“Ciò che lega le pratiche mutualistiche alla salute mentale di individui e comunità sembra risiedere nel campo dei rapporti di reciproca cittadinanza“.
A partire dalla metà dell’800, nei mutanti assetti sociali della società industriale, le pratiche mutualistiche permisero alle comunità sopratutto locali di trovare e fornire risposte concrete ai nuovi bisogni sociali e di salute emersi a partire dal cambiamento delle condizioni di vita di molti lavoratori. Questo corpo variegato di pratiche, a partire dai valori di reciprocità, uguaglianza e solidarietà, ha alimentato il capitale sociale di alcune comunità e la percezione di un supporto da parte dei cittadini nei casi di difficoltà e di fiducia nei confronti del tessuto sociale. In assenza di istituzioni pubbliche a tutela della salute della popolazione, l’autorganizzazione delle comunità attraverso lo scambio di risorse e capacità, si rivelò spesso efficace nella risposta ai bisogni di individui e famiglie ma non altrettanto, per via della pressante vigilanza governativa, nel dare vita a rivendicazioni politiche volte modificare gli assetti sociali da cui tali bisogni, strutturalmente, emergevano. Alcune delle funzioni sociosanitarie assolte dalle Società di Mutuo Soccorso, proliferate dalla loro istituzione nel 1886, furono assorbite dalla nascita del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978 che ne superò molti dei limiti in favore di un sistema di cure e protezione sociale finanziato dalla fiscalità generale, teso all’omogeneità su tutto il territorio statale e, almeno nelle intenzioni, universalistico.
Simultaneamente, la cosiddetta “Legge Basaglia”, esito finale di processo di partecipazione e rivendicazione collettiva di istanze etiche, sociopolitiche e propriamente sanitarie, riconobbe, attraverso l’apertura degli ospedali psichiatrici, il pieno diritto di cittadinanza di chi viveva condizioni di disagio mentale alimentato da condizioni di marginalità ed esclusione sociale dentro e fuori le istituzioni sanitarie, prima ma soprattutto dopo averne varcato la soglia. Da allora il dogma neoliberista spinge globalmente verso un graduale smantellamento della sanità pubblica in una direzione opposta a quella che, a partire dal dopoguerra, era stata indicata dall’espansione delle politiche di welfare (anche laddove vigeva un modello sanitario assicurativo) per sottrarre, ambiti come educazione e salute dalle forze deteriori del mercato. È all’interno di questo processo che è possibile comprendere il continuo depotenziamento della meno remunerativa medicina territoriale, di comunità, nella comunità.
A bilanciare tale spinta, nel 1978, l’assistenza sanitaria di base, territoriale, fu identificata, dall’omonima Conferenza Internazionale ad Alma Ata, sia come strategia organizzativa nei diversi sistemi sanitari che come strategia che avrebbe dovuto permearli[1]: equità nella salute, accesso universale ad un’assistenza centrata sulla persona attraverso interventi di carattere preventivo, partecipazione della comunità e dei diversi settori socioeconomici continuano a rappresentare i principali fini, mezzi e principi. E’ proprio a partire da tali principi che, nel 2014, il 7 aprile (giornata mondiale della salute) viene ribattezzato dalla Rete Europea contro la commercializzazione e la privatizzazione della salute e dal Movimento per la Salute dei Popoli (PHM) “giornata europea contro la commercializzazione e privatizzazione della salute” creando i presupposti per una mobilitazione che, ogni anno in occasione della giornata, ribadisca la centralità di servizi sanitari universalistici basati, a forte base territoriale e solidaristici. In Italia, in occasione del G7 dei ministri della salute del 2017, la mobilitazione collettiva porta alla creazione della “Campagna Dico32! – Salute per tutte e tutti” con l’obiettivo di attivare e coordinare iniziative per il 7 aprile ogni anno sul territorio italiano e creare un movimento d’opinione e azione in grado di riportare la salute al centro dell’agenda politica, sanitaria e non, e le persone alla mobilitazione sul campo politico della salute (vedi: Diffondere la solidarietà non il virus).
A Torino, la campagna Dico32 porta alla costituzione dell’Assemblea7Aprile, composta da cittadini e realtà collettive che operano nel settore sanitario, dentro e fuori dal SSN, attive nella lotta per il diritto alla salute e la giustizia sociale. Il 13 dicembre 2019 l’Assemblea organizza un incontro pubblico “Salute Mentale e Mutualismo-discorsi e pratiche di comunità che curano”. Le realtà invitate (Ambulatorio Popolare dell’EX OPG “Je so’pazzo” di Napoli, Associazione “Insieme a Noi” di Modena e Sportello Ti Ascolto a Torino, Milano, Bolzano, Lecce) sono state chiamate, a partire dai relativi percorsi mutualistici a indicare un legame tra questi e l’impatto sulla salute mentale della popolazione. L’analisi degli interventi permette di delineare alcuni temi trasversali che sono da intendersi come contributo allo sviluppo di 1) pratiche che, facendo propri i principi costituitivi del mutualismo storico, possano risultare efficaci nella tutela del diritto alla salute mentale all’interno degli attuali assetti sociali 2) elementi teorici capaci di fornire cornici di senso comune entro cui tali pratiche possano operare.
Il rapporto con il SSN
Tutte le esperienza mutualistiche hanno individuato nella tutela del Servizio Sanitario Nazionale un elemento cruciale che, pur nelle diverse declinazioni operative, non può essere eluso da attori sociali impegnati nella promozione della salute mentale nella popolazione. E’ stata sottolineata l’importanza di una distinzione, a livello sia teorico che pratico, della funzione politica del SSN dalle forme reali, spesso con alto rischio iatrogeno, attraverso cui questa si realizza nel suo manifestarsi.
Contesti e interventi
L’analisi delle pratiche permette di delineare una definizione delle condizioni necessarie perché possa essere attribuito un valore “mutualistico”. Tali condizioni andrebbero ricercate nella diversa funzione sociale del contesto “organizzativo” più che nell’intervento in sé (l’atto clinico): medesimi interventi possono assumere, al variare delle “organizzazioni” in cui sono situati, che li ospitano e rendono possibili, diversi gradi di mutualismo. Lo stesso contesto organizzativo può conferire o sottrarre valore mutualistico ad interventi che in contesti differenti ne sarebbero privi o dotati. Possiamo valutare il valore mutalistico del contesto organizzativo sopratutto in considerazione di:
- gli effetti che l’insieme delle sue pratiche, cliniche ed extracliniche (sociale, culturale, politico, dal livello locale a quello globale), ha sul campo sociale, nella struttura societaria con particolare attenzione alla promozione dell’equità, della salute mentale di tutta la popolazione e sopratutto delle fasce più svantaggiate;
- la struttura e il funzionamento del contesto organizzativo, inteso non solo come corpo sociale ma anche come contesto di vita e lavoro per i cittadini che lo attraversano.
Queste analisi possono essere integrate da considerazioni relative a tipologia e modalità degli interventi che sono stato definiti tanto più mutualistici quanto più 1)situati in prossimità e in rete con le risorse dei reali contesti di vita entro cui i cittadini della comunità nascono, crescono, lavorano, costruiscono famiglia, invecchiano e muoiono; 2) comprensivi, anche a livello individuale, del peso che i determinanti sociali esercitano sulla salute mentale; 3)capaci di modulare, nei propri dispositivi, le variabili implicate nella stratificazione sociale, nella ineguale distribuzione di risorse, opportunità, salute, malattia e accesso alle cure.
Rapporti di potere e partecipazione
Tutte le esperienze hanno identificato nella partecipazione un elemento di continuità con le pratiche di mutualismo storico e nella maggior/minor permeabilità dei confini delle pratiche mutualistiche una delle principali reciproche differenze. È stata intesa come:
- Partecipazione politica: la comunità che si prende cura della collettività.
- Partecipazione e autorganizzazione: il gruppo che si cura di sé, l’autodeterminazione dei sistemi autorganizzati attraverso processi decisionali che garantiscano a tutte e tutti spazi di libertà e responsabilità, garantendo ambienti di vita e lavoro in grado di promuovere i prerequisiti di una buona salute mentale.
- Partecipazione clinica: l’inclusione dei destinatari degli interventi nelle scelte riguardanti il proprio percorso di cura, nella valutazione e modulazione della programmazione degli interventi.
La partecipazione è legata alla salute mentale dei soggetti, individuali e collettivi, che la praticano, ne sono esclusi e ne sono destinatari e costituisce un indicatore dello stato di salute dell’organizzazione. Conduce a e deriva da un superamento del principio di delega ed espropriazione della salute verso una riappropriazione, in ambito clinico, dei percorsi di cura e, più generalmente, del senso di controllo ed empowerment nell’interazione con il mondo circostante inteso sia come contesto organizzativo (rapporto individuo-organizzazione) sia il macrocontesto (rapporto organizzazione-contesto sociale).
Ciò che lega le pratiche mutualistiche alla salute mentale di individui e comunità sembra risiedere nel campo dei rapporti di reciproca cittadinanza. Se “salute mentale”, a livello individuale, indica anche la possibilità di ciascun cittadino di contribuire alla vita sociale (il ché può anche essere l’opposto di un suo mero adattamento) le pratiche mutualistiche sembrano costituirne un ingrediente essenziale. Promuovono il benessere nella comunità per chi è vettore e destinatario degli interventi facilitando partecipazione, capitale sociale e supporto, tutti ingredienti, a livello sia individuale che ecologico, fondamentali per la salute fisica e mentale. Inoltre, di per sé rappresenta un elemento per la valutazione dello stato di salute delle comunità e la sua capacità di questa di produrre pratiche che promuovano e distribuiscano salute e benessere.
La malattia mentale nell’individuo passa sullo sfondo attraverso il mutuo riconoscimento del valore preventivo e curativo dei rapporti di cittadinanza per la salute mentale di tutti e tutte, di cui tutte e tutti siamo, almeno in minima parte, ogni giorno, in ogni ambito, responsabili.
Matteo Bessone, Sportello TiAscolto
Bibliografia
- Maciocco G (a cura di). Cure primarie e servizi territoriali. Carocci Editore, 2019
L’articolo è stato pubblicato sul sito Salute Internazionale.
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https://sportellotiascolto.it/2020/04/01/7aprile2020salutepertuttietutte/
In un recente articolo uscito sulla rubrica “Giù dal lettino” sul Sole 24 ore a cura di Vittorio
Lingiardi, egli commenta, accogliendola con entusiasmo, una lettera pubblicata su una delle più
autorevoli riviste scientifiche, il Lancet, titolata “Psychoanalysis in mass non-adherence to medical
advice”.
Gli autori della lettera lanciano un appello affinché la psicanalisi possa essere utilizzata laddove
l’incapacità politica di Trump ha dimostrato il proprio fallimento nella gestione dell’epidemia di
Coronavirus, in particolare rispetto a uno dei principali fenomeni sociali che, all’interno e
trasversalmente a molti paesi Occidentali, desta non poche preoccupazioni per la salute e l’ordine
pubblico in governi e cittadini: il cosiddetto “negazionismo”.
Ben prima del manifestarsi del negazionismo, saperi e pratiche di ogni tempo e luogo hanno corso il perenne il rischio di essere assoggettati o assoggettarsi all’ideologia dominante, oggi, come ricorda tra tanti Agamben, rappresentata dalla scienza o, più accuratamente, dalla sua deriva scientista.
Non è nuovo che le pratiche di cura possano essere messe al servizio del mantenimento di ordine e
controllo sociale e che gli intellettuali, come ricorda Basaglia, possano giocare un fondamentale
ruolo culturale in questo processo. Tale rischio, evidente alla luce della storia della psichiatria, concerne oggi in egual misura seppur più sottilmente la psicanalisi e le psicoterapie. Lingiardi sembra caldeggiare questa strada proponendo un utilizzo di una psicanalisi che viene definita “anti-negazionista”, una psicanalisi che possa curare, nel corpo sociale, gli effetti causati dalla scelleratezza e incompetenza politica di Trump o, ancor peggio, fornire un rimedio nostrano all’ondata di quel fenomeno che, lungi dall’essere compreso, viene liquidato come “negazionista”.
Ecco che la psicoanalisi disvela la sua natura propriamente politica attraverso ciò che Lingiardi
definisce “il potenziale trasformativo che la psicoanalisi può esprimere non solo come terapia
individuale, ma come forza di cambiamento sociale”: in questo caso, favorire l’adesione (forse
acritica) ai consigli medici.
Nessun accenno alle disuguaglianze sociali o alle condizioni di precarietà e miseria materiale,
sociale ed esistenziale su cui il “negazionismo” trova il proprio terreno fertile, a problemi legat
all’istruzione, ad alcuna misura esplicitamente politica, nessuna riflessione sulla capacità di dialogo
della comunità scientifica con la comunità civile.
L’obiettivo della psicanalisi sembra diventare, amplificando la polarizzazione che caratterizza questi tempi, correggere i comportamenti devianti migliorando “l’adesione ai consigli medici”, curare l’eresia della nuova fede scientista. Non può che saltare all’occhio il termine “disciplina” con cui Lingiardi si riferisce alla psicanalisi che, all’interno di un “dialogo” e una “relazione” che qualcuno definirebbe ortopedici, non mirerebbe, in fin dei conti, che a disciplinare il corpo sociale.
Chissà quanto la formazione in psichiatria non abbia contribuito a questa urgenza di promuovere
un’”adesione ai consigli medici” spesso disattesi dai moltissimi pazienti “poco complianti”?
Ma oltre a questa forse banale realtà su cui tutti, in quanto cittadini, siamo chiamati a riflettere ciò
che stupisce è un errore epistemologico che non ci sembra all’altezza della fama dello stimato
intellettuale: si tratta della sovrapposizione tra il fenomeno del “negazionismo” e quello del
“diniego”. Lingiardi sembra implicitamente suggerire e presupporre che la psicanalisi possa
esprimersi come “forza di cambiamento sociale” in contrasto al “negazionismo”, agendo su larga
scala attraverso il trattamento del “diniego”.
La fallacia epistemologica del discorso, ereditata in parte dalla lettera al Lancet, può essere compresa a pieno mettendo tra parentesi l’oggetto verso cui il soggetto, individuale o collettivo, starebbe agendo diniego o potrebbe essere definito negazionista. I due concetti si riferiscono a campi differenti: “Negazionismo” è un’etichetta utilizzata per descrivere un fenomeno sociale; “Diniego” è un’etichetta utilizzata per descrivere un fenomeno intrapsichico. Nel medesimo errore sembra essere caduta, qualche giorno fa, durante il programma di Di Martedì la biologa Barbara Gallavotti: il “negazionismo” potrebbe essere spiegato attraverso un malfunzionamento di alcune aree del cervello, in particolare quelle deputate all’elaborazione del “pensiero razionale” simile al malfunzionamento che colpisce chi soffre di demenza. Non più fenomeni mentali ma biologici, seppur sempre individuali. Certamente i due livelli interagiscono, ma si è destinati a sicuro fallimento analizzando o cercando di trasformare un fenomeno sociale ricorrendo a strumenti concettuali e operativi che si riferiscono al livello individuale e viceversa.
Il “negazionismo” non può essere ridotto ad un diniego generalizzato nelle menti isolate degli
individui, né il motivo per cui un soggetto può essere detto negazionista si esaurisce nel sudiniego. L’equivalenza tra “diniego” e “negazionismo” costituisce una semplificazione e distorsione
della realtà ed in particolare tutti quegli aspetti che possono essere conosciuti e trasformati solo ed
esclusivamente attraverso categorie e azioni non individuali ma collettive.
Certamente qualche amante dell’intrapsichico potrebbe affermare che, a livello individuale, una
persona che aderisce al negazionismo o si riconosce in quel movimento altro non fa se non ritrovare in esso una giustificazione e un rinforzo di una propria tendenza di base al diniego di una realtà difficile da tollerare. A questo amante dell’intrapsichico rispondiamo che una spiegazione del genere, a livello teorico, potrebbe essere valida e utile solo ed esclusivamente per quello specifico individuo indipendentemente dal fatto che possa essere definito negazionista o il suo contrario. Per quello specifico individuo (e non per “un individuo generico”) il diniego può giocare un ruolo ma, pur rimanendo all’interno della dimensione individuale, ridurre per quella singola persona la spiegazione del suo essere “negazionista” (ammesso che egli si riconosca in tale etichetta) ad un meccanismo intrapsichico non è efficace né appropriato.
Piuttosto, si potrebbe ipotizzare a monte una tendenza collettiva a una cultura che nega la malattia e la morte, che caratterizza il nostro corpo sociale nel suo complesso; ma tale ipotesi rimane da verificare sia nella sua veridicità che nella sua importanza per il fenomeno in questione.
In mancanza di prove, suggerire la presenza di una quota maggiore di “dinieganti” tra i “negazionisti” piuttosto che tra i loro oppositori, non può che legittimare quel coro di voci che
additano psicanalisi e psicoterapia per la povertà delle loro basi scientifiche oltre che ostacolare il
cammino verso una corretta comprensione del “negazionismo”, alla convivenza con il quale siamo
tutti forzati. Dispositivi teorici e pratici validi per fenomeni individuali possono essere inservibili per fenomeni sociali anche se, per chi si occupa delle cura degli individui, è possibile che essi rappresentino i più disponibili, ancor più all’interno di una cultura in cui l’individualità rappresenta la causa prima e il fine ultimo.
Da parte nostra, crediamo invece che una risposta al fenomeno del “negazionismo” debba passare
attraverso una comprensione delle variegate dinamiche collettive che esso esprime e dei bisogni
sociali di cui esso si fa portatore, seppure in una forma talvolta controintuitiva e potenzialmente
dannosa. La svalutazione intellettuale o la normalizzazione medica di quello che rappresenta a tutti gli effetti un fenomeno popolare, al contrario, non possono che alimentare la forza dei populismi e di certe destre dalle tendenze autoritarie che da anni si nutrono del malcontento di una popolazione da troppo tempo guardata dall’alto in basso da quello che, una volta, era il mondo progressista.
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Lo Psicanalismo, psicanalisi e potere
La pandemia ci rende incerti sul presente e sul prossimo futuro, sotto tanti punti di vista: a livello sanitario, psicologico, economico; ma anche rispetto alla tenuta del tessuto sociale della nostra comunità, rispetto al rapporto tra le generazioni. E’ emerso in maniera ormai chiara come i più giovani, bambin* e adolescenti, siano stati tra i grandi dimenticati/esclusi dai vari decreti: amputati, lo scorso febbraio in maniera improvvisa e nelle ultime settimane in modo lento ma inesorabile, dei loro contesti di socializzazione, gioco e apprendimento. Eppure, sebbene minorenni, o a maggior ragione in quanto tali, sono portatori di diritti specifici: è responsabilità degli adulti farsene carico e garantirne la tutela.
In questo momento storico più che mai, è importante averli in mente e dare spazio alle loro voci, ai loro bisogni di cura e di crescita.

Siamo lieti di invitarvi all’evento online “Conversazioni su infanzia e adolescenza al tempo del Covid” , che verrà trasmesso in diretta sulla pagina Facebook del collettivo di ascolto e supporto psicologico telefonico Brigata Basaglia, il giorno lunedì 23 novembre dalle ore 20.30 alle ore 22.30.
Vi aspettiamo numerosi!

“La sofferenza vissuta dai bambini maltrattati resta imprigionata nel corpo e nell’anima dei pazienti con gravi disturbi di personalità [. . . ] quelli che curiamo, anche quando curiamo pazienti adulti, sono, alla fine, i bambini feriti che ancora piangono dentro di loro”
L. Cancrini (2012)
Il presente articolo è frutto di un lavoro presentato e collettivamente discusso insieme ad alcune realtà cittadine coinvolte, durante uno degli incontri di autoformazione che si é svolto presso lo Sportello TiAscolto! a Settembre 2020.
Le riflessioni sul concetto di trasmissione intergenerazionale del disturbo ipotizzato da Cancrini, vengono qui proposte non tanto per le specifica analisi dei funzionamenti di personalità che l’autore compie ma piuttosto, in linea con i valori del nostro servizio, con il fine di riflettere sulla responsabilità (anche politica) che l’autore riconduce ai professionisti che operano nel campo della salute mentale, i quali sono chiamati a lavorare non solo su un piano individuale e intrapsichico, ma anche in termini di intervento sul contesto, ove può avere origine la sofferenza.
Dare valore al contesto significa infatti riconoscere la responsabilità che riveste la comunità nel proteggere, prevenire, o al contrario rendere vulnerabile l’ambiente in cui si fa esperienza e si cresce. Riportare nel rapporto con l’ambiente di vita, ai suoi rischi e alle sue capacità protettive, i processi responsabili dell’insorgenza del sintomo ha fondamentali ricadute sul nostro modo di interpretare e intervenire anche da un punto di vista clinico.
La cornice teorica entro cui si muove il presente contributo è quella sistemico-relazionale, nello specifico quella sviluppata dal Centro Studi di Terapia Familiare, Sistemica e Relazionale di Roma, in cui viene posta particolare attenzione al rapporto dialettico tra livello macrosociale e livello microsociale e alle influenze esercitate dal contesto socio-culturale più allargato sulla famiglia e sui suoi membri.
Nonostante il puntuale rimando a specifiche categorie diagnostiche, è importante tenere a mente che ciò di cui ci stiamo occupando ha a che fare con la natura complessa dell’essere umano, pertanto la semplificazione a volte necessaria ad un’analisi più puntuale non vuole in alcun modo coincidere con la rigidità in cui a volte nella nostra professione si rischia di scivolare. Il presupposto è che le forme della sofferenza non coincidano sempre e in modo automatico con le categorie diagnostiche che vorrebbero racchiuderle, descriverle e curarle e che, allo stesso modo, il rischio si presenta nel tentativo di categorizzare forme d’infanzia spostando la diagnosi dall’individuo isolato dal contesto alla tipologia di storia entro cui ha potuto svilupparsi.
Il risultato del processo di analisi di Cancrini, basato sull’osservazione del lavoro in campo clinico, porta l’autore a ipotizzare l’esistenza di una radice interpersonale e non genetica della trasmissione intergenerazionale dei disturbi di personalità, confermando dunque una corrispondenza fra contesto di vita sfavorevole e sviluppo del sintomo; le dinamiche interpersonali legate ai comportamenti sintomatici di coloro che presentano un disturbo di personalità, sono caratterizzate infatti da una riproposizione con i propri figli di situazioni simili a quelle vissute dagli stessi nel corso della propria infanzia (Cancrini, De Gregorio 2019). La riproposizione di tali situazioni è tanto più probabile nelle società più disuguali laddove anche i contesti di vita e i posizionamenti all’interno della scala sociale con i relativi vincoli e opportunità e l’influenza che giocano sulla qualità delle relazioni, vengono trasmessi di generazione in generazione (la cosiddetta trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze).
La teorizzazione viene proposta a partire da due campi di osservazione: il primo legato agli studi di Lorna Smith Benjamin sulla ricostruzione dell’infanzia di coloro che di questi disturbi soffrono, il secondo campo è invece quello dell’osservazione diretta delle infanzie infelici di bambini inseriti presso il Centro di Aiuto al Bambino Maltrattato e Famiglia e presso la Domus de Luna di Roma.
La tesi sviluppata a partire da questi campi di osservazione è quella secondo cui l’essere stati esposti in età precoce a situazioni traumatiche significative e ripetute aumenterebbe la probabilità di sviluppare un disturbo grave di personalità. La natura specifica del disturbo che si struttura a partire da questa infanzia infelice, dipenderà molto dal tipo di circostanza in cui il bambino si è trovato a vivere (ibid.).
Di seguito verrà presentata brevemente un’analisi di quattro disturbi di personalità in cui il maltrattamento è evidente (borderline, antisociale, paranoide e schizotipico), e di altri due tipi di disturbo in cui il maltrattamento non è fisicamente visibile ma agito su un piano prettamente psicologico (istrionico e narcisistico) presentando le caratteristiche di corrispondenza tra ognuna di queste infanzie e il funzionamento di personalità ad esse correlate.
La maggior parte dei genitori ritenuti maltrattanti o inadeguati sono persone che hanno avuto, a loro volta, genitori inadatti e carenzianti. Di conseguenza il bambino che vive una situazione drammatica all’interno del proprio nucleo familiare non è in questi casi l’oggetto principale delle attenzioni dei suoi genitori ma rischia di diventare lo schermo delle emozioni proiettate su di lui da adulti sofferenti. Infatti le dinamiche interpersonali attivate dai comportamenti sintomatici più comuni delle persone a cui viene diagnosticato un disturbo di personalità tendono a creare per i loro figli situazioni che ripetono quelle vissute nel corso della loro infanzia (L. Smith Benjamin 1999).
Il bambino con un’infanzia borderline vive in un ambiente familiare caotico, caratterizzato da scontro e violenza di cui il bambino è spettatore ma in cui a volte è anche chiamato ad intervenire. Le esperienze di abbandono tipiche di questa infanzia sono tuttavia intervallate da momenti di autentica cura affettuosa: il bambino, per quanto in modo discontinuo, è stato infatti oggetto di amore, motivo per cui egli si troverà probabilmente a vivere un conflitto di lealtà quando e se farà esperienza di una relazione positiva con una figura alternativa (Cancrini 2012).
Questa discontinuità affettiva e il conflitto di lealtà sono ciò che rischia di determinare successivamente lo strutturarsi di un movimento duplice di avvicinamento e ricerca dell’altro, da un lato, ed espressione di rabbia e aggressività, dall’altro. I bambini che vivono questo tipo di esperienza infatti, creano con facilità il legame che appare fin da subito come molto forte, turbato tuttavia da una profonda paura dell’abbandono. Ciò appare ancora più evidente in età adulta, fase in cui le relazioni sentimentali di questo tipo di personalità appaiono intense e insieme accompagnate dal sentimento di non essere pienamente accolti a cui possono seguire comportamenti autolesivi nella convinzione, basata su esperienze passate, che lo star male solleciti la cura e la vicinanza da parte dell’altro. I figli che nascono in questo tipo di relazioni sono spesso destinati a rivivere le stesse esperienze tipiche dell’infanzia borderline (Cancrini, De Gregorio 2019).
Diverso è l’ambiente in cui si trova a crescere un bambino con infanzia antisociale, un contesto in cui il figlio viene sia ignorato che attaccato dalle figure di riferimento che vivono in un contesto tipicamente multiproblematico, costituito da violenza, difficoltà economiche e sociali ecc., un ambiente che non crea le condizioni per potersi prendere cura adeguatamente del figlio, il quale risulta chiaramente trascurato. A momenti in cui il bambino non viene visto e viene invitato a “togliersi di mezzo”, se ne alternano altri di segno opposto in cui viene sottoposto ad un controllo severo, coercitivo e umiliante senza tuttavia coerenza e ragione. La trascuratezza in cui si sono trovati a vivere questi bambini così come i loro genitori li rende poco attaccati al loro passato. Tuttavia l’inserimento in contesti diversi appare critico poiché, non abituati a cura e affetto, essi assumono fin da subito un atteggiamento di sfida. Ciò di cui necessitano questo tipo di infanzie è una fermezza affettuosa. Visto l’alto grado di deprivazione di cui hanno fatto esperienza, la condizione di questi bambini può migliorare solo nella misura in cui l’intervento avviene prima di tutto in modo massiccio sul piano del contesto familiare, in cui devono essere necessariamente tutelati.
Le relazioni che queste persone riescono a stabilire sono tendenzialmente strumentali: l’altro viene vissuto infatti come qualcuno da cui ottenere vantaggi, essi tendono perciò a controllarlo e dirigerlo.
I figli non vengono spesso nemmeno riconosciuti e quando i padri di questi compaiono è probabile sia per chiedere qualcosa; l’esito positivo o negativo di colui/colei che si trova a crescere in tale circostanza dipende in larga misura dalle risorse personali e di contesto su cui può fare affidamento la madre. I margini di ripresa di questi bambini possono infatti migliorare nella misura in cui ci si attiva per offrire loro protezione e adeguato sostegno psicoterapeutico (ibid.).
L’infanzia paranoidea è caratterizzata da un ambiente controllante, sadico creato da una figura di riferimento che trasmette al figlio un’ostilità applicata tuttavia in modo “virtuoso”. Al bambino viene trasmessa l’idea che se è cattivo merita una punizione, solitamente fisica, di cui non deve far parola fuori dalla famiglia; egli impara perciò presto a stare lontano per evitare le botte e ad obbedire agli ordini, senza ricevere tuttavia mai riconoscimento per il suo comportamento. Al contrario egli viene spesso confrontato in modo pesante e umiliante ad altri ritenuti migliori di lui.
È evidente come questi bambini crescano in un clima di terrore e percepiscano quindi il mondo come ostile e minaccioso, tanto che tendono a rifiutare anche situazioni accoglienti poiché percepite come pericolose. La famiglia viene percepita come unico luogo protetto, perciò è molto faticoso in campo terapeutico ed educativo, il lavoro di costruzione di un clima di fiducia. Risulta difficile per queste persone stabilire dei rapporti di coppia, tendono a vivere molto in solitudine e a desiderare l’altro da lontano; quando tuttavia si stabilisce una relazione questa è solitamente caratterizzata da gelosia e spesso il/la compagno/a vive con altrettante difficoltà le relazioni e il rapporto con sè. Il bambino che nasce in questo ambiente può ritrovarsi a vivere, a sua volta, un’infanzia paranoidea, costituita da un clima educativo rigido e sadico (Cancrini 2012).
A caratterizzare quella che Cancrini definisce infanzia schizotipica è un comportamento genitoriale in cui il bambino viene punito e biasimato se prova a muoversi verso una direzione di autonomia, nonostante i genitori siano scarsamente sintonizzati sui bisogni del figlio e risultino poco presenti. Spesso infatti il bambino può subire abusi fisici e psicologici, le figure di riferimento possono essere intrusive, obbligando il piccolo a svolgere compiti che non gli spettano e proibendogli l’allontanamento da casa, luogo in cui lui soffre e si isola. Ne risulta lo strutturarsi di un vissuto di impossibilità di svincolo fisico ed emotivo da questi genitori che sorvegliano e a cui si può sfuggire solo rifugiandosi in una dimensione fantastica.
Crescendo, le relazioni di coppia sono poco frequenti, anche perché spesso queste persone non sono mai riuscite a separarsi dalla famiglia di origine. Nei casi in cui ciò è possibile, la qualità dello sviluppo dei figli dipenderà molto dalla gestione della situazione da parte del coniuge (Cancrini, De Gregorio 2019).
Le infanzie narcisiste e quelle istrioniche si differenziano da quelle trattate fino ad ora per la presenza di un maltrattamento più sottile (ma non meno doloroso) giocato principalmente su un piano psicologico. Nel primo caso il genitore (o entrambi) manifestano un’adorazione per una dote del figlio, tanto da assumere un atteggiamento di apparente sottomissione, non accompagnata tuttavia da un riconoscimento dei reali bisogni e dei desideri del/la bambino/a. Ciò attiva in lui/lei la consapevolezza che sia la sua capacità di aderire alle aspettative genitoriali ad assicurargli quell’interesse da parte loro; a questo vissuto si accompagna necessariamente il timore che ammirazione e deferenza possano venire a mancare in qualsiasi momento e a queste possano subentrare rabbia e delusione se egli non risponde alle loro aspettative; percependo ciò, questi bambini eviteranno in ogni modo di far trasparire difficoltà, soffocando emozioni e sofferenze. Vi è infatti un’impossibilità sostanziale di ricevere affetto e vicinanza in momenti di difficoltà e ciò non gli rende possibile far esperienza di empatia, limite che poi da adulto egli stesso evidenzierà, rischiando di diventare, sostanzialmente inaccessibile a relazioni empatiche. Il funzionamento di tipo narcisistico , tra quelli che vengono classificati come disturbi di personalità, è ritenuto tra i “vincenti”. Tuttavia, l’eventuale caduta delle difese apre uno spazio dominato da una profonda disperazione e da aggressività auto ed etero distruttiva. Le relazioni affettive ricordano in qualche modo quelle del funzionamento di tipo antisociale. Diverso è il caso in cui si diventa genitori: questo può infatti essere vissuto come occasione per identificarsi con il figlio e con i suoi talenti sopperendo così all’angoscia delle proprie sconfitte (ibid.).
Nell’infanzia istrionica il/la bambino/a impara presto che per farsi amare dal genitore dell’altro sesso può utilizzare o l’aspetto esteriore (specie per le bambine) o la propria salute cagionevole, che si esprime attraverso un marcato bisogno d’aiuto (specie nei bambini). Il risultato è quello di un “triangolo edipico” in cui il genitore dello stesso sesso viene posizionato perifericamente; inoltre, il ruolo di bambina gradevole e quello di bambino fragile diventano con il tempo rigidi e dunque obbligati, tanto che l’immagine che si ha di loro è quella di bambini “con un limite”. Nonostante ciò il sintomo tende a mantenersi poiché assicura la cura e l’attenzione da parte dell’altro portando però a scontrarsi con le difficoltà legate ad esso in fase adolescenziale e adulta: consapevole del fatto che ciò che mostra è un’immagine costruita di sé, la personalità istrionica percepisce infatti che la sua situazione è precaria, e che dietro il personaggio abita un vuoto.
Le relazioni instaurate dalle persone che possono essere fatte rientrare in questo tipo di personalità sono abitualmente instabili, caratterizzate da bisogno di controllo, che mantengono mediante l’utilizzo del sintomo. Il/la figlio/a che cresce in questo ambiente impara presto che non si può essere amati per ciò che si è, pertanto ricercherà attenzione mediante l’esibizione di sé (ibid.).
Dal punto di vista delle politiche di cura e di prevenzione, queste osservazioni cliniche hanno delle ricadute fondamentali e non trascurabili. La cura dovrebbe infatti essere sviluppata principalmente su almeno due dimensioni: quella dell’intervento sul contesto, finalizzato al suo cambiamento, e quella dell’ascolto terapeutico, lavoro che può essere fondamentale quando ci si interfaccia con esperienze di infanzia infelice; l’elaborazione dei traumi può infatti proteggere dal rischio di sviluppare i cosiddetti disturbi di personalità. Intervenire in questo senso significa prevenire la sua trasmissione alle generazioni successive; per questo lavorare con le famiglie di origine o tenendo queste nella mente, dovrebbe essere necessità primaria in contesti che si occupano di tali situazioni di disagio. L’intervento terapeutico, quando il soggetto è ancora in età infantile, può infatti spezzare la catena intergenerazionale della trasmissione del comportamento maltrattante o del sintomo (Cancrini 2019). Tuttavia anche un intervento sul nucleo familiare può rilevarsi inefficace o insufficiente se le famiglie non vengono messe nelle condizioni di potersi prendere cura di sé e sono immerse e circondate da contesti malsani o stressanti o poveri di opportunità.
Intervenire sul contesto, oltre a lavorare con le famiglie aiutandole a svolgere in modo più adeguato le proprie funzioni genitoriali, significa lavorare insieme a loro per mettere a fuoco quali sono quei fattori che ne limitano le libertà. Intervenire sul contesto significa posizionare l’intervento al di fuori dei setting clinici per provare a modificare quelle condizioni, sociali, economiche, culturali, che influenzano negativamente sulle modalità relazionali e sulle capacità di accudimento. Intervenire sul contesto è impossibile se questo non avviene nel contesto della famiglia di riferimento avvicinando il luogo della cura ai contesti di vita significativi: scuola, oratori, piazze, centri di aggregazione, ambienti informali, rappresentano i luoghi privilegiati per far emergere e attivare percorsi che promuovano la salute dei più piccoli e delle loro famiglie.
Intervenire in questo ambito significa riconoscere l’importanza fondamentale delle risorse e dei limiti che circondano e in cui sono immersi le famiglie nei loro contesti di vita. E’ curioso constatare che sia proprio nei quartieri più deprivati che spesso manchi quella fitta rete di risorse che permettono di fare autentica prevenzione fornendo un supporto informale alle famiglie e ai bambini.
Troppo spesso, è difficile, come professionisti, muoversi (p)e(r) attivare le risorse presenti nell’ambiente di riferimento. Senza dubbio una risposta psicologica può costituire una risorsa efficace ma sicuramente non deve né può rappresentare l’unica, la sola o quella privilegiata.
Per garantire interventi integrati, è fondamentale un lavoro di rete tra tutte le istituzioni e le realtà coinvolte non solo nella presa in carico ma anche nella cura e nel benessere dei cittadini, grandi e piccoli.
A domande complesse non possiamo permetterci di fornire risposte parziali e frammentate.
Bibliografia
- Cancrini L. (2012) La cura delle infanzie infelici. Viaggio nell’origine dell’oceano borderline. Milano, Raffaello Cortina Editore.
- Cancrini L. (2019) Sul potenziamento della Rete Regionale dei Servizi dedicati agli abusi sui minori. Rivista di Ecologia della Mente, 2019; 42 (1) pp.1-2
- Cancrini L., De Gregorio F.R. La trasmissione intergenerazionale dei disturbi di personalità: dalle infanzie infelici ai disturbi delle relazioni di coppia e della parentalità. Rivista di Ecologia della Mente, 2019; 42 (1) pp. 42-67
- Smith Benjamin L. (1999) Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità. Roma, Las.
Siamo lieti di comunicare che la nostra Associazione “TiAscolto APS” risulta da quest’anno nella lista dei beneficiari del 5×1000, ovvero dalla dichiarazione dei redditi 2020 per i redditi 2019, che scade il 30 Novembre.
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Grazie!
Ma, cos’è la salute mentale?
Ognun* gli attribuisce un significato diverso anche sulla base delle difficoltà sperimentate nella propria vita.
Eppure condividere la difficoltà permette di non sentirsi soli. Permette di far parte di quella comunità che cura gli altri e che si prende cura di noi.
Non siamo alla ricerca di definizioni o analisi di cui i nostri testi e manuali già abbondano. Siamo interessati alle esperienze reali, a quelle definizioni soggettive e uniche, degne di massimi considerazione e rispetto. In occasione della giornata mondiale per la salute mentale, abbiamo voluto realizzare un piccolo video da diffondere sul web con il contributo di tutt* coloro che hanno avuto voglia di dare voce (e corpo) a pensieri, emozioni ed esperienze e di condividerle con noi in una giornata così importante.
Grazie di cuore a tutte le voci e i volti che hanno partecipato col loro video, rendendosi protagonisti attivi di questa comunità che ci appartiene.
Alzate il volume e buona visione!
Psicopolitica (Benedetto Saraceno, 2019)
Nel volume “Psicopolitica. Città salute migrazioni” l’autore fornisce un’istantanea del momento storico attuale che è in prima battuta sconfortante. Viviamo tempi di profonda recessione non solo dal punto di vista economico; a vacillare oggi sono i diritti e i valori di giustizia, di tolleranza. Abbiamo rinunciato alla solidarietà, viviamo in un contesto che produce vulnerabilità soprattutto dal punto di vista sociale e psicologico; la sofferenza attuale è una sofferenza “urbana”, collettiva, alla quale però rispondiamo con misure sempre più de-soggettivanti, negando la collettività della vulnerabilità stessa.
Di fronte a questo scenario la tentazione è di voltare le spalle e lasciare che tutto continui ad accadere o meglio, a decadere. Eppure in “Psicopolitica” Saraceno mostra come delle risposte siano possibili e attuabili.
La risposta che possiamo dare è una risposta prima di tutto locale; occorre oggi concentrarsi su un contesto ridotto in termini di dimensione, ma estenderlo in termini di profondità. Il locale deve divenire nostro “laboratorio permanente”, luogo in cui si lavora con e per i singoli in modo diretto, consapevoli del fatto che ciò presuppone una rinuncia alla generalizzabilità e alla visibilità mediatica.
Per fare tutto ciò è necessario innanzitutto prendere distanza dalle certezze, allontanarci da ciò che è prudente; solo così possiamo riconnetterci con la possibilità della ricerca. Dovremmo infine riconsiderare il nostro modo di guardare a speranza e utopia, termini a cui da tempo abbiamo rinunciato; esse non appartengono ai sognatori, agli immaturi, noi possiamo e anzi dobbiamo riappropriarci del diritto di sperare.
Noi siamo un dialogo (Giovanni Stanghellini, 2017)
La domanda a cui questo libro tenta di dare una risposta è ambiziosa e imponente: “Che cosa significa esseri umani?”. E’ una domanda che riguarda tutti, pazienti, operatori, ma non solo, ci riguarda in quanto abitanti di questo mondo. La risposta che ci dà l’autore è semplice e disarmante allo stesso tempo: esseri umani significa essere in dialogo, con se stessi e con l’Altro, che è in noi e fuori da noi.
E da questa definizione, allora, possiamo rivalutare tutte le nostre idee e convinzioni su cosa sia la patologia mentale e su cosa sia e in cosa consista la sua cura. Con una delicatezza estrema, Stanghellini ci accompagna nei meandri più profondi dell’esistenza umana, ci rivela la fragilità e la vulnerabilità che ci accompagna nel delicato processo di incontro con l’Altro e gli esiti dolorosi di questo mancato incontro. La patologia mentale è l’esito di una crisi del proprio dialogo con l’alterità, esito che assume diverse forme e declinazioni ma che può essere compreso se osservato in questa prospettiva. I sintomi, invece che segni di un cervello rotto o malfunzionante o geneticamente malato, sono i tentativi estremi messi in atto dalla persona per affrontare l’incontro/scontro con l’alterità.
Quello che l’autore propone è un modo nuovo di pensare alla diagnosi, alla malattia; è un invito a riconoscere e accogliere la vulnerabilità insita nell’essere umano. Questo non può che significare anche un modo altro di pensare alla cura e di ridefinire la professione dello psicologo/psicoterapeuta: la cura è il tentativo di ristabilire questo dialogo con l’alterità e passa, prima di tutto, dal riconoscimento dell’Altro come simile ma diverso da me. Comprendere l’esperienza dell’Altro ci conduce in un viaggio nel mondo dell’Altro, nei suoi significati, nei suoi valori, nei suoi modi di con-tatto. I sintomi dei pazienti ci spianano la strada a comprendere il loro modo di essere nel mondo per infine accorgerci che la cura, in quanto dialogo, non ha bisogno di un giudice che decreti un vincitore, una prospettiva dominante, un dialogo più vero; perché la verità è il dialogo, è la relazione.
Curare non è trovare la verità su qualcuno, ma trovare la verità con qualcuno.
Nemesi medica. L’espropriazione della Salute (Ivan Illich, 1976)
I sistemi di cura producono sempre salute ? “Nemesi Medica. L’espropriazione della salute” mette in luce la paradossale nocività di un sistema medico che non conosce limiti. Illich analizza nel dettaglio tale nocività, manifestazione di quella che egli chiama “controproduttività specifica” che si verifica “tutte le volte che un’istituzione toglie alla società quelle cose che l’istituzione era destinata a fornire”. In questo caso salute.
La medicina rischia di (l’autore è meno cauto su questa possibilità) produrre malattia. Illich analizza i costi, medici, culturali e sociali, di tale nocività (la iatrogenesi). Pensiamo ad esempio, al giorno d’oggi, i danni sulla salute prodotti dalle emissioni derivanti dal sistema sanitario, o quelli legati alle collateralità di molti farmaci, o di prestazioni o procedure diagnostiche inappropriate, i danni derivanti dalla delega della cura ad un professionista, o alle concezione di vita, morte, dolore, malattia, sofferenza, efficienza, introdotte dai progressi della medicina e della scienza, alla medicalizzazione della società, a fenomeni come il disease mongering.
Tutti i discorsi di Illich sono sostenuti da una mole di documentazione bibliografica che tuttavia non appesantisce una lettura dal carattere fortemente umanista le cui considerazioni sono portate avanti, con altrettanto rigore appassionato, da moltissimi ricercatori e attivisti. Illich conclude, dopo una serrata analisi critica volta a demitizzare l’istituzione medica che considera un’epidemia sostenuta dalla presunzione (hubris) di chi cerca di acquistare gli attributi di Dio ricevendo in cambio la vendetta divina (nemesi), sostiene che l’unica via per riappropriarsi della salute consista nel prendere consapevolezza dei limiti della medicina.
Lo stesso può dirsi, mutatis mutandis, con la psicologia. Non sempre “più psicologia”, “psicologia per tutti” è un bene. Spesso rischiamo di dimenticarcelo.

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