste di AIC – Autorizzazione all’Immissione in Commercio di questo farmaco, studio denominato “329”, era stato pubblicato nel lontano 2001, a firma di 22 ricercatori, e originariamente pareva confermare l’appropriatezza d’uso per questa molecola nei casi di depressione: in realtà, fu redatto da Sally K. Laden, una ghostwriter pagata dalla casa farmaceutica che aveva finanziato la ricerca allo scopo di dimostrare l’efficacia della molecola. Ci sono voluti 14 anni, e la tenacia di validi ricercatori, per ribaltare i risultati dello studio, e dimostrare che la paroxetina aumenta il rischio di suicidio per i minori che la assumono. Il tutto, nell’indifferenza delle autorità di controllo sanitario: ad esempio in Italia nessuna istituzione preposta ha assunto provvedimenti solleciti e incisivi a migliore tutela della salute dei minori, tanto che a oltre 2 anni dalla pubblicazione della revisione, nessun “warning” era stato pubblicato sui siti web delle autorità pubbliche come delle società scientifiche, né alcun comunicato era stato emesso ai mass-media, pregiudicando l’accesso all’informazione da parte della cittadinanza; l’Agenzia del Farmaco, nella fattispecie, prese posizione solo nel 2017 (8). Si consideri anche che secondo l’ultimo rapporto ESPAD il 10% dei minori italiani utilizza psicofarmaci per le più svariate motivazioni, dal miglioramento delle performance scolastiche alla gestione di depressioni passeggere etc., senza alcuna ricetta medica, acquistandoli da amici compiacenti o direttamente sul web (9)

L’iperattività infantile: una prospettiva sociale e ambientale

Analoghe preoccupazioni riguardano l’impropria somministrazione di molecole psicoattive a bambini iperattivi. Tra i principali fattori di rischio per l’insorgere di comportamenti diagnosticati come Sindrome di Iperattività e Deficit di Attenzione (“ADHD”) si trovano anche i fattori socioeconomici: bambini provenienti da famiglie con basso status socioeconomico hanno probabilità molto superiori di ricevere diagnosi di ADHD rispetto ai figli di genitori con status più elevati (10) (11), e anche la differenza della prevalenza nei gruppi con diverse fasce di reddito è significativa (12). Condizioni di deprivazione socio-economica, anche relativa, della famiglia influenzano gli stili genitoriali ed educativi, con ricadute sulla possibilità di uno sviluppo armonico dei figli, sulle capacità relazionali, cognitive e attentive, in particolare sulle funzioni esecutive, sulle capacità di regolazione dei comportamenti sui rendimenti scolastici (13) (14) (15) (16) (17). La letteratura scientifica in pedagogia e psicologia è inoltre concorde nel sottolineare come, entro certi limiti, l’irrequietezza di ogni bambino sia da intendersi non solo come disturbo individuale, ma anche come sintomo, dal valore sempre relazionale, che segnala un’interazione disfunzionale tra bimbo e ciò che lo circonda. Ne consegue la necessità di modulare il contesto, domestico o scolastico, talvolta poco responsivo e sollecito rispetto ai bisogni emotivi del minore e ai suoi tempi. È quindi quantomeno discutibile che il soggetto diagnosticato per “Disturbo di Attenzione” sia il bambino, quando l’origine di tale disattenzione potrebbe essere attribuibile a una mancanza di attenzione verso di lui o a peculiarità del contesto sociale e ambientale. Trascurare questa prospettiva significa decidere, come società, che è troppo impegnativo e costoso agire sull’ambiente in cui crescono e si sviluppano i bambini, e preferire quindi adattare i bambini “difficili” al contesto. Nel corso del tempo, si è gradualmente passati dal rischio di attribuire ai genitori la responsabilità per qualsiasi problematica espressa dai figli, a quello opposto, di catalogare come patologica ogni loro manifestazione di irrequietezza, delegando la risposta a soluzioni che rischiano di ridursi all’assunzione di un farmaco. Un approccio esclusivamente farmacologico a tali problemi nei bambini, riconducibili anche a stili genitoriali plasmati da condizioni di deprivazione sociale e materiale, costituisce un grave rischio di medicalizzazione della sofferenza e dello svantaggio sociale, già a partire dall’età evolutiva. Un ulteriore rilevante aspetto è rappresentato dal fatto che uno dei più frequenti motivi di invio alle strutture sanitarie di bambini con diagnosi di ADHD, è costituito dalle difficoltà scolastiche (18); Peter Gøtzsche evidenzia come in alcuni Paesi i tassi di diagnosi aumentino in corrispondenza della diminuzione dei finanziamenti scolastici (19). Non si può infatti trascurare il ruolo della scuola e delle condizioni di lavoro degli insegnanti in questo processo. Non è raro che questi, sovraccarichi di lavoro, sentano minacciata l’immagine di sé, la propria autostima e il proprio operato per via delle difficoltà incontrate nel contenere i comportamenti di alcuni alunni e ottenere i risultati attesi necessari per attenersi al programma didattico. A queste spinte, si possono accompagnare quelle esercitate dai genitori, rassicurati dai benefici secondari derivanti dall’attivazione di percorsi scolastici individualizzati in funzione dei bisogni dei bambini. Come sottolinea Allen Frances (20), a capo della task force del DSM-IV questo aumenterebbe il rischio di fenomeni di “inflazione diagnostica” talvolta nocivi per la salute pubblica. La medesima spinta dei genitori potrebbe in parte spiegare una quota dell’incremento delle certificazioni di alunni con DSA, attestato nell’a.s. 2010/2011 allo 0,7%, e salito – senza particolari ostacoli da parte dei molti nuovi centri privati di certificazione – fino al 2.9% nell’a.s. 2016/2017 nella media dei diversi ordini di scuola (21). La diagnosi di ADHD si basi sul comportamento dei bambini e su come essi agiscono e si rapportano a scuola con i loro coetanei e con gli adulti. I bambini più giovani della classe hanno maggiori probabilità di essere diagnosticati con ADHD (22) (23). La data di nascita ha un notevole valore predittivo rispetto alla possibilità di ricevere una diagnosi che può essere erroneamente applicata a causa della confusione sul livello dello sviluppo. La categoria diagnostica può esprimere, in questi casi, solo un’immaturità relativa dello sviluppo, in relazione al gruppo di coetanei in classe, (22) (23). Non sempre tuttavia le differenze nei rendimenti scolastici, nelle capacità attentive e comportamentali dei bambini e degli adolescenti, costituiscono evidenza dell’esistenza di una patologia, e questi risultati sollevano ulteriori preoccupazioni circa i potenziali danni di sovradiagnosi e iper-prescrizione, che comprendono effetti avversi sul sonno, sull’appetito e sulla crescita, oltre ad aumento del rischio di eventi cardiovascolari avversi (22) (23) In Italia, nella rete di Neuropsichiatria Infantile e Adolescenziale (NPIA), la limitata disponibilità del personale necessario a garantire trattamenti appropriati, anche non farmacologici, solleva grandi preoccupazioni circa la possibilità di erogare cure di qualità. I dati recentemente riportati da Starace – pur con riferimento alla Salute Mentale degli adulti – segnalano che i DSM sarebbero in grado di rispondere correttamente a solo il 56% dell’attuale fabbisogno assistenziale stimato (24), e che la riduzione delle risorse umane, concorre alla creazione di servizi nei quali prescrivere farmaci rischia di essere tra le poche – se non l’unica – opzione terapeutica disponibile (25). Questi infatti, sulla base di solide prove (27) (28) (29), affermano come il trattamento multimodale con l’intervento sul nucleo familiare debba essere considerato prioritario (18), evitando l’utilizzo esclusivo del farmaco tramite il ricorso al parent-training, soprattutto nella fascia di età dai 10 ai 13 anni, in cui si registra il maggior tasso d’incidenza (18). Nei frequenti casi di comorbidità, in cui i sintomi dell’ADHD si presentano associati altri disturbi, soprattutto della sfera emotiva, è importante integrare il trattamento con un percorso terapeutico efficace, lavorando in particolare sulle risorse dei giovani legate alla gestione delle emozioni e sullo sviluppo di risposte comportamentali alternative a vissuti negativi di ansia o di depressione.

Riflessioni sul modello italiano: un sistema di gestione di eccellenza

Il Protocollo sottolinea la necessità di effettuare con regolarità consulenze sistematiche all’intero team degli insegnanti visto che “il coinvolgimento degli insegnanti fa parte integrante ed essenziale di un percorso terapeutico per il trattamento del bambino” e che è “necessario il potenziamento delle capacità di autocontrollo emotivo degli insegnanti, prima ancora di collaborare con loro per far acquisire un maggior autocontrollo al bambino” (18). Inoltre, le differenze nella distribuzione dei soggetti ADHD in età evolutiva notificati per Regione, riportati dal Registro ADHD, indicano un’enorme divario nell’utilizzo dello strumento tra le diverse regioni italiane (in Veneto, ad esempio, seicentosettantatre notifiche, in Basilicata solo cinque) (26) È necessario salvaguardare i limiti posti al rischio di inappropriatezza e sovradiagnosi posti dal Registro nazionale ADHD e dal Protocollo diagnostico e terapeutico della sindrome da iperattività e deficit di attenzione. Le autorità possono e dovrebbero tener conto di tutti questi elementi, nelle riflessioni relative alle politiche sanitarie del Paese. Continuando a focalizzare l’attenzione su uno specifico disagio, la “Sindrome da Iperattività e Deficit di Attenzione”, il “modello italiano” per il controllo delle somministrazioni di molecole psicoattive a bambini e adolescenti troppo agitati e distratti è fin qui risultato efficace, nonostante i significativi spazi di miglioramento: a fronte di criteri più prudenziali di diagnosi e di trattamento, assai curiosamente, la “malattia” – per noi spesso una costellazione aspecifica di sintomi – presenta un’incidenza ben minore che in tutti gli altri paesi Europei. Esiste il concreto rischio derivante dell’adozione possibili strategie di “disease mongering” da parte di alcune multinazionali farmaceutiche, ovvero di artificiosa modifica dei criteri di diagnosi al fine di ampliare le opportunità di vendita per i farmaci psicoattivi, specie con riguardo ad alcune categorie di persone maggiormente a rischio di medicalizzazione (30). Il progetto ADHD – gestito per anni dall’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e sotto il coordinamento del Ministero della Salute – è ora stato informatizzato, ma è passato direttamente sotto gestione AIFA (31), tradendo così la natura tendenzialmente farmacologica dell’approccio. Il progetto – come è noto – prevede la gestione di un apposito Registro per l’iscrizione di tutti i minori in terapia, un protocollo rigido per la somministrazione dei farmaci, solo in strutture specializzate, protocollo che include moduli di consenso informato comprensibili alle famiglie, e un rigido percorso di diagnosi e presa in carico. Il costo a carico del Ministero Salute dei meccanismi di controllo istituiti per le due molecole per l’iperattività – metilfenidato e atomoxetina – e gestiti dall’ISS, è irrisorio: attualmente, secondo fonti ISS, poco più di 30.000 euro all’anno. È utile sottolineare come con un incremento di spesa assai ragionevole si potrebbe ambire a estendere questo modello – apprezzato tanto dalle Associazioni parentali di genitori con figli ADHD come anche dalle organizzazioni di volontariato socio-sanitario (32) – a un numero maggiore di patologie dell’infanzia/di farmaci utilizzate per curarle, fornendo dati utili anche per facilitare l’applicazione di criteri di appropriatezza più stringenti, anche a migliore tutela degli specialisti coinvolti nel percorso di diagnosi e cura, costantemente esposti a potenziali contestazioni. Inoltre, il vantaggio di una più appropriata e mirata somministrazione di tutti questi prodotti – potenzialmente pericolosi per effetti collaterali – si potrebbe tradurre anche in un risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale, grazie alla minore incidenza di interventi per problematiche iatrogene causate dall’assunzione di farmaci psicoattive in età evolutiva.

Alcune nostre proposte

La RSS chiede quindi ai decisori di attivare un percorso di individuazione dei migliori strumenti di tutela dei bambini e degli adolescenti, così da costruire insieme soluzioni finalizzate al riconoscimento delle componenti non puramente biologiche della condizione, all’imparziale valutazione del rapporto rischio/beneficio del trattamento farmacologico, e ad anticipare un trend generale di medicalizzazione dei minori che, influenzato anche dgli interessi commerciali, finisce per pregiudicare sia l’indipendenza di medici e specialisti, che la libertà di scelta terapeutica dei piccoli pazienti/dei loro genitori, costretti a “scelte farmacologiche obbligate”, in quasi totale assenza di opzioni alternative accessibili ed efficaci, difendendo nel contempo le peculiarità virtuose del modello italiano. Più nello specifico, riteniamo utile richiedere quanto segue: 1. creazione di un sistema informativo NPIA analogo al SISM (Sistema informativo per il monitoraggio e la tutela della salute mentale), che, sulla base di un sistema integrato centrato sul paziente, permetta di monitorare l’attività dei servizi con analisi del volume di prestazioni, di compiere valutazioni epidemiologiche sulle caratteristiche dell’utenza e sui piani di trattamento, di supportare le attività gestionali delle NPIA per valutare il grado di efficienza e di utilizzo delle risorse e di supportare la costruzione di indicatori di struttura, processo ed esito, sia a livello regionale che nazionale;

2. estensione dell’attività di monitoraggio del Registro attualmente in vigore per l’ADHD, che monitora le prescrizioni di metildenidato e atomoxetina, ad altre tipologie di farmaci prescritti ai minori, specie in modalità off-label, quali – a puro titolo di esempio – antidepressivi e antipsicotici, le cui statistiche di consumo in tutto il mondo occidentale sono documentate in significativa crescita;

3. obbligo di redazione di un report annuale pubblico sulla popolazione minorile diagnosticata e sottoposta a terapie, completo di dettagli circa la tipologia di terapie somministrate, le remissioni dei sintomi, la tipologia di terapie non farmacologiche erogate, etc. (riteniamo che le risorse attualmente allocate, veramente risibili, nonostante l’impegno profuso dalle istituzioni sanitarie, non permetta oggi la redazione di un report a nostro avviso minimamente soddisfacente);

4. necessità di modificare con urgenza la sperequazione nell’accesso alle cure, con riguardo al mancato accesso alle terapie non farmacologiche da parte di molte famiglie residenti in Regioni i cui Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) non le prevedono, o in Regioni ove – pur essendo previste dai LEA – non vengono erogate per carenza/assenza di risorse, e necessità di attuazione e monitoraggio di quanto previsto nel DPCM 12 gennaio 2017 sui nuovi LEA, all’art. 25 sull’ “Assistenza sociosanitaria ai minori con disturbi in ambito neuropsichiatrico e del neurosviluppo”;

5. creazione/implementazione di strumenti adeguati per informare la cittadinanza delle risultanze finali di detti report e di altra documentazione utile per contribuire a scelte terapeutiche più consapevoli, informate, e orientate al reale benessere dei minori (ci riferiamo qui – ad esempio – al grave e sopracitato ritardo nell’intervenire sulla vicenda Paroxetina®) (7) (8);

6. avviare un percorso di confronto con le istituzioni sanitarie di altre nazioni, al fine di rendere noto e valorizzare al meglio, anche in un’ottica di utile cooperazione inter-europea, il modello di controllo adottato in Italia;

7. in ultimo, anche in relazione al possibile uso inappropriato di queste molecole in modalità di “auto-medicazione” – con riferimento al citato rapporto ESPAD – valutare una campagna nazionale di informazione/sensibilizzazione/prevenzione, per la quale i nostri esperti sono eventualmente a disposizione – a titolo del tutto gratuito – in affiancamento a quelli del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità (si rimanda in proposito anche all’All. 1, su possibili fattori di rischio per ADHD, in parte evitabili, e all’All. 2, su informazioni terapeutiche desumibili da recenti revisioni della letteratura internazionale).

Per concludere, ricordiamo che il Rapporteur delle Nazioni Unite, il Dott. Dainius Pūras, sottolinea, nel recente rapporto UN, che condizioni strutturali come povertà, discriminazione e violenza siano le cause più profonde alla radice del disagio mentale e della sofferenza a cui, “troppo spesso vengono fornite risposte individualizzate, immediate, influenzate da un paradigma esclusivamente biomedico che ignora i trattamenti alternativi, sottovaluta il ruolo della psicoterapia e di altri trattamenti psicosociali e, cosa più importante, non affronta i fattori determinanti che contribuiscono ad una cattiva salute mentale. […] La sovramedicalizzazione è particolarmente dannosa per i bambini e le tendenze globali per medicalizzare complesse questioni psicosociali e di salute pubblica nell’infanzia dovrebbero essere affrontate con più forte volontà politica” (33)

Bibliografia:

1. Storebo OJ et al. Methylphenidate for attention deficit hyperactivity disorder (ADHD) in children and adolescents – assessment of adverse events in non randomised studies. Cochrane Database Syst Rev 2018;5:CD012069.

2. Moran LV et al. Psychosis with Methylphenidate or Amphetamine in Patients with ADHD. New Engl J Med 2019;380:1128–38.

3. “Consensus Internazionale: ADHD e abuso nella prescrizione di psicofarmaci ai minori”, Ospedale Molinette San Giovanni Battista di Torino, gennaio 2005 – https://www.giulemanidaibambini.org/area-scientifica/consensus-adhd

4. Bachmann, C. J., Aagaard, L., Burcu, et al., (2016) Trends and patterns of antidepressant use in children and adolescents from five western countries, 2005–2012. European Neuropsychopharmacology, 26(3), 411-419.

5. Fonte: http://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/salute_bambini/medicina/2016/03/10/s empre-piu-antidepressivi-a-minorenni-40-in-sette-anni_22748441-9887-4745-a9ec7d3b7903b5bb.html

6. Progetto PRISMA (Progetto Italiano Salute Mentale Adolescenti), indagine sulla prevalenza dei disturbi mentali in un campione di preadolescenti https://emedea.it/ufficio_stampa/files/prisma_2.pdf

7. Le Noury J, Nardo J, Healy D, Raven M, Tufanaru C, Abi-Jaoude E. Restoring Study 329: efficacy and harms of paroxetine and imipramine in treatment of major depression in adolescence. BMJ. 2015;351 doi: 10.1136/bmj.h4320. (Published 16 September 2015)

8. Fonte: http://www.agenziafarmaco.gov.it/content/comunicazione-sullutilizzo-degliantidepressivi-16052017

9. Kraus L at al. (2016) “ESPAD Report 2015: results from the European school survey project on alcohol and other drugs.” European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction.

10. Russell, A. E., Ford, T., Williams, R., & Russell, G. (2016). The association between socioeconomic disadvantage and attention deficit/hyperactivity disorder (ADHD): a systematic review.Child Psychiatry & Human Development,47(3), 440-458.

11. Rowland, A. S., Skipper, B. J., Rabiner, D. L., Qeadan, F., Campbell, R. A., Naftel, A. J., & Umbach, D. M. (2018). Attention‐Deficit/Hyperactivity Disorder (ADHD): Interaction between socioeconomic status and parental history of ADHD determines prevalence. Journal of Child Psychology and Psychiatry,59(3), 213-222.

12. Kim, M., King, M. D., & Jennings, J. (2019). ADHD remission, inclusive special education, and socioeconomic disparities.SSM-Population Health, 100420.

13. World Health Organization. (2014). Social determinants of mental health.

14. Wilkinson, R., & Pickett, K. (2011).The spirit level: Why greater equality makes societies stronger. Bloomsbury Publishing USA.

15. Wilkinson, R., & Pickett, K. (2019).The inner level: How more equal societies reduce stress, restore sanity and improve everyone’s well-being. Penguin Press.

16. Bowers, A. P., Strelitz, J., Allen, D. J., & Donkin, A. (2012).An Equal Start: Improving Outcomes in Children’s Centres: an Evidence Review. UCL Institute of Health Equity.

17. Marmot, M., & Bell, R. (2012). Fair society, healthy lives.Public health,126, S4-S10.

18. Protocollo diagnostico e terapeutico della sindrome da iperattività e deficit di attenzione per il Registro nazionale ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder). Pietro Panei, Elena Germinario, Ilaria Itro, Massimo Marzi, Massimiliano Bugarini 2009, iii, 58 p. Rapporti ISTISAN 09/20.

19. Gøtzsche, P. (2013). Deadly medicines and organised crime.How big pharma has corrupted healthcare. New York (Radcliffe).

20. Frances, A. (2013).Primo, non curare chi è normale: Contro l’invenzione delle malattie. Bollati Boringhieri.

21. MIUR – Ufficio Statistica e Studi: dati nazionali alunni con DSA a.s.2016/2017

22. Koutsoklenis, A., Honkasilta, J., & Brunila, K. (2019). Reviewing and reframing the influence of relative age on ADHD diagnosis: beyond individual psycho (patho) logy. Pedagogy, Culture & Society, 1-17.

23. Morrow, R. L., Garland, E. J., Wright, J. M., Maclure, M., Taylor, S., & Dormuth, C. R. (2012). Influence of relative age on diagnosis and treatment of attention-deficit/hyperactivity disorder in children.cmaj,184(7), 755-762.

24. Salute mentale. Con il personale attuale coperto solo il 55,6% del fabbisogno di assistenza nei Dsm, Quotidiano Sanità, 24 Giugno 2019 https://www.quotidianosanita.it/studi-eanalisi/articolo.php?articolo_id=75190

25. Starace F et al. “Does mental health staffing level affect antipsychotic prescribing? Analysis of Italian national statistics.” PLOS ONE (13.2)2018: e0193216.

26. Germinario EAP, Arcieri R, Marzi M, Panei P, Vella S. Registro nazionale ADHD (AttentionDeficit/Hyperactivity Disorder): dati dal 2007 al 2016. Roma: Istituto Superiore di Sanità; 2016. (Rapporti ISTISAN 16/37) http://old.iss.it/binary/adhd/cont/Registro_nazionale_dell_ADHD_2007_2016.pdf

27. Bjornstad, G. J., & Montgomery, P. (2005). Family therapy for attention‐deficit disorder or attention‐deficit/hyperactivity disorder in children and adolescents.Cochrane Database of Systematic Reviews, (2).

28. Zwi, M., Jones, H., Thorgaard, C., York, A., & Dennis, J. A. (2011). Parent training interventions for Attention Deficit Hyperactivity Disorder (ADHD) in children aged 5 to 18 years.Cochrane Database of Systematic Reviews, (12).

29. Watson, S. M. R., Richels, C., Michalek, A. P., & Raymer, A. (2015). Psychosocial treatments for ADHD: A systematic appraisal of the evidence.Journal of attention disorders,19(1), 3-10.

30. BMJ 2013; 347 doi: https://doi.org/10.1136/bmj.f7028 (published 27 November 2013)

31. Determinazioni relative ai medicinali a base di atomoxetina e dimetilfenidato indicati per il trattamento del disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD) – Gazzetta Ufficiale n.113 del 16 maggio 2019

32. AIFA Onlus (www.aifaonlus.it) – Comitato Giù le Mani dai Bambini (www.giulemanidaibambini.org)

33. United Nation, Right of everyone to the enjoyment of the highest attainable standard of physical and mental health, 12 April 2019, HRC/41/34 (https://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/HRC/41/34)

Curatori della redazione per la RSS: Luca Poma, Matteo Bessone, Alberto Donzelli

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Presentazione di “Un nuovo mo(n)do per fare salute. Le proposte della Rete Sostenibilità e Salute”

Dopo circa un anno di gestazione, è uscito in libreria il libro della Rete Sostenibilità e Salute, di cui facciamo parte, “Un nuovo mo(n)do per fare salute”. Come suggerisce il titolo, si tratta di riflessioni e spunti, teorici e pratici, per ripensare la salute e la cura all’interno di un più ampio ripensamento dell’attuale sistema socio-economico e culturale, insostenibile e patogeno.  

 

I vari capitoli, a cura di autori e autrici afferenti alla Rete, affrontano gli snodi principali della “Carta di Bologna“, il manifesto fondativo con cui la Rete è nata cinque anni fa: la salute come prodotto sociale, la centralità delle relazioni e dunque della cultura e della partecipazione, la questione ambientale e le alternative al dogma della crescita, i diversi approcci alla cura e l’importanza del servizio sanitario nazionale, le minacce rappresentate da conflitti di interessi e sistemi che premiano la malattia e non la salute, e molto altro.

Il libro sarà presentato a Bologna, in prima nazionale, venerdì 11 ottobre alle 18.00 a Venti Pietre (Via Marzabotto 2). Grazie alla presenza di Giuditta Pellegrini, giornalista ambientale e fotografa per Terra Nuova e Il Manifesto, sarà possibile un dialogo approfondito con i curatori Chiara Bodini, Jean-Louis Aillon e Matteo Bessone, uno dei fondatori dello Sportello TiAscolto! e le autrici e gli autori.

 

Per maggiori informazioni, trovate allegati la scheda libro (copertina, indice ed introduzione), la locandina e l’evento facebook: https://www.facebook.com/events/509221302957935.

A questo link può essere, invece, acquistato il libro online (cartaceo o pdf), oppure scaricato gratuitamente il primo capitolo introduttivo.
Essendo uno dei componenti dello Sportello curatore del libro è inoltre naturalmente possibile acquistare il libro scrivendo direttamente a info@sportellotiascolto.it

Questo l’indice del libro:


Introduzione
1. I determinanti sociali della salute
2. Ambiente e salute
3. Cultura e salute
4. Verso una salute globale
5. L’insostenibilità di un modello di sviluppo basato sulla crescita economica
6. La salute come bene comune
7. Approccio sistemico alla salute
8. Le medicine tradizionali e non convenzionali
9. Medicalizzazione, limiti della medicina e della scienza
10. L’appropriatezza: apporti diversi per un problema comune
11. Smascherare e combattere i conflitti d’interessi
12. Medicina e welfare di comunità
13. La tutela del Servizio Sanitario Nazionale
14. Una riforma strutturale per la sanità: pagare la salute, non la malattia
Postfazione:
La costruzione della salute e il legame salute-potere
Appendice n. 1:
I documenti della Rete Sostenibilità e Salute
Appendice n. 2:
L’Appello per una scienza al servizio della comunità

 

“Secondo l’autorevole rivista «The Lancet», i cambiamenti climatici saranno la principale minaccia per la salute del XXI secolo. Contemporaneamente, l’acuirsi delle disuguaglianze alimenta problemi sociali e di salute, sia fisica che mentale, in tutta la popolazione e a tutti i livelli. […] Che cosa possiamo fare di fronte a tutto ciò?
In questo volume la Rete Sostenibilità e Salute propone spunti teorici e pratici per un cambiamento dell’attuale sistema, a partire da un modo diverso di leggere la malattia e la cura. Si tratta di un utile strumento per tutte le persone che si rifiutano di rassegnarsi a questa ingiusta ed evitabile “realtà”, e vogliono impegnarsi nel dare vita a un mondo che metta al centro la salute delle persone e quella del pianeta.”