
Come era già stato anticipato qualche settimana fa, abbiamo pensato a gruppi di parola gratuiti per accompagnare e sostenere le persone nelle difficoltà derivate dal fronteggiare la pandemia: ansia, angosce di contagio e di malattia, isolamento, impoverimento sociale ed economico, lutti. L’attuale emergenza sanitaria e i conseguenti lockdown sono stati e sono ancora un’inedita e intensa fonte di fatica per tutti e tutte: i temi sollevati dalla pandemia investono la comunità tutta e quindi riguardano ognuno di noi; sono aspetti che viviamo quotidianamente, ogni giorno, e che ognuno vive e sente dentro di sé. É per questo che abbiamo immaginato un percorso di gruppo – forma comunitaria attraverso cui l’uomo ha da sempre affrontato i problemi collettivi – dove poter parlare di come viviamo le nostre giornate e di come “ci” viviamo.
Ebbene, ci siamo: a partire da mercoledì 24 febbraio il gruppo si ritroverà settimanalmente per 8 incontri, dalle 18.30 alle 19.45, per aprire uno spazio di confronto e condivisione sulle ripercussioni emotive e relazionali della pandemia e dell’attuale stato di cose. Ogni incontro sarà condotto da due dei nostri psicoterapeuti e finalizzato all’approfondimento di un particolare aspetto del tema più generale.
Gruppi online, per ora: perché vorremmo provare ad utilizzare la tecnologia non per abbreviare processi o per incrementare la produttività, ma per tornare ad incontrarci. Oggi più che mai, separati e guardinghi, abbiamo forse bisogno di luoghi, seppur virtuali, nei quali condividere e ascoltare, riflettere su ciò che ci accade anche “dentro” e da lì provare a immaginare un futuro possibile.
“L’ascolto. La chiave per vincere l’isolamento”
Condividiamo con piacere l’intervista alle colleghe di #Bolzano, uscita il 13 febbraio su Alto Adige nell’inserto Monitor. Si parla di salute psicologica e del nostro servizio. Trovate anche alcune info sulle prossime conferenze organizzate in collaborazione con il CLS-Consorzio Lavoratori Studenti![]()
di Matteo Lancini, Fabio Madeddu
Ed.: Cortina, 2014
Matteo Lancini, psicologo psicoterapeuta, e Fabio Madeddu, psichiatra psicanalista, portano una serie di riflessioni che si contestualizzano nell’incontro quotidiano – dell’esperienza clinica e della formazione – con giovani adulti in condizione di malessere: persone tra i venti e i trent’anni impegnati in quel percorso che gli autori chiamano “terza nascita”, successiva alla nascita adolescenziale, e che evoca il processo di realizzazione del Sé sociale, uno dei compiti evolutivi più importanti nel sostenere la costruzione, la definizione e il rinnovamento profondo dell’identità della persona. Tale “terza nascita”, essi affermano, richiede di essere analizzata e studiata a partire dal contesto affettivo, relazionale e sociale in cui avviene.
Nel presente volume – attraverso il racconto di casi clinici che danno voce a una pluralità di fatiche esistenziali e di progettualità in impasse – quella del giovane adulto viene tratteggiata come una sorta di paradigma dell’attualità, fatta di incertezze e precarietà lavorative, affettive, identitarie, oltre che di sospensioni, attese e timori per il presente e il futuro.
Quello che è interessante sottolineare qui, al di là della specificità clinica di tali situazioni, che pure permane come interrogativo dal quale prende avvio la riflessione, è la necessità – ben evidenziata dagli autori stessi – di allargare il campo di osservazione ai livelli sociologico e politico. La complessità e le peculiarità di tale condizione dell’essere al mondo, quanto mai attuale nella società contemporanea, non possono essere comprese attraverso lenti che pongano unicamente il focus su conflitti irrisolti legati a tematiche adolescenziali, o su dinamiche familiari fissatesi a precedenti fasi del ciclo di vita. Il termine stesso “giovane adulto” appare una contraddizione di termini, che contiene una valutazione sociale spesso spregiativa, tendente a evidenziarne gli aspetti di incapacità, impotenza e mancanza rispetto ad una ipotetica maturità ideale: basti ricordare l’utilizzo, negli ultimi decenni, di svariati e ben poco gratificanti appellativi, come ad esempio quello di “bamboccioni”. Particolarmente efficace, a tale proposito, ci sembra questa citazione diretta:
<< … in tempi di crisi, la mobilità sociale verticale (mito di tutte le società aperte liberali) si riduce drasticamente e , di fatto, le elite culturali, politiche ed economiche funzionano come classi sociali chiuse. […] l’esperienza del giovane adulto è quella di sentirsi vittima di un terribile inganno: il sistema sociale ha messo in mostra innumerevoli soluzioni immaginarie ma ha precluso, o molto ridotto, le possibilità concrete di autoaffermazione. E’ questa, forse, la ragione per la quale i giovani provano una comprensibile irritazione nei confronti di tutti coloro che sembrano accusarli di essere dei fannulloni o degli individui incapaci di rendersi autonomi perché troppo infantili o legati al cordone ombelicale materno. […] Ci pare poco dignitoso unirci alla teoria di coloro che sottolineano, nelle nuove generazioni, fragilità, debolezze, pigrizia, infantilismo, come se queste, e non gli errori decennali delle classi dirigenti, fossero la causa del loro malessere >>.
Gli autori ribadiscono che le soluzioni non possono essere rinvenute esclusivamente in spazi di ascolto e accompagnamento individuali, sul piano dell’intervento riparativo, ma <<le strategie preventive devono essere pensate soprattutto a livello di analisi sociale e di intervento politico>> (pag. 151).
di Hannah Arendt
ed.: Feltrinelli, 1° edizione italiana 1964
Hannah Arendt, filosofa e storica tedesca, in questo trattato analizza in maniera il più possibile oggettiva le varie fasi del processo a Eichmann, militare tedesco delle SS considerato uno dei principali responsabili delle deportazioni degli ebrei nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale, cercando anche di tracciarne un ritratto.
Durante la lettura ci si pone a diverse domande, che si è posta in prima persona la Arendt presidiando il processo e purtroppo non sempre le risposte date sono esaustive.
Per banalità del male cosa si intende? E’ la banalità con cui si affrontano situazioni, poiché ci si deresponsabilizza: si presenta una profonda inconsapevolezza nelle proprie azioni, perché non si ‘eseguono gli ordini’. Così si giustificò Eichmann.
Questa lettura è molto attuale, poiché Eichmann viene descritto nella sua normalità e ci si può riconoscere.
Come scrive l’autrice “il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme”. E nella società odierna ci si ritrova facilmente davanti a situazioni in cui il sentirsi parte di un gruppo ci deresponsabilizza e può portare ad azioni maligne.
Solo le parole della Arendt possono concludere questa recensione:
«La mia opinione è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né la profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare a radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”… solo il bene ha profondità e può essere integrale».
di Nadia Fina, Gabriella Mariotti
ed.: Mimesis, 2019
Le autrici si interrogano sul rapporto tra società e psicoanalisi, affermando fin dall’inizio del libro che non è più possibile, per paziente e terapeuta, tenere la realtà sociale fuori dalla stanza di terapia, pena l’attivazione di una ennesima “scissione”. Il terzo contestuale declina pertanto il sistema teorico-clinico della psicoanalisi e lo ritraduce attraverso le culture socio-politiche di appartenenza.
La società post-moderna è contraddistinta prioritariamente da una condizione di crisi permanente che ha sostituito il “tutto è possibile” di alcuni decenni fa con il “nulla è più possibile”. Con la caduta dell’euforia collettiva si affaccia ora una nuova difesa, una nuova forma di diniego che spesso si tinge di ideazione paranoidea: c’è un colpevole, ci deve essere, deve essere “altro da noi”, e va trovato, scacciato, annientato; nel frattempo, occorre trincerarsi dietro identità rigide che demarchino una volta per tutte le differenze tra “noi”, i buoni, e “loro”, i cattivi.
In questo senso viene intesa la parola “inciviltà”, come “mancanza del reciproco rispetto nei rapporti sociali della contemporaneità occidentale, sottolineando altresì la mancanza di rispetto per sé, per la propria mente, per il proprio mondo interno, dal momento che l’inciviltà, come la disumanizzazione sulla quale si fonda, colpisce tanto chi ne è l’oggetto, quanto il soggetto che la pratica”.
di Eugenio Borgna
ed.: Feltrinelli, 2013
In questo testo l’autore si confronta con la dignità, nel particolare contesto della cura, medica e psichiatrica, che tuttavia non è un contesto altro rispetto a quello della vita e della storia. La dignità è la dignità della persona, di ogni esistenza, così inviolabile che a nessuno può essere tolta, anche quando non è rispettata né tutelata, o viene ferita o lacerata. La dignità è la dignità della sofferenza, della malattia, che diviene un tema etico per coloro che operano nella cura: psichiatria, e medicina, hanno a che fare con tematiche non solo scientifiche, ma radicalmente umane, come la dimensione interiore del dolore, la soggettività e l’intersoggettività, la fragilità e il rispetto, la ricerca e la donazione di senso alla sofferenza.
Lo svolgimento del testo è un viaggio su diversi piani e linee tematiche, che ci accompagna nell’ombra e nella grazia attraverso i “laghi oscuri ed ignoti che ci allontanano dai nostri comuni paradigmi”.
Questo viaggio è possibile grazie all’esposizione teorica dei concetti, alle vignette cliniche ed alla contestualizzazione dei temi trattati nel contesto di riferimento. E soprattutto grazie al supporto della filosofia ed all’uso di poesie ed estratti letterari che aiutano il lettore a cogliere quelle forme di vita, quella dimensione dell’esistenza, che sfuggono continuamente ad ogni spiegazione, descrizione e conoscenza razionale.
L’autore non trascura, anzi si sofferma, sull’importanza delle parole, su dove, come e quando vengono dette o non dette. Sul dicibile e sull’indicibile, sul linguaggio delle parole e sul linguaggio del silenzio.
Molto preziosa l’ultima parte del lavoro – la dignità salvata – dove con delicatezza viene indicata una possibile via attraverso l’elogio della gentilezza, dell’attesa, della mitezza, della tenerezza, considerate forme di vita emozionali, disposizioni di animo che sono aperture verso l’altro, ma che nella società di oggi rischiano di venire accantonate, ritenute inutili, sorpassate(d’altronde non sono leve efficaci per ottenere consenso politico né per alimentare i consumi).
La lettura del testo ci porta a sospendere il tempo, ad abbassare il volume, interno ed esterno, e a metterci in ascolto ed entrare in contatto con quelle dimensioni dell’animo semplici, che ci riportano nei confini della nostra soggettività e al contempo dilatano la nostra interiorità. Quelle forme di vita interiori che gettano ponti per quella coesione sociale, quella solidarietà espressa attraverso parole, gesti ed atteggiamenti che rappresentano un presupposto umano ad ogni forma di cura di individui e comunità:
“Dovremmo essere uno dell’altro attento,
e gentili anche, finché ci resta un po’ di tempo”.
di Achille Mbembe
Ed. Meltemi 2018
“Non tutti i crimini producono oggetti sacri. Nella storia è capitato che alcuni crimini producessero solo infamia ed empietà [..] l’impossibilità di “fare comunità” e di ripercorrere le vie dell’umanità”.
È passato poco più di mezzo secolo, ci racconta Achille Mbembe, da quando la maggior parte dell’umanità viveva sotto il giogo coloniale. Da allora, le conseguenze in termini di complessità, ingiustizie e disugaglianze, ma anche di imprevedibili nuove forme di costruzione sociale, hanno subito sorti alterne nello sviluppo del pensiero storico, filosofico e politico: negazione, oblio, estremizzazione, glorificazione, nostalgia, senza mai riuscire a liberarsi del grande implicito di fondo, quello della razza.
Partendo da Fanon e Said, passando per Foucault, Derrida, Arendt, l’autore ci offre una bussola per orientarci nel moderno mondo post-coloniale, sostenendo l’imprescindibile necessità di avviare processi di decolonizzazione non solo nelle società colonizzate, ma anche in quelle colonizzatrici, per superare una concezione di umanità divisa secondo la strisciante e odiosa categoria della razza, oggi quanto mai riscoperta in un’Europa squassata dall’identitarismo.
Mbembe riprende il concetto di “necropolitica”, mutuato dalla biopolitica di Foucault e già espresso in un saggio precedente ad esso dedicato, per indicare quelle politiche che, in Occidente come nelle ex colonie, vengono inscritte sui corpi feriti e vilipesi dell’umanità assoggettata per costruire forme di potere basate su specifici rituali che contribuiscono a mantenere lo status quo.
Sostiene quindi la necessità di creare nuove forme di convivenza umana basate sul riconoscimento e la valorizzazione delle differenze, sull’accettazione e l’elaborazione della Storia condivisa, anche nei suoi episodi più turpi, rinunciando all’assoluzione come alla vendetta, secondo una matura presa di responsabilità.
Lo scopo è quello di arrivare ad una società universalistica, in cui ogni comunità trovi spazio in un fluido scambio di contaminazione con l’esterno, realizzando quello che Mbembe chiama “afropolitismo”, una società plurale e in continua trasformazione, basata su transito, circolazione e apertura al cambiamento, che si lascia trascinare dalle correnti spontanee delle culture. Del resto, “un’Europa ripiegata su se stessa non interessa a nessuno”.
di Elisabeth Ann Danto
Ed. Columbia University Press 2005
La storia è scritta dai vincitori e riprodotta secondo i canoni valoriali dominanti che selezionano gli elementi da riprodurre, quello che contraddice l’esistente, semplicemente viene oscurato, si perde nei meandri dell’irrilevanza.
E’ quello che impariamo dalla lettura di “Freud’s Free Clinics”. Il libro ripercorre l’evoluzione della psicanalisi in Europa nell’intervallo di tempo che intercorre tra le due Guerre Mondiali. La peculiarità è da ricercarsi nell’oggetto di analisi.
La Danto, assistente sociale americana, colloca la psicanalisi all’interno dello spirito politico e sociale dell’epoca e, viceversa, sottolinea quanto di questo spirito, animato da un fervente entusiasmo verso la costituzione delle politiche di welfare e comunitarie, fosse presente all’interno delle pratiche psicanalitiche all’epoca della loro diffusione.
Il testo sembra voler andare, ostinatamente e a volte ostentatamente, in direzione opposta alle molte narrazioni che addebitano la psicanalisi una parte delle responsabilità per il diffondersi di una concezione individualistica, individualizzante e psicologizzante dell’esperienza.
La psicanalisi, costituisce qui uno strumento di lotta sociale più che individuale, aperta questione attorno a cui si sviluppano molti dibattiti (si veda la critica di Castel per una posizione critica nei confronti della disciplina)
Ne emerge un ritratto dal fortissimo sapore politico e minuziosamente particolareggiato a partire dall’esperienza del Berlin Poliklinik anni dopo riprodotta nell’Ambulatorium di Vienna anche se l’autrice sceglie di far calare il sipario sulla narrazione proprio quando le medesime strutture vengono riconvertite con il supporto di alcuni noti psicanalisti a strumento dell’ideologia nazista.
Ma il vero valore aggiunto del libro è costituito dagli aspetti inediti relativi alle pratiche, sempre collettive, sia cliniche che propriamente politiche persi nei meandri della storia della tecnica e nel culto della personalità, oltre che sovrastati dalla trasmissione di aspetti teorici e clinici della psicanalisi. Sedute gratuite, negoziazione delle tariffe, tariffe variabili in base alle possibilità dei pazienti, redistribuzione delle tariffe tra gli operatori, educazione alla sessualità, supporto alle famiglie indigenti, tutti aspetti fondamentali, descritti con meticolosità dall’autrice la cui riscoperta getta una luce fondamentale per capire a fondo l’ethos e le pratiche, oggi dimenticate, entro e grazie a cui si è sviluppata la psicanalisi costituendone elementi essenziali.
Come sfondo di tutto il discorso dell’autrice, di cui va ammirato il lavoro di incredibile ricostruzione delle fonti storiche, e attraverso le voci dei molti protagonisti che animano il testo (tra i più presenti, oltre Freud, Simmel, Reich, Fromm, Otto Fenichel) emerge la consapevolezza, oggi in buona parte esaurita, del mandato politico del lavoro di cura e un costante, appassionato ed esplicito riferimento a marxismo e socialismo che oggi farebbe drizzare i capelli a qualunque psicologo o psicanalista ortodosso.
Lo Sportello TiAscolto Bolzano, in collaborazione con CLS – Consorzio Lavoratori Studenti, sarà presente alla conferenza online dal titolo “Gestire paura e ansia ai tempi del Covid: come prendersi cura del proprio benessere nell’emergenza”, il giorno giovedì 4 febbraio alle ore 17.30.
Per seguire la conferenza è necessario iscriversi qui.
Per tutte le altre informazioni vi invitiamo a visitare questa pagina!
𝙌𝙪𝙚𝙨𝙩𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙙𝙞 𝙎𝙜𝙪𝙖𝙧𝙙𝙞 – 𝙏𝙖𝙡𝙠 𝙥𝙧𝙚𝙨𝙚𝙣𝙩𝙖:
“A parte il Covid, Come stai?” è un dialogo che porrà l’accento sul tema della salute e della cura. Quali sono i confini del benessere? Molti sono ormai i segnali che evidenziano un malessere diffuso, specie nelle fasce giovanili d’età, rispetto all’isolamento ed alla solitudine imposte dalla sindemia. Quali sono le conseguenze ed alcune possibilità concrete di azione al riguardo? Ne parleremo con rappresentanti di:
𝗦𝗽𝗼𝗿𝘁𝗲𝗹𝗹𝗼 “𝗧𝗶 𝗔𝘀𝗰𝗼𝗹𝘁𝗼” 𝗕𝗼𝗹𝘇𝗮𝗻𝗼, 𝗧𝗮𝘃𝗼𝗹𝗼 𝗱𝗶 𝗤𝘂𝗮𝗿𝘁𝗶𝗲𝗿𝗲 – 𝗖𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗥𝗼𝘃𝗲𝗿𝗲𝘁𝗼 𝗲 𝗦𝗽𝗼𝗿𝘁𝗲𝗹𝗹𝗼 “𝗣𝗮𝗿𝗹𝗮 𝗖𝗵𝗲 𝗧𝗶 𝗣𝗮𝘀𝘀𝗮” 𝗥𝗼𝘃𝗲𝗿𝗲𝘁𝗼.
A moderare il dialogo: Jon Muccogllava
L’evento si terrà domani, 28 gennaio, dalle 18.00 alle 19.30, e verrà trasmesso in diretta Facebook. Invitiamo a consultare il seguente link per tutte le informazioni!
Questione di Sguardi Talk è un format di dialogo nato dalla collaborazione fra Punto d’Incontro La Vispa – OfficineVispa di Bolzano e Officine Comune di Rovereto con l’obiettivo di indagare e porre l’accento su alcuni aspetti della contemporaneità mettendo a confronto 𝗴𝗶𝗼𝘃𝗮𝗻𝗶, 𝗲𝘀𝗽𝗲𝗿𝘁𝗶 𝗲𝗱 𝗲𝘀𝗽𝗲𝗿𝘁𝗲 𝗲 𝗿𝗲𝗮𝗹𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗶𝘁𝗼𝗿𝗶𝗼.
“Un legittimo obiettivo della psicoterapia è quello di sostenere l’opposizione e la resistenza alla cultura dominante, fintanto che ciò appare coerente con l’agency che il paziente desidera esercitare”
Elliot L. Jurist
“Si può parlare di terapia solamente riferendosi alle classi medie e alte, perché queste classi posseggono i mezzi di produzione e con questi mezzi creano istituzioni in cui potersi riabilitare” [1]. Così Basaglia rispondeva ad una domanda relativa alla sofferenza mentale ed alla cura, ormai quarant’anni fa. Oggi possiamo osservare come la dimensione della cura “psi” sia estesa ad un pubblico vasto nella nostra società, dove è presente quasi in maniera pervasiva, e la psicoterapia, sulla carta, rappresenta un dispositivo di cura a cui potenzialmente può rivolgersi tutta la popolazione.
Da un lato ciò si accompagna al rischio di un’eccessiva psicologizzazione delle diverse dimensioni dell’esistenza, spostando su un livello di cura individualistica e intrapsichica la risposta a vuoti lasciati altrove dalla società contemporanea, che in questo modo non viene messa in discussione (si vedano ad esempio [2], [3], [4]).
Contestualmente però la maggior pervasività della psicologia nella società può permettere di riconoscere ad un numero maggiore di persone il diritto di “esprimere il dolore, cioè di esprimersi soggettivamente, perché esprimere una sofferenza esistenziale è esprimersi soggettivamente” [1]. La possibilità di esprimersi soggettivamente e di non soffrire le conseguenze del mettersi troppo in mostra, storicamente concessa solo agli individui che fanno parte della cultura dominante, può rappresentare un nuovo orizzonte per la psicologia: offrire davvero a tutti e tutte, grazie alle proprie pratiche, quella libertà di movimento nell’esprimere le proprie emozioni [5].
In questo senso la questione che solleviamo non è qui focalizzata sui mezzi a disposizione dei cittadini che possono loro permettere o rendere maggiormente difficile accedere alla cura, ovvero “entrare nella stanza”, quanto provare ad interrogare lo stesso dispositivo di cura con questa chiave di lettura (per un approfondimento sul tema dell’accessibilità e delle disuguaglianze sociali come determinanti della salute mentale si rimanda a [6]).
Tutti gli approcci di psicoterapia hanno, in modo esplicito o implicito, pretese di universalità (la psicoterapia in quanto scienza non può esimersi da questo). Tuttavia spesso le teorie che guidano l’intervento clinico non si soffermano su quale sia la visione della società e della natura umana, in termini valoriali, che sottostà al proprio approccio teorico, e di come questa incontri le diverse stratificazioni sociali in cui è situata oggi. Questo aspetto, che sia o meno oggetto di riflessione, inevitabilmente condiziona le teorie sull’eziopatogenesi e sulla tecnica terapeutica, da cui derivano le politiche relazionali che guidano la costruzione del setting psicoterapeutico ed ogni pratica clinica, con le implicazioni etiche e deontologiche che da esse, inevitabilmente, derivano [7].
In tal senso sebbene il dispositivo di cura sia rivolto prevalentemente all’individuo o a gruppi di individui, ogni atto clinico, a partire dalla costruzione del setting, rappresenta anche un atto politico che, in modo più o meno esplicito e consapevole, corrisponde ad una presa di posizione nei confronti della nostra società, inclusi quegli aspetti della nostra società che concorrono a generare sofferenza nelle persone, a fronte dei quali lo psicologo non può agire in modo neutro.
Dietro l’erogazione di psicoterapia vi è sempre la messa in atto di politiche, a partire dalla costruzione del “dove” avviene la cura, dagli aspetti concreti e relazionali del contenitore che determina e consente il processo terapeutico. Il setting veicola metamessaggi, in cui la coppia, e dunque il processo terapeutico stesso, è immerso: alla base di qualsiasi atto “scientifico” vi è sempre, prima di tutto, un giudizio etico e morale, sosteneva già Carl Rogers.
Oggi uno psicoterapeuta non può esercitare il proprio ruolo senza le riflessioni che derivano dalla consapevolezza della costruzione sociale dei ruoli nella cura, soprattutto quando il dispositivo di cura si basa sulla relazione, sull’incontro; ma anche, soprattutto, dalla costruzione sociale di cosa è salute, benessere e malattia [7].
Oggi uno psicoterapeuta non può non prendere in considerazione la propria posizione sociale in quanto elemento che condiziona ed influenza la comprensione dei pazienti con cui lavora, né minimizzare l’impatto di aspetti specifici e concreti legati in ottica intersezionale all’identità sociale come razza, genere, estrazione sociale [5] [8].
In altri termini il ruolo della cura, nel campo psicoterapico, richiede oggi un livello di complessità ulteriore, di cui non può che essere lo psicologo, in virtù del ruolo di cura che ricopre, ad assumersi pienamente la responsabilità: così come è responsabilità sua avere sempre un “terzo occhio” che osservi le dinamiche relazionali in atto con il paziente per garantire che la relazione resti funzionale al processo terapeutico, è altresì responsabilità del terapeuta ampliare tale sguardo per interrogarsi su come ciò che accade nell’incontro si collochi rispetto al mondo fuori dalla stanza.
La funzione protettiva del setting è a garanzia del fatto che ciò che avviene nell’incontro sia finalizzato primariamente al benessere del paziente (o cliente, o utente, a seconda del contesto e di come esso sia inteso dalle parti). Il ruolo del terapeuta, in tal senso, rimane quello di proteggere la relazione dai rischi di collusione con i meccanismi patogeni del paziente, ma altresì di proteggerla dai rischi di collusione con i meccanismi patogeni del sistema di cultura dominante, e dalle pressioni che questo esercita sul setting, sulla relazione terapeutica e sull’esito della terapia, oltre che sulla salute mentale dei cittadini.
Si pensi, a titolo esemplificativo, a quanto anche l’incontro terapeutico sia immerso e tenda a riproporre, in modo spesso implicito, alcuni “imperativi” del nostro tempo come l’autorealizzazione personale, l’autonomia e la libertà da ogni vincolo esterno, la capitalizzazione delle proprie potenzialità in senso produttivo ed economico per l’acquisizione di prestigio, (di cui oltretutto, per certi versi, lo psicoterapeuta incarna un buon modello, ancor di più se opera in regime privato). E a quanto spesso il non raggiungimento di tale mandato, quale che sia la causa e quale che sia l’identificazione del cittadino in questo modello di società, possa portare a quel vissuto di fallimento individuale, di esclusione, di dis-adattamento sociale che concorre a generare quella sofferenza che entra nelle stanze di terapia, dove viene validata, patologizzata e presa in carico [15].
La sfida, in quest’ottica, è tenere insieme la funzione clinica del setting, che consenta cioè il processo terapeutico, con la sua funzione politica, che riguarda l’incontro terapeutico qui, oggi. In entrambi i casi si potrebbe dire che il fine resta quello di non riconfermare, concretizzandoli, limiti (oggettivi e reali o fantasiosi e intrapsichici), che concorrono a generare sofferenza nella persona e ne ostacolano lo slancio spontaneo, creativo e vitale (che non significa impulsivo [9]) nella ricerca di alternative verso un miglior stato di benessere, come persona e come attore sociale. Tali limiti, ed i relativi vissuti, riguardano il singolo come individuo unico ed irripetibile ma anche come appartenente ad una determinata posizione sociale.
La possibilità di restituire potere al paziente negoziando e co-costruendo non solo il senso e gli obiettivi della dimensione di cura, ma anche alcuni elementi del setting (si veda per esempio la negoziazione della tariffa [10]) rendendone flessibili anche aspetti fortemente concreti e formali, rappresenta in tal senso una risposta del dispositivo potenzialmente portatrice di quella funzione sociale del terapeuta, che si appropria del proprio ruolo anche dal punto di vista storico e politico, e prende una posizione non neutra rispetto al mondo fuori dalla stanza.
Tale posizione è tuttavia rischiosa, in quanto richiede una messa in gioco del terapeuta come cittadino, oltre che come persona e professionista, e rappresenta il venir meno di quegli elementi tradizionali e stabili del setting che, di fatto, risultano anche a protezione del terapeuta stesso dal punto di vista professionale e personale. Tale posizione è altresì complessa, in quanto richiede al terapeuta di bilanciare la flessibilità e la personalizzazione del setting rispetto all’identità (sociale) del cittadino che si trova di fronte, considerando al contempo le implicazioni cliniche di tali aperture e delle scelte che ne derivano, per mantenere fermi i presupposti affinché non venga meno la funzione di supporto al processo terapeutico del setting, che è e resta il mandato principe dell’incontro.
Il tema della flessibilità del setting, o della sopra menzionate co-costruzione del setting con il futuro paziente, introduce un elemento di varianza che, sebbene contenga in sé il potenziale generativo del contenitore, porta ciascun terapeuta a mettere in discussione quanto appreso tradizionalmente sul setting, e far propria individualmente la responsabilità di esplorare diverse modalità di stare con il paziente e disegnare volta per volta i confini del campo di terapia, sempre supportato da una teoria, clinica ma anche umanistica, che ne guidi la strategia.
Tale flessibilità assume significati diversi, dentro e fuori dalla stanza, in momenti diversi dell’incontro. In fase iniziale un setting flessibile può permettere di agire su quelle caratteristiche che rendano maggiormente inclusivo il dispositivo, impegnandosi al contempo a mantenere stabili le prassi condivise al fine di rendere riconoscibile e funzionale l’incontro rispetto alla domanda. Questi stessi confini, inizialmente necessari per rispondere alla funzione di contenitore per una relazione in fase di avvio, possono divenire successivamente oggetto di analisi e confronto, sia sul piano clinico sia su un piano più ampio (politico, sociale, valoriale), a fronte delle fisiologiche occasioni in cui i confini stessi vengono violati, infranti o attaccati e dei relativi significati che sottostanno a questi “agiti”.
Un presupposto riconosciuto come decisivo per gestire questa complessità, e del tutto attuale visto il continuo accrescersi delle disuguaglianze all’interno della nostra società, è rappresentato da un lavoro di consapevolezza sulla propria identità sociale, da parte del terapeuta [11]. Al pari della analisi personale/didattica a cui ciascun terapeuta si rivolge, necessaria per poter conoscere i propri “punti ciechi”, i propri bias inconsapevoli, è necessario un lavoro di pari importanza per portare alla luce ciò che caratterizza la propria appartenenza ad un certo status sociale, al fine di riconoscere e poter lavorare e gestire le differenze con i diversi cittadini che si incontrano, decentrandosi rispetto a sé, anche sotto questo aspetto.
Sebbene le differenze di estrazione sociale possano risultare un tabù, o essere temuti come una minaccia per una costruzione efficace dell’alleanza terapeutica, in realtà permettono di acquisire conoscenze reali sulle sfide, le difficoltà, i desideri, le priorità ed i sistemi valoriali che riguardano la quotidianità fuori dalla stanza delle persone che incontriamo, concorrendo a mantenere la relazione su un piano cooperativo paritetico. Non lasciare spazio a tali aspetti, assumendo che non siano rilevanti o che rappresentino un elemento assunto come di default comune tra paziente e terapeuta (“siamo sulla stessa barca”), o ancora che può essere noto a priori al terapeuta in quanto esperto, rischia di non andare nella direzione di poter costruire un setting e dunque una relazione terapeutica finalizzata al reale cambiamento ed empowerment della persona [11].
Tale aspetto risulta tanto più significativo quanto più alcune differenze risultano autoevidenti nel momento dell’incontro (es. provenienza, genere, livello di istruzione, età). Non rendere tali differenze dicibili, anche a costo di ben calibrati interventi di self-disclosure per favorirne la condivisione, rischia di divenire uno di quegli elementi di collusione con il mondo fuori dalla stanza, che non permette un accesso ed un’apertura autentica anche rispetto ai valori che muovono le persone verso la ricerca di salute e benessere, con il rischio di lasciare il ruolo dell’intervento su un piano tecnicistico (“top-down”).
Probabilmente ciò che i cittadini si aspettano dallo psicologo e dal dispositivo della psicoterapia è primariamente un professionista in possesso di conoscenze e tecniche per risolvere problemi (esistenziali, sintomatici, relazionali che siano) ed il cui ambito di intervento sia circoscritto all’efficacia in tal senso [12]. Tuttavia se un traguardo importante può essere stato quello di rendere “la stanza” accessibile a diversi strati sociali della popolazione, la sfida di rendere il dispositivo adatto ad accogliere realmente le diverse persone che accedono, svincolandosi dal ruolo dello psicologo come professionista generato ed espressione della cultura dominante, di cui condivide e ripropone valori e pressioni normative, è una sfida ancora aperta.
Nel corso della, seppur relativamente breve, storia della psicologia, sono state diverse le occasioni in cui questi saperi, applicati senza una lettura critica del contesto storico e del sistema culturale di riferimento, hanno contribuito, con un ruolo tutt’altro che trascurabile, a periodi bui da cui oggi è fin troppo facile prendere le distanze (il riferimento, il più tragico, può essere il ruolo di nostri colleghi nel definire quali fossero le vite degne o non degne di essere vissute durante il nazismo, [13] [14]). Con le dovute cautele oggi è possibile trovare alcune risonanze nell’idea evoluzionistica (supportate dalle conferme provenienti dal campo delle neuroscienze) dell’uomo come sistema che mira ad adattarsi al proprio ambiente che, unita ad un’immagine individualistica e votata al successo dell’individuo, porta a patologizzare coloro che resistono, rifiutano, falliscono o agiscono in modo trasformativo ma discostato in modo non accettabile rispetto al sistema culturale o valoriale di riferimento.
Oggi, essendo la nostra disciplina già passata attraverso questi errori, non è possibile non interrogarsi sul ruolo dello psicologo all’interno della propria società e di come questo dialoghi con il sistema culturale di riferimento, e interrogare continuamente le nostre pratiche. In questo senso quando asseriamo che “lo psicologo non può agire in modo neutro” non è da intendersi come un’esortazione, o l’affermazione di un nostro principio valoriale o ideologico: l’affermazione è da intendersi in senso letterale. Non è possibile che l’operato di uno psicologo sia neutro rispetto al proprio contesto ed in particolare alla cultura dominante di riferimento. Ogni nostro gesto o gesto mancato amplifica la cultura dominante, i processi sociali e l’esistente o può contribuire a costruirne uno differente.
La conclusione a queste riflessioni ancora aperte può essere affidata ad Andrea LaMarre “When we become curious about how problems and solutions are constructed, we might begin to develop, with clients, new modes of being that resonate with their complex, multifaceted realities” (“Quando diventiamo curiosi di come vengono costruiti problemi e soluzioni, possiamo iniziare a sviluppare, con i nostri clienti, nuovi modi di essere che risuonino con le loro complesse e poliedriche realtà”) [15].
Bibliografia
- Franco O. Basaglia. Conferenze Brasiliane. Raffaello Cortina Editore. 2000
- Gérard Schmit e Miguel Benasayag. L’epoca delle passioni tristi. Feltrinelli. 2003
- Isaac Prilleltensky. The role of power in wellness, oppression, and liberation: the promise of Psychopolitical Validity. Journal of community psichology. 36 (1). 2008.
- https://sportellotiascolto.it/2020/08/26/psicanalismo-psicanalisi-potere/
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