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La misura dell’anima & L’equibrio dell’anima

LA MISURA DELL’ANIMA, perché le disuguaglianze rendono le società più infelici (orig. The Spirit Level, Richard Wilkinson e Kate Pickett, 2009)

L’EQUILIBRIO DELL’ANIMA, perché l’uguaglianza ci farebbe vivere meglio (orig. The Inner level, Richard Wilkinson e Kate Pickett, 2018)

La disuguaglianza nuoce gravemente alla salute. Questo è il messaggio di questi libri che, a partire da una vasta rassegna di solide evidenze epidemiologiche, rappresenta uno dei quadri più chiari ed esaustivi nell’illustrare che società più disuguali siano anche società più “malate” che producono un maggior numero di individui “malati”.

Gli autori spiegano e analizzano il modo con cui il livello di disuguaglianza nelle società correli con e causi molte variabili sociali ad esempio, coesione sociale, qualità delle relazioni sociali e della partecipazione alla vita comunitaria, fiducia nel prossimo e nelle istituzioni, violenza, salute mentale e fisica di tutta la popolazione e molte altre. Partendo dalla presentazione di questi dati a livello di popolazione gli autori si spingono oltre, addentrandosi nelle concrete esperienze degli individui.

Tramite dati provenienti dalle scienze sociali e umane, i testi provano a delineare i processi che, negli individui, a seconda del posto che questi occupano all’interno della società e dell’entità della disuguaglianza del paese in cui vivono, plasmano la loro vita psichica, relazionale, sociale e politica. Status, identità sociale diventano i principali agenti nella vita psichica degli individui, la lotta per questi uno dei principali propulsori della società.

Psicologia individuale, politica, economia, sociologia e antropologia ed epidemiologia interagiscono armonicamente attraverso questi testi fornendo un’immagine molto definita e inquietante del reale che non può prescindere dall’analisi delle forze e dei poteri che stratificano le società. Se solo con difficoltà epidemiologia e psicologia individuale sono riusciti a trovare punti di contatto, il lavoro degli autori fornisce un ottimo punto di partenza per approfondire questo dialogo in cui il livello individuale dialoga sempre e necessariamente con quello sociale e politico, un dialogo in cui aspetti materiali e relazionali (intraindividuali) non possono essere disgiunti.

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L’istituzione inventata

L’istituzione inventata/Almanacco.Trieste 1971-2010 (Franco Rotelli, 2015)

La scelta di recensire questo libro, forse un po’ singolare, è sostenuta dalla forte convinzione dell’importanza di ripercorrere quella che è stata la rivoluzione della psichiatria nella spettacolare e coraggiosa avventura partita con Basaglia che ha portato alla famosa legge 180 del 1978 che sancisce la chiusura dei manicomi in tutta Italia e regolamenta il trattamento sanitario obbligatorio.

Una storia certamente conosciuta ma che questo libro riesce a restituire in un modo stra-ordianrio (come il tema che tratta d’altronde) con uno stile editoriale e tipografico da almanacco (testo immagini), che assume l’eleganza di catalogo d’arte all’esterno per poi stupire con l’interno a mò di un casereccio e a tratti caotico diario di bordo dallo stile torrenziale e disordinato che rapisce e incanta il lettore, disorienta ed emoziona.

Tutt’altro che un libro da viaggio o da borsetta, “l’Istituzione inventata- Almanacco” si presenta come un bel mattone che spicca spocchioso e prepotente tra le mensole della libreria, un 300 pagine circa ( probabilmente appositamente non numerate) ma la quale lettura risulta scorrevole, dinamica, vivace, le pagine si lasciano sfogliare piacevolmente grazie alla presenza di foto d’epoca e documenti rari, ritagli, cartoline, riproduzioni di manifesti e di articoli di giornali, trascrizioni di conferenze, parti di testi letterari sul tema, scritti che scandiscono e accompagnano le riforme dell’epoca e che portano ad urlare che la libertà è terapeutica e che non si può considerare normale e naturale rinchiudere la follia dietro mura e cancelli assimilandola al concetto di malattia.

Per chi ha non conosce o a chi ha dimenticato, a chi vuole ripassare la storia, a chi crede che sia ancora lunga la rivoluzione da compiere per includere “l’escluso” e il diverso sia esso il matto o lo straniero per chi considera la questione una realtà ancora aperta e chi mantiene calda la speranza che un mondo migliore sia possibile, un invito alla riflessione.

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La fragilità che è in noi

La fragilità che è in noi (Eugenio Borgna, 2014)

In cosa consiste la fragilità? Attraverso le pagine di questo libro Borgna cerca di rispondere a questa domanda complessa, poiché la fragilità non si può racchiudere in una definizione. Fa parte della vita e la ritroviamo in diversi momenti della vita, in diverse emozioni, in diverse sensazioni.

Borgna ritiene che la fragilità è una condizione umana che tutti viviamo attraverso le emozioni, le parole, la malattia del corpo e dell’anima, nelle varie fasi della vita fino ad arrivare all’anzianità.

Nella prima parte del libro Borgna osserva la fragilità nelle emozioni: timidezza vista come l’emozione che ci fa entrare in relazione con l’Altro; gioia vista come un’emozione interiore che si differenzia dalla felicità e dà un senso alla vita; tristezza vista come un’emozione che fa perdere i punti di riferimento; speranza vista come un’emozione fragile quando sparisce nella dimensione depressiva, ma non muore e può riaffiorare.

Borgna riconosce anche nella malattia la fragilità, poiché rende ancora più fragili ossia si amplifica quella già in seme dentro ognuno di noi. Infatti definisce la follia come una condizione sociale, poiché è una possibilità umana ed è radicata in ciascuno.

Nella seconda parte Borgna affronta la fragilità in due stati umani di profondo cambiamento: l’adolescenza e l’anzianità. Nella prima si prova per il distacco dall’infanzia e c’è il rischio di chiudersi nella solitudine; invece, la condizione anziana spesso è vista con pregiudizio di una vita ormai priva di emozioni e, quindi, viene tolta un po’ di umanità.

Attraverso la lettura di queste pagine si vede la poesia della vita, nella fragilità si possono assaporare valori di sensibilità e di delicatezza che ognuno di noi vive ed è proprio per questo che avvicina la follia ad una normalità che chiunque può vivere.

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La fabbrica della cura mentale

La fabbrica della cura mentale. Diario di uno psichiatra riluttante (Piero Cipriano, 2013)

Piero Cipriano è un medico psichiatra, psicoterapeuta, che ama definirsi psichiatra riluttante, in senso critico ed eretico, perché rifiuta di utilizzare le tecniche dei suoi colleghi psichiatri e, attraverso i suoi libri, ha scoperto di non essere il solo.

Trent’anni dopo l’approvazione della legge 180 e la rivoluzione basagliana, che determinava la fine dei manicomi, Cipriano racconta cos’è oggi un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura. Se il manicomio ricordava un campo di concentramento, scrive, il SPDC ricorda una fabbrica, in cui lo psichiatra è il tecnico specializzato alla catena di montaggio umana e il malato la macchina biologica da aggiustare, non con la parola, non con la relazione, ma con il farmaco.

Il paziente attraversa un percorso automatizzato come fosse un oggetto: dal ricovero e al necessario adeguarsi alle regole del reparto; alla Casa di Cura Convenzionata a “far ricchi gli imprenditori della follia”; alla presa in carico dal CSM territoriale, a cui è il paziente che deve rivolgersi; quando il “paziente addomesticato si inselvatichisce” lascia il servizio, fino a che non si ripresenta la crisi acuta e torna in SPDC a ripetere l’iter della catena di montaggio.

Il paziente non ha bisogno solo di molecole, sostiene l’autore, ma di una casa, di un lavoro, di relazioni. E la spia del funzionamento è proprio il SPDC: più è morbido il Servizio e più il territorio funziona bene. Le tecniche di contenimento e di potere utilizzate ricordando più quelle di un poliziotto che non quelle di un curante.

Cipriano denuncia questo nuovo immenso manicomio chimico che recluta i sani. Tristezza e lutti, rabbia e timidezza, disattenzione ed effervescenza: per ogni emozione forte, per ogni emozione che non si risolve o si manifesta secondo alcuni dettami sociali, c’è la pillola giusta. Questo altro non è che un modo di creare malati da inserite nella fabbrica della cura mentale.

Esercizio fisico, attività all’aperto e coronavirus

Comunicato Stampa del 16 Aprile 2020

Stiamo attraversando una crisi molto grave. Lo stato italiano ha reagito a questa emergenza mettendo gradualmente in moto misure di contenimento che sembrano iniziare a dare frutti. Riteniamo oggi utile aprire una discussione su alcune misure (divieto o limitazione dell’esercizio fisico all’aperto e chiusura dei parchi), assunte nel clima generale di insicurezza e paura. Questo documento non propone un allentamento delle misure valide di contenimento, ma al contrario un aumento netto di protezione della comunità.

Vi sono, infatti, fortissime prove scientifiche che l’attività motoria dà benefici per la salute (inclusa la salute mentale) e nella prevenzione della mortalità generale e da malattie infettive (si veda l’allegato: Pillola di educazione sanitaria 147/2020). Non si tratta solo dell’esercizio fisico (jogging, bicicletta, etc.), ma anche di una camminata più o meno veloce di mezz’ora al giorno, alla portata di quasi tutti gli anziani. La ricerca scientifica indica inoltre che anche trascorrere tempo all’aperto nella natura dà importanti benefici per la salute. 

Le proposte della Rete Sostenibilità e Salute

– Ferma restando la forte raccomandazione di svolgere anche attività motoria a casa, si può cominciare a discutere se riaprire i parchi e permettere in tutta Italia, nel rispetto delle distanze di sicurezza, di svolgere attività motoria all’aperto (per ciò si intende anche una passeggiata, per i bambini il giocare all’aperto con i soli membri del proprio nucleo famigliare, coltivare un orto, etc.). Volendo essere più cauti, si potrebbe all’inizio adottare il modello francese, che permette “passeggiate e attività fisica, purché da soli o con il proprio nucleo familiare, per un’ora al giorno, nel raggio di un chilometro” dall’abitazione”. Ciò eviterebbe anche l’affollamento che si potrebbe verificare in alcune aree verdi. Per chi fa jogging, a qualunque età, le distanze di sicurezza potrebbero aumentare: rispetto a #iorestoacasa, un hashtag più mirato potrebbe essere #iostoatremetri, aggiungendo il consiglio di non fare jogging nella scia di altri.

– Dovrebbe passare il messaggio che chi fa attività motoria non va guardato con riprovazione. Al contrario, si tratta di persone che attuano comportamenti meritori, tutelando la salute propria, proteggendosi meglio anche dalle infezioni, e alleggerendo il carico assistenziale per la società: così le risorse sanitarie potranno essere meglio riservate a chi ne ha più bisogno.

– La tutela della salute e un efficace contenimento dell’epidemia non si possono attuare con decisioni autoritarie poco trasparenti, ma attraverso l’empowerment delle persone: la possibilità per i cittadini di fare scelte informate, partecipate, attraverso strumenti chiari, coordinati e condivisi. Una gestione trasparente dell’emergenza faciliterebbe l’adesione alle regole necessarie al contenimento dell’epidemia.

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Oltre le passioni tristi

Oltre le passioni tristi. Dalla solitudine contemporanea alla creazione condivisa
Miguel Benasayag, 2016

Benasayag si immerge nella situazione postmoderna alla ricerca di un soffio passionale che la psichiatria e psicologia contemporanea sembrano aver smarrito, comprensibilmente “prese” dall’emergenza epidemica delle nuove sofferenze mentali. E tuttavia se non ci si decentra rispetto alla prospettiva medico-emergenziale, si rischia di venire annichiliti dal senso di impotenza rispetto ad un’ impresa quanto mai impossibile: curare gli individui eliminandone i sintomi.

Benasayag propone al contrario una terapia situazionale, in cui entrambi il paziente e il terapeuta si impegnano nella ricerca non tanto di significati personali entro cui comprendere i sintomi, ma di ciò che sta “prima” e “tra“ gli individui, della situazione atmosferica (economica, sociale, culturale, relazionale, storico-epocale) in cui gli individui sono immersi. Si potrebbe dire che “la vita non è un fatto poi così personale” e in questo senso Benasayag tenta di allargare la messa a fuoco rispetto alla sofferenza mentale, restituendo una direzione, o meglio una posizione (anche politica), alle pratiche psi. “La conquista del terreno della sofferenza e dell’inquietudine da parte della patologizzazione della vita è diventata alla fine del XX secolo una delle principali cause dell’indebolimento degli individui e delle culture. Si tratta quindi di riconquistare il terreno della sofferenza esistenziale, ovvero delle faglie fondatrici e necessarie perché la potenza di agire possa esitere” (p.126).

Comprendere la sofferenza attraverso le cause, in un movimento dal fenomenico al fenomenologico, è prerequisito fondamentale per accedere a quella conoscenza di secondo genere descritta da Spinoza, senza la quale l’agire emancipatorio non è possibile. La sofferenza è infatti si un adattamento necessario, ma anche la custodia del possibile, una chiamata (poiché intrinsecamente relazionale) al cambiamento. Nella funzione rivoluzionaria della negatività possiamo però avere fiducia solo quando consideriamo l’umano come un corpo organico unitario che agisce, e non come un insieme modulare di meccanismi che reagiscono.

Ne deriva una terapia situazionale impegnata e interessata non a riparare guasti tecnici, ma a rivoluzionare il modo in cui le persone interagiscono con la situazione, accompagnandole attraverso quelle passioni, desideri, destini che ci rapiscono e inevitabilmente traboccano la vita personale.

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Psicoterapia Democratica

Tobie Nathan, Nathalie Zajde, 2013

Questo libro offre un tempo per la riflessione. Siamo convinti che non si tratti soltanto di un’esigenza intellettuale, ma anche di una presa di posizione democratica. Non è possibile che, in pieno XXI secolo, una professione si svolga senza testimoni, senza controllo esterno, talvolta persino senza essere valutata, […]. Democrazia è, innanzitutto, esigenza di trasparenza, […] Abbiamo cercato di mantenere fede a due propositi: descrivere questo ambito e tracciare i contorni di una psicoterapia adeguata al mondo moderno, una psicoterapia così come noi la desideriamo, una psicoterapia democratica.

Gli autori, l’etnopsicanalista Tobie Nathan e il medico Nathalie Zajde, illustrano efficacemente in questa sorta di libro-manifesto i valori, le buone pratiche, le esperienze e i principi che secondo loro dovrebbero sostenere e ispirare la clinica e la psicoterapia, non soltanto in quanto ambiti specialistici relativi alla cura della sofferenza mentale, ma come paradigmi di pensiero e insiemi di pratiche che hanno strettamente a che fare con l’esercizio di un potere. Di fondamentale importanza risulta dunque un chiaro posizionamento, da parte della psicoterapia stessa, rispetto a come essa viene esercitata, in quanto “procedura d’influenzamento destinata a modificare radicalmente, profondamente e in maniera duratura una persona, una famiglia o una situazione, a partire da un’intenzione ‘terapeutica’”.

Nella prima parte del testo si viene proiettati tra le pieghe di un meta-discorso critico che ha per oggetto la psicoterapia nei suoi diversi risvolti legati al potere: le scuole e i percorsi di formazione degli allievi; il rapporto delle discipline psicologiche con i metodi di cura cosiddetti ‘tradizionali’ e con gli approcci biologico-scientifici alla salute mentale; la questione della valutazione delle psicoterapie; le associazioni di utenti. La seconda parte è invece dedicata all’esposizione di esperienze cliniche connesse al lavoro con migranti e vittime di tortura; una sezione che ben illustra l’effetto patogeno e traumatico di sistemi di potere basati sulla violenza e sulla privazione delle libertà fondamentali.

Un testo a nostro parere di grande interesse, estremamente onesto nel suo autosvelarsi: mostra il ‘dietro le quinte’ di un ambito disciplinare che, in assenza di una autentica e profonda auto-riflessione, rischia non soltanto di perdere preziose opportunità di crescita e confronto con un contesto umano e sociale in rapidissimo mutamento, ma anche di replicare e riproporre dinamiche di potere patogene.

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I bambini di Asperger

Edith Sheffer, 2018

Come nasce una diagnosi? Edith Sheffer, storica, ricercatrice e madre di un bambino “autistico”, ricostruisce la “scoperta” dell’autismo offrendo una chiave di lettura che pone l’accento sulle condizioni storiche, culturali e politiche in cui la diagnosi di psicopatia autistica è stata formulata.

Attraverso gli strumenti della ricerca storica, l’autrice ci riporta nella Vienna a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta e nello spirito culturale, politico e scientifico del tempo, che ruota intorno ad un termine, Gemüt, (l’idea di sentimento sociale, la capacità dell’individuo di creare legami profondi con gli altri) e ad una persona, il medico austriaco Hans Asperger, specializzato in pedagogia curativa. Sullo sfondo l’ascesa del Terzo Reich ed il ruolo del mondo scientifico ed accademico nel perseguire un programma dapprima di correzione e successivamente di eugenetica, determinando infine quali vite fossero “degne di essere vissute” e desiderabili per il Volk.

Lo sviluppo del libro, seppur incentrato sulla controversa figura di Asperger e sulle conseguenze estremamente tragiche delle formulazioni diagnostiche di quel tempo, ruota intorno ad una domanda più che attuale: in che misura ogni diagnosi è il prodotto della società?

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Gli Anormali

Michel Foucault, 1975

Che cosa si intende per “normalità”? Come viene stabilito chi è “normale” e chi non lo è, quale comportamento vada ritenuto “anormale” e quale invece no? Tra il 1974 e il 1975, in un ciclo di lezioni tenute al Collège de France, Michel Foucault tenta di dare risposta a queste domande con il suo consueto metodo di “archeologia del sapere”, ricostruendo l’evoluzione storica di concetti epistemologici e fenomeni sociali legati al tema della a-normalità.

Foucault ravvisa la successione di tre figure che nella Storia hanno rappresentato il prototipo dell’anormale: nel Medioevo, il mostro, colui che è contro-natura (leggi anche, contro-dio) perchè ad esempio ermafrodito; nell’Ottocento, l’individuo da correggere, non più l’eccezione ad un ordine stabile ma una presenza deviante passibile di essere normalizzata; infine, il masturbatore, ovvero la chiave per estendere il potere medico alla sfera della sessualità, rendendolo di fatto ubiquitario.

Attraverso l’evoluzione di queste figure Foucault ci introduce al potere di normalizzazione: una serie di dispositivi (termine ombrello dell’autore, che può indicare teorie, pratiche, meccanismi di potere, strutture sociali, luoghi fisici) che disegnano una traiettoria sociale ben precisa cui l’individuo deve uniformarsi e sulla cui aderenza egli viene sorvegliato, ed eventualmente punito.

Astruso, illuminante e tagliente come sempre, Foucault decostruisce il concetto di “normalità” mostrandone il carattere arbitrario ed intrinsecamente repressivo e dispotico, fino a ciò che ne considera l’apoteosi, ovvero la perizia psichiatrica e la psichiatria giudiziaria, grazie alla quale “ il vile mestiere di punire si trova […] trasformato nel bel mestiere di guarire”.

Un testo imprescindibile di un grande maestro del sospetto, per chiunque nutra dei dubbi sui concetti di normalità e patologia psichiatrica, l’implicita morale sociale e la prepotenza della maggioranza!

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Dove sono gli ultras? Quando un paradigma insufficiente si scontra con una realtà esigente

Quella che stiamo vivendo è probabilmente la più grande crisi sanitaria e sociale che si è abbattuta sull’Occidente dal secondo dopoguerra. Le drammatiche cifre sulle vittime e i contagi, in aumento costante; le limitazioni al movimento che ostacolano i passaggi ritualistici così funzionali all’elaborazione del lutto della perdita di una persona cara; il drastico e repentino cambio di abitudini di vita; i vincoli imposti alle libertà personali, per noi così preziose; l’impatto disastroso sul lavoro e le economie delle persone; il fantasma dell’incertezza per il tempo che ci vorrà a uscire dall’emergenza e per quel che ci riserverà il futuro. Tutto questo contribuisce a creare una moltitudine di stressors che costituiscono dei veri e propri fattori di rischio per la salute complessiva della popolazione: salute fisica e mentale, salute economica e sociale, potremmo dire salute esistenziale.

Secondo uno studio di Harvard sull’Italia, vi è un rischio concreto che dall’emergenza sanitaria si passi ad una emergenza psicologica[1]. Effettivamente, alcuni dati sembrano confermare che le conseguenze sociali dell’epidemia di Covid-19, e le misure ad essa correlate, stiano già riscuotendo il loro tributo in termini di malessere psicologico. Basti pensare all’impennata di TSO richiesti a Torino, che da una media già molto elevata di due interventi al giorno, legati ad un’indebolimento della rete dei servizi territoriali, è passata a picchi di nove TSO giornalieri nel mese di marzo[2]. Parimenti, si parla di aumenti delle violenze domestiche e del rischio di incrementi nei tentativi di suicidio[3].

L’emergenza psicologica, insomma, sembrerebbe già in atto. Ciò non stupisce se consideriamo il disagio psicologico non come disfunzione propria dell’individuo, ma come risultato di una molteplicità di fattori determinati dall’incontro tra gli individui, le condizioni ambientali, le risorse sociali, i vincoli socioeconomici e politici, le relazioni di potere e tutte quelle risorse che contribuiscono a creare salute e benessere – tutti elementi che al momento sono fortemente in crisi.

Una certa sofferenza emotiva condivisa a livello di popolazione sembra implicitamente riconosciuta da tutti gli attori sociali che prendono parola per esprimersi in merito alla situazione che stiamo vivendo; fa parte inoltre dell’esperienza quotidiana individuale di tutti coloro che si trovano a vario titolo ad avere a che fare con le conseguenze piccole e grandi dell’epidemia.

Ciononostante, si ha l’impressione che, a livello sociale, il contributo richiesto al settore della psicologia e della psicoterapia sia marginale.

La domanda sorge spontanea: perché? Come mai, a fronte di una grave e diffusa emergenza legata alla salute mentale della popolazione, la psicologia non è stata particolarmente interpellata dalla società?

La comunità/corporazione degli psicologi, come sempre, è stata molto solerte nel proporre iniziative di vario genere: alcune rivolte alla popolazione, come i numeri di ascolto gratuito, altre alla comunità professionale per rilanciarsi nel mercato del post-coronavirus, come i corsi EMDR per il superamento del trauma (trauma che, tra l’altro, sembra l’unico costrutto psicologico che mette d’accordo tutti e viene nominato nel discorso mediatico e istituzionale, forse perché maggiormente inquadrabile in un’ottica medica). Alcune di queste iniziative sono sicuramente meritevoli, nascono dalla volontà di dare un contributo utile nel momento di emergenza e possono incontrare un eventuale bisogno della popolazione; altre appaiono francamente strumentali e pretestuose; altre ancora sembrano alquanto autoriferite, più rispondenti ad un bisogno della comunità di psicologi di sentirsi legittimata e non sentirsi esclusa dal grande agone sanitario che a un’effettiva riflessione sui bisogni di salute e sociali della comunità dei cittadini. In tutti i casi, buona parte della categoria si è prodigata nell’offerta di servizi all’individuo, come d’abitudine, mentre al meritevole impegno politico del Consiglio Nazionale appena insediato, seppur a tratti discutibile nelle modalità, non sembra esser corrisposto un analogo interesse da parte dei colleghi rappresentati verso temi come la gestione istituzionale dell’emergenza e le risposte sistemiche ai bisogni di salute psicologica della popolazione.

Generalmente, si è risposto con iniziative spontanee[4] verso quello che noi psicologi riteniamo che sia un bisogno, non di risposte a richieste espresse dalla popolazione o dalle istituzioni in questo senso.

Da un lato, è probabile che i bisogni emergenziali che i cittadini sentono come più impellenti siano altri: salute fisica, sicurezza economica. È altresì evidente che, a un livello istituzionale, la salute mentale è posta in secondo piano rispetto ad altre priorità: lo testimonia la chiusura di molti CSM e CPS sul territorio nazionale.

D’altra parte, però, come non rilevare in questa mancata richiesta il risultato di uno scollamento che il sapere e le pratiche psicologiche hanno operato rispetto alla società e alle reali condizioni di vita e le esigenze della popolazione? Detto altrimenti: se in un momento di forte crisi psicologica nessuno o quasi si rivolge alla psicologia, può la psicologia dire di essere in grado di farsi carico dei bisogni di una popolazione che non la percepisce come punto di riferimento? O è probabile che non possieda gli strumenti per capire e far fronte alle problematiche reali delle persone?

Come psicologi, siamo abili nel sostenere che il problema siano gli altri, i quali non capiscono di cosa hanno realmente bisogno, piuttosto che mettere in discussione i nostri presupposti teorici, etici e le nostre pratiche.

Si paga il prezzo di due ordini di problematiche irrisolte, perché scarsamente riconosciute e affrontate:

  1. La psicologia non si è occupata abbastanza della società, non si è fatta portatrice di istanze e problematiche collettive, appiattendosi sulla sola dimensione individuale e tralasciando in maniera colpevole ciò che pertiene alla sfera economica, politica, di classe sociale, di genere e di appartenenza etnico-culturale: per questo, non è considerata una disciplina capace di rispondere a problemi collettivi (e forse attualmente non lo è). Inoltre, scollando la mente e le questioni psicologiche di cui si occupa, dai processi sociali, culturali, economici collettivi che non riesce ad indagare, non sarà pronta e tempestiva ad affrontare e dare risposta ai problemi che insorgeranno per le ricadute economiche, sociali e politiche che seguiranno alla crisi coronavirus: questo avviene poiché si considera tali problemi irrilevanti per il disagio psicologico, che si suppone essere un dato individuale o al massimo relazionale e familiare.
  2. Nonostante la difesa a spada tratta della professione che continuamente sbandiera, la psicologia ha subito passivamente la delegittimazione operata dalla psichiatria del paradigma biomedico, rispondendo da un lato con un corporativismo infantile che mira sopratutto a difendere “dignità”, “prestigio” e “immagine” della professione, dall’altro adottando la stessa retorica svalutante indirizzandola verso attori collocati più in basso nella “catena alimentare professionale” della divisione sociale del lavoro nel libero mercato, come i counselor (con un accanimento che fa riecheggiare un pallido tentativo di riabilitazione di sé agli occhi di un papà severo, magari un primario dallo sguardo arcigno: “guardi dottore, noi siamo bravi, sono loro che sono impreparati”). Contemporaneamente, per trovare una legittimazione nel mondo delle “scienze dure” a cui tanto aspira, il sapere psicologico ha tentato di incastrarsi nel paradigma biomedico, ritrovandosi a capofitto in tutte le contraddizioni di ordine epistemologico e pratico oltre che nelle difficoltà discusse nel punto 1.

Se veramente ci sarà, come è lecito immaginare, un aumento della sofferenza psicologica ed esistenziale a seguito dell’epidemia di Covid-19, a chi verranno chieste risposte in merito? Siamo portati a pensare che esse verranno chieste, dalla popolazione e dalle istituzioni, soprattutto alla psichiatria, con tutti i rischi conseguenti: sappiamo come una certa psichiatria, così come una certa psicologia, rischi di essere orientata alla cura del sintomo e non alle cause del malessere delle persone, che mai come in questa situazione saranno legate a determinanti sociali della salute e della sofferenza. Sarà utile diagnosticare un numero enorme di disturbi post-traumatici da stress, prescrivendo i relativi farmaci ed eventuali terapie psicologiche individuali? Darà un effettivo beneficio a chi è rimasto senza lavoro, chi non ha potuto fare un funerale al padre, chi ha scoperto di avere un compagno violento, chi ha perso fiducia nelle istituzioni, chi ha paura di recarsi in ospedale?
Riusciremo, come categoria, a fare un passo indietro per farne due avanti e, dopo aver rinunciato a prendere in carico l’ennesimo paziente e aver liberato il tempo necessario, affermare, insieme e partendo dalle nostre competenze, che questi cittadini non hanno necessariamente bisogno di uno psicologo per stare bene, ma di un lavoro, di una comunità sana, di non essere discriminati, di un ambiente salubre, di istituzioni sane? Riusciremo, in un’ottica più ampia, a lavorare per la salute mentale della popolazione a partire da, ma senza relegarla a, la professione privata che spoglia la sofferenza del suo valore sociale, pubblico, politico? Una grave conseguenza della privatizzazione della professione psicologica sembra infatti essere non solo relativa agli effetti economici che produce all’interno della collettività, ma anche alla concezione stessa della sofferenza, che si trova privata[5] della sua connotazione sociale e della possibilità di azioni e riflessioni che superino questa privatezza e questo isolamento. Una privatizzazione, dunque, che assume anche il doppio significato di “privazione”.

La situazione attuale può costituire un’occasione per ripensare radicalmente i rapporti della psicologia con la società, da un punto di vista epistemologico, politico e pratico. Di nuovo: stiamo vivendo la più grave crisi sanitaria dei nostri tempi, che investe tutti gli aspetti della vita delle persone, dal lavoro ai progetti futuri, dallo studio alla famiglia, dalla salute fisica a quella mentale.

La psicologia non è stata interpellata, e si è poco interpellata.

Quali altre prove servono per capire che dobbiamo cambiare rotta?

La nostra sembra una categoria poco coraggiosa, in eterna posizione difensiva. Non ci sentiamo autorizzati a partire da una riflessione sulla nostra funzione, ad assumere una posizione critica, autenticamente nostra. Sembra che gli psicologi siano sicuri delle proprie idee solo in stanza di terapia, forse perché si sentono protetti nell’unico luogo in cui sperimentano il potere. Per il resto, attendiamo ordini, o chiediamo timidamente maggiore considerazione, nonostante abbiamo tutti gli elementi per poter scegliere da che parte stare e contribuire in maniera pregnante a ciò che si muove a livello politico e sociale.

La psicologia, insomma, è troppo attenta a se stessa, troppo poco al mondo che la circonda, che contribuisce a creare, da cui è plasmata e di cui è vettore. Rifugge da qualsiasi dimensione conflittuale che non sia quello corporativo e rivolto verso il basso.

Occorre tuttavia ricordare che lo stato sociale e la stessa idea che le persone abbiano il diritto di accedere alle cure psicologiche sono il frutto non di una timida richiesta tramite petizioni online, girate in mailing list di addetti ai lavori, ma di infuocate battaglie sociali che hanno sollevato problematiche collettive e proposto soluzioni ad ampio raggio.

È possibile che la psicologia partecipi e contribuisca alle scelte economiche politiche e sociali di una nazione?

Non mancano esempi virtuosi sul piano internazionale, specie in contesti che appaiono per vari motivi particolarmente favorevoli ad accogliere e sviluppare idee innovative di welfare. Un caso di questo genere è rappresentato dalla Finlandia, dove l’approccio dialogico sviluppato da Seikkula e Arnkil è stato non solo integrato con successo nei protocolli di intervento precoce sul disagio psichico grave con l’effetto di ridurre le ospedalizzazioni psichiatriche e il ricorso alla farmacologia (attraverso il coinvolgimento attivo del contesto familiare e sociale dell’individuo che manifesta esordi psicotici) ma soprattutto è stato inserito a pieno titolo nelle politiche di welfare locali. La psicologia in quel caso ha rivendicato la propria esistenza in tutte le municipalità finlandesi, a livello scolastico, amministrativo, dei servizi sociali nonché economico. Ciò deriva anche da una precisa scelta di posizionamento rispetto, ad esempio, alle criticità e gli effetti iatrogeni di un certo tipo di ospedalizzazione psichiatrica.

Evidentemente esistono, anche se talvolta isolati e marginali, colleghi dotati di spirito critico e caparbietà, desiderosi di dare il proprio contributo per la salute collettiva anche attraverso la propria professionalità e oltre questa.

La mancanza di voci collettive che si staglino al di sopra di quelle individuali, principale sintomo dell’irrilevanza sociale e politica della categoria, costituisce da una parte il  risultato dell’incapacità di andare oltre alla dimensione individual-individualistica di psicologi e psicologhe, dall’altra il triste presupposto per risposte inevitabilmente isolate, frammentate, individualizzate, collettivamente irrilevanti.

Abbiamo bisogno di andare oltre alla facile tentazione di azioni solitarie, immediate e rassicuranti. Non è facile. Ma solo insieme possiamo fare meglio, per tutte e tutti.

[1]https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/03/25/news/coronavirus_il_primo_studio_di_harvard_sull_italia_da_emergenza_sanitaria_si_passera_ad_emergenza_psicologica_-252306258/

[2]https://www.esquire.com/it/lifestyle/tecnologia/a31895857/coronavirus-psichiatria/
https://mole24.it/2020/03/21/torino-la-quarantena-manda-in-tilt-la-gente-aumentano-i-casi-di-tso/

[3]https://www.peopleforplanet.it/quarantena-violenta-serve-una-parola-in-codice-con-cui-le-donne-denuncino-in-farmacia/

[4] Incuriosisce la scelta di adottare, senza l’esplicitazione della sottostante riflessione di fondo, un carattere di gratuità  per la maggior parte di queste iniziative. La perplessità insorge poiché la categoria degli psicologi clinici e degli psicoterapeuti, in regime di “normalità”, oscilla da una forte svalutazione delle iniziative che abbassano le barriere economiche di accesso, che verosimilmente la allontanano dalla popolazione maggiormente bisognosa, ad una lamentevole autocommiserazione per la scarsa occupazione, attribuita frequentemente ai pregiudizi delle persone.

[5] All’interno di studi, per l’appunto, privati.

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Anche lo Sportello! si guarda dentro con l’aiuto dell’Altro

Circa un anno fa Sportello TiAscolto ha preso parte ad una ricerca-azione volta all’analisi del funzionamento organizzativo del Servizio terminata, per ora, con la restituzione di un report finale nutrito e dettagliato.

In collaborazione con un gruppo di psicologhe di comunità milanesi conosciute all’ultimo convegno SIPCO infatti, spinti da un desiderio di riflessione sul significato del nostro lavoro e dalla volontà di rendere più efficaci le nostre pratiche, questa esperienza che ha permesso di co-costruire una rappresentazione condivisa del progetto.

Ad alcuni mesi di distanza possiamo riconoscere oggi quanto questo lavoro, talvolta impegnativo, sia stato occasione di confronto e ricerca di una nuova chiave di lettura, fonte di ispirazione per una danza epistemica evolutiva e generativa. Far entrare delle sconosciute all’interno del gruppo, per aiutarci ad analizzarlo e rilevarne le criticità, non è stato subito nè sempre facile tuttavia si tratta di un lavoro di messa in discussione che non avremmo potuto fare da soli. Questo ha permesso, inoltre, durante momenti di profonda condivisione, reciproca contaminazione con le ricercatrici, di allargare la rete sociale entro cui e con cui poterci muovere, aumentando il potenziale impatto della lotta collettiva per la tutela del diritto alla salute oltre che la possibilità di disseminare una parte delle nostre pratiche.

Il percorso di ricerca-azione ha permesso di far emergere aspetti e risorse del funzionamento dello Sportello, e degli aspetti necessariamente contraddittori che ne animano la partecipazione (lotta sociale, lavoro, amicizia)  sviluppando una maggiore consapevolezza sul piano sia epistemologico che pratico.

Rendere espliciti e visibili i valori alla base del nostro progetto, riflettere sulla possibilità di assumere funzioni differenti e nuove all’interno del gruppo e analizzare differenze tra Gruppo e Servizio, sono solo alcune delle azioni che hanno contribuito a generare una consapevolezza collettiva fondamentale per la vera sfida di ogni contesto e organizzazione anche di lavoro: cercare un equilibrio tra efficacia ed efficienza da una parte e il benessere del gruppo e degli individui che lo compongono dall’altra.

Intraprendere questo percorso ci ha permesso non solo di riflettere su valori, ipotesi ed obiettivi ma anche su attività ed azioni dell’ organizzazione, evidenziando la necessità a volte, di fermarsi, osservarsi e fare ordine al proprio interno, per poter ripartire, più forti che mai, a cambiare il mondo insieme a chi, come il gruppo di lavoro che ci aiutato, crede che insieme si possa arrivare dove soli non si può.

Per informazioni sul lavoro svolto o contatti con il gruppo di lavoro delle colleghe milanesi è possibile scrivere a info@sportellotiascolto.it

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7 Aprile 2020: Salute per tutte e tutti, ora!

Il 7 aprile sarà #salutepertuttietutte

L’articolo 32 della costituzione recita “la salute è un interesse della collettività“. Rallentare la produzione per permettere a tutti e tutte di ricevere delle cure di qualità e un trattamento umano significa ribadire il primato di un diritto universale rispetto agli interessi economici. Tuttavia, perché questa non rimanga pura retorica, ad una responsabilizzazione dei singoli cittadini deve corrispondere un intervento e un sostegno pubblico efficace, organico, adeguato ed orientato alla salute della comunità prima di tutto.

In questi giorni, in seguito ai decreti ministeriali in risposta all’emergenza causata dall’epidemia di Covid-19, la responsabilità nei confronti dei più fragili è stata riversata sui singoli e sui loro comportamenti individuali mentre la politica si è mossa in maniera confusa, poco informata e talvolta irresponsabile. A questa reazione disorganizzata delle istituzioni si aggiunge un sistema sanitario sofferente e depotenziato a cui mancano le risorse necessarie a fronteggiare l’emergenza adeguatamente.

In maniera simile alla crisi finanziaria del 2008, nei paesi industrializzati abbiamo sottovalutato il rischio sistemico, nel caso odierno la pandemia, collegato alla nostra struttura produttiva e sociale. Fino a quando non ci siamo ritrovati a contare i cadaveri non abbiamo ascoltato gli esperti che monitoravano il rischio sanitario e che mettevano in discussione la sostenibilità del nostro sistema produttivo e del nostro stile di vita. In questo modo il sistema di cura e protezione sociale si trova ad operare in un regime cronico di emergenza e scarsità di risorse, purtroppo assunti come inevitabili dati di fatto.

Per questo vogliamo ribadire l’importanza di una risposta collettiva e politica alle difficoltà che attraversiamo e attraverseremo, partendo da un’analisi critica delle responsabilità politiche dell’entità della tragedia sanitaria a cui assistiamo. Al di là dell’orizzonte temporale immediato dell’emergenza, soluzioni pubbliche e democratiche sono le sole in grado di prevenire gli effetti di eventi catastrofici di questa portata, che peraltro gli esperti reputano molto probabili nel futuro prossimo. Per questo vogliamo mettere al centro del dibattito lo stato di salute del sistema sanitario nazionale, il suo finanziamento in rapporto al privato, la sostenibilità delle economie industriali avanzate e l’idea stessa di salute. Questo 7 Aprile, giornata mondiale contro la privatizzazione della salute, ripartiamo da qui. Perché una collettività in salute è possibile solo là dove esiste una salute pubblica e partecipata.

Privatizzazione e tagli al Ssn

Di fronte ad una crisi sanitaria di dimensioni epocali il Servizio Sanitario Nazionale è sull’orlo del collasso, rivelando tutta la sua cattiva salute. Sono circa 37 i miliardi complessivi di tagli alla sanità negli ultimi 10 anni, le strutture sono inadeguate, si sono persi circa 70.000 posti letto. Secondo dati OECD la Corea del Sud, dove la letalità del Coronavirus è stata bassissima, è la seconda nazione al mondo per numero di posti letto negli ospedali del servizio sanitario nazionale (13 ogni 1000 citta-dini) mentre l’Italia si classificherebbe alla ventiseiesima posizione (3 ogni 1000). Sebbene i dati di letalità e posti letto vadano considerati rispettivamente al netto dell’età media della popolazione e dell’efficienza del sistema sanitario, è chiaro che un possibile contenimento degli effetti della pan-demia passi dalla capacità di reazione. I dispositivi di protezione individuale (soprattutto le masche-rine) scarseggiano, come gli operatori sanitari, che vengono utilizzati (e celebrati) come fanteria du-rante la prima guerra mondiale. Il coronavirus non è il principale responsabile di questa crisi, mal-grado l’abbia notevolmente accelerata. Quella che stiamo vivendo è una crisi che ha origini lontane ed è la conseguenze di precise scelte politiche. La responsabilità è sulle spalle di tutti quei governi che negli ultimi 40 anni hanno tagliato miliardi al budget del SSN, e che hanno trasformato, tramite un processo di aziendalizzazione, la salute in una merce come le altre.

Altrettanto rilevante è la considerazione che l’ibridazione con il privato ha portato il sistema sanitario a specializzarsi su settori di nicchia e potenzialmente più remunerativi. Il sistema sanitario privato non ha interesse ad investire in quelle attività e funzioni “sistemiche” essenziali (come ad esempio la rianimazione) per affrontare le emergenze. Queste prerogative sono tipicamente pubbli-che proprio perché non remunerative e vengono meno con lo spostamento di risorse dal sistema pubblico a quello privato (attraverso l’espansione di assicurazioni sanitarie e casse mutue). Ne sono un esempio le funzioni di informazione, logistiche e di coordinamento. Queste funzioni essenziali nei momenti di crisi dovrebbero: informare le policies sanitarie basandosi su dati scientifici ed epi-demiologici aggiornati; coordinare nel tempo e nello spazio le diverse istituzioni sanitarie altrimenti frammentate; attuare protocolli di emergenza come ad esempio l’istituzione di corridoi sanitari al-ternativi all’ospedale.

Ci sembra particolarmente rilevante che la regione a maggior rischio collasso sia proprio la ricca Lombardia, da tempo l’avamposto della crescente ibridazione fra pubblico e privato. In particolare, la provincia di Bergamo sembra essere tra le più interessate dalle “privatizzazioni” con meno del 40% delle strutture sanitarie di natura pubblica. Nella bergamasca lo spostamento di risorse e di pre-ponderanza organizzativa verso il settore privato ha causato una paralisi decisionale, logistica e di risorse. Questa paralisi ha portato per esempio la Lombardia a non disporre di alternative all’ospe-dalizzazione dei contagiati (superiore al 60% dei casi nelle provincie più colpite), che a sua volta ha contribuito in maniera decisiva all’espansione del contagio.

Come se ciò non bastasse, questa crisi costituisce un’ulteriore possibilità di lucro per la sanità pri-vata, vista la maggior facilità con cui si potranno stipulare accordi economici con strutture non accreditate e all’indennizzo più che vantaggioso previsto dal decreto del 17 marzo nell’eventualità della requisizione degli stabili.

Salute vs Produzione

A quasi un mese dal primo decreto per l’emergenza COVID, se proviamo a delineare quale sia stato il comune denominatore delle misure intraprese ci sembra evidente che la preoccupazione maggiore fosse la salvaguardia di produzione e interessi economici, finchè possibile, addossando rischi e responsabilità sui cittadini che, pur continuando a lavorare, non avrebbero però dovuto uscire di casa, neppure per andare al parco. Si è scatenata così una caccia all’untore, sui social come dai balconi, in cui la responsabilità civica si misurava in numero di disobbedienti denunciati. Nel mentre molte fabbriche e aziende rimanevano aperte senza garantire gli standard minimi di sicurezza, i lavoratori della logistica non potevano fermarsi, così come i rider, i dipendenti dei servizi commerciali e tanti altri lavoratori e lavoratrici che esponevano sé stessi e le loro famiglie al rischio del contagio. La messa a punto di dispositivi di welfare che garantissero a tutti la possibilità di restare a casa è iniziata con molto ritardo ed è ancora in dubbio per molte categorie. Se dal punto di vista sanitario queste misure si sono rivelate inefficaci, dato che per rallentare il contagio la popolazione dovrebbe trascorrere meno tempo in spazi chiusi, dal punto di vista sociale esse profilano i caratteri di un’ingiustizia.

Anche con il decreto firmato il 22/03/2020, malgrado sia tristemente evidente che fermare la produzione sia l’unico modo per arginare i contagi, le misure sono di facciata, e in extremis il governo ha dovuto aggiungere una serie di postille, pretese da Confindustria, per ridurre al minimo le perdite produttive a scapito della salute di noi tutte/i. In seguito al decreto rimangono impegnati circa 3,5 milioni di lavoratori, circa il 25% della forza lavoro italiana. La situazione nel bergamasco è, anche in questo caso, paradigmatica. La stessa provincia da cui oggi vediamo partire convogli militari che trasportano cadaveri è fra le più ricche e produttive d’Italia: la zona della Val Seriana

fra Alzano Lombardo e Nembro, i due focolai del contagio, comprende 376 aziende, che impiegano 3700 dipendenti per un fatturato annuo di 680 milioni di euro. Nel bergamasco le fabbriche e i negozi sono rimasti aperti anche grazie alle pressioni del Distretto di Commercio di Bergamo, che con tanto di clip musicale accompagnato dall’hashtag #bergamononsiferma, invitava allo shopping (28 Febbraio). L’hashtag accelerazionista è stato copiato dal #milanononsiferma di Beppe Sala, che il giorno prima dichiarava: “Milano, milioni di abitanti. Facciamo miracoli ogni giorno. Abbiamo ritmi impensabili ogni giorno. Portiamo a casa risultati importanti ogni giorno perchè ogni giorno non abbiamo paura. Milano non si ferma”. Quel “non abbiamo paura” testimonia l’anaffettività e spregiudicatezza di una società incapace di discostarsi dai propri automatismi. Ne abbiamo visto le conseguenze: metropolitane affollate fino a Marzo inoltrato e migliaia di morti. Sempre il 28 Febbraio, faceva eco a questo leitmotiv il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, che poi ammetterà: “Abbiamo pensato che si potesse tenere insieme la prudenza, il rispetto delle regole, le distanze di sicurezza, e la vita normale. Eravamo preoccupati per il virus, ma anche per le attività economiche delle nostre città. Ma quell’equilibrio non poteva reggere”. Il 4 marzo difronte all’impennata di contagi nel suo comune, il sindaco di Alzano Lombardo, Camillo Bertocchi dichiarava: ”Accetteremo quello che gli organismi superiori definiranno, so che la comunità scientifica sta per esprimere un parere in merito e ci sarà poi il filtro della politica, che dovrà tenere conto della nostra particolare situazione economica, che è molto strutturata. Mi aspetto che in questa valutazione ci sia un capitolo relativo all’industria che senza una soluzione di continuità proporrebbe danni incalcolabili”. In breve, gli amministratori delle aree maggiormente colpite (ad oggi probabilmente quelle con il maggior numero di contagi sul totale della popolazione a livello mondiale) hanno agito in maniera poco informata, privilegiando in prima istanza gli interessi economici, influenzati dai rapporti di forza che in queste zone altamente produttive vedono il settore industriale avere maggiori interessi e potere politico (si confrontino ad esempio tempestività ed efficacia delle misure contenitive nella provincia bergamasca e lodigiana, la seconda a vocazione più agricola e commerciale). L’11 Marzo si fa portavoce di questi interessi il presidente di Confindustria Marco Bonometti che, mentre la Regione Lombardia decretava la zona rossa in tutto il suo territorio, dichiarava: «indispensabile la necessità di tenere aperte le aziende», per non «dare all’estero un segnale di mancata capacità produttiva difficile da recuperare nel breve periodo». Non è nostro intento fare un processo mediatico alle personalità sopracitate. Riportiamo queste considerazioni per criticare pratiche e valori del sistema politico, culturale e sociale di cui sono espressionee che crea, riproduce e legittima profonde disuguaglianze. Una società di questo tipo sarà necessariamente incapace di percepire i rischi a cui va in contro e si troverà in un cronico stato di emergenza.

Non è salute se non è globale

C’è un altro aspetto che riteniamo importante sottolineare. Di quale salute stiamo parlando? E salute di chi? È ormai evidente che le conseguenze più devastanti di questa pandemia saranno sociali ed economiche. La crisi fa emergere con maggior evidenza processi sommersi di esclusione e marginalizzazione già in atto precedentemente ad essa, dai quali non si può prescindere per valutare lo stato di salute dell’intera comunità. La salute, così come la malattia, è il risultato di processi complessi di carattere culturale, sociale, affettivo, economico e politico. Nonostante sia ormai da anni che l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia definito la Salute come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale”, questa concettualizzazione sembra rimanere solo sulla carta. Risulta chiaro che la salute di cui il governo intende occuparsi, è soprattutto quella fisica, biologica: un corpo sano abbastanza da andare a lavorare! Ancora una volta abbiamo davanti agli occhi gli effetti dello sguardo miope con cui molte istituzioni approcciano la salute, intensa come mera assenza di malattia, rischiando di dimenticarsi delle dimensioni psicologiche e sociali e di scaricare il peso della crisi sui legami sociali e sulla salute relazionale e affettiva dei cittadini.

La quarantena è necessaria a tutelare la salute di tutte e tutti ma sembra scarso l’interesse sulla potenziale esacerbazione della sofferenza psichica, evidenziata anche da alcuni studi sulle misure di distanziamento sociale attuate in Cina: le persone messe in quarantena avevano una probabilità maggiore di quattro volte di sviluppare un disturbo post traumatico da stress rispetto a un gruppo di controllo non in quarantena. Coerentemente, il disturbo più frequentemente diagnosticato, alla fine della quarantena, è stato il disturbo acuto da stress.

La condizione di segregazione forzata in casa si basa sull’assunto che ogni persona abbia uno spazio adeguato e sicuro in cui stare, con legami interni alla famiglia stabili e senza alcuna necessità di sostegno esterno. Questa condizione non è generalizzabile: i tagli al welfare (non solo alla sanità), l’aumento dei working poors e la precarizzazione del lavoro hanno eroso patrimoni, risparmi e reti sociali, rendendo cronica una condizione di precarietà ed incertezza che rischia di sfociare in violenza domestica o di essere accompagnata da sofferenza psichica. Questa sofferenza già in tempi “normali” è spesso ignorata, e la sospensione dell’ordinarietà in molti casi ha interrotto i servizi di base alla persona e i servizi socio-assistenziali fondamentali per molti.

Sebbene in alcune realtà gli operatori continuino a garantire assistenza e cure sia nei servizi che al domicilio dei pazienti, in altre, dove i centri di salute mentale hanno sospeso attività ordinarie e riabilitative, c’è il reale rischio che il contenimento del virus faccia collassare situazioni familiari già di per sé precarie. Il peso dell’assistenza ricade così interamente sulle famiglie, traducendosi in forme di frustrazione incontenibili che possono risultare pericolose oltre che dolorose. L’impennata dei ricoveri è stata in questo senso allarmante, a Torino abbiamo assistito ad un aumento vertiginoso dei Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO). Basti pensare che nella giornata del 20 marzo nel capoluogo piemontese si sono verificati nove TSO, a fronte della media di 180 – 200 trattamenti all’anno (meno di uno al giorno). I servizi di salute mentale già soffrivano di una condizione di grande fragilità e disomogeneità, sia nella organizzazione dei servizi che nelle pratiche operative, la pandemia non ha fatto che far emergere cioè che prima era invisibile.

Inoltre non c’è alcun accenno nei decreti alla salvaguardia della salute psichica e dei rischi del burnout nel personale medico sanitario che vive un profondo senso di incertezza. Si tratta delle persone più esposte al rischio di contagio (con quello che ne consegue a livello familiare) allo stress lavoro correlato.

Fattori antropici ed ecologici

I rischi collegati a fattori climatici e ambientali vanno considerati anch’essi come un’esternalità negativa dell’economia globalizzata neoliberista e della produzione industriale, e in quanto rischi sistemici non possono essere assunti dai singoli cittadini, ma sono responsabilità della collettività intera. E’ancora preliminare l’evidenza scientifica a favore di una correlazione tra la diffusione del Covid-19 e l’inquinamento atmosferico, anche se alcuni studi mostrano una relazione tra concentrazione di particolato atmosferico e diffusione del virus. Anche la prognosi di malattie come SARS e Covid-19 sembra essere influenzata negativamente dall’esposizione all’inquinamento atmosferico1. L’inquinamento atmosferico è infatti associato ad un aumento della mortalità dei pazienti con SARS nella popolazione cinese, probabilmente poiché, come è stato dimostrato, l’effetto dell’inquinamento atmosferico sul sistema respiratorio è sinergico al meccanismo autoimmune (tempesta di citochine) che rende fatali SARS e Covid-19. Più in generale, gli effetti sull’ambiente dell’attività dell’uomo sono da tempo riconosciuti come fattori cruciali nella nascita e diffusione di malattie potenzialmente disastrose per la salute globale.

L’OMS avvertiva già nel lontano 2007 che le infezioni virali, batteriche o da parassiti sono una delle minacce più consistenti in un Pianeta dove gli effetti del cambiamento climatico si fanno sempre più gravi. La maggioranza delle malattie infettive emergenti diffusesi negli ultimi decenni come SARS, HiV ed ebola, sono zoonotiche, cioè trasmesse dall’animale all’uomo. Ad esempio il coronavirus era ospitato dal pipistrello, portatore sano del virus poi passato all’uomo. Diversi studi hanno mostrato come i rapidi cambiamenti climatici ed ecologici prodotti dall’attività umana innescano una serie di reazioni a catena che spingono gli animali al di fuori delle loro solite nicchie ecologiche favorendo il contatto umano coi vettori, spesso portatori sani di queste malattie2. Deforestazione, estrattivismo, consumo del suolo, aumento delle temperature, urbanizzazione e in generale tutte le alterazioni di equilibri naturali stabiliti nel corso di millenni aumentano il rischio del così detto spillover, ovvero del contagio dell’uomo da parte di agenti patogeni provenienti dagli animali3. Nello stesso tempo, globalizzazione e traffico aereo aumentano vertiginosamente le possibilità di diffusione epidemiologica. Gli stessi farmaci e pesticidi utilizzati per combattere le malattie degli uomini e della produzione agroalimentare possono accelerare la mutazione genetica dei microbi e indurne la farmacoresistenza, che l’OMS considera una delle maggiori minacce alla salute globale3. Il nostro genoma è coevoluto insieme agli agenti patogeni, lungo tutta la storia dell’umanità, permettendoci di convivere con i parassiti che abitano i nostri corpi, ma potrebbe non essere in grado di stare al passo con i rapidi cambiamenti dell’antropocene. In generale, secondo molti esperti, i cambiamenti climatici saranno la principale minaccia per la salute del ventunesimo secolo, causando a detta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità circa 250.000 morti aggiuntive ogni anno fra il 2020 e il 2050.

Il 7 aprile sarà #salutepertuttietutte #health4all

Riuscire a stare nella complessità di questa fase emergenziale vuol dire riconoscere e prendere sul serio la necessità delle misure di prevenzione, senza però fare arretrare sulle rivendicazioni per i di-ritti di tutte e tutti . Rivolgiamoci a chi ha tagliato i fondi alla sanità pubblica e verso chi ha deciso che, anche in questa emergenza, i profitti vengono prima della salute delle persone.

In questo momento in cui a tutte e tutti vengono chiesti sacrifici, dallo stare a casa all’esporsi al contagio per “mandare avanti il paese”, come collettivo 7aprile crediamo che:

-la sanità pubblica debba essere adeguatamente rifinanziata per poter prendere in carico la salute dei cittadini intesa globalmente per comprendere le sue dimensioni biologiche, sociali, politiche, affet-tive e relazionali.
– la sanità privata debba restituire una parte di quelle ricchezze sottratte alla fiscalità generale e che venga chiamata a contribuire in maniera sostanziale e senza ulteriori profitti alla risoluzione della crisi sanitaria.
-debba essere erogato un reddito universale, basato sui principi dell’uguaglianza, della progressività e della gratuità. Un reddito cioè il più possibile inclusivo che eviti nuove disuguaglianze e un incre-mento del debito pubblico.
-debbano essere abrogati il Decreto Lupi e i Decreti sicurezza che contribuiscono ad esporre mag-giormente le fasce più fragili all’emergenza sanitaria ed economica.

Il 7 Aprile 2020, azioni decentrate saranno organizzate in tutta Europa, per il quinto anno consecutivo.

A livello europeo la campagna Our health is not for sale (La nostra salute non è in vendita) è promossa da People’s Health Movement, network globale presente in circa 70 Paesi che riunisce attiviste e attivisti per l’accesso universale alla salute, organizzazioni della società civile e istituzioni accademiche, e dalla Rete europea contro la privatizzazione e la commercializzazione della salute e della protezione sociale, realtà entrambe impegnate da anni nella difesa del diritto alla salute per tutti i popoli del mondo, oggi ancora più importante alla luce dell’emergenza scaturita dalla pandemia di Covid-19.

In Italia, l’iniziativa  è promossa dalla “CampagnaDico 32- Salute per tutte e tutti” e del Movimento dei Popoli per la Salute (People’s Health Movement Italia) a cui, come collettivo7aprile, aderiamo.

Chiediamo a tutti i cittadini di manifestare “diffondendo la solidarietà, non il virus.”
Come? Attraverso un’azione “lenzuolo bianco”:

1. Appendi un lenzuolo o piccolo striscione bianco col tuo messaggio in un posto visibile (ad esem-pio in balcone) o fai un poster in casa se non ti è possibile
2. Scatta una foto col tuo messaggio
3. Condividila
    -sui social media con l’hashtag #health4all e o #salutepertuttietutte
    – sulla mappa interattiva che potete raggiungere qui: bit.ly/Agir4Health
    -inviala ai responsabili politici

Qui potete trovare i documenti prodotti dalla campagna europea
Investire nella salute per tutte e tutti
Medicine per la salute di tutti, non per il profitto di pochi
Investire in salute, oggi e domani

Riferimenti bibliografici

1. Si veda il position paper “relazione circa l’effetto da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione” dell’Università di Bologna e di Bari e della Società Italiana di Medicina Ambientale

2. si veda per una recente revisione della letteratura Di Marco et al. (2020). Opinion: Sustainable development must account for pandemic risk. PNAS. https://www.pnas.org/con-tent/117/8/3888

3. Naicker, P. (2011). The impact of climate change and other factors on zoonotic diseases. ARCHIVES OF CLINICAL MICROBIOLOGY