La marcha de la humanidad en la Tierra y hacia el Cosmos” by David A. Siqueiros
Da giorni imperversa ovunque, sui social, sulle lenzuola appese ai balconi, sui cartelloni colorati disegnati dai bambini, nelle storie Instagram, risuona negli hashtag e nei video. Ovunque, qualsiasi foto, riflessione, articolo, colazione, pranzo o cena, sessione di yoga o aperitivo al balcone è accompagnato da questa frase: andrà tutto bene.
Lo slogan sembra essere ampiamente condiviso, in maniera più o meno consapevole, eppure a qualcuno queste parole iniziano a produrre un certo fastidio. Ci siamo interrogati su questo vissuto, provando a rintracciarne origini e motivazioni. Forse qualunque slogan ripetuto centinaia e centinaia di volte e in una varietà smisurata di contesti produce, a lungo andare, noia. Ma questo non rende ragione dei vissuti di rabbia e angoscia che spesso si accompagnano a questo fastidio. Benché la noia inizi a fare la sua parte, deve esistere una ragione più intima e profonda per questa antipatia acquisita.
Cosa ci irrita profondamente di questa frase così breve, ottimista, così apparentemente innocente? Il verbo. Esatto. Questo verbo stuzzica le nostre viscere per diversi aspetti.
Innanzitutto per il tempo utilizzato, il futuro. Il futuro è quel tempo che indica un’azione che si svolgerà in un tempo diverso rispetto a quello dell’enunciazione e che, nondimeno, può esprimere una supposizione, un dubbio, un’ipotesi. Come sottolinea anche la Treccani è un verbo che a volte viene utilizzato per esprimere un garbato ordine, e quindi in sostituzione dell’imperativo. In questo senso “andrà tutto bene” sta diventando il mantra di un rito esorcistico, la difesa contro la paura che questo tempo futuro, con le sue incertezze, porta inevitabilmente con sé. Certamente, il futuro è la dimensione temporale a cui ci rivolgiamo in questo momento, in cui desideriamo proiettarci e proiettare le speranze, i progetti e desideri. Forse è il tempo in cui vorremmo teletrasportarci, per prendere le distanze dalla sofferenza di oggi. Ma questo desiderio di distacco e di rigetto del presente che questa frase esprime stride con il compito umano di essere presenti, qui ed ora, in questo nostro tempo. E se davvero fossimo capaci di spedirci dritti dritti nel futuro senza assumerci la responsabilità di questo futuro e quindi senza aver vissuto responsabilmente questo presente, allora sarebbe un futuro peggiore della sciagura che stiamo vivendo. Forse domani andrà tutto bene ma oggi è possibile che stiamo male e per arrivare a quella bramata dimensione futura è necessario accogliere, attraversare, significare e dare un senso a questo presente tanto indesiderato. E’ necessario stare, con tutti noi stessi, più di quanto lo sia il fantasticare di catapultarci in un’altra dimensione temporale.
Non è solo il tempo a disturbarci, anche la persona. O meglio la non persona. Questo utilizzo della forma impersonale ci fa sgranare gli occhi e inorridire davanti al timore che “Allora non abbiamo capito proprio niente”. Perché è comodo pensare che qualcosa/qualcuno interverrà per sistemare tutto, per debellare il covid19, per rimettere a posto le nostre vite, la nostra sanità, la nostra economia, la nostra società… Interverrà un deus ex machina a sbrogliare la matassa e portare tutto alla risoluzione, come nelle migliori tragedie greche. Andrà tutto bene…insomma qualcuno ci penserà, giusto? Ci penserà Dio, ci penserà lo Stato, ci penseranno gli Eroi/medici, ci penserà la Natura, ci penserà il Tempo, ci penserà la Storia, ci penserà persino la Geografia perché noi viviamo nella porzione fortunata di questo pianeta e qui, nell’Occidente (torre d’avorio) le catastrofi non possono/devono succedere… E invece forse COVID-19 è una catastrofe globalizzata in un mondo globalizzato. Il mondo da cui vorremmo espellere questo parassita acellulare è lo stesso mondo in cui nel 2004 lo tsunami in Indonesia ha prodotto 227mila morti e lo stesso mondo in cui la guerra civile in Siria conta, ad oggi, 560mila morti; lo stesso mondo delle drammatiche morti nel Mediterraneo che in tre anni sono state 15mila. E potremmo andare molto avanti (o cronologicamente molto indietro). E che mondo è questo? E’ un mondo fragile ma reale, reale nella sua interezza, il mondo in cui le cose non sono mai andate totalmente bene ma ne abbiamo sofferto meno solo perché non è capitato a noi. Il mondo non è un posto giusto ma forse, se lo abbiamo dimenticato, è perché semplicemente, e senza colpa, siamo privilegiati. Questa impersonalità nel verbo ci allontana, ancora una volta, dal senso profondo che possiamo ricavare da tutta questa esperienza. “Andrà tutto bene” rischia di essere la reificazione della negazione, è l’anestesia che scegliamo di iniettarci per andare avanti, è l’attesa di un lieto fine che rinnega la tragedia che si è già consumata. C’è un finale che stiamo attendendo? E quale soggetto, grammaticale e incarnato, si assume la responsabilità di questo finale?
Abbiamo il coraggio di trasformare questo verbi impersonali che “sono verbi usati senza un riferimento specifico a una persona che ne sia il soggetto” (cit.Treccani) in un verbo alla prima persona plurale? In un verbo di cui ci riappropriamo e attraverso cui ci costituiamo come soggetti specifici di questa azione? Un verbo che richiami forte alle nostre coscienze il nostro impegno sociale, politico, economico, sanitario e, soprattutto, etico nel fare le cose meglio di come abbiamo fatto finora?
Forse possiamo liberarci della formula “andrà tutto bene” e della prospettiva di attesa e delega che questa formula trascina con sé per appropriarci di un’altra formula, o di altre formule che vadano nella direzione dell’assunzione di responsabilità e della creazione di possibilità concrete di cambiamento.
Noi non sappiamo se andrà tutto bene. Sappiamo che POSSIAMO fare molto (o anche molto poco) per questo finale.
Abbiamo appena ricevuto la newsletter di NoGraziePagoIo, una realtà incontrata nella Rete Sostenibilità e Salute. Si tratta un gruppo spontaneo di operatori che lavorano in diversi ambiti della Sanità (Regioni, Distretti, Aziende Sanitarie Locali, Università, Centri di ricerca, reparti ospedalieri, ambulatori, consultori, ecc.) distribuiti sia sul territorio nazionale che all’estero. Il gruppo è costituito da psicologi, pediatri e medici di famiglia, specialisti in varie discipline, studenti di medicina e specializzandi, infermieri, ostetriche, farmacisti, pedagogisti, biologi, ricercatori, consulenti in allattamento materno, bioeticisti,… uniti da comuni obiettivi. Nato nel marzo del 2004 ha prodotto documenti e progetti per proporre modalità di rapporto diverse dall’attuale, tra il mondo della sanità e l’industria del farmaco. Inoltre produce e diffonde costantemente informazioni su quanto accade se gli interessi commerciali o personali (denaro, fama, carriera), di lobby, di politici o di istituzioni, entrano in conflitto con la difesa della salute, ovvero quando si instaura un conflitto di interessi e sulle proposte e le esperienze attuate in tutto il mondo per affrontare questo problema.
Ebbene all’interno di questa newsletter abbiamo trovato qualcosa che crediamo possa essere d’interesse per chi si occupa di salute mentale, o come ben più spesso accade, di “malattia””mentale”.
L’autore del capitolo sull’appropriatezza del libro della RSS a cui abbiamo preso parte, Giovanni Peronato, per i Nograzie, ha sintetizzato il lavoro di Prescrire, la rivista francese d’informazione indipendente su farmaci e strategie diagnostico-terapeutiche. Attiva dal 1981, la rivista ha messo a punto per l’ottavo anno consecutivo la lista dei farmaci da scartare, per evitare eventi avversi sproporzionati ai vantaggi ottenuti. Riprendiamo le sue parole: “Attraverso un’indagine rigorosa della documentazione scientifica, secondo i principi della EBM, i farmaci più recenti sono stati messi a confronto con quelli di riferimento abituale (quando disponibili). Sono state così analizzate 105 molecole introdotte in Europa nel 2019 (92 sono commercializzate in Francia) conun rapporto beneficio/rischi che appare sfavorevole per tutte le indicazioni autorizzate. In alcuni casi questi farmaci espongono a un rischio inaccettabile in rapporto ai benefici, in altri si tratta di prodotti oramai sorpassati da molecole più recenti; ma può accadere anche il contrario, oppure i vantaggi promessi sono incerti perché provati solo verso placebo. Nella maggioranza dei casi sitratta di prodotti che hanno un’alternativa migliore.
I farmaci in questione possono essere accettabili nell’ambito di una ricerca clinica, sostengono gli autori, a condizione di informare i pazienti sugli elementi poco noti riguardo a rischi/benefici. Negli altri casi è opportuno preferire un trattamento sintomatico per aiutare il paziente a sopperire all’assenza di un farmaco dedicato. Le ragioni dell’inclusione nella lista sono dettagliatamente illustrate caso per caso, e quando esistenti sono suggerite le alternative più valide. I farmaci sconsigliati sono stati raggruppati per categoria d’uso e in ordine alfabetico, per una consultazionepiù agile. Pensavo di trovare solo farmaci di nicchia o poco noti, invece la lista comprende dei campioni di vendite. Ne cito qualcuno, i dati sono quelli forniti da AIFA. Tra i più noti ne troviamo due (uno dei quali compare anche come associazione con diuretico), che rientrano nella lista dei 30farmaci più venduti in assoluto nel 2018; si tratta di anti ipertensivi (tra parentesi il nomecommerciale)”
Andando a cercare il documento abbiamo trovato alcuni farmaci con i quali, nel corso del nostro lavoro clinico, ci troviamo con una certa frequenza ad interagire.
Si tratta sopratutto di alcuni psicofarmaci, antidepressivi. In particolare citalopram (Seropram®), duloxetina (Cymbalta®), venlafaxina (Efexor®) ma il documento non si limita a questi.
Rimandiamo al documento originale qui liberamente scaricabile per un approfondimento sul profilo degli specifici farmaci e ad altri articoli ad analisi circa la consapevolezza pubblica rispetto alle possibili collateralità. Non vogliamo approcciare al discorso in un modo ideologico ( demonizzando l’intero dispositivo psichiatrico o gli psicofarmaci di per sè più che l’uso pratico che troppo spesso ne viene fatto) ma neanche dimententicare quanto, nella realtà, spesso le modalità di cura che utilizziamo rischino di non essere le più appropriate.
All’interno di Public Space Innovation BZ – azioni diffuse di sensibilizzazione, convivenza e ricerca per la costruzione di una cultura del Bene Comune – si terrà venerdì 17 gennaio a partire dalle 18:00, presso la sala di rappresentanza del Comune di Bolzano, in vicolo Gumer 7, un nuovo appuntamento della rassegna “Commons in the city – Ripensare la città” organizzata dalla cooperativa sociale OfficineVispa.
Nell’occasione, verrà offerta alla città la possibilità di approfondire la conoscenza dell’esperienza delle Microaree e dei Distretti della città di Trieste, attraverso la visione del documentario “La città che cura” e la presentazione dell’omonimo volume edito dalle edizioni alpha beta verlag all’interno della Collana180.
A dialogare con Maria Grazia Cogliati Dezza, co-curatrice del volume, psichiatra e promotrice del progetto “Microaree” sul territorio triestino, Peppe Dell’Acqua, direttore della Collana 180 – Archivio critico della salute mentale, psichiatra ed iniziatore della sperimentazione sui centri di salute mentale territoriali aperti 24 ore, e Morena Lentini, psicoterapeuta e referente territoriale dello sportello di counseling, sostegno ed ascolto psicologico TiAscolto di Bolzano, sarà l’editorialista del Corriere dell’Alto Adige Gabriele Di Luca.
Il documentario ed il libro si interrogano su come sia possibile mettere insieme un’organizzazione sensibile a rilevare i bisogni, a creare reti. Le storie raccontate sembrano dire che i servizi cresciuti nella città e nelle periferie di Trieste, i Distretti e le Microaree, non sono lì a guardare dall’esterno, ma diventano parte della storia dei soggetti, entrano dentro la loro quotidianità fino a costituire pezzi di soggettività che emergono dai racconti. Una storia che viene da lontano e che va lontano.
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Im Rahmen der Aktion „Public Space Innovation BZ” die der Sensibilisieren, den besseren Zusammen leben und der Erkenntnis wie eine Kultur des Gemeinwohls entstehen kann dient, wird am 17. Januar ab 18:00 Uhr im Gemeindesaal von Bozen in der Gummertstraße 7, von OfficineVispa en neues Treffen der Analyse „Commons in the City – überdenken wir die Stadt“ organisiert.
Bei diesem Treffen hat die Stadt Bozen die Gelegenheit, ihre Kenntnisse über die Erfahrungen der Stadt Triest in diesem Bereich zu vertiefen. Dies geschieht durch die Aussicht des Dokumentarfilms „La città che cura“ und der Präsentation des gleichnamigen Buchs, erschienen im edizioni alpha beta verlag innerhalben der Buchsammlung-Collana180.
Im Dialog stehen Maria Grazia Cogliati Dezza, Co-Autorin des Buchs, Psychiaterin und Promotorin des Projekts „Microaree“ in Triest, und Peppe Dell’Acqua, Direktor der Buchsammlung 180 – Archivio critico della salute mentale, außerdem Veranlasser Des Versuchs die Anlaufstellen für mentale Gesundheit 24 Stunden geöffnet zu halten. Mit ihm ist auch Morena Lentini, Psychotherapeutin und territoriale Referentin der Anlaufstellen für Counselling. Außerdem ist sie noch psychologische Ansprechpartnerin und Stütze bei „TiAscolto“ in Bozen. Ebenso dabei ist der Journalist Gabriele Di Luca zuständig für die Zeitung Corriere dell’Alto Adige.
Beides, der Dokumentarfilm als auch das Buch beschäftigen sich mit der Frage wie man eine Organisation auf die Beine stellen kann die, die Bedürfnisse der Bevölkerung erhebt und wie man ein effizientes soziales Netzwerk schaffen kann. Die dargestellten Lebensgeschichten zeigen uns dass die Sozialdienste, der Sprengel und Microaree von Triest und dessen Peripherie nicht untätige Zuschauer bleiben, sondern dass sie integrierten Teil der Lebensgeschichte und der Tagesabläufe der Darsteller werden. Es ist eine Geschichte die aus der Ferne kommt und weit fort führt.
OfficineVispa con-mit Città di Bolzano – Stadt Bozen, Collana180, Lo Scrittoio, edizioni alpha beta verlag. Sportello TiAscolto Bolzano, Libreria Ubik Bolzano Bozen
INFO:
Public Space Innovation BZ
publicspaceinnovation.wordpress.com
sergio.previte@officinevispa.com
Sergio Previte – 346 2239 259
5G: I RISCHI PER LA SALUTE DEL.
MORATORIA IN BASE AL PRINCIPIO DI PRECAUZIONE
COMUNICATO STAMPA DEL 20 DICEMBRE 2019
La Rete Sostenibilità e Salute fa proprie le forti preoccupazioni già espresse da una vasta parte della comunità scientifica internazionale circa i rischi connessi alla tecnologia 5G e si associa alla richiesta di moratoria avanzata a più riprese da ISDE Italia.
Tutta la popolazione è attualmente esposta a Campi Elettro Magnetici (CEM) ad alta e bassa frequenza che hanno fatto aumentare, nei paesi industrializzati, il livello di esposizione in ambienti interni di 5.000 volte dal 1985 al 2005; a questo si aggiunge ora il 5G (“5th Generation”) che userà le bande 700 MHz, 3.4-3.8 GHz, 26 GHz e, successivamente, le bande comprese nella gamma tra 24.25 e 86 GHz (Fonte: AGCOM).
Tale tecnologia è già stata autorizzata su circa 4 milioni di cittadini italiani senza alcuna autorizzazione specifica da parte dei Ministeri competenti, in particolare di quello della Salute.
I limiti attualmente vigenti in Italia-che pur vanta una delle legislazioni più cautelative a livello internazionale, anche se dal 2012 i livelli di esposizione vengono calcolati come media delle 24 ore e non puntuali – non sono tuttavia adeguati a proteggere la salute umana, in quanto sono basati sul solo effetto acuto di riscaldamento dei tessuti, secondo le indicazioni dell’ organizzazione privata “International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection” (ICNIRP), discussa per i conflitti di interesse di molti dei suoi componenti.
Come Rete Sostenibilità e Salute non possiamo ignorare le migliaia di studi che attestano come gli effetti biologici dei CEM vadano ben oltre la sola azione di riscaldamento acuto e siano principalmente riferibili a: stress ossidativo, alterazione dei canali del Calcio, alterazione della conformazione delle proteine (“misfolding protein”), alterazioni nell’espressione genica, con conseguenze cliniche sia di tipo cancerogeno che non cancerogeno.
Per quanto attiene le onde del 5 G non disponiamo di studi epidemiologici (come per le altre frequenze) ma di studi sperimentali sia su animali che su linee cellulari che attestano l’insorgenza di effetti biologici potenzialmente pericolosi. La loro azione è stata oggetto di una recente ampia revisione. Data la loro bassa penetranza (10 mm), le ricadute possono essere locali (cellule cutanee, terminazioni nervose, microcircolo) ma anche sistemiche, in seguito al rilascio di mediatori infiammatori.
Come documentato ormai da una vastissima letteratura scientifica l’esposizione alle radiofrequenze rappresenta un rischio per tutte le forme di vita, comprese api ed insetti utili, così come è particolarmente inquietante l’azione sui batteri, in cui è stata dimostrata l’insorgenza di antibiotico resistenza. Nell’uomo sono stati descritti disturbi neuro-comportamentali e del neurosviluppo, alterazioni neurologiche, alterazioni spermatiche, disturbi metabolici e endocrini, alterazioni del ritmo cardiaco. Per quanto attiene l’azione cancerogena i CEM sono stati classificati come cancerogeni possibili (2B) nel 2011 dalla IARC (aumentato rischio di gliomi cerebrali e neurinomi).
Ampie metanalisi di studi caso/controllo pubblicate dopo il 2011 hanno dimostrato che per uso prolungato (10 anni) o per esposizione oltre 1640 ore al telefono mobile vi è un incremento statisticamente significativo di tumori cerebrali, in particolare glioblastomi, variabile dal +32% al 44%. Studi in vivo condotti dal National Toxicology Program e dall’Istituto Ramazzini, pur se condotti con esposizione degli animali a tipi diversi di radiofrequenze (telefoni cellulari per lo studio NTP e stazioni radio base per lo studio Ramazzini) hanno dimostrato incremento negli animali della medesima tipologia di tumori a livello cardiaco e delle guaine nervose. A seguito di queste recenti acquisizioni la riclassificazione della cancerogenicità delle radiofrequenze è stata inserita fra le priorità dalla IARC.
Consideriamo inoltre che in Italia nel 2012 è stata riconosciuta la causa di servizio per un neurinoma di un nervo cranico insorto dal lato in cui veniva usato il telefono mobile per 5-6 ore al giorno per 12 anni per ragioni professionali.
Facciamo nostre le raccomandazioni del Comitato Europeo per i Rischi da Radiazioni (ECRR), che – tenendo conto degli studi pubblicati nel 2018 dal National Toxicology Program (NTP) e dall’Istituto Ramazzini – propone che anche per le radiofrequenze (come per le radiazioni ionizzanti) vengano adottati limiti che tengano conto dell’effetto cumulativo e utilizzino fattori
correttivi legati alla frequenza, all’età e alla tipologia delle persone esposte.
Sempre a proposito dei limiti intendiamo stigmatizzare anche il comportamento “schizofrenico” dell’ Europa, perché da un lato il Consiglio d’Europa raccomanda agli stati membri di fissare soglie preventive che non superino gli 0,6 Volt/metro e di ridurre questo valore a 0,2 V/m, ma dall’altro, la Commissione Europea spinge per la commercializzazione su larga scala del 5G con cui si prevede un aumento dei limiti fino a 61 V/m.
Appare in particolare urgente conoscere il rischio di tumori cerebrali in bambini ed adolescenti in relazione all’esposizione ai telefoni cellulari, il cui uso è sempre più massivo ed avviene in età sempre più precoce. A questo proposito ribadiamo con forza la richiesta che vengano al più
presto resi pubblici i risultati di Moby kids, ampio studio caso-controllo condotto con fondi pubblici europei in 14 paesi, compreso l’Italia, che sono stati inviati alla Commissione Europea il 17 gennaio 2017, quasi tre anni fa.
Per concludere, il 5G è una forma di sperimentazione preliminare, in assenza di qualunque studio di valutazione ambientale o di salute e di fatto viene installato:
- Violando palesemente il principio di precauzione della legislazione Europea, senza svolgere la dovuta, e preventiva, valutazione ambientale strategica (VAS);
- senza alcuna consultazione pubblica o consenso informato pubblico, violando l’atto dei diritti umani delle Nazioni Unite e la Convenzione del 2007 sui diritti umani per le persone e le disparità funzionali ed il Codice di Norimberga del 1947;
- senza adeguati limiti di esposizione basati sugli effetti biologici e su esposizioni croniche;
- in assenza di strumenti tecnici e normativi utili al monitoraggio di questo specifico standard di trasmissione/ricezione;
- in presenza di una massiccia quantità di studi indipendenti che dimostrano che le radiazioni elettromagnetiche artificiali, provenienti dal 2G, dal 3G, dal 4G -già in essere e a cui il 5G si aggiungerà- e da una serie di altri simili fonti, sono dannose alla salute pubblica e all’ecosistema.
Rispetto ai rischi per la salute sopra delineati la Rete Sostenibilità e Salute, appellandosi al principio di precauzione, si associa alla richiesta di moratoria avanzata a più riprese da ISDE Italia, richiedendo di non promuovere l’utilizzo del 5G su ampia scala sino a quando non saranno effettuati seri studi indipendenti che documentino in maniera definitiva la nocività o meno per la salute umana di questa tecnologia e sino a quando non si renderanno disponibili strumenti tecnici e normativi adeguati alla tutela della salute pubblica.
Come scrisse oltre 30 anni fa Lorenzo Tomatis: “Adottare il principio di precauzione e quello di responsabilità significa anche accettare il dovere di informare, impedire l’occultamento di informazioni su possibili rischi… evitare che si consideri l’intera specie umana come un insieme
di cavie sulle quali sperimentare tutto quanto è in grado di inventare il progresso tecnologico”.
Qui è possibile reperire il documento intero.
La Rete Sostenibilità e Salute
Rete Sostenibilità e Salute: chi siamo?
Siamo un insieme di associazioni che da anni si impegnano in maniera critica per proteggere,
promuovere e tutelare la salute. Ogni associazione ha la sua storia e le sue specificità, ma siamo
accomunati da una visione complessiva della salute e della sostenibilità.
- AsSIS – Associazione di studi e informazione sulla salute
- Associazione Dedalo 97
- Associazione Frantz Fanon
- Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia
- Associazione per la Decrescita
- Associazione Scientifica Andria
- Centro Salute Internazionale-Università di Bologna
- Federspecializzandi
- Fondazione Allineare Sanità e Salute
- Fondazione per la Salutogenesi ONLUS*
- Giù le Mani dai Bambini ONLUS
- Italia che cambia
- Medicina Democratica ONLUS
- Movimento per la Decrescita Felice
- NoGrazie
- Osservatorio e Metodi per la Salute, Università di Milano-Bicocca
- People’s Health Movement
- Psichiatria Democratica
- Rete Arte e Medicina
- Rete Mediterranea per l’Umanizzazione della Medicina
- Saluteglobale.it
- Slow Food Italia
- SIMP Società Italiana di Medicina Psicosomatica
- Sportello Ti Ascolto – Rete di Psicoterapia sociale
- Vivere sostenibile
Media relation Rete Sostenibilità e Salute
- Portavoce: Jean-Louis Aillon – rete@sostenibilitaesalute.org; 328.7663652
- Sito: www.sostenibilitaesalute.org
- Pagina Facebook: Rete Sostenibilità e Salute
- Video: La rete Sostenibilità e Salute; La Carta di Bologna (spot), Presentazione della Carta di Bologna
Il diritto ad essere bambini dei bimbi “iperattivi”. Presentazione “Divieto d’infanzia”.
La ADHD come specchio delle pratiche del nostro tempo
Per iniziare con la giusta energia il nuovo anno abbiamo organizzato, a Torino e a Milano, un dibattito pubblico su un tema per noi importantissimo che riguarda il futuro della nostra società e delle nostre famiglie: il disagio infantile.

Il pretesto per farlo sarà costituito dalla discussione, insieme agli autori e a professionisti attivi sui territori, del libro “Divieto D’Infanzia” di Chiara Gazzola e Sebastiano Ortu.
L’obiettivo sarà confrontarsi sulle modalità che permettano a tutti i bambini e tutte le bambine di vivere una vita che permetta loro di sviluppare pienamente le loro potenzialità, con l’aiuto della propria famiglia, della scuola e dei servizi sanitari.
Chiara Gazzola – Antropologa e Autrice
Sebastiano Ortu – Insegnante e Autore
Matteo Caletti – Psicologo Psicoterapeuta esperto del tema, Associazione Spazio Relazione
Collettivo Antonin Artaud – Collettivo Antipsichiatrico di Pisa
Modera: Sportello TiAscolto!
Sebastiano Ortu – Insegnante e Autore
A trent’anni dallo slogan “AIDS: se lo conosci lo eviti” le nuove infezioni restano ancora stabili e coinvolgono spesso giovani e giovanissimi.
L’ignoranza è terreno fertile per il diffondersi dell’infezione. L’informazione è la prima arma di prevenzione disponibile.
In occasione della Giornata Mondiale per la lotta contro l’AIDS (30/11/2019), Sportello TiAscolto Milano ha partecipato con una delle sue psicologhe ad un dibattito sui temi dell’informazione, della prevenzione e dell’affrontare oggi HIV e AIDS.
L’evento si è svolto in collaborazione con ASA Milano, Gruppo Salute CIG Arcigay Milano, Radio NoLo/Noloso, presso NOI Libreria Spazio Culturale di Vicinato (Via delle Leghe 18, Milano).


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