I vaccini e l’obbligo vaccinale sono da alcuni anni argomento divisivo. Con l’introduzione dei vaccini per il COVID-19, il dibattito si è più che mai acceso attestandosi, come spesso accade, su posizioni estremamente polarizzate. In questo scenario, durante una fase ancora embrionale della campagna di vaccinazione e, a maggior ragione, delle valutazioni rispetto alla sua efficacia, numerosi governi tra cui quello italiano stanno optando per l’introduzione del pass vaccinale.
Il dibattito rispetto all’efficacia e alla sicurezza dei vaccini attualmente disponibili per il COVID-19 esula dalle nostre competenze, per quanto queste ci consentano di esprimerci con sicurezza circa gli effetti potenzialmente nocivi sulla salute mentale degli individui di qualsiasi misura coercitiva e probabilmente controproducenti rispetto alla compliance.
Inoltre, in qualità di operatori nel campo della salute, di cittadini attivi e di servizio attento ai determinanti sociali e alle disuguaglianze di salute, riteniamo importante esprimerci rispetto all’adozione del pass vaccinale.
Se la ratio sottostante appare chiara e, entro certi limiti, funzionale alla ripresa dell’economia e l’allentamento delle misure restrittive, rileviamo notevoli criticità legate al pass vaccinale, per le quali esprimiamo preoccupazione e contrarietà.
1. Il pass vaccinale arriverebbe in una situazione di gravi disuguaglianze nella disponibilità e nell’accessibilità dei vaccini, come rilevato anche dalla portavoce dell’OMS Margaret Harris; introdurre una misura che garantisce maggiori o minori diritti a chi ha ricevuto o non ha ricevuto il vaccino, andrebbe ad aggravare notevolmente tali disuguaglianze, che possono riguardare diverse zone geografiche (disparità di distribuzione su base comunale, regionale, nazionale, internazionale) o gruppi sociali (esclusione di gruppi marginalizzati, persone prive di regolari documenti, pazienti con particolari condizioni mediche etc.). In tal modo, il problema dell’accessibilità alle cure andrebbe a ledere molto direttamente, più di quanto già non avvenga, l’intero spettro dei diritti fondamentali degli individui e delle comunità.
2. Garantire diversi diritti – libera circolazione, frequentazione di luoghi pubblici etc. – ai cittadini a seconda dell’assunzione o meno del vaccino contro il COVID-19, costituirebbe un precedente potenzialmente rischioso nel subordinare le libertà fondamentali alla adesione ad un trattamento sanitario. Sfruttare tale leva per allargare all’intera popolazione l’obbligo vaccinale, significa gettare le basi per un’autoritaria medicalizzazione di massa che riteniamo molto dannosa per il futuro dei diritti fondamentali.
3. Non è chiaro l’impatto del pass vaccinale sulla privacy dei cittadini e come lo “stato di emergenza” possa cambiare le carte in tavola rispetto alla tutela di questa. Manca ad oggi un’informazione chiara rispetto ai limiti di tale misura nel tempo e nello spazio, a chi è garantito l’accesso a tali dati, chi ne è garante.
4. Non sono chiari i costi per la collettività in termini di attivazione e di gestione del pass vaccinale. Riteniamo che tale misura intervenga a dirottare fondi che potrebbero essere più utilmente investiti per sostenere la sanità, la medicina territoriale, il welfare di comunità, lo sviluppo di politiche che garantiscano e tutelino la salute diffusa. In un contesto di scarsità di risorse, investire ulteriormente su provvedimenti di matrice repressiva ci sembra gravemente controproducente e allarmante rispetto alle priorità dell’agenda politica.
5. Da ultimo, ci sembra che puntare in maniera quasi esclusiva sull’immunizzazione della popolazione attraverso la vaccinazione di massa, di fatto resa obbligatoria, rispecchi una grave carenza di cultura della salute. Dopo più di un anno di pandemia, ben pochi interventi di politica pubblica sono stati messi in campo per rendere accessibili gli spazi pubblici in sicurezza, garantire la tutela della sicurezza sul lavoro, redistribuire la ricchezza, riorganizzare la vita comunitaria, reimmaginare tempi e modi della mobilità. Investire miliardi in soldi pubblici per l’acquisto massiccio di vaccini prodotti da compagnie private, in nome della ripartenza di un’economia che ci si immagina immutata, appare espressione della stessa non-sostenibilità che ha contribuito in misura consistente alla catastrofe sanitaria di cui siamo stati tutti testimoni.
Per questi motivi ci opponiamo alla misura del pass vaccinale e proponiamo:
– l’apertura di un dialogo con le realtà territoriali e il mondo della sanità per analizzare i bisogni di salute della popolazione, anche alla luce delle disuguaglianze che caratterizzano diverse zone geografiche e sottogruppi della popolazione;
– l’adozione di politiche pubbliche che garantiscano la possibilità di abitare in sicurezza e a lungo termine i luoghi di lavoro e di cultura, gli spazi ricreativi, le istituzioni scolastiche;
– l’investimento in progetti e campagne di informazione, formazione ed empowerment che aumentino la capacità delle comunità di muoversi in sicurezza nella pandemia, rinunciando a misure repressive, interventi scarsamente mirati, azioni eccessivamente individualizzanti e disempowering.
Uno degli assunti ormai classici del pensiero psicologico afferma che il modo in cui noi osserviamo i fenomeni contribuisce a creare la realtà di quegli stessi fenomeni che osserviamo. Se osservo una di quelle bacchettine trasparenti con dentro un tubicino nero e in me non ho il concetto di “penna” o di “scrittura”, userò forse quella bacchettina in mille modi, ma certo non per scrivere. O più semplicemente la getterò via, etichettandola come “inutile”. Che ne siamo consapevoli o meno, il nostro sguardo racchiude un grande potere. Se due genitori definiscono “cattivo” il figlioletto ogni volta che questo si arrabbia, la realtà di quel bambino sarà una realtà in cui la rabbia è una cosa cattiva, sbagliata, forse addirittura che rende immeritevoli di amore. Per molte delle teorie psicologiche contemporanee è esattamente così che nasce la psiche individuale: il modo in cui veniamo “guardati” da chi si cura di noi mentre cresciamo definirà potentemente il modo in cui noi vedremo – e definiremo – le cose e noi stessi.
Come scriveva Hillman, una delle più grandi sfide del nostro tempo è “immaginare il reale” e tale “sforzo di immaginazione” va a costituirsi, oggi, come componente essenziale di impegno sociale e mobilitazione etica (Un terribile amore per la guerra, pp. 15-16). Evidentemente questa sfida riguarda tutti. A nostro parere, tale responsabilità tocca in special modo la psicologia, laddove questa – come nel caso della clinica o della psicoterapia – si fa espressamente disciplina dedita allo studio della sofferenza umana. In questo spazio tenteremo allora di sviluppare alcune considerazioni sullo sguardo che la psicologia riserva alla sofferenza (ossia sul suo modo di immaginarla) e su come questo sguardo riveli qualcosa su ciò che i singoli e la collettività definiscono “sano” o “malato”.
Proviamo a partire da una definizione, assolutamente provvisoria e ideale, per orientarci di fronte alla sfida suggerita da Hillman. Per immaginare il reale potrebbe tornarci utile una psicologia “in grado di interrogarsi, in generale, su ciò che sa e ciò che ancora non sa […] chiamata ad analizzare sia il corpo dei propri saperi, sia quel ‘gesto originario’ che afferrando le cose le ha dispiegate e rese comprensibili in un determinato modo”; una psicologia che “deve poter rendere trasparente, innanzitutto a se stessa, lo sguardo con cui guarda la psiche (il proprio sapere istituito) e, insieme a ciò, deve permettere che avvenga la crisi dei suoi stessi saperi”; una psicologia, insomma, dallo sguardo “costantemente perturbabile […] che sappia mettersi al servizio del già noto soltanto per metà. Per l’altra metà, la psicologia deve coraggiosamente restare dentro l’aspetto della domanda (e non della risposta)” (Pieri, Dizionario junghiano, pp. 577 sgg.). In un certo senso, stiamo parlando di diagnosi, cioè del modo in cui noi guardiamo le cose e guardiamo attraverso le cose, del modo in cui “ci pensiamo dentro” e da lì produciamo un’ipotesi sulla loro realtà intima. Come dicevamo, l’operazione è delicatissima: c’è una differenza terribile (e dagli effetti terribilmente reali!) fra definire un bambino “arrabbiato” oppure “cattivo”.
Come Sportello TiAscolto sosteniamo che “il ruolo dello psicologo si concretizza all’interno e all’esterno delle pratiche cliniche, a partire da una concezione di salute e malattia soprattutto come risultato storicamente determinato di una diseguale distribuzione di potere e sapere, vincoli e opportunità, risorse materiali e immateriali, tra diversi individui e gruppi sociali” (mission dello Sportello). La parola che ci interessa ora è “diseguale”, che rimanda a un’idea di negatività – qua nel suo aspetto di “malattia” – “soprattutto” evitabile e figlia di un disequilibrio, di un mancato bilanciamento o di un’iniqua ripartizione. L’immagine di sfondo potrebbe essere quella della bilancia della Giustizia. Teniamo a mente questo possibile legame fra “disuguaglianza” e “malattia”: consideriamolo un’intuizione preliminare o un’ipotesi di lavoro attraverso cui portare avanti, pian piano, la nostra riflessione.
Ma andiamo con ordine. Proviamo a chiederci, prima di tutto: che cos’è la “malattia”? Di cosa parliamo, quando diciamo che quel dato individuo, comportamento o società sono “malati”? Detto in termini più psicologici: che cos’è la psicopatologia e che idea ne abbiamo? In un fondamentale saggio intitolato Re-visione della psicologia, Hillman osserva che ciò che chiamiamo psicopatologia – i suoi stati e i suoi sintomi – non è patologia vera in senso medico. La malattia medicalmente intesa implica che la patologizzazione sia qualcosa da eliminare e da ricondurre alla norma attraverso la cura: se ho un braccio rotto, è evidente che converrà cercare di rimetterlo a posto e riportarlo alla sua originaria integrità (la cosiddetta restitutio ad integrum). Si può dire altrettanto della “malattia” psichica? A nostro parere, è molto pericoloso considerare la patologia mentale con le stesse lenti della patologia fisica: il rischio, come dicevamo, è di definire “inutile”, “malato” o “sbagliato” qualcosa che semplicemente non comprendiamo, non ci piace o non sappiamo come gestire. L’antipsichiatria ci ha già messi in guardia da molto tempo: se non siamo più che consapevoli e critici di fronte al nostro stesso sguardo, la psicopatologia – il nostro “fare diagnosi” sulla sofferenza psichica – rischia di tramutarsi in un atto violento fatto di “parole di potere”, “modi per avvolgere pregiudizi in un camice bianco”, etichettamento sterile che dà allo psicologo l’illusione della chiarezza intellettuale e che relega il cosiddetto malato “su uno scaffale contrassegnato ‘psicologia anormale’” (Hillman, Re-visione della psicologia, p. 128). In altre parole, il pericolo dietro al nostro sguardo – l’ombra della diagnosi – è di “attirare una persona nella situazione esistenziale di malattia del dottore e in quella sua fantasia del futuro detta prognosi” (ibid., pp. 128-129). Accettare che la psicopatologia sia patologia in senso medico definisce in anticipo l’oggetto di indagine – il sintomo e la persona o la società che lo manifestano – e in questo modo rende immutabili e pregiudizievoli i concetti di “salute” e di “malattia”, che diventano così degli a priori di quella fantasia medicalizzante che chiamiamo poi “psicopatologia”.
Per evitare questa deriva, Hillman prova a introdurre un nuovo concetto: propone di parlare di patologizzazione per indicare “sia la capacità autonoma della psiche di creare malattie, stati morbosi, disordini, anormalità e sofferenze in ogni aspetto del suo comportamento, sia quella di avere esperienza della vita e di immaginarla attraverso questa prospettiva deformata e tormentata” (ibid., pp. 120-121). In pratica, la patologizzazione è un concetto che serve a dirci che, di fatto, esiste la sofferenza psichica e che questa è qualitativamente differente da altre forme di sofferenza. Svincolando la visione psicologica dalla prospettiva medica, possiamo considerare la patologizzazione come necessità psichica, né giusta né sbagliata, “legata a intenzioni che finora abbiamo percepito erroneamente e a valori che devono di necessità presentarsi in forma distorta” (ibid., p. 121). Questo è un primo fondamentale cambio di prospettiva: se non vogliamo etichettare l’altro prima ancora di averlo incontrato, abbiamo bisogno di lenti teoriche che sappiano vedere e rispettare la radicale alterità dell’altro come presupposto indispensabile di qualsiasi operazione successiva.
In questo senso, la più ampia sfida di immaginare il reale si articola nella sfida di distinguere fra patologizzazione come caratteristica naturale e “necessaria” e psicopatologia come modo di affrontare e di guardare la patologizzazione. Cosa c’è di davvero malato e cosa invece è “malato” unicamente nel nostro sguardo? Come distinguere una sofferenza naturale dal vero Male? È davvero possibile questa distinzione? Dobbiamo riconoscere, prima di tutto, che ogni cornice di senso entro cui noi cerchiamo di inserire e comprendere un dato fenomeno rivela, di quel fenomeno, un aspetto specifico e parziale. Se osservo una sofferenza con sguardo ecclesiastico ne coglierò gli aspetti di colpa, di peccato, di redenzione e perdono; se la osservo con lenti giuridiche, vedrò il reato e la conseguente detenzione, la parte lesa da tutelare e l’atto illecito da sanzionare, e sarò mosso da uno spirito legale e ordinatore, forse riabilitativo; se guardo con occhi terapeutici, cercherò forse di aiutare e curare, distinguendo faticosamente aspetti sani e aspetti malati di chi ho davanti e incamminandomi verso quella meta ideale detta “guarigione” o “salute”. Ma è davvero questa l’operazione che intendiamo fare? È questo il miglior trattamento per i nostri sintomi, per le nostre afflizioni?
Provocatoriamente, Hillman si domanda se a un certo punto non abbiamo confuso sintomi e psicoterapia come mezzi per curarci della nostra psiche. “Noi confondiamo la riscoperta dell’anima nel ventesimo secolo con il luogo in cui tale scoperta è avvenuta: l’analisi terapeutica. Ma il veicolo di questa scoperta non fu la terapia o l’analisi bensì la psicopatologia. Furono i sintomi, e non i terapeuti, a portare questo secolo fino all’anima. […] Abbiamo un debito immenso verso i nostri sintomi” (ibid., pp. 144-145). Se è vero che la terapia ci ha permesso di scoprire che, se abbiamo un giusto recipiente per la nostra anima patologica, questa cuoce fino a che ne emerge il suo “vero significato” – fino a che si fa anima, potremmo dire – è anche vero che l’“essere-in-terapia” non può essere necessariamente la condizione per questo “fare anima”, se non a costo di inserire in partenza la nostra psiche patologizzata in una fantasia di malattia, cura e salute. È precisamente questo che vorremmo evitare. A questo punto la domanda cambia ancora e diventa: qual è il contenitore che come psicologi vogliamo offrire a questa psiche? Che ce ne facciamo dei sintomi del nostro tempo, con che sguardo possiamo guardarli?
Stiamo dicendo che gli strumenti con cui classicamente ci occupiamo di salute mentale hanno un’ombra, che le nostre lenti portano con sé il rischio grandissimo per cui, definendo cosa è sano, definiscono anche cosa è giusto pensare, sentire, essere. Questo movimento può avere la conseguenza involontaria di andare a creare in anticipo ciò che poi si andrà a curare, cioè i “pazienti”. Detto in altri termini, il punto qua è osservare che viviamo in un’organizzazione sociale che – nel suo riprodursi e articolarsi – ha dovuto elaborare uno specifico sistema per “includere” la diversità psichica: la fantasia psicopatologica come fantasia di salute, malattia e trattamento. Nella psiche patologica, troppo spesso gli occhi della collettività riescono (ne hanno bisogno?) a vedere unicamente il volto della malattia. Ciò è frutto tanto della nostra concezione di malattia quanto di quella di salute. Una salute basata sull’ottimizzazione permanente di sé, sul miglioramento a oltranza, sulla lotta contro la negatività e il dolore (intesi come dimensioni sempre eliminabili e da eludere, zavorra inutile o – nella migliore delle ipotesi – da trasformare) sottomette l’essere umano a ciò che Han chiama il “diktat della positività”: nell’illusione di poter e dover essere sempre felici e operosi, diventiamo vittima della nostra stessa idea malata di salute, prima ancora che del nostro naturale soffrire. “Ci sentiamo in dovere di proteggere” scrive Hillman, “siamo spinti a rettificare, a raddrizzare, a riparare. E ciò perché abbiamo confuso qualcosa di sofferente con qualcosa di guasto o di sbagliato” (ibid., p. 164). In realtà, però, “se vi è qualcosa di sbagliato o pericoloso riguardo alle fantasie patologizzate, è il nostro modo di trattarle, che può trasformarle precisamente negli eventi che temiamo. Il nostro atteggiamento verso la patologizzazione può risultare più distruttivo della patologizzazione stessa” (ibid., pp. 170-171). È in questo senso che, come conclude cupamente Han, “guarire non è altro che uccidere” (Psicopolitica, p. 42).
Che via percorrere allora, quale strada possibile? Se è vero che a guidarci alla psiche – all’anima – sono i nostri sintomi, in che modo potremmo restargli più aderenti e fedeli, senza troppi preconcetti, ripagandoli di quell’immenso debito di cui parlavamo? Un punto di partenza potrebbe essere una piccola parola: stare. Restare lì, restarci dentro, umilmente in ascolto, riconoscendo di non capirci quasi niente, riconoscendo di soffrire, riconoscendo di non avere una soluzione realmente efficace, riconoscendo che il tempo e il modo non lo decidiamo noi da soli. Con il suo linguaggio colorito, Hillman ce lo spiega così: “le immagini patologizzate erano imagines agentes, immagini attive, veri e propri sommovitori dell’anima. […] Per muovere veramente l’anima è necessaria una psicologia torturata. […] Quello che […] muove l’anima è l’immagine patologizzata solennemente pensata. Ci soffermiamo sull’afflizione o ci fermiamo con essa, a letto col lebbroso, nel suo abbraccio. […] si percorre e ripercorre continuamente il medesimo terreno. Questa iteratio, come veniva chiamata, è l’itinerario […]. Una virtù della patologizzazione è che essa non ci lascia fuggire dallo spazio chiuso necessario per fare anima, col suo calore, la sua oppressione e la sua intensità – tutti antidoti contro le inflazioni spirituali” (Re-visione della psicologia, p. 179-181). Esponendoci pazientemente alle nostre patologizzazioni, ci ricordiamo prima di tutto di essere tutti pazienti… e da lì, poco alla volta, emergerà forse il significato natio del nostro patire. Il senso di questa operazione è tanto semplice quanto trascurato: ritornare a sentire pienamente, a provare emozioni e stati d’animo e ad ascoltare, tramite ciò, le istanze di chi ci interroga dal profondo, di chi ci assilla e non molla la presa. E chi altro potrebbe essere, se non noi stessi?
Che uno dei compiti della psicologia, oggi, possa allora essere quello di riportare continuamente la nostra attenzione distratta o intellettualistica (priva di pathos, di autentico sentimento) sul patire che abbiamo smesso di vedere o in cui non siamo più in grado di trovare un senso? Questo movimento – questo tentativo incessante – può certamente riguardare i singoli individui (è parte di ciò che cerchiamo di fare ogni giorno nelle stanze di psicoterapia), ma crediamo che possa dispiegare le sue più grandi potenzialità sul piano collettivo e nella relazione fra individuo e collettività. Ritrovare le voci inascoltate, “malate” o “sbagliate”, in noi o nella nostra società, è simultaneamente prenderci cura di quegli aspetti emarginati ed etichettati della vita, dentro e fuori di noi. In ciò vi è un potenziale immenso, quello di ricondurre ciò che chiamiamo “diversità” al suo sfondo di senso e alla sua storia e, così facendo, di unire nuovamente in un dialogo le polarità della sofferenza individuale e del funzionamento collettivo.
Stiamo dicendo che, facilmente, ciò che la collettività non riesce ad accogliere e comprendere in sé si produce concretamente nel mondo nell’aspetto della “malattia” o in qualsiasi altra forma negativa – perennemente esclusa – di “diversità”, devianza, marginalità. Ricordiamo tutti quel “non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”. A fronte di un’idea di normalità (di salute) malata e “ammalante”, le sofferenze dei singoli e la loro diversità – così tanto correlate con ciò che la collettività fatica a integrare (se non, appunto, trattando come diversi o come malati) – contengono un messaggio riparativo certamente per i singoli stessi, ma soprattutto per il collettivo. Non è semplice, ma se riusciamo a capovolgere lo sguardo e, a testa in giù, ci mettiamo nei panni di quella alterità che i nostri sintomi e psicopatologie (individuali e collettivi) incarnano, di colpo non siamo più noi a dover curare il sintomo, ma è il sintomo che, con la sua protesta di negatività, diventa il guaritore della nostra idea malata di salute. Ricondurre le sofferenze dei singoli ai loro molteplici sfondi collettivi non significa solo ridare un senso al dolore del singolo, ma anche formare psiche nella collettività (“fare anima”, direbbe Hillman), ridistribuendo in maniera più equa salute e malattia non già fra individuo e individuo, ma fra dimensione individuale e dimensione collettiva.
Battersi per i diritti di una “psiche patologica” non significa solo stare dalla parte del malato, del fragile, del diverso, ma anche restituire cittadinanza agli aspetti feriti della vita. Lavorare sullo sguardo che la psicologia riserva alla psicopatologia significa evocare una visione capace di ricomporre in unità le polarità della sofferenza e della cura, non solo restituendo valore curativo alle ferite del singolo, ma anche restituendo alla collettività le sue ferite, entro uno sfondo di senso in cui possono essere pensate. È solo una delle tante prospettive possibili, ma crediamo nel suo valore. Entro questa logica, l’escluso può diventare, idealmente, il miglior farmaco per la collettività: in quanto portatore delle contraddizioni della collettività, della diversità negata e “patologizzata” dal sistema sociale, il singolo diventa portatore – nella carne – di quegli aspetti che il collettivo non è in grado di portare nella psiche: il tassello mancante e dunque la via per ricomporre la figura intera.
Bibliografia
Han B.-C. (2014). Psicopolitica. Milano: Nottetempo, 2019.
Hillman J. (1975). Re-visione della psicologia. Milano: Adelphi, 2019.
Hillman J. (2004). Un terribile amore per la guerra. Milano: Adelphi, 2005.
Pieri P.F. (1998). Dizionario junghiano. Torino: Bollati Boringhieri.
Iniziativa gratuita a supporto di studenti e studentesse di terza media
in vista dell’esame nella pandemia
- ideazione dell’elaborato sulla tematica assegnata
- creazione della mappa concettuale
- prova di esposizione orale
- supporto a fronte di difficoltà specifiche
COME NASCE L’INIZIATIVA
In un’epoca difficile come quella della pandemia, le criticità causate dalle sfide che questo periodo impone non possono che trovare risposta nella solidarietà e nel fare comunità. Da un momento di confronto collettivo tra diverse associazioni nel territorio torinese ci siamo resi conto di come le esigenze primarie in questo momento sono legate al mondo della scuola ed in particolare agli anni conclusivi dei cicli didattici: da qui l’idea di un’iniziativa a sostegno delle classi terze medie nella preparazione all’esame nel difficile anno della pandemia e della didattica a distanza.
L’IDEA
Abbiamo pensato di proporre alla cittadinanza quattro sabati nel mese di maggio 2021, in quattro luoghi diversi nei punti cardinali della città di Torino, per incontrare, ascoltare ed aiutare tutti gli studenti che lo vorranno in vista dell’esame.
Quest’anno, per via della pandemia, l’esame di terza media verrà svolto in una modalità nuova per alunni ed insegnanti, ed in un contesto in cui non è semplice per i ragazzi avere punti di riferimento per la preparazione, in particolari per quegli alunni ed alunne con fragilità, esigenze particolari e specifiche, o situazioni socio-economiche che rendono più difficile attivare risorse esterne di supporto.
Per questo gli alunni e le alunne potranno recarsi presso le sedi designate e confrontarsi con esperti, per preparare in modo interdisciplinare l’elaborato che sarà oggetto della prova d’esame.
L’obiettivo degli incontri individuali, della durata di circa 45 minuti, sarà quello di comprendere le idee e le risorse dell’allievo o allieva per creare insieme una mappa concettuale di supporto all’esame orale e di sperimentarne insieme l’esposizione, oltre ad accogliere eventuali altre richieste di supporto in vista dell’esame.
L’iniziativa sarà aperta a tutti gli studenti e studentesse e può essere un’occasione importante in particolare per gli allievi che presentano fragilità (DSA, BES, Diversamente Abili, Stranieri, … ) ed anche per gli insegnanti, educatori e famiglie che li supportano.
L’attività sarà gestita da insegnanti di scuola media o superiore, sia curricolari che specializzati in difficoltà di apprendimento, psicologi, counselor, educatori degli enti proponenti.
Tutti gli incontri saranno realizzati nel rispetto della normativa per il contenimento dell’epidemia.
Gli incontri saranno a contributo volontario da parte dei fruitori o dei sostenitori e la raccolta fondi avverrà tramite crowfunding attraverso la piattaforma “Produzione dal basso”.
QUANDO E DOVE?
Gli incontri saranno:
- sabato 8 maggio ore 10-16.30 nelle sedi Robilant- Fortino
- sabato 15 maggio ore 10-16.30 nelle sedi Robilant – CuQu
- sabato 22 maggio ore 10-16.30 nelle sedi Baraca- Fortino
- sabato 29 maggio ore 10-16.30 nelle sedi Baraca – CuQu
PER PARTECIPARE
Tutti gli incontri saranno realizzati nel rispetto della normativa per il contenimento dell’epidemia quindi i partecipanti potranno recarsi presso la sede prescelta esclusivamente previa prenotazione del colloquio tramite mail o telefono.
All’inizio del colloquio ci sarà la registrazione della temperatura e la disinfezione delle mani, tutti i materiali saranno monouso e i presenti dovranno essere muniti di mascherina regolarmente indossata.
La prenotazione si effettuerà scrivendo una mail all’indirizzo indicato per prenotare l’incontro nella sede corrispondente, specificando almeno una data e due orari possibili: alla mail di richiesta seguirà una conferma di data e orario definitivi da parte degli operatori della sede scelta. Il recapito telefonico potrà essere utilizzato per chiedere informazioni.
- CuQu: via Saluzzo 30, PRENOTAZIONI sportellino@sportellotiascolto.it
Per info 392 3224147
- Baraca: via Rapallo 20 PRENOTAZIONI amodotuotorino@gmail.com
Per info 375 62109684
- Fortino: Strada del Fortino 20 PRENOTAZIONI gruppoblu.info@gmail.com
- Robilant: piazza Robilant 16 PRENOTAZIONI progetto.scuole@centrosportivorobilant.it
Per info 347 9195625
È ASSOLUTAMENTE NECESSARIO CHE IN CASO DI IMPOSSIBILITÀ A PARTECIPARE ALL’INCONTRO SI INVII UNA MAIL DI DISDETTA.
PER SUPPORTARE L’INIZIATIVA
Ciò che ci ha spinto a unire le forze per promuovere un’iniziativa congiunta tra i promotori è l’idea che insieme si possono provare a dare risposte che da soli sembrano impensabili. In questa pandemia, più che mai, abbiamo avuto la conferma di come proprio nella collettività e nella solidarietà, messe a dura prova dal rischio di isolamento provocata dalle misure per contrastare l’epidemia, si possono trovare soluzioni collettive a problemi vissuti individualmente, ma diffusi tra i cittadini.
Il mondo della scuola è stato messo a dura prova, e gli studenti, soprattutto in questa fascia di età già normalmente complessa, ne hanno subito gli effetti, risentendo anche delle inevitabili difficoltà del mondo adulto.
Questa iniziativa ha pertanto il valore di offrire una risposta ad un bisogno sentito da alunni ed insegnanti, in vista di un esame di fine ciclo effettuato in un contesto e con una modalità diversa dal solito.
Questa iniziativa ha anche il valore simbolico di voler dimostrare che la comunità, ed in particolare la comunità del mondo adulto, è pronta a spendersi concretamente per testimoniare solidarietà e supporto mettendo a disposizione le proprie risorse, quali esse siano.
Un piccolo contributo a questa iniziativa può fare la differenza.
Sarà possibile farlo attraverso la piattaforma di crowfunding Produzioni dal basso.
Il crowdfunding (dall’inglese crowd, folla e funding, finanziamento) è uno strumento che permette di avviare una campagna di raccolta fondi online per finanziare i propri progetti e le proprie idee. È una pratica di microfinanziamento dal basso che mobilita persone e risorse.
Il crowdfunding su Produzioni Dal Basso utilizza la prima piattaforma di raccolta fondi nata in Italia. Il crowdfunding su PDB è semplice, trasparente e disintermediato. Produzioni Dal Basso è una piattaforma a cui tutti possono accedere, è aperta, infatti, a tutti i tipi di progetti e non opera filtri in ingresso. Chiunque può registrarsi, caricare la propria idea e proporla online. A breve seguiranno istruzioni su come sostenere questa iniziativa.
CHI SIAMO:
LO SPORTELLINO è uno spazio psicologico sostenibile per bimbi e dintorni, dove le famiglie possono trovare supporto: accoglie bambini, adolescenti e chi si (pre)occupa del loro benessere, per scegliere insieme il modo di superare piccole grandi difficoltà. Parallelamente Lo Sportellino, insieme all’associazione Ti Ascolto, promuove e partecipa ad iniziative e progetti volte alla promozione del benessere ed alla tutela del diritto alla salute per tutti e tutte. Lo Sportellino è ospitato nei locali di CuQu, una rete di associazioni e realtà impegnate nel supporto alle famiglie.
A MODO TUO nasce con l’obiettivo di supportare gli studenti durante il loro percorso scolastico, attraverso attività di studio assistito, e di offrire servizi volti al sostegno psicologico e all’inclusione agendo in modo da migliorare l’esperienza scolastica e prevenire la dispersione. L’associazione è formata da tutor dell’apprendimento specializzati e le attività sono rivolte a studenti di ogni scuola ed età, con particolare attenzione per gli alunni con difficoltà di apprendimento (DSA) e bisogni educativi speciali (BES). Opera da qualche anno presso diverse scuole del territorio torinese e gestisce uno spazio di doposcuola assistito presso la propria sede in centro a Torino. Collabora, inoltre, con l’Associazione Spazio Nuova Arquata presso il locali della Baraca dove gestisce un doposcuola aperto a tutti i bambini e ragazzi della zona.
GRUPPO BLU è un gruppo di professionisti quali psicologi, educatori professionali e logopedisti da anni impegnati nel trattamento dei Disturbi dello Spettro dell’Autismo sia in ambito riabilitativo e di formazione. Inoltre, lavoriamo all’interno delle scuole in stretta collaborazione con le figure rivolte al sostegno per organizzare e strutturare al meglio l’attività didattica. Nella nostra cassetta degli attrezzi ci sono le strategie e tecniche proprie dell’approccio psico-educativo e cognitivo-comportamentale.
Il CENTRO SPORTIVO ROBILANT è gestito dalla SSD Centro Sport US-Acli Torino in concessione dal Comune di Torino: il complesso sportivo, ricreativo e culturale è dotato di numerose palestre e saloni al coperto oltre a campi all’aperto dedicati a svariate attività sportive, circondati da un ampio parco recintato. Le sue finalità sono l’organizzazione e la promozione di attività sportive, formative, culturali e ricreative, mirate alla crescita e al benessere psicofisico delle persone. Le diverse attività sono indirizzate verso tutte le fasce di età, proponendo corsi motori e sportivi, attività individuali e collettive a carattere sia agonistico che amatoriale. Nell’organizzazione dell’offerta sportiva la SSD Centro Sport si avvale della collaborazione di tecnici e istruttori sportivi, laureati in Scienze Motorie e/o abilitati dalle Federazioni Sportive nazionali, della Circoscrizione3 e delle associazioni che operano nella zona. Si rivolge particolare attenzione alla collaborazione con le Scuole del territorio per sviluppare insieme una efficace azione educativa attraverso la pratica sportiva, con risvolti culturali, ricreativi, sociali e inclusivi.
Negli ultimi anni si è intensificata sempre di più la riflessione attorno al genere: l’assioma che distingueva due essenze discrete – una del maschile e una del femminile – è stato decostruito, pezzo
dopo pezzo, fino ai giorni nostri, in cui il discorso transgender è diventato centrale, tanto da potersi
considerare mainstream: soggetti transgender (individui in cui l’identità di genere è diversa dal genere assegnato alla nascita) popolano la scena televisiva, discorsiva e sociale accanto ai cosiddetti soggetti cisgender (individui in cui l’identità di genere è allineata con il genere assegnato alla nascita). Le tradizioni teorico-politiche sul genere che hanno preceduto il momento presente sono principalmente due: la prima è la corrente naturalistico-binaria, che legge il genere a partire dal dato anatomico. Se nasci con il pene, sei un maschio, se nasci con la vagina sei una femmina. La seconda corrente è quella culturalista, in cui il maschile e il femminile corrisponderebbero a delle costruzioni sociosimboliche formatesi a partire dallo stratificarsi di pratiche ripetute nel tempo che proprio per la loro insistenza e ripetitività abbiamo finito per percepire come qualcosa di naturale – quando di naturale avrebbero ben poco. Oggigiorno, invece, la logica transgender ha fatto un passo più in là delle tradizioni che l’hanno preceduta, scardinando le strutture che dominavano il mondo
contemporaneo.
Perchè parliamo di genere? Perchè l’identità sessuale ci interroga tanto da costruirci sopra teorie, pratiche e vibranti discussioni?
Iniziamo col dire che il costrutto di genere non è lineare e omogeneo: vi sono almeno quattro componenti che contribuiscono a definire l’identità sessuale, le quali sono state individuate a partire dalla necessità di decostruire analiticamente il genere per come lo abbiamo sempre conosciuto.
- Il sesso assegnato alla nascita/il sesso biologico: che genere mi hanno assegnato alla nascita a partire dal dato anatomico?
- L’identità di genere: a quale genere sento di appartenere?
- L’espressione/il ruolo di genere: come esprimo il mio genere?
- La preferenza sessuale: chi mi piace?
Andiamo ad analizzare e problematizzare ciascuna singola componente.
Il sesso assegnato alla nascita/il sesso biologico: definire l’identità sessuale a partire dal dato anatomico non è qualcosa di ovvio o scontato. Il sesso biologico, infatti, dipende da ben quattro componenti biologiche che possono essere anche contemporaneamente discordanti fra loro, rendendo difficile definire il sesso del bambino secondo la norma M/F:
*Assetto cromosomico
*Assetto ormonale
*Assetto gonadico
*Assetto genitale
I bambini che alla nascita presentano una configurazione non conforme fra i quattro assetti, con alcune caratteristiche femminili e altre maschili, sono chiamati intersessuali. Le persone intersessuali nascono dunque con caratteri sessuali che non rientrano nelle tipiche nozioni binarie del corpo maschile o femminile; vengono incluse al loro interno condizioni diverse che hanno a che fare con condizioni genetiche (e.g. la sindrome di Klinefelter e la sindrome di Turner), con lo sviluppo gonadico (e.g. la disgenesia gonadica completa/l’ovotestis), l’assetto ormonale (e.g. la sindrome da completa/parziale insensibilità agli androgeni/ deficit di 5-alphariduttasi) o i genitali esterni (e.g. ipospadia/micropene/ipertrofia del clitoride). Queste variazioni generalmente non mettono a rischio la salute fisica, ma spesso vengono medicalizzate e ortopedizzate per farle rientrare nel binomio M/F: i bambini che alla nascita presentano un assetto disomogeneo fra le quattro componenti del sesso biologico vengono spesso sottoposti a dolorosi interventi chirurgici e terapie mediche irreversibili allo scopo di conformare la loro fisionomia agli stereotipi sessuali binari. Questo può causare infertilità, dolore, incontinenza, perdita di sensibilità e disagio psichico: l’assegnazione forzata di un sesso piuttosto di un altro vìola in ultima analisi il diritto fondamentale all’integrità fisica e all’autodeterminazione, perchè gli interventi sono eseguiti senza il pieno, libero e informato consenso della persona minorenne. L’esistenza di persone intersessuali rappresenta un punto di inciampo per tutte le teorie binarie che partono dal dato anatomico per distinguere due essenze del genere – il maschile e il femminile.
L’identità di genere: essa corrisponde al senso intimo, profondo e soggettivo di appartenere
ad un sesso, all’altro a entrambi o nessuno dei due; è il risultato di un processo di costruzione che
prende avvio dalla nascita e perdura fino all’adolescenza e che risente dell’interazione tra aspetti
biologici, attitudini genitoriali, educazione ricevuta e contesto socio-culturale. Un altro punto di
sfondamento della visione binaria dell’identità sessuale – oltre a quello dell’intersessualismo – sono le persone transgender, e cioè quegli individui in cui l’identità di genere è diversa dal genere assegnato alla nascita. Il termine transgender include donne e uomini trans, ma anche molteplici tipologie di identità non-binarie: individui agender (chi non si riconosce in nessun genere), individui pangender (entrambi i generi), demi/boy-girl (prevalentemente ma non completamente di un genere), individui appartenenti al terzo genere, individui gender fluid (si muovono tra i generi), individui genderqueer (si oppongono al binarismo di genere). Per quanto l’esistenza del discorso transgender ci sembri relativamente moderna, è facile rintracciare – già anticamente e in molteplici culture – la presenza di persone la cui identità di genere non era conforme alla logica binaria M/F: stiamo parlando, ad esempio, dei two spirit dei nativi americani (definito terzo sesso dalla cultura occidentale), degli Hijras dell’Asia meridionale, delle vergini giurate dei Balcani o del nostrano ‘O femminiello napoletano: tutti individui che, in diverse culture, non incarnavano nè un genere nè l’altro, o li incarnavano entrambi nello stesso momento, o non si riconoscevano con il loro genere biologico.
Le persone intersessuali, da un lato, e le persone transgender, dall’altro, hanno contribuito a sfilacciare dunque la normatività binaria, insegnandoci che i ruoli e gli stereotipi di genere sono gabbie meramente culturali in cui tutti* stiamo strett* e costrett*: l’identità di genere si esprime lungo uno spettro e non secondo le categorie fisse M/F. Per di più, per quanto la maggior parte delle persone percepisca la propria identità di genere come stabile e immutabile, per altre essa è fluida e in continua evoluzione.
Il ruolo/l’espressione di genere: ogni cultura elabora delle rappresentazioni, rigide e semplificate, della mascolinità e della femminilità, e cioè costruisce delle immagini di come le donne e gli uomini debbano essere. Questo processo di categorizzazione risponde al bisogno di semplificare la complessità della realtà: l’uso di questi stereotipi è una scorciatoia cognitiva che crea aspettative e
guida le nostre azioni, facilitandoci la vita – ma a scapito della variabilità interindividuale. I modi in
cui esprimiamo mascolinità o femminilità sono molteplici e mutevoli nel tempo e nelle culture, comprendendo:
*Caratteristiche fisiche (es. non avere peli sulle gambe=femminile)
*Condizioni fisiche (es. malattia vs salute)
*Comportamento non verbale (es. ancheggiare=femminile)
*Comportamento verbale (es. eloquio volgare=maschile)
*Adornamenti
*Tratti di personalità (es. assertività=maschile; propensione a prendersi cura=femminile)
*Cura del corpo e igiene personale (es. trascuratezza)
*Interazioni sociali (es. la modalità di relazionarsi all’altro sesso)
*Interessi (es. professione, hobby)
*Abitudini (es. bere alcol=maschile; mangiarsi le unghie=femminile)
La preferenza sessuale: anche la preferenza sessuale non è un concetto semplice e lineare.
Esso corrisponde alla combinazione delle seguenti componenti, che possono risultare anche
disomogenee fra di loro, in un dato momento della propria esistenza (ebbene sì, anche esso infatti può essere mutabile e variabile nell’arco della vita):
*Attrazione sessuale: Chi ti attrae?
*Comportamento sessuale: Con chi hai rapporti sessuali?
*Identità: Come ti definisci?
*Fantasie sessuali: Su chi hai fantasie sessuali?
*Attrazione romantica: Di chi ti innamori?
L’identità sessuale, in ultima analisi, è un concetto composito che è andato a complessificarsi nel corso del tempo, svelando il carattere coercitivo della logica binaria che serve innanzitutto all’uomo per semplificare e diluire la realtà attraverso delle categorie fisse e accessibili. I limiti della visione binaria sull’orientamento sessuale e sul genere sono molteplici. Quello che più deve stare a cuore alla psicologia e all’orientamento psicoanalitico è il fatto che esso rende invisibili certe categorie di individui, privandoli della libertà di autodeterminazione sul proprio corpo: per quanto riguarda il genere assegnato alla nascita, il binarismo costringe le persone intersex a dolorose e penose operazioni di medicalizzazione; per quanto riguarda l’identità di genere, il binarismo cancella le persone non binarie o agender; per quanto riguarda l’espressione di genere, il binarismo ridicolizza e patologizza le persone androgine («E’ un maschio o una femmina?»); per quanto riguarda la preferenza sessuale, il binarismo annulla le persone bisessuali e le persone asessuali.
Quale chance, per la psicoanalisi, nel discorso transgender?
La psicoanalisi potrebbe avere , in questo senso, un ruolo fondamentale nel discorso sul genere, soprattutto a partire dai più recenti sviluppi sul tema del transgenderismo. Se la tradizione binarista-essenzialista leggeva il genere a partire dalle differenze anatomiche che distinguono il maschile e il femminile, e la tradizione culturalista lo riteneva invece un assoggettamento ad una pratica discorsiva, cioè il prodotto dei discorsi della cultura e dell’educazione sui corpi, la tradizione psicoanalitica potrebbe avere in questo senso una nuova e inedita possibilità di riscattare il discorso sul genere: il punto di capitone che può fornire la psicoanalisi all’interno del movimento transgender è la possibilità di soggettivare, seppur all’interno dello spazio privato, i discorsi che sono stati fatti su di noi – discorsi che partono sempre dal dato anatomico – attraverso la presa di coscienza sul proprio corpo e sulla propria identità. Ciascun essere umano, infatti, nasce già intrappolato nel discorso dell’Altro: ancor prima di venire al mondo sono stati fatti dei discorsi su di noi, ci sono delle aspettative legate al sesso biologico, ci è stato attribuito un nome proprio che può essere il sigillo della nostra identità e che è ciò che di più unico e intimo possediamo, ma ci è stato dato da un altro – non lo abbiamo scelto noi. Questo, da un lato, è un inestimabile dono, perchè testimonia l’amore che l’Altro ha provato nei nostri confronti, d’altra parte è la prima forma di alienazione che incontriamo in quanto esseri di linguaggio e sociali. Anche in questa prospettiva le fasi della sessuazione partono dal dato anatomico e dai discorsi che l’Altro ha fatto sul corpo, ma ciò che aggiunge il dispositivo psicoanalitico è la radicalizzazione della dimensione della scelta. Grazie alla costruzione del proprio discorso all’interno del dispositivo analitico, seppur sempre mediato dai medesimi presupposti epistemologici e valoriali che si manifestano tanto nella società quanto nella psicoanalisi di cui questa costituisce un prodotto, ciascun soggetto può avere la chance di soggettivare il proprio genere a partire dal proprio corpo e dai discorsi dell’Altro. La soggettivazione, attraverso la parola, della scelta del genere – pur partendo dal presupposto che nessuna scelta è mai libera, nè puramente soggettiva in quanto sempre mediata dall’insieme delle possibilità pensabili e possibili all’interno di un determinato contesto socioculturale – è l’unica chance su cui può insistere la psicoanalisi sia per tutelare i soggetti non binari sia, più in generale, per assicurare che ciascun individuo prenda parte al proprio processo di umanizzazione, a partire da ciò che l’altro ha fatto di lui, ancor prima di nascere. Il rischio, come sempre, è quello di recludere all’interno dello spazio clinico un problema la cui origine e la cui soluzione non possono essere ricondotti all’incontro, mediato dal denaro, tra due individui ma devono necessariamente essere cercati all’esterno, in un incontro tra psicoanalista e paziente, che insieme partecipano ad una più ampia battaglia – inserita nello spazio collettivo – per il riconoscimento di una soggettività politica oppressa. Inoltre illudersi che la psicanalisi possa creare uno spazio Altro delimitato rispetto allo spazio sociale e discontinuo rispetto a questo rischia di trascurare che anche la psicoanalisi è fatta di uomini e donne, i quali prima di essere psicoanalisti, sono cittadini e come tutti, possono avere diverse sensibilità verso questi temi. Come ricordano Basaglia, Sartre, Foucault, Castel e molti altri, la psicoanalisi, così come molte scienze più o meno “umane”, si sviluppano costantemente nel rischio di essere, al di là dell’ideologia della cura e della liberazione propugnati, garanti dell’ordine sociale più che di una sua trasformazione. Adottare una prospettiva che riporta l’esperienza del singolo alla collettività piuttosto che considerarla unicamente come un percorso di affrancamento dal contesto consente di evitare alcuni rischi potenziali. Il primo, rappresentato dal fatto che il movimento transgender possa considerarsi in qualche modo “post-culturale”, non ravvisando all’interno del proprio discorso alcuni elementi mutuati di fatto dalla cultura dominante in cui tutt* siamo immersi: l’individualismo, il consumismo, la frammentazione sociale – elementi che ostacolano la salute diffusa tanto nel movimento transgender quanto nella società nel suo complesso. Il secondo, rappresentato dal pericolo che la psicologia si presti ad una medicalizzazione in senso opposto, accogliendo le istanze transgender ma sussumendole in un ragionamento medico talvolta più soggetto a leggi di mercato o meccanismi di potere che a bisogni di salute o spinte all’autonomia.
La posta in gioco è alta e la scommessa non è affatto facile: in un mondo in cui è sempre più difficile trovare struttura, limiti, punti di bordatura, ad occhi ingenui potrebbe sembrare che il movimento transgender altro non faccia che andare nella direzione della confusione e dello sfilacciamento identitario, con tutti quei dolorosi sintomi solitamente annessi. La chance per dare un senso a questo movimento di destrutturazione, che nasce come desiderio di libertà in controtendenza ad anni in cui la struttura e la norma hanno assunto un carattere coercitivo e perentorio, ce lo può fornire la psicoanalisi, con lo strumento della parola, senza mai perdere di vista l’importanza del contesto nel creare il significato della parola stessa.
Cosa hai fatto di ciò che l’altro ha fatto di te?
Dalla Collaborazione tra le Associazioni Orti Generali APS e TiAscolto APS nasce il progetto TiAscORTO!
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Ogni iscritto all’iniziativa potrà accedere agli spazi e collaborerà a mantenere in salute dal punto di vista botanico ed estetico l’Orto collettivo. Possono partecipare persone maggiorenni, senza specifiche abilità fisiche o manuali. Saranno garantite le misure di sicurezza per il COVID-19.
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Lavorare per ampliare le possibilità di accesso alle cure psicologiche è da sempre una mission dello Sportello TiAscolto!
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“Il valore dell’uomo, sano o malato, va oltre il valore della salute o della malattia.
Quando il valore è l’uomo, la salute non può rappresentare la norma
se la condizione umana è di essere costantemente fra salute e malattia.”
[F.Basaglia, Crimini di Pace]
Nel campo dell’esperienza ci sono aspetti essenziali e costitutivi e tuttavia può accadere che questa essenzialità, proprio perché ci è prossima, sfugga alla nostra considerazione. Costantemente impegnato nel suo essere nel mondo, l’uomo deve fare i conti con la sua fragile condizione, che lo coinvolge in forma e misure diverse: nasciamo come esseri vulnerabili ed estremamente fragili, viviamo nell’eventualità costante della malattia, la nostra vita è segnata dall’affievolirsi nella vecchiaia e, infine, dalla morte; nessuno può considerarsi completamente autonomo o indipendente: questi legami non imposti, eppure non volontariamente scelti, riempiono le nostre vite1. Sicché, la dignità dell’essere persona, pone sempre una domanda: la domanda di cura, e con essa una risposta: la presa in carico della fragilità umana.
Situando il punto di partenza nell’ineluttabilità della vulnerabilità umana, non si tratta allora di capire come emanciparsi o liberarsi dalla dipendenza e dal bisogno di cura, – come, del resto, le brame del nostro tempo imporrebbero- ma di valorizzarla ed entrare in merito alle dinamiche che la costituiscono. La proposta, perciò, è quella di un’investigazione filosofica che possa essere motivo di riflessione circa la dimensione che, parafrasando le parole del filosofo Martin Heidegger, rivela la natura stessa del nostro essere: la Cura2. Un’inversione di rotta, dunque, rispetto a quanto il riferimento antropologico della contemporaneità sembrerebbe mirare, deviando la possibilità di costruire in senso autenticamente etico la relazione umana.
In un tempo in cui efficacia sembra essere la parola d’ordine si tratta di considerare, dunque, la necessità di una riflessione che ponga l’accento sulla vulnerabilità umana quale costitutiva dimensione ontologica: questioni fondanti e fondamentali, che rappresentano una grande sfida, al netto di una comunità che parrebbe dissolta in una preoccupante abulia, quando si tratta di bisogni di cura e relazioni di dipendenza.
Si tratta di un problema culturale: la nostra epoca, come del resto accade in ogni tempo, ha elaborato una mitologia sociale che si fonda sull’identificazione della persona con un io autonomo e indipendente con una solida capacità referenziale e di ragionamento, sovrapposizione che apre la strada a dinamiche pericolosamente escludenti nei confronti di coloro i quali non possiedono tali requisiti. Il rischio è di creare categorie di pensiero nelle quali non tutti gli esseri umani possono essere ricompresi3 prescindendo, inoltre, dall’evidente dato di realtà per cui chiunque, in momenti più o meno lunghi della propria esistenza, si ritrova privo di simili qualità. Le qualità si perdono e si acquisiscono, basare il valore della persona su di esse, giocoforza, rende il concetto stesso di persona intermittente, condizionando il dibattito etico sui diritti fondamentali. «Storicamente, – spiega Adriano Pessina – il convincimento che l’uomo malato abbia il diritto di essere curato, e che questo diritto riguardi ogni singolo uomo al di là della sua situazione, economica, sociale, culturale, è andato sviluppandosi di pari passo con il rafforzarsi della duplice idea dell’uguaglianza tra gli uomini e del riconoscimento del valore dell’essere umano in quanto tale»4.
Dalla consapevolezza relativa al rischio, sempre presente, di diventare complici ed artefici di condizioni di esclusione, deriva l’urgenza della coscienza del proprio posizionamento rispetto a questi temi. Un chiarimento su chi (e non cosa) è persona, nozione che storicamente esprime in modo chiaro il valore dell’essere umano e che, d’altra parte, subisce continue incomprensioni e storpiature, diviene allora fondamentale per comprenderne il senso più autentico, che col tempo è andato perduto.
Il termine ha una lunga storia5: la parola persona ha origini arcaiche, che risalgono al suo uso greco, ove l’espressione pròsopon serviva per indicare la maschera teatrale, intendendo dunque la presenza di qualcuno, il personaggio, e allo stesso tempo un’identità celata, quella dell’attore. È interessante notare come, nella cultura precristiana, l’uso del termine fosse legato all’ambito artistico, non antropologico o teologico. Con l’avvento del Cristianesimo, il termine entra a pieno titolo nel sistema teologico, rivestendo un ruolo chiave nella concezione Trinitaria: la presa in uso del termine persona risponde alla necessità di esprimere al meglio il rapporto tra uomo e Dio, garantendo il monoteismo ereditato dalla fede ebraica, attraverso la distinzione tra persona umana, persona angelica e persona divina. Il fatto che questo termine sia poi entrato anche nel linguaggio antropologico, dipende in larga misura dall’influsso del pensiero ebraico-cristiano nella nostra cultura. Il dibattito teologico sul termine si sviluppa e si arricchisce fino ad arrivare alla contemporaneità, intrecciandosi con la riflessione filosofica. I passaggi salienti della storia del concetto recuperano il pensiero di Tertulliano, di Boezio e di Tommaso d’Aquino, il quale evidenzierà come la nozione di persona attribuita all’uomo (oltre che agli angeli e a Dio) serva innanzitutto per evidenziare l’unicità.
«Il modo di essere uno della persona umana- spiega Pessina ripercorrendo l’evoluzione della nozione – è differente dal modo di essere uno di ogni altro ente, anche vivente. Infatti, mentre è evidente che ogni ente ha una propria unità, e che un gregge di pecore è fatto da un certo numero di pecore di cui ognuna è una, nel caso dell’unicità della persona, anche della persona umana, ciò che si afferma è che ci troviamo di fronte a ciò che, per usare una nozione cara alla modernità, è la soggettività. L’uomo è un soggetto in senso proprio (non semplicemente secondo l’accezione grammaticale) e il termine persona serve per ricordarlo, per renderlo esplicito. Da questo punto di vista, l’essere persona dell’uomo è la sua costante ontologica, ciò che fa di un uomo, in tutte le fasi dell’esistenza, un soggetto, anche prima che sia in grado di esprime la propria personalità, anche qualora non fosse mai in grado di farlo»6. Porre la persona umana come un valore in sé, in quanto soggetto unico e irripetibile è, altresì, il presupposto fondamentale per riflessioni di tipo morale: «se non si accetta questa base, veramente minima, ma non minimalista, non si possono escludere reciproche forme di discriminazione e si innesca quella logica dell’homo homini lupus di cui peraltro l’Occidente non si è mai liberato»7: una logica che legittima l’idea, nella logica dell’utile e del profitto, che non valga la pena affrontare costi economici nell’ambito delle politiche pubbliche che non verranno mai ripianati e che comunque graveranno sulle finanze dei sani e degli efficienti8. Il valore unico e irripetibile che ogni persona costituisce, viceversa, andrebbe tutelato, tantopiù quando un soggetto non è nelle condizioni di poterlo fare autonomamente, tenendo inoltre presente che non si tratta di condizioni eccezionali ma di costanti presenti nella vita di ognuno. Pensare alla persona umana in questi termini, secondo quello che potremmo definire il modello umanistico-teologico9, alla somma, significa slegare la sua concezione da considerazioni che hanno a che vedere con la qualità della vita per indicare il criterio in base al quale misurare il valore di un uomo10. Se, viceversa, l’uomo «non possiede alcuna caratteristica che possa giustificarne un valore intrinseco, allora è evidente che l’apprezzamento per il singolo individuo della specie umana sarà legato alla considerazione delle sue sole doti naturali della salute fisica, sella sua prestanza, delle sue prestazioni intellettuali»11, non potendo però ricomprendere tutti gli esseri umani o dovendone escludere altri per periodi di tempo.
Le riflessioni tracciate fin qui, mettono in luce l’urgenza di un cambio di paradigma: dobbiamo abbandonare le logiche di profitto, efficacia ed individualismo competitivo12 per adottare il linguaggio della cura e della responsabilità, che motiva e giustifica il dovere di prendersi cura proprio a fronte del fatto che si considera l’altro un valore al di là delle sue qualità e malgrado le sue condizioni.
Se l’etica è pensabile come «un ambiente culturale e linguistico che fornisce all’uomo gli strumenti culturali che gli permettono di approvare o biasimare le azioni umane»13 e se la filosofia morale sorge come una riflessione critica di questi strumenti, è l’etica della cura -che si colloca all’interno delle riflessioni della filosofia morale- ad offrire un contesto filosofico profondo nel quale posizionarsi.
Di qui la forza e l’occorrenza delle riflessioni di Martin Heidegger, punto di riferimento nella trattazione del tema etico filosofico della cura. Egli mette in luce, in Essere e Tempo, come la cura «si situa, per la sua priorità esistenziale, “prima” di ogni “comportamento” e di ogni “situazione” effettivi dell’Esserci»14 dato che «l’essere dell’esserci si rivela come Cura»15. La cura –la sorge –, è la radice primaria dell’essere umano e il fondamento stesso dell’esistenza.
Oltre a definirne il concetto, il filosofo propone un’analisi fenomenologica dei modi con i quali la cura si realizza, delineando «due possibilità estreme»16: la cura intesa come besorgen o come füsorghe.
La prima modalità –besorgen– rappresenta un agire nella quale l’essere dell’esserci – e cioè la cura – è un con-essere con-l’altro che non ne prende il posto, né lo sostituisce, né lo esime dalle sue responsabilità, ma lo presuppone con riguardo per non sottrarlo a se-stesso: è un agire con cura liberante. È questo il modo dell’aver cura autentico, poiché in esso l’esserci può pervenire a se stesso insieme con l’altro; così Heidegger descrive questa modalità: «anziché intromettersi al posto degli altri, li presuppone nel loro potere esistentivo, non già per sottrarre loro la cura, ma per inserirli autenticamente in essa»17. Solo in questo modo la cura si rivela come dimensione costitutiva d’essere, e solo in questo modo la cura, in questo essere con e presso l’altro, assume la forma di un vero e proprio incontro18.
Opposta a questa, è la possibilità di aver cura definita da Heidegger füsorghe. Qui la presa in carico manca l’incontro personale, delineandosi come mera vicinanza, in uno scadente e superficiale stare con l’altro che si alimenta della mutilata preoccupazione di procurare le cose e di asservire a bisogni attribuiti, trasformando la relazione di cura in una forma di dominio che estromette l’altro, anche se il dominio è dissimulato. È un depotenziamento dell’altra soggettività, ridotta a cosa tra le cose, che considera unicamente il chi si prende cura, polarizzando la relazione e svuotandola di senso19. «Questo aver cura, che solleva l’atro dalla “cura” – scrive Heidegger- condiziona largamente l’essere – assieme e riguarda perlopiù il prendersi cura degli utilizzabili»20.
Entrambe le forme di cura, va detto, sono in qualche modo necessarie21 (si pensi al dovere sempre più impellente di prendersi cura delle cose del mondo) e tuttavia, ammonisce Heidegger, solo la cura che assume la forma della besorgen può dirsi autentica nel rapporto con un altro io. L’uomo, quando entra in contatto con altri esserci deve aspirare ad una forma di cura più alta, libera da fini pratici, che si designa come un essere insieme all’altro. Il tempo della cura, dunque, non può che essere un tempo dedicato, secondo la valenza latina dell’ ad sistere, del fermarsi, del farsi testimoni22; si tratta di un tempo non contabilizzabile, non riducibile in frammenti, poiché è un tempo umano che ha a che fare con il narrativo e il biografico, che talvolta coincide con vissuti di angoscia, ansia, paura.
Anche la malattia, segno evidente della vulnerabilità, è per Heidegger una questione che ha a che fare con il tempo. Si tratta di un tempo nel quale la salute non si manifesta, essendo ciò che, per periodi più o meno lunghi della nostra esistenza, all’apparenza può nascondersi, pur continuando ad esserci23. Sebbene la malattia rappresenti innegabilmente un fenomeno di privazione, questa non va intesa secondo logiche esclusivamente negative, dato che «in ogni privazione risiede la essenziale appartenenza a ciò a cui qualcosa manca, a cui qualcosa viene meno»24. Salute e malattia sono, per Heidegger, due aspetti del nostro vivere, il medesimo volto di ciò che nel linguaggio ordinario chiamiamo semplicemente salute. È per questo che, ogni qual volta ci rivolgiamo all’altro chiedendo come ti senti? inaugurando una relazione di cura, ciò ha il significato di andare a ricercare ciò che è nascosto; scrive Heidegger: «Il cercare, in quanto cercare qualcosa, ha un suo cercato. Ogni cercare qualcosa è in qualche modo un interrogare qualcuno. Oltre al cercato, il cercare richiede l’interrogato»25.
La persona malata, secondo il filosofo, somiglierebbe allora ad un fiore senza tempo, dalla fioritura tardiva, non conforme ai tempi consueti: «una parola caratteristica per ciò che è stato finora detto – scrive Heidegger- è costituita dall’antico nome per un fiore: la Zitelosa. Se non si sapesse nulla della privazione e non si avesse alcun concetto giusto del tempo, ciò sarebbe un fiore che è senza tempo. Il nome indica, invece, il fiore che non fiorisce al tempo giusto»26. È così che il malato, che sia un fiore precoce o tardivo, non resta mail al di fuori del tempo. Egli non è mai inopportuno27 e non va mai escluso, poiché resta nel tempo della cura, del ricercare…che altro non è che il tempo autentico dell’esistere, dato che «l’essere dell’esserci si rivela come Cura»28.
Le linee e i percorsi tracciati fin consentono di cogliere e comprendere il problematico contesto antropologico e politico con cui, una riflessione etica intorno alla relazione di cura, deve inevitabilmente fare i conti.
A fronte di tali considerazioni, come concepire uno spazio pubblico che consideri costitutivo l’agire con cura? Quale concezione politica per l’uomo vulnerabile?
L’etica della cura offre un contributo significativo sul piano antropologico, rivelando l’ineluttabile dato di fatto della vulnerabilità umana, insieme con il principio della costitutiva relazionalità che lega noi tutti. Viviamo in un equilibrio costante ma precario tra salute e malattia: accettare questa ineliminabile condizione significa anche ripensare all’autonomia, che cessa di essere sterile autosufficienza e diventa parte di un sistema relazionale che costituisce la persona e lo spazio che abita. È per questo che l’homo independens, che spesso è stato protagonista di modelli sociali razionali e improntati sull’individuo, dovrebbe lasciar spazio all’homo curans, così da ripensare ad uno spazio pubblico autenticamente umano ed inclusivo.
Un’etica della cura come teoria politica, dunque, che generi responsabilità collettive nell’organizzazione delle istituzioni e che fornisca i criteri per quell’intreccio di relazioni umane così sapientemente descritto da Hannah Arendt29. L’intento vorrebbe essere quello, come del resto è proprio della filosofia, di sfidare gli assetti presenti e di mettere in discussione lo stato attuale delle cose. «Le persone di cui stiamo parlando, del resto, -scriveva Arendt- non sono eroi o santi, e se diventano martiri, cosa che può sempre capitare, lo diventeranno comunque senza volerlo»30. Cosicché è l’etica della cura a ricordarci che si diventa uomini per mezzo degli altri uomini.
BIBLIOGRAFIA
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ARENDT H., Vita Activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 2015.
CARIBONI C., OLIVA G., PESSINA A., Il mio amore fragile. Storia di Francesco, XY.IT Editore, Arona 2011
HEIDEGGER M., Essere e tempo, Longanesi & C, Milano 1971
KITTAY E., La cura dell’amore. Donne, uguaglianza, dipendenza, Vita e Pensiero, Milano, 2010.
MORTARI L., Aver cura di sé, Bruno Mondadori, Milano 2009.
MORTARI L., Filosofia della cura, Raffaello Cortina, Milano 2015.
MORTARI L., La pratica dell’aver cura, Bruno Mondadori, Milano 2006.
NUSSBAUM M., Giustizia sociale e dignità umana, Il Mulino, Bologna 2013.
NUSSBAUM M., Nascondere l’umanità. Il disgusto, la vergona, la legge, Carrocci Editore, Roma 2005.
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PAPA A., L’identità esposta. La cura come questione filosofica, Vita e Pensiero, Milano 2011.
PESSINA A., Bioetica, Bruno Mondadori, Milano 2000.
PESSINA A., (a cura d) Paradoxa. Etica della condizione umana, Vita e Pensiero, Milano 2015.
1 Cfr. KITTAY E., La cura dell’amore. Donne, uguaglianza, dipendenza, trad. it., Vita e Pensiero, Milano 2010, p.110.
2 HEIDEGGER M., Essere e tempo a cura di F. Volpi, trad. it., Longanesi & C., Milano 1971, p.223.
3 Si riportano, a tal proposito, le affermazioni del Governatore della Liguria Giovanni Toti – 1.11.2020-: «Per quanto ci addolori ogni singola vittima del Covid 19, dobbiamo tenere conto di questo dato: solo ieri tra i 25 decessi della Liguria, 22 erano pazienti molto anziani. Persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese che vanno però tutelate»; cfr. https://www.corriere.it/politica/20_novembre_01/toti-twittet-over-70-8c43e574-1c36-11eb-a718-cfe9e36fab58.shtml. Leggere di persone non indispensabili secondo categorie produttive delle quali ci si sente autorizzati, proprio a fronte di questa inservibilità, a soppesarne la morte, rende nota di come simili concezioni umane generino società esclusive ed escludenti. Si vedano inoltre, a tal proposito, le cronache relative alla negazione di terapie ad alcuni pazienti sulla base di criteri come la capacità cognitiva e il livello di disabilità fisica nell’ambito dell’emergenza sanitaria Covid-19; cfr. https://www.avvenire.it/mondo/pagine/niente-respiratori-per-i-disabili-pi-di-10-stati-scelgono-chi-salvare.
4PESSINA A., “Venire al mondo”. Riflessione filosofica sull’uomo come figlio e come persona, in CARIBONI C., OLIVA G., PESSINA A., Il mio amore fragile. Storia di Francesco, XY.IT Editore, Arona 2011, p.65.
5 Cfr. ibi pp. 79-93.
6 Ibi, p.85.
7 PESSINA A., Bioetica, Bruno Mondadori, Milano 2000, p. 93.
8 Cfr. PESSINA A., “Venire al mondo”. Riflessione filosofica sull’uomo come figlio e come persona, p.68.
9 Cfr. ibidem.
10 Cfr. ibi p.65.
11 Ibidem.
12 Logiche di profitto, efficacia ed individualismo competitivo diventano oggi criteri sulla base dei quali discutere – se non addirittura garantire- il diritto alla salute. Si vedano le affermazioni dell’assessora al welfare della regione Lombardia Letizia Moratti – 18.01.2021- sulla possibilità di introdurre il PIL come criterio per la campagna vaccinale per contrastare l’emergenza da Covid-19; cfr. https://www.ilpost.it/2021/01/19/moratti-pil-vaccini/.
13 Ibi, p. 80.
14 HEIDEGGER M., Essere e tempo, p.236.
15 Ibi, p. 223.
16 Ibi, p 153.
17 Ibidem.
18 Cfr. ibidem.
19 Ibidem.
20 Ibidem.
21 Cfr. A.PAPA, L’identità esposta. La cura come questione filosofica, Vite e Pensiero, Milano 2014, p. 31.
22 Cfr. Ibi, p.27.
23 Cfr. Ibi, pp. 49-50, 59.
24 HEIDEGGER M., Seminari di Zollikon, Guida Editori, Napoli 2000, p. 86.
25 HEIDEGGER M., Essere e tempo, p 16.
26 HEIDEGGER M., Seminari di Zollikon, p. 92.
27 Cfr. PAPA A., L’identità esposta. La cura come questione filosofica, p. 66.
28HEIDEGGER M., Essere e tempo, p. 223.
29 Cfr. ARENDT H, Vita Activa, La condizione umana, Bompiani, Milano 2015, p.133.
30 ARENDT H., Alcune questioni di filosofia morale, Einaudi, Torino 2015. p. 37.
A #bolzano inizia il corso ‘L’importanza delle relazioni primarie e dell’educazione positiva per un bambino: come il legame di attaccamento getta le basi per l’adulto che sarà’. Tutte le informazioni nel link qui sotto. Ci sono ancora posti. Essendo online, si può partecipare da ogni parte del mondo. Iscrivetevi!
L’importanza delle relazioni primarie e dell’educazione positiva per un bambino: come il legame di attaccamento getta le basi per l’adulto che sarà – corso Online
Data inizio corso: 4 marzo
tutti i giovedì dalle 17.30 alle 19.30
corso online
Iniziativa sostenuta dalla Provincia Autonoma di Bolzano – Ripartizione 15 – Cultura Italiana.
In collaborazione con CLS Bolzano.
di S. Taliani
Ed. Ombre Corte, 2019
In questo libro Simona Taliani racconta una parte del processo migratorio nigeriano e lo fa attraverso le voci e le storie delle donne che lei stessa ha incontrato nel corso del suo lavoro clinico ed etnografico.
Descrive vincoli e pratiche connesse a quella che nella letteratura è stata definita la diaspora criminale nigeriana e che scandiscono il tempo delle giovani donne una volta arrivate in Europa, a partire dal peso del debito contratto.
Storie e voci di donne e di madri il cui Diritto fondamentale ad Esistere sembra scomparire fra le logiche di dominio e di potere non solo di chi le rende schiave e merce, ma anche di uno Stato che “accoglie” ma non riconosce, non differenzia. Il testo esplora sia l’anatomia di un potere che si manifesta nel rito, sia la conoscenza necessaria del sistema di assoggettamento, quanto la cura di chi vuole riprendersi le manciate di vita che restano.
È il corpo che diventa il segno della violenza subita, il più delle volte da connazionali e che rivela le conseguenze di forme di coercizione psichiche, fisiche e morali. Corpi legati ai riti, copri legati alla maternità come unica possibilità di esistere: l’esistere per qualcun altro. Possibilità, questa, spesso negata, come racconta l’autrice, da un potere magico-trascendente che va al di là dello spazio e del tempo: ponte fra Nigeria ed Europa. Negata però anche dallo Stato d’arrivo, Taliani racconta di figli persi, dati in adozione perché chi giudica, chi valuta è un Sistema istituzionale che non contempla le differenze (intese come unicità), non domanda Chi ha di fronte, ma, spesso, patologizza.
Credenze, riti, pensieri e sistemi di significato non interrogati, rimasti sconosciuti allo sguardo dell’Istituzione diventano diagnosi: devono essere curati.
Taliani dà un nome, un volto, una storia unica a tutte le donne, a tutte le madri di cui riporta la voce. La relazione terapeutica è scambio, è un conoscersi e riconoscersi reciproco, è farsi abitare da luoghi lontani, da riti, immagini, odori, simboli e segni: meticciarsi è il modo attraverso cui si può parlare di Sé e dell’Altro, fuori dalle dinamiche di potere. Non racconta di percorsi di cura, ma della possibilità di prendersi cura di Se stessi e dell’Altro attraverso il reciproco “conoscimento”.
Parlare di Sé, essere in relazione ed esplorare mondi attraverso il proprio desiderio è esercizio di libertà.
Ritornano le conferenze dello Sportello Ti Ascolto di #Bolzano in collaborazione con il CLS-Consorzio Lavoratori Studenti. Domani, 25 febbraio 2021 (17.30/19.30), si parlerà del legame di attaccamento. Dal prossimo giovedì è invece in partenza il corso sempre sulla stessa tematica.
Di seguito tutte le informazioni utili!
CONFERENZA ONLINE – GRATUITA:
Legame di attaccamento: la base sicura su cui ogni bambino può sviluppare la propria autonomia
Data: 25 febbraio 2021
dalle 17.30 alle 19.30
conferenza gratuita online
iscriviti qui per seguire la conferenza: https://www.cls-bz.it/…/legame-di-attaccamento-nel…/
Iniziativa sostenuta dalla Provincia Autonoma di Bolzano – Ripartizione 15 – Cultura Italiana












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