Riflessioni critiche sull’entrata in vigore del Green Pass.
Chi lavora nel campo della salute mentale, conosce fin troppo bene i rischi della sovrapposizione del campo sanitario con quello giuridico.
Che si tratti di “istituzioni totali” (Goffman, 1974) come le REMS, di misure più sfumate come l’applicazione del concetto di “pericolosità sociale”, o di dispositivi che fanno capo al diritto amministrativo come l’interdizione, esiste una nutrita casistica in cui i diritti civili delle persone vengono messi in secondo piano in nome della salute, da un lato, e della sicurezza pubblica e privata, dall’altro.
Foucault ha descritto con lucida chiarezza ciò che accade quando «il vile mestiere di punire si trova […] trasformato nel bel mestiere di guarire» (1999, pag. 31), gettando le basi per il potere di normalizzazione. Basaglia ha puntualizzato che «la società cosiddetta del benessere e dell’abbondanza […] ha trovato un nuovo sistema: quello di allargare l’appalto del potere ai tecnici che lo gestiranno in suo nome e continueranno a creare – attraverso forme diverse di violenza: la violenza tecnica – nuovi esclusi» (1968, pag. 461).
Difficile non inserire il Green Pass all’interno di una cornice di questo tipo, andando a costituire un dispositivo che estende la sovrapposizione sanità/diritto su una scala senza precedenti nella società contemporanea, come rilevato anche dall’intervento in Senato di Giorgio Agamben del 7 Ottobre 2021.
Sia chiaro: non si intende qui negare la serietà della pandemia di Covid-19, né la necessità di azioni su un piano collettivo e coordinato. Non vogliamo qui aprire al tema dell’utilità del vaccino di per sé, mentre è l’istituzione dell’obbligo vaccinale (esplicito o implicito come nel Green Pass) che si vuole mettere in discussione. È l’inutile appiattimento sulle responsabilità individuali e su risposte emergenziali che ci spaventa, non tanto la perdita di libertà dell’individuo; auspicheremmo un dialogo tra maggioranza e minoranze invece che un autarchico “vivi e lascia vivere “
Troviamo discutibile che il primo appello di massa dei nostri tempi alla gestione di una emergenza sociale collettiva, che coinvolge tutte le parti sociali dalle istituzioni alla società civile, venga impostato sull’adozione di un meccanismo di controllo disciplinante e repressivo.
In primo luogo: che tipo di investimenti comporta il Green Pass per la collettività? Non si tratta solo di costi economici, ma anche della riorganizzazione di spazi e tempi della vita sociale, dell’adozione di protocolli e procedure, l’implementazione di limiti e l’emergenza e la gestione di nuove tensioni sociali. Quante di queste enertie potrebbero essere reinvestite, per esempio, nel reimmaginare la fruizione dello spazio pubblico in maniera condivisa, nella creazione di reti di supporto, nell’attivazione di presidi di cura territoriali e diffusi, invece che nell’implementazione di una tecnologia di controllo?
Se «l’età della globalizzazione è l’età del contagio universale» (Hardt e Negri, 2000, pag. 136), è utile considerare quella di Covid-19 non come la pandemia, ma semplicemente come una pandemia; non una singola emergenza, ma parte di un ciclo di crisi che ha dei precedenti e con cui bisognerà nuovamente fare i conti. I precedenti ci sono, e sono stati approfonditamente analizzati. L’epidemia di ebola in West Africa nel 2014 ha visto un’opposizione sociale alle politiche sanitarie non dissimile da quella che vediamo oggi nell’ambito del Covid (Fairhead, 2016). Durante l’esplosione della pandemia di AIDS negli anni Ottanta, fu vagliata l’idea di dotare di una sorta di passaporto di riconoscimento le persone HIV positive per limitarne l’espatrio (Sontag, 2020) – una proposta che certamente oggi susciterebbe scandalo, ma che presenta alcune similitudini concettuali con lo strumento del Green Pass.
È inoltre massiccia la mole di ricerche che indica nelle disuguaglianze sociali uno dei principali fattori responsabili della scarsa salute e della malattia. L’implementazione di un dispositivo dagli effetti potenzialmente discriminatori come il Green Pass, da poco diventato precondizione per poter svolgere il proprio lavoro e già causa di sospensione dall’esercizio di alcune professioni, pone un rischio di aumento delle disuguaglianze così plateale che sembra paradossale doverlo sottolineare.
È praticamente ubiquitario in letteratura il riferimento a problematiche relative alla fiducia nelle istituzioni come un fattore precipitante per la cosiddetta “esitazione vaccinale” (Boodoosingh et al., 2020; Drążkiewicz, 2021; Eaton & Kalichman, 2020; Kasstan, 2020; Khubchandani et al., 2021; Larson & Broniatowski, 2021; Moore et al., 2021). La mancanza di fiducia non è relativa alla medicina in sé, ma alle istituzioni o alle autorità che garantiscono per la medicina in un determinato tempo e luogo (Wilkinson & Leach, 2014).
Molte delle critiche che sono state fatte al discorso di chi è esitante rispetto al vaccino o al Green Pass fanno leva su parole chiave come “l’irrazionalità” o “l’ignoranza” che connoterebbero chi esprime talune posizioni, e si polarizzano su etichette praticamente sterili, quali “Novax” o “Nogreenpass”, che ostacolano la comprensione del fenomeno, la possibilità di un aperto dibattito e alimentano un clima nocivo. Tuttavia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità già nel 2019 considerava il fenomeno dell’“esitazione vaccinale” come “una delle dieci principali minacce alla salute globale”. Se si tratta di un fenomeno su così larga scala, occorre probabilmente svilupparne una comprensione maggiore, rifuggendo facili svalutazioni che sembrano soprattutto riprodurre un certo discorso classista – facilitando inoltre in seno al movimento l’appeal di certe fasce della destra estrema, da anni capaci di cavalcare un certo malcontento popolare strutturandolo anche intorno al conflitto con una certa “sinistra borghese”. D’altra parte, enfatizzare l’infiltrazione neofascista che connota una parte dei movimenti di opposizione al Green Pass è senza dubbio un potente diversivo dal cuore della questione nell’economia dell’attenzione mediatica.
La domanda diventa allora: come dobbiamo affrontare le pandemie che verranno? Rinforzando i meccanismi di controllo sociale o potenziando le opportunità di salute? Aumentando la dipendenza degli individui dall’esercizio del potere biomedico, o incoraggiando lo sviluppo di comunità coese, empowered, capaci di prendere decisioni per la propria salute? Polarizzando lo scontro sociale su dinamiche di potere tra sovrani e sudditi, o incrementando le possibilità di partecipazione attraverso lo sviluppo di meccanismi di dialogo su base locale, nazionale, internazionale?
Che cosa accade quando l’emergenza di oggi diventa la normalità di domani?
BIBLIOGRAFIA
Basaglia F. (1968).. Le istituzioni della violenza. Scritti (1953-1980), Il Saggiatore, Milano 2017
Boodoosingh R., Olayemi L.O., Sam F.A. (2020). COVID-19 vaccines: Getting Anti-vaxxers involved in the discussion. World Development, 136 (2020), 105177, pp. 1-2.
Drążkiewicz E. (2021). Taking vaccine regret and hesitancy seriously. The role of truth, conspiracy theories, gender relations and trust in the HPV immunisation programmes in Ireland. Journal for Cultural Research, 25:1, pp. 69-87.
Eaton L.A., Kalichman S. C. (2020). Social and behavioral health responses to COVID-19. Lessons learned from four decades of an HIV pandemic. Journal of Behavioral Medicine (2020), 43, pp. 341-345.
Fairhead, J. (2016). Understanding social resistance to the Ebola response in the forest region of the Republic of Guinea: An anthropological perspective. African Studies Review 59, 3: 7-31.
Foucault M. (1999). Gli anormali. Corso al Collège de France (1974-1975). Tr. it. Universale Economica Feltrinelli, Milano 2009.
Goffman E. (1974). Asylums. Tr. it. Einaudi, Torino 2010.
Hardt M., Negri A. (2000). Empire, Harvard Univ. Press, Cambridge.
Kasstan B. (2020). Vaccines and vitriol: an anthropological commentary on vaccine hesitancy, decision-making and interventionism among religious minorities. Anthropology & Medicine, pp. 1-10.
Khubchandani J., Sharma S., Price H.J., Wiblishauser M.J., Sharma M., Webb F.J.(2021). COVID-19 Vaccination Hesitancy in the United States: A Rapid National Assessment. Journal of Community Health (2021), 46, pp. 270–277.
Larson H.J., Broniatowski D.A. (2021). Volatility of vaccine confidence. Science, Vol 371, Issue 6536, p. 1289.
Moore J.X., Gilbert K.L., Lively K.L., Laurent C., Chawla R., Li C., Johnson R., Petcu R., Mehra M., Spooner A. (2021). Correlates of COVID-19 Vaccine Hesitancy among a Community Sample of African Americans Living in the Southern United States. Vaccines, 2021, 9, 879, pp. 1-15.
Sontag S. (2020). Malattia come metafora. L’AIDS e le sue metafore. Nottetempo, Milano.
Wilkinson A., Leach M. (2014). Briefing: Ebola – Myths, realities and structural violence. African affairs, 114/454, pp. 136-148.
Riportiamo un breve articolo pubblicato a cura di Matteo Bessone, Paolo Rabajoli, Martina Diano (Sportello di Psicologia Sostenibile TiAscolto!) Revisione per il web a cura di Rita Longo, sul sito di Dors, Centro Regionale di Documentazione per la Promozione della Salute.
Il contesto
L’impatto della pandemia e delle misure per il contenimento del COVID-19 stanno contribuendo a portare lentamente la salute mentale della popolazione al centro del dibattito pubblico nazionale e globale. Ne sono testimonianza, ad esempio, il focus sulla salute mentale durante il G20 e la convocazione della seconda Conferenza Nazionale sulla Salute Mentale di Giugno, esito e rilancio di un percorso partecipativo e voluta dal Tavolo Tecnico sulla Salute Mentale recentemente istituito dal Ministero della Salute oltre che il recente Summit Mondiale sulla Salute Mentale del 5 e 6 Ottobre ospitato dalla Francia.
In tale cornice la quasi totalità dei discorsi sulla salute mentale della cittadinanza converge sull’urgenza di dispiegare interventi precoci, appropriati e accessibili, di trattamento delle manifestazioni ormai ingravescenti di disagio e sofferenza e sulle possibilità di riorganizzazione, in termini sia qualitativi che quantitativi, del servizio sanitario e degli interventi da questo erogati.
Tali argomentazioni riflettono la concezione per cui la salute mentale, di cui prendersi cura dal momento in cui questa viene meno attraverso azioni riparative, sarebbe oggetto di pertinenza esclusivamente sanitaria: si tratta di un approccio dal forte orientamento patogenetico.
Questa concezione largamente dominante che sovrappone salute (o meglio malattia) e sanità è accompagnata dall’esclusione dalle Agende delle amministrazioni comunali (esteriori, per loro natura, alla governance sanitaria di pertinenza regionale) dei discorsi sul benessere della popolazione e delle azioni di carattere preventivo che ne potrebbero derivare.
Tuttavia, le politiche territoriali, hanno un impatto rilevante e diretto nel plasmare lo spazio pubblico entro cui i cittadini conducono propria vita e le loro condizioni di vita, dalla culla alla tomba (approccio life-course). Tale spazio costituisce una dimensione privilegiata per la promozione della salute pubblica ed è composto tanto dai contesti reali e fisici, cioè le concrete circostanze materiali di vita dei cittadini, quanto dalle componenti sociali del contesto, ovvero l’insieme degli assetti sociali e dei rapporti di potere e cittadinanza tra individui e gruppi sociali presenti in ciascuna organizzazione sociale.
L’azione di advocacy della società civile
Così come accade per i livelli globale e nazionale, ma in misura maggiore, a livello territoriale, la società civile può rappresentare un attore cruciale nell’esercitare, attraverso azioni di advocacy, un potere che indirizzi, definisca e monitori il corso e le priorità delle politiche territoriali.
Tali azioni costituiscono l’esito e lo strumento di processi di empowerment, che consentono a gruppi di cittadini di acquisire o incrementare il proprio potere su decisioni o risorse che influenzano le proprie vite [1] e quelle di tutta la cittadinanza.
In questo modo, l’attivismo per la salute e la giustizia sociale, possono fondersi veicolando, dal basso, rivendicazioni, nei confronti dei decisori per la creazione di uno spazio pubblico, materiale e sociale, capacitante [7] per gli individui e capace di produrre salute e benessere per la comunità, in ottica preventiva. La rilevanza di tali azioni per lo sviluppo di politiche pubbliche a tutela della salute dei cittadini è formalizzato dalla Carta di Ottawa per la promozione della salute [2] che sottolinea inoltre il ruolo centrale dell’equità e dell’intersettorialità oltre che dell’azione comunitaria nel creare ambienti favorevoli allo sviluppo di individui e comunità.
Ancor più dopo della pandemia e delle misure necessarie per il suo contenimento sulla salute mentale della popolazione, molti attori su tutti i livelli, come ad esempio EuroHealthNet , hanno rivolto forti appelli alla comunità politica che fanno convergere rivendicazioni sulla salute e la giustizia sociale, chiedendo l’adozione di un approccio comunitario e intersettoriale per la promozione della salute mentale in un’ottica di popolazione che, come ricorda il Position statement of the International Union for Health Promotion and Education di Marzo 2021 (https://www.iuhpe.org/images/IUHPE/Advocacy/IUHPE_Mental-Health_PositionStatement.pdf),
tradotto da Dors: “muove al di là degli interventi individuali clinici- necessari ma non sufficienti o sostenibili per affrontare i bisogni di salute mentale della popolazione- e che incorporano l’intero spettro di interventi per la salute mentale, dalla prevenzione, al trattamento, agli interventi orientati alla recovery”. (vai all’articolo completo)
In questa cornice, un gruppo di cittadini, ha recentemente redatto un documento che ha costituito il fulcro della campagna “Torino per la salute mentale e l’equità” attraverso cui è stato sintetizzato, diffuso e socializzato verso le realtà del territorio e i cittadini e alcune agenzie di comunicazione.
Il documento è stato in seguito sottoposto alle forze politiche candidate alle elezioni amministrative di Torino 2021 con la richiesta di prendere posizione rispetto alle proposte avanzate. L’obiettivo generale dell’azione è l’introduzione della salute mentale all’interno dell’agenda politica dei decisori in una più ampia cornice di giustizia sociale.
I messaggi-chiave della campagna per l’equità in salute mentale
I messaggi chiave del documento, in linea con le evidenze epidemiologiche e con un approccio focalizzato sui determinanti sociali della salute mentale [3][4], sono:
- Salute mentale e benessere dei cittadini devono costituire una priorità per l’agenda politica cittadina;
- L’amministrazione cittadina deve, attraverso politiche in tutti i settori e la tutela dei principali diritti, promuovere l’equità, fondamentale per il benessere e la salute, fisica e mentale, di tutte e tutti;
- Occorre dare ad ogni bambino le migliori opportunità di sviluppo agendo, prima e dopo la sua nascita, anche con politiche di sostegno alle famiglie;
- I contesti di vita rappresentano il luogo privilegiato in cui prendersi cura della salute mentale degli individui.
Le principali proposte e richieste:
- L’adozione di un approccio “Salute Mentale in Ogni Politica” ovvero l’introduzione di valutazione e monitoraggio di ogni politica sulla base degli effetti prodotti sulla salute mentale. Questo attraverso l’istituzione di nuovo assessorato oppure di figure, singole o collettive, che dialoghino con i diversi assessorati, prima, dopo e durante, l’implementazione delle diverse politiche, per introdurre uno sguardo stabile e attento sugli effetti dei provvedimenti sulla salute mentale;
- Una nuova “Consulta Permanente Cittadina della Salute Mentale” sostitutiva di quella attualmente esistente radicalmente svuotata della sua funzione partecipativa;
- L’Istituzione di un referente per la salute mentale nei contesti di vita con l’obiettivo di valutare le condizioni di benessere psicologico dei cittadini nei principali contesti di vita. Ad esempio, all’interno delle scuole, di ogni ordine e grado, potrebbe essere valutata l’istituzione, sul modello delle funzioni trasversali, come ad esempio la funzione strumentale per l’inclusione scolastica, di un referente per la salute mentale e il benessere generale degli studenti;
- Tavoli periodici per la salute mentale, aperti ai referenti per la salute mentale e alle realtà che lavorano direttamente e indirettamente nel campo salute mentale (pubblici e del privato sociale), oltre che ai cittadini e ai propri rappresentanti. L’amministrazione, In modo diretto attraverso un assessorato o indiretto attraverso la messa a bando dell’iniziativa, potrebbe curarne l’avvio, offrire gli spazi per la loro realizzazione, coordinarne e governarne lo svolgimento per migliorare l’integrazione, la collaborazione e il dialogo delle offerte presenti sul territorio;
- Sensibilizzazione e comunicazione efficace attraverso modalità partecipative e coprogettazione su temi di rilevanza pubblica e fenomeni sociali connessi all’insorgenza del malessere (bullismo, dipendenza dai social, discriminazione nei contesti lavorativi/scolastici, violenza fisica e verbale, domestica e nei luoghi di lavoro, ecc)
Le risposte ricevute dalle varie forze politiche verranno comunicate ai cittadini per informarli degli impegni eventualmente presi dai candidati fornendo elementi utili al voto.
La campagna è stata realizzata da un gruppo di cittadini, per la maggior parte psicologi, con il doppio obiettivo di sensibilizzare sia tutte forze politiche candidate, sollecitandole ad un’assunzione di responsabilità (in un’ottica di accountability), sia la comunità dei professionisti della salute mentale, spesso ancorati a concezioni e pratiche tecniche e tecnicistiche sulla salute mentale che rischia di ostacolare la possibilità di concertazione di azioni pubbliche correttive a partire dalla sofferenza reale incontrata a livello clinico.
La campagna mirerebbe a portare contemporaneamente sia un discorso sulla la salute mentale della popolazione a livello pubblico e politico per i decisori auspicandone una presa in carico, sia ad ampliare la visione e la lettura della sofferenza vissuta dagli individui, per gli operatori, limitandone un’interpretazione eccessivamente privatistica e arricchendola con la rilevanza di fattori situati nella sua dimensione sociale e collettiva.
Così, la fase di diffusione della campagna ha portato alla discussione del documento in sede istituzionale presso l’Ordine degli Psicologi, il quale dopo una breve interlocuzione, ha prima manifestato l’intenzione di replicare l’iniziativa, e poi deciso di convocare alcuni dei candidati per un confronto sui relativi programmi elettorali e verificare il peso attribuito da ciascuna forza al tema della “salute psicologica” o “benessere mentale”.
Questo, oltre ad aumentare il potenziale impatto politico della campagna, costituisce un esito positivo nella misura in cui un gruppo esterno alla politica istituzionale ordinistica, ne influenza agenda e priorità, portando il proprio messaggio dalla periferia della cultura professionale al suo centro, reale e simbolico
Empowerment e partecipazione
Come sottolinea Popay (2020), occorre non confondere i processi di empowerment di comunità dal loro esito positivo [5] ovvero l’ottenimento auspicato di quanto rivendicato. Laddove l’empowerment di comunità, inteso come “processo di rinegoziazione del potere al fine di guadagnare maggior controllo sulle proprie vite” [6] costituisce la precondizione necessaria al fine della costruzione di contesti, sociali e materiali, in grado di produrre salute per tutti i cittadini, la partecipazione costituisce, di per sé, un indicatore della capacità del contesto [7] di promuovere l’esercizio delle libertà democratiche fondamentali e della capacità, e – citando Marta Nussbaum [8] – di controllo del proprio ambiente politico e materiale.
Le interpretazioni relative alle cause della sofferenza determinano efficacia, appropriatezza e dimensione dell’intervento.
Nel corso degli anni, le concezioni e le idee sulla sofferenza sono sempre più inclini nel vederne il prodotto della dimensione individuale implicitamente suggerendo azioni “”riparative” di tipo clinico e tecnico, le quali, a loro volta privatizzano i vissuti di sofferenza, spesso condivisi e sempre ascrivibili all’interazione tra gli individui e i contesti reali in cui questi nascono, crescono, lavorano, costruiscono una famiglia e muoiono, con maggiori o minori possibilità di condurre una vita a cui attribuire valore, più o meno liberi di fare o essere [7].
La natura, sempre sociale e politica dell’esistenza e della sofferenza, necessita, per evitare il rischio di oscurare la dimensione pubblica della salute, di azioni che all’interno di questo spazio se ne possano prendere carico.
Superati il senso di impotenza, la mancanza di fiducia e la rassegnazione che impoveriscono il capitale sociale delle comunità e delle società più disuguali [9][10][11] e consapevoli del rischio di relegare all’ambito privatistico la sofferenza degli individui è possibile, per gli operatori, usando Basaglia [12], “tenere in piedi contemporaneamente le due situazioni, i due ruoli, quello di tecnico e quello di militante politico”.
Questa possibilità passa dal riconoscimento dell’impatto reale dei fattori socioeconomici e delle disuguaglianze su salute mentale e benessere e della rabbia legata alla percezione di un’ingiustizia [13] evitabile [14], in cui, come cittadini e operatori, siamo costantemente immersi e a cui rischiamo di abituarci.
L’azione testimonia come sia possibile fare un passo oltre al mero ruolo di operatore sanitario, tecnico della salute, e attraversare una situazione anomica [12], una perdita d’identità, per riscoprire e dare praticamente vita all’identità di cittadino che la precede. In tale posizione, da stato emotivo individuale, la rabbia può diventare, un ingrediente necessario per il cambiamento e il miglioramento delle condizioni attuali, al servizio della solidarietà e dell’azione collettiva [15].
Il documento su salute mentale ed equità è scaricabile e consultabile in versione integrale al seguente link: https://sportellotiascolto.it/2021/04/23/elezioni-amministrative-2021-torino-per-la-salute-mentale-e-lequita/
Bibliografia e sitografia
[1] Laverack, G.(2018) Salute pubblica. Potere, empowerment e pratica professionale. Pensiero Scientifico
[2] WHO(1986) Carta di Ottawa per la Promozione della Salute
[3] WHO(2014) I determinanti sociali della salute mentale, http://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/112828/9789241506809-ita.pdf?sequence=5
[4] Bessone M., Longo R.; I determinanti sociali della salute mentale https://www.dors.it/page.php?idarticolo=3015
[5] Popay, J. et al.(2020). Power, control, communities and health inequalities I: theories, concepts and analytical frameworks. Health promotion international.
[6] Labonté, R. and Laverack, G. (2008) Health promotion in action: from local to global empowerment. Parlgrave
[7] Sen, A. (2001) Development as freedom. New York : Oxford University Press.
[8] Nussbaum, M. C. (2012) Creare capacità: liberarsi dalla dittatura del Pil. Il mulino.
[9] Wilkinson, R, Pickett, K. (2009) The Spirit Level: Why greater equality makes societies stronger. Londra: Allen Lane.
[10] Wilkinson, R, Pickett, K. (2018) The Inner Level: How More Equal Societies Reduce Stress, Restore Sanity and Improve Everyone’s Well-being. Londra: Penguin Books
[11] Marmot, M. (2020) Health equity in England: the Marmot review 10 years on.
[12] Basaglia, F. et al. (1979) Conferenze brasiliane. Milano: Raffaello Cortina Editore
[13] Seminario 30 Ottobre 2019, Cosa osservare: quali meccanismi facilitano od ostacolano le alleanze per la salute?, presso Dors
[14] Marmot M. The Health Gap: The Challenge of an Unequal World. Londra: Bloomsbury, 2015.
[15] Macintyre, A., et al. (2018). What has economics got to do with it? The impact of socioeconomic factors on mental health and the case for collective action. Palgrave Communications, 4(1), 1-5.
Continua la collaborazione di Sportello TiAscolto! con Arci Torino, Fooding – Alimenta la Solidarietà e Anatra Zoppa! Siamo felici di annunciare l’avvio del gruppo donne, spazio di incontro e confronto, ascolto e condivisione.
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Sportello TiAscolto! è lieto di annunciare l’apertura della sua nuova sede a Bologna!
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Lo Sportello Ti AScolto! parteciperà alla Summer School 2021 organizzata da Rena: “Abitare le Distanze”.
Abitare le distanze significherà immaginare, discutere, condividere e mettere a confronto pensieri e pratiche che hanno bisogno di essere sostenute da reti, da discorsi pubblici e processi culturali condivisi e partecipati.
Il percorso si snoderà attorno a quattro assi tematici: Ecologia e Sviluppo Sostenibile, Lavoro, Decolonizzazione e Salute Psicologica.
Matteo Bessone e Martina Diano rappresenteranno lo Sportello con l’intervento “Disuguaglianze e Salute Mentale: mutualismo tra tecnica e politica” a partire dalla campagna “Torino per la salute mentale e l’equità” .
“La salute psicologica è un tema colpevolmente marginale, se non del tutto assente dal dibattito pubblico, ma crediamo sia una dimensione determinante per il raggiungimento del benessere individuale e collettivo.
La distanza che indagheremo è quella rappresentata dalla sofferenze psicologica che allontana l’individuo dalle relazioni e dalla collettività. Ragioneremo sul concetto di salute, sull’azione del sistema pubblico e sul valore delle comunità per il benessere psicologico di chi la compone”.
Qui potete trovare il programma completo della Summer School e qui un breve resoconto dell’intensissima giornata!
Riflessioni a partire da “La Follia che è in noi”, di Eugenio Borgna.
A distanza di più di quarant’anni dalla rivoluzione basagliana ci si può fermare e domandarsi se il cambiamento auspicato sia avvenuto realmente ed integralmente. I principi nuovi basati sulla filosofia fenomenologica della dignità della sofferenza, della consapevolezza della follia come condizione umana, dell’immedesimazione e della concezione nuova della relazione umana nella cura sono presenti nella psichiatria di oggi? Si è passati dall’oggettività delle disfunzioni cerebrali alla soggettività del paziente? L’intreccio della psichiatria con la psicologia è stato coltivato negli anni?
Proveremo a dare delle risposte, seppur parziali, a questi interrogativi, attraverso le riflessioni di Eugenio Borgna, psichiatra che ha vissuto il cambiamento del paradigma psichiatrico e delle istituzioni psichiatriche, accanto a Basaglia.
Cosa voleva dire “cambiare il modo di fare psichiatria” di cui tanto si parlava negli anni ‘70?[Ritorno a capo del testo]
La psichiatria fino agli anni 70 non dava dignità all’individuo con fragilità psichiche, infatti Basaglia ha avviato un cambiamento, oltre che primariamente istituzionale, nella concezione della follia sia nell’ambito medico sia nella società. Per attuare una modifica così radicale bisognava partire da una concezione in l’uomo continua ad avere senso e valore anche nella sofferenza e dare un significato al qui-e-ora, in cui il tempo è il tempo dell’Io e lo spazio definisce i confini della sofferenza; quest’ultima veniva intesa come una fragilità e, quindi, di cruciale importanza era ascoltare il significato che ciascuna persona attribuisce ai propri sintomi.
Uno dei passaggi fondamentali della rivoluzione basagliana può essere ricercato nei presupposti che informano la sua concezione di follia: la follia è in ognuno di noi, nei pazienti come negli psichiatri, ognuno vive le proprie fragilità e solo riconoscendole è possibile immedesimarsi gli uni negli altri e instaurare relazioni di cura. I due ingredienti principali sono:
- L’ascolto gentile, ossia una partecipazione attiva al dialogo facendo emergere un mondo interiore
- Nella relazione terapeutica far emergere la propria solitudine, che è alla radice della sofferenza
La legge Basaglia del 1978 ha apportato cambiamenti pratici e concreti alla psichiatria: si è passati dai manicomi alla territorializzazione di ambulatori e comunità extraospedaliere, ma la concezione della follia è stata umanizzata realmente?
Si può osservare ancora oggi un’incapacità di considerare la dimensione sociale e dialogica della follia. Spesso viene ancora usata la contenzione psicologica, architettonica, farmacologica e fisica, nella quale la diagnosi la fa da padrona. Si può osservare molta resistenza nell’educare fin dall’infanzia alla conoscenza di sé, al riconoscere ed accettare le proprie fragilità, includendo il dolore come un aspetto connaturato alla vita; tutto ciò é dovuto al fatto che la tenerezza, l’ascolto, la cura e tempi di cui questa necessita sono spesso sommersi da pregiudizio e violenza.
L’uso assiduo del manuale diagnostico DSM è emblema di quanto l’oggettivitá del sintomo sopprima sbrigativamente la soggettività dell’umanità che c’è dietro
Basaglia dice che l’uomo è un animale sociale e il dolore che l’opprime non si risolve, ma è una nostra condizione esistenziale eppure questa visione è ancora poco radicata nella società.
Borgna, facendo un’analisi della psichiatria odierna, mette in luce quanto i cambiamenti della rivoluzione basagliana non abbiano portato ad una psichiatria sociale fatta di relazione, ascolto e dialogo e capace di guardare alla follia come un’esperienza di vita.
Le chiusura dei manicomi ha portato sicuramente indubbie conquiste che vanno costantemente presidiate.Borgna afferma che allo stesso tempo ha spazzato via alcune realtà funzionanti come l’ospedale di Novara in cui degenze lunghe (che rischiavano, ora come allora, di tramutarsi in ospedalizzazioni a vita) e spazi più ampi insieme ad un personale che l’autore definisce ‘illuminato’ già si avvicinavano ad una concezione differente della follia, e rendendo le degenze brevi, spesso per motivi meramente amministrativi, e in spazi ristretti e angusti, alcune fragilità che hanno bisogno di più tempo non possono essere seguite in modo appropriato.
Un aspetto da tenere in considerazione è che i pregiudizi a livello sociale sono rimasti i medesimi: la maggior parte delle amministrazioni e delle direzioni sanitarie sul territorio nazionale non hanno mutato il loro atteggiamento nei confronti dei luoghi di cura e della percezione della follia che da questi derivano, non si è sviluppato un interesse per migliorare i luoghi e non si sono promosse iniziative per avvicinare la cittadinanza. In contemporanea, però, si è cercato di decostruire il pregiudizio sulla follia portandola negli ambulatori, costruendo servizi territoriali e offrendo più assistenza ai pazienti e alle loro famiglie.
Queste osservazioni mettono in luce quanto il cambiamento pratico dell’istituzione psichiatrica non sia andato di pari passo al cambiamento di pensiero e di sensibilità collettiva nei confronti della follia e del folle; si può notare che il manicomio può sopravvivere alla distruzione dell’istruzione manicomiale, ossia la rivoluzione basagliana si deve confrontare tutt’oggi con pregiudizi ed etichette che circondano il ‘malato psichico’.
Borgna offre degli spunti per un cambiamento a un livello emotivo: occorre, sostiene, modificare il pensiero comune rispetto alla follia e stravolgere la psichiatria.
Partendo da quest’ultimo punto, Borgna, che sicuramente risente di un certo idealismo malinconico legato alla personale esperienza di vita dell’autore, parla di una psichiatria umana e gentile, ossia una psichiatria dove la figura dello psichiatra sia messo al pari con chi soffre e che possa, riprendendo Basaglia, osservare la ‘malattia mentale’ come qualcosa tra parentesi e in questo modo dare dignità alla ferita e creare una relazioni di cura efficace. È però importante sottolineare che il termine gentile non vuol significare essere accomodanti e assertivi, ma saper stare vicino alla fragilità empatizzando e allo stesso tempo stimolando un cambiamento. Nella gentilezza si racchiude una comprensione reciproca della sofferenza, la consapevolezza di un destino comune uscendo dal proprio Io ed entrare in modo partecipato nella vita dell’altro.
Tutto ciò può avvenire se lo psichiatra conosce e riconosce la propria sofferenza e dà un significato differente alla guarigione come malinconia, ossia la fragilità rimane come un’ombra che ci pone di fronte ai nostri limiti. Borgna parla anche di comunità di destino come dimensione di cura della follia, ossia un’immedesimazione nel dolore dell’Altro che consente di pervenire ad una vicinanza emotiva.
Naturalmente se il cambiamento avviene solamente all’interno della psichiatria c’è il rischio che continui a persistere il pregiudizio sociale fuori da essa. Per questo occorrerebbe partire dell’educazione a scuola, avvicinando fin da piccoli i bambini al mondo emotivo e all’inclusione delle proprie fragilità riconoscendo quelle degli altri senza demonizzarle o rifiutarle.
Si dovrebbe apportare ulteriori modifiche a livello politico e legislativo, considerando la società nel suo intero: la società odierna è caratterizzata da un’indifferenza rispetto alla sofferenza psichica, si può notare una minore sensibilizzazione rispetto alla società degli anni ’70; questo aspetto porta alla solitudine e non si riesce a dare un senso comune alla sofferenza, così facendo si affievolisce un desiderio di comunità.
In conclusione, non ci sono risposte definitive alle domande poste inizialmente. C’è molta strada da fare: la rivoluzione basagliana ha posto le basi per un cambiamento concreto dell’istituzione manicomiale, e adesso sarebbe fondamentale soffermarsi sulla concezione della follia dominante. Potrebbe portare un buon giovamento se si rafforzasse ulteriormente la collaborazione tra la psichiatria e la psicologia, poiché certe concezioni sull’ascolto e sulla relazione sono già presenti nella psicologia e una maggior contaminazione potrebbe far avvicinare le due discipline.
Lo Sportello TiAscolto pone le sue basi su queste riflession, dando valore alla comunità per raggiungere una Salute sociale. Attraverso alla partecipazione attiva sul territorio, non solo nella clinica, coinvolgendosi in iniziative come Robe Da Matti nella Settimana della Salute Mentale a Torino, presentazioni di libri, collaborazione con altre realtà presenti nelle città, si prova a sensibilizzare la cittadinanza rispetto alla follia partendo dall’idea che essa non è qualcosa di strano ed estraneo, ma è in ciascuno di noi e insita nell’esperienza umana come la tristezza e l’angoscia. Ed è importante ricordarsi che la psichiatria può modificarsi nelle sue forme, mentre la follia non cambia.
Bibliografia
La follia che è in noi di Eugenio Borgna, Einaudi Editore, 2019
Conferenze brasiliane di Franco Basaglia, Raffaello Cortina Editore, 2018
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1978/05/16/078U0180/sg
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