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Psicoterapia sociale e capacitazione.

Psicoterapia sociale e capacitazione. Il problema dell’accessibilità alla psicoterapia e ai servizi di salute mentale. Dati e Riflessioni.

E’ uscito, in Novembre 2020, il libro “La funzione sociale dello psicoterapeuta”, edizioni Alpes, di Luigi D’Elia, il cui scopo è colmare una lacuna formativa relativa al percorso di ogni psicoterapeuta che affronta problematiche cliniche in un medium sociale in perenne e rapidissimo mutamento. Tale lacuna riguarda, per l’autore, sia il piano teorico-concettuale (non esiste, almeno in Italia, una psicoterapia sociale nonostante si moltiplichino le iniziative con tale intenzione), sia il piano clinico (non è affatto chiaro come e dove si debba tradurre una consapevolezza della funzione sociale nella pratica clinica).

Il libro contiente un contributo elaborato da un nostro membro, Matteo Bessone, sull’accessibilità alla psicoterapia e sulla psicoterapia sociale, termine ombrello entro cui D’Elia ha racchiuso una serie variegata e di pratiche, spesso isolate e frammentate, accomunate dal bisogno di abbassare le barriere, anche economiche, che separano una parte della popolazione popolazione da alcuni servizi di salute mentale, quali esempio, le psicoterapie.

Rientrano tra queste esperienze multiformi il progetto Psicoterapia Aperta e senza dubbio lo Sportello TiAscolto che forniscono risposte alternative e complementari a bisogni che sfociano spesso nell’assunzione di psicofarmaci.

Riproponiamo qui uno stralcio del Capitolo 4 dal titolo “Psicoterapia sociale e capacitazione. Il problema dell’accessibilità alla psicoterapia e ai servizi di salute mentale. Dati e Riflessioni.”

La distribuzione diseguale della psicoterapia

Qualche romantico potrebbe illudersi che non trovando un’adeguata risposta ai bisogni di salute
all’interno del SSN la comunità abbia risposto a questa domanda nel libero mercato il quale,
autoregolandosi, avrebbe prodotto risultati efficaci per la tutela della salute della collettività.

Tuttavia per quanto di importanza fondamentale nella vita della collettività il mercato non può, per sua natura, rispondere efficacemente ad alcuni bisogni fondamentali dei cittadini, quali ad esempio quelli educativi e sanitari e sopratutto per le categorie più svantaggiate. In Italia è possibile che il mercato offra una valida risposta ai bisogni di salute mentale per alcune classi sociali ma è sicuro che costituisca un meccanismo di esclusione dalle cure per altre.
L’assenza della psicoterapia all’interno del SSN e la sua presenza quasi esclusiva all’interno del
libero mercato determinerebbe una distribuzione delle cure che, a livello di popolazione, segue un profilo proporzionale al vantaggio sociale, tramite un doppio meccanismo di selezione e quindi inverso rispetto al bisogno.

La prima selezione avviene a livello della formazione, nelle scuole di specializzazione, sopratutto private, inaccessibili per molti laureati in una posizione sociale, sia individuale che familiare, di svantaggio economico e sociale: provenire da una famiglia ricca rende più probabile divenitare psicoterapeuti. Dopo numerose ore di tirocinio non retribuite all’interno dei servizi territoriali pubblici buona parte di coloro che sono riusciti ad accedere e terminare il percorso di formazione in psicoterapia alimenta la consuetudinaria tendenza ad imporre nel libero mercato tariffe inaccessibili per la popolazione maggiormente svantaggiata. La seconda selezione agisce a livello di erogazione della prestazione, altresì inaccessibile per molti cittadini le cui condizioni di salute mentale potrebbero peraltro aggravarsi in relazione a vissuti di impotenza, indegnità, umiliazione, vergogna.

Le tariffe inaccessibili imposte dagli psicoterapeuti sembrano essere legate da una parte,
materialmente, all’esigenza di rientro dell’investimento economico, scaricato sui cittadini e,
dall’altra, al bisogno di riconoscimento sociale e di status del ruolo professionale. Il timore spesso
evocato è che la figura professionale possa essere s(otto)valutata da tariffe minori danneggiando
immagine e prestigio sociale di una pratica altamente specializzata il cui riconoscimento andrebbe però collettivamente cercato attraverso una maggior rappresentazione all’interno delle istituzioni deputate alla tutela della salute pubblica. Le tariffe richieste/imposte, diversamente dal costo di molti farmaci, avrebbero un effetto diretto sulla percezione della distanza che intercorre tra chi esprime un bisogno e chi detiene il potere e il sapere per rispondere a tale bisogno. Tali tariffe rappresentano spesso un elemento cruciale di indottrinamento all’interno della formazione nelle scuole di psicoterapia le quali solo con rarissime eccezioni riescono ad andare al di là del significato simbolico del denaro per vederlo anche in tutta la sua prosaicità ed oggettività.

Al di là delle interpretazioni fantasticate da un gran parte della comunità degli psicoterapeuti sul basso investimento emotivo, queste tariffe costituirebbero a tutti gli effetti barriere materialmente insormontabili per l’accesso alle cure proprio per quella fascia di popolazione che, in condizioni di maggior svantaggio sociale, ne avrebbe maggior bisogno.



Sembrerebbe manifestarsi quella che viene chiamata inverse care law per cui “la disponibilità di una buona assistenza medica tende a variare in modo inversamente proporzionale al bisogno della popolazione servita. […] Questa legge dell’assistenza inversa opera più profondamente laddove le cure mediche sono in maggior misura esposte alle forze del mercato, e in modo meno rilevante laddove tale esposizione è ridotta.” (Hart 1971).

Oltre a evidenziare il ruolo degli psicoterapeuti nelle disuguaglianze di salute legate all’accesso alle cure, l’ipotesi sulla distribuzione diseguale della psicoterapia evocherebbe la possibilità che le pratiche psicoterapeutiche, nel loro insieme, amplifichino i meccanismi di stratificazione sociale che, alimentando le disuguaglianze sociali, minano coesione (Erdem 2016, Kawachi 1997) e capitale sociale (Gilbert 2013, Uphoff 2013) aggredendo la salute mentale di tutte e tutti. Come è noto capitale e coesione sociale hanno infatti una funzione sia preventiva che curativa sulla salute mentale della popolazione mediato principalmente dal senso di fiducia, di supporto, coesione sociale e reciprocità (McPherson 2014, Bassett 2013, Poortinga 2012, DeSilva 2005, Cullen 2001).

E’ possibile scaricare tutto il contributo liberamente qui e acquistare il libro “la funzione sociale dello psicoterapeuta” presso il sito dell’editore.

Mutualismo e salute mentale

“Ciò che lega le pratiche mutualistiche alla salute mentale di individui e comunità sembra risiedere nel campo dei rapporti di reciproca  cittadinanza“.

A partire dalla metà dell’800, nei mutanti assetti sociali della società industriale, le pratiche mutualistiche permisero alle comunità sopratutto locali di trovare e fornire risposte concrete ai nuovi bisogni sociali e di salute emersi a partire dal cambiamento delle condizioni di vita di molti lavoratori. Questo corpo variegato di pratiche,  a partire dai valori di reciprocità, uguaglianza e solidarietà, ha alimentato il capitale sociale di alcune comunità e la percezione di un supporto da parte dei cittadini nei casi di difficoltà e di fiducia nei confronti del tessuto sociale. In assenza di istituzioni pubbliche a tutela della salute della popolazione, l’autorganizzazione delle   comunità attraverso lo scambio di risorse e capacità, si rivelò spesso efficace nella risposta ai bisogni di individui e famiglie ma non altrettanto, per via della pressante vigilanza governativa, nel dare vita a rivendicazioni politiche volte modificare gli assetti sociali da cui tali bisogni, strutturalmente, emergevano.  Alcune delle funzioni sociosanitarie assolte dalle Società di Mutuo Soccorso, proliferate dalla loro istituzione nel 1886, furono assorbite dalla nascita del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978 che ne superò molti dei limiti in favore di un sistema di cure e protezione sociale finanziato dalla fiscalità generale, teso all’omogeneità su tutto il territorio statale e, almeno nelle intenzioni, universalistico.

Simultaneamente, la cosiddetta “Legge Basaglia”, esito finale di processo di partecipazione e rivendicazione collettiva di istanze etiche, sociopolitiche e propriamente sanitarie, riconobbe, attraverso l’apertura degli ospedali psichiatrici, il pieno diritto di cittadinanza di chi viveva condizioni di disagio mentale alimentato da condizioni di marginalità ed esclusione sociale dentro e fuori le istituzioni sanitarie, prima ma soprattutto dopo averne varcato la soglia. Da allora il dogma neoliberista spinge globalmente verso un graduale smantellamento della sanità pubblica in una direzione opposta a quella che, a partire dal dopoguerra, era stata indicata dall’espansione delle politiche di welfare (anche laddove vigeva un modello sanitario assicurativo) per sottrarre, ambiti come educazione e salute dalle forze deteriori del mercato. È all’interno di questo processo che è possibile comprendere il continuo depotenziamento della meno remunerativa medicina territoriale, di comunità, nella comunità.

A bilanciare tale spinta, nel 1978, l’assistenza sanitaria di base, territoriale, fu identificata, dall’omonima Conferenza Internazionale ad Alma Ata, sia come strategia organizzativa nei diversi sistemi sanitari che come strategia che avrebbe dovuto permearli[1]: equità nella salute, accesso universale ad un’assistenza centrata sulla persona attraverso interventi di carattere preventivo, partecipazione della comunità e dei diversi settori socioeconomici continuano a rappresentare i principali fini, mezzi e principi. E’ proprio a partire da tali principi che, nel 2014, il 7 aprile (giornata mondiale della salute) viene ribattezzato dalla Rete Europea contro la commercializzazione e la privatizzazione della salute e dal Movimento per la Salute dei Popoli (PHM) “giornata europea contro la commercializzazione e privatizzazione della salute” creando i presupposti per una mobilitazione che, ogni anno in occasione della giornata, ribadisca la centralità di servizi sanitari universalistici basati, a forte base territoriale e solidaristici. In Italia, in occasione del G7 dei ministri della salute del 2017, la mobilitazione collettiva porta alla creazione della “Campagna Dico32! – Salute per tutte e tutti” con l’obiettivo di attivare e coordinare iniziative per il 7 aprile ogni anno sul territorio italiano e creare un movimento d’opinione e azione in grado di riportare la salute al centro dell’agenda politica, sanitaria e non, e le persone alla mobilitazione sul campo politico della salute (vedi: Diffondere la solidarietà non il virus).

A Torino, la campagna Dico32 porta alla costituzione dell’Assemblea7Aprile, composta da cittadini e realtà collettive che operano nel settore sanitario, dentro e fuori dal SSN, attive nella lotta per il diritto alla salute e la giustizia sociale. Il 13 dicembre 2019 l’Assemblea organizza un incontro pubblico “Salute Mentale e Mutualismo-discorsi e pratiche di comunità che curano”. Le realtà invitate (Ambulatorio Popolare dell’EX OPG “Je so’pazzo” di Napoli, Associazione “Insieme a Noi” di Modena e Sportello Ti Ascolto a Torino, Milano, Bolzano, Lecce) sono state chiamate, a partire dai relativi percorsi mutualistici a indicare un legame tra questi e l’impatto sulla salute mentale della popolazione. L’analisi degli interventi permette di delineare alcuni temi trasversali che sono da intendersi come contributo allo sviluppo di 1) pratiche che, facendo propri i principi costituitivi del mutualismo storico, possano risultare efficaci nella tutela del diritto alla salute mentale all’interno degli attuali assetti sociali 2) elementi teorici capaci di fornire cornici di senso comune entro cui tali pratiche possano operare.

Il rapporto con il SSN

Tutte le esperienza mutualistiche hanno individuato nella tutela del Servizio Sanitario Nazionale un elemento cruciale che, pur nelle diverse declinazioni operative, non può essere eluso da attori sociali impegnati nella promozione della salute mentale nella popolazione. E’ stata sottolineata l’importanza di una distinzione, a livello sia teorico che pratico, della funzione politica del SSN dalle forme reali, spesso con alto rischio iatrogeno, attraverso cui questa si realizza nel suo manifestarsi.

Contesti e interventi

L’analisi delle pratiche permette di delineare una definizione delle condizioni necessarie  perché   possa essere attribuito   un   valore   “mutualistico”.   Tali   condizioni   andrebbero ricercate  nella diversa funzione sociale del contesto “organizzativo” più che nell’intervento in sé (l’atto clinico): medesimi interventi possono assumere, al variare delle “organizzazioni” in cui sono situati, che li ospitano e rendono possibili, diversi gradi di mutualismo. Lo stesso contesto organizzativo può conferire o sottrarre valore mutualistico ad interventi che in contesti differenti ne sarebbero privi o dotati. Possiamo valutare il valore mutalistico del contesto organizzativo sopratutto in considerazione di:

  • gli effetti che l’insieme delle sue pratiche, cliniche ed extracliniche (sociale, culturale, politico, dal livello locale a quello globale), ha sul campo sociale, nella struttura societaria con particolare attenzione alla promozione dell’equità, della salute mentale di tutta la popolazione e sopratutto delle fasce più svantaggiate;
  • la struttura e il funzionamento del contesto organizzativo, inteso non solo come corpo sociale ma anche come contesto di vita e lavoro per i cittadini che lo attraversano.

Queste analisi possono essere integrate da considerazioni relative a tipologia e modalità degli interventi che sono stato definiti tanto  più  mutualistici  quanto  più  1)situati in prossimità e in rete con le risorse dei reali contesti di vita entro cui i cittadini della comunità nascono, crescono, lavorano, costruiscono famiglia, invecchiano e muoiono; 2) comprensivi, anche a livello individuale, del peso che i determinanti sociali esercitano sulla salute mentale; 3)capaci di modulare, nei propri dispositivi, le variabili implicate nella stratificazione sociale, nella ineguale distribuzione di risorse, opportunità, salute, malattia e accesso alle cure.

Rapporti di potere e partecipazione

Tutte le esperienze hanno identificato nella partecipazione un elemento di continuità con le pratiche di mutualismo storico e nella maggior/minor permeabilità dei confini delle pratiche mutualistiche una delle principali reciproche differenze. È stata intesa come:

  • Partecipazione politica: la comunità che si prende cura della collettività.
  • Partecipazione e autorganizzazione: il gruppo che si cura di sé, l’autodeterminazione dei sistemi autorganizzati attraverso processi decisionali che garantiscano a tutte e tutti spazi di libertà e responsabilità, garantendo ambienti di vita e lavoro in grado di promuovere i prerequisiti di una buona salute mentale.
  • Partecipazione clinica: l’inclusione dei destinatari degli interventi nelle scelte riguardanti il proprio percorso di cura, nella valutazione e modulazione della programmazione degli interventi.

La partecipazione è legata alla salute mentale dei soggetti, individuali e collettivi, che la praticano, ne sono esclusi e ne sono destinatari e costituisce un indicatore dello stato di salute dell’organizzazione. Conduce a e deriva da un superamento del principio di delega ed espropriazione della salute verso una riappropriazione, in ambito clinico, dei percorsi di cura e, più generalmente, del senso di controllo ed empowerment nell’interazione con il mondo circostante inteso sia come contesto organizzativo (rapporto individuo-organizzazione) sia il macrocontesto (rapporto organizzazione-contesto sociale).

Ciò che lega le pratiche mutualistiche alla salute mentale di individui e comunità sembra risiedere nel campo dei rapporti di reciproca cittadinanza. Se “salute mentale”, a livello individuale, indica anche la possibilità di ciascun cittadino di contribuire alla vita sociale (il ché può anche essere l’opposto di un suo mero adattamento) le pratiche mutualistiche sembrano costituirne un ingrediente essenziale. Promuovono il benessere nella comunità per chi è vettore e destinatario degli interventi facilitando partecipazione, capitale sociale e supporto, tutti ingredienti, a livello sia individuale che ecologico, fondamentali per la salute fisica e mentale. Inoltre, di per sé rappresenta un elemento per la valutazione dello stato di salute delle comunità e la sua capacità di questa di produrre pratiche che promuovano e distribuiscano salute e benessere.

La malattia mentale nell’individuo passa sullo sfondo attraverso il mutuo riconoscimento del valore preventivo e curativo dei rapporti di cittadinanza per la salute mentale di tutti e tutte, di cui tutte e tutti siamo, almeno in minima parte, ogni giorno, in ogni ambito, responsabili.

Matteo Bessone, Sportello TiAscolto

Bibliografia

  1. Maciocco G (a cura di). Cure primarie e servizi territoriali. Carocci Editore, 2019

L’articolo è stato pubblicato sul sito Salute Internazionale.

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https://sportellotiascolto.it/2020/04/01/7aprile2020salutepertuttietutte/

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Professor Lingiardi, le spieghiamo perché, per noi, non ha ragione: la psicoanalisi non può curare il negazionismo.


In un recente articolo uscito sulla rubrica “Giù dal lettino” sul Sole 24 ore a cura di Vittorio
Lingiardi, egli commenta, accogliendola con entusiasmo, una lettera pubblicata su una delle più
autorevoli riviste scientifiche, il Lancet, titolata “Psychoanalysis in mass non-adherence to medical
advice”.


Gli autori della lettera lanciano un appello affinché la psicanalisi possa essere utilizzata laddove
l’incapacità politica di Trump ha dimostrato il proprio fallimento nella gestione dell’epidemia di
Coronavirus, in particolare rispetto a uno dei principali fenomeni sociali che, all’interno e
trasversalmente a molti paesi Occidentali, desta non poche preoccupazioni per la salute e l’ordine
pubblico in governi e cittadini: il cosiddetto “negazionismo”.
Ben prima del manifestarsi del negazionismo, saperi e pratiche di ogni tempo e luogo hanno corso il perenne il rischio di essere assoggettati o assoggettarsi all’ideologia dominante, oggi, come ricorda tra tanti Agamben, rappresentata dalla scienza o, più accuratamente, dalla sua deriva scientista.

Non è nuovo che le pratiche di cura possano essere messe al servizio del mantenimento di ordine e
controllo sociale e che gli intellettuali, come ricorda Basaglia, possano giocare un fondamentale
ruolo culturale in questo processo. Tale rischio, evidente alla luce della storia della psichiatria, concerne oggi in egual misura seppur più sottilmente la psicanalisi e le psicoterapie. Lingiardi sembra caldeggiare questa strada proponendo un utilizzo di una psicanalisi che viene definita “anti-negazionista”, una psicanalisi che possa curare, nel corpo sociale, gli effetti causati dalla scelleratezza e incompetenza politica di Trump o, ancor peggio, fornire un rimedio nostrano all’ondata di quel fenomeno che, lungi dall’essere compreso, viene liquidato come “negazionista”.
Ecco che la psicoanalisi disvela la sua natura propriamente politica attraverso ciò che Lingiardi
definisce “il potenziale trasformativo che la psicoanalisi può esprimere non solo come terapia
individuale, ma come forza di cambiamento sociale”: in questo caso, favorire l’adesione (forse
acritica) ai consigli medici.


Nessun accenno alle disuguaglianze sociali o alle condizioni di precarietà e miseria materiale,
sociale ed esistenziale su cui il “negazionismo” trova il proprio terreno fertile, a problemi legat
all’istruzione, ad alcuna misura esplicitamente politica, nessuna riflessione sulla capacità di dialogo
della comunità scientifica con la comunità civile.
L’obiettivo della psicanalisi sembra diventare, amplificando la polarizzazione che caratterizza questi tempi, correggere i comportamenti devianti migliorando “l’adesione ai consigli medici”, curare l’eresia della nuova fede scientista. Non può che saltare all’occhio il termine “disciplina” con cui Lingiardi si riferisce alla psicanalisi che, all’interno di un “dialogo” e una “relazione” che qualcuno definirebbe ortopedici, non mirerebbe, in fin dei conti, che a disciplinare il corpo sociale.

Chissà quanto la formazione in psichiatria non abbia contribuito a questa urgenza di promuovere
un’”adesione ai consigli medici” spesso disattesi dai moltissimi pazienti “poco complianti”?


Ma oltre a questa forse banale realtà su cui tutti, in quanto cittadini, siamo chiamati a riflettere ciò
che stupisce è un errore epistemologico che non ci sembra all’altezza della fama dello stimato
intellettuale: si tratta della sovrapposizione tra il fenomeno del “negazionismo” e quello del
“diniego”
. Lingiardi sembra implicitamente suggerire e presupporre che la psicanalisi possa
esprimersi come “forza di cambiamento sociale” in contrasto al “negazionismo”, agendo su larga
scala attraverso il trattamento del “diniego”.

La fallacia epistemologica del discorso, ereditata in parte dalla lettera al Lancet, può essere compresa a pieno mettendo tra parentesi l’oggetto verso cui il soggetto, individuale o collettivo, starebbe agendo diniego o potrebbe essere definito negazionista. I due concetti si riferiscono a campi differenti: “Negazionismo” è un’etichetta utilizzata per descrivere un fenomeno sociale; “Diniego” è un’etichetta utilizzata per descrivere un fenomeno intrapsichico. Nel medesimo errore sembra essere caduta, qualche giorno fa, durante il programma di Di Martedì la biologa Barbara Gallavotti: il “negazionismo” potrebbe essere spiegato attraverso un malfunzionamento di alcune aree del cervello, in particolare quelle deputate all’elaborazione del “pensiero razionale” simile al malfunzionamento che colpisce chi soffre di demenza. Non più fenomeni mentali ma biologici, seppur sempre individuali. Certamente i due livelli interagiscono, ma si è destinati a sicuro fallimento analizzando o cercando di trasformare un fenomeno sociale ricorrendo a strumenti concettuali e operativi che si riferiscono al livello individuale e viceversa.

Il “negazionismo” non può essere ridotto ad un diniego generalizzato nelle menti isolate degli
individui, né il motivo per cui un soggetto può essere detto negazionista si esaurisce nel sudiniego. L’equivalenza tra “diniego” e “negazionismo” costituisce una semplificazione e distorsione
della realtà ed in particolare tutti quegli aspetti che possono essere conosciuti e trasformati solo ed
esclusivamente attraverso categorie e azioni non individuali ma collettive.


Certamente qualche amante dell’intrapsichico potrebbe affermare che, a livello individuale, una
persona che aderisce al negazionismo o si riconosce in quel movimento altro non fa se non ritrovare in esso una giustificazione e un rinforzo di una propria tendenza di base al diniego di una realtà difficile da tollerare. A questo amante dell’intrapsichico rispondiamo che una spiegazione del genere, a livello teorico, potrebbe essere valida e utile solo ed esclusivamente per quello specifico individuo indipendentemente dal fatto che possa essere definito negazionista o il suo contrario. Per quello specifico individuo (e non per “un individuo generico”) il diniego può giocare un ruolo ma, pur rimanendo all’interno della dimensione individuale, ridurre per quella singola persona la spiegazione del suo essere “negazionista” (ammesso che egli si riconosca in tale etichetta) ad un meccanismo intrapsichico non è efficace né appropriato.

Piuttosto, si potrebbe ipotizzare a monte una tendenza collettiva a una cultura che nega la malattia e la morte, che caratterizza il nostro corpo sociale nel suo complesso; ma tale ipotesi rimane da verificare sia nella sua veridicità che nella sua importanza per il fenomeno in questione.

In mancanza di prove, suggerire la presenza di una quota maggiore di “dinieganti” tra i “negazionisti” piuttosto che tra i loro oppositori, non può che legittimare quel coro di voci che
additano psicanalisi e psicoterapia per la povertà delle loro basi scientifiche oltre che ostacolare il
cammino verso una corretta comprensione del “negazionismo”, alla convivenza con il quale siamo
tutti forzati. Dispositivi teorici e pratici validi per fenomeni individuali possono essere inservibili per fenomeni sociali anche se, per chi si occupa delle cura degli individui, è possibile che essi rappresentino i più disponibili, ancor più all’interno di una cultura in cui l’individualità rappresenta la causa prima e il fine ultimo.

Da parte nostra, crediamo invece che una risposta al fenomeno del “negazionismo” debba passare
attraverso una comprensione delle variegate dinamiche collettive che esso esprime e dei bisogni
sociali di cui esso si fa portatore, seppure in una forma talvolta controintuitiva e potenzialmente
dannosa. La svalutazione intellettuale o la normalizzazione medica di quello che rappresenta a tutti gli effetti un fenomeno popolare, al contrario, non possono che alimentare la forza dei populismi e di certe destre dalle tendenze autoritarie che da anni si nutrono del malcontento di una popolazione da troppo tempo guardata dall’alto in basso da quello che, una volta, era il mondo progressista.

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Ragazzi perduti? Conversazioni su infanzia e adolescenza al tempo del Covid

La pandemia ci rende incerti sul presente e sul prossimo futuro, sotto tanti punti di vista: a livello sanitario, psicologico, economico; ma anche rispetto alla tenuta del tessuto sociale della nostra comunità, rispetto al rapporto tra le generazioni. E’ emerso in maniera ormai chiara come i più giovani, bambin* e adolescenti, siano stati tra i grandi dimenticati/esclusi dai vari decreti: amputati, lo scorso febbraio in maniera improvvisa e nelle ultime settimane in modo lento ma inesorabile, dei loro contesti di socializzazione, gioco e apprendimento. Eppure, sebbene minorenni, o a maggior ragione in quanto tali, sono portatori di diritti specifici: è responsabilità degli adulti farsene carico e garantirne la tutela.

In questo momento storico più che mai, è importante averli in mente e dare spazio alle loro voci, ai loro bisogni di cura e di crescita.

Siamo lieti di invitarvi all’evento online “Conversazioni su infanzia e adolescenza al tempo del Covid” , che verrà trasmesso in diretta sulla pagina Facebook del collettivo di ascolto e supporto psicologico telefonico Brigata Basaglia, il giorno lunedì 23 novembre dalle ore 20.30 alle ore 22.30.

Vi aspettiamo numerosi!

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Le radici interpersonali della sofferenza: contesto di sviluppo e trasmissione intergenerazionale dei disturbi di personalità

“La sofferenza vissuta dai bambini maltrattati resta imprigionata nel corpo e nell’anima dei pazienti con gravi disturbi di personalità [. . . ] quelli che curiamo, anche quando curiamo pazienti adulti, sono, alla fine, i bambini feriti che ancora piangono dentro di loro” 

L. Cancrini (2012)

Il presente articolo è frutto di un lavoro presentato e collettivamente discusso insieme ad alcune realtà cittadine coinvolte, durante uno degli incontri di autoformazione che si é svolto presso lo Sportello TiAscolto! a Settembre 2020.

Le riflessioni sul concetto di  trasmissione intergenerazionale del disturbo ipotizzato da Cancrini, vengono qui proposte non tanto per le specifica analisi dei funzionamenti di personalità che l’autore compie ma piuttosto, in linea con i valori del nostro servizio, con il fine di riflettere sulla responsabilità (anche politica) che l’autore riconduce ai professionisti  che operano nel campo della salute mentale, i quali sono chiamati a lavorare non solo su un piano individuale e intrapsichico, ma anche  in termini di intervento sul contesto, ove può avere origine la sofferenza.

Dare valore al contesto significa infatti riconoscere la responsabilità che riveste la comunità nel proteggere, prevenire, o al contrario rendere vulnerabile l’ambiente in cui si fa esperienza e si cresce. Riportare nel rapporto con l’ambiente di vita, ai suoi rischi e alle sue capacità protettive, i processi responsabili dell’insorgenza del sintomo ha fondamentali ricadute sul nostro modo di interpretare e intervenire anche da un punto di vista clinico.

La cornice teorica entro cui si muove il presente contributo è quella sistemico-relazionale, nello specifico quella sviluppata dal Centro Studi di Terapia Familiare, Sistemica e Relazionale di Roma, in cui viene posta particolare attenzione al rapporto dialettico tra livello macrosociale e livello microsociale e alle influenze esercitate dal contesto socio-culturale più allargato sulla famiglia e sui suoi membri.

Nonostante il puntuale rimando a specifiche categorie diagnostiche, è importante tenere a mente che ciò di cui ci stiamo occupando ha a che fare con la natura complessa dell’essere umano, pertanto la semplificazione a volte necessaria ad un’analisi più puntuale non vuole in alcun modo coincidere con la rigidità in cui a volte nella nostra professione si rischia di scivolare. Il presupposto è che le forme della sofferenza non coincidano sempre e in modo automatico con le categorie diagnostiche che vorrebbero racchiuderle, descriverle e curarle e che, allo stesso modo, il rischio si presenta nel tentativo di categorizzare forme d’infanzia spostando la diagnosi dall’individuo isolato dal contesto alla tipologia di storia entro cui ha potuto svilupparsi.

Il risultato del processo di analisi di Cancrini, basato sull’osservazione del lavoro in campo clinico,  porta l’autore a ipotizzare l’esistenza di una radice interpersonale e non genetica della trasmissione intergenerazionale dei disturbi di personalità, confermando dunque una corrispondenza fra contesto di vita sfavorevole e sviluppo del sintomo; le dinamiche interpersonali legate ai comportamenti sintomatici di coloro che presentano un disturbo di personalità, sono caratterizzate infatti da una riproposizione con i propri figli di situazioni simili a quelle vissute dagli stessi nel corso della propria infanzia (Cancrini, De Gregorio 2019). La riproposizione di tali situazioni è tanto più probabile nelle società più disuguali laddove anche i contesti di vita e i posizionamenti all’interno della scala sociale con i relativi vincoli e opportunità e l’influenza che giocano sulla qualità delle relazioni, vengono trasmessi di generazione in generazione (la cosiddetta trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze).

La teorizzazione viene proposta a partire da due campi di osservazione: il primo legato agli studi di Lorna Smith Benjamin sulla ricostruzione dell’infanzia di coloro che di questi disturbi soffrono, il secondo campo è invece quello dell’osservazione diretta delle infanzie infelici di bambini inseriti presso il Centro di Aiuto al Bambino Maltrattato e Famiglia e presso la Domus de Luna di Roma. 

La tesi sviluppata a partire da questi campi di osservazione è quella secondo cui l’essere stati esposti in età precoce a situazioni traumatiche significative e ripetute aumenterebbe la probabilità di sviluppare un disturbo grave di personalità. La natura specifica del disturbo che si struttura a partire da questa infanzia infelice, dipenderà molto dal tipo di circostanza in cui il bambino si è trovato a vivere (ibid.).

Di seguito verrà presentata brevemente un’analisi di quattro disturbi di personalità in cui il maltrattamento è evidente (borderline, antisociale, paranoide e schizotipico), e di altri due tipi di disturbo in cui il maltrattamento non è fisicamente visibile ma agito su un piano prettamente psicologico (istrionico e narcisistico) presentando le caratteristiche di corrispondenza tra ognuna di queste infanzie e il funzionamento di personalità ad esse correlate.

La maggior parte dei genitori ritenuti maltrattanti o inadeguati sono persone che hanno avuto, a loro volta, genitori inadatti e carenzianti. Di conseguenza il bambino che vive una situazione drammatica all’interno del proprio nucleo familiare non è in questi casi l’oggetto principale delle attenzioni dei suoi genitori ma rischia di diventare lo schermo delle emozioni proiettate su di lui da adulti sofferenti. Infatti le dinamiche interpersonali attivate dai comportamenti sintomatici più comuni delle persone a cui viene diagnosticato un disturbo di personalità tendono a creare per i loro figli situazioni che ripetono quelle vissute nel corso della loro infanzia (L. Smith Benjamin 1999).

Il bambino con un’infanzia borderline vive in un ambiente familiare caotico, caratterizzato da scontro e violenza di cui il bambino è spettatore ma in cui a volte è anche chiamato ad intervenire. Le esperienze di abbandono tipiche di questa infanzia sono tuttavia intervallate da momenti di autentica cura affettuosa: il bambino, per quanto in modo discontinuo, è stato infatti oggetto di amore, motivo per cui egli si troverà probabilmente a vivere un conflitto di lealtà quando e se farà esperienza di una relazione positiva con una figura alternativa (Cancrini 2012).

Questa discontinuità affettiva e il conflitto di lealtà sono ciò che rischia di determinare successivamente lo strutturarsi di un movimento duplice di avvicinamento e ricerca dell’altro, da un lato, ed espressione di rabbia e aggressività, dall’altro. I bambini che vivono questo tipo di esperienza infatti, creano con facilità il legame che appare fin da subito come molto forte, turbato tuttavia da una profonda paura dell’abbandono. Ciò appare ancora più evidente in età adulta, fase in cui le relazioni sentimentali di questo tipo di personalità appaiono intense e insieme accompagnate dal sentimento di non essere pienamente accolti a cui possono seguire comportamenti autolesivi nella convinzione, basata su esperienze passate, che lo star male solleciti la cura e la vicinanza da parte dell’altro. I figli che nascono in questo tipo di relazioni sono spesso destinati a rivivere le stesse esperienze tipiche dell’infanzia borderline (Cancrini, De Gregorio 2019).

Diverso è l’ambiente in cui si trova a crescere un bambino con infanzia antisociale, un contesto in cui il figlio viene sia ignorato che attaccato dalle figure di riferimento che vivono in un contesto tipicamente multiproblematico, costituito da violenza, difficoltà economiche e sociali ecc., un ambiente  che non crea le condizioni per potersi  prendere cura adeguatamente del figlio, il quale risulta chiaramente trascurato. A momenti in cui il bambino non viene visto e viene invitato a “togliersi di mezzo”, se ne alternano altri di segno opposto in cui viene sottoposto ad un controllo severo, coercitivo e umiliante senza tuttavia coerenza e ragione. La trascuratezza in cui si sono trovati a vivere questi bambini così come i loro genitori li rende poco attaccati al loro passato. Tuttavia l’inserimento in contesti diversi appare critico poiché, non abituati a cura e affetto, essi assumono fin da subito un atteggiamento di sfida. Ciò di cui necessitano questo tipo di infanzie è una fermezza affettuosa. Visto l’alto grado di deprivazione di cui hanno fatto esperienza, la condizione di questi bambini può migliorare solo nella misura in cui l’intervento avviene prima di tutto in modo massiccio sul piano del contesto familiare, in cui devono essere necessariamente tutelati. 

Le relazioni che queste persone riescono a stabilire sono tendenzialmente strumentali: l’altro viene vissuto infatti come qualcuno da cui ottenere vantaggi, essi tendono perciò a controllarlo e dirigerlo.

I figli non vengono spesso nemmeno riconosciuti e quando i padri di questi compaiono è probabile sia per chiedere qualcosa; l’esito positivo o negativo di colui/colei che si trova a crescere in tale circostanza dipende in larga misura dalle risorse  personali e di contesto su cui può fare affidamento la madre. I margini di ripresa di questi bambini possono infatti migliorare nella misura in cui ci si attiva per offrire loro protezione e adeguato sostegno psicoterapeutico (ibid.).

L’infanzia paranoidea è caratterizzata da un ambiente controllante, sadico creato da una figura di riferimento che trasmette al figlio un’ostilità applicata tuttavia in modo “virtuoso”. Al bambino viene trasmessa l’idea che se è cattivo merita una punizione, solitamente fisica, di cui non deve far parola fuori dalla famiglia; egli impara perciò presto a stare lontano per evitare le botte e ad obbedire agli ordini, senza ricevere tuttavia mai riconoscimento per il suo comportamento. Al contrario egli viene spesso confrontato in modo pesante e umiliante ad altri ritenuti migliori di lui.

È evidente come questi bambini crescano in un clima di terrore e percepiscano quindi il mondo come ostile e minaccioso, tanto che tendono a rifiutare anche situazioni accoglienti poiché percepite come pericolose. La famiglia viene percepita come unico luogo protetto, perciò è molto faticoso in campo terapeutico ed educativo, il lavoro di costruzione di un clima di fiducia. Risulta difficile per queste persone stabilire dei rapporti di coppia, tendono a vivere molto in solitudine e a desiderare l’altro da lontano; quando tuttavia si stabilisce una relazione questa è solitamente caratterizzata da gelosia e spesso il/la compagno/a vive con altrettante difficoltà le relazioni e il rapporto con sè. Il bambino che nasce in questo ambiente può ritrovarsi a vivere, a sua volta, un’infanzia paranoidea, costituita da un clima educativo rigido e sadico (Cancrini 2012).

A caratterizzare quella che Cancrini definisce infanzia schizotipica è un comportamento genitoriale in cui il bambino viene punito e biasimato se prova a muoversi verso una direzione di autonomia, nonostante i genitori siano scarsamente sintonizzati sui bisogni del figlio e risultino poco presenti. Spesso infatti il bambino può subire abusi fisici e psicologici, le figure di riferimento possono essere intrusive, obbligando il piccolo a svolgere compiti che non gli spettano e  proibendogli l’allontanamento da casa, luogo in cui lui soffre e si isola. Ne risulta lo strutturarsi di un vissuto di impossibilità di svincolo fisico ed emotivo da questi genitori che sorvegliano e a cui si può sfuggire solo rifugiandosi in una dimensione fantastica. 

Crescendo, le relazioni di coppia sono poco frequenti, anche perché spesso queste persone non sono mai riuscite a separarsi dalla famiglia di origine. Nei casi in cui ciò è possibile, la qualità dello sviluppo dei figli dipenderà molto dalla gestione della situazione da parte del coniuge (Cancrini, De Gregorio 2019).

Le infanzie narcisiste e quelle istrioniche si differenziano da quelle trattate fino ad ora per la presenza di un maltrattamento più sottile (ma non meno doloroso) giocato principalmente su un piano psicologico. Nel primo caso il genitore (o entrambi) manifestano un’adorazione per una dote del figlio, tanto da assumere un atteggiamento di apparente sottomissione, non accompagnata tuttavia da un riconoscimento dei reali bisogni e dei desideri del/la bambino/a. Ciò attiva in lui/lei la consapevolezza che sia la sua capacità di aderire alle aspettative genitoriali ad assicurargli quell’interesse da parte loro; a questo vissuto si accompagna necessariamente il timore che ammirazione e deferenza possano venire a mancare in qualsiasi momento e a queste possano subentrare rabbia e delusione se egli non risponde alle loro aspettative; percependo ciò, questi bambini eviteranno in ogni modo di far trasparire difficoltà, soffocando emozioni e sofferenze. Vi è infatti un’impossibilità sostanziale di ricevere affetto e vicinanza in momenti di difficoltà e ciò non gli rende possibile far esperienza di empatia, limite che poi da adulto egli stesso evidenzierà, rischiando di diventare, sostanzialmente inaccessibile a relazioni empatiche. Il funzionamento di tipo narcisistico , tra quelli che vengono classificati come disturbi di personalità, è ritenuto tra i “vincenti”. Tuttavia, l’eventuale caduta delle difese apre uno spazio dominato da una profonda disperazione e da aggressività auto ed etero distruttiva. Le relazioni affettive ricordano in qualche modo quelle del funzionamento di tipo  antisociale. Diverso è il caso in cui si diventa genitori: questo può infatti essere vissuto come occasione per identificarsi con il figlio e con i suoi talenti sopperendo così all’angoscia delle proprie sconfitte (ibid.).

Nell’infanzia istrionica il/la bambino/a impara presto che per farsi amare dal genitore dell’altro sesso può utilizzare o l’aspetto esteriore (specie per le bambine) o la propria salute cagionevole, che si esprime attraverso un marcato bisogno d’aiuto (specie nei bambini). Il risultato è quello di un “triangolo edipico” in cui il genitore dello stesso sesso viene posizionato perifericamente; inoltre, il ruolo di bambina gradevole e quello di bambino fragile diventano con il tempo rigidi e dunque obbligati, tanto che l’immagine che si ha di loro è quella di bambini “con un limite”. Nonostante ciò il sintomo tende a mantenersi poiché assicura la cura e l’attenzione da parte dell’altro portando però a scontrarsi con le difficoltà legate ad esso in fase adolescenziale e adulta: consapevole del fatto che ciò che mostra è un’immagine costruita di sé, la personalità istrionica percepisce infatti che la sua situazione è precaria, e che dietro il personaggio abita un vuoto. 

Le relazioni instaurate dalle persone che possono essere fatte rientrare in questo tipo di personalità sono abitualmente instabili, caratterizzate da bisogno di controllo, che mantengono mediante l’utilizzo del sintomo. Il/la figlio/a che cresce in questo ambiente impara presto che non si può essere amati per ciò che si è, pertanto ricercherà attenzione mediante l’esibizione di sé (ibid.).

Dal punto di vista delle politiche di cura e di prevenzione, queste osservazioni cliniche hanno delle ricadute fondamentali e non trascurabili. La cura dovrebbe infatti essere sviluppata principalmente su almeno due dimensioni: quella dell’intervento sul contesto, finalizzato al suo cambiamento, e quella dell’ascolto terapeutico, lavoro che può essere fondamentale quando ci si interfaccia con esperienze di infanzia infelice; l’elaborazione dei traumi può infatti proteggere dal rischio di sviluppare i cosiddetti disturbi di personalità. Intervenire in questo senso significa prevenire la sua trasmissione alle generazioni successive; per questo lavorare con le famiglie di origine o tenendo queste nella mente, dovrebbe essere necessità primaria in contesti che si occupano di tali situazioni di disagio. L’intervento terapeutico, quando il soggetto è ancora in età infantile, può infatti spezzare la catena intergenerazionale della trasmissione del comportamento maltrattante o del sintomo (Cancrini 2019). Tuttavia anche un intervento sul nucleo familiare può rilevarsi inefficace o insufficiente se le famiglie non vengono messe nelle condizioni di potersi prendere cura di sé e sono immerse e circondate da contesti malsani o stressanti o poveri di opportunità.

Intervenire sul contesto, oltre a lavorare con le famiglie aiutandole a svolgere in modo più adeguato le proprie funzioni genitoriali, significa lavorare insieme a loro per mettere a fuoco quali sono quei fattori che ne limitano le libertà. Intervenire sul contesto significa posizionare l’intervento al di fuori dei setting clinici per provare a modificare quelle condizioni, sociali, economiche, culturali, che influenzano negativamente sulle modalità relazionali e sulle capacità di accudimento. Intervenire sul contesto è impossibile se questo non avviene nel contesto della famiglia di riferimento avvicinando il luogo della cura ai contesti di vita significativi: scuola, oratori, piazze, centri di aggregazione, ambienti informali, rappresentano i luoghi privilegiati per far emergere e attivare percorsi che promuovano la salute dei più piccoli e delle loro famiglie.
Intervenire in questo ambito significa riconoscere l’importanza fondamentale delle risorse e dei limiti che circondano e in cui sono immersi le famiglie nei loro contesti di vita. E’ curioso constatare che sia proprio nei quartieri più deprivati che spesso manchi quella fitta rete di risorse che permettono di fare autentica prevenzione fornendo un supporto informale alle famiglie e ai bambini.
Troppo spesso, è difficile, come professionisti, muoversi (p)e(r) attivare le risorse presenti nell’ambiente di riferimento. Senza dubbio una risposta psicologica può costituire una risorsa efficace ma sicuramente non deve né può rappresentare l’unica, la sola o quella privilegiata.

Per garantire interventi integrati, è fondamentale un lavoro di rete tra tutte le istituzioni e le realtà coinvolte non solo nella presa in carico ma anche nella cura e nel benessere dei cittadini, grandi e piccoli.

A domande complesse non possiamo permetterci di fornire risposte parziali e frammentate.

Bibliografia

  • Cancrini L. (2012) La cura delle infanzie infelici. Viaggio nell’origine dell’oceano borderline. Milano, Raffaello Cortina Editore.
  • Cancrini L. (2019) Sul potenziamento della Rete Regionale dei Servizi dedicati agli abusi sui minori. Rivista di Ecologia della Mente, 2019; 42 (1) pp.1-2
  • Cancrini L., De Gregorio F.R. La trasmissione intergenerazionale dei disturbi di personalità: dalle infanzie infelici ai disturbi delle relazioni di coppia e della parentalità. Rivista di Ecologia della Mente, 2019; 42 (1) pp. 42-67
  • Smith Benjamin L. (1999) Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità. Roma, Las.
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10 ottobre: Giornata Mondiale della Salute Mentale

Ma, cos’è la salute mentale?

Ognun* gli attribuisce un significato diverso anche sulla base delle difficoltà sperimentate nella propria vita.

Eppure condividere la difficoltà permette di non sentirsi soli. Permette di far parte di quella comunità che cura gli altri e che si prende cura di noi.

Non siamo alla ricerca di definizioni o analisi di cui i nostri testi e manuali già abbondano. Siamo interessati alle esperienze reali, a quelle definizioni soggettive e uniche, degne di massimi considerazione e rispetto. In occasione della giornata mondiale per la salute mentale, abbiamo voluto realizzare un piccolo video da diffondere sul web con il contributo di tutt* coloro che hanno avuto voglia di dare voce (e corpo) a pensieri, emozioni ed esperienze e di condividerle con noi in una giornata così importante.

Grazie di cuore a tutte le voci e i volti che hanno partecipato col loro video, rendendosi protagonisti attivi di questa comunità che ci appartiene.

Alzate il volume e buona visione!

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Lo Psicanalismo. Psicanalisi e potere

Il presente contributo offre una sintesi dei contenuti principali del testo “Psicanalismo: psicanalisi e potere” di Robert Castel edito in Italia da Einaudi nel 1975.


Il volume è stato presentato e collettivamente discusso, insieme alle realtà coinvolte, durante uno degli incontri di autoformazione presso lo Sportello TiAscolto! a Luglio 2020.

Il contesto, Castel e Basaglia

L’introduzione di Franco e Franca Basaglia suggerisce, seppur nelle differenze, un’immediata vicinanza tra le opere dei due autori nel solco delle istanze sociali maturate negli anni ‘60 e tese alla critica e alla trasformazione delle istituzioni tradizionali, della cultura, del ruolo degli intellettuali, della scienza e degli operatori della cura, funzionali all’auto-conservazione, alla riproduzione dell’ordine sociale e al mantenimento del consenso in seno agli stati liberali.

In questo scenario culturale, il testo di Castel rappresenta un’opera di politicizzazione del lavoro di cura, a partire dalla dimensione duale della relazione psicanalitica. Tale politicizzazione risulta complementare alla psicologizzazione del dato politico, attraverso l’utilizzo pervasivo delle categorie psicanalitiche, che costituisce l’oggetto del suo lavoro: così come tutto influisce sulla salute mentale, e può configurarsi potenzialmente come dato fagocitato dalle categorie analitiche, allo stesso tutto, influendo sul campo sociale, rappresenta potenzialmente un dato politico.

Se è possibile trattare il rapporto diadico come dato clinico (valutandone gli effetti sulla salute mentale di uno, l’altro o entrambe i membri) e insieme come dato politico (quali effetti ha sul campo sociale? Quali i presupposti che lo rendono possibile? Cosa significa nel rapporto tra classi?), inserendolo, con i suoi processi, strutture, ruoli, differenze di sapere e potere, all’interno di un processo storico, questa è la via scelta da Castel che illumina la determinazione storica e politica del rapporto e del dispositivo analitico duale pur sottraendosi dal rischio di indicare nella politicizzazione di tale rapporto un soluzione dotata di una qualche rilevanza politica reale.

Al netto della continuità culturale, il contesto di Castel e del suo oggetto di studio presenta somiglianze e differenze con quello entro cui Basaglia, negli stessi anni in Italia, opera la medesima politicizzazione del lavoro di cura, seppur con l’impostazione decisamente più pragmatica che ne costituisce la cifra. E’ proprio Basaglia, nell’introduzione, ad accennarne i tratti: “in Francia l’ideologia psicanalitica copre tutto. La realtà che sta sotto a questa ideologia è identica a quella italiana ma c’era lo spazio culturale perché la psicanalisi diventasse un’ideologia di ricambio, utile ad ogni tipo di interpretazione. Il manicomio, pur conservando le caratteristiche dei manicomi italiani, diventa allora oggetto di interpretazione analitiche anziché luogo di azione e intervento”. Nel commentare, non senza ambiguità, l’opera di Castel, Basaglia sottolinea lo sfondo da cui si staglia la voce del sociologo: “l’anti-psichiatria […] in Francia […] è stata incorporata solo sul piano ideologico, come una nuova etichetta utile a teorizzare e a polemizzare su una realtà inesistente” […] “la critica di ciò che è la pratica della psicanalisti salva il discorso di Castel dal rischio di proporre un’ideologia di ricambio” (Castel, 1975).

Il principale veicolo di questa ideologia era fornita, in Francia, dal supporto istituzionale della psicanalisi: la psicoterapia istituzionale sviluppata nella clinica psichiatrica di Saint-Alban-sur-Limagnole a partire dagli anni ‘50 da Llauradò psichiatra spagnolo anarcosindacalista (Foschi, Innamorati, 2020). La psicoterapia istituzionale influenzò il dibattito e le pratiche degli anni ‘60 di militanti e clinici del calibro di Fanon e Guattari contribuendo inoltre alla nascita della psicosociologia [1].

Gli anni in cui Castel scrive, inoltre, sono caratterizzati, in tutto il mondo, da una forte sovrapposizione tra psichiatria e psicanalisi non esclusivamente legata alle istituzioni entro cui, entrambe, si trovavano a operare ma anche e sopratutto alla condizioni di selezione poste dalle “istituzioni” psicanalitiche. Nella pratica la maggior parte degli psicanalisti, dentro e fuori dalle istituzioni pubbliche, era costituita da medici e psichiatri. Solo tale categoria professionale rientrava, per le società psicanalitiche composte esclusivamente da medici, nei criteri di ammissibilità alla formazione psicanalitica allargati tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ‘60 ad altre figure professionali.

La vita di Castel si intreccia con quella di Basaglia con cui crea il Réseaux Alternative à la Psychiatrie, gruppo internazionale di intervento e riflessione sulla psichiatria. La forza di tale rapporto umano, politico e professionale traspare anche da alcune opere di Basaglia, definito da Castel uno degli uomini più importanti della sua vita (Castel, 2005). Inoltre il saggio di Castel “La contraddizione psichiatrica” è il secondo nella raccolta “Crimini di Pace” (Einaudi 1975), volume collettivo curato da Basaglia e nelle Conferenze Brasiliane (Basaglia 2000) sono numerosi i suoi riferimenti [2]  a Castel insieme al quale, con Erving Goffman e Felix Guattari, condusse molti dei viaggi in Brasile che costituirono il materiale per la stesura delle Conferenze.

Nel 2011 il rapporto tra i due portò Castel a partecipare ad una giornata per i 50 anni dell’esperienza di Gorizia. Castel, lungi dal considerarsi un vecchio nostalgico combattente passatista [3], ribadì, qui, la volontà e la necessità di ripensare cosa significhi oggi, nella teoria e nella pratica, alla luce delle nuove sfide della società contemporanea, avere una postura e un pratica critica, come quella incarnata da Basaglia.

Politica e clinica, ideologia e pratica

Il testo si colloca tra la spinta critica speculativa di Foucault, definita da Castel (2005), pur riconoscendone i meriti, “tesi filosofica di ispirazione romantico-surrealista” di cui condivide l’impostazione “genealogica” e quella pratico-trasformativa di Basaglia.

A fronte della pervasiva capillarizzazione, attraverso la psicoterapia istituzionale, della psicanalisi nelle istituzioni deputate alla tutela della salute mentale della popolazione Castel delinea un’analisi delle funzioni sociali assunte dal dispositivo psicanalitico. Come Basaglia, Castel ravvisa il rischio che questo possa diventare un’ideologia di ricambio entro cui le funzioni sociali della psichiatria classica possano essere mantenute sotto la più umana veste dell’intervento psicanalitico.

La pratica psicanalitica (come si è detto, incarnata sopratutto da medici psichiatri) viene così inserita all’interno della storia dei dispositivi sociali, medici e psichiatrici. Questi in una metamorfosi, cambierebbero forma, per adattarsi alle esigenze della società moderna e, finalmente liberati dal giogo delle istituzioni totali che ne limitavano il potere, potrebbero continuare ad esercitare una funzione di controllo e mantenimento dell’ordine sociale non più nelle nelle forme autoritarie tipiche delle precedenti istituzione totali ma attraverso manifestazioni più raffinate e sottili di manipolazione profonda e persuasione, individualizzata.

“Lo Psicanalismo” verte su due assi epistemologici che ne impregnano l’analisi costituendo il fondamento della valutazione degli effetti sociali della psicanalisi e delle sue funzioni.

Il lavoro fonda e si fonda su una tensione che deriva dalla sintesi tra, da una parte il superamento della “rottura epistemologica” proposta da Althusser che decretava una drammatica e irriducibile separazione tra due settori epistemologici, quello dell’inconscio e delle pratiche sociali, il dominio del soggettivo e quello dell’oggettivo, delle strutture personali e sociali, e, dall’altra, dell’articolazione speculativa dei due domini con funzione ideologica. Laddove l’assunzione del superamento della rottura epistemologica consente a Castel di addentrarsi nel rapporto, sempre immediatamente dato, tra analitico ed extraanalitico, clinico ed extraclinico, individuale e politico, tale riconciliazione non può che giocarsi e misurarsi su un campo, quello della pratica, che renda possibile una trasformazione delle condizioni reali andando oltre, per citare proprio Castel, l’”eternità della riflessione” speculativa tipica, ad esempio, della Scuola di Francoforte o del soggettivismo critico sartriano.

Ammessa la possibilità di riconciliare critica sociale e psicanalisi, tale riconciliazione tra il dominio della soggettività e della politica, tesi rispettivamente a liberazione individuale e liberazione sociale, non può giocarsi sul campo astratto di un sapere che diventa ideologico nella misura in cui rimane mera conoscenza intellettuale sottraendosi ad un confronto con e ad un cambiamento delle pratiche reali e i loro concreti effetti sociali [4].

L’”articolazione tra politico e clinico, analitico ed extraanalitico, clinico ed extraclinico, implica rappresentarsi l’area clinica come doppiamente circoscritta: da una parte l’esistenza dell’extraclinico, del politico, fuori del dispositivo analitico, ma anche della presenza di questo extraanalitico nel dispositivo analitico stesso”, sostiene Castel, “bisogna mettere in questione questa opposizione dell’intra e dell’extranalitico” (Castel, 1975).

Sono questi i presupposti che informano la sociologia della psicanalisi proposta: questa “non si accontenterà di descrivere eternamente contesti, ambienti, strutture sociali su cui una psicanalisi tutta costituita in base alle esigenze dell’ascolto inconscio sarebbe venuta a posarsi” ma non potrà che costituirsi attraverso l’identificazione de “gli elementi della realtà nel reale analitico”(ibidem).

Psicanalisi, rapporto tra sessi e classi.

Castel apre il libro assumendo una posizione che ne determina spazio e metodo d’indagine: “il contenuto di questo saggio vuole essere an-analitico” (ibidem). Segue abbozzando una prima, grezza ma densa, definizione di psicanalismo: “l’ombra gettata dalla psicanalisi, ciò che essa oscura, che rimane ad essa opaca, sia all’esterno che all’interno del suo campo”(ibidem). Invece di considerare la psicanalisi esclusivamente come scienza dell’inconscio, Castel la tratta, in quanto oggetto di studio, come corpus teorico-pratico di cui denuncia la pretesa extraterritorialità (riprendendo seppur senza farne menzione l’AntiEdipo) e di “assenza di gravità sociologica”. Tale dispositivo teorico pratico storicamente determinato, al contrario, “opera nella struttura sociale”, “occupa un posto nel contesto sociostorico”, ha effetti diretti e indiretti, “è dotata di una precisa logica diffusione ed assume specifiche funzioni rispetto all’insieme di pratiche con esso coesistenti nello stesso campo sociale” (ibidem). L’autore definisce i confini del neologismo che, come specifica, costituisce un ampliamento e insieme una specificazione dell’analogo “psicologismo” di husserliana memoria. Include tutti gli effetti dell’istituzione della psicanalisi analizzati fuori dalle griglie osservative che essa impone per la propria riproduzione, in rapporto alla struttura sociale e alle analisi politiche che invalida a favore del discorso soggettivista, intimista e apolitico imposto nella privatezza della scena clinica e fuori di questa, per affermare se stessa. Il sapere di cui è portatore è causa e conseguenza di determinati rapporti di potere, all’interno della relazione clinica quanto all’esterno di questa.

L’analisi sociopolitica di Castel mira quindi a cogliere gli effetti reali nel rapporto tra classi e nell’organizzazione e nella struttura sociale legata alle pratiche e alle teorie psicanalitiche, le sue funzioni nell’economia dei rapporti sociali e il loro inevitabile posizionamento nel continuum dominio-subordinazione, controllo-emancipazione, mantenimento-sovvertimento dell’ordine sociale e (ri)produzione o contrasto di ciò a cui ci si riferisce oggi parlando di “disuguaglianze sociali”

Castel sottolinea che tale collocazione (e i suoi effetti) non riguarderebbe usi o applicazioni specifiche di pratiche analitiche degradate o compromesse che lascerebbero intendere la possibilità di un recupero di una supposta funzione rivoluzionaria o emancipatrice originaria psicanalitica. Gli effetti sociali deriverebbero in maniera immediata dal cuore (sia tecnico, pratico che teorico) del dispositivo analitico stesso che, per Castel, occuperebbe una posizione privilegiata tra le ideologie e le istituzioni deputate al controllo sociale e al mantenimento dell’ordine sociale.

Nonostante ciò Castel non nega una certa spinta progressista di cui la psicanalisi sarebbe stata portatrice che però viene circoscritta in prima battuta alla contingenza storica in cui si sarebbe costituita e in seconda alla dimensione teorica a cui sarebbe stata relegata per proteggere il dispositivo e permetterne la diffusione. Pur avendo posto l’accento sullo svantaggio della condizione delle donne che avrebbe determinato l’insorgenza della sintomatologia a partire da cui si è costituito il corpus analitico la psicanalisi non ha portato fuori dalla drammaturgia privata dello spazio clinico, all’interno dello spazio sociale, alcun contributo per un reale cambiamento nel rapporto tra sessi. L’impatto critico della psicanalisi spesso evocato sarebbe riconducibile ad elementi di opposizione rispetto alle norme e all’ideologia dominanti che questa avrebbe necessariamente conservato e riprodotto. Nella congiuntura storica accidentale in cui si è prodotta una concezione di psicanalisi rivoluzionaria questa in realtà avrebbe sottratto la condizione di subordinazione delle donne dal terreno politico dei giudizi di valore e delle pratiche sociali relegandola al discorso dell’inconscio, individuale e, seppur prodotto di una precisa epoca storica, universalizzabile. L’opera di Freud ha sicuramente contribuito a mettere in luce le condizioni di oppressione sociale delle donne ma non può essere considerata neutrale rispetto all’azione di patologizzazione della sofferenza femminile derivante dal rapporto tra le donne con le strutture oppressive di potere. Il cambiamento della concezione della sessualità legato alla teoria del rapporto con il sesso di Freud non ha avuto alcuna implicazione per la teoria e la pratica del rapporto tra sessi immutati davanti alla proposta psicanalitica di un’emancipazione e una liberazione risultato di un’avventura personale, clinica.

Neutralità è Apoliticismo

Il motore simbolico degli effetti sociali psicanalitici è situato da Castel al centro del dispositivo psicanalitico, nel cuore della relazione duale e nella tecnica che la regola. Per funzionare il dispositivo impone la necessarietà, al clinico e all’analizzato, della convenzione della neutralità, che a tutt’oggi costituisce, sotto la veste del “non-giudizio”, la medesima prescrizione in tutte le psicoterapie.

“La struttura del rapporto analitico si sviluppa sulla base di un rapporto sociale caratteristico delle società liberali studiate, tra gli altri, da Erving Goffman (1976) sotto la categoria di rapporto di servizio personalizzato ovvero del rapporto che unisce uno specialista qualificato ad un cliente in un’economia di mercato”(Castel 1975). Solamente all’interno di tale cornice sociostorica è possibile addentrarsi nei principi costitutivi del rapporto psicanalitico cogliendo il rapporto bidirezionale che ad esso li lega. La convenzione analitica, nello spazio della relazione duale, costituisce la matrice entro cui vengono prodotti gli effetti che riverberano esternamente allo spazio analitico. Ulteriori effetti sono identificati da Castel come prodotto dell’azione del dispositivo analitico per mezzo di attori diversi da quelli presenti nello spazio analitico (come ad esempio gli effetti derivanti dalla selezione dei casi trattabili, dalle dinamiche di potere, dal funzionamento e dalla riproduzione delle società scientifiche e dalla narrazione della loro storia, dal costituirsi della psicanalisi come canale di acculturazione privilegiata, e dal rapporto tra gli psicanalisti e le istituzioni ove lavorano) seppur sempre a tutela di questo, secondo le sue leggi.

Se Castel, come abbiamo visto, sostiene la necessità di identificare “gli elementi della realtà nel reale analitico”, quello che osserva nella psicanalisi è che la convenzione analitica, all’interno dello spazio clinico, “lascia fuori la realtà (sociopolitica ndr.) per smascherare il reale (analitico)”. La psicanalisi circoscrive il luogo originale, l’”altra scena” con processi specifici e propri meccanismi di funzionamento rispetto al dinamismo “naturale” dei rapporti sociali. All’interno di questo campo, in un’astrazione, “la realtà deve essere sospesa perché possa manifestarsi la dinamica propria dell’inconscio” che diventa “solidale con lo spazio e gli assiomi che lo istituisce” (ibidem). Uno dei rapporti più intimi e profondi si sviluppa come conseguenza di condizioni rigorose, controllate, affatto naturali.

L’istituzione della psicanalisi [5] presuppone da una parte l’invalidazione, la neutralizzazione della realtà socio-storica, sociopolica all’interno dello spazio clinico e dall’altra impone un sistema di assiomi e regole. In questo senso la psicanalisi rappresenta, costituisce e istituisce un’astrazione che esclude i determinismi socio-politici su molti livelli: a livello della sua instaurazione, nel contratto; a livello del suo svolgimento, nel rapporto duale; a livello dei materiali, nella formazione dell’inconscio; a livello dei concetti, le categorie utilizzate. Si fonda come dispositivo tecnico all’interno del quale affetti e investimenti sono controllati ed educati dalla convenzione che questa impone. Lo psicanalismo rappresenta “l’implicazione sociopolitica del misconoscimento del sociopolitico” (ibidem) che non si configura come semplice dimenticanza ma come attiva invalidazione istituita dalla convenzione arbitraria quanto necessaria.

Castel riconduce la neutralità dell’analista, dal punto politico, all’interno dello spazio clinico, ad una posizione di consenso verso i valori e agli atteggiamenti dominanti. Il fatto che sia possibile neutralizzare per l’analista le proprie posizioni politiche come cittadino significa che queste costituiscono “variazioni marginali sulla base di un consenso” (ibidem). Tale neutralizzazione è possibile solo a certe condizioni sociopolitiche mai concettualizzate dagli psicanalisti [6]. Per quanto uno psicanalista possa neutralizzare tali posizionamenti politici la sua posizione, “la situazione oggettiva che occupa significa politicamente qualcosa” (ibidem). Non è socialmente neutro per le modalità della sua formazione, “per i segni di censo e prestigio” in cui è immerso. Tuttavia le sue appartenenze lo rendono neutralizzabile non assumendo mai “posizioni di spicco sullo sfondo degli atteggiamenti sociopolitici dominanti”(ibidem). In particolare, per Castel, la sua appartenenza di classe costituisce la principale condizione di neutralità.

L’atteggiamento dell’analista viene così trasposto nel rapporto in cui la posizione di consenso sociopolitico diventa la regola tecnica della neutralità analitica che presuppone o impone l’a-politicismo come referente normale della situazione analitica, “la sua velocità di crociera”(ibdem), che invalida la realtà sociopolitica. “La neutralità produce l’apolitico come il panettiere produce il pane “[7](ibidem), invalida il sociopolitico trattandolo analiticamente.

Lo psicanalista neutro diventa “socialmente neutralizzabile”, “tecnicamente neutralizzato dal ruolo che si impone”, “praticamente neutralizzante” invalidando ogni determinazione sociopolitica reinterpretata secondo il discorso analitico. Attraverso l’esigenza tecnica che impone un’astrazione della realtà “la neutralità diventa il paravento per non pensare alla responsabilità nella società dello psicanalista”.

E’ in questo senso che la psicanalisi tralascia completamente il problema del suo significato extranalitico. “Tuttavia questo non cancella le conseguenze politiche ma le conserva”(ibidem), consolidando lo status quo e impedendo analisi in termini extraclinici della neutralità che impone e della neutralizzazione che opera. “Tecnicamente parlando la neutralità analitica è la condizione di possibilità del transfert, politicamente parlando è incarnazione politica dell’apoliticismo”.

Inconscio sociale e violenza simbolica

La critica alla psicanalisi di Castel non è volta a ciò che questa è ma alla mancanza di consapevolezza di quello che è, alla pretesa di essere ciò che non può, neutrale. La psicanalisi, come corpus teorico-pratico, implica, come condizione della propria possibilità “ciò che esclude per esistere”, definito da Castel il suo “inconscio sociale”: i punti ciechi nelle condizioni di possibilità del rapporto, misconosciuti per fornire una rappresentazione prestigiosa e non prosaica di sé.

Suonano attualissime le riflessioni di Castel quando sostiene che “il denaro in psicanalisi conserva un potere economico reale che fa della psicanalisi, il più delle volte, un’attività di lusso tra partner privilegiati. L’esistenza di alcuni marginali a stipulare un contratto addolcito, ossia gratuito, non muovano affatto la situazione oggettiva in cui continua a muoversi la situazione analitica. Come tutti i ricchi, lo psicanalista ha i suoi buoni poveri” (ibidem) “Il denaro non è solo la realtà economica che bisogna possedere per accedere all’analisi, è anche ciò che funziona nell’analisi stessa e produce effetti a livello dell’economia inconscia. Colui che deve pagare la sua psicanalisi di persona conducendo per parecchi anni una vita assurda non avrà lo stesso rapporto con l’analisi, con l’analista, e quindi nemmeno con il proprio inconscio, di un altro che ha venduto qualche ettaro di terra per diventare eminente didatta” (ibidem).

Oggi, così come nella psicanalisi trattata da Castel, prima dell’avvio del rapporto clinico e della stipula del contratto terapeutico che sancirebbe la soglia oltre alla quale sarebbe possibile considerare valido e legittimo l’utilizzo di discorsi e categorie intrapsichiche, tale interesse economico viene trasformato: l’interpretazione (o la ricategorizzazione), in un’azione che Castel, riprendendo Bourdieu, definisce di violenza simbolica, riduce il denaro esclusivamente a supporto simbolico individuale invalidandone la verità materiale e con questo il valore sociopolitico della transazione e delle reali condizioni economiche dei cittadini e occultando il posizionamento sociopolitico del clinico con le proprie responsabilità.

Ma la violenza simbolica che, come ogni violenza simbolica, necessita di un potere, in questo caso quello analitico, non agisce esclusivamente sulla risignificazione del denaro. Impone significati legittimi, apolitici, dissimulando i rapporti di potere che stanno alla base della propria forza. Il potere del dispositivo analitico viene rafforzato “dal consenso che gli vale la dissumulazione del meccanismo della propria efficacia e del proprio funzionamento.” “Riduce tutta la minaccia che comporta (nei termini di spiegazioni del e azioni nel mondo ndr.) alle minaccia che spiega” reinterpretata come “difesa” in una sorta di “totalitarismo analitico” che agisce, senza un’autorità manifesta, attraverso manipolazione e persuasione sul corretto sentire a partire della definizione, anche materiale, di un contratto la cui definizione non presenta spazi di contrattualità.

Pur partendo da presupposti epistemologici molto distanti dal soggettivismo sartriano le conclusioni sul potere e sulla violenza simbolica nella relazione terapeutica di Castel sono molto vicine alle considerazioni dell’esistenzialista a partire dalle vicende dell’”uomo con il magnetofono” : “il capovolgimento operato da Abrahams [8] dimostra chiaramente che la relazione analitica è di per sé stessa violenta, qualunque sia la coppia medico-paziente” (Conserva, 2017).

Castel situa la psicanalisi, posizionando il suo (non) posizionamento entro il quadro delle ideologie dominanti. Si riferisce esplicitamente all’”ideologia tedesca” marxiana. Questa, prodotto di intellettuali che si credono in opposizione alla tradizione, illusi che la liberazione dell’uomo possa costituire un’avventura intellettuale, risultato dell’”avvenire di un’idea”, avrebbe occultato le contraddizioni specifiche della società tedesca contribuendo al suo mantenimento. La psicanalisi agirebbe, nel contesto francese allo stesso modo e tale effetto ideologico che conserva e riproduce l’ordine esistente sarebbe tanto più pervasivo ed efficace quanto più il sostrato di classe sembra, si presenta (e pretende di essere) indefinito.

Medicina mentale, psicologizzazione e cambiamento

Uno dei meriti del lavoro di Castel è senza dubbio la collocazione dell’analisi della teoria e della pratica psicanalitica nella storia dello sviluppo della medicina mentale e del suo rapporto con le scienze e le pratiche psichiatriche, classiche e moderne[9].

La giustapposizione psicanalisi-medicina mentale/psicanalisi-psichiatria permette di definire con maggior chiarezza alcune funzioni ideologiche, di cui la psicanalisi assicurerebbe la permanenza, solitamente ascritte in via esclusiva alle pratiche psichiatriche delle quali questa costituirebbe una prosecuzione logica.

Tale giustapposizione permette di mettere in luce, per interrogarli, il ruolo e il mandato sociale dello psicanalista in un processo di decostruzione analogo a quello che costituì il minimo comun denominatore di quella critica sociale, pratica e teorica, scettica sul ruolo e sul mandato sociale della psichiatria di cui gli psicanalisti, aumentando il proprio prestigio, hanno indubbiamente giovato.

Castel misura lo sviluppo della medicina mentale attraverso due movimenti: da una parte l’allargamento del margine di intervento (dal “pazzo furioso” al “normale”) e, dall’altra, seppur a questo correlato, lo sfaldamento della struttura istituzionale che veicolava tali brutali rieducativi interventi. All’interno di tali movimenti Castel suggerisce che il rapporto tra psicanalisi e psichiatria classica possa essere inteso, entro una certa scala e con le dovute cautele, come un antagonismo reale: a livello individuale la morbida psicanalisi, diventato dispositivo istituzionale, agisce realmente in maniera diversa, in opposizione, alla violenza della psichiatria classica. Tale antagonismo reale, le reali differenza nelle modalità di trattamento degli individui proposto dalla psicanalisi rispetto alle pratiche psichiatriche, maschererebbe e sarebbe funzionale ad un antagonismo ideologico. A partire dalle esigenze sociali di divisione funzionale del lavoro (psichiatra cattivo vs. umano analista) la presunta discontinuità della psicanalisi con i dispositivi di tutela della salute, a livello sociale, continuerebbe ad esercitare le funzioni legate al mantenimento dell’ordine sociale tipiche delle pratiche psichiatriche. La psicanalisi consentirebbe un’inflazione dello schema medico, il superamento delle soglie fisiche del manicomio e diagnostiche (con e per un ampliamento dei casi cosiddetti “trattabili”) che limitavano l’azione medica [10]. Elasticizzando le categorie, sfaldando i criteri che dividono sani da malati e permettendo una maggior capillarità al pensiero medico all’interno della società, la psicanalisi diventa un “operatore dello spostamento della modalità di intervento medico accrescendone l’efficacia sociale” (Castel 1975). Tale analisi permette a Castel di svelare il ruolo complice della psicanalisi alla politica del “settore” che avvicina la medicina ai luoghi della comunità e ai contesti di vita delle persone conferendo un volto buono, più umano, ad un corpus teorico e pratico, la cui realtà della pratica quotidiana resta inalterata. Castel attribuisce un ruolo specifico della psicanalisi nella diffusione di una “psichiatria di settore” che volendo essere “una nuova politica della salute mentale diventa una nuova strumentazione tecnica di una politica di cui non riesce a ridefinire gli scopi”(ibidem).

In quest’operazione di estensione degli schemi di intervento (bio)medici la capilarizzazione della psicanalisi agisce anche educando, amabilmente e sotto la coltre soffice di incondizionata accettazione, il vissuto dell’insieme degli individui che le si rivolge ad una particolare visione delle interazioni individuo/i-mondo-sofferenza/e-cambiamento che ne fortifica le funzioni ideologiche. Se la sofferenza costituisce il prodotto dell’interazione dell’individuo con il proprio contesto all’interno di determinati assetti economici e culturali la psicanalisi ieri così come la psicoterapia oggi non propongono che un’azione di trattamento individuale. Le possibilità di cambiamento dei processi interattivi e reciproci tra individui e il contesto sono relegate entro la sfera delle strutture soggettive, personali e private. Castel sottolinea che nello schema medico esteso per mezzo della psicologia l’eventuale riconoscimento della “dimensione sociale” della sofferenza non si traduce in analisi e azioni all’interno di tali strutture oggettive con interventi volti al cambiamento degli assetti sociali, micro o macro, ma assume la maggrio parte delle volte la forma di un ampliamento, all’interno di questi contesti di vita, dei luoghi sempre nuovi in cui verrebbe agita un presa in carico funzionale all’azione terapeutica individualizzata, privata. L’analisi di Castel evidenzia le responsabilità della psicanalisi nella diffusione di una psicologizzazione delle strutture oggettive delle istituzioni in e a fianco di cui opera oltre che delle strutture e dei processi sociali che contribuisce a difendere e mantenere. Questa psicologizzazione è da ricondursi alla violenza simbolica in favore del discorso dell’inconscio e del desiderio, sempre individuali e della reinterpretazione di strutture e istituzione sociali, dei loro processi e funzioni, attraverso l’utilizzo delle categorie analitiche che, più o meno implicitamente, delegittima e invalida le possibilità di concepire e attuare azioni sul campo collettivo delle strutture sociali [11]. La psicanalisi, afferma Castel, imporrebbe una “rivincita dei rapporti umani sull’oggettività delle strutture” (ibidem). La dimensione sociale, pubblica (non in quanto vissuto soggettivo ma in quanto spazio di possibile azione collettiva trasformativa) e le strutture oggettive delle istituzioni verrebbero ridotte ad un sistema teso ad assicurare uno “scambio tra individualità […] La psicologia è il recupero di quei problemi umani nel linguaggio esclusivo dell’individualità e della soggettività e la delega di un terzo a risolverli” (ibidem).

Conclusioni ?

Pur essendo il discorso sulla psicologizzazione generalizzabile tout-court agli effetti delle pratiche psicologiche occorre porre in luce una differenza fondamentale tra il contesto a cui Castel si riferisce e quello attuale che consentirebbe non solamente di riconoscere la validità delle analisi in relazione al contesto da cui sono estratte ma, anche e soprattutto, renderebbe possibile valutarne le condizioni di applicabilità a quello attuale.

Questa premura metodologica vale sopratutto per le affermazioni circa la generalizzazione dei processi di psicologizzazione veicolate dall’“istituzionalizzazione del rapporto privato come modalità sociale di controllo e gestione dei problemi sociali”(ibidem). In altre parole la psicologizzazione istituzionalizzata o l’istituzionalizzazione della psicologizzazione a cui si riferisce Castel come “pubblico servizio” (in cui il trattamento psicologico diventa la forma di trattamento imposta dal servizio pubblico per l’insieme dei problemi che emergono nel campo sociale) sarebbe da intendersi come conseguenza sopratutto dell’insediarsi dell’azione psicologica all’interno delle istituzioni pubbliche.

Il contesto a cui Castel si riferisce è caratterizzato sia da una pervasività della psicanalisi entro le istituzioni pubbliche, sia da un monopolio del paradigma psicanalitico tra le scienze psicologiche. 

Il fatto che tali condizioni non sussistano negli attuali assetti istituzionali, scientifici e culturali italiani se da una parte obbliga alla cautela nell’applicazione dei discorsi sull’istituzionalizzazione della psicologizzazione al contesto italiano dall’altra non può che misurarsi con i mutati assetti globali, entro il paradigma neoliberista, che indeboliscono la forza delle istituzioni pubbliche a beneficio del libero mercato entro cui e dal quale vengono mosse molte delle dinamiche di potere con effetti sui e nei cittadini anche per mezzo dell’azione psicologica. Tuttavia questo non sottrae validità al nucleo del discorso di Castel nè ne impedisce un’applicazione parziale agli attuali dispositivi psicoterapici

In un processo di sfaldamento istituzionale analogo a quello identificato da Castel, l’arretramento e l’indebolimento delle istituzioni, sia reale che nell’immaginario collettivo, è determinato da dispositivi sopratutto economici, globali e transnazionali, che nulla hanno a che fare con la psicologia o la psicanalisi ma che agiscono, esattamente come queste, promuovendo nella cittadinanza, analogamente a ciò a cui si riferiva Castel, una visione di uomo individualizzata e privatistica e una sempre maggior difficoltà nel riferirsi alle strutture oggettive che governano la quotidianità.

Rimandando ad un contributo successivo l’ampliamento del concetto di psicanalismo verso quello di “psicoterapismo” teso a cogliere l’insieme degli effetti sociopolitici e delle funzioni sociali delle pratiche psicoterpeutiche, all’interno e all’esterno di queste, entro il campo sociale è possibile concludere sostenendo che, nonostante la validità dell’impianto discorsivo di Castel, nella pratica, trattare psicologicamente i problemi non esclude, di per sé, la possibilità di contrastarli anche sulle dimensioni strutturali entro cui collettivamente vengono prodotti seppur l’enfasi posta sull’utilità (che a volte sfiora i connotati dell’imposizione dello stato di necessità) del trattamento individuale rischia di indebolire, a livello sia individuale che sociale, la consapevolezza della radice reale di tali difficoltà e le risorse disponibili per un’azione su tale livello.

L’azione sulle strutture individuali può non essere in opposizione ad azioni di cambiamento delle strutture sociali entro cui vengono  persone e dispositivi di cura si formano.

Se la clinica costituisce la conquista di una società che sviluppa conoscenze e pratiche specialistiche e tecniche per rendere più sopportabile la sofferenza degli individui che la compongono, questa costituisce un doppio fallimento a partire dal momento in cui prima assume come proprio il mandato di una società malsana che le delega la riparazione e l’adattamento di individui che, dopo aver ammalato, non riesce a riassorbire e successivamente danneggia il corpo sociale attraverso il medesimo strumento con cui s’illude di poterlo curare.

Solo la consapevolezza di tali danni e dei limiti delle pratiche cliniche possono avviare un processo collettivo di rinnovamento concreto a beneficio di tutte e tutti.

Bibliografia:

Basaglia F, Ongaro FB (1975), Crimini di pace. Ricerche sugli intellettuali e sui tecnici come addetti all’ oppressione, Einaudi, Torino.

Basaglia F, Ongaro FB & Giannichedda MG (2000), Conferenze brasiliane. R. Cortina, Milano.

Bourdieu P (2005), Il senso pratico (1980). trad. it. Armando, Roma.

Castel R (2005), Michel Foucault e le critiche della psichiatria:una lettura soggettiva, in Rivista sperimentale di Freniatria, VOL. CXXIX, N. 3, SUPPLEMENTO.

Conserva G, Barbetta P & Valtellina E (2017), Un singolare gatto selvatico. Jean-Jacques Abrahams, l’uomo col magnetofono. Ombre corte, Verona.

Foschi R, Innamorati M (2020), Storia critica della psicoterapia, R. Cortina, Milano.

Frances A (2013), Primo, non curare chi è normale: Contro l’invenzione delle malattie. Bollati Boringhieri, Torino.

Goffman E (1976). Asylums: le istituzioni totali: la condizione sociale dei malati di mente e di altri internati. Einaudi, Torino.

Smith A (1976) La ricchezza delle nazioni.

Note

1 La critica di Castel non risparmia la psicosociologia, nata dai modelli terapeutici degli anni ‘60, con l’obiettivo di un rinnovamento della società e considerata in quegli anni esempio virtuoso di  scienza applicativa e militante.

2 Nelle Conferenze Brasiliane risulta incredibilmente attuale un’analisi di Castel ripresa sia da Basaglia che, nell’introduzione, da Giannichedda. A partire dal lavoro sulla “decarceration” di Castel negli Stati Uniti e dal confronto con i processi osservati, vengono distinte due diverse spinte che portarono e portano allo smantellamento delle strutture manicomiali e dei servizi pubblici, a livello globale: “l’anima “reaganiana” dei tagli alla spesa pubblica e dell’abbandono dei malati, e quella dei diritti di cittadinanza e dell'”offerta di un’alternativa di cura“. “Hanno chiuso il manicomio pubblico perché non serviva più a niente se non a sprecare denaro, cioè non aveva più senso, sia perché non era più uno strumento sufficiente di controllo sociale sia perché produceva una spesa troppo grande[…]. Si potrebbe dire che quello che in America è venuto “da destra” da noi è venuto “da sinistra”” (Basaglia, 2000).

3 http://www.youtube.com/watch?v=oA0vyuNQU6Y

4 E’ esattamente tale senso pratico (Bourdieu 2005) che avvicina Castel a Bourdieu di cui fu collaboratore e che, ne lo Psicanalismo, ne guida l’accusa, pur con il rispetto dovuto ad un’opera di cui riconosce il valore, a l’AntiEdipo che negli stessi anni stava diventando il simbolo della critica alla psicanalisi paradossalmente amplificandone gli effetti e il campo d’azione. L’AntiEdipo, egli sostiene, oltre a problematizzare esclusivamente il nucleo del discorso teorico del dispositivo analitico e della sua matrice, ne costituisce una “revisione interna”, intraanalitica, i cui effetti si tradurrebbero, praticamente, in un allargamento della “fascinazione analitica”. L’effetto pratico della psicanalisi non sarebbe ridimensionato bensì ampliato dalla critica, tutta teorica de l’Antiepdipo, che ne amplierebbe lo spazio di azione. La schizoanalisi, in questa prospettiva più che mettere in discussione il dispositivo analitico, consentirebbe un’inflazione analitica, un allargamento dei suoi poteri, liberati in fine dalle ristrette e superate maglie delle teorie edipiche in cui erano state rinchiuse dagli psicanalisti classici senza però modificare i suoi effetti sociali reali valutati secondo criteri ad essa esterni, non analitici.

5 Attribuiamo qui a “istituzione della psicanalisi” un duplice significato. In primo  luogo come sostantivo derivato dal verbo “istituire” ovvero il movimento che permette alla psicanalisi di nascere, affermarsi e fondarsi come sapere entro lo spazio clinico per poter essere diffuso all’esterno di questo. In secondo luogo come organizzazione e corpo sociale disciplinato da regole, norme, consuetudini, ruoli, strutture di potere, rappresentato principalmente dalle società analitica e dal suo dispositivo formativo attraverso cui i cittadini, attraverso processi di apprendimento e introiezione, vengono socializzati.

6 Castel delinea i due prerequisiti sociopolitici e storici entro cui tale neutralizzazione. Li identifica in 1) condizioni di endogamia sociale (in cui i due interlocutori condividono, in un doppio conformismo, l’insieme dei valori dominanti) e 2) condizioni di pacificazione sociale ovvero quelle circostanze in cui la sicurezza di base dei destini sociali consente un’analisi dei destini individuali diversamente da quanto accade in contesti caratterizzati da una forma più brutale ed esplicita di violenza indirizzata verso particolari fasce di cittadini in virtù della loro appartenenza politica, sociale, come testimoniano la vita e le opere di Benasayag o di Martin-Barò. Un altro contesto sociostorico che ha dimostrato la rilevanza e l’ineludibiltà della dimensione politica per la psicanalisi è la Seconda Guerra Mondiale.

7 L’analogia con il panettiere evoca immediatamente Adam Smith, in La ricchezza delle nazioni: “non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del panettiere che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo”.

8 “L’uomo con il magnetofono” è Jean-Jacques Abrahams che torna, dopo tre anni dall’interruzione da lui voluta, dallo psicanalista con fu per quindici anni in cura durante i quali era stato accusato ripetutamente dallo psicanalista di essere “pericoloso perché misconosce la realtà” . Abrahams decide di portare con sé un magnetofono dichiarando la propria intenzione di registrare la seduta e porre sotto esame il suo analista. “Che cos’è la realtà?” gli domanda Abrahams. Il dott. Van Nypelseer inizialmente si oppone alla richiesta affermando che la seduta non sarà svolta in presenza del magnetofono con cui però di fatto, Abrhams, stava già registrando. L’analista invece di entrare nel merito delle questioni poste da Abrahams si limiterà ad additare il suo comportamento come violento perché impone, contro la sua volontà, uno strumento di registrazione. Sartre commenta l’accaduto ricostruendo i rapporti di potere entro cui possono essere letti i fatti: l’analista dall’alto dell’autorevolezza che gli viene dalla mancata reciprocità della relazione terapeutica, dal fatto di essere un dottore sano e non un paziente malato “decide da solo, sovranamente, di quel che è il reale”.

9 Lo Psicanalismo è “un libro radicale perché, per la prima volta, la psicanalisi viene specificata solo all’interno del potere psichiatrico” scrive Foucault nelle note alla lezione del 7 novembre 1973.

10 Una grande parte dell’inflazione dello schema medico a cui si riferisce Castel, oggi si accompagna all’”inflazione diagnostica” (Frances 2013), alla sovradiagnosi, al  sovratrattamento, e ai fenomeni di “disease mongering”, la creazione di nuove “patologie” al fine di aumentare il bacino di trattabilità.

11 Ad esempio, riconoscere nell’istruzione un fattore determinante per la salute degli individui è cosa ben diversa dalla presa in carico psicologica all’interno del contesto scolastico delle persone che l’attraversano. Azioni psicologiche sugli individui, nel contesto scolastico, e azioni strutturali su questo e sul sistema scolastico presentano differenti implicazioni. Analogamente, la proposta di pratiche di mindfullness per la riduzione dello stress nei luoghi di lavoro si accompagna a numerosi e pericolosi, seppur remunerativamente  vantaggiosi, effetti. Alcuni di questi sarebbero riconducibili alla neutralizzazione di analisi e azioni sulle strutture oggettive dei luoghi di lavoro che producono sofferenza della popolazione in favore di un’azione psicologizzante, individualizzante e soggettivizzante sulla sofferenza prodotta.

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Global Health Watch 5

Da oltre dieci anni, il Global Health Watch (GHW) rappresenta la più autorevole fonte per le analisi relative alla salute globale. Questa nuova edizione, la quinta, affronta le sfide davanti a cui sono posti i governi e i professionisti e le professioniste che operano oggi nel campo della salute. Come afferma il BMJ (2018), nell’editoriale pubblicato il 2 Marzo, la nuova edizione rappresenta una risorsa critica e avvincente per le analisi relative alla salute globale e un utile promemoria per l’imperativo di un cambiamento sociale radicale.

Pur offrendo il libro un’analisi molto ampia, questa edizione si focalizza principalmente su due aree: i recenti Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG)  e la rapida transizione della governance globale per la salute da processo guidato dalle forze nazionali a processo che promuove le influenze delle fondazioni private, società di consulenza e società private.

Scritto in maniera collaborativa e partecipata da accademici e attivisti e attiviste di tutto il mondo, attinge i propri contenuti da una grande varietà di movimenti sociali, istituti di ricerca e gruppi della società civile, trattando alcuni dei problemi più cogenti nell’ambito della salute in tutto mondo, dal riaffiorare delle malattie epidemiche come Ebola alla crisi nell’OMS, ai mutamenti climatici e alla “guerra relativa ai farmaci” medicine. In quest’ottica l’analisi rigorosa viene combinata a suggerimenti e indicazioni pratiche. Il Global Health Watch offre informazioni e analisi inserite in una visione del mondo e di società umana che è più giusta, più uguale e umana.

Come nel caso delle edizioni precedenti il contenuto del Global Health Watch 5 è diviso in cinque sezioni interrelate.

La sezione sul ‘L’architettura politica ed economica Globale’ propone correlazioni causali tra decisioni e scelte che hanno un impatto sulla salute e le attuali relazioni di potere globali e di governance globale. Nel suo endorsement del libro, Michael Moore, Presidente della World Federation of Public Health Associations, scrive”: [Il GHW] offre una valutazione coraggiosa e seria”.

La sezione ‘Sistemi sanitari: Problemi attuali e controversie’ offre un quadro sui dibattiti contemporanei sui sistemi sanitari in diverse parti del mondo, al fine di fare tesoro di tali lezioni e proporre azioni concrete.” [Il GHW] Affronta la complessità crescente dei problemi che incidono sulla salute della popolazione. Focalizza la propria attenzione sull’impatto distruttivo del potere dell’industria e su alcuni effetti nocivi del progresso tecnologico e scientifico” afferma Nila Heredia Miranda, il primo Ministro di Salute della  Bolivia e Direttore Esecutivo della Andean Health Organisation.

La terza sezione, ‘Al di là dell’Assistenza Sanitaria’, esamina numerosi determinanti strutturali e sociali di salute. Nancy Krieger, della Harvard T.H. Chan School of Public Health commenta:” [Il GHW] Coniuga una visione critica e solidale insieme alla promessa di percorsi collettivi nella direzione di una salute equa per tutte le persone del mondo. Il GHW5 rende vividi i legami tra giustizia sociale e salute pubblica.”

La sezione ‘Watching’ fornisce un’analisi critica dei processi globali e delle istituzioni che hanno un impatto significativo sulla salute globale.

La sezione finale mette in primo piano storie di azione e resistenza da differenti parti del mondo. Paulo Buss, Direttore FIOCRUZ Center per la Salute Globale sostiene il Global Health Watch 5 definendolo “Una fonte costante di informazioni critiche e di analisi sulla salute in tutto il mondo. Terrificante per ricercatori, insegnanti, studenti ed attivisti di salute. L’edizione attuale aiuterà la lotta per il cambiamento delle condizioni sociali, economiche ed ambientali.”

Il Global Health Watch 5 è stato coordinato dal (PHM) People’s Health Movement (PHM), Asociacion Latino-americana de Medicina Social (ALAMES), Health Poverty Action, Medico International, Third World Network (TWN) and Medact.

Lo Sportello TiAscolto ha collaborato alla stesura del paragrafo “Impegno della comunità nella lotta per la salute in Italia”.

INDICE DEL VOLUME

INTRODUZIONE

SEZIONE A: L’architettura politica ed economica globale

A1: Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) nell’età del Neoliberalismo
A2: ‘Non lasciamo nessuno indietro’. Gli SDGs rappresentano il modo con cui procedere?
A3: Progressi e Sconfitte verso un singolo Sistema di Salute Pubblico in America Latina
A4: Radici strutturali della migrazione

SEZIONE B: Sistemi sanitari: Problemi attuali e controversie

B1: Universal Health Coverage e copertura di salute universale: una protezione esclusivamente finanziaria?
B2: Rivitalizzare il controllo della comunità nella medicina di base e nelle cure primarie
B3: Il Sistema Sanitario negli Stati Uniti: comprendere il sistema medicina-industria
B4: Contestualizzare la lotta degli operatori della salute in Sud Africa
B5: Il ‘Nuovo’ l’ospedale di Karolinska: Come le Partneship Pubblico Privato (PPP) minanoi Servizi Pubblici
B6: Accesso ai Sistemi Sanitari per i Migranti in UE
B7:Informalizzazione e occupazione nei Servizi di Salute Pubblica in Asia del Sud

SEZIONE C: Al di là dell’Assistenza Sanitaria

C1: Cambiamenti climatici, degrado ambientale e salute: confrontarsi con le realtà
C2: Approccio di genere alla salute e ai diritti riproduttivi e sessuali
C3: Riforme sanitarie in Cile: la scarsità di progressi nella salute e nei diritti delle donne e della riproduzione
C4: Accordi commerciali e salute dei lavoratori
C5: Salute pubblica nel settore estrattivo nell’Africa orientale e meridionale
C6: La guerra dei farmaci: dall’applicazione della legge alla salute pubblica

SEZIONE D: Watching

D1: Si parla di soldi all’Organizzazione Mondiale della Sanità
D2: Fondazioni filantropiche private: cosa significano per la salute globale?
D3: Società di consulenza gestionale in salute globale
D4: GAVI e Fondo globale: strutture di Governance privata e supervisione pubblica nei Partenariati Pubblico-Privato
D5: Trattati di investimento: mantenere i governi a riscatto
D6: Concettualizzare la salute come un problema di sicurezza
D7: Politiche sui dati, informazione e conoscenza
D8: Accesso e condivisione dei benefici: il quadro di preparazione all’influenza pandemica
D9: Programmi di igiene totale al costo della dignità umana

SEZIONE E: Resistenza, Azioni e Cambiamenti

E1: I movimenti sociali difendono le riforme di salute progressiva in El Salvador
E2: Contestazioni inerenti la gestione della grave malnutrizione in India
E3: Persone che vivono con l’HIV in India: la lotta per l’accessibilità
E4: Impegno della comunità nella lotta per la salute in Italia

E’ possibile ordinare il documento scritto in inglese e pubblicato il 15 Dicembre qui

Mentre è possibile scaricare gratuitamente tutti i contenuti del volume precedente che abbiamo avuto l’onore di poter presentare a Torino qui

BMJ 2018;360:k956 doi: https://doi.org/10.1136/bmj.k956

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Psicopolitica

Psicopolitica (Benedetto Saraceno, 2019)

Nel volume “Psicopolitica. Città salute migrazioni” l’autore fornisce un’istantanea del momento storico attuale che è in prima battuta sconfortante. Viviamo tempi di profonda recessione non solo dal punto di vista economico; a vacillare oggi sono i diritti e i valori di giustizia, di tolleranza. Abbiamo rinunciato alla solidarietà, viviamo in un contesto che produce vulnerabilità soprattutto dal punto di vista sociale e psicologico; la sofferenza attuale è una sofferenza “urbana”, collettiva, alla quale però rispondiamo con misure sempre più de-soggettivanti, negando la collettività della vulnerabilità stessa.

Di fronte a questo scenario la tentazione è di voltare le spalle e lasciare che tutto continui ad accadere o meglio, a decadere. Eppure in “Psicopolitica” Saraceno mostra come delle risposte siano possibili e attuabili.

La risposta che possiamo dare è una risposta prima di tutto locale; occorre oggi concentrarsi su un contesto ridotto in termini di dimensione, ma estenderlo in termini di profondità. Il locale deve divenire nostro “laboratorio permanente”, luogo in cui si lavora con e per i singoli in modo diretto, consapevoli del fatto che ciò presuppone una rinuncia alla generalizzabilità e alla visibilità mediatica.

Per fare tutto ciò è necessario innanzitutto prendere distanza dalle certezze, allontanarci da ciò che è prudente; solo così possiamo riconnetterci con la possibilità della ricerca. Dovremmo infine riconsiderare il nostro modo di guardare a speranza e utopia, termini a cui da tempo abbiamo rinunciato; esse non appartengono ai sognatori, agli immaturi, noi possiamo e anzi dobbiamo riappropriarci del diritto di sperare.

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Noi siamo un dialogo

Noi siamo un dialogo (Giovanni Stanghellini, 2017)

La domanda a cui questo libro tenta di dare una risposta è ambiziosa e imponente: “Che cosa significa esseri umani?”. E’ una domanda che riguarda tutti, pazienti, operatori, ma non solo, ci riguarda in quanto abitanti di questo mondo. La risposta che ci dà l’autore è semplice e disarmante allo stesso tempo: esseri umani significa essere in dialogo, con se stessi e con l’Altro, che è in noi e fuori da noi.

E da questa definizione, allora, possiamo rivalutare tutte le nostre idee e convinzioni su cosa sia la patologia mentale e su cosa sia e in cosa consista la sua cura. Con una delicatezza estrema, Stanghellini ci accompagna nei meandri più profondi dell’esistenza umana, ci rivela la fragilità e la vulnerabilità che ci accompagna nel delicato processo di incontro con l’Altro e gli esiti dolorosi di questo mancato incontro. La patologia mentale è l’esito di una crisi del proprio dialogo con l’alterità, esito che assume diverse forme e declinazioni ma che può essere compreso se osservato in questa prospettiva. I sintomi, invece che segni di un cervello rotto o malfunzionante o geneticamente malato, sono i tentativi estremi messi in atto dalla persona per affrontare l’incontro/scontro con l’alterità.

Quello che l’autore propone è un modo nuovo di pensare alla diagnosi, alla malattia; è un invito a riconoscere e accogliere la vulnerabilità insita nell’essere umano. Questo non può che significare anche un modo altro di pensare alla cura e di ridefinire la professione dello psicologo/psicoterapeuta: la cura è il tentativo di ristabilire questo dialogo con l’alterità e passa, prima di tutto, dal riconoscimento dell’Altro come simile ma diverso da me. Comprendere l’esperienza dell’Altro ci conduce in un viaggio nel mondo dell’Altro, nei suoi significati, nei suoi valori, nei suoi modi di con-tatto. I sintomi dei pazienti ci spianano la strada a comprendere il loro modo di essere nel mondo per infine accorgerci che la cura, in quanto dialogo, non ha bisogno di un giudice che decreti un vincitore, una prospettiva dominante, un dialogo più vero; perché la verità è il dialogo, è la relazione.

Curare non è trovare la verità su qualcuno, ma trovare la verità con qualcuno.

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Nemesi medica

Nemesi medica. L’espropriazione della Salute (Ivan Illich, 1976)

I sistemi di cura producono sempre salute ? “Nemesi Medica. L’espropriazione della salute” mette in luce la paradossale nocività di un sistema medico che non conosce limiti. Illich analizza nel dettaglio tale nocività, manifestazione di quella che egli chiama “controproduttività specifica” che si verifica “tutte le volte che un’istituzione toglie alla società quelle cose che l’istituzione era destinata a fornire”. In questo caso salute.

La medicina rischia di (l’autore è meno cauto su questa possibilità) produrre malattia. Illich analizza i costi, medici, culturali e sociali, di tale nocività (la iatrogenesi). Pensiamo ad esempio, al giorno d’oggi, i danni sulla salute prodotti dalle emissioni derivanti dal sistema sanitario, o quelli legati alle collateralità di molti farmaci, o di prestazioni o procedure diagnostiche inappropriate, i danni derivanti dalla delega della cura ad un professionista, o alle concezione di vita, morte, dolore, malattia, sofferenza, efficienza, introdotte dai progressi della medicina e della scienza, alla medicalizzazione della società, a fenomeni come il disease mongering.

Tutti i discorsi di Illich sono sostenuti da una mole di documentazione bibliografica che tuttavia non appesantisce una lettura dal carattere fortemente umanista le cui considerazioni sono portate avanti, con altrettanto rigore appassionato, da moltissimi ricercatori e attivisti. Illich conclude, dopo una serrata analisi critica volta a demitizzare l’istituzione medica che considera un’epidemia sostenuta dalla presunzione (hubris) di chi cerca di acquistare gli attributi di Dio ricevendo in cambio la vendetta divina (nemesi), sostiene che l’unica via per riappropriarsi della salute consista nel prendere consapevolezza dei limiti della medicina.

Lo stesso può dirsi, mutatis mutandis, con la psicologia. Non sempre “più psicologia”, “psicologia per tutti” è un bene. Spesso rischiamo di dimenticarcelo.