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APECAR // Le radici psicologiche della disuguaglianza

Lo Sportello TiAscolto, insieme al Circolo Arci Lato B – L’altro lato di Milano, è orgogliosa di presentare l’evento dal titolo “Le radici psicologiche della disuguaglianza”, che si terrà il giorno mercoledì 15 dicembre presso la sede del circolo in Viale Pasubio 14 alle ore 19.30.

Come si alimentano le disuguaglianze? Quali processi psicologici impediscono a chi è in condizione svantaggiata di ribellarsi? E chi domina, come giustifica a se stesso e agli altri il proprio privilegio?Il libro “Le radici psicologiche della disuguaglianza” tratta questi temi, che verranno discussi mercoledì 15 dicembre insieme all’autrice, la professoressa Chiara Volpato, e insieme allo Sportello TiAscolto.
La Professoressa Chiara Volpato è docente di Psicologia Sociale presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca.

La serata si svolgerà secondo il seguente programma:

Ore 19.30 : aperitivo
Ore 20.30 : presentazione e dibattito

COVID-19
Sarà necessario il Green Pass per poter accedere.

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SQUID GAME – Da una critica della violenza alla forma del capitalismo: una prospettiva psicosociale

In occasione del suo primo compleanno, Sportello TiAscolto Lecce in collaborazione con Camera a Sud e Centro Multiculturale Crocevia ha organizzato l’incontro “Squid Game. Da una critica della violenza alla forma del capitalismo: una prospettiva psicosociale“.

L’incontro è stato occasione di confronto con la professoressa Marta Vignola (docente Unisalento di sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale) sui temi di denuncia sociale che la serie coreana propone. Al posto della critica alla violenza come fatto in sé, si è posto l’accento sull’alienazione generata dal capitalismo, la disgregazione della collettività e della famiglia a favore di un individualismo che diventa isolamento distruttivo: un’occasione per riflettere insieme su come le determinanti sociali influenzano la salute, psicologica e fisica, non solo individuale ma anche collettiva.

<<Sportello TiAscolto Lecce ringrazia coloro che giovedì 2 dicembre hanno partecipato al dibattito “Squid Game. Da una critica della violenza alla forma del capitalismo: una prospettiva psicosociale”. Nell’atmosfera accogliente e amichevole di Crocevia abbiamo parlato di capitalismo, disuguaglianze, dell’origine sociale e collettiva della sofferenza, ma anche di gioco “perturbante”. Ringraziamo in particolare la docente Università del Salento Marta Vignola per il suo prezioso contributo>>

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TiAscolto: riconosciuti Buona Pratica per la Promozione della Salute (collettiva)

Abbiamo ricevuto una splendida notiza per la quale abbiamo lavorato tanto: il nostro servizio è stato riconosciuto ufficialmente come Buona Pratica!

Cosa significa Buona Pratica ?

Una buona pratica è un intervento, una attività, un programma che “in armonia con i principi, i valori, le credenze e le prove di efficacia e ben integrato con il contesto ambientale, è tale da poter raggiungere il miglior risultato possibile in una determinata situazione” (Kahan e Goodstadt, 2001)

Quindi è un intervento che risponde specificatamente a tre criteri:

  • Efficacia pratica: capacità di un progetto di raggiungere gli obiettivi prefissati (Leone, Prezza 1999)
  • Trasferibilità: analisi delle condizioni sotto le quali un programma può essere ritenuto efficace, e quindi utilizzato, in contesti diversi da quello nel quale è stata testata la sua efficacia, massimizzandone i potenziali risultati
  • Sostenibilità: le capacità di una azione/progetto/programma di mantenere i propri vantaggi per le comunità e le popolazioni oltre alla loro fase iniziale di implementazione. Azioni sostenibili possono continuare ad essere realizzate, tenendo conto dei limiti dati dai finanziamenti, dalle competenze, dalle infrastrutture, dalle risorse naturali e dalla partecipazione da parte dei portatori di interesse (WHO, 2005)

A cosa serve l’identificazione delle Buone Pratiche ?

La prima funzione è certificativa, ovvero la certificazione della qualità di pratiche già scritte (in fase di avvio e/o realizzazione, e/o già concluse) al fine di favorire la loro valorizzazione e la loro diffusione. Questo favorisce inoltre, attraverso l’utilizzo e la diffusione di strumenti-guida orientati alla correttezza metodologica, la costruzione di progetti e interventi di qualità basati sulle evidenze.
Ma l’identificazione delle Buone Pratiche assolve anche una funzione formativa, agevolando la formazione degli operatori (scuola, sanità, enti locali, cooperative, compagnie teatrali, volontariato…) che intendano provare a descrivere in maniera efficace le proprie pratiche professionali, verificando di aver descritto tutti i passaggi fondamentali e mettendo in luce le caratteristiche metodologiche del proprio intervento. Inoltre la definizione delle buone pratiche assolve una necessità e funzione decisionale, sostenendo le scelte dei decisori di tutti i settori della società circa progetti e interventi che abbiano caratteristiche di qualità e/o di efficacia pratica.

Cosa significa per noi essere diventati buona pratica.

In quanto psicologi, per nostra (de)formazione professionale, siamo inclini a intendere l’efficacia dei nostri interventi e delle nostre pratiche riferendoci a ciò che accade all’interno del setting terapeutico, ermeticamente separato dal resto del mondo: è quello che abbiamo avuto il privilegio di apprendere, (chi poteva) pagando profumatamente per farlo, con tanti sacrifici e tante gratificazioni.

Per la concezione di cui siamo, più o meno inconsapevolmente, portatori, l’efficacia degli interventi si riferisce a particolari interventi tecnici isolati, secondo i criteri imposti dalle convenzioni del metodo scientifico, oppure, in direzione diametralmente opposta, nel rifiuto di questo, attraverso un intimo confronto in una relazione tra soggettività uniche e incommensurabili che viaggiano libere nel registro di un mondo soggettivo simbolico.

Entrambe queste concezioni, apparentemente contrapposte, sono accomunate dall’intendere la pratica professionale limitandola e limitandosi a ciò che accade nella relazione, supposta neutrale e avulsa dal contesto reale, tra il tecnico e il paziente. Il presupposto di questa impostazione è una visione in cui l’intervento che produce salute corrisponde al gesto clinico e specialistico di un in volto ad un singolo soggetto, oggetto (direbbe Sartre) del sapere-potere del primo in una relazione costruita per accogliere e dare forma e sostanza, alla soggettività, unica e irripetibile, del paziente.

Questo può essere vero, talvolta utile ed efficace, ma sicuramente è limitante.

Se intendiamo la salute in senso più ampio, reinserita in una cornice teorico-pratica collettiva e storica, come qualcosa che non si produce esclusivamente tra singoli individui e nel setting terapeutico ci accorgiamo dell’influenza diretta di questo incontro sugli assetti sociali e della loro importanza nel promuovere o ostacolare la salute individuale e colettiva.
Ma non è possibile valutare l’efficacia reale di una pratica di cura senza una considerazione del modo in cui questa provi a riconoscere e includere, nei propri dispositivi, delle risposte pratiche a quei vincoli imposti dall’oggettiva realtà condivisa dalla coppia terapeutica con il resto del mondo (risorse, tempo, spazio, denaroì) per fare i conti con i quali si sono affermate, non senza contraddizioni, le prove di efficacia con cui abbiamo voluto misurarci. 

Volendo, con un pizzico di audacia e consapevoli dell’idealismo dell’obbiettivo (e di come potrebbe essere analizzato clinicamente ciò che ci accingiamo ad affermare), cambiare il mondo, per quanto possibile, occorre fare un passo oltre. Naturalmente, cambiare il mondo non significa necessariamente farlo per intero, quanto piuttosto assumersi la responsabilità del cambiamento che, all’interno di un preciso orizzonte politico e ciascuno e ciascuna con i propri strumenti, possiamo essere e praticamente costruire.

Il passo in più è esattamente ciò che, per noi, rappresenta il riconoscimento a Buona Pratica per la Promozione della Salute da parte della Regione Piemonte per tramite di DoRS e dell’ASL To3, deputati alla tutela della salute collettiva.

Se fino ad ora ci siamo limitati ad affermare, in un morbido autocompiacimento autoreferenziale, che quanto facciamo funziona, questo passo in più ci ha consentito di sottoporci a verifica. Non si può cambiare il mondo, del resto, senza sottoporsi al dialogo e al confronto, senza essere, cioè, nel mondo.

Cosa ci portiamo a casa da questo riconoscimento ? Due cose sopratutto.

Il riconoscimento del soggetto collettivo, innanzitutto: il lavor(i)o in gruppo, il lavoro del gruppo, è il punto di partenza: lavorare in gruppo promuove salute, anche per i membri che lo compongono, creando maggiori possibilità nel più ampio contesto che condividono con i cittadini a cui si rivolgono, all’esterno del privatezza del setting clinico.
La solitudine delle persone a cui spesso ci rivolgiamo è la nostra stessa solitudine. La risposta che abbiamo trovato non è l’ennesima psicoterapia di gruppo o individuale ma il gruppo di lavoro.

Il lavoro in gruppo, condiviso, plurale, dialogante e autorganizzato, talvolta confusivo, contraddittorio che, pur nelle difficoltà, nei sacrifici e nei compromessi per le libertà individuali, ci consente di godere di nuovi legami e appartenenze, margini di azione e cambiamento, personale e collettivo. Esiste un Noi e questo funziona, produce salute.

Portiamo a casa, in secondo luogo, la conferma della necessità di uscire da una concezione di salute riduttivamente individualista. Dobbiamo, vogliamo e funziona uscire dalla logica esclusivamente clinica, dallo spazio clinico individualizzato, per stare nei contesti di vita delle comunità e dei cittadini, agire all’esterno dell’identità di tecnico, mettendola, ogni tanto, a tacere, tra parentesi. Da psicologi clinici non è facile immaginare e praticare altre modalità per generare salute, altre azioni, nello Spazio Pubblico, che non neghino l’importanza di quanto accade nell’intimità privata del rapporto clinico ma lo arricchiscono: l’orientamento, la divulgazione, la sensibilizzazione, il lavoro sui contesti per il rafforzamento delle connessioni tra le risorse, sociali, sanitarie e civili, disponibili sul territorio sono tutte azioni che promuovono salute.


Per essere riconosciuti abbiamo voluto e dovuto metterci alla prova, misurarci con noi stessi e misurare noi stessi, analizzare, valutare le nostre azioni, i nostri risultati e i nostri processi, attivando un confronto per nulla facile.
Siamo andati oltre la rassicurante  cornice ultrasoggettivista, prodotto del nostro percorso formativo, che vede nella legittimazione incondizionata dell’esperienza e dei vissuti individuali la propria ragion d’essere, legittimando l’esistente in cui ci troviamo immersi, spesso oppressi, spesso oppressori, e del cui mantenimento siamo corresponsabili.
Ci siamo dovuti domandare quale fosse l’obiettivo del nostro stare insieme, quale fosse il mondo che desideriamo e descrivere ciò che, nella pratica, facciamo per realizzarlo.
Abbiamo così scoperto una realtà naturalmente distorta rispetto a ciò che, più complessivamente e profondamente siamo, siamo o meglio, riteniamo di essere e fare. Questo ci ha permesso, nonostante tutto, di domandarci e verificare se ciò che stiamo facendo e il modo in cui lo facciamo fossero allineati con il desiderio che ci unisce.


Stare nel mondo, anche collettivamente, significa confrontarsi con il principio di realtà di tempi, vincoli, risorse, obiettivi per dare un senso – di significato e di direzione- alle progettualità condivise.

Questo riconoscimento non è solo un traguardo, ma anche un ottimo strumento per continuare ad adoperarci, con i nostri limiti e i nostri punti di forza, ancora più convinti del valore, nell’economia politica della salute, del nostro stare insieme, per cambiare il mondo, almeno un pò.

Avanti tuttə!

Qui è possibile consultare la scheda progettuale mentre riportiamo la sintesi descrittiva della valutazione del progetto:

Dall’Abstract del progetto inserito su ProSa si evince il taglio “politico” (azione di advocacy) e “strategico- organizzativo” del progetto, che rappresentano un valore aggiunto:

<<Obiettivo generale del progetto è…la tutela del diritto alla salute mentale, intervenendo sulle variabili socio-economiche che limitano, condizionandola, l’accessibilità ai servizi di prevenzione, accoglienza e presa in carico della sofferenza psichica individuale e collettiva>>
<<… giungere ad un sistema integrato di azioni, pratiche e processi che rendano maggiormente accessibili le risposte appropriate del territorio alle sofferenze specifiche di questo periodo storico e … sociale…>>


Questi macro obiettivi rappresentano la cornice di senso etico e professionale entro cui si situa lo Sportello di psicologia sostenibile che concretamente diventa: uno strumento di contrasto delle disuguaglianze socio- economiche di salute, un’opportunità di affiancamento/orientamento rispetto alle realtà socio-sanitarie pubbliche locali, un mezzo per favorire lo sviluppo di competenze di empowerment individuale e collettivo per la gestione delle situazioni di sofferenza psicologica all’interno di una cornice di appartenenza
comunitaria (…<<… mettendo i fruitori nella condizione di prendere attivamente parola per diventare un motore di cambiamento individuale, collettivo e sociale.>>).
Parole chiave ripetute sono accessibilità (alle cure) e sostenibilità (dello Sportello), che vengono declinate a livello di:

  • azioni/interventi preventivi, educativi, clinici rivolti in particolare alle fasce socialmente, economicamente, culturalmente, psicologicamente svantaggiate della popolazione
  • metodi di gestione/coordinamento/organizzazione delle attività che risultano ben presidiati e
    “ragionati”.

Il progetto Sportello ha il merito di introiettare e utilizzare in maniera pratica le nozioni più recenti e universalmente accettate circa il collegamento tra svantaggio/vulnerabilità e meccanismi di erogazione dei servizi da parte del pubblico e del privato, con riferimenti a studi di efficacia, documenti/fonti accreditate, ed esperienze promettenti.


L’ambizioso progetto dello Sportello e del gruppo di progetto è di promuovere e/o contribuire a un cambiamento a 360 gradi che comporti l’assegnazione di priorità alla salute mentale in qualità di benessere psicofisico che riguarda tutta la comunità (in linea coi recenti documenti internazionali, ad esempio OMS), che concerne la riorganizzazione dei servizi dedicati, la piena partecipazione di tutti gli attori coinvolti, in una visione “ecologica” o “olistica” che sottende l’appartenenza al ruolo di “cittadino attivo” (in affiancamento al ruolo professionale).


Restano alcune criticità, che hanno a che fare maggiormente con l’aspetto della valutazione, in particolare la questione metodologica della stesura degli Obiettivi in una forma che sia misurabile e temporalmente indicata. Questo aspetto è probabilmente dovuto soprattutto al fatto che si tratta di un progetto nato “dal basso” e dalla prassi prima che in forma scritta o progettuale classica, il che ha comportato un grosso lavoro di pensiero, riflessione e revisione critica in itinere da parte del gruppo di lavoro, fortemente interessato a dare maggiore “robustezza” metodologica al progetto e alla valutazione della sua efficacia reale. Il progetto è una Buona Pratica Trasferibile, la cui valutazione di efficacia gioverebbe di un piano di valutazione dei Risultati maggiormente sistematico.

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Fiducia, disuguaglianze e potere disciplinante.

Riflessioni critiche sull’entrata in vigore del Green Pass.

Chi lavora nel campo della salute mentale, conosce fin troppo bene i rischi della sovrapposizione del campo sanitario con quello giuridico.

Che si tratti di “istituzioni totali” (Goffman, 1974) come le REMS, di misure più sfumate come l’applicazione del concetto di “pericolosità sociale”, o di dispositivi che fanno capo al diritto amministrativo come l’interdizione, esiste una nutrita casistica in cui i diritti civili delle persone vengono messi in secondo piano in nome della salute, da un lato, e della sicurezza pubblica e privata, dall’altro.

Foucault ha descritto con lucida chiarezza ciò che accade quando «il vile mestiere di punire si trova […] trasformato nel bel mestiere di guarire» (1999, pag. 31), gettando le basi per il potere di normalizzazione. Basaglia ha puntualizzato che «la società cosiddetta del benessere e dell’abbondanza […] ha trovato un nuovo sistema: quello di allargare l’appalto del potere ai tecnici che lo gestiranno in suo nome e continueranno a creare – attraverso forme diverse di violenza: la violenza tecnica – nuovi esclusi» (1968, pag. 461).

Difficile non inserire il Green Pass all’interno di una cornice di questo tipo, andando a costituire un dispositivo che estende la sovrapposizione sanità/diritto su una scala senza precedenti nella società contemporanea, come rilevato anche dall’intervento in Senato di Giorgio Agamben del 7 Ottobre 2021.

Sia chiaro: non si intende qui negare la serietà della pandemia di Covid-19, né la necessità di azioni su un piano collettivo e coordinato. Non vogliamo qui aprire al tema dell’utilità del vaccino di per sé, mentre è l’istituzione dell’obbligo vaccinale (esplicito o implicito come nel Green Pass) che si vuole mettere in discussione. È l’inutile appiattimento sulle responsabilità individuali e su risposte emergenziali che ci spaventa, non tanto la perdita di libertà dell’individuo; auspicheremmo un dialogo tra maggioranza e minoranze invece che un autarchico “vivi e lascia vivere “

Troviamo discutibile che il primo appello di massa dei nostri tempi alla gestione di una emergenza sociale collettiva, che coinvolge tutte le parti sociali dalle istituzioni alla società civile, venga impostato sull’adozione di un meccanismo di controllo disciplinante e repressivo.

In primo luogo: che tipo di investimenti comporta il Green Pass per la collettività? Non si tratta solo di costi economici, ma anche della riorganizzazione di spazi e tempi della vita sociale, dell’adozione di protocolli e procedure, l’implementazione di limiti e l’emergenza e la gestione di nuove tensioni sociali. Quante di queste enertie potrebbero essere reinvestite, per esempio, nel reimmaginare la fruizione dello spazio pubblico in maniera condivisa, nella creazione di reti di supporto, nell’attivazione di presidi di cura territoriali e diffusi, invece che nell’implementazione di una tecnologia di controllo?

Se «l’età della globalizzazione è l’età del contagio universale» (Hardt e Negri, 2000, pag. 136), è utile considerare quella di Covid-19 non come la pandemia, ma semplicemente come una pandemia; non una singola emergenza, ma parte di un ciclo di crisi che ha dei precedenti e con cui bisognerà nuovamente fare i conti. I precedenti ci sono, e sono stati approfonditamente analizzati. L’epidemia di ebola in West Africa nel 2014 ha visto un’opposizione sociale alle politiche sanitarie non dissimile da quella che vediamo oggi nell’ambito del Covid (Fairhead, 2016). Durante l’esplosione della pandemia di AIDS negli anni Ottanta, fu vagliata l’idea di dotare di una sorta di passaporto di riconoscimento le persone HIV positive per limitarne l’espatrio (Sontag, 2020) – una proposta che certamente oggi susciterebbe scandalo, ma che presenta alcune similitudini concettuali con lo strumento del Green Pass.

È inoltre massiccia la mole di ricerche che indica nelle disuguaglianze sociali uno dei principali fattori responsabili della scarsa salute e della malattia. L’implementazione di un dispositivo dagli effetti potenzialmente discriminatori come il Green Pass, da poco diventato precondizione per poter svolgere il proprio lavoro e già causa di sospensione dall’esercizio di alcune professioni, pone un rischio di aumento delle disuguaglianze così plateale che sembra paradossale doverlo sottolineare.

È praticamente ubiquitario in letteratura il riferimento a problematiche relative alla fiducia nelle istituzioni come un fattore precipitante per la cosiddetta “esitazione vaccinale” (Boodoosingh et al., 2020; Drążkiewicz, 2021; Eaton & Kalichman, 2020; Kasstan, 2020; Khubchandani et al., 2021; Larson & Broniatowski, 2021; Moore et al., 2021). La mancanza di fiducia non è relativa alla medicina in sé, ma alle istituzioni o alle autorità che garantiscono per la medicina in un determinato tempo e luogo (Wilkinson & Leach, 2014).

Molte delle critiche che sono state fatte al discorso di chi è esitante rispetto al vaccino o al Green Pass fanno leva su parole chiave come “l’irrazionalità” o “l’ignoranza” che connoterebbero chi esprime talune posizioni, e si polarizzano su etichette praticamente sterili, quali “Novax” o “Nogreenpass”, che ostacolano la comprensione del fenomeno, la possibilità di un aperto dibattito e alimentano un clima nocivo. Tuttavia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità già nel 2019 considerava il fenomeno dell’“esitazione vaccinale” come “una delle dieci principali minacce alla salute globale”. Se si tratta di un fenomeno su così larga scala, occorre probabilmente svilupparne una comprensione maggiore, rifuggendo facili svalutazioni che sembrano soprattutto riprodurre un certo discorso classista – facilitando inoltre in seno al movimento l’appeal di certe fasce della destra estrema, da anni capaci di cavalcare un certo malcontento popolare strutturandolo anche intorno al conflitto con una certa “sinistra borghese”. D’altra parte, enfatizzare l’infiltrazione neofascista che connota una parte dei movimenti di opposizione al Green Pass è senza dubbio un potente diversivo dal cuore della questione nell’economia dell’attenzione mediatica.

La domanda diventa allora: come dobbiamo affrontare le pandemie che verranno? Rinforzando i meccanismi di controllo sociale o potenziando le opportunità di salute? Aumentando la dipendenza degli individui dall’esercizio del potere biomedico, o incoraggiando lo sviluppo di comunità coese, empowered, capaci di prendere decisioni per la propria salute? Polarizzando lo scontro sociale su dinamiche di potere tra sovrani e sudditi, o incrementando le possibilità di partecipazione attraverso lo sviluppo di meccanismi di dialogo su base locale, nazionale, internazionale?

Che cosa accade quando l’emergenza di oggi diventa la normalità di domani?

BIBLIOGRAFIA

Basaglia F. (1968).. Le istituzioni della violenza. Scritti (1953-1980), Il Saggiatore, Milano 2017

Boodoosingh R., Olayemi L.O., Sam F.A. (2020). COVID-19 vaccines: Getting Anti-vaxxers involved in the discussion. World Development, 136 (2020), 105177, pp. 1-2.

Drążkiewicz E. (2021). Taking vaccine regret and hesitancy seriously. The role of truth, conspiracy theories, gender relations and trust in the HPV immunisation programmes in Ireland. Journal for Cultural Research, 25:1, pp. 69-87.

Eaton L.A., Kalichman S. C. (2020). Social and behavioral health responses to COVID-19. Lessons learned from four decades of an HIV pandemic. Journal of Behavioral Medicine (2020), 43, pp. 341-345.

Fairhead, J. (2016). Understanding social resistance to the Ebola response in the forest region of the Republic of Guinea: An anthropological perspective. African Studies Review 59, 3: 7-31.

Foucault M. (1999). Gli anormali. Corso al Collège de France (1974-1975). Tr. it. Universale Economica Feltrinelli, Milano 2009.

Goffman E. (1974). Asylums. Tr. it. Einaudi, Torino 2010.

Hardt M., Negri A. (2000). Empire, Harvard Univ. Press, Cambridge.

Kasstan B. (2020). Vaccines and vitriol: an anthropological commentary on vaccine hesitancy, decision-making and interventionism among religious minorities. Anthropology & Medicine, pp. 1-10.

Khubchandani J., Sharma S., Price H.J., Wiblishauser M.J., Sharma M., Webb F.J.(2021). COVID-19 Vaccination Hesitancy in the United States: A Rapid National Assessment. Journal of Community Health (2021), 46, pp. 270–277.

Larson H.J., Broniatowski D.A. (2021). Volatility of vaccine confidence. Science, Vol 371, Issue 6536, p. 1289.

Moore J.X., Gilbert K.L., Lively K.L., Laurent C., Chawla R., Li C., Johnson R., Petcu R., Mehra M., Spooner A. (2021). Correlates of COVID-19 Vaccine Hesitancy among a Community Sample of African Americans Living in the Southern United States. Vaccines, 2021, 9, 879, pp. 1-15.

Sontag S. (2020). Malattia come metafora. L’AIDS e le sue metafore. Nottetempo, Milano.

Wilkinson A., Leach M. (2014). Briefing: Ebola – Myths, realities and structural violence. African affairs, 114/454, pp. 136-148.

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Le politiche territoriali verso azioni concrete di promozione del benessere e della salute mentale della comunità in un’ottica di equità

Riportiamo un breve articolo pubblicato a cura di Matteo Bessone, Paolo Rabajoli, Martina Diano (Sportello di Psicologia Sostenibile TiAscolto!) Revisione per il web a cura di Rita Longo, sul sito di Dors, Centro Regionale di Documentazione per la Promozione della Salute.

Il contesto

L’impatto della pandemia e delle misure per il contenimento del COVID-19 stanno contribuendo a portare lentamente la salute mentale della popolazione al centro del dibattito pubblico nazionale e globale. Ne sono testimonianza, ad esempio, il focus sulla salute mentale durante il G20 e la convocazione della seconda Conferenza Nazionale sulla Salute Mentale di Giugno, esito e rilancio di un percorso partecipativo e voluta dal Tavolo Tecnico sulla Salute Mentale recentemente istituito dal Ministero della Salute oltre che il recente Summit Mondiale sulla Salute Mentale del 5 e 6 Ottobre ospitato dalla Francia.

In tale cornice la quasi totalità dei discorsi sulla salute mentale della cittadinanza converge sull’urgenza di dispiegare interventi precoci, appropriati e accessibili, di trattamento delle manifestazioni ormai ingravescenti di disagio e sofferenza e sulle possibilità di riorganizzazione, in termini sia qualitativi che quantitativi, del servizio sanitario e degli interventi da questo erogati.

Tali argomentazioni riflettono la concezione per cui la salute mentale, di cui prendersi cura dal momento in cui questa viene meno attraverso azioni riparative, sarebbe oggetto di pertinenza esclusivamente sanitaria: si tratta di un approccio dal forte orientamento patogenetico.

Questa concezione largamente dominante che sovrappone salute (o meglio malattia) e sanità è accompagnata dall’esclusione dalle Agende delle amministrazioni comunali (esteriori, per loro natura, alla governance sanitaria di pertinenza regionale) dei discorsi sul benessere della popolazione e delle azioni di carattere preventivo che ne potrebbero derivare.

Tuttavia, le politiche territoriali, hanno un impatto rilevante e diretto nel plasmare lo spazio pubblico entro cui i cittadini conducono propria vita e le loro condizioni di vita, dalla culla alla tomba (approccio life-course). Tale spazio costituisce una dimensione privilegiata per la promozione della salute pubblica ed è composto tanto dai contesti reali e fisici, cioè le concrete circostanze materiali di vita dei cittadini, quanto dalle componenti sociali del contesto, ovvero l’insieme degli assetti sociali e dei rapporti di potere e cittadinanza tra individui e gruppi sociali presenti in ciascuna organizzazione sociale.

L’azione di advocacy della società civile

Così come accade per i livelli globale e nazionale, ma in misura maggiore, a livello territoriale, la società civile può rappresentare un attore cruciale nell’esercitare, attraverso azioni di advocacy, un potere che indirizzi, definisca e monitori il corso e le priorità delle politiche territoriali.
Tali azioni costituiscono l’esito e lo strumento di processi di empowerment, che consentono a gruppi di cittadini di acquisire o incrementare il proprio potere su decisioni o risorse che influenzano le proprie vite [1] e quelle di tutta la cittadinanza.
In questo modo, l’attivismo per la salute e la giustizia sociale, possono fondersi veicolando, dal basso, rivendicazioni, nei confronti dei decisori per la creazione di uno spazio pubblico, materiale e sociale, capacitante [7] per gli individui e capace di produrre salute e benessere per la comunità, in ottica preventiva. La rilevanza di tali azioni per lo sviluppo di politiche pubbliche a tutela della salute dei cittadini è formalizzato dalla Carta di Ottawa per la promozione della salute [2] che sottolinea inoltre il ruolo centrale dell’equità e dell’intersettorialità oltre che dell’azione comunitaria nel creare ambienti favorevoli allo sviluppo di individui e comunità.

Ancor più dopo della pandemia e delle misure necessarie per il suo contenimento sulla salute mentale della popolazione, molti attori su tutti i livelli, come ad esempio EuroHealthNet , hanno rivolto forti appelli alla comunità politica che fanno convergere rivendicazioni sulla salute e la giustizia sociale, chiedendo l’adozione di un approccio comunitario e intersettoriale per la promozione della salute mentale in un’ottica di popolazione che, come ricorda il Position statement of the International Union for Health Promotion and Education di Marzo 2021 (https://www.iuhpe.org/images/IUHPE/Advocacy/IUHPE_Mental-Health_PositionStatement.pdf),

tradotto da Dors: “muove al di là degli interventi individuali clinici- necessari ma non sufficienti o sostenibili per affrontare i bisogni di salute mentale della popolazione- e che incorporano l’intero spettro di interventi per la salute mentale, dalla prevenzione, al trattamento, agli interventi orientati alla recovery”. (vai all’articolo completo)

In questa cornice, un gruppo di cittadini, ha recentemente redatto un documento che ha costituito il fulcro della campagna “Torino per la salute mentale e l’equità” attraverso cui è stato sintetizzato, diffuso e socializzato verso le realtà del territorio e i cittadini e alcune agenzie di comunicazione.
Il documento è stato in seguito sottoposto alle forze politiche candidate alle elezioni amministrative di Torino 2021 con la richiesta di prendere posizione rispetto alle proposte avanzate. L’obiettivo generale dell’azione è l’introduzione della salute mentale all’interno dell’agenda politica dei decisori in una più ampia cornice di giustizia sociale.

I messaggi-chiave della campagna per l’equità in salute mentale

I messaggi chiave del documento, in linea con le evidenze epidemiologiche e con un approccio focalizzato sui determinanti sociali della salute mentale [3][4], sono:

  • Salute mentale e benessere dei cittadini devono costituire una priorità per l’agenda politica cittadina;
  • L’amministrazione cittadina deve, attraverso politiche in tutti i settori e la tutela dei principali diritti, promuovere l’equità, fondamentale per il benessere e la salute, fisica e mentale, di tutte e tutti;
  • Occorre dare ad ogni bambino le migliori opportunità di sviluppo agendo, prima e dopo la sua nascita, anche con politiche di sostegno alle famiglie;
  • I contesti di vita rappresentano il luogo privilegiato in cui prendersi cura della salute mentale degli individui.

 Le principali proposte e richieste:

  • L’adozione di un approccio “Salute Mentale in Ogni Politica” ovvero l’introduzione di valutazione e monitoraggio di ogni politica sulla base degli effetti prodotti sulla salute mentale. Questo attraverso l’istituzione di nuovo assessorato oppure di figure, singole o collettive, che dialoghino con i diversi assessorati, prima, dopo e durante, l’implementazione delle diverse politiche, per introdurre uno sguardo stabile e attento sugli effetti dei provvedimenti sulla salute mentale;
  • Una nuova “Consulta Permanente Cittadina della Salute Mentale” sostitutiva di quella attualmente esistente radicalmente svuotata della sua funzione partecipativa;
  • L’Istituzione di un referente per la salute mentale nei contesti di vita con l’obiettivo di valutare le condizioni di benessere psicologico dei cittadini nei principali contesti di vita. Ad esempio, all’interno delle scuole, di ogni ordine e grado, potrebbe essere valutata l’istituzione, sul modello delle funzioni trasversali, come ad esempio la funzione strumentale per l’inclusione scolastica, di un referente per la salute mentale e il benessere generale degli studenti;
  • Tavoli periodici per la salute mentale, aperti ai referenti per la salute mentale e alle realtà che lavorano direttamente e indirettamente nel campo salute mentale (pubblici e del privato sociale), oltre che ai cittadini e ai propri rappresentanti. L’amministrazione, In modo diretto attraverso un assessorato o indiretto attraverso la messa a bando dell’iniziativa, potrebbe curarne l’avvio, offrire gli spazi per la loro realizzazione, coordinarne e governarne lo svolgimento per migliorare l’integrazione, la collaborazione e il dialogo delle offerte presenti sul territorio;
  • Sensibilizzazione e comunicazione efficace attraverso modalità partecipative e coprogettazione su temi di rilevanza pubblica e fenomeni sociali connessi all’insorgenza del malessere (bullismo, dipendenza dai social, discriminazione nei contesti lavorativi/scolastici, violenza fisica e verbale, domestica e nei luoghi di lavoro, ecc)

Le risposte ricevute dalle varie forze politiche verranno comunicate ai cittadini per informarli degli impegni eventualmente presi dai candidati fornendo elementi utili al voto.

La campagna è stata realizzata da un gruppo di cittadini, per la maggior parte psicologi, con il doppio obiettivo di sensibilizzare sia tutte forze politiche candidate, sollecitandole ad un’assunzione di responsabilità (in un’ottica di accountability), sia la comunità dei professionisti della salute mentale, spesso ancorati a concezioni e pratiche tecniche e tecnicistiche sulla salute mentale che rischia di ostacolare la possibilità di concertazione di azioni pubbliche correttive a partire dalla sofferenza reale incontrata a livello clinico.
La campagna mirerebbe a portare contemporaneamente sia un discorso sulla la salute mentale della popolazione a livello pubblico e politico per i decisori auspicandone una presa in carico, sia ad ampliare la visione e la lettura della sofferenza vissuta dagli individui, per gli operatori, limitandone un’interpretazione eccessivamente privatistica e arricchendola con la rilevanza di fattori situati nella sua dimensione sociale e collettiva.

Così, la fase di diffusione della campagna ha portato alla discussione del documento in sede istituzionale presso l’Ordine degli Psicologi, il quale dopo una breve interlocuzione, ha prima manifestato l’intenzione di replicare l’iniziativa, e poi deciso di convocare alcuni dei candidati per un confronto sui relativi programmi elettorali e verificare il peso attribuito da ciascuna forza al tema della “salute psicologica” o “benessere mentale”.

Questo, oltre ad aumentare il potenziale impatto politico della campagna, costituisce un esito positivo nella misura in cui un gruppo esterno alla politica istituzionale ordinistica, ne influenza agenda e priorità, portando il proprio messaggio dalla periferia della cultura professionale al suo centro, reale e simbolico

Empowerment e partecipazione

Come sottolinea Popay (2020), occorre non confondere i processi di empowerment di comunità dal loro esito positivo [5] ovvero l’ottenimento auspicato di quanto rivendicato. Laddove l’empowerment di comunità, inteso come “processo di rinegoziazione del potere al fine di guadagnare maggior controllo sulle proprie vite” [6] costituisce la precondizione necessaria al fine della costruzione di contesti, sociali e materiali, in grado di produrre salute per tutti i cittadini, la partecipazione costituisce, di per sé, un indicatore della capacità del contesto [7] di promuovere l’esercizio delle libertà democratiche fondamentali e della capacità, e – citando Marta Nussbaum [8] – di controllo del proprio ambiente politico e materiale.

Le interpretazioni relative alle cause della sofferenza determinano efficacia, appropriatezza e dimensione dell’intervento.
Nel corso degli anni, le concezioni e le idee sulla sofferenza sono sempre più inclini nel vederne il prodotto della dimensione individuale implicitamente suggerendo azioni “”riparative” di tipo clinico e tecnico, le quali, a loro volta privatizzano i vissuti di sofferenza, spesso condivisi e sempre ascrivibili all’interazione tra gli individui e i contesti reali in cui questi nascono, crescono, lavorano, costruiscono una famiglia e muoiono, con maggiori o minori possibilità di condurre una vita a cui attribuire valore, più o meno liberi di fare o essere [7].
La natura, sempre sociale e politica dell’esistenza e della sofferenza, necessita, per evitare il rischio di oscurare la dimensione pubblica della salute, di azioni che all’interno di questo spazio se ne possano prendere carico.

Superati il senso di impotenza, la mancanza di fiducia e la rassegnazione che impoveriscono il capitale sociale delle comunità e delle società più disuguali [9][10][11] e consapevoli del rischio di relegare all’ambito privatistico la sofferenza degli individui è possibile, per gli operatori, usando Basaglia [12], “tenere in piedi contemporaneamente le due situazioni, i due ruoli, quello di tecnico e quello di militante politico”.
Questa possibilità passa dal riconoscimento dell’impatto reale dei fattori socioeconomici e delle disuguaglianze su salute mentale e benessere e della rabbia legata alla percezione di un’ingiustizia [13] evitabile [14], in cui, come cittadini e operatori, siamo costantemente immersi e a cui rischiamo di abituarci.

L’azione testimonia come sia possibile fare un passo oltre al mero ruolo di operatore sanitario, tecnico della salute, e attraversare una situazione anomica [12], una perdita d’identità, per riscoprire e dare praticamente vita all’identità di cittadino che la precede. In tale posizione, da stato emotivo individuale, la rabbia può diventare, un ingrediente necessario per il cambiamento e il miglioramento delle condizioni attuali, al servizio della solidarietà e dell’azione collettiva [15].  

Il documento su salute mentale ed equità è scaricabile e consultabile in versione integrale al seguente link: https://sportellotiascolto.it/2021/04/23/elezioni-amministrative-2021-torino-per-la-salute-mentale-e-lequita/

Bibliografia e sitografia

[1] Laverack, G.(2018) Salute pubblica. Potere, empowerment e pratica professionale. Pensiero Scientifico

[2] WHO(1986) Carta di Ottawa per la Promozione della Salute

[3] WHO(2014) I determinanti sociali della salute mentale, http://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/112828/9789241506809-ita.pdf?sequence=5

[4] Bessone M., Longo R.; I determinanti sociali della salute mentale https://www.dors.it/page.php?idarticolo=3015

[5] Popay, J. et al.(2020). Power, control, communities and health inequalities I: theories, concepts and analytical frameworks. Health promotion international.

[6] Labonté, R. and Laverack, G. (2008) Health promotion in action: from local to global empowerment. Parlgrave

[7] Sen, A. (2001) Development as freedom. New York : Oxford University Press.

[8] Nussbaum, M. C. (2012) Creare capacità: liberarsi dalla dittatura del Pil. Il mulino.

[9] Wilkinson, R, Pickett, K. (2009) The Spirit Level: Why greater equality makes societies stronger. Londra: Allen Lane.

[10] Wilkinson, R, Pickett, K. (2018) The Inner Level: How More Equal Societies Reduce Stress, Restore Sanity and Improve Everyone’s Well-being. Londra: Penguin Books

[11] Marmot, M. (2020) Health equity in England: the Marmot review 10 years on.

[12] Basaglia, F. et al. (1979) Conferenze brasiliane. Milano: Raffaello Cortina Editore

[13] Seminario 30 Ottobre 2019, Cosa osservare: quali meccanismi facilitano od ostacolano le alleanze per la salute?, presso Dors

[14] Marmot M. The Health Gap: The Challenge of an Unequal World. Londra: Bloomsbury, 2015.

[15] Macintyre, A., et al. (2018). What has economics got to do with it? The impact of socioeconomic factors on mental health and the case for collective action. Palgrave Communications, 4(1), 1-5.

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La campagna “Insieme per la salute mentale” di Lundbeck tra sensibilizzazione e profitto.

“Il nostro sogno è produrre
farmaci per le persone sane.
Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque”.

Henry Gadsen, direttore della Merck,
1977 alla rivista Fortune.

Dagli anni ‘60, la constatazione della coincidenza tra mandato della scienza, della medicina
e della società ha animato numerosi campi di lotta nella convergenza tra rivendicazioni per
la salute dei popoli e la giustizia sociale.


La galassia della salute mentale è stata oggetto di feroci critiche che ne hanno contrastato e
contestato le istituzioni (ad esempio il manicomio), la natura di alcune pratiche (ad esempio
la contenzione fisica), un certo loro uso (ad esempio l’uso dei farmaci) oltre che le basi
epistemologiche nel più ampio processo di costruzione sociale del sapere (la cosiddetta
“invenzione delle malattie mentali”).
In sottofondo, il riconoscimento degli effetti iatrogeni reali dei dispositivi di diagnosi e cura
sull’insieme del corpo sociale e la salute dei cittadini di cui Basaglia denunciò la “violenza
tecnica” ammantata da premurosa e retorica “ideologia della cura”. Questi, incorporando,
veicolando e riproducendo le norme sociali, costituiscono un vettore della violenza
strutturale della società che li produce, un sapere-potere funzionale alle classi dominanti
organico alla conservazione della struttura socioeconomica.


Con la fine degli anni ‘80 si chiarì la reciproca influenza materiale tra una certa psichiatria
organicista e l’affermarsi dell’ideologia neoliberale e la funzione della prima nel
mantenimento degli assetti sociali e nella mercificazione dell’esistente, esercitata attraverso
la medicalizzazione dell’esistenza necessaria alla commercializzazione della salute. Il
rinsaldarsi dell’alleanza tra industria farmaceutica, scienza e medicina, insieme alla
diffusione degli psicofarmaci e l’influenza crescente dell’industria sulla salute, resero
necessario un superamento delle analisi precedenti limitate alla funzione di controllo delle
cure.


In quegli anni, l’accelerata nella proliferazione delle diagnosi – inflazione diagnostica, che ha
portato da 106 a 365 le diagnosi dal ‘52 al ‘13, con l’uscita del DSM5 -, spinta dalle esigenze
dell’industria assicurativa americana, diffuse l’idea di un corpo sociale malato. Il diffondersi di
pratiche psicoterapeutiche e consulenze psicologiche contribuì a privatizzare il modo di
vivere e concepire sofferenza, esistenza e rapporti sociali. Il trattamento per il disagio,
individuale e individualizzato, conseguenza di uno “squilibrio chimico”, era già disponibile nel
mercato della cura che continuava a stratificare le società e talvolta, come valse per
l’”ADHD”, più che gli interessi per la salute pubblica furono quelli commerciali legati ai
trattamenti a determinare l’esistenza tanto delle diagnosi quanto le narrazioni, conseguenza
del loro utilizzo, di un corpo sociale malato.


Poco prima della pandemia, l’OMS iniziò a segnalare a decisori politici e opinione pubblica
l’epidemia di “depressione” in corso e prevista e molte forze si unirono nelle richieste di
“maggiori investimenti in salute mentale” in un narrazione dominante costruita sulle
ripercussioni sulle capacità produttive dei disturbi mentali e sui costi economici della loro
gestione. A Gennaio 2020, al World Economic Forum di Davos, termometro dello zeitgeist
economico globale, i potenti della terra inserirono la salute mentale in agenda. La pandemia
ha accelerato il processo: la salute mentale della popolazione è entrata nel dibattito pubblico
e nell’agenda politica, globale e statale, e la sua centralità strategica è confermata
dall’Evento Speciale ad essa dedicato che ha preceduto il G20 dei Ministri della Salute di
Roma.


Ma le condizioni di reale fragilità di molti cittadini, soprattutto quelli in condizioni di maggior
svantaggio, causate da pandemia e misure di contenimento non cancellano, semmai
acuiscono, l’interesse per la salute mentale della popolazione forse mai come prima d’ora
intesa come spazio economico per la produzione di profitto e opportunità fondamentale per
la creazione di capitale privato e la crescita economica che, evidentemente, nuocciono più di
quanto non promettano.


Il SSN, strumento privilegiato di protezione sociale e contrasto alle disuguaglianze sociali e
di salute esacerbate dalla pandemia, provato da anni di aziendalizzazione e spinte verso la
privatizzazione, reagisce come può. Definanziamento e mancanza di risorse ne determinano
cure povere in quantità, scarsamente accessibili e disponibili, e qualità, con uno slittamento
verso un uso dei trattamenti farmacologici dal sapore, sostiene Starace, presidente della
SIEP, vetero-fordista.


Negli ultimi anni, la diffusione degli psicofarmaci e le evidenze dei numerosi e durevoli danni
che in caso di uso prolungato o eccessivo superano i benefici, hanno mosso parti di società
civile e comunità scientifica verso la promozione di una cultura farmacologica e di pratiche
de/prescrittive che tutelino realmente la salute individuale e collettività a partire dalla messa
discussione delle pratiche prescrittive reali, raramente corrispondenti alla ricerca da cui sono
prodotte (offlabels).
Si tratta di una moltitudine frammentata, dal livello globale a quello locale, di movimenti
politici, di utenti, familiari, e operatori, ad esempio l’IIPDW, che non ha ancora forza o
lungimiranza per influire direttamente sulle pratiche dominanti o dispiegare campagne di
sensibilizzazione e che muove in direzione opposta agli obiettivi commerciali delle aziende
produttrici.
La loro realizzazione, perseguita attraverso il dominio dell’industria farmaceutica
nell’economia che governa la produzione delle conoscenza (le evidenze scientifiche) e
l’influenza nella formazione medica, viene facilitata dalla resistenza psichiatrica alla propria
messa in discussione e dal potere simbolico esercitato, subordinati altri corpi di sapere e
pratiche, nel modellare le modalità egemoni di concepire e vivere salute, malattia e cura dal
prestigioso sapere-potere psichiatrico.


Le narrazioni sulla salute del corpo sociale e sul diritto alla cura facilitano o ostacolano il
raggiungimento degli obiettivi commerciali delle aziende e la salute reale dei cittadini i quali,
a loro volta, possono costituirsi in quanto tali nella partecipazione alle lotte collettive per il
diritto alla salute e, direbbe Rose in “La Politica della Vita”, nell’economia politica della
speranza.


E’ qui che agisce il marketing dell’industria farmaceutica che vede nella pandemia
un’opportunità d’oro confermata dalle previsioni di crescita del mercato globale di molti
psicofarmaci, primi fra tutti gli antidepressivi.


Così, in Italia, il 10 Ottobre, quest’anno come lo scorso, la Giornata Mondiale della Salute
Mentale (celebrata dal 1992 per aumentare la consapevolezza di cittadini e governi sui
problemi di salute mentale, mobilitare gli sforzi collettivi a sostegno del benessere delle
persone, promuovere azioni di advocacy e lotta allo stigma) sarà utilizzata dalla
multinazionale danese Lundbeck, specializzata in farmaci psicotropi, per la campagna
“Insieme per la salute mentale” con la partecipazione di molte società scientifiche,
associazioni di utenti e testimonials, numerose iniziative in molti territori e grande risonanza
mediatica.


La competizione della Lundbeck nel mercato degli psicofarmaci le è costata una multa da 93
milioni di euro dalla Commissione Europea per sei accordi stipulati con alcune società per
ritardare l’immissione sul mercato di farmaci equivalenti (pay-for-delay) alla sua molecola
citalopram. Tale condotta non costituisce un’eccezione: Lundbeck ha violato le norme per i
contenuti pubblicitari in Gran Bretagna, ha subito la revoca di un brevetto per difetto del
requisito di novità e Gøtzsche avanza ragionevoli argomentazioni circa la falsificazione di
dati relativi all’efficacia, per alcune molecole in adolescenti e adulti, e al rischio suicidario in
bambini che assumono antidepressivi.


Per aumentare le vendite, le campagne di sensibilizzazione e consapevolezze, moltiplicate
negli USA da 44 a 401 con un aumento di spesa da 177 a 430 milioni di dollari,
rappresentano da sempre una strategia chiave delle aziende produttrici massimizzando la
percezione della diffusione di una malattia funzionale a ciò che Moynihan chiama la “vendita
della malattie”. Le case farmaceutiche che vendono prodotti per determinate “malattie”
diventano fonte di speranza per gruppi di cittadini che se ne ritengono affetti e medici
impazienti di diagnosticarle. Le campagne tuttavia inducono a scambiare le informazioni
sulla malattia con i benefici dei farmaci, a fenomeni di ipermedicalizzazione e
sovratrattamento e ad un aumento delle domande di prescrizioni ai medici dei cittadini.


Con la pandemia buona parte del marketing farmaceutico è stato reindirizzato sui social.
Facebook costituisce la principale piattaforma virtuale per le aziende ed è qui che soprattutto
si è svolta la campagna di Lundbeck la quale, preceduta di qualche mese da Janssen, ha
inoltre aperto una pagina per sensibilizzare sui temi relativi al disagio mentale, in particolare
per la diagnosi di depressione.


In Italia non è possibile fare pubblicità diretta presso il consumatore e le aziende devono
trovare modalità promozionali indirette per cambiare percezione e atteggiamento sociale
verso le condizioni di sofferenza e ciò che viene definito malattia: è questa la funzione della
campagna “di sensibilizzazione”, o sarebbe meglio dire marketing, promossa da Lundbeck.
Il sito dell’azienda, che come molte multinazionali spende più in marketing che in ricerca,
testimonia che tutte le società scientifiche e le associazioni di utenti che hanno partecipato
alla campagna nel 2020 hanno ricevuto finanziamenti dall’azienda l’anno precedente:
professionisti e utenti uniti nel dar voce e amplificare i messaggi della campagna di
sensibilizzazione, lotta allo stigma e accesso ai medicinali, organizzata dalla multinazionale
degli psicofarmaci.


Due aspetti su tutti. Il primo è relativo al processo attraverso cui Lundbeck riesce a
mobilitare parte delle forze rappresentate e mosse dell’associazionismo,
strumentalizzandone le rivendicazioni per il diritto alla salute mentale al servizio dei propri
obiettivi commerciali. Come sostiene l’azienda, per la realizzazione dei propri “imperativi
strategici”, “espandere ed investire per la crescita”, “mantenere l’attenzione sulla redditività”
ed “espandere spazi operativi”, occorre “lavorare a stretto contatto con la comunità dei
pazienti” e “coinvolgerli nella nostra catena del valore”: “una Salute Mentale che sia per tutti
non può prescindere dalla collaborazione di tutte le parti coinvolte”.
Per questo ogni anno organizza, con gruppi di advocacy e associazioni, #1voicesummit, una
giornata che promuove la collaborazione con la comunità globale di advocacy per
raggiungere due propri obiettivi chiave: salute del cervello (BrainHealth) e leadership nelle
neuroscienze. L’appuntamento serve per “trovare nuovi modi per amplificare la voce delle
persone con esperienze vissute di malattie cerebrali”. Oltre 80 associazioni da quasi 20
paesi hanno partecipato all’edizione del 2021.
Società civile e associazioni di pazienti e familiari diventano così portavoce dei messaggi
interiorizzati funzionali al profitto dell’azienda che ne incorpora le spinte al cambiamento.


Il secondo punto è relativo ai contenuti dei messaggi diffusi che, seppur teoricamente
condivisibili, costituiscono nella pratica tasselli funzionali alle finalità commerciali da cui
derivano promuovendo elementi culturali volti a ridurre le barriere al raggiungimento degli
obiettivi aziendali. La lotta allo stigma, nella concezione veicolata, non è la lotta a
discriminazione ed esclusione sociale che nega l’esercizio dei diritti di cittadinanza, quanto
un processo necessario all’identificazione della cittadinanza con l’identità malata,
all’adesione al principale trattamento indicato, prodotto e ad ampliare il bacino di
consumatori; l’accesso alle cure non è l’accesso ad un SSN capace di erogare,
omogeneamente in tutto il paese, percorsi di cura efficaci, appropriati, in ottica comunitaria,
ma l’accesso al trattamento farmacologico; l’analogia tra malattia fisica e malattia mentale è
funzionale ad un riduzionismo biologico che riconduce a livello meramente cerebrale origine
e trattamento della sofferenza.


Vede bene Benedetto Saraceno, cauto verso le richieste di maggiori investimenti del
Movimento Globale per la Salute Mentale, attore chiave nella globalizzazione del deteriore
paradigma biomedico e degli interessi economici ad esso connaturati.
Da quando le fabbriche delle società farmaceutiche sono diventate il laboratorio
dell’innovazione psichiatrica e il laboratorio psichiatrico parte della fabbrica
psicofarmacologica, in quella “rilevazione in blocco della psichiatria dalle case farmaceutiche
denunciata dal presidente dimissionario dell’American Psychiatric Association, Loren
Mosher, l’alleanza con le associazioni di familiari e utenti (consumatori) gioca un ruolo
chiave nella produzione delle narrazioni dominanti.
Paradossalmente, alcuni movimenti nuotano contro sé stessi.


Come afferma l’attivista inglese Sera Davidow, parlare dell’influenza del profitto nella salute
e dell’epidemia di uso di psicofarmaci non equivale a fare “Pill Shaming”, termine sempre più
diffuso in seguito ad un servizio sulla BBC che indica le manifestazioni personali di biasimo
verso chi rivendica il proprio diritto all’assunzione di psicofarmaci e la cui propagazione,
comprensibile verso l’atteggiamento ideologica di una certa antipsichiatria, rischia da una
parte, di delegittimare discorsi e pratiche critiche sull’uso degli psicofarmaci, intesi come
campo reale per il contrasto di dinamiche di potere, oppressione interiorizzata e riproduzione
sociale, dall’altra di indebolire la spinta verso una maggior appropriatezza prescrittiva,
l’introduzione di pratiche di deprescrizione e la diffusione di una cultura dei farmaci, per altro
nodi cruciali in molti problemi sociali legati alle pratiche mediche, ad esempio, il fenomeno
dell’antibioticoresistenza. Il rischio, nel caso degli psicofarmaci, sta nell’eccesso più che nel
difetto.


Occorre un cambiamento da un paradigma riduzionista, centrato sullo “squilibrio chimico”,
ad uno capace di contemplare gli “squilibri di potere” nel determinare non solo, come
indicato da Pūras, sofferenza e disagio, ma anche la narrazione dominante nell’immaginario
collettivo, ancor più in date importanti, simbolicamente e praticamente, per il bene comune
come quella del 10 Ottobre (per altro a rischio perenne di appropriazione da parte di gruppi
particolari, come è accaduto da parte degli psicologi, che l’hanno trasformata in Giornata
Nazionale della Psicologia).


E’ malato vendere, legalmente, l’idea di una collettività malata e la campagna “Insieme per
la Salute Mentale” non scalfisce, semmai acquisce i problemi reali che ostacolano la salute
mentale della popolazione tacendo le criticità dei servizi e i rischi delle pratiche prescrittive e
il peso dei determinanti sociali della salute mentale.
Il “manganello chimico” non può essere affrontato senza contrastare la “contenzione”
esercitata dal profitto sull’immaginario collettivo, in ogni ambito della nostra vita e sulla
salute mentale dei popoli.


Se la pandemia ha esacerbato le preesistenti disuguaglianze poche certezze sono solide nel
campo della salute mentale della popolazione come 1) la correlazione tra entità delle
disuguaglianze e benessere generale della popolazione: vivere nei paesi più diseguali, divisi
e divisivi aumenta il rischio, a parità di posizione sociale e lungo tutta la scala sociale, di
ammalarsi rispetto al vivere in paesi più equi; 2) la distribuzione della salute mentale lungo il
gradiente sociale: nel corpo sociale i bisogni di salute si sovrappongono a quelli sociali ed
economici, il disagio mentale è una questione di classe.


Matteo Bessone
Luca Negrogno

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Da ottobre parte il Gruppo Donne

Continua la collaborazione di Sportello TiAscolto! con Arci Torino, Fooding – Alimenta la Solidarietà e Anatra Zoppa! Siamo felici di annunciare l’avvio del gruppo donne, spazio di incontro e confronto, ascolto e condivisione.

QUANDO: dal mese di ottobre dalle 10.00 alle 12.00.

DOVE: in Via Courmayeur 5, a Torino, presso il Circolo Arci Anatra Zoppa.

Per iscriversi inviare una mail a fooding@arcitorino.it, o telefonare al numero 351 9250987.

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Sportello TiAscolto! inaugura la nuova sede a Bologna

Sportello TiAscolto! è lieto di annunciare l’apertura della sua nuova sede a Bologna!

E desidera farlo con un evento organizzato in collaborazione con Libera Bologna, che si terrà il giorno 21 settembre 2021 alle ore 19.00 presso Porta Pratello, in Via Pietralata 58 (Bologna).

Diego Manduri, psicoterapeuta e presidente di Approdi, insieme con David Lovelock, coordinatore progetti dipendenze e integrazione, dialogherà con Fabio Cantelli Anibaldi, autore del libro “Sanpa, Madre Amorosa e Crudele”.

Vi aspettiamo, non potete mancare!

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Sportello TiAscolto! per la Summer School Rena 2021

Lo Sportello Ti AScolto! parteciperà alla Summer School 2021 organizzata da Rena: “Abitare le Distanze”.

Abitare le distanze significherà immaginare, discutere, condividere e mettere a confronto pensieri e pratiche che hanno bisogno di essere sostenute da reti, da discorsi pubblici e processi culturali condivisi e partecipati.

Il percorso si snoderà attorno a quattro assi tematici: Ecologia e Sviluppo Sostenibile, Lavoro, Decolonizzazione e Salute Psicologica.

Matteo Bessone e Martina Diano rappresenteranno lo Sportello con l’intervento “Disuguaglianze e Salute Mentale: mutualismo tra tecnica e politica” a partire dalla campagna “Torino per la salute mentale e l’equità” .

“La salute psicologica è un tema colpevolmente marginale, se non del tutto assente dal dibattito pubblico, ma crediamo sia una dimensione determinante per il raggiungimento del benessere individuale e collettivo.
La distanza che indagheremo è quella rappresentata dalla sofferenze psicologica che allontana l’individuo dalle relazioni e dalla collettività. Ragioneremo sul concetto di salute, sull’azione del sistema pubblico e sul valore delle comunità per il benessere psicologico di chi la compone”.

Qui potete trovare il programma completo della Summer School e qui un breve resoconto dell’intensissima giornata!

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La psichiatria di ieri, di oggi e di domani

Riflessioni a partire da “La Follia che è in noi”, di Eugenio Borgna.

A distanza di più di quarant’anni dalla rivoluzione basagliana ci si può fermare e domandarsi se il cambiamento auspicato sia avvenuto realmente ed integralmente. I principi nuovi basati sulla filosofia fenomenologica della dignità della sofferenza, della consapevolezza della follia come condizione umana, dell’immedesimazione e della concezione nuova della relazione umana nella cura sono presenti nella psichiatria di oggi? Si è passati dall’oggettività delle disfunzioni cerebrali alla soggettività del paziente? L’intreccio della psichiatria con la psicologia è stato coltivato negli anni? 

Proveremo a dare delle risposte, seppur parziali, a questi interrogativi, attraverso le riflessioni di Eugenio Borgna, psichiatra che ha vissuto il cambiamento del paradigma psichiatrico e delle istituzioni psichiatriche, accanto a Basaglia.     

Cosa voleva dire “cambiare il modo di fare psichiatria” di cui tanto si parlava negli anni ‘70?[Ritorno a capo del testo] 

La psichiatria fino agli anni 70 non dava dignità all’individuo con fragilità psichiche, infatti Basaglia ha avviato un cambiamento, oltre che primariamente istituzionale, nella concezione della follia sia nell’ambito medico sia nella società. Per attuare una modifica così radicale bisognava partire da una concezione in l’uomo continua ad avere senso e valore anche nella sofferenza e dare un significato al qui-e-ora, in cui il tempo è il tempo dell’Io e lo spazio definisce i confini della sofferenza; quest’ultima veniva intesa come una fragilità e, quindi, di cruciale importanza era ascoltare il significato che ciascuna persona attribuisce ai propri sintomi. 

Uno dei passaggi fondamentali della rivoluzione basagliana può essere ricercato nei presupposti che informano la sua concezione di follia: la follia è in ognuno di noi, nei pazienti come negli psichiatri, ognuno vive le proprie fragilità e solo riconoscendole è possibile immedesimarsi gli uni negli altri e instaurare  relazioni di cura. I due ingredienti principali sono: 

  • L’ascolto gentile, ossia una partecipazione attiva al dialogo facendo emergere un mondo interiore 
  • Nella relazione terapeutica far emergere la propria solitudine, che è alla radice della sofferenza 

La legge Basaglia del 1978 ha apportato cambiamenti pratici e concreti alla psichiatria: si è passati dai manicomi alla territorializzazione di ambulatori e comunità extraospedaliere, ma la concezione della follia è stata umanizzata realmente? 

Si può osservare ancora oggi un’incapacità di considerare la dimensione sociale e dialogica della follia. Spesso viene ancora usata la contenzione psicologica, architettonica, farmacologica e fisica, nella quale la diagnosi la fa da padrona. Si può osservare molta resistenza nell’educare fin dall’infanzia alla conoscenza di sé, al riconoscere ed accettare le proprie fragilità, includendo il dolore come un aspetto connaturato alla vita; tutto ciò é dovuto al fatto che la tenerezza, l’ascolto, la cura e tempi di cui questa necessita sono spesso sommersi da pregiudizio e  violenza. 

L’uso assiduo del manuale diagnostico DSM è emblema di quanto l’oggettivitá del sintomo sopprima sbrigativamente la soggettività dell’umanità che c’è dietro 

Basaglia dice che l’uomo è un animale sociale e il dolore che l’opprime non si risolve, ma è una nostra condizione esistenziale eppure questa visione è ancora poco radicata nella società. 

Borgna, facendo un’analisi della psichiatria odierna, mette in luce quanto i cambiamenti della rivoluzione basagliana non abbiano portato ad una psichiatria sociale fatta di relazione, ascolto e dialogo e capace di guardare alla follia come un’esperienza di vita. 

Le chiusura dei manicomi ha portato sicuramente indubbie conquiste che vanno costantemente presidiate.Borgna afferma che allo stesso tempo ha spazzato via alcune realtà funzionanti come l’ospedale di Novara in cui degenze lunghe (che rischiavano, ora come allora, di tramutarsi in ospedalizzazioni a vita) e spazi più ampi insieme ad un personale che l’autore definisce ‘illuminato’ già si avvicinavano ad una concezione differente della follia, e rendendo le degenze brevi, spesso per motivi meramente amministrativi, e in spazi ristretti e angusti, alcune fragilità che hanno bisogno di più tempo non possono essere seguite in modo appropriato. 

Un aspetto da tenere in considerazione è che i pregiudizi a livello sociale sono rimasti i medesimi: la maggior parte delle amministrazioni e delle direzioni sanitarie sul territorio nazionale non hanno mutato il loro atteggiamento nei confronti dei luoghi di cura e della percezione della follia che da questi derivano, non si è sviluppato un interesse per migliorare i luoghi e non si sono promosse iniziative per avvicinare la cittadinanza. In contemporanea, però, si è cercato di decostruire il pregiudizio sulla follia portandola negli ambulatori, costruendo servizi territoriali e offrendo più assistenza ai pazienti e alle loro famiglie. 

Queste osservazioni mettono in luce quanto il cambiamento pratico dell’istituzione psichiatrica non sia andato di pari passo al cambiamento di pensiero e di sensibilità collettiva nei confronti della follia e del folle; si può notare che il manicomio può sopravvivere  alla distruzione dell’istruzione manicomiale, ossia la rivoluzione basagliana si deve confrontare tutt’oggi  con pregiudizi ed  etichette che circondano il ‘malato psichico’. 

Borgna offre degli spunti per un cambiamento a un livello emotivo: occorre, sostiene, modificare il pensiero comune rispetto alla follia e stravolgere la psichiatria. 

Partendo da quest’ultimo punto, Borgna, che sicuramente risente di un certo idealismo malinconico legato alla personale esperienza di vita dell’autore,  parla di una psichiatria umana e gentile, ossia una psichiatria dove la figura dello psichiatra sia messo al pari con chi soffre e che possa, riprendendo Basaglia, osservare la ‘malattia mentale’ come qualcosa tra parentesi e in questo modo dare dignità alla ferita e creare una relazioni di cura efficace. È però importante sottolineare che il termine gentile non vuol significare essere accomodanti e assertivi, ma saper stare vicino alla fragilità empatizzando e allo stesso tempo stimolando un cambiamento. Nella gentilezza si racchiude una comprensione reciproca della sofferenza, la consapevolezza di un destino comune uscendo dal proprio Io ed entrare in modo partecipato nella vita dell’altro. 

Tutto ciò può avvenire se lo psichiatra conosce e riconosce la propria sofferenza e dà un significato differente alla guarigione come malinconia, ossia la fragilità rimane come un’ombra che ci pone di fronte ai nostri limiti. Borgna parla anche di comunità di destino come dimensione di cura della follia, ossia un’immedesimazione nel dolore dell’Altro che consente di pervenire ad una vicinanza emotiva. 

Naturalmente se il cambiamento avviene solamente all’interno della psichiatria c’è il rischio che continui a persistere il pregiudizio sociale fuori da essa. Per questo occorrerebbe partire dell’educazione a scuola, avvicinando fin da piccoli i bambini al mondo emotivo e all’inclusione delle proprie fragilità riconoscendo quelle degli altri senza demonizzarle o rifiutarle. 

Si dovrebbe apportare ulteriori modifiche a livello politico e legislativo, considerando la società nel suo intero: la società odierna è caratterizzata da un’indifferenza rispetto alla sofferenza psichica, si può notare una minore sensibilizzazione rispetto alla società degli anni ’70; questo aspetto porta alla solitudine e non si riesce a dare un senso comune alla sofferenza, così facendo si affievolisce un desiderio di comunità. 

In conclusione, non ci sono risposte definitive alle domande poste inizialmente. C’è molta strada da fare: la rivoluzione basagliana ha posto le basi per un cambiamento concreto dell’istituzione manicomiale, e adesso sarebbe fondamentale soffermarsi sulla concezione della follia dominante. Potrebbe portare un buon giovamento se si rafforzasse ulteriormente la collaborazione tra la psichiatria e la psicologia, poiché certe concezioni sull’ascolto e sulla relazione sono già presenti nella psicologia e una maggior contaminazione potrebbe far avvicinare le due discipline. 

Lo Sportello TiAscolto pone le sue basi su queste riflession, dando valore alla comunità per raggiungere una Salute sociale. Attraverso alla partecipazione attiva sul territorio, non solo nella clinica, coinvolgendosi in iniziative come Robe Da Matti nella Settimana della Salute Mentale a Torino, presentazioni di libri, collaborazione con altre realtà presenti nelle città, si prova a sensibilizzare la cittadinanza rispetto alla follia partendo dall’idea che essa non è qualcosa di strano ed estraneo, ma è in ciascuno di noi e insita nell’esperienza umana come la tristezza e l’angoscia. Ed è importante ricordarsi che la psichiatria può modificarsi nelle sue forme, mentre la follia non cambia. 

Bibliografia 

La follia che è in noi di Eugenio Borgna, Einaudi Editore, 2019 

Conferenze brasiliane di Franco Basaglia, Raffaello Cortina Editore, 2018 

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1978/05/16/078U0180/sg

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Anche quest’anno dona il tuo 5×1000!

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Dibattito su “La funzione sociale dello psicoterapeuta”

Lunedì 21 Giugno dalle 19.00 alle 20.30 ci confronteremo insieme a Luigi D’Elia, autore di “La funzione sociale dello psicoterapeuta” attorno ai principali temi del suo libro. Scopo del testo è colmare una lacuna formativa relativa al percorso di ogni psicoterapeuta che affronta problematiche cliniche in un medium sociale in perenne e rapidissimo mutamento. Lacuna che riguarda sia il piano teorico-concettuale (non esiste, almeno in Italia, una psicoterapia sociale nonostante si moltiplichino le iniziative con tale intenzione), sia il piano clinico (non è affatto chiaro come e dove si debba tradurre una consapevolezza della funzione sociale nella pratica clinica).


L’incontro con il campo socio-psichico del paziente, l’idea di incontrare nel paziente un sistema-paziente come portatore di una trama genealogica e sociale, l’idea di responsabilizzarsi circa i legami sociali come aspetto cardine della mission professionale, la maggior consapevolezza dei fattori di cornice e dei codici culturali prevalenti, non migliora semplicemente il lato “competenze sociali” dei pazienti, ma ha, a cascata, ricadute su tutto l’approccio e lo stile del professionista verso i propri pazienti ed il modo in cui si rappresenta i loro problemi.


Di fatto – sostiene l’autore – un nuovo approccio etico-pragmatico alla professione di psicoterapeuta.
Le implicazioni e le ricadute di questo primo tentativo di concettualizzazione sulla teoria e pratica della psicoterapia sociale sono innumerevoli e riguardano soprattutto l’assetto interno dello psicoterapeuta e la sua idea di benessere psicologico in questo momento storico e in questa realtà sociale, ma anche, come detto, il suo posizionarsi eticamente rispetto alla professione. Vi aspettiamo nella speranza di poter riflettere insieme a chi parteciperà e all’autore, moderati dalla Dott.ssa Chiara Tarantino.


Link Zoom:
https://us02web.zoom.us/j/87027252745…