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Rapporto Istat Salute Mentale 2018: per la salute mentale è rilevante la condizione lavorativa

Questi alcuni dei risultati emersi dall’ultimo Rapporto Istat sulle condizioni di salute mentale degli italiani.

I disturbi ansioso-depressivi si associano a condizioni di svantaggio sociale ed economico: rispetto ai coetanei più istruiti, raddoppiano negli adulti con basso livello di istruzione e triplicano (16,6% rispetto a 6,3%) tra gli anziani, fra i quali risultano però meno evidenti i differenziali rispetto al reddito.

Per la salute mentale è rilevante la condizione lavorativa: inattivi e disoccupati tra i 35-64 anni riferiscono più spesso disturbi di depressione o ansia cronica grave (10,8% e 8,9%) rispetto ai coetanei occupati (3,5%). Il numero medio di giornate di assenza dal lavoro è tre volte superiore tra gli occupati se affetti da depressione o ansia (18 gg contro 5 gg nell’anno).

La depressione è il disturbo mentale più diffuso: si stima che in Italia superino i 2,8 milioni (5,4% delle persone di 15 anni e più) coloro che ne hanno sofferto nel corso del 2015 e siano 1,3 milioni (2,5%) coloro che hanno presentato i sintomi della depressione maggiore nelle due settimane precedenti l’intervista.

Rispetto alla media dei paesi europei, in Italia la depressione è meno diffusa tra gli adulti e tra i 15-44enni (1,7% contro 5,2% media Ue28) mentre per gli anziani lo svantaggio è di 3 punti percentuali.

La depressione è spesso associata con l’ansia cronica grave. Si stima che il 7% della popolazione oltre i 14 anni (3,7 milioni di persone) abbia sofferto nell’anno di disturbi ansioso-depressivi.

Al crescere dell’età aumenta la prevalenza dei disturbi di depressione e ansia cronica grave (dal 5,8% tra i 35-64 anni al 14,9% dopo i 65 anni). Rispetto agli uomini, lo svantaggio delle donne emerge in età adulta e si acuisce oltre i 65 anni di età.

In Italia nell’anno scolastico 2016/2017 i due terzi degli alunni con disabilità nelle scuole di ogni ordine e grado presenta una disabilità di tipo intellettivo (oltre 170mila alunni). Si stima che i minori con disturbi mentali dell’età evolutiva ospiti dei presidi residenziali siano 11 su 100mila minori residenti.

Con riferimento alle dipendenze, nel 2016 i ricoveri per diagnosi droga-correlata sono 108 ogni milione di residenti (pari a 6.575, +10% rispetto al 2015), in aumento nell’ultimo triennio soprattutto tra i giovani di 15-34 anni.

Con l’invecchiamento della popolazione, la malattia di Alzheimer e le demenze sono diventate patologie rilevanti per la salute pubblica. Si stima che circa il 4,7% della popolazione anziana ne sia affetta, in particolare le donne ultraottantenni (14,2%). Queste due malattie figurano tra le cause di morte in oltre 52 mila casi all’anno di decessi di anziani.

Il tasso di mortalità per suicidio in Italia è pari a 6 per 100mila residenti (più basso della media europea, pari a 11 per 100mila). Tale quota aumenta con l’età, passando da 0,7 nei giovanissimi (fino a 19 anni) a 10,5 negli anziani, con valori 4 volte maggiori nei maschi rispetto alle femmine. Nella classe di età tra i 20 e i 34 anni, il suicidio rappresenta una rilevante causa di morte (12% dei decessi).

Nel 2016 circa 800mila persone di 18 anni e più (161 per 10mila residenti) hanno ricevuto trattamenti nei servizi dei Dipartimenti di salute mentale (Dsm). Tra gli uomini adulti il principale disturbo è la schizofrenia e altre psicosi funzionali; nelle donne le sindromi nevrotiche e somatoformi e, dopo i 35 anni, la depressione; tra gli anziani la depressione

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PTM: oltre la diagnosi psichiatrica. Il ruolo del potere nel disagio psichico.

Come on, come on

You think you’ll drive me crazy?

Well, come on, come on

You and whose army?

You and your cronies

Thom Yorke

POWER TO THE PEOPLE! Il PTM (Power Threat Meaning Framework) per superare la diagnosi psichiatrica, fare luce sul ruolo del potere nella generazione e nel mantenimento del disagio psichico.

Rovesciare il modello, aprirlo mettendone a nudo i limiti intrinseci, sciogliere la lingua intricata da parole inaccessibili se non ai tecnici, creare un nuovo lessico meno stigmatizzante e più comprensibile; aprire la via a una comprensione del disagio psichico che metta in risalto i determinanti sociali, culturali ed economici portandoli allo stesso livello d’importanza di quelli biologici e individuali; chiedere il parere di chi ogni giorno lotta per non stare male: questi sono gli obiettivi del Power Threat Meaning Framework.

Il percorso inizia nel 2013 quando la Division of Clinical Psychology, parte della British Psychological Society, (B.P.S.) pubblica un documento ufficiale in cui esplicita una chiara presa di posizione circa gli attuali sistemi di classificazione dei disturbi psichici (DSM e ICD). Il documento, intitolato “Classification of behaviour and experience in relation to functional psychiatric diagnoses: Time for a paradigm shift”, si sofferma sulla necessità di sviluppare, insieme ai cosiddetti esperti per esperienza, un approccio multifattoriale al disagio psichico che unisca i determinanti sociali e psicologici e le variabili biologiche con il significato personale. Il gruppo di lavoro che si è aggregato intorno a questo obiettivo ha prodotto nel 2018 una pubblicazione di oltre 400 pagine, fruibile gratuitamente da chiunque scaricando il testo dal sito della B.P.S.

Il punto di partenza di questo lavoro è una lunga critica epistemologica e pratica del concetto di diagnosi medica, in particolare quella psichiatrica, mostrandone la debolezza empirica e teoretica da un lato ma anche evidenziando come essa persista nei servizi e nei sistemi di cura per ragioni culturali, sociali, economiche e professionali.

La diagnosi psichiatrica fallisce dal punto di vista pratico perché, secondo gli autori, raggruppa persone con esperienze diverse tra loro e non aiuta a comprendere le cause del loro malessere ma si limita a descriverle con una lista di sintomi.

La base teorica del modello PTM è decisamente ampia e spazia dagli approcci cognitivi alle teorie ermeneutiche, costruttiviste e post strutturaliste, passa per quelle sistemiche e assorbe concetti dagli approcci spirituali, dalla psicologia della liberazione di Freire, dalle testimonianze degli esperti per esperienza, senza tralasciare gli apporti degli studi di genere e in generale dall’approccio narrativo comune a molte scienze umane.

Da questo vasto repertorio gli autori traggono numerosi esempi di quanto il ruolo del contesto sociale culturale ed economico sia importante sia nello sviluppo positivo degli esseri umani sia nella creazione di un “terreno fertile” per il suo opposto. Le narrazioni dominanti proprie di una società portano una parte dei suoi membri a sentirsi imperfetti se non vi si allineano, con tutto un portato di emozioni, pensieri e comportamenti che possono sfociare anche in manifestazioni estreme. Proprio queste ultime portano l’altra parte della società, tramite un mandato ai suoi tecnici specialisti, ad etichettare tali emozioni, pensieri e comportamenti come devianti e dunque a individuare gli individui non allineati come portatori di una patologia medicalizzabile. Da ciò gli autori sottolineano quindi la centralità del potere che queste narrazioni sociali hanno nello strutturare il significato che singoli individui o gruppi di essi creano a partire dalle esperienze della vita in un dato contesto sociale.
Il potere, secondo gli autori, può assumere diverse forme e significati, tra cui: quello
biologico/corporeo, che prescrive il possesso di attributi e capacità fisiche considerate positive o dominanti, escludendo chi non riesce o non vuole incarnarli; quello coercitivo che utilizza violenza, forza, minacce per terrorizzare, intimidire o assicurare accondiscendenza; quello legale, complementare a quello coercitivo perché riguarda l’arresto, l’incarcerazione e l’ospedalizzazione e che in generale comporta la creazione e l’uso di tutte le regole e le norme che limitano la libertà di azione, di scelta, etc.; quello economico/materiale che riguarda la possibilità di ottenere beni o servizi di valore e il controllo dell’accesso agli stessi da parte di altri, come per esempio l’abitazione, il lavoro, l’educazione, le cure mediche, etc.; quello ideologico, che include il controllo dei significati, del linguaggio e delle agende politiche, in modo che alcune questioni o alcuni gruppi siano lasciati indietro, nascosti o attivamente esclusi attraverso l’imposizione di stereotipi e credenze che li riguardano; infine quello interpersonale che, per quanto tutti i tipi di potere di fondo operano attraverso le relazioni, riguarda nello specifico il potere di dare o non dare attenzione/protezione/amore.

Come giungere dunque, si chiedono gli autori, a un modello alternativo del disagio mentale che tenga conto di tutto quanto fin qui premesso?

Innanzitutto esso deve focalizzarsi su quegli aspetti del funzionamento umano che sono stati soltanto citati ma mai veramente portati alla luce del loro pieno significato nei precedenti quadri teorici perché non riducibili ad oggetti scientifici, ovvero quelle dinamiche sociali e relazionali che “transitano” attraverso il corpo e da cui l’individuo crea i significati delle proprie esperienze.

Un’altra assunzione necessaria concerne l’esistenza di un continuum tra comportamenti ed esperienze anormali e normali dal quale non possono essere asportati per essere interpretati e compresi. Ciò implica inoltre che tutti i comportamenti e le esperienze possano essere visti come risposte alle circostanze del momento, alla storia personale, ai sistemi di credenze e alla cultura, sebbene a volte i collegamenti potrebbero non essere così ovvi né semplici da determinare.

Il modello deve inoltre abbandonare qualunque concezione di esistenza di una causazione deterministica tra le esperienze e le espressioni di sofferenza emotiva e il corpo e la sua biologia, per quanto ovviamente sussista una relazione. La causalità non può che essere probabilistica, contingente e sinergica, in quanto ogni singolo fattore porta degli effetti mediati e condizionati da altri fattori, in un potenzialmente continuo rimando di amplificazione/depotenziamento reciproco.

Un altro concetto da abbandonare nella costruzione del nuovo modello è quello di validità globale del modello stesso e delle sue formulazioni: le difficoltà emotive e relazionali rifletteranno sempre i discorsi sociali prevalenti, così come norme e aspettative culturalmente date. Da qui, rigirando la questione, si deriva l’idea che non esiste alcun “disturbo” da spiegare esistente al di là del contesto, in quanto le esperienze di sofferenza di ogni essere umano sono inseparabili dall’ambiente materiale, sociale e culturale e dai contesti economici in cui emergono.

Ultima necessità imprescindibile alla creazione di un modello alternativo è quella di dare la giusta importanza al significato e all’esperienza narrativa soggettiva, soprattutto dando ampio spazio agli studi qualitativi basati sull’apporto dei cosiddetti esperti per esperienza.

A seguito di tutto quanto premesso si giunge quindi al nucleo concettuale del modello PTM:

  1. L’operazione di POTERE (biologico / incarnato, coercitivo, legale, economico / materiale; ideologico; sociale / culturale; e interpersonale).
  2. La MINACCIA che l’operazione negativa del potere può rappresentare per la persona, il gruppo e la comunità, con particolare riferimento al disagio emotivo e ai modi in cui questo è mediato dalla nostra biologia.
  3. Il ruolo centrale del SIGNIFICATO (come prodotto all’interno di discorsi sociali e culturali e innescato da risposte corporee – biologiche – evolute e acquisite) nel dare forma all’operazione, all’esperienza e all’espressione del potere, della minaccia e delle risposte alla minaccia.
  4. Come reazione a quanto sopra, le RISPOSTE ALLE MINACCE, innate o apprese, a cui una persona, una famiglia, un gruppo o una comunità, potrebbe dover ricorrere per garantire integrità emotiva, fisica, relazionale e sociale. Per risposta si intende tutto ciò che va dalle reazioni fisiologiche automatiche fino agli atti linguistici consapevolmente selezionati e utilizzati.

La definizione operativa successiva alla costruzione di questo nucleo concettuale scardina la domanda che sta al centro della medicalizzazione e della psichiatrizzazione, ovvero “Cosa c’è di sbagliato in te?”, sostituendola con altri quattro punti di domanda:

  • Cosa ti è successo? (Come ha funzionato/funziona il POTERE nella tua vita?)
  • In che modo ti ha influenzato? (Che tipo di MINACCIA comporta?)
  • Che senso hai dato a tutto ciò? (Qual è il SIGNIFICATO di queste situazioni e
    esperienze per te?)
  • Cosa hai dovuto fare per sopravvivere? (Quali tipi di RISPOSTA ALLE MINACCE stai usando?).

Nel passaggio alla pratica emergono poi altre due domande:

  • Quali forze possiedi? (Qual è il tuo grado di accesso a RISORSE DI POTERE?)
  • (a integrazione di tutte le altre) Qual è la tua storia?

Le varie forme in cui il potere opera negativamente sono intrinsecamente relazionali e molto spesso marcatamente ideologiche. Queste possono portare a una sensazione di imprevedibilità e di mancanza di controllo sulla propria vita, a un senso di intrappolamento, a situazioni di conflitto (interno o esterno) o di ripetuta esposizione a violenza, aggressione, umiliazione e critica, minando l’opinione che si ha di se stessi o del proprio gruppo sociale ed innescando una continua sensazione di minaccia. Cruciale è a questo punto il significato che viene dato alla minaccia stessa, significato che non può essere relegato alla sola sfera psicologica/personale ma che emerge sempre in un contesto sociale e culturale più ampio che spesso lo predetermina, fornendo un quadro di riferimento su cos’è “normale”, per esempio stabilendo cosa vuol dire “essere una buona madre” o “avere una famiglia felice” o ancora “essere malati mentali”. Discorsi sociali, questi, che a loro volta sono generati all’interno di frame ideologici sul mondo profondamente radicati e tipici di una certa cultura/società e che servono determinati interessi: il neoliberismo e le teorie biomediche sulla “malattia mentale” ne sono secondo gli autori un ottimo esempio. Dall’incontro-scontro tra le minacce operate dal potere e il significato ad esse attribuito emergono più o meno consapevolmente le risposte.
Proprio questo è il punto in cui il modello PTM si smarca in maniera più visibile da quelli tradizionali, dove le risposte diventano i
sintomi della malattia soggiacente e vengono spogliati da qualunque significato e resi oggetti statistici su cui basare la “spiegazione” e poi la “cura”. L’operazione da fare, al contrario, è quella di riappropriarsi del senso in maniera attiva e, nell’ottica di giungere comunque a una classificazione che ne colga la regolarità e la comunanza in una fetta di popolazione, utilizzare un criterio di funzione: a cosa serve o è servito alla persona, in quella data situazione, rispondere così a quel tipo di minaccia. Ristabilire la connessione tra risposta alla minaccia e funzione della stessa in alcuni casi può essere semplice o comunque esistono teorie esplicative che già ne colgono gli aspetti principali nell’ottica di dinamiche di potere.
In molti casi però le minacce operate dal potere possono essere meno ovvie perché sottili, cumulative o addirittura socialmente accettate. Spesso sono lontane nel tempo e possono essere così tante e le risposte così numerose e varie che le connessioni tra loro risultano confuse e oscurate. Può anche sussistere un accumulo di minacce apparentemente minori per un periodo di tempo molto lungo che portano comunque a uno stato di malessere. La risposta può inoltre assumere una forma insolita o estrema che è meno ovviamente legata alla minaccia, come nei casi in cui emergono credenze apparentemente “bizzarre”, voci “nella testa”, autolesionismo o altri tipi di comportamento incongruenti se considerati fuori dal contesto in cui si sono generati. La persona in difficoltà, poi, potrebbe non essere a conoscenza del collegamento stesso, poiché la perdita di memoria e la dissociazione fanno parte delle loro strategie di
coping, o similmente potrebbe essersi abituata a trascurare i possibili collegamenti, perché riconoscerli significava sentirsi in pericolo oppure perché il discorso sociale dominante rimanda dei messaggi di responsabilità personale, debolezza, colpevolezza e via dicendo.
In questo quadro è quindi lampante come la diagnosi operata dai professionisti della salute mentale è un’ulteriore operazione di potere che oscura il legame minaccia – risposta imponendo una potente narrativa tecnica che “risolve” tutto parlando di deficit e malattia
individuali. Professionisti che, più o meno consapevolmente ma sicuramente attraverso il mandato sociale a loro attribuito, rispondono a interessi professionali, organizzativi, istituzionali, economici e politici nel momento in cui disconnettono le minacce dalle risposte ad esse.

Oltre al tentativo di fornire un’euristica generativa del disagio mentale, il modello PTM mira anche all’identificazione di pattern, ovvero delle costellazioni di regolarità e ricorrenze, nelle manifestazioni di sofferenza emotiva, esperienze atipiche e comportamenti problematici. Come specificato nelle premesse teoriche del modello, i pattern non sono supportati da meccanismi causali ma sono altamente probabilistici e le regolarità emergono non da un livello biologico sottostante ma dalle risposte – incorporate e basate sul significato – alle operazioni negative del potere. Queste risposte, e quindi i pattern, possono essere descritte con dei verbi, anziché con nomi come nella terminologia diagnostica. Questo perché nelle intenzioni degli autori l’identificazione e la descrizione di regolarità è utile solo se aiuta a generare narrative personali e sociali che facilitino il ristabilirsi dei significati e delle possibilità di azione e, di conseguenza, si ricrei un clima di speranza nel quale ricostruire relazioni e promuovere azioni socialmente rilevanti. Nella parole di un’autrice citata nel testo: “Reconfigured as verbs, diagnostic categories become strategies for living” (Laura Kerr su dxsummit.org).

Lo Schema Fondativo del modello PTM (Foundational Pattern, nel testo) riassume tutte le premesse teoriche e le evidenze scientifiche ed esperienziali ampiamente discusse sia in appendice sia nella prima parte del lavoro e costituisce il nucleo fondamentale del modello. Viene qui riportata una sua traduzione integrale.

“Le disuguaglianze economiche e sociali e i significati ideologici che costituiscono l’operazione oppressiva del potere concorrono a un aumento dei livelli di insicurezza, di mancanza di coesione, di paura, sfiducia, violenza e conflitti, di pregiudizi, discriminazione e avversità sociali e relazionali in tutte le società. Questo ha implicazioni per tutti, e in particolare per coloro le cui identità sono marginalizzate. Limita l’abilità dei caregivers di fornire al bambino relazioni sicure precoci, cosa che non solo è in sé angosciante per il bambino, ma potrebbe compromettere la sua capacità di gestire l’impatto delle difficoltà in futuro. Le avversità sono correlate, in modo tale che la loro presenza nel passato di una persona e/o nella vita presente aumenti la probabilità di sperimentarle nelle fasi successive. Aspetti come la violenza gratuita, il tradimento, il senso d’impotenza o di intrappolamento o di imprevedibilità aumentano l’impatto di queste avversità, e questo impatto non è solo cumulativo ma sinergico. Nel tempo, l’interazione di tali avversità porta a una probabilità molto maggiore di provare emozioni d’angoscia e comportamenti disfunzionali. La forma di queste espressioni di stress emotivo è modellata dalle risorse disponibili, dai discorsi sociali, dalle capacità fisiche e dall’ambiente culturale, e la loro funzione principale è quella di promuovere la sicurezza e la sopravvivenza emotiva, fisica e sociale di chi ne fa esperienza. Parallelamente all’accumulo di queste avversità aumentano il numero e la gravità di queste risposte, insieme ad altre complicazioni sanitarie, comportamentali e sociali. In assenza di fattori migliorativi o di un intervento, il ciclo viene così predisposto per continuare attraverso le generazioni successive”.

All’interno dello Schema Fondativo, operando ricorsivamente l’operazione che ristabilisce la connessione soppressa tra la minaccia del potere e la risposta praticata, gli autori hanno quindi delineato alcuni Pattern Generali Provvisori (nel testo Provisional General Patterns), che per costruzione e per premesse teoriche non sono deterministici, bensì probabilistici, né discreti, ovvero  si sovrappongono l’uno con l’altro. La caratteristica di provvisorietà è data dal fatto che il legame minaccia – risposta è altamente ancorato nel suo significato al contesto sociale culturale e politico in cui emerge, per cui si possono e si devono adattare anche i pattern che descrivono tali fenomeni, per esempio per quelle operazioni di potere che all’interno di un gruppo acquistano un elevato impatto sociale e quindi generano un ampio discorso a riguardo. Per ognuno di questi Pattern Generali Provvisori gli autori forniscono una descrizione discorsiva come quella riportata poco sopra, in cui indicano le tipologie di persone e i gruppi sociali che più propriamente possono essere descritti attraverso il pattern stesso, marcando quindi la differenza tra i pattern proposti dalle categorie diagnostiche tradizionali normalmente utilizzate. Dopo la sintesi discorsiva il documento riassume per ogni  pattern il relativo circuito di Potere – Minaccia – Significato – Risposte, raggruppando queste ultime per funzione. Ogni Pattern Generale Provvissorio prevede dei pattern subordinati più specifici per situazioni più tipiche e frequenti come si vede nella lista qui riportata:

  1. Identità.
    1. Essere identificato o identificarsi come “malato mentale”.
    2. Essere identificato o identificarsi come femmina.
    3. Essere identificato o identificarsi come maschio.
    4. Essere identificato o identificarsi come membro di una minoranza etnica.
    5. Essere identificato come portatore di handicap.
  2. Sopravvivere al senso di rifiuto, d’intrappolamento e d’invalidazione.
    1. Sopravvivere agli abusi domestici (per le donne).
    2. Sopravvivere come rifugiato politico, richiedente asilo, vittima di tratta.
    3. Sopravvivere a un trauma storico/intergenerazionale.
  3. Sopravvivere ai legami distrutti e alle avversità subite in infanzia / gioventù.
    1. Sopravvivere all’esposizione a violenza domestica in infanzia / gioventù.
    2. Sopravvivere all’abuso sessuale in infanzia / gioventù.
    3. Sopravvivere al bullismo in infanzia / gioventù.
    4. Sopravvivere a operazioni chirurgiche invasive in infanzia / gioventù.
    5. Sopravvivere all’esposizione a conflitti armati in infanzia / gioventù.
  4. Sopravvivere alla separazione e alla confusione di identità.
    1. Sopravvivere ai cambiamenti tipici della mezza età (es. morte dei genitori).
    2. Sopravvivere alla separazione all’interno delle famiglie migranti.
  5. Sopravvivere alla sconfitta, all’intrappolamento, alla disconnessione e alla perdita.
    1. Sopravvivere alle sconfitte a seguito di una competizione.
    2. Sopravvivere all’esclusione e alla sconfitta in gioventù.
    3. Sopravvivere all’esclusione e alla sconfitta come persona considerata “non tipica” o “non conforme”.
    4. Gestire la nascita di un bambino e la sua educazione.
    5. Sopravvivere al bullismo, anche sul posto di lavoro.
  6. Sopravvivere all’esclusione sociale, alla vergogna e al potere coercitivo.
    1. Perpetrare abusi domestici.
    2. Sopravvivere all’essere senzatetto.
    3. Sopravvivere alla separazione, all’istituzionalizzazione e ai privilegi.
  7. Sopravvivere a singole minacce.
    1. Sopravvivere allo stupro.
    2. Sopravvivere ai combattimenti e alle guerre.

In conclusione, scrivono gli autori, l’obiettivo ultimo del modello PTM è quello di fornire una base per lo sviluppo di narrazioni, intese come co-costruzioni di significato tra due o più individui, che ribaltino il significato della diagnosi tradizionale e che riescano veramente a fornire una spiegazione utile alla persona in difficoltà, in modo che possa innanzitutto sentirsi compresa e validata nella sua sofferenza. L’apertura di una nuova possibilità data da narrazioni di questo tipo permette di ristabilire un maggior equilibrio tra la persona o il gruppo e il potere, aumentando l’accesso alle risorse utili a contrastarlo.

Il documento si conclude con una disamina delle possibilità offerte dal modello per il superamento degli schemi concettuali tradizionali e dominanti ed è molto interessante notare come, in linea con i concetti stessi delineati dallo schema potere-minaccia-significato-risposta, in ultima istanza la via principale sia per gli autori quella di diffondere il più possibile questo e altri strumenti simili a tutti coloro che hanno una storia di sofferenza innescata da una forma di potere successivamente reiterata da quello stesso potere che avrebbe il compito di curare. In altre parole occorre sostenere la forza trainante di chi ha subito una diagnosi tramite una profonda trasformazione dei messaggi che vengono forniti all’opinione pubblica inerenti le alternative esistenti alla medicalizzazione del disagio mentale.

Testo di riferimento

Johnstone, L. & Boyle, M. with Cromby, J., Dillon, J., Harper, D., Kinderman, P., Longden, E., Pilgrim, D. &  Read, J. (2018). The Power Threat Meaning Framework: Overview. Leicester: British Psychological Society.

LINK alla pagina introduttiva sul sito della BPS con interviste e documentazione.

Bibliografia scelta all’interno del documento

Classen, T.J. & Dunn, R.A. (2012). The effect of job loss and unemployment duration on suicide risk in the United States. Health Economics, 21, 338–350.

De Hert, M., Detraux, J., van Winkel, R. et al. (2012). Metabolic and cardiovascular adverse effects associated with antipsychotic drugs. Nature Reviews Endocrinology, 8, 114–126.

Fricker, M. (2007). Epistemic injustice: Power and the ethics of knowing. Oxford: Oxford University Press.

Gilbert, P. (2000). The relationship of shame, social anxiety and depression: The role of the evaluation of social rank. Clinical Psychology and Psychotherapy: Theory Research and Practice, 7, 174–189.

Gilbert, P., McEwan, K., Bellew, R. et al. (2009). The dark side of competition: How competitive behaviour and striving to avoid inferiority are linked to depression, anxiety, stress and self-harm. Psychology and Psychotherapy: Theory, Research and Practice, 82(2), 123–136.

Hayne, Y.M. (2003). Experiencing psychiatric diagnosis: Client perspectives on being named mentally ill. Journal of Psychiatric and Mental Health Nursing, 10, 722–729.

Herman, J.L. (2001). Trauma and recovery: The aftermath of violence – from domestic abuse to political terror.  New York: Basic Books.

Martinez, A., Piff, P., Mendoza-Denton, R. et al. (2011). The power of a label: Mental illness diagnoses, ascribed humanity and social rejection. Journal of Social and Clinical Psychology, 30, 1–23.

Putnam, K.T., Harris, W.W. & Putnam, F.W. (2013). Synergistic childhood adversities and complex adult psychopathology. Journal of Traumatic Stress, 26(4), 435–442.

Read, J. & Dillon, J. (Eds.) (2013). Models of madness: Psychological, social and biological approaches to psychosis (2nd edn). London: Routledge.

Rosenfield, S. (2012). Triple jeopardy? Mental health at the intersection of gender, race, and class. Social Science & Medicine, 74(1), 1791–1796.

Wilkinson, R. & Pickett, K. (2009). The spirit level: Why more equal societies almost always do better. London: Allen Lane.

World Health Organization (2000). Women’s mental health: An evidence based review. Department of mental health and substance dependence. Author: Geneva.

Materiale prodotto da Sportello TiAscolto collegato ai temi trattati

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Rete Sostenibilità e Salute: Appropriatezza e Linee Guida, tra prove scientifiche, bisogni della singola persona e interessi commerciali

COMUNICATO STAMPA DEL 18 LUGLIO 2018

Appropriatezza e Linee Guida, tra prove scientifiche, bisogni della singola persona e interessi commerciali

La medicina ha fatto e fa cose molti importanti per la nostra salute ma sta vivendo un momento di grave crisi non solo di tipo economico (su cui si concentra il dibattito politico) ma di contenuti, di metodo, di credibilità professionale e di fiducia, di cui si parla poco ma di cui i medici, per primi, devono farsi carico.

I problemi aperti sono tanti e complessi ma devono essere affrontati con urgenza, non tanto per il loro interesse filosofico o speculativo ma perché da essi dipende il benessere e la vita di tantissime persone.

La crescente pressione commerciale, il modo improprio di remunerazione degli attori in sanità, la diffusione di atteggiamenti culturali secondo i quali fare di più è sempre meglio, l’eccessivo ricorso alla tecnologia, la paura dei pazienti di ammalarsi e dei medici di sbagliare, la rinuncia alla comunicazione e al dialogo, una visione spesso distorta della scienza e del pensiero scientifico rappresentano altrettanti ostacoli al cambiamento.

L’interazione di questi fattori determina uno dei più odiosi paradossi della medicina, quello di convivere con una grave crisi finanziaria che impedisce a parte delle persone di accedere a cure di cui avrebbero bisogno, mentre molte altre sono sottoposte a un eccesso di prestazioni inappropriate, inutili e in molti casi dannose.

Insomma, senza un decisivo cambio di rotta ci stiamo dirigendo a grandi passi verso una medicina che invece di tutelare la salute diventa essa stessa fonte di disagio, di malessere e di malattia.

Per questi motivi la Rete Sostenibilità e Salute, che raccoglie 26 Associazioni impegnate a proteggere, promuovere e tutelare la salute, ha elaborato un sintetico documento di analisi e di proposta che ci auguriamo sia preso in considerazione dalla rappresentanza politica, sociale e professionale come base di discussione, di approfondimento e di intervento.

E’ possibile trovare il documento relativo all’ appropriatezza e alle linee guida qui.

Rete Sostenibilità e Salute: chi siamo?

Siamo un insieme di associazioni che da anni si impegnano in maniera critica per proteggere, promuovere e tutelare la salute. Ogni associazione ha la sua storia e le sue specificità, ma siamo accomunati da una visione complessiva della salute e della sostenibilità.
1. Associazione Dedalo 97
2. Associazione Frantz Fanon
3. Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia
4. Associazione per la Decrescita
5. Associazione per la Medicina Centrata sulla Persona ONLUS-Ente Morale
6. Associazione Scientifica Andria
7. Centro Salute Internazionale-Università di Bologna
8. Giù le Mani dai Bambini ONLUS
9. Medicina Democratica ONLUS
10. Movimento per la Decrescita Felice
11. NoGrazie
12. Osservatorio Italiano sulla Salute Globale
13. Osservatorio e Metodi per la Salute, Università di Milano-Bicocca
14. People’s Health Movement
15. Psichiatria Democratica
16. Rete Arte e Medicina
17. Rete Mediterranea per l’Umanizzazione della Medicina
18. Slow Food Italia
19. Slow Medicine
20. SIMP Società Italiana di Medicina Psicosomatica
21. Italia che cambia
22. Vivere sostenibile
23. Fondazione allineare sanità e salute
24. Federspecializzandi
25. Sportello Ti Ascolto – Rete di Psicoterapia sociale
26. ASSIS- Associazione di studi e informazione sulla salute

Verso il Sunshine Act italiano: una legge per la trasparenza delle transazioni

I NoGrazie, un gruppo spontaneo di operatori sanitari, e non solo, che dal 2004 si batte per separare gli interessi per la salute da quelli commerciali dell’industria della salute, chiedono dal 2011 la promulgazione di una legge che assicuri la totale trasparenza delle transazioni finanziarie, in denaro e/o beni e/o servizi, tra le ditte che producono presidi sanitari, farmaci in primis ma non solo, e operatori sanitari di qualsiasi tipo, individualmente o collettivamente (associazioni professionali, istituzioni accademiche, strutture sanitarie, etc). Una legge sulla falsariga del Sunshine Act, in vigore negli Stati Uniti dal 2011, o di quelle promulgate in anni successivi in altri paesi, per esempio Portogallo e Francia.

Una simile legge permetterebbe a qualsiasi cittadino di sapere, per esempio, quanto denaro riceve da una multinazionale del farmaco il proprio medico curante, o a quali e quanti congressi sponsorizzati partecipa con il contributo finanziario di una ditta. E permetterebbe ai ricercatori interessati di analizzare i comportamenti prescrittivi dei medici in relazione ai loro rapporti finanziari con l’industria della salute. È infatti risaputo che il marketing, cui le ditte assegnano spesso più fondi che alla ricerca di nuovi prodotti, è associato ad aumenti spesso non giustificati dell’uso di strumenti diagnostici e terapeutici, con conseguenze negative sia sulla salute dei cittadini sia sulle finanze del sistema sanitario nazionale. E una componente importante del marketing sono proprio i finanziamenti miranti a persuadere gli operatori sanitari della bontà, spesso millantata, di un prodotto. 

Ora la proposta di legge esiste ed è stata depositata in parlamento. Ringraziamo l’On. Baroni e i suoi colleghi per aver fatto questo importante passo, che tuttavia sarebbe poco utile se non portasse a una rapida approvazione di una legge. Contiamo sui firmatari della proposta per una procedura accelerata al massimo. La rapidità ci sembra essenziale, visto che Assobiomedica si sta muovendo in anticipo sull’argomento, probabilmente per far pressione su Governo e Parlamento, asserendo l’inutilità di una legge vista la sua proposta di un codice etico volontario…

I NoGrazie, insieme ai quali aderiamo alla Rete Sostenibilità e Salute, hanno contribuito a richiedere l’elaborazione della proposta di legge, ritengono che il codice etico volontario di Assobiomedica non possa sostituire la legge. Anzitutto perché si sa da molto tempo che i codici etici volontari non funzionano. Poi perché, essendo volontario, non obbliga le imprese ad aderire. Infine perché avere un database di trasferimenti finanziari per ogni singola impresa significa di fatto rendere impossibili i controlli, che invece sarebbero possibili con un database unico e pubblico, come nel Sunshine Act.

 NoGrazie e Rete Sostenibilità e Salute invitano pertanto i parlamentari che hanno elaborato la proposta di legge a procedere con la massima speditezza possibile alla sua approvazione e a resistere ad eventuali pressioni di Assobiomedica per abbandonare la proposta di legge in favore di un codice etico volontario.

 Adriano Cattaneo, portavoce di NoGrazie
Jean Louis Aillon, portavoce della Rete Sostenibilità e Salute.

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Matto, voce del verbo uomo. I matti dentro, i matti fuori

Matto, voce del verbo uomo#2
Reading-Spettacolo
I MATTI DENTRO I MATTI FUORI.

A quarant’anni dalla “legge 180” proviamo a fare uscire Basaglia esce dai discorsi sui manicomi per portarlo fuori, nella vita quotidiana e restituirlo a tutta la cittadinanza.

Per riscoprire una parte del suo lavoro in modo nuovo e diverso ma anche coerente con quello che erano le sue intenzioni e i suoi valori, la Rete di Psicoterapia Sociale propone quattro eventi: momenti conviviali, divertenti, intensi, rubati alla frenesia della vita quotidiana, perché di nuovo l’impossibile possa diventare possibile.

Dopo l’intensissima serata al Caffè Basaglia in cui abbiamo lavorato sul tema delle rivoluzioni, a partire dal celebre “E mi non firmo” di Basaglia a Gorizia, per il 17 Giugno abbiamo pensato di avvicinarci ancora di più ai lavori di Basaglia accolti dai nostri amici di MAC.

Per farlo vi proponiamo un pomeriggio in cui letture di testi di Basaglia, di autori la cui opera si intreccia con quella basagliana e di esperienze di istituzionalizzazione della marginalità e della devianza, saranno accompagnate da brevi messe in scena delle follie quotidiane che ci circondano, spesso divenute normalità.

Abbiamo selezionato per voi testi di Frantz Fanon, di Basaglia, lettere di internati e di internate che leggeremo insieme ad Alessio Sandalo.

La follia del mondo che ci circonda sarà messa in scena da due monologhi di Luca Atzori tratti dalla sua telenovela sulla follia “GLI ABERRANTI”.

Come la scorsa volta, chi vorrà approfondire il lavoro di Basaglia, potrà farlo acquistando i libri che la libreria Golem porterà per voi!

L’analisi della Rete Sostenibilità e Salute sulla salute mentale

Quotidianosanità ha ripreso la notizia riguardante il documento che, insieme alla Rete Sostenibilità e Salute, abbiamo contribuito a produrre.

COMUNICATO STAMPA DEL 7 MAGGIO 2018

La salute mentale secondo la Rete Sostenibilità e Salute

Analisi dei bisogni e strategie d’ intervento

La Rete Sostenibilità e Salute (RSS) presenta un nuovo documento: si tratta di un’analisi molto accurata sulle attuali criticità nel campo della salute mentale a cui si cerca di dare delle risposte efficaci, rivolgendosi al mondo della politica, agli operatori del settore e alla cittadinanza.

I disturbi psichiatrici incidono notevolmente sulla salute globale, rappresentando il 23% del “Global Burden of Disease”. In questo contesto l’attuale modello di sviluppo, fondato su una crescita illimitata e indiscriminata dell’economia mina i determinanti ambientali, socio-economici e culturali da cui dipende maggiormente la salute mentale. Vivere in un ambiente sempre più inquinato ed insalubre, con stili di vita frenetici e malsani, in cui le disuguaglianze e le divisioni sociali aumentano, dove individui, gruppi sociali e nazioni competono per accaparrarsi risorse in crescente diminuzione, non può che deteriorare il capitale di salute mentale a disposizione delle popolazioni.

Sebbene nel campo della psichiatria sia riconosciuto un modello di causazione bio-psico-sociale e l’importanza del contesto culturale, nella prassi clinica l’approccio tecnico, biomedico-riduzionista (caratterizzato dalla centralità della diagnosi e della prescrizione farmacologica), viene comunemente privilegiato trascurando le componenti psicosociali, culturali e gli stili di vita.

E’ possibile pensare la salute mentale all’interno dello scenario sociale e culturale tra il “patologico” e il “patogenico” sopra delineato?

Il Portavoce della RSS Jean-Louis Aillon afferma che secondo la RSS “di fronte a questo deserto delle speranze, non si possa che contrapporre la carica utopica quanto trasformativa di soggetti come Ivan Illich, Franco Basaglia, Frantz Fanon, Erich Fromm, Giulio A. Maccacaro, i quali avevano già da tempo intuito i rischi a cui stavamo andando incontro, lanciato un grido d’allarme e costruito ‘utopie della realtà’ a partire da reali pratiche di cambiamento che riescano a rispondere ai bisogni esistenziali reali delle persone”.

La sfida, conclude Matteo Bessone, “è sviluppare uno sguardo critico sulla società e sulla cultura in senso ampio, nonché sulla cultura e le pratiche dei servizi per metterle costruttivamente in discussione piuttosto che ostinarci ad adattare i bisogni delle persone a questa realtà e a questi servizi. Non possiamo più illuderci che le evidenze siano sufficienti per dare vita al cambiamento. L’evidenza ci dice che è necessaria più ferma volontà e maggiore fantasia”.

In tal senso la RSS cerca di delineare nei due documenti allegati (Analisi e relativo riassunto) alcune linee strategiche di comprensione di elementi culturali critici per proporre azioni di cambiamento.

La Rete Sostenibilità e Salute

COESIONE SOCIALE. Dallo ‘stare meglio’ verso lo ‘stare insieme’

A partire dal 1880 un flusso di immigrati italiani provenienti da Roseto Val Forte creò negli States una comunità chiamata, con quella che solo più tardi si rivelò una scelta oculata: Roseto. Intorno, nell’ombra dei primi grattaceli, le fabbriche perfezionavano la catena di montaggio taylorista anche e soprattutto per ridurre le interazioni necessarie in una babele di operai polacchi, tedeschi irlandesi e italiani che non parlavano la stessa lingua. Negli anni 60’ Roseto, Pennsylvania, divenne famosa perché alcuni epidemiologi scoprirono che gli abitanti della cittadina godevano di un’incidenza di malattie cardiache al di sotto della media nazionale (circa il 50%). Ci vollero alcuni anni per scoprire il motivo per cui degli immigrati di terza generazione occupati perlopiù con lavori pesanti, accaniti bevitori e fumatori, con diete basate su grassi animali dovessero avere dei cuori più sani. Sorprendente era anche il fatto che il “Roseto effect” scompariva se gli abitanti della città si trasferivano altrove. Divenne chiaro quindi che la longevità dei rosetani era dovuta alla coesione sociale che la comunità aveva mantenuto fin dai tempi dei fondatori.

Spesso i clienti dello sportello affermano di aver scelto il servizio per la sua politica del “chi più ha, più mette”. Si potrebbe pensare che alcuni di essi siano attratti dalla possibilità di pagare un onorario inferiore ai prezzi di mercato, e questo è parzialmente vero ma non spiega perché i clienti approvino e scelgano la nostra politica dei prezzi indipendentemente da quanto paghino. Capita con sempre maggior frequenza infatti che accedano al servizio anche persone che potrebbero tranquillamente usufruire di altri servizi o rivolgersi ad altri colleghi. Non è raro invece, chiedendo le motivazioni che spingono le persone a scegliere il servizio, sentire spiegazioni come “qui si fa anche del bene” da chi sembra aver interiorizzato il nostro discorso mutualistico del “chi può, paga anche per chi può meno”, puntualmente ripetuto durante la contrattazione dell’onorario tesa alla reciproca responsabilità. Ci siamo quindi chiesti se la scelta dei clienti non rifletta una verità più complessa della mera attrazione per il risparmio economico, una saggezza inconsapevole che spinge chi desidera “stare meglio” verso lo “stare insieme”.
Un insieme di clienti e i terapeuti che sostengono lo Sportello, tracciando lo spazio materiale e relazionale per una breve tregua dalle regole del mercato delle prestazioni individualizzate. Il bisogno di dare, di condividere, di sperimentare l‘unione con gli altri in un “Noi” che trascenda l’esperienza dell’isolamento dell’individuo è un elemento imprescindibile della natura umana, spesso ostacolato da strutture sociali ed economiche che plasmano attivamente il nostro modo di vivere e il nostro vissuto in una direzione opposta (Fromm, 1977). L’esistenza di servizi e pratiche che facilitino l’esperienza dello “stare insieme” ha di per sé una funzione terapeutica, sia per i pazienti che per i terapeuti. L’ipotesi è che la presenza di tali servizi possa facilitare la percezione della disponibilità di capitale sociale (Van Der Gaaga et al., 2005).

Oggi esistono diversi costrutti teorici che definiscono le variabili sociali di coesione e contatto con la propria comunità. La “belongingness” si basa sulle teorizzazioni della psicologia del Sé di Kohut (1984) e misura il grado con cui gli individui sentono di appartenere ad un gruppo che trascende se stessi, appagando bisogni fondamentali di sicurezza, autostima e autorealizzazione (Lee e Robbins, 1995). Le fa eco il costrutto di “perceived social support” (Cohen 1988; Rodriguez e Cohen, 1998) che misura il sostegno interpersonale strutturale e funzionale ricevuto dal gruppo (Krause 1995; si veda Simonelli et al., 2011 per una scala validata in italiano).

Nell’ultimo decennio lo studio dei fattori sociali di benessere degli individui ha ricevuto un crescente interesse, riproponendo l’evidenza di un’influenza importante della belongingness e del perceived social support sulla salute socio-psico-fisica. Ad esempio è stato dimostrato come esse abbiano un impatto considerevole sullo sviluppo e la guarigione di patologie organiche come quelle cardiache e immunitarie (Bucholz et al., 2014; Uchino, 2006), sul decorso del cancro (Levy et al., 1990), sulla salute emotiva dei familiari di persone con malattie degenerative (Urdaneta et al., 2008; Pasek et al., 2017) e perfino sulla motivazione scolastica (Emadpoor et al., 2016). La percezione soggettiva della mancanza di un adeguato supporto sociale è altresì un buon predittore dello sviluppo di sintomi depressivi (Petitt et al., 2011) e ansiosi (Lewis et al., 2013) e della percentuale di re-ospedalizzazione di utenti psichiatrici (Hengartner et al., 2017).

La lista (non esaustiva) evidenzia il ruolo preponderante del supporto sociale come determinante del benessere degli individui. Parallelamente, la ricerca nell’ambito della psicoterapia, promossa dall’esigenza di sviluppare tecniche ed interventi “evidence based”, ha dimostrato come anche per gli interventi di psicoterapia i predittori più affidabili dell’efficacia della terapia siano trasversali ai diversi approcci e collegati a variabili relazionali come la solidità dell’alleanza terapeutica (Ardito e Rabellino, 2011).

Date queste evidenze sorge spontaneo domandarsi se una maggiore efficacia delle cure psicologiche e una più solida alleanza terapeutica non possa e debba passare per il supporto sociale fornito attraverso il servizio stesso, il quale a sua volta non può prescindere da un modello di organizzazione e finanziamento che promuova la più ampia accessibilità possibile. Al contrario in Italia, gli interventi di psicologia clinica sono prioritariamente definiti dalle dinamiche di mercato, che ne regolano l’accesso e la diffusione senza tener conto delle profonde disuguaglianze sociali ed economiche all’interno della società. Rimanendo cieca rispetto alle dinamiche socio-economiche la pratica clinica rischia di perpetuare ed alimentare le disuguaglianze e l’isolamento sociale e parallelamente di limitare la propria efficacia. Le regole del mercato libero sembrano infatti costituire il limite sacro ed inviolabile oltre il quale non può espandersi la solidarietà (o l‘alleanza) tra cliente e terapeuta. Un tabù che percepiamo noi stessi nell’imbarazzo che sentiamo in noi e nei clienti nel momento della contrattazione della “giusta” tariffa. In questa area oscura esistono e andrebbero meglio comprese le ripercussioni cliniche dei modelli organizzativi dei servizi di sostegno psicologico. Per questo sarebbe d’aiuto l’indagine delle relazioni tra le politiche dei prezzi per l’accessibilità ai servizi di psicoterapia, la percezione del supporto che ne traggono i clienti, l’alleanza terapeutica e l’efficacia delle cure.

Riferimenti bibliografici:

Ardito, R. B., & Rabellino, D. (2011). Therapeutic alliance and outcome of psychotherapy: Historical excursus, measurements, and prospects for research. Frontiers in Psychology. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2011.00270

Bucholz, E. M., Strait, K. M., Dreyer, R. P., Geda, M., Spatz, E. S., Bueno, H., … Krumholz, H. M. (2014). Effect of Low Perceived Social Support on Health Outcomes in Young Patients With Acute Myocardial Infarction: Results From the VIRGO (Variation in Recovery: Role of Gender on Outcomes of Young AMI Patients) Study. Journal of the American Heart Association: Cardiovascular and Cerebrovascular Disease, 3(5), e001252. http://doi.org/10.1161/JAHA.114.001252

Cohen, S. (1988). Psychosocial models of the role of social support in the etiology of physical disease. Health Psychology : Official Journal of the Division of Health Psychology, American Psychological Association. https://doi.org/10.1037/0278-6133.7.3.269

Dour, H. J., Wiley, J. F., Roy-Byrne, P., Stein, M. B., Sullivan, G., Sherbourne, C. D., … Craske, M. G. (2014). Perceived social support mediates anxiety and depressive symptom changes following primary care intervention. Depression and Anxiety, 31(5), 436–442. https://doi.org/10.1002/da.22216

Emadpoor, L., Lavasani, M. G., & Shahcheraghi, S. M. (2016). Relationship Between Perceived Social Support and Psychological Well-Being Among Students Based On Mediating Role of Academic Motivation. International Journal of Mental Health and Addiction, 14(3), 284–290. https://doi.org/10.1007/s11469-015-9608-4

Erich Fromm, (1977) Avere o essere?, traduzione di Francesco Saba Sardi, Mondadori.

Hengartner, M. P., Klauser, M., Heim, G., Passalacqua, S., Andreae, A., Rössler, W., & von Wyl, A. (2017). Introduction of a Psychosocial Post-Discharge Intervention Program Aimed at Reducing Psychiatric Rehospitalization Rates and at Improving Mental Health and Functioning. Perspectives in Psychiatric Care, 53(1), 10–15. https://doi.org/10.1111/ppc.12131

Kohut, H. (1984). The role of empathy in psychoanalytic cure. In How does analysis cure? (pp. 172–191).

Lee, R. M., & Robbins, S. B. (1995). Measuring Belongingness: The Social Connectedness and the Social Assurance Scales. Journal of Counseling Psychology, 42(2), 232–241. https://doi.org/10.1037/0022-0167.42.2.232

Leibert, T. W., Smith, J. B., & Agaskar, V. R. (2011). Relationship between the working alliance and social support on counseling outcome. Journal of Clinical Psychology, 67(7), 709–719. https://doi.org/10.1002/jclp.20800

Levy S M; Herberman, R B; Whiteside, T; Sanzo, K; Lee, J; Kirkwood, J (1990). Perceived social support and tumor estrogen/progesterone receptor status as predictors of natural killer cell activity in breast cancer patients. Psychosomatic Medicine. 52(1), 73-75

Moretti M., Simonelli A., Melloni M., Ronconi L., (2012) Interpersonal Support Evaluation List (ISEL): un contributo alla validazione e all’applicazione nel contesto italiano. Psicologia sociale  3,  447-0, doi: 10.1482/38446

Pasek, M., Dębska, G., & Wojtyna, E. (2017). Perceived social support and the sense of coherence in patient–caregiver dyad versus acceptance of illness in cancer patients. Journal of Clinical Nursing, 26(23–24), 4985–4993. https://doi.org/10.1111/jocn.13997

Pettit, J. W., Roberts, R. E., Lewinsohn, P. M., Seeley, J. R., & Yaroslavsky, I. (2011). Developmental Relations Between Perceived Social Support and Depressive Symptoms Through Emerging Adulthood: Blood Is Thicker Than Water. Journal of Family Psychology, 25(1), 127–136. https://doi.org/10.1037/a0022320

Rodriguez, M., & Cohen, S. (1998). Social support. In H. Friedman (Ed.), Encyclopedia of Mental Health. New York: Academis Press.

Uchino, B. N. (2006). Social support and health: A review of physiological processes potentially underlying links to disease outcomes. Journal of Behavioral Medicine. https://doi.org/10.1007/s10865-006-9056-5

Urdaneta, Elena et al. (2008). Perceived social support, psychosomatic complaints and burden: The relationship with negative affect in Alzheimer caregivers. Alzheimer’s & Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association , 4 (4) , T660. https://doi.org/10.1016/j.jalz.2008.05.2045.

Van Der Gaaga M., e Snijdersb T. A.B. (2005), The resource generator: social capital quantification with concrete items, in “Social Networks”.

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Laboratorio Pratico sul Primo Colloquio Psicologico – IV° Edizione

 Il primo colloquio è un momento cruciale nelle relazioni di cura: un balletto delicatissimo e, se riusciamo a coglierle, una fonte immensa di preziose informazioni.

Rappresenta una tappa fondamentale all’interno di un percorso psicologico o psicoterapeutico: è la porta d’ingresso verso la relazione e costituisce il presupposto non solo per una buona alleanza ma anche per impostare, insieme a chi si rivolge a noi, un piano di lavoro sufficientemente chiaro e condiviso, a partire dai bisogni di chi abbiamo di fronte!

Purtroppo però se i percorsi di studio universitari solo raramente permettono di acquisire quelle capacità essenziali per la pratica psicologica, le scuole di specializzazione in psicoterapia, lunghe ed eccessivamente costose, rischiano di diventare l’unica possibilità per chi è interessato ad approfondire le modalità di conduzione del colloquio.

Per questo motivo abbiamo deciso di costruire un laboratorio in cui approfondire le modalità di conduzione del primo colloquio in modo da fornire alcuni strumenti pratici e flessibili che possano rappresentare una guida per approcciare a questo delicato momento con tranquilla attenzione e grande cura.

Per favorire l’integrazione delle conoscenze apprese e dell’esperienza formativa al corpo di pratiche di ciascun partecipante il laboratorio avrà un carattere teorico-pratico.

Le giornate saranno così articolate:

  • 12 APRILE:
    -Presentazioni;
    -Distribuzione del materiale didattico;
    -Le fasi del primo colloquio;
    -Principali errori da evitare/riconoscere;
    -Esercitazione;
    -Condivisione e confronto;
  • 13 APRILE:
    -Dinamiche di conduzione e possibilità per psicologi e/o psicoterapeuti;
    -Role Play (1);
    -Condivisione e confronto;
    -Creazione del Piano di Lavoro;
    -Role Play (2);
    -Condivisione e confronto.
 
Visto il carattere esperienziale del laboratorio la partecipazione è riservata ad un massimo di 12 iscritti per evitare che la numerosità dei partecipanti vada a detrimenti della qualità del lavoro.
Il termine per le iscrizioni è fissato per Mercoledì 3 Aprile. 
 
Il laboratorio si terrà il nella nostra sede di Via Pigafetta 44/B.
Il laboratorio sarà condotto da uno psicoterapeuta di formazione costruttivista ed è aperto a psicologi e psicoterapeuti di qualsiasi orientamento.
 
–Venerdì 12 Aprile dalle ore 15.30 alle ore 19.00
–Sabato 13 Aprile dalle ore 09.30 alle ore 12.30 e dalle 14.00 alle 18.00
 
Il costo per la partecipazione all’intero laboratorio è di 40€.
Per chi ha partecipato o sta partecipando al Corso di Preparazione all’Esame di Stato da noi organizzato il costo del Laboratorio sarà di 30€.  
PER INFO E ISCRIZIONI:
mail: informatiascolto@gmail.com
tel: 347/1727988
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Matto, voce del verbo uomo. Basaglia 40anni dopo

‘Visto da vicino nessuno è normale’ diceva Franco Basaglia, psichiatra che quarant’anni fa rivoluzionò la visione del matto, del folle abbattendo i confini istituzionali dei manicomi.

Il 13 maggio del 1978 uscì la ‘Legge 180’, la quale permise alle persone recluse e etichettate come ‘matti’ di riprendere in mano la loro dignità. Diede la possibilità di riconoscersi e identificarsi come persona e non semplicemente un disturbo mentale.

A distanza di quarant’anni è importante rimettersi in discussione e vedere come le intenzioni di Basaglia, basate sul portare la follia fuori dai manicomi restituendola alla cittadinanza, siano ancora presenti e attuali; a questo proposito la Rete di Psicoterapia Sociale propone quattro eventi aperti a tutti per permettere che l’impossibile possa diventare possibile.

PRIMO EVENTO

Avete mai partecipato ad una performance di playback theatre?!

Questa è l’occasione giusta per sperimentarsi!

Vi aspettiamo sabato 12 maggio alle 21 al CAFFE’ BASAGLIA.

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Nuovi LEA e 7 Aprile: uno specchio della Povertà della Psicologia Clinica

C’è una differenza tra il prete e lo psicoanalista.
Io non sono cattolico se non anagraficamente però
tra lo psicoanalista e il prete preferisco il prete:
perchè mentre il prete confessa
tutto il mondo,borghesi e proletari,
lo psicoanalista confessa solo i borghesi”

F.Basaglia

Talvolta la storia concede opportunità preziose per mettere in luce identità e valori delle persone. Questo vale tanto per gli individui quanto per i gruppi sociali, quali gli psicologi ad esempio, o tutti coloro che, una volta iscritti ad un albo, si fregiano di questa appartenenza in virtù della quale agiscono e reagiscono agli eventi più disparati.

In questo periodo la storia è stata così generosa da regalarci due opportunità che ci consentono di abbozzare, grazie all’osservazione delle reazioni agli eventi, un’analisi della visione del mondo dei nostri colleghi, sopratutto gli psicologi clinici, e di quali siano i valori che guidano l’operato della categoria cui, nonostante tutto, apparteniamo. Il risultato è scoraggiante e per questo avvertiamo la necessità di condividere con tutta la comunità, quella professionale ma non solo, alcune riflessioni nella speranza di poter contribuire ad arricchire il dibattito e, laddove inesistente, facilitarne l’avvio.

Il primo fatto: con il Decreto 12.01.17 pubblicato in Gazzetta il 18 marzo 2017 sui Nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) viene riconosciuto il diritto alle persone (minori o adulti), alle coppie, alle famiglie in situazioni di “disagio psicologico” di ricevere un intervento psicologico. “Gli interventi psicologici diventano “diritti esigibili”, finalmente alla pari con tutti gli altri bisogni di salute” afferma Fulvio Giardina, il presidente del CNOP. La misura muove dalla necessità di dare risposte più appropriate ed integrate ai bisogni di salute della popolazione allargando così in modo significativo le loro tutele ed diritti. Si tratta di un provvedimento potenzialmente molto importante di salute pubblica, laddove alle attuali generiche dichiarazioni si riesca a dare seguito una concreta applicazione. Inoltre il 22 Marzo 2018 viene firmato il decreto attuativo relativo alla legge 3 del 2018 sul riordino delle professioni sanitarie: la professione di psicologo è annoverata tra le professioni sanitarie, attraverso cui si da piena applicazione all’articolo 32 della Costituzione “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Il presidente Giardina ricorda che diventare professione sanitaria significhi da un lato offrire maggiori tutele agli utenti, dall’altro acquisire una forte consapevolezza del proprio ruolo sociale.

Fin qui tutto bene, anzi benissimo.

Il secondo fatto si muove su una dimensione meno istituzionale, quindi potenzialmente più vicina alla categoria degli psicologi clinici, tradizionalmente lontana dalle logiche istituzionali. Si tratta dell’avvento del 7 Aprile, oggi. E’ la giornata europea di azione contro la commercializzazione della salute, in Italia inserita all’interno della campagna “DICO 32! SALUTE PER TUTTE E TUTTI! UNA CAMPAGNA PER IL DIRITTO ALLA SALUTE“ a cui l’anno scorso, insieme alla Rete di Psicoterapia Sociale, avevamo trovato la forza e la motivazione per partecipare alla costruzione di un momento di confronto collettivo con altre realtà cittadine estendendo l’invito ai colleghi.

Fin qui ancora tutto bene: l’istituzione riconosce il valore sociale della nostra professione e cittadini di tutta europa si riuniscono simbolicamente e letteralmente per unire gli sforzi e le progettualità per affermare la necessità che la salute, alla luce delle sempre crescenti disuguaglianze, non possa essere trattata come un merce e lasciata all’iniziativa mercantilistica privata.

Provando a guardare la nostra professione dalla lente di questi crudi fatti emerge però un’immagine tutt’altro che gradevole ai nostri occhi, immagine che permette di meglio comprendere le allusioni di Basaglia (1979) sulla “multinazionale della psicoanalisi” (e che oggi potremmo estendere a buona parte della psicoterapia) e ancor meglio le motivazioni profonde che hanno portato alla nascita del nostro servizio.

La psicologia clinica, oggi, vive una condizione di grandissima povertà, da molti punti di vista.

La prima povertà a cui ci riferiamo è di tipo economico. Non esistendo una psicologia clinica disincarnata dalle persone che le danno forma è purtroppo noto quanto gli psicologi clinici, sopratutto i giovani e pur in presenza di eccezioni, versino nella maggior parte delle situazioni in condizioni economiche profondamente precarie. L’aumento vertiginoso del numero degli psicologi clinici, delle scuole private di psicoterapia, non aiuta a gestire il problema. La preoccupazione per il proprio presente e il proprio futuro è il sentimento prevalente che non riesce a trovare un contenimento né all’interno del “libero” mercato, nonostante la frequente e frenetica corsa alle variegate strategie di posizionamento sul mercato, nè tantomento all’interno delle istituzioni di categoria né ancor meno nella percezione di un welfare robusto e protettivo. Tale povertà di tipo materiale e tale precarietà e insicurezza, nonostante la narrazione dominante, sono legate più ad una contingenza storica sfavorevole e a politiche scellerate che non ad una pigrizia e indolenza individuali. Tuttavia tale povertà inaridisce gli animi, impoverisce il cuore e indebolisce la possibilità di sentirci, psicologi e non psicologi, parte della stessa comunità. Quella che pensiamo essere la nostra precarietà ci spinge ad occuparci dei nostri problemi, della nostra categoria professionale. Questo comportamento egoistico alimenta e viene alimentato da una cultura profondamente individualistica molto diffuso nelle ricche ed opulente società odierna e profondamente nociva dal punto di vista psicologico.
Le preoccupazioni legate alle condizioni socio-economiche degli psicologi, oggi, sono così pervasive che impediscono di guardare al di là del proprio, misero, orticello. Sembra essere impossibile per gli psicologi clinici aprirsi con curiosità e compassione a ciò che accade là fuori nel mondo se non nella misura in cui questo arrechi dei vantaggi immediati alla propria categoria. Il criterio di appartenenza diventa in questo modo una gabbia. Sotto questo punto di vista, potremmo dire che gli psicologi clinici, paladini dell’empatia dentro il setting clinico, sembrano essere deficitari (quindi doppiamente poveri o semmai impoveriti) della capacità di mettersi con compassione e amore nei panni altrui, degli altri cittadini, una volta varcata la porta dello studio privato.
Ne è testimonianza la moltitudine di commenti su Facebook digitati dai colleghi una volta usciti dallo studio dentro cui sembra essere rimasta impigliata la tanto idolatrata capacità empatica: è eloquente l’assenza totale di qualsiasi espressione di gioia che lascia spazio solo al freddo sarcasmo, accalorate rivendicazioni, dubbi e timori per le conseguenze negative sulla categoria e perplessità relative alla complessa applicazione delle norme licenziate.
Il modo in cui le difficoltà personali e di categoria si trasformano in disinteresse per la cosa pubblica, per la salute pubblica, per la tutela dei più elementari diritti, è disarmante.
Tali difficoltà trasformano il nostro stesso sguardo, il nostro cuore, ci rendono diffidenti del prossimo.
L’Altro non esiste e con esso è scomparso l’amore da cui potrebbe essere investito. Ci interroghiamo se, in quanto professionisti della relazione, siamo in grado di riconoscere la differenza tra l’Altro e il Sè, i confini tra “il mio”, “il tuo” (e sopratutto la possiblità di costruire “il Nostro”) ricordandoci che tutte le norme licenziate non sono volte alla tutela della categoria (funzione di pertinenza degli Ordini) ma della cittadinanza e dei suoi bisogni di salute, finalmente riconosciuti. Questa constatazione sembra non animare alcun sentimento in noi.

Una visione strategica, lungimirante, in cui il tuo diritto all’assistenza psicologica può costruire insieme a il mio diritto ad una vita dignitosa, un nostro spazio di incontro per una rivendicazione condivisa, sembra esserci preclusa, abbandonata nel momento in cui viviamo il libero mercato come unico spazio di manovra, lontano dalle istituzioni, più o meno consapevolmente spaccando la società in fortunati clienti per fortunati professionisti e svantaggiati clienti che dovranno rivolgersi alle istituzioni pubbliche ormai lontane dal nostro interesse e gravate da pesanti definanziamenti, spesso a favore della sanità integrativa.

Forse è per questo che sono pochissimi gli psicologi in Italia che stanno partecipando alla campagna Dico32 e tantomeno alla giornata del 7 Aprile, una giornata che, nella misura in cui viviamo la professione di psicologi clinici all’interno dello spazio della libera professione, mette in discussione le modalità tramite cui questa viene immaginata e vissuta. Non solo.

Il 7 Aprile rappresenta una radicale messa in discussione dei presupposti stessi a partire dai quali la psicologia clinica deve essere svolta necessariamente all’interno libero mercato, così come siamo abituati a pensarla.

Effettivamente per la maggior parte dei liberi professionisti la salute è, senza mezzi termini, una merce; così come la formazione per molti colleghi è una merce. Entrambe, formazione e salute mentale sono, nei fatti, inaccessibili per alcuni e fonte di crescente profitto e prestigio per altri.
Non potendo accedere a percorsi psicologici così come formativi, si è tagliati fuori dal mercato della formazione così come quello della cura.
Il discorso dominante all’interno della categoria, sempre volto alla tutela della “dignità professionale”, è inflessibile; il diritto ad una formazione di qualità che conceda a ciascuno le medesime opportunità di sviluppo personale e il diritto alla salute, ad una vita degna a cui poter conferire un valore, sono intesi come problemi dei “consumatori” e chi non riesce a vedere tutelati tali diritti dovrà adoperarsi per adattarsi alle leggi naturali e spietate del mercato.
“Non possiamo prenderci carico-sostengono alcuni-delle lacune dello stato”. Effettivamente no, non sarebbe giusto, non è e non può essere responsabilità nostra, ma l’indifferenza verso le inevitabili e ingiuste disuguaglianze e verso lo stato di salute della popolazione (che invece tanto ci allarma, quando si tratta di indurre fette crescenti della popolazione a consumare i mille servizi, creando bisogni inesistenti funzionali esclusivamente al nostro profitto), è responsabilità nostra e la popolazione lo avverte, lo sente e, forse a ragione, per questo ci teme, come si teme un predatore. Teme la nostra brama, la nostra avidità, la nostra autorefenzialità, la nostra miseria umana, si sente trattata come un oggetto, ingannata.

E allora ci domandiamo se, come membri appartenenti alla nostra categoria professionale, il graduale definanziamento del welfare e della sanità pubblica, ci stiano veramente a cuore o meno perché il sottile inquietante non-detto sembra essere: “Se non ne ricavo alcun vantaggio, non mi interessa“. Probabilmente l’indebolimento del Sistema Sanitario Nazionale può aprire spazi di mercato molto redditizi per alcuni colleghi che, nel migliore dei casi ignari dei processi che stanno alimentando, si avvicinano alle Assicurazioni private e alla Sanità integrativa.

Fortunatamente, come psicologi clinici, come psicoterapeuti e come cittadini responsabili, sappiamo che è possibile lavorare diversamente per costruire una comunità anche professionale differente. E’ possibile essere consapevoli dei processi sociali a cui diamo vita e che muovono il nostro sentire e il nostro operare. Sappiamo però che ogni nostra azione, che lo vogliamo o meno, ha un impatto sulla realtà che circonda non solo noi ma anche molte altre persone che ancora non conosciamo. Non abbiamo facili ricette per conciliare i nostri bisogni con i bisogni di salute della popolazione; occorre però discernere tra i nostri bisogni di autorealizzazione dalla brama di prestigio che porta al distaccato accumulo compulsivo di beni materiali superflui ma gratificanti e rassicuranti, tra “tutela della dignità professionale” e violenta indifferenza nei confronti dei bisogni della comunità di cui facciamo parte. Siamo sicuri dell’esistenza di persone e colleghi che con motivazione, caparbietà, sacrifici, coraggio e ricchezza di spirito stanno già, ogni giorno, provando a costruire un’identità professionale profondamente diversa che riesca a conciliare tutto questo.

Naturalmente nessuno è immune da errori ed è necessario un lungo percorso di messa in discussione della disciplina, delle sue pratiche, dei suoi valori, per liberarsi dai vecchi costumi e, passando da una situazione di anomia, finalmente iniziare costruire, per tentativi ed errori, un modo nuovo in cui poter dare forma ad una vita professionale per la comunità, insieme alla comunità, che riesca ad unirla invece che dividerla.

Per questo ci siamo riuniti oggi, il 7 Aprile, in plenaria insieme ai colleghi di Torino e Bolzano, per testimoniare la possibilità che un’alternativa esiste, sempre. Pur trattandosi di un incontro certamente autoreferenziale rispetto agli appuntamenti che oggi in tutt’Europa uniranno i cittadini nella partecipazione per la costruzione di una società più giusta, ritrovarci oggi per noi assume i connotati altamente simbolico che ci aiutano a ricordare la concreta possibilità di continuare a costruire un‘utopia pratica della realtà in cui, a partire dal nostro lavoro e da una rigorosa analisi sia personale che dei processi all’interno dei quali ci muoviamo, con gli strumenti tipici della nostra professione possiamo partecipare alla costruzione di un’alternativa a quella che Basaglia chiamava la “multinazionale della psicoanalisi” che accusava di rispondere “ai problemi di quella piccola parte della popolazione che possiede i mezzi per difendersi[…]. Chi non ha denaro per la terapia non esiste”.

Avremmo dovuto essere in piazza ma nessuno è perfetto, quest’anno costruiamo la nostra comunità provando a darle nuova forza e nuovo slancio, nella speranza di poter, negli anni a seguire, incontrare la comunità che ci circonda.

Basaglia, Franco, Franca Basaglia Ongaro. Conferenze brasiliane, 1979

Hikikomori. Uno specchio dei tempi

Con il termine giapponese “hikikomori”, che si traduce letteralmente “stare in disparte” o “isolarsi”, ci si riferisce a un particolare fenomeno che ha iniziato a manifestarsi circa una ventina di anni fa in Giappone, ma che non si limita ormai più al contesto sociale nipponico ed è riscontrabile in tutte le società in cui sussistono una classe media fortemente connotata da valori competitivi, un buon livello tecnologico, una forma avanzata di segmentazione e complessificazione del mercato del lavoro, la preminenza della cosiddetta “famiglia nucleare” e un sistema scolastico esteso, che copre molti anni di vita ed è spiccatamente incentrato su classificazioni e categorie di merito.

La diffusione del fenomeno hikikomori nel contesto italiano è documentata da alcune stime non ufficiali che parlano di circa 70.000 ragazzi concentrati soprattutto nelle grandi città del Nord del Paese ed è confermata da una crescente attenzione da parte dei professionisti della salute mentale e dei media.

Non è semplice, tuttavia, acquisire una prospettiva che tenga conto della complessità del fenomeno evitando fraintendimenti e scivolamenti concettuali, teorici, diagnostici e clinici, che sono sempre possibili. In particolare il rischio maggiore è rappresentato, come sempre, dalla riduzione a fenomeno individuale di un fenomeno di natura squisitamente sociale. Solo ed esclusivamente vedendo negli kikomori il sintomo che emerge dall’interazione complessa di processi culturali, economici e sociali è possibile comprenderne a pieno la complessità che lo contraddistingue.

Anche in questo caso però la tendenza dominante è quella di intendere il fenomeno come “il problema” da risolvere anziché uno tra le molte modalità possibili attraverso cui prende voce e forma la sofferenza  nella  società  contemporanea. Del resto, omettere la rilevanza delle determinanti sociali costituisce un’opera tutt’altro che neutra, pericolosamente incline alla legittimazione dei processi che mantengono e producono la sofferenza in ciascun individuo.

Messi questi punti fermi, procediamo alla trattazione. Per far chiarezza e sviluppare i concetti in modo accurato, evitando riduzionismi e semplificazioni, abbiamo scelto di riferirci a un lavoro fondamentale a tal proposito, ovvero il libro dello psichiatra giapponese Saito Tamaki, colui che per primo ha individuato il fenomeno, circoscrivendolo come entità diagnostica a sé stante e dotandolo di una coerenza interna.

Il taglio che viene dato all’analisi dal dottor Tamaki è di natura ovviamente medica, sporadicamente medicalizzante, ma lo psichiatra giapponese riesce comunque a porsi in modo critico e attento rispetto ai paradossi delle categorie diagnostiche e a non trascurare il modo in cui la società (in particolare quella giapponese) contestualizza e determina molta della sofferenza delle famiglie con ragazzi hikikomori.

Quello che emerge dalla trattazione di Tamaki è un quadro caratterizzato principalmente da due processi, che si influenzano vicendevolmente e che si rinforzano in un classico “circolo vizioso”, oltre a produrre una serie di esiti comportamentali e che egli definisce sintomatologici, che risultano però, e lo psichiatra giapponese è molto esplicito al riguardo, secondari rispetto ai processi principali.

I due meccanismi sono:

  1. il ritiro sociale.
  2. la regressione (cioè l’infantilizzazione).

In altri termini, i ragazzi che sviluppano questo disturbo si rifiutano in modo più o meno consapevole di seguire il proprio sviluppo verso l’età adulta o meglio quello che una società si aspetterebbe da un ragazzo “normale”. Qualcosa nella loro adolescenza, che d’altra parte è una fase di passaggio molto delicata per chiunque, risulta a questi giovani individui talmente penoso che essi, per così dire, si bloccano o addirittura fanno “marcia indietro” rispetto a quelle che sono le aspettative sociali sugli obiettivi di sviluppo.

L’età di esordio è circa di quindici anni e il fenomeno interessa soprattutto persone di sesso maschile e figli primogeniti (perlomeno nel campione giapponese a disposizione di Tamaki). Tale concentrazione di questo particolare tipo di sofferenza in individui di sesso maschile suggerisce e sottolinea il ruolo che le aspettative familiari e sociali hanno nel determinare il fenomeno, ruolo evidenziato d’altra parte anche dalla connotazione della primogenitura. In altri termini, spesso diventa hikikomori un ragazzo sul quale erano riposte speranze di successo, e che avrebbe potuto o dovuto diventare il miglior rappresentante della propria famiglia.

Il primo sintomo, che è poi il principale e il vero campo in cui si gioca la partita, è il ritiro scolastico, che nella grande maggioranza dei casi evolve verso un ritiro sociale quasi completo. Alcuni ragazzi mantengono limitatissimi rapporti con il mondo esterno, ma di solito la reclusione che impongono a loro stessi è radicale e spesso i giovani hikikomori faticano persino a uscire dalla propria camera da letto.

Lo psichiatra giapponese insiste molto sul ruolo primario del ritiro. Esso, come abbiamo visto, si accompagna a una forma di regressione, ovvero all’adozione di atteggiamenti che ricordano quelli di fasi di sviluppo precedenti. Il ragazzo hikikomori ha spesso una relazione privilegiata e molto intensa con la madre e può ad esempio parlarle con voce da bambino piccolo e cercare di toccarla o di farsi abbracciare e coccolare, oppure intrattenere con lei estenuanti discussioni che si prolungano per ore senza giungere da nessuna parte.

E’ importante sottolineare che al di là del termine  regressione, spesso abusato in ambito psichiatrico, dietro a tali comportamenti si può nascondere l’ostinato e maldestro tentativo del ragazzo di procedere nella propria vita secondo modalità inedite rispetto a quelli che sono i copioni comportamentali e di sviluppo socialmente attesi e condivisi.

In molti casi i comportamenti di questi adolescenti comprendono anche una disposizione che l’autore definisce da “piccolo despota”. Essi tentano cioè di applicare all’intero sistema familiare le proprie manie e idiosincrasie, minacciando ritorsioni laddove le richieste venissero disattese.

Se da una parte il ritiro sociale tende a farli scomparire, dall’altra, con tali comportamenti e atteggiamenti “regressivi”. è come se i ragazzi hikikomori cercassero di imporre la loro presenza.

Tale imposizione assume la forma della violenza dei ragazzi hikikomori verso la madre (e in alcuni casi anche il padre) che può passare dal verbale al fisico  diventando nei mesi o negli anni un problema per la famiglia, che può richiedere una particolare attenzione e assumere talvolta connotati preoccupanti.

Il meccanismo appena descritto, in cui la violenza verso i genitori da manifestazione di una difficoltà diventa un problema specifico, oggetto di preoccupazione, si applica anche ad altre “sintomatologie”. I giovani hikikomori possono infatti manifestare rimuginio ossessivo, occasionali spunti paranoici e talvolta ideazioni suicidarie. Molto frequenti sono manie e passioni bizzarre, una qualche forma di alterazione dei ritmi circadiani (gli hikikomori tipicamente dormono di giorno e sono attivi di notte) e derive germofobiche o ipocondriache.

Questi meccanismi vengono spiegati dallo psichiatra giapponese sempre in funzione del ritiro prolungato. Ne derivano, cioè, e scompaiono laddove questo si interrompe. La solitudine e la sempre minor familiarità con gli altri esseri umani, producono del resto anche un’ansia sociale in costante aumento.

Inoltre, i ragazzi hikikomori vengono descritti dall’autore come particolarmente sensibili al senso di colpa e alla vergogna. In questo senso le loro sfuriate contro i familiari e la loro fuga dai coetanei li tormentano profondamente, producendo a loro volta altre sfuriate e una sempre maggior convinzione che farsi vedere in pubblico sia qualcosa di terribile.

E’ pertanto parere di Saito Tamaki, che la differenza principale tra un giovane hikikomori e un giovane con una depressione in atto o a rischio di esordio psicotico, sia da ricercarsi nel fatto che l’hikikomori, inizialmente, non ha perso interesse nella vita o negli altri e non ha rinunciato al proprio rapporto con la realtà. E’ semplicemente convinto di non poter soddisfare gli standard che la sua famiglia e la società gli propongono e impongono e non accetta di mostrarsi in pubblico con le proprie debolezze e fragilità.

Questo punto appare cruciale nel comprendere a pieno il fenomeno e la responsabilità degli aspetti culturali che lo producono e lo mantengono.

Con il passare del tempo e col prolungarsi del ritiro, però, lo stesso psichiatra nipponico ammette che il quadro sintomatologico degli hikikomori può aggravarsi al punto tale da renderlo indistinguibile dalle patologie psichiatriche “classiche” sopra citate per le quali non è infrequente un certo uso di psicofarmaci o del ricovero

Le cause.

Giunti a questo punto, è spontaneo chiedersi quali siano i fattori, che rendono tanto doloroso il processo di crescita di questi ragazzi e li conducano verso l’isolamento.

La risposta a simili domande non può mai essere generalizzante o univoca ed è buona norma cercare il più possibile di valutare le situazioni caso per caso, famiglia per famiglia e persona per persona, cultura per cultura.

Tuttavia è possibile mettere in risalto alcune regolarità e ipotizzare dei meccanismi patogenetici: sempre procedendo su quanto suggerito da Saito Tamaki, possiamo dire che la sofferenza degli hikikomori si radica infatti in una difficile comunicazione familiare e in un rapporto problematico con i modelli sociali prevalenti. I due fattori, del resto, sono tutt’altro che separati e indipendenti tra loro e si influenzano, come spesso accade, in una causalità circolare.

Per difficoltà nella comunicazione familiare si intende riferirsi a griglie di lettura del comportamento e della comunicazione rigide, fortemente incentrate attorno ad alcuni “nodi nevralgici” e molto povere dal punto di vista emotivo. Tali modalità comunicative familiari spesso sono responsabili di una vera e propria “profezia che si autoavvera”, cioè un meccanismo in cui si producono in modo inconsapevole negli altri proprio i comportamenti che si teme essi esibiscano.

Questi “nodi nevralgici” della comunicazione sono, in un situazione pre-morbosa, i più vari e cambiano da famiglia a famiglia, ma vengono poi sostituiti nella grande maggioranza dei casi dal ritiro sociale del ragazzo hikikomori (oppure dai suoi atteggiamenti violenti), che li riassume e li condensa e occupa quasi totalmente il campo del pensiero, del discorso e del sentimento familiare. Tutti i membri del nucleo familiare sono fortemente influenzati dal ragazzo hikikomori e l’intera comunicazione familiare finisce per ruotre attorno al suo problema e ai suoi sforzi di superarlo. Questo produce in molti casi una riduzione del benessere generale e una sempre maggiore ristrettezza emotiva e persino semantica nella famiglia.

L’altro risvolto della medaglia, quello dei modelli sociali prevalenti, agisce invece, a parere dello psichiatra giapponese, soprattutto attraverso i paradossi insiti nel sistema scolastico e universitario e nel suo rapporto assolutamente particolare con il mondo del lavoro e più in generale con il mondo “adulto”.

Si tratta in altri termini di uno scollamento tra i due sistemi, che dovrebbero essere disposti in modo che uno risulti propedeutico all’altro. Invece, scrive Saito Tamaki: “interagendo con i ragazzi hikikomori appare evidente come gli standard per l’adattamento al contesto scolastico e quelli per l’adattamento sociale siano piuttosto differenti” (p.172).

Con questo egli intende riferirsi al fatto che gli studenti vengono, nei primi gradi di istruzione, indotti a pensarsi come tutti uguali e dotati di “possibilità illimitate” (p.174). Vi è una grande insistenza sul rispetto delle regole e degli altri e sul non precludersi nulla ed esplorare fino in fondo le proprie velleità e i propri sogni di realizzazione personale (o più semplicemente di consumo e godimento).

Con il passare degli anni, però, il sistema scolastico stesso smentisce e confuta questi presupposti, introducendo continue sfide, valutazioni, categorie e sbarramenti, i quali producono un clima fortemente competitivo.

Infine, quando il percorso di studi si conclude, gli individui si trovano di fronte a un mercato del lavoro estremamente “liquido” e complesso e che gli si presenta come ormai francamente e totalmente cieco rispetto ai principi dell’uguaglianza e mettendo ciascuno davanti all’impossibilità della realizzazione illimitata. Il mondo “adulto” richiede il confronto con i propri limiti e prescrive l’apprendimento di capacità emotive, cognitive e personali che si situano su un altro piano rispetto a quelle sviluppate durante gli anni scolastici.

In altri termini, secondo il dottor Tamaki, ciò che gli individui affrontano nelle nostre società, in un processo che si dispiega a partire dai primi anni della Scuola Primaria per giungere spesso alla soglia dei trent’anni o anche oltre, è una graduale disillusione riguardo alle premesse (e promesse) iniziali, cioè che le differenze di capacità personale, reddito, classe sociale, carisma e spregiudicatezza siano irrilevanti e che l’impegno, il rispetto e la buona volontà mettano al riparo da qualsiasi cosa.

Il ragazzo hikikomori, che spesso proviene da una famiglia di classe media, con un padre molto impegnato nel lavoro e nella carriera professionale o comunque che riceve dal proprio contesto familiare forti aspettative di successo (perché ad esempio, fin dalla scuola primaria, appare dotato o brillante), vive questa disillusione in modo terribilmente acuto ed è semplicemente terrorizzato all’idea che al termine del processo egli possa rivelarsi incapace, difettoso, insufficiente. Per questo si ferma e si rifiuta di proseguire, di scoprire che cosa lo attende alla fine della propria adolescenza, che egli si sforza di prolungare in eterno.

In questo senso, Saito Tamaki scrive: “Il modo più semplice per inquadrare il fenomeno è quello di una grande paura del fallimento e di una sensazione di smarrimento di fronte alla complessità della vita moderna” (p.75).

Questo rilievo è legato alle caratteristiche della società nipponica, fortemente gerarchica e connotata di manierismi, rituali e percorsa da una morale del sacrificio e dell’annullamento del sé a fronte dei bisogni sociali. Tali lineamenti etici, provenienti da un retaggio ancestrale, vengono nella contemporaneità giapponese prevalentemente tradotti in una abnegazione lavorativa quasi totale, in un culto della prestazione e in una equivalenza tra l’avere un impiego (meglio se ben pagato) e l’avere una dignità personale ancora più forte di quella in essere nei nostri contesti.

Tuttavia anche nella nostra società non mancano prescrizioni a cui è difficile sottrarsi: più che l’impegno sacrificale e l’etichetta, in Italia e più in generale in Occidente, sono spesso richieste capacità comunicative, una certa spigliatezza, estroversione e la voglia e il coraggio di sottoporsi a una continua esposizione.

I ragazzi hikikomori in qualche modo sfuggono da questi meccanismi. Oppongono alla prestazione e al sacrificio, la mancanza totale di attività finalistiche o competitive e alla continua esposizione, il proprio ritiro.

In realtà, la dinamica è ancora più articolata, poiché in un certo senso il ragazzo hikikomori soffre per una estrema e sfibrante sensibilità e vulnerabilità rispetto ai meccanismi sopracitati. Egli non ne è per nulla alieno, anzi li vive con una intensità tale da non riuscire più a sopportarli.

E’ del resto difficile stabilire a chi appartenga il desiderio di essere adeguato, efficiente e popolare. Indubbiamente si tratta di una aspettativa sociale. Probabilmente in molte famiglie di ragazzi hikikomori, diventa anche un’aspettativa genitoriale.

Altrettanto probabile è che essa filtri nel bambino, futuro hikikomori, che inizialmente se ne fa carico, ma che a un certo punto, in adolescenza (spesso tra l’altro gli episodi scatenanti sono molto sottili e difficili da individuare) decide che quelle richieste e quelle aspettative sono troppo per lui. Non riesce a liberarsene completamente, ma nemmeno più a soddisfarle e il ritiro e la “sospensione” del processo di crescita appaiono l’unica soluzione disponibile.

COSA FARE?

Se, in conclusione, il fenomeno degli hikikomori è un tratto caratteristico dei nostri tempi, se queste famiglie subiscono quelli che Bauman definirebbe come “danni collaterali” del nostro modello di vita, allora attivarsi per riallacciare i contatti tra loro e il mondo che li circonda, si riveste non solo di una valenza umana e psicoterapeutica, ma anche sociale, perché i meccanismi sopracitati producono una sofferenza che ci tocca da vicino nella nostra condizione di individui, cittadini e professionisti. Una sofferenza, cioè, in cui crediamo non sia difficile identificarsi e ritrovare, magari sottolineate o portate all’eccesso, alcune delle contraddizioni con cui ci siamo scontrati e a cui abbiamo dovuto imparare a far fronte.

Fa dunque in qualche modo parte del nostro mandato sociale di psicologi e psicoterapeuti utilizzare le risposte che abbiamo trovato nelle nostre vite come guida nella cura e nell’accompagnamento dei ragazzi hikikomori.

Di certo una risposta all’isolamento è la relazione. Sembra tautologico e quindi in un certo senso inefficace sostenere che la miglior cura per un individuo solo sia riuscire a farlo interagire con gli altri e tuttavia fruire di un rapporto umano in cui è possibile parlare in modo libero e approfondito di sé e delle proprie passioni, desideri e paure è un fattore terapeutico fondamentale. E’ inoltre evidente che il processo debba iniziare in famiglia, che è il principale mediatore tra qualunque individuo e la società che lo circonda.

Come abbiamo visto, però, il dottor Tamaki sostiene che la comunicazione nelle famiglie con un ragazzo hikikomori spesso si mostra rigida, sclerotizzata su alcuni argomenti specifici e dolorosi e viene contraddistinta da accuse reciproche e sensi di colpa. Inoltre, lo psichiatra e ricercatore giapponese riporta un cospicuo ritardo tra l’inizio del ritiro e il momento in cui le famiglie si risolvono a chiedere aiuto.

Tutto ciò è molto significativo. Di certo la vergogna ha un suo peso, ma non va trascurata anche una sensazione di isolamento sociale che non si limita dunque al ragazzo che presenta il sintomo, ma si estende al nucleo familiare nella sua interezza, che può percepirsi come privo di sostegno.

In altri termini, i membri di una famiglia comunicano meglio e in modo più libero, se non si sentono scollegati dalla società che li circonda. Al contrario, è sicuramente difficile prescrivere a un figlio hikikomori un’apertura e una fiducia verso un mondo che non si sente vicino e in cui ci si sente poco considerati o continuamente sfidati a offrire prestazioni eccellenti.

In conclusione, ci sentiamo dunque di enfatizzare l’importanza, nella terapia di questi ragazzi più ancora che in altre situazioni, della sensibilizzazione sociale e dell’attivazione di una rete di Servizi e di professionisti della salute mentale che siano sia teoricamente, che clinicamente preparati e che non lascino i ragazzi hikikomori a una dicotomia depauperante del tipo: “è solo un ragazzo viziato che scappa dalle sue responsabilità, oppure è pazzo (depresso o psicotico) e va trattato con i farmaci”.

Fortunatamente, il panorama delle associazioni, dei siti internet e dei Centri che si occupano di hikikomori in Italia si è fatto negli ultimi anni sempre più ricco. Ci limitiamo però ad avanzare un’unica perplessità al riguardo, notando come spesso il fenomeno degli hikikomori venga inquadrato all’interno dell’area più vasta delle “nuove dipendenze” e in particolare della dipendenza da internet o, in alcuni casi, dai videogiochi.

Questa concezione può risultare fuorviante, perché la tematica della dipendenza si manifesta negli hikikomori sempre secondariamente rispetto a quella del ritiro e, inoltre, perché molto spesso l’adesione a forum, communities o semplicemente il chattare con i propri alleati o avversari in un videogioco online è l’unica forma di relazione rimasta a questi ragazzi e costituisce come tale un tentativo di auto-guarigione e un, seppur inusuale, legame con la società e con l’Altro, che è assolutamente sconsigliabile interrompere od ostacolare (ovviamente al netto dei pericoli e delle caratteristiche insidiose della socializzazione virtuale, che non vanno trascurati).

a cura di Giulio Corrado e Sportello TiAscolto

Bibliografia:

Bauman, Zygmut (2008). Consumo dunque sono. (edizioni Laterza).

Bauman, Zygmut (2013). Danni Collaterali. Disuguaglianze sociali nell’età globale. (edizioni Laterza).

Tamaki, Saito (1998). Hikikomori. Adolescence Without End (traduzione dal giapponese all’inglese di Jeffrey Angles, copyright 2013 dell’Università del Minnesota. Pubblicato da “University of Minnesota Press”). Le citazioni riportate in italiano nel testo sono eseguite dall’autore dell’articolo, che traduce dall’inglese.